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domenica 13 settembre 2026

Ribellarsi allo Stato è una buona cosa - Maurizio Onnis

Qui si parte dal caso specifico per arrivare immediatamente al caso generale. Il caso specifico è la speculazione energetica in Sardegna. Centinaia di progetti eolici e fotovoltaici per la produzione di energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili. Richieste a Terna, che gestisce la rete, e al ministero dell’Ambiente: passano sopra la testa delle comunità locali, il cui parere non viene tenuto in nessun conto.

Subito dopo: autorizzazioni rilasciate dalle autorità centrali, dallo Stato, in barba a qualsiasi interesse, volere, bisogno di chi abita i territori, con conseguente imposizione di devastazione paesaggistica, sociale, economica. Sul piatto spicca solo l’interesse delle grandi compagnie multinazionali a fare soldi attraverso la vendita dell’energia sul mercato e l’incasso degli incentivi elargiti dal governo. Il che ci porta appunto alla questione generale.

Cosa deve fare chi, per sfuggire alla maledizione, tenta senza esito tutte le strade legittime e legali? Deve piegare la schiena e la testa, deve genuflettersi ai piani di chi conta davvero, adattarsi ai potenti, fingere la pace? Ma poi, perché dovrebbe? Ribellarsi allo Stato è giusto. Ribellarsi allo Stato è una buona cosa. Ribellarsi allo Stato è un nostro diritto.

Per chi non sa o cerca una conferma: il diritto

Abbiamo alle spalle, ormai, ben cinque secoli di elaborazione del diritto su questo tema: la ribellione al potere che tradisce le sue promesse, che opprime sudditi o cittadini, che non fa il suo dovere. In altre parole: il potere illegittimo.

Monarcomachi, portatori di questa meravigliosa parola che indica quelli che “combattono il re”. Il re non è il padrone assoluto del regno. Le leggi, i patti stipulati e soprattutto l’aspirazione dell’uomo a tenersi la propria libertà lo vincolano. Già nel Cinquecento rivoltarsi contro il sovrano non è peccato. Se ricorrono le condizioni, è lecito, persino un dovere.

Poi arrivano nel Seicento i giusnaturalisti e il giusnaturalismo, altro straordinario verbo che parla di diritti naturali dell’uomo. Da Ugo Grozio in poi, il governo è tenuto a osservare i diritti primigeni dei governati, inscritti nel nostro essere umani, nell’essere noi semplicemente nati. Diritti che nessuno deve conferirci, regalarci, concederci: ce li abbiamo già, sono dentro di noi e dobbiamo pretenderne il rispetto. Il diritto a resistere al tiranno si consolida.

E passa in tutte le Dichiarazioni al cui studio ci costringe la scuola e che dimentichiamo in fretta. Fortunatamente, loro non dimenticano noi. Hanno sedimentato, si sono accumulate, i loro principi sono migrati da un documento al successivo, fino a diventare non l’espressione estemporanea di una rivoluzione o dell’altra, ma diritto pieno e valido per tutti, sempre e ovunque.

Dalla Dichiarazione d’indipendenza americana alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che risalgono alla fine del Settecento. A progredire verso la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di metà Novecento, la quale ammette apertamente il diritto a "ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione". Sono queste le pietre miliari che ci proteggono. Non si tratta più di resistere al re cattivo. Diventa legge il diritto di rivoltarsi contro qualsiasi potere illegittimo, dittatoriale, oppressivo. E così è oggi.

Un diritto che nessuno può levarci o negarci, perché è nostro dalla culla, da prima che ne siamo consapevoli, da prima ancora di fare ingresso nella società. Il punto non è la sua esistenza o rilevanza. Il punto è cosa siamo disposti a fare noi per difenderlo ed esercitarlo a vantaggio nostro e della comunità.

Per chi non sa o cerca una conferma: la storia

Verso la fine del Cinquecento, gli olandesi decidono che ne hanno abbastanza delle tasse e delle angherie di Filippo II. Stanno sotto la Spagna e scelgono di fare da soli. È guerra per decenni, ma alla fine ottengono la libertà: perché, sostengono, chi governa deve difendere il popolo e se al contrario lo opprime diventa "un tiranno e i sudditi [...] sono autorizzati a [...] deporlo".

A metà del Seicento anche gli inglesi passano ai fatti. Il re ha spiccati progetti assolutisti e loro, guidati dal parlamento e da Cromwell, gli si rivoltano contro, lo battono sul campo, lo catturano, processano, condannano e decapitano. Tutte le corti d’Europa inorridiscono, ma da allora è chiaro. Il monarca può anche farsi passare per re di diritto divino. Poi c’è il popolo, che chiede un altro tipo di patto ed esige che sia rispettato.

Gi americani e i francesi ribadiscono oltre un secolo dopo. Gli americani abbattono dal piedistallo le statue di Giorgio III, despota lontano che pretende di comandarli. I francesi usano la ghigliottina, dando spettacolo pubblico della testa coronata che rotola a terra.

Ottocento e Novecento. Non si contano le rivoluzioni condotte nel nome della libertà e del cittadino, contro il potere assoluto, contro i tiranni, contro il dominatore straniero. Dittatori a testa in giù. E sempre la rivolta si scatena quando chi governa supera il limite: il limite è giocare con la vita dell’uomo e della donna come se fosse tua, dando per scontato di poterne fare ciò che vuoi. Non è così. Si sopporta molto, ma quel limite non va superato. L’intollerabile diventa la leva che scatena il conflitto.

Non tutti l’hanno capito. Ancora oggi vediamo in giro per il mondo governanti e Stati che considerano la vita, dei propri cittadini, dei cittadini altrui, un gioco. Al quale divertirsi senza pagare prezzo. Finché il conto si presenta, improvviso e tutto in una volta.

Ignoranza o vigliaccheria? Vigliaccheria

Torniamo al concreto, a ciò che davvero accade dalle nostre parti. Un sindaco dice che non può rispettare lo Stato quando lo Stato non tratta il sindaco da pari. 

