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sabato 12 novembre 2022

Pensieri censurati - Stephen Eric Bronner

 

Una satira spietata dell’ondata oscurantista, questa volta proveniente da sinistra, contro la letteratura del passato, accusata di razzismo, sessismo, classismo e di quant’altro; un desiderio di censura, questa volta “progressista”, che ricorda tempi andati e da cui non si salva nessuno dei capolavori del passato, neppure Shakespeare

Imparo qualcosa ogni giorno -va beh, diciamo “a giorni alterni”. Questo perché leggo sempre i giornali -ok, diciamo che li leggo “occasionalmente”. A ogni modo, oggi ho appreso che tra le opere più bersagliate dagli aspiranti censori statunitensi ci sono "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee, "Uomini e topi" di John Steinbeck e "Il giovane Holden" di J. D. Salinger. Confesso che non vado pazzo per nessuno di queste classici. D’accordo: il libro di Harper Lee ha difeso accoratamente dagli intolleranti sia un senso di giustizia elementare sia il movimento per i diritti civili -tutto questo, poi, in un’epoca in cui la segregazione era ancora in auge- ma il suo stucchevole sentimentalismo mi ha sempre dato il voltastomaco. Ogni accademico radicale contemporaneo che si rispetti, peraltro, non potrebbe esimersi dal ravvisare nel libro di Lee un razzismo e un sessismo lampanti, in quella che è una celebrazione patriarcale del “salvatore bianco”.

Anche in Steinbeck le motivazioni alla base dell’opera sono quantomeno sospette: il suo breve romanzo rappresenta senza pudori la violenza sulle donne, sfoggia epiteti razzisti e si dimostra insensibile rispetto al tema della disabilità mentale. Per quanto riguarda il leggendario adolescente di Salinger, Holden Caulfield, invece, dico solo che quel ragazzo è talmente alienato da avermi sempre dato sui nervi.

Davvero la sinistra vuole censurare queste opere? Ma no, certo che no! Oddio, diciamo forse no. Per fortuna è un argomento irrilevante. Sono i genitori indignati del “Make America Great Again” quelli pronti a preparare i falò in cui dare alle fiamme oltre millecinquecento classici. I fascisti e i loro simili non hanno mai creduto nella libertà di parola, se non per loro stessi. Io pensavo che invece la sinistra dovesse difendere la libertà d’espressione, la trasgressione, le provocazioni, l’erotismo, la fantasia, la critica e la sperimentazione, no? Va beh, evidentemente, i tempi cambiano. E tuttavia ho l’impressione che i miei compagni di sinistra più puritani (e ce ne sono tanti) simpatizzino in gran segreto con le ambizioni censorie di quelli che dovrebbero essere i nostri nemici politici. Mi ricordano spesso che la libertà di parola non è mai libera -concetto molto profondo- e che il potere deriva dal discorso egemonico -un po’ come, credo, deriva dalla canna di una pistola.

Ecco! Argomenti come questi mi hanno fatto riconsiderare le mie posizioni! È vero, gli imbecilli di Trump avranno pure conquistato il Partito repubblicano, ma i miei compagni sono riusciti a conquistare... le facoltà di letteratura di tutto il Paese -cosa che, direi, rappresenta un’impresa ben più impressionante!

Seduto alla mia scrivania, mentre sorseggio un caffè, mi ritrovo a riflettere sul passato. Cosa ci è successo? Accogliere il concetto di identità e farci carico delle micro-aggressioni sono stati sicuramente passi in avanti per la sinistra! In fondo i vecchi ideali erano così… vecchi! Anche i Maga, i sostenitori del Make American Great Again di Trump, ribadiscono sempre che sostengono la democrazia -e io prendo per buona la loro parola!

Per quanto poi riguarda le macro-aggressioni, in fondo hanno poco a che fare con quello che succede nella mia vita, che è poi quello che conta davvero, no? Ci stiamo occupando delle classi... più o meno. Stiamo combattendo il classismo! L'inferiorità culturale e il privilegio sociale associati al potere di classe sono ripugnanti! Non temete: sappiamo cosa stiamo facendo!

