La recente vittoria elettorale dell’estrema destra, guidata da Abelardo de la Espriella, è stata percepita come una dura sconfitta dai movimenti sociali e dalle organizzazioni di base, quasi tutte sostenitrici di Iván Cepeda, che avrebbe continuato le politiche di Gustavo Petro, il primo presidente progressista nella storia colombiana.
La
settimana scorsa ho visitato cinque organizzazioni di base a Bogotá,
quasi tutte con sede nei quartieri popolari della periferia, e uno spazio per
l’educazione popolare e il pensiero critico, l’Università della Terra e della
Memoria Orlando Fals Borda (Unitierra). Durante le discussioni a
Unitierra, a cui hanno partecipato membri di una mezza dozzina di gruppi, il
primo e più primario problema emerso è stato il timore per la retorica
militarista e aggressiva del nuovo presidente.
In
particolare, le donne hanno espresso timore nell’uscire di notte.
Altre voci hanno manifestato frustrazione nei confronti del partito
Pacto Histórico (centrosinistra, ndr),
al potere da quattro anni. Un importante leader sociale nero e sacerdote Yoruba
ha lamentato il “tradimento” dei funzionari del partito e di coloro che
ricoprono posizioni di autorità, sottolineando al contempo gli effetti
trasformativi del potere sugli individui. “Il diavolo entra dalle tasche”, ha
detto. Un leader Misak di Cauca, che ho incontrato molti anni fa, ha aggiunto:
“Senza l’Assemblea Costituente del 1991, noi indigeni avremmo fatto più
progressi”. Nonostante il pessimismo e le incertezze, tutti i partecipanti
hanno ribadito il loro impegno a proseguire la resistenza.
Il
secondo punto discusso è stata la volontà collettiva di approfondire i
dibattiti volti a rafforzare la resistenza all’estrema destra, il cui
primo passo dovrebbe essere “limitarne il potere”.
Nel vicino
comune di Soacha, che ospita quasi un milione di persone provenienti da
quartieri a basso reddito, ho osservato un clima di resistenza tra i giovani e
le Madri delle Vittime di Esecuzioni Extragiudiziali. Da due decenni, queste donne
lottano per ritrovare i loro figli, scomparsi per mano dell’esercito, che li
reclutava per spacciarli per guerriglieri caduti, generando così un tornaconto
personale per i comandanti. Qui, abbiamo concluso che “le cose si vedono più
chiaramente dal basso e dai margini”.
Anche i
collettivi culturali e mediatici del distretto di Kennedy (1,2 milioni di
abitanti) e del vicino distretto di Bosa hanno menzionato problemi di sicurezza
e la crisi dei movimenti sociali. Hanno concluso che, dopo quattro anni
di governo progressista, i movimenti si sono indeboliti e hanno espresso
preoccupazione per l’autonomia, un tema che raramente ho sentito nelle
città colombiane. A Usme, nell’estremo sud-est, una cittadina arroccata sulle
montagne a quasi 3.000 metri di altitudine, decine di giovani uomini e donne
hanno insistito sulla necessità di “costruire il potere territoriale”, citando
la crisi di leadership e la formazione di un “nuovo soggetto popolare”. Forse
il loro ottimismo e la loro visione lungimirante derivano dal lavoro svolto con
oltre 200 giovani del quartiere in 17 laboratori, perlopiù artistici e
culturali.
Il
primo punto da sottolineare è che ho riscontrato un’atmosfera più riflessiva e
autocritica rispetto ad altre occasioni, indubbiamente a causa della
sconfitta elettorale, ma anche per la screditazione delle avanguardie, che in
Colombia sono sempre state centrali a causa della lunga guerra civile, che
continua a mietere vittime. Tra i molti problemi, le guerre congelano
il pensiero critico e paralizzano le pratiche emancipatorie e
creative.
Il
secondo punto non è una novità e consiste nello straordinario ruolo delle
giovani donne, che costituiscono la maggioranza dei partecipanti ai movimenti e
la cui cura rappresenta la spina dorsale delle organizzazioni. C’è anche
un’alta percentuale di giovani uomini che portano avanti una cultura politica
diversa, meno patriarcale e sessista, più aperta a ogni forma di diversità.
Il
terzo aspetto è l’importante ruolo della creatività artistica, dalla
comunicazione comunitaria alla musica praticata a livello di base, come l’hip
hop, la Zumba e gli strumenti andini come il sikuris; pittura, narrazione e
chitarra, ma anche calcio e teatro di base. Ho documentato un ampio lavoro con
i bambini, dal supporto scolastico alle proiezioni di film nei mercati.
Il quarto
aspetto è che, per la prima volta in oltre trent’anni, ho osservato un
crescente sostegno all’autonomia regionale e allo zapatismo. Questo è
evidente a coloro che partecipano a Unitierra-Bogotá ed è palpabile nei quartieri
operai delle periferie urbane. Fino ad ora, avevo potuto osservare entrambe
queste tendenze solo nelle comunità indigene del Cauca. Ho anche sentito
critiche nei confronti di chi, come me, difende l’autonomia regionale, ma allo
stesso tempo, c’era apertura all’ascolto e al dibattito.
Ho
avuto la sensazione che in Colombia stiano emergendo nuove possibilità.
La fine della guerra rivoluzionaria, nonostante le violenze ancora in corso,
contribuisce indubbiamente a un cambiamento di mentalità. Le rivolte del 2019 e
del 2021 hanno certamente alimentato questa tendenza, così come il femminismo
di base e l’anticolonialismo.
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