Se lo Stato fa e disfa senza nemmeno sentire chi vive su quel territorio, lo Stato tradisce il suo compito, che è favorire la partecipazione dei cittadini alle scelte di tutti. Lo Stato che obbliga senza dare, spiegare, condividere, lo Stato che impone con la forza è uno Stato che non merita i guanti bianchi. È uno Stato al quale bisogna controbattere colpo su colpo.

Un altro sindaco rimbrotta il primo. Hai giurato fedeltà allo Stato e alla bandiera. Quel giuramento vincola: non puoi disobbedire, puoi esprimere rammarico, parere contrario, agitarti, ma alla fine devi adeguarti. Tu sindaco sei lo Stato, anche tu sei Stato, sei tenuto a seguire le scelte del potere, anche quando non ti piacciono, anche quando è scomodo. 

È ignoranza di secoli di pensiero oppositivo? Sarebbe già colpevole. Bisogna conoscere quanti e quali sforzi sono stati fatti, e da chi, per liberarci dal Leviatano. Se non sai questo, se non l’hai masticato, fatto regola tua, ti manca un pezzo essenziale di mondo, di autonomia, ti manca la capacità di autogovernarti. Nessuna autodeterminazione può venire da chi nemmeno sa che autodeterminarsi è possibile. Ma sarebbe troppo facile e generoso.

Questa è vigliaccheria. È la scelta di abbassare la testa perché tenerla dritta sul collo è troppo faticoso. Il compromesso è più facile. Una vigliaccheria, certo, spesso inconsapevole: il patrimonio culturale, intimo, connaturato a molti, spinge in quella direzione. Nemmeno ci si accorge. Ma non perciò la codardia è giustificata. Chi ha tutti gli strumenti per capire e non li sfrutta compie peccato mortale. Non perde solo la sua libertà, rischia anche quella di chi gli sta attorno.

Ribellarsi allo Stato si può. Ribellarsi allo Stato è un dovere. Ribellarsi allo Stato è l’unico modo.

da qui

giovedì 13 agosto 2026

Avidità vince, Piketty perde - Maurizio Onnis

 

Peter Thiel ci fa paura. Perché fonda, accumula, consuma società a ritmo forsennato, con fame insaziabile. Per quel suo apparire e sparire improvvisamente nei luoghi più lontani del pianeta. Perché parla con noncuranza di “Anticristo” e “Apocalisse”, risvegliando paure antichissime. Perché la sua identità politica è una minaccia: conservatore, ultrareazionario, convinto che la democrazia sia instabile e pericolosa. Perché è potentissimo e detta le decisioni ai governi. Perché non è mai stanco di accentrare a sé ogni cosa.

Se l’avidità di vita, denaro, forza, ha un nome, il suo nome è Peter Thiel. Soprattutto, Peter Thiel non è un personaggio da romanzo, da fumetto, da film, da serie televisiva. È una persona in carne e ossa. Esiste davvero. E non siamo affatto sicuri che abbia concepito Palantir per migliorarci la vita.

La politica si fa sul terreno, nelle condizioni date.

Per applicare una politica si parte da idee e programma, nella consapevolezza che idee e programma incontrano un limite, forse un ostacolo, qualche volta un brusco stop, nella pratica concreta. Nutrirsi di astrazioni fa bene solo fino a che si resta a livello di teoria. Cioè molto in alto. Non appena si scende a terra, le astrazioni mostrano il loro vero volto: ipotesi, che nove volte su dieci non superano il vaglio del reale. Tra le “condizioni date”, la più vincolante è incarnata dalle persone. Non c’è sogno o utopia che esoneri la politica dal misurarsi con uomini e donne in carne e ossa: storia raggrumata di passato, presente e futuro, speranze e paure, pregiudizi radicati anche quando assurdi, prepotenza e benevolenza. Tutto mescolato in una pozione impossibile da maneggiare senza ustionarsi.

Anche avidità. E l’avidità va presa sul serio. Perché sottacerla, fingere che non esista, che non sia costitutiva nostra, porta inevitabilmente al fallimento. Nessuna promessa di un radioso avvenire ha successo se pretende di espungere l’avidità dal novero delle passioni che vanno accettate, comprese, semmai instradate.

Non è antropologia, sociologia, psicologia. È prima di tutto politica.

Ancora più chiaramente: è il problema di una parte politica, la più progressista, la più a sinistra dello schieramento, che non trova sbocchi concreti nel mondo reale perché si rifiuta di conoscere e riconoscere le dinamiche del mondo reale.

Ecco qua: «Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso». Articolo recentissimo del “Fatto Quotidiano”.

Probabilità che un piano come quello di Piketty e soci si traduca in solide misure legislative, approvate dal Parlamento di un qualunque Paese occidentale in un futuro anche solo vagamente prevedibile? Nessuna. 

Si individua il problema, che esiste ed è dolorosamente concreto: ingiustizia sociale e crisi climatica. Si ipotizza una soluzione agli squilibri planetari logica e legittima ma per niente nuova: la redistribuzione della ricchezza. Si disegna un futuro globale fatto di percentuali: togli un tot dalle tasche di qualcuno e lo infili nelle tasche di qualcun altro. Il mondo migliora, sta scritto, come per incanto.

Realismo? Nessuno. Praticabilità? Nessuna. Aderenza ai rapporti di forza che sul terreno vincolano i rapporti sociali? Nessuna. Scarsissima stima, si direbbe, per le pulsioni che muovono gli uomini. Pulsioni buone, per fortuna, ma anche pulsioni poco eleganti: l’avidità, appunto, che spinge chi ha a volere di più. Rendendolo, a occhio e croce, non molto favorevole a cedere il 90% del reddito. Quei soldi sparirebbero, si nasconderebbero, diverrebbero inaccessibili, e la natura egoistica del capitale distruggerebbe il meccanismo stesso dell’equazione fiscale riparativa.

Bisogna dirlo, volendo fare l’avvocato del diavolo.

L’avidità non è solo una passione orrenda, che porta a schiacciare il prossimo nel nome del proprio tornaconto. È anche un motore potente. E a volte, quasi per caso, insieme a profonde disuguaglianze crea opportunità. Pretendere di vederci solo il male è segno di cecità ideologica.