Il fatto è che il linguaggio della coscienza di classe, le contraddizioni economiche e il processo di accumulazione del capitale sono concetti che non fanno che confondere la gente; lo stesso vale per i discorsi sulla globalizzazione, l’imperialismo, il post-imperialismo, eccetera.

Che dire? Le teorie sono così tante e il tempo è così poco! Davvero ci importa se la maggior parte delle teorie che si occupano di queste idee si contraddicono? Tanto non le legge nessuno!

Tutti sanno cosa intendiamo quando parliamo di globalizzazione, imperialismo o post-imperialismo. O no? Va beh, fa lo stesso. Alla fine quello che conta è che noi ci dedichiamo a difendere le vittime, per quanto rintanati nei nostri “luoghi sicuri”. Questo lo facciamo! O almeno: ogni tanto lo facciamo.

Attenti a non risultare paternalisti, molti anziani saggiamente avvertono che dobbiamo imparare dai giovani -o anche no. Dopo tutto, loro hanno imparato così tanto da noi! Tanti di questi vecchi esponenti della sinistra insistono sul fatto che gli autori continuano a scrivere il tipo di libri che loro vorrebbero leggere. Chi può negare che l’incomprensibile prosa di James Joyce era indirizzata all’élite eurocentrica, che la descrizione dell’interminabile orgasmo di Molly Bloom nell’Ulisse è pornografica e sessista, che il disprezzo di Joyce per la Chiesa cattolica costituisce un’offesa per i credenti? Credetemi, io avrei censurato tutto!

Non parliamo dell’opera lirica: non solo è noiosa, ma è anche bigotta, sessista, elitista e altrettanto eurocentrica -basterebbe citare il “Ratto del serraglio” di Mozart o “Madame Butterfly” di Puccini!

Effettivamente, mi sono reso conto che possiamo riscontrare una ristrettezza di vedute nel cuore di ogni genio -o meglio: di coloro che ricevono tale etichetta da maschi bianchi eurocentrici e privilegiati! Prendiamo Shakespeare, “Il mercante di Venezia”, l’“Otello”, la “Bisbetica domata” o “Re Lear”... il Bardo non era ebreo, non era nero, non era una donna e non era ­neanche anziano (almeno secondo i miei standard). Voglio sperare siamo tutti d'accordo sul fatto che l’autore è la sua opera! Dunque, perché mai dovremmo guardare un film di quel maniaco sessuale di Charlie Chaplin? E poi è moralmente accettabile che un uomo eterosessuale interpreti il ruolo di un transessuale? Come può un messicano tradurre l’opera di un giapponese? Tra l'altro, mi pare di ricordare che le orchestre, sotto il nazismo, non potevano suonare opere di Mendelssohn né di Mahler, in quanto compositori ebrei. Ah, no, ma lì la logica era diversa...

Shakespeare? Beh, Shakespeare avrebbe dovuto limitarsi a scrivere di ciò che conosceva, l’Inghilterra e -va bene!- casomai l’antica Roma, ma per quanto riguarda il resto... Dopo aver appreso, grazie a me, che Voltaire aveva invitato i suoi contemporanei a ecrasez l’infame, insultato gli ebrei e bestemmiato contro il profeta Maometto, un giovane radicale comprensibilmente inorridito esclamò: “Allora l'Illuminismo è una stronzata!”. Beh, una rivelazione illuminante! Ci ho riflettuto sopra a lungo. Mentre le ore passavano, il mio cervello non la finiva più di rimuginare. E alla fine mi sono ricordato! È vero: la religione può rendere impotenti i popoli, favorire la superstizione, ingenerare il dogmatismo, ispirare i fanatici... Tuttavia, mi sono reso conto che non è questo il punto! Voltaire può aver difeso le vittime di persecuzioni religiose, può essere stato bersaglio di continui attacchi da parte di conservatori e fascisti, ma il suo attacco all’identità religiosa rimane imperdonabile!

Nessuno ha il diritto di insultare ciò in cui io credo! Dio non voglia! Un giovane insegnante di liceo in Francia ha avuto l’ardire di instaurare un dialogo con alcuni suoi studenti a proposito delle vignette “blasfeme” che raffiguravano il profeta Maometto. È stato decapitato da un fanatico islamista -che non era nemmeno un suo studente. Va bene, la reazione di questo fedele magari è stata un po’ esagerata, ma non è forse vero che quell’insegnante avrebbe dovuto andarci più cauto? Avrebbe dovuto immaginare che quelle sue intenzioni così progressiste avrebbero fatto infuriare i credenti e provocato la propria decapitazione! Possiamo davvero prendercela col devoto musulmano per aver preteso vendetta nel nome del profeta il cui divino volere solo il vero fedele conosce e può dispensare!? Le persone in fondo sono responsabili delle proprie azioni! C'è poco da fare, il nostro giovane docente è colpevole di aver irresponsabilmente ignorato le prevedibili conseguenze del suo gesto!

Le scuole chassidiche invece hanno pensato a tutto! Decisi a isolare i propri studenti dalla vita come la conosciamo e a salvaguardare la loro (vera) identità ebraica, i rabbini istruiti e i loro discenti hanno voltato le spalle alla vita come la conosciamo. Niente di più facile! Rifiutano l’insegnamento dell’inglese, della matematica, dell’uso del computer, della storia o della letteratura mondiale. Questi ribelli si accontentano di insegnare ai loro piccoli angeli l’Yiddish e la lettura della Torah! D’altra parte, che altro c’è da sapere? Un libro basta a coprire tutto lo scibile -anche se altri potrebbero obiettare che “il libro” potrebbe essere il Corano o il Nuovo Testamento. Ovviamente, tra questi, c’è qualcuno che si sta sbagliando di grosso e pagherà il suo errore nella vita ultraterrena. In questa vita, però, è meglio lasciare a ogni comunità il diritto di coltivare l’ignoranza a proprio piacimento, no? Con un po’ di fortuna, alla fine il mondo si trasformerà in una galassia fatta di tanti ghetti per cui la mancanza d’interesse per la cultura degli altri andrà a completare quel senso di tepore che ciascuno prova nel sentire di appartenere a una comunità.

L’identità? Beh, ma quella riguarda noi, non loro! O meglio: riguarda qualcuno di noi. Personalmente non so se ho qualcosa in comune con i chassidici, perennemente impegnati in lotte intestine, o con i fanatici sionisti. Tendo ad identificarmi più con gli ebrei-non-ebrei, come Hannah Arendt, Einstein, Kafka, Rosa Luxemburg e Trotsky.

Potrà mai esserci una moltitudine di sotto-identità, ciascuna con le proprie tradizioni (in conflitto), entro una singola formazione identitaria? O mio dio! Non sarà che il noi può includere anche loro? Per carità, questo è davvero troppo, dimenticate ciò che avete appena letto. Sto iniziando a confondermi... Solo coloro che si identificano con me contribuiscono all’espressione autentica della mia identità (non so se mi spiego). Chiedetelo a chiunque (di noi, non di loro, mi raccomando!).

Il rischio di apostasia è sempre in agguato! Cosa rappresenta meglio l’ebreo-che-odia-se-stesso della ballata Springtime for Hitler in “Per favore, non toccate le vecchiette” di Mel Brooks? Come vero ebreo, autentico ebreo, aborro quella canzone! Ora che ci penso, anche Art Spiegelman avrebbe potuto rappresentare l’Olocausto con un po’ più di tatto nella sua graphic novel "Maus". Ebrei raffigurati come topi, nazisti come gatti, polacchi come maiali!? Sono paragoni che mi disgustano -senza contare che io odio i gatti!