Henry Ford faceva soldi a palate, ma voleva anche che i suoi operai avessero i salari migliori d’America (così poi si sarebbero comprati il Modello T). La Cina, quasi cinquant’anni fa, ha realizzato la fusione fredda: comunismo di Stato e capitalismo individuale riscritti e riversati nel capitalismo di Stato. È stato boom economico, anche se al prezzo di massicce e terribili migrazioni interne. Poi: qualcuno vuole negare che le socialdemocrazie europee abbiano fatto bene? Ma come altro si può definire il welfare occidentale se non una raffinata forma di “avidità controllata”? Ne abbiamo beneficiato tutti.

Non è vero che, a causa dell’avidità, pochissimi ci guadagnano e moltissimi, la stragrande maggioranza, ci rimettono. È storicamente falso. A meno di voler smentire le statistiche che dicono: negli ultimi due secoli, nel mondo, la percentuale di persone in povertà estrema è crollata dal 90% a meno del 10% attuale.  Perciò: giustificare l’avidità, nel nome dei suoi benefici, più o meno larghi, è sbagliato. Fingere di non vederla è un errore ancora più grande. Chi la elimina dall’orizzonte, chi costruisce interi palinsesti politici senza tenerla in conto, si allontana semplicemente dal pensiero della maggioranza.

La maggioranza magari ha torto, ma senza maggioranza non si arriva al potere, non si governa, non si fanno leggi che deroghino all’avidità. Per incanalarla o per stroncarla alla radice. Ma non per decreto.

Tornando al World Inequality Lab e a chi altro disegna scenari futuri per un mondo più giusto.

Nel Novecento, abbiamo avuto anche in Occidente molti esempi di misure redistributive parziali di successo. Ma elevare a sistema la redistribuzione della ricchezza non ha mai funzionato. Chi ci ha provato ha fallito. Nella cassetta degli attrezzi bisogna infilare, prima di iniziare a muoversi, alcune convinzioni fondamentali. Premesse necessarie a calarsi nella realtà senza ipocrisia e senza timore di chiamare le cose con il loro nome.

La natura umana esiste, se per “natura umana” intendiamo l’insieme delle pulsioni, emozioni, sentimenti, consapevoli o no, razionali o meno, che ci spingono ad agire. Siamo capaci, allo stesso tempo, di amare alla morte i nostri figli e di odiare a morte uno sconosciuto solo perché è nato troppo più a sud di noi. Per rimettere le cose a posto, vale dire per incamminarci verso un mondo che dia a tutti le stesse opportunità, non basta invocare giustizia e solidarietà. Questo significa vedere solo un pezzo del problema, chiudere gli occhi davanti al reale.

Non serve nemmeno illuminare graziosamente chi non ha capito, spiegandogli la questione e facendo pesare il nostro vago senso di superiorità. Questo è paternalismo. Che diventa elitarismo quando ci si rifugia nella convinzione che gli altri non ci arrivino per malafede, ignoranza o qualsiasi altra causa serva ad affossare loro e giustificare noi. 

Non servono nemmeno formule solo meccaniche. Degli economisti si può dire un gran male ma bisogna ammetterlo: a qualunque scuola si siano formati, molti di loro sanno ormai che non si riduce tutto ad un’equazione legata al mercato, alla moneta, agli investimenti. C’è molto di più da contemplare, dato l’animo umano, e questo “molto” non entrerà mai in una formula prescritta e di sicuro successo. Non funziona così.  

Per giocarsela con l’avidità, bisogna prima di tutto conoscerla e riconoscerla. Ammettere che l’uomo può fare cose buone e cose cattive, essere egoista e allo stesso tempo solidale. Serve evitare di sovrastimare le potenzialità emulative del bene: non illudersi che chi vede il bene sia spinto a fare il bene. Solo dopo, elaborare proposte che affrontino il problema.

Cosa ce ne facciamo di un progressismo che volta la faccia davanti a Pat Bateman?

A moltissimi piacerebbe ancora oggi indossare, con eleganza disinvolta, completi Canali, camicie Ike Behar, cravatte Bill Brass e scarpe Brooks Brothers. Proprio il tipo di abbigliamento, segno di successo naturale, da predestinati, che copre il corpo giovane e muscoloso di Pat Bateman e dei suoi amici. Naturalmente, senza gli allucinati omicidi notturni, perché siamo persone pacifiche. Ma questo è il sogno.

È probabile che Bateman non incontrerà mai Rousseau. Se lo incontrerà, ascolterà distrattamente le sue idee sull’origine sociale dell’avidità. Per poi dileggiarlo, parlandogli alle spalle. Quindi: chi ha un’idea su come trasformare l’avidità in un fattore positivo per tutti?

Si faccia avanti.

da qui

venerdì 11 luglio 2025

Il candidato - Maurizio Onnis

 

Maurizio Onnis, scrittore, prestato alla politica, e sindaco di Villanovaforru, si trova al centro della scena da diversi anni per opporsi alla devastazione delle pale eoliche sul territorio del comune che amministra e sui territori della Sardegna (e non solo).

Con il libro* sceglie di continuare la sua battaglia a difesa di tutti adottando la forma del romanzo (politico, ça va sans dire), il protagonista è un giornalista che arriva in Sardegna per un’inchiesta a seguito dell’arresto del futuro presidente della Regione causato da speculazioni legate all’energia. E come i bravi giornalisti sceglie di ascoltare tutte le campane, il romanzo è praticamente il taccuino degli appunti e delle interviste (e confessioni), una sinfonia di tutte le informazioni e opinioni disponibili, e poi sarà compito del lettore tirare le fila (visto che l’inchiesta non verrà pubblicata sul suo giornale).

 

La storia è quella di un colonialismo e capitalismo estrattivista**, nel quale ci sono e ci saranno territori che dappertutto vengono e verranno sacrificati per il consumo e l’economia di altri paesi.