Artisti come questi ben esemplificano la categoria creata da Maurice Barrès, noto antisemita, xenofobo e proto-fascista del Diciannovesimo secolo, quella dei deracinés (sradicati), i non-autentici per definizione. Perché? Ma perché i cosmopoliti e gli intellettuali, con tutte le loro norme universali e i loro astratti criteri di verità, proprio non vogliono capire! Chi ha un’identità autentica percepisce il mondo “di pancia”, e non con la mente! Ciascuno è “radicato” in una propria comunità e i diritti “umani”, di solito mettono a repentaglio gli usi e costumi che rendono unica quella comunità! Peraltro, che vuoi che importi di questi “diritti”? Lo storico conservatore Leopold von Ranke si mostrava ben più vicino alla nostra sensibilità contemporanea quando sentenziava che “ogni nazione è ugualmente vicina a dio!”.

Che dire, adoro questo genere di discorsi! Anche io sono indifferente alle tradizioni culturali -o meglio: a quelle diverse dalla mia! È sempre possibile subire l’influsso nefasto dei forestieri e delle critiche interne, pertanto noi dobbiamo restare vigili -come la polizia morale iraniana! In effetti, i miei compagni di identità non hanno un gran senso dell'umorismo! Intendiamoci, a nessuno di noi piace la censura, ma dobbiamo fare ciò che va fatto. Il compagno Lenin aveva ragione: non si può fare una frittata senza rompere qualche uovo -anche se, a dirla tutta, a volte non si ottiene una frittata, ma solo un gran pasticcio. Ma questo non conta! Se è vero che la destra può invocare la censura, allora perché la sinistra non può ugualmente cancellare la cultura invisa ai suoi membri? Non che si voglia qui tracciare un’equivalenza tra destra e sinistra, ma come diciamo noi “se va bene per l’oca, va bene anche per il papero”!

Lasciamo pure che ciascuna identità coltivi il proprio orticello e censuri quello degli altri; se ci riusciremo, nessuno più discuterà animatamente di niente, nessuno si sentirà più insultato e l’odio scomparirà! Anzi, mi viene da pensare che se imparassimo ad auto-censurare le nostre parole prima ancora di parlare, beh, non avremmo nemmeno più bisogno di censori!

Non sarebbe bello? Tutti i problemi del mondo risolti in un sol colpo! Beh, che dire, sono proprio orgoglioso di aver trovato la soluzione, tutto da solo! Cionondimeno, rimango umile, sono consapevole che rimangono altri problemi di non facile soluzione.

Mi sono imbattuto in uno di questi problemi senza soluzione poco prima che uscisse il mio libro “A Rumor about the Jews” [Una diceria sugli ebrei, Ndt], in cui si offriva un’analisi socio-storica del tristemente noto “Protocollo dei savi di Sion”, un’opera di finzione brutalmente antisemita che rappresenta una fantasiosa cospirazione globale ebraica. Essendo certo che pochi tra i miei lettori avrebbero saputo di cosa trattasse quel libro, mi sono trovato di fronte a un dilemma etico: avrei dovuto includere estratti originali di questo fanatico, mal scritto, delirante e volgare libercolo, rozza espressione di un feticismo della cospirazione? O sarebbe stato meglio proteggere i più sensibili tra i miei simili, evitando di offendere i più sensibili tra i goyim, omettendo di ripubblicare l’osceno testo?

Il mio editore ha consigliato di inserirlo, asserendo che la sua inclusione avrebbe stimolato il dibattito -e permesso al libro di attrarre un pubblico più ampio. Non che questo abbia avuto qualcosa a che fare con la mia decisione di includerlo, sia chiaro! Ritenevo semplicemente che i miei lettori avrebbero dovuto confrontare le vere motivazioni fanatiche del testo originale.

Questo mi porta a fare un’altra confessione. Ogni volta che tenevo un corso sul nazismo, davo da leggere ai miei studenti il barbarico libro di Andrew MacDonald "La seconda guerra civile americana. I diari di Turner", così come facevo loro guardare “Notte e Nebbia”, il documentario di Alain Resnais del 1956, con la sua cruda raffigurazione dei campi di concentramento e delle fosse comuni. Lo so: esporre un’intera classe a queste opere è stato un comportamento insensibile, da parte mia, nonché inutile: non è poi così importante che degli studenti si facciano un’idea di ciò che la mente di un genocida può elaborare, o assistano anche solo a una minima parte di ciò che è stato realizzato, giusto?

Anche se ora l’ho capito, mi sento comunque in colpa! Forse ho suscitato un senso di disagio in alcuni di questi giovani, probabilmente ho provocato delle bue ai loro pancini, forse li ho addirittura traumatizzati a vita! Tutti gli educatori dovrebbero tener presente la fragilità emotiva dei propri alunni! Questo discorso poi non può essere circoscritto all’insegnamento dell’Olocausto. Riuscite a immaginare una classe costretta ad analizzare "Una modesta proposta" di Jonathan Swift, libro satirico in cui l’autore consigliava di migliorare le condizioni dei poveri irlandesi facendo a pezzi i loro bambini e vendendo il nutriente prodotto agli aristocratici inglesi? Oppure pensiamo ai possibili effetti psicologici di quel quadro di Goya -che certo farebbe passare l’appetito a chiunque- in cui Saturno divora con avidità i propri figli? L’artista spagnolo avrà anche anticipato le rivoluzioni stilistiche che sarebbero venute in seguito, ma con ciò? Dobbiamo forse mostrare tali orrori ai giovani? Certo che no! Ciò di cui abbiamo bisogno sono opere che ci rendano orgogliosi di quello che siamo (qualunque cosa questo significhi), non certo lavori che glorifichino il cannibalismo!

Sono esausto... Ma non posso fermarmi: c'è ancora molto lavoro da fare. Dobbiamo mostrare maggiore sensibilità verso gli altri, cancellare tutto ciò che ci offende -o, meglio: ciò che mi offende! Queste idee galvanizzeranno sicuramente i lavoratori e gli elettori indipendenti nelle prossime battaglie elettorali! Ma questo è per un’altra volta! Sto ancora imparando! E non vedo l’ora di vedere quale nuova lezione mi porterà il domani!

da qui

mercoledì 16 dicembre 2020

I CONTADINI NELL’ARTE E NELLA LETTERATURA. GLI ESEMPI DI CARLO LEVI E JOHN STEINBECK - Enrico Picone

 

Due diverse forme di impegno intellettuale ci intrattengono come autori o come lettori, e tranne straordinarie eccezioni tendono a escludersi a vicenda. Sono queste il saggio e l’arte. L’antitesi tra ricerca e vocazione si evolve nella contesa di soggetti che vengono quindi trattati e tramandati da due tradizioni parallele. I contadini figurano tra i soggetti più emblematici di questa contesa: frequentissimi nell’immaginario artistico e centralissimi nell’attenzione dei saggisti.

A partire dal XIX sec., la tradizione storiografica si interroga sull’utilità dell’invenzione, intesa come congettura narrativa che sopperisce alla scarsità di documentazioni intime e private dei personaggi rurali.

Nel saggio Del romanzo storico, pubblicato pochi anni dopo la stesura della versione definitiva de I Promessi Sposi, Manzoni promuove la narrazione storica paragonandola a una carta topografica, che rispetto a quella geografica vuole rappresentare alture e rilievi. Bazzoni la intende invece come una «gran lente in un punto dell’immenso quadro tracciato dagli storici». Il quadro è quello della sconfinata scena umana, il punto isolato sono i contadini e la loro cultura “subalterna”. A Natalie Zemon Davis dobbiamo il lavoro di ricerca sulla vicenda di Martin Guerre, la storia di un furto di identità del XV sec. riproposta nel saggio Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento (Einaudi, 1984), e che nella sua travagliata vicenda editoriale si è proposta come uno dei principali casi di narrazione storiografica. Impossibile non ritrovarsi tra i lavori di Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi (Einaudi, 1976) e la postfazione al saggio della Zamon Davis insistono sull’importanza dell’intreccio tra realtà e finzione che consente di indirizzare la ricerca verso scene di vita privata, costrette ai margini della scena umana dall’analfabetismo a dagli altri fattori che hanno causato la scarsità di fonti scritte. Per secoli, le fonti letterarie hanno inserito il contadino nello schema della commedia, dicendo ben poco su speranze, sentimenti e percezione dell’esistenza. A Ginzburg dobbiamo anche la splendida citazione di Céline in apertura del suo saggio: «Tout ce qui intéressant se passe dans l’ombre… On ne sait rien de la véritable histoire des hommes» «Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini».