Per quanto riguarda la Sardegna i campi di energia solare e i parchi eolici sono proprio un esempio, l’ultimo, del vorace colonialismo e capitalismo estrattivista, con la creazione di aree di sacrificio.

Non è certo la prima volta, basta pensare al disboscamento della Sardegna nell’Ottocento, alle basi militari che si appropriano di terre e mare sardi, e, perché no, all’emigrazione (sarda, meridionale e dal sud del mondo) verso tutto il ricco Occidente.

 

In un ottimo film spagnolo, As Bestas, di Rodrigo-Sorogoyen (qui una recensione) si racconta la devastazione materiale e morale dell’introduzione delle pale eoliche in un villaggio di montagna della Galizia (ma potrebbe essere in Sardegna, senza troppe variazioni).

  

In tutti i progetti dei parchi eolici si prevede il piano di dismissione dell'impianto e di ripristino dei luoghi alla fine della vita utile (QUI un esempio)

Il plinto, la base della pala eolica, arriva a 25 metri di profondità, lo fanno con mille metri cubi di calcestruzzo e sessanta tonnellate di acciaio, che corrisponde a centottanta betoniere da cinque tonnellate e mezzo per ogni plinto (pagina 71).

 

Possiamo pensare che società con 10000 euro di capitale, dopo 25 o 30 anni di superprofitti sicuri (grazie alle leggi italiane), che avranno sede giuridica in qualche paradiso fiscale (dove ci sarà solo una casella intestata alla società), spenderanno soldi per ripristinare i luoghi alla fine della vita utile, senza che nessuno abbia chiesto una fideiussione di almeno un milione di euro? (Stefano Deliperi ritiene che l’obbligo della fideiussione avrebbe ridotto le richieste di concessione di parchi eolici almeno del 90%).

 

In un ottimo film francese, Louise Michel, di Benoît Delépine e Gustave Kervern (qui una bella recensione) si racconta il processo per arrivare a individuare il “padrone” in carne e ossa dell’impresa insolvente verso i suoi dipendenti

  

Il libro è dedicato agli amici e alle amiche dei comitati che, da anni e in tutta la Sardegna, difendono l’isola dalla speculazione energetica.

I diritti d’autore ricavati dalle vendite di questo libro verranno devoluti al Gruppo d’Intervento Giuridico (GRIG)

 

 

*https://www.recommon.org/estrattivismo-e-resistenza-intervista-a-raul-zibechi

*https://www.focsiv.it/il-modello-di-estrattivismo-gigantismo-e-aree-di-sacrificio

*https://www.recommon.org/lidrogeno-verde-alla-fine-del-mondo/

*https://www.lafionda.org/2024/04/29/la-speculazione-eolica-e-fotovoltaica-come-colonialismo-energetico/

  

Questo è il romanzo della nostra resistenza, la resistenza dei sardi alla speculazione sul vento e sul sole che colpisce oggi l’isola. È la storia del buono e del cattivo presenti nella gente e nella società di Sardegna, di come sia facile arrendersi e di come sia difficile ma necessario lottare per difendersi. È una storia politica, cruda e vera, ed è una storia senza finale. Perché il finale dobbiamo ancora scriverlo, tutti assieme, senza paura di affrontare l’avversario: solo così potremo diventare padroni del nostro futuro.

da qui

 

 

scrive Stefano Deliperi:

Un romanzo, una storia.

Verosimile, forse vera.

E’ quello che verosimilmente accade in quest’Isola nel bel mezzo del Mediterraneo occidentale.

Forse accade davvero.

Maurizio Onnis è scrittore ed è sindaco di Villanovaforru, piccolo centro della Marmilla assediato dalla più greve speculazione energetica.

Si è caricato di grandi responsabilità nel difendere la propria Terra con coscienza, competenza, ma anche un po’ d’ironia, che è il sale della vita.

Per questo ha scritto Il Candidato, edito da Catartica di Giovanni Fara, a breve nelle librerie e online. 

E con grande generosità ha deciso di devolvere i diritti d’autore al GrIG, lo ringraziamo veramente di cuore.

Così ne parla l’Autore:

“Verso metà mese, arriverà in libreria questo mio romanzo breve, che ho scritto per:

– celebrare chi da anni lotta contro la speculazione energetica in Sardegna;
– fare a pezzi chi, invece, svende per pochi spiccioli se stesso, la nostra terra e la nostra dignità;
– darmi e dare a chi lo voglia uno strumento di lotta politica.

Siccome scrivo per mestiere, ho messo giù la storia perché ci trovi un senso e del divertimento pure chi non è interessato a politica o questione energetica.

 

I diritti d’autore andranno per intero al Gruppo d’intervento giuridico.

L’editore è Giovanni Fara, di Catartica, che ha letto il testo e deciso di pubblicarlo. Perciò lo ringrazio.

Spero che questo libro diventi un mezzo, uno tra i tanti utili a condurre la nostra battaglia. Battaglia, serve ricordarlo, che non possiamo permetterci di perdere
”.

Speriamo di poterlo presentare pubblicamente presto, intanto andiamo in libreria, compriamolo online .

Si, “questo è il romanzo della nostra resistenza, la resistenza dei sardi alla speculazione sul vento e sul sole che colpisce oggi l’isola. È la storia del buono e del cattivo presenti nella gente e nella società di Sardegna, di come sia facile arrendersi e di come sia difficile ma necessario lottare per difendersi. È una storia politica, cruda e vera, ed è una storia senza finale. Perché il finale dobbiamo ancora scriverlo, tutti assieme, senza paura di affrontare l’avversario: solo così potremo diventare padroni del nostro futuro.”

E, statene tutti certi, è una battaglia che combatteremo fino in fondo, per vincerla. 

Ne va del futuro di questa Terra.

Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da qui

 

 

scrive Ivo Murgia:

Conosciuto in Sardegna soprattutto per la sua attività politica, Maurizio Onnis in realtà si occupa di editoria, a vario titolo, da molto tempo. Questo è il suo primo romanzo con un editore sardo, Catartica di Giovanni Fara, ed è di una drammatica attualità. Il candidato racconta infatti della battaglia dei sardi contro l'aggressione al loro territorio da parte di stato centrale e multinazionali per farne la batteria di scorta del continente, sacrificando l'immenso patrimonio paesaggistico sardo senza nessun beneficio e senza che nessuno si sia premurato di chiedere la loro opinione in proposito. Ma se risulta odiosa l'imposizione esterna, calata dall'alto con la forza, manu militari, altrettanto fastidiosa risulta la cecità di tutti quegli ingegneri e professionisti sardi che hanno firmato e collaborato ai progetti pensando unicamente al proprio tornaconto, senza preoccuparsi minimamente dei danni alla terra in cui vivono o di cosa lasceranno ai sardi di domani. Nei loro confronti, Onnis non è meno tenero, giustamente, o meglio il protagonista o meglio ancora, gli intervistati dal protagonista. Sì, perché il libro è costruito in forma di interviste, che ricordano un po' Il figlio di Bakunin di Sergio Atzeni, un'inchiesta giornalistica romanzata condotta da un giornalista continentale spedito in Sardegna per cercare di capire perché i sardi siano "contro le rinnovabili". Non ci capirà molto, per sua stessa ammissione, segno tangibile di una nostra irriducibile alterità, e per molti versi troverà un quadro desolante di connivenze politiche, servilismo, doppiogiochismo, interessi personali che sembrano non lasciare speranza, ma il finale non è scritto. Non mancano in questa terra talenti e uomini di buona volontà e la Storia, a volte, può prendere traiettorie inaspettate ribaltando un destino che pare ineluttabile

da qui

 

 

scrive Enrico Lobina:

L’ultimo libro di Maurizio Onnis, “Il candidato”, edito da Catartica Edizioni, non è né un romanzo né una novella. E’ un atto di accusa politico per (quasi) tutti quelli che fanno politica nella sua terra, la Sardegna.

Maurizio non è un attore esterno, non vive in Italia, non è un sardo che, dall’esterno, racconta quanto è brutta la sua isola amata (se solo ci fossi io, pensano tanti sardi che sono fuori…)

Maurizio Onnis si è sporcato le mani. Da anni è sindaco di un piccolo comune della Marmilla, area rurale per eccellenza.

Questo è un libro che serve agli italiani, ma anche ai sardi.

I sardi queste cose le conoscono.

Il libro racconta come chi ha incarichi politici li usa perseguendo un fine personale o, in moltissimi casi, locale, clanistico. I due aspetti quasi sempre coincidono.

Le prospettive generali, che guardano a tutta la Sardegna e non solamente ad una piccola parte, da qua a 50, 100 anni, non esistono.

Vi è, in questa postura, anche un malinteso senso di comunità. La comunità non è la Sardegna, bensì il presente di un quartiere, di una cittadina, di un paese, o magari di un paio di paesi. Il futuro non esiste, e neanche le grandi questioni che attengono al potere vero, al futuro a lungo termine.

Il consenso è conquistato, o se volete comprato, sulla base di politiche con una visione nulla: il finanziamento per la piazza, per il campo sportivo, per la parrocchia, magari per il riammodernamento dell’azienda, o un posto di lavoro in qualche azienda pubblica o privata.

Quei sardi che votano (circa la metà, gli altri si rifiutano) spesso si accontentano, se hanno un problema di salute serio, dell’impegno di un consigliere o aspirante tale per avere una visita specialistica subito, quando magari senza la “spinta” ci sarebbero voluti anni. Il consigliere la ottiene, ed il voto della malata, e della famiglia, è assicurato.

Chi lo fa, e chi lo chiede, non sono sempre tutti persone riprovevoli.

Sono solamente persone che hanno rinunciato alla politica, quella con la p maiuscola, quella che vuole dare un futuro ai figli ed ai nipoti.

Nella gigantesca, tremenda denatalità della Sardegna, c’è anche un “mal d’anima”, oltre che una enorme carenza di servizi, dalla sanità ai trasporti, dall’istruzione al lavoro, che è causa ed effetto di questo mercimonio, che ha a che fare con questi aspetti.

Tutto questo spesso si dipinge di mezzi discorsi su “difendere il paese”, “portare qualcosa in paese”, garantire “la propria scuola”, la “propria parrocchia”, pensare “al quartiere” o “al territorio di riferimento”.

Tanti non sardi ci guadagnano da questa miopia, ed anche qualche conterraneo.

La Sardegna ridiventa oggetto, non soggetto.

Maurizio Onnis, che fa militanza politica sana, e quindi odia tutto questo, ci descrive, in modo anche caricaturale, ma non irreale, questa realtà. L’occasione è la gigantesca, epica, battaglia che lui e molte migliaia di sardi hanno condotto e stanno conducendo contro la speculazione energetica. Dietro la “transizione ecologica” c’è una colossale estrazione di ricchezza ai danni delle sarde e dei sardi. Pochissimi ci guadagnano molto, altri ci guadagnano quei soldi che servono a campare per una/due generazioni.

Ci sono stati però nel 2024, non cento anni fa, più di 200.000 sardi che si sono opposti. Numeri enormi, che la politica, in modo irrispettoso, non ha preso in considerazione.

Maurizio Onnis prende spunto da questa colonizzazione e, con coraggio, dice a tutti quelli che fanno politica, sindacato, impresa: ditemi che il romanzo non è veritiero. Accusatemi di qualunquismo. Dimostrate che sono tutte bugie.

Altrimenti, per cortesia, andatevene. Tutti a casa.

Quando si dice “non c’è classe dirigente”, riferendosi alla Sardegna, si dice una gigantesca stronzata. Questa che c’è ora è la classe dirigente che fa bene all’Italia, ed a Bruxelles, ed anche agli stessi che si sono seduti su quelle sedie “da classe dirigente”

da qui

giovedì 25 maggio 2023

I vampiri delle pale eoliche

  

Scrive Maurizio Onnis, sindaco di Villanovaforru (Sardegna):

Questa mattina ho ricevuto tre emissari di una multinazionale. Due venivano da Milano, uno da Roma, apposta per parlarmi. Molto cortesi. Mi hanno indicato la collina del territorio di Villanovaforru sulla quale si ergerà una pala da duecento metri. Progetto già depositato al Ministero dell’ambiente. Non avevano alcun obbligo di rendermi visita, ma hanno tenuto a dire che vogliono conoscere le comunità locali. Non hanno offerto compensazioni materiali: per me non sarebbe cambiato niente, ma è opportuno aggiungerlo. Siamo alla predazione pura e il padrone bianco fa quel che vuole. Tempo della permanenza in municipio: venti minuti. Naturalmente, sapendo del progetto (peraltro non l’unico riguardante Villanovaforru), ho sentito già nei giorni scorsi il nostro avvocato e il Gruppo d’intervento giuridico. Visto l’andazzo, direi che in questa ordalia siamo soli. Soli, ma non rassegnati. Come sempre da anni.

da qui

 

Spiego, in maniera semplice, i meccanismi attraverso cui la Sardegna si arrende.

Autunno 2021. Il governo italiano annuncia che stilerà una mappa delle aree idonee all’installazione di pale eoliche e fotovoltaico. Ovviamente, si guarda bene dal farla.

La RAS non fa una sua mappa delle aree idonee, affermando che non può: prima deve farla il governo. I politici sardi si scaricano la coscienza. Nessuno, in viale Trento, pensa alle alternative. Ad esempio una moratoria, che verrebbe impugnata dal governo ma servirebbe a guadagnare tempo (la famosa mappa…).

Le grandi aziende raccattano soldi. Asja, che metterà le pale a Villanovaforru, ottiene dalla Banca europea degli investimenti 50 milioni di euro, garantiti dall’Unione europea. Servono a tirare su impianti in Campania, Basilicata, Sicilia e, appunto, Sardegna.

E si arriva qua. Lo studio d’ingegneria che ha curato la progettazione per Asja è cagliaritano e i collaboratori del progetto hanno cognomi sardissimi. Dagli ingeneri ai pianificatori territoriali, dagli strutturalisti ai geologi, dai naturalisti agli archeologi: sardi ed evidentemente convinti che il destino della Sardegna sia già scritto.

Così, passato un anno e mezzo dall’inutile promessa del governo, gli agricoltori di Villanovaforru si vedono espropriare i terreni. Ciò che pensa la comunità locale non interessa a nessuno.

Tirate voi le conclusioni di questa deprimente sequela.

da qui

 

 

No parco eolico a Villanovaforru: assemblea partecipata alla biblioteca comunale

 

Si è svolta questa sera a Villanovaforru presso la biblioteca,  l’incontro promosso dal Sindaco del paese, Maurizio Onnis, contro i  due progetti delle multinazionali che vorrebbero costruire un Parco Eolico nel territorio comunale.

L’iniziativa molto partecipata ha visto la presenza di tante realtà, tra cui la Confederazione Sindacale Sarda e il Sindaco di Siddi.

Assente la Regione Sardegna, che sembra non essere interessata al tentativo in atto da parte delle multinazionali di occupare il territorio sardi con mega impianti,

Al fine di coordinare e organizzare una mobilitazione regionale contro la speculazione energetica, l’assemblea ha deciso una linea incisiva e forte contro il progetto delle pale eoliche nel territorio di Villanovaforru.

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L’energia eolica e il paesaggio massacrato – Carlo Alberto Pinelli

Con questo mio testo intendo affrontare l’argomento delle energie rinnovabili prodotte dal vento, prendendo come punto di partenza – e anche come stella polare – la mia esperienza personale; una esperienza in cui credo si riflettano – al dilà delle diversissime articolazioni individuali – le esperienze e i vissuti di tutti coloro per i quali il paesaggio non è soltanto qualcosa che si può ammirare affacciandosi da un belvedere ben protetto, magari raggiunto con una funivia, o fermando per qualche frettoloso minuto la propria auto ai margini del guard-rail di una strada carrozzabile.

Ho la pretesa di interpretare i sentimenti e le convinzioni di quella non marginale minoranza di abitanti del Pianeta che non si riconosce nella mentalità di chi riduce il paesaggio ad una gigantesca diapositiva a colori, collocata prudentemente sullo sfondo e destinata a suscitare di conseguenza solo effimere fibrillazioni estetiche. Il senso del paesaggio, per me e per tanti nostri simili, non si esaurisce nella scenografia del panorama, per quanto suggestiva essa possa apparire. Io appartengo alla schiera di quelli che i guard-rail li scavalcano, non soltanto metaforicamente e che la sera, quando si voltano a osservare un panorama, ripercorrono con lo sguardo e col cuore un paesaggio nel quale sono stati immersi per tutta la giornata e di cui conoscono ogni piega e ogni sfumatura, per averle interiorizzate, passo dopo passo, quinta dopo quinta, dislivello dopo dislivello.

Insomma uno sguardo partecipe, familiare, affettuoso come quello che si riserva a un amico, o al focolare della propria dimora materna.

Chi mi conosce immagina che i paesaggi ai quali istintivamente sto facendo riferimento siano principalmente quelli – immensi e selvaggi – che si possono ammirare dalla vetta di una montagna raggiunta dopo ore o settimane di sforzi, anche affrontando seri pericoli; paesaggi che rientrano nella categoria estetica ed etica del sublime di matrice romantica; e questo è in parte vero, non posso né voglio negarlo.

Però le immagini che si affacciano in questo momento alla mia mente appartengono a paesaggi diversi: dolci profili di colline coltivate, boschi, vigneti, pascoli, campi di grano: una natura profondamente intrisa di vicende umane e da queste minuziosamente rimodellata attraverso il paziente e saggio lavoro dei secoli. Paesaggi “non-eroici” che hanno accompagnato e sorretto emotivamente il cammino della vita di tanti di noi, dall’infanzia ad oggi e che vorremmo vedere ancora in grado di illuminare con la loro serena, sfaccettata (e mai totalmente prevedibile) armonia le esistenze dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Ho ceduto alla tentazione di questa premessa semi-autobiografica solo per introdurre in maniera non arida e non freddamente scolastica la prima parte del mio intervento; quella che tratta del significato – o meglio, dei significati – che il termine “Paesaggio” è chiamato a coprire. In coda il lettore potrà trovare una scheda esauriente relativa alla attuale situazione degli aerogeneratori in Italia. Meno drammatica, tutto sommato, di quella che si sarebbe potuto prevedere.

Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e tranquillizzante regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati (pascoli e boschi) o non assoggettabili in alcun modo (loci horridi) alle esigenze materiali dell’uomo. Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno, o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane. Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte praticabile della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.

L’argomento odierno, legato come è al problema dell’invasione degli aerogeneratori per la produzione di energia dal vento, mi suggerisce di non affrontare il tema, di per sé affascinante (e a me particolarmente caro) del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro, alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo. Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare. Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno del mio intervento riguarderà l’Ager: i luoghi della vita.

Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e “paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi. Entrambi sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza gli suggerisce di vedere. Però poi il primo – il panorama – fa riferimento esclusivamente alla dimensione estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare. Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.

Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale della qualità estetica. Tuttavia tale qualità non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi. Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie, saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia. Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far sì che un contesto naturale assurga al valore di paesaggio.

Il filosofo Joachim Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la contempla con sentimento”. Questa ultima annotazione – con sentimento – è insieme particolarmente significativa e incompleta. Significativa: perché suggerisce che l’ordito etico su cui si radica il valore estetico del paesaggio è direttamente proporzionale alla intensità dell’investimento affettivo compiuto dal soggetto osservante. Incompleta perché sembra suggerire che sia sufficiente la contemplazione passiva a propiziare quel necessario investimento affettivo. Invece non è così. Il paesaggio non si può metabolizzare fino in fondo, cioè non può divenire carne della nostra carne, solo “sedendo e mirando”. Esso deve rappresentare il momento di sistemazione e di sintesi di un percorso concreto, fatto di mille diverse sollecitazioni emotive, intellettuali, fisiche. Un percorso che coinvolge e mette alla prova l’intero individuo, dagli occhi alle piante dei piedi.

Ma a chi appartengono i paesaggi? Dal momento che la loro forma, così come è giunta fino a noi, è il risultato di una millenaria interazione tra gli antichi abitanti e l’aspetto naturale del luogo, da molte parti si è sostenuto che il diritto – per lo meno morale – di deciderne le trasformazioni appartenga esclusivamente agli eredi diretti: cioè a coloro che vi sono nati o attualmente vi vivono e lavorano. Però questa conclusione è solo in parte condivisibile. Si è spesso sentito parlare dei montanari o dei contadini come “gelosi custodi del loro patrimonio naturale”. Sono frasi che possiedono un suono accattivante, ma che troppo spesso, purtroppo, trovano scarse corrispondenze nella realtà.

La svendita delle proprie radici culturali – e del paesaggio in cui quelle radici affondano e trovano alimento – compiuta da tante comunità rurali, ha naturalmente molte giustificazioni sui versanti delle convenienze economiche, degli stili di vita, dell’aspirazione al benessere, della psicologia; e, ancora prima, di una storia pesantemente segnata da un lungo destino di subalternità nei confronti dei modelli provenienti dai ceti dominanti. Si tratta di giustificazioni serie che ci vietano di pronunciare alla leggera giudizi supponenti.

Tuttavia resta vero che spesso l’apprezzamento per il valore culturale ed estetico del paesaggio fa difetto in chi ha con quel particolare paesaggio una quotidiana dimestichezza. Abbiamo a che fare qui con quella che è stata descritta come “ la sindrome del sagrestano”. La costante, ripetitiva contiguità di questo personaggio con gli aspetti più prosaici della gestione della chiesa in cui lavora, in molti casi finisce col renderlo insensibile alle suggestioni mistiche che il luogo sacro continua a suscitare invece negli altri fedeli. Sembra dunque che non abbiano poi tutti i torti coloro i quali sostengono che il paesaggio è opera dello sguardo di chi va verso di esso e vi si inoltra provenendo da altrove.

Sia quel che sia, ogni posizione esasperatamente localistica ci riporta molto indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento gli abitanti del quartiere Labicano, contiguo al Colosseo, avevano il diritto esclusivo di utilizzare l’antico anfiteatro come una cava di pietra. Oggi se gli abitanti di quello stesso quartiere invocassero un analogo diritto per trasformare – faccio un esempio – il Colosseo in un grande silos multipiano per parcheggiare le loro ingombranti automobili, tutti i cittadini del pianeta avrebbero il diritto di ribellarsi e di intervenire per bloccare lo scempio. Il Colosseo è un bene universale, sottratto alle immediate convenienze di chi è nato nei suoi dintorni.

E allora? Allora è ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità “universale” che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte. Se queste rappresentano la testimonianza preziosa della creatività umana, quelli – i paesaggi – della nostra creatività sono i necessari presupposti. Ciò non equivale naturalmente a privare le popolazioni locali di ogni diritto decisionale. Significa semplicemente armonizzare quel diritto con gli eguali diritti e con gli interessi diffusi di una più vasta comunità.

Speculare alla “sindrome del sagrestano” è poi la cosiddetta “sindrome di Bali”. Ne sono contagiate quelle comunità che per catturare l’interesse dei turisti in cerca di sensazioni “esotiche”, mantengono artificialmente in vita abitudini, rituali e paesaggi, che non rispondono più alle loro reali esigenze, non derivano da un sincero bisogno identitario, ma sono solo vuote crisalidi folkloristiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo: noi non siamo favorevoli a un simile tipo di museificazione superficiale delle tradizioni culturali e del paesaggio in cui esse si collocano. Diffidiamo di queste mummificazioni di basso conio che si avvicinano pericolosamente ai parchi tematici in stile disneyano. Il paesaggio è e deve restare una realtà viva e in divenire.