Parallelamente, la sensibilità degli artisti è solcata da sempre dalla condizione esistenziale contadina. Nell’immaginario calvinista ad esempio, la loro esistenza è subordinata alla redenzione, allo sfinimento e alla conquista ascetica della salvezza. Ma nell’arte, l’idea della salvezza veicola sentimenti di commozione e fascinazione che in particolar modo emergono prepotentemente in due opere del XIX sec., l’Angelus di Millet e I mangiatori di patate di Van Gogh. Sono opere immense e fondamentali per la storia dell’arte che si sarebbe scritta dopo di loro. L’Angelus avrebbe prodotto un importante effetto sull’inconscio di Dalí, che con le sue paranoie aveva lo stesso rapporto che il domatore instaura con la tigre, manipolandole secondo il metodo paranoico-critico tutto a beneficio dell’arte e di chi vuol fruirne. A Nuenen, Van Gogh confessa al fratello di sentirsi nauseato dalla pittura da studio: «Ma andate un po’ a sedervi fuori! Dipingete sul posto! Vi capiteranno ogni sorta di avventure». La sua malinconia era un pericoloso ordigno interiore, e i campi e le facce dei contadini hanno provocato la deflagrazione dei colori «che seguono quasi da se stessi – scriveva a Theo – e prendendo un colore come punto di partenza, ciò che ne deriva, e come mettervi vita, mi si presenta chiaramente allo spirito». Sempre a proposito dell’impiego del colore, vi è un altro irresistibile frammento di questa lettera (n. 429, ottobre 1885) in cui spiega di voler rinunciare al «colore locale», di partire dai colori della tavolozza piuttosto che da quelli della natura: «della natura conservo una certa sequenza, una certa esattezza per quanto concerne l’uso dei colori… ma che il mio colore sia alla lettera esattamente fedele, questo conta meno per me, purché sulla mia tela appaia bello come nella vita». Millet era figlio di contadini, partecipava alla vita nei campi e si sbracciava al loro fianco. Eppure guardava a quella condizione dalla prospettiva di chi non vi appartiene e ne subisce tutto il fascino proprio in virtù dell’estraneità a quel contesto. Quando si trasferisce a Nuenen, Van Gogh è solo all’inizio del suo itinerario, e guarda a quel mondo dalla stessa prospettiva di Millet, sulla scorta di una educazione protestante e dell’ispirazione di chi ha varcato i confini di un mondo che gli è estraneo.

Eppure, all’inizio del Novecento la letteratura ha imparato a ritrarre i contadini rinunciando in parte all’intento speculativo sociologico, storiografico o politologico. È bello pensare che abbia ereditato la vocazione pittorica degli artisti che hanno rappresentato la condizione esistenziale contadina. Chi meglio di Carlo Levi, pittore e scrittore, è in grado di raccontare questa evoluzione letteraria? E chi meglio di John Steinbeck ha saputo armonizzare cronaca e vocazione? Cristo si è fermato a Eboli  e Furore sono due romanzi molto diversi, ma entrambi convergono a mezzo di ispirazione poetica verso l’immagine del contadino. Guardano alla sua condizione da vicino, si percepiscono i loro sentimenti di solidarietà sociale e di commozione artistica (in questo, più Levi di Steinbeck). Le due opere assumono la forma di un voyage intrapreso dagli autori attraverso le tre strade che delimitano la dimensione contadina: dolore, redenzione, salvezza. Sono opere diverse perché concepite lungo due viaggi interiori diversi. Per Steinbeck, Furore rappresenta il suo punto di partenza biografico, l’opera lo consacra come intellettuale e come cronista. Per Levi, il suo Cristo rappresenta il binario di arrivo di una vita intensa e romantica sotto il profilo dell’attivismo politico e delle avventure che forse Steinbeck gli avrebbe invidiato.

Nascono entrambi nel 1902. Nel 1918 Levi fa la conoscenza di Piero Gobetti, Steinbeck si iscrive ai corsi della Stanford University che frequenta saltuariamente. Nel 1926, Levi aiuta i socialisti a fuggire all’estero, lo stesso anno in cui Ferruccio Parri e i fratelli Carlo e Nello Rosselli pianificano la fuga di Turati con il motoscafo che Adriano Olivetti aveva acquistato e testato a sue spese. Queste erano le amicizie di Carlo Levi, che si avvicinerà al movimento «Giustizia e Libertà». Levi aveva iniziato a dipingere a circa vent’anni, affascinato dalle opere di Modigliani e Soutine aveva interpretato il loro grido interiore come una forma di ribellione culturale anti-gerarchica (e quindi antifascista). In quegli anni, Steinbeck tenta di affermarsi come scrittore svolgendo diversi lavori per mantenersi, ma senza riuscire a riscattarsi. Nel 1934, Levi viene arrestato (per la seconda volta) e confinato dapprima a Grassano e poi a Galliano, in Lucania. L’anno successivo Steinbeck pubblica Pian della Tortilla, il suo primo successo, e nel 1936 è inviato in California dal San Francisco News per condurre un’inchiesta sui braccianti. Nel 1939, quando Levi si reca in Francia dove scrive Paura e Libertà – un’opera ideologicamente più impegnata del Cristo ma diffusamente considerata come il prologo di quest’ultimo – Steinbeck pubblica Furore. L’esperienza del confino matura nell’inconscio di Carlo Levi per circa dieci anni, concependola pittoricamente secondo un’armonia cromatica spezzata nell’accostamento dei colori funerei delle case e di quelli torridi del paesaggio brullo, conservandone una certa sequenza purché la narrazione appaia bella come nella vita.

 

Inizia la stesura nel dicembre del 1943 nella sua casa di Firenze, quando era occupata dalle truppe naziste, e lo completa nel luglio successivo. Quell’anno, Steinbeck giunge a Londra come corrispondente di guerra, si reca poi ad Algeri e da qui segue la campagna d’Italia, arrivando a Salerno l’11 settembre.

Attorno a queste due opere si è addensato un pulviscolo di intellettuali che ci supportano nel recepirne il valore. A Calvino dobbiamo una importantissima disamina del Cristo, per Furore non si può invece ignorare la riflessione di Harold Bloom. Proprio come Van Gogh, Carlo Levi ha varcato i confini del proprio mondo, scoprendo un limite tanto geografico quanto psicologico. Calvino ci aiuta a comprendere la portata di questo impatto, e gli effetti letterari che caratterizzano l’opera. Ci suggerisce infatti come questa sia «direttamente legata alla testimonianza del nostro tempo. Perché testimoni del nostro tempo ce ne sono tanti, è la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che il testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, e l’ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo». Si ritrova ovvero il tema del limite che sta al centro di Cuore di tenebra. Levi non patisce il terrore di Kurtz, ma avverte, e descrive, lo smarrimento dovuto alla sua condizione di estraneità in un mondo alienato rispetto alla storia cristiana occidentale. «Che il mondo vero sia quello e non il nostro, per lui è una certezza» scrive Calvino, e noi ce ne rendiamo conto tutte le volte che leggiamo cose come questa: «un brusio indistinto mi gira attorno in grandi cerchi, e di là c’è un profondo silenzio. Mi par de esser caduto dal cielo, come una pietra in uno stagno». E ancora, per descrivere la percezione mistica del non-tempo, Levi non manca di soffermarsi a contemplare un vecchio cane: «Migliaia di mosche anneravano l’aria e coprivano le pareti: un vecchio cane giallo stava sdraiato a terra, pieno di una noia secolare». La Lucania di Levi è fuori dal tempo, subordinata alla magia e all’impotenza perenne, perfino la morale è astratta rispetto a tutti i suoi contrari. La povertà è un male intrinseco di tutte le cose, e non vi è alcun bene da contrapporgli.

La morale cristiana non è pervenuta a Galliano, non vi può essere un Sermone dei Calanchi che faccia le veci del Discorso della Montagna, non vi può essere passione ma solo passività. Soltanto la sensibilità di un poeta può riconoscere la bellezza che si cela nell’impotenza e nel dolore esistenziale dei contadini. A Galliano tutti sanno che il marito della vedova è stato ucciso dalla strega contadina sua amante attraendolo con dei filtri d’amore. Nessuno, oltre Levi, subirebbe il fascino dello zoppo che soffia nel corpo di una capra morta, allo scopo di sollevarne la pelle per facilitarne lo scuoiamento a un angolo della piazzetta, dove «la capra, nuda e spelata come un santo, rimase sola sul tavolaccio a guardare il cielo».

 

Può una narrazione di questo tipo essere considerata una forma di cronaca? Calvino riconosce a Levi il fatto che le «notizie» da lui riportate «raramente si trovano sui giornali» e che si tratta di «notizie di paesi dove prima dell’alba gli uomini sono in marcia per raggiungere i campi lontani, notizie di lutti, di arresti, di occupazioni di terre, ma anche notizie di filtri d’amore, di incantesimi, di spiriti notturni». La differenza con la cronaca redazionale che vuole informarci dei fatti si spiegherebbe a partire dalla vocazione. In Carlo Levi vi è la stessa vocazione pittorica che si compie non mediante l’iridescenza del tratto ma a mezzo della forma scritta. Steinbeck aveva un temperamento diverso rispetto a quello del medico-artista-attivista torinese. Avvertiva una decisa vocazione letteraria, era ovvero consapevole di saper imprimere uno stile portentoso alla scrittura. Harold Bloom riconosceva all’opera Furore il tono biblico già presente in Whitman e Hemingway, ma che a dispetto di quest’ultimo risulta troppo ovvio e quindi meno sorprendente. Ma Furore è irrimediabilmente considerata una delle più audaci cronache letterarie, che adotta come causa la migrazione degli okies verso la California. Irrimediabile è inoltre la lettura politologica della cronaca, che spesso rischia di imputare a Steinbeck l’intenzione di manipolare la narrazione con finalità speculative. La grandezza di Furore consiste sicuramente nella rappresentazione politicamente consapevole della condizione socio-economica del contadino del midwest, ma non per questo è priva di ispirazione poetica, anche se meno percepibile rispetto al Cristo di Levi. È una delle opere che meglio esprime l’audacia e l’alterità degli scrittori americani, che impiegano il proprio talento allo scopo di progettare una struttura narrativa portentosa retta interamente sulla forza delle allegorie. La più nota è sicuramente quella della tartaruga, fiera e vivace mentre attraversa la strada deserta, ma in balìa degli eventi come la famiglia Joad. Eppure c’è qualcosa che Steinbeck non poteva progettare razionalmente. Questo straordinario monumento contiene infatti un nucleo vitale, denso di vocazione poetica. Come nel Cristo, il superamento del confine psicologico è raccontato sulla scorta di un’angoscia che Steinbeck conosceva bene, quella di sentirsi costretti a lasciare il proprio habitat perché non vi è altro che polvere, e di intraprendere una migrazione verso una meta incerta, ma bella da sognare. La desolazione descritta da Steinbeck è oltretutto quella più tipica dell’immaginario americano. A leggerlo oggi per la prima volta viene quasi una certa voglia di America, di deserto, di voglia di migrare.

Giunti alla meta non vi è che la disillusione, il viaggio non è terminato, perché il viaggio dei contadini è per sempre e da sempre imprigionato nella condizione esistenziale impotente che ha commosso gli artisti più grandi e sensibili, anche di quelli che scegliendo la forma scritta vengono relegati al ruolo di cronisti, piuttosto che di poeti.

da qui