Ma attenzione: questa consapevolezza non può giustificare la supina accettazione di manomissioni e abusi, anche se a compierli sono le comunità del posto, accecate dal fascino mistificatorio di modelli urbani. Al contrario, quella medesima consapevolezza deve assumere per noi il ruolo di una arma efficace, da utilizzare contro ogni tentativo di designificazione e appiattimento delle specificità paesaggistiche. I luoghi possono certamente evolvere lentamente, lungo archi temporali molto lunghi; ma non debbono trasformarsi, da un giorno all’altro, in non-luoghi privi di anima e orfani di senso.

Questo è esattamente il rischio che sta correndo la campagna italiana a causa dell’invasione delle gigantesche pale eoliche.

Non mancano, anche nel mondo degli ambientalisti, coloro che sostengono che gli aerogeneratori sono oggetti belli, dai quali il paesaggio verrebbe “arricchito”. Ho il sospetto che dietro a una simile avventata affermazione – anche qualora venisse fatta in perfetta buona fede – si celi un equivoco psicologico. Siccome le pale eoliche dovrebbero produrre energia pulita e rinnovabile, vengono sentite dai loro sostenitori come un qualcosa di totalmente e apoditticamente positivo; e quel loro giudizio (o pregiudizio?) finisce col travalicare i propri confini per invadere anche, indebitamente, la dimensione estetica. A incrinare la credibilità di tali affermazioni basterebbe però la constatazione che i loro stessi autori raccomandano poi di non invadere con gli impianti eolici i paesaggi di maggior pregio. Alla faccia del preteso arricchimento.

Rende sgomenti constatare come intere associazioni che si erano battute al nostro fianco contro nuovi tracciati autostradali, linee ferroviarie superflue, elettrodotti trasfrontalieri, porti turistici, cementificazioni edilizie; e lo avevano fatto motivate da inequivoche considerazioni di tutela della qualità dell’ambiente naturale, ora assistano plaudenti a un massacro del paesaggio italiano certamente assai più barbarico per estensione e gravità di tutto quanto si era visto fin’ora. Per poter far digerire ai loro associati un simile voltafaccia sono costretti a sostenere che gli aerogeneratori sono belli. Francamente il tentativo fa un po’ pena.

Comunque il punto è un altro. Non importa se gli impianti eolici sono belli od orrendi. Ciascuno può pensare (o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale a una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’armonica percezione.

Ciò equivale a una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive. Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.

Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi nati nelle metropoli. Del resto una configurazione unitaria dello spazio fisico fa parte dei segni distintivi di ogni regime autoritario e di ogni ambizione imperiale. Il “leccamano contento” delle genti locali, anche dove ciò si sta verificando, nulla toglie a questa triste verità e non ci porta davvero verso orizzonti più democratici e partecipativi.

Gli aerogeneratori, almeno qui da noi (ma credo anche in altri paesi), rappresentano gli stendardi di una avida e strisciante dittatura globalizzatrice, ammantata di pseudo-giustificazioni ecologiche. Il professor James Lovelock, famoso maître à penser dell’ambientalismo britannico, in un articolo comparso sul Guardian di qualche anno fa ha parlato di “fascismo eolico”. La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario del problema con cui oggi dobbiamo confrontarci.

Spero che questo mio intervento, per quanto necessariamente sintetico, sia stato sufficiente a dimostrare che la nostra ferma opposizione all’invasione sregolata degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani.

Va aggiunto che la manomissione del paesaggio collinare italiano ha portato e può portare solo irrisori vantaggi in termini di produzione energetica. L’Italia non è un paese sufficientemente ventoso. La scandalosa sproporzione tra costi (paesaggistici, ambientali, ecologici) e benefici è francamente inaccettabile. Gli interessi in gioco sono ben altri e in essi si è infiltrata alla grande la criminalità organizzata.

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In Sardegna esiste l’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) che combatte da anni, non solo a parole, speculatori e ladri di futuro, ecco qualche loro articolo:

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/02/26/la-speculazione-energetica-nei-mari-della-sardegna-diciotto-istanze-per-centrali-eoliche-offshore-e-diciotto-atti-di-opposizione-del-grig-no-al-far-west/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/04/08/unoverdose-di-pale-eoliche-incombente-sulla-reggia-nuragica-di-barumini/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2016/01/07/il-paradiso-delle-pale-eoliche-del-medio-campidano-va-a-processo/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2016/03/07/il-santuario-nuragico-di-santa-vittoria-di-serri-assediato-dalle-pale-eoliche/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/01/30/non-trasformiamo-montiferru-e-monte-s-antonio-in-una-selva-di-pale-eoliche/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/04/03/un-muro-di-pale-eoliche-fra-il-mare-e-i-boschi-dei-sette-fratelli/

 

 

La servitù energetica in Sardegna – Stefano Deliperi

Una centrale eolica sui monti di Siurgus Donigala e un’Isola destinata alla servitù energetica? 14 aereogeneratori da 6,6 MW ciascuno, alti 220 metri, con una potenza complessiva 92,4 MW. Poi fondazioni, strade di accesso e opere di connessione alla rete elettrica nazionale, estensione interessata pari a 720 ettari.

E’ sui monti fra Siurgus Donigala e Selegas, proposto dalla milanese Siurgus s.r.l., l’ennesimo progetto di centrale eolica previsto in Sardegna.

In Sardegna, al 20 maggio 2021, risultavano presentate ben 21 istanze di pronuncia di compatibilità ambientale di competenza nazionale o regionale per altrettante centrali eoliche, per una potenza complessiva superiore a 1.600 MW, corrispondente a un assurdo incremento del 150% del già ingente comparto eolico isolano.

A queste si somma un’ottantina di richieste di autorizzazioni per nuovi impianti fotovoltaici.

Complessivamente sarebbero interessati più di 10 mila ettari di boschi e terreni agricoli.

Ormai il quadro è chiaro, a mare e in terra la Sardegna sembra proprio destinata a diventare una piattaforma di produzione energetica, un’Isola destinata all’ennesima servitù.

Sono questi, infatti, sono i “numeri” dell’energia in Sardegna, come emergono dai dati TERNA 2019:

* 18 impianti idroelettrici (potenza efficiente lorda MW 466,4; producibilità media annua GWh 607,6);

* 52 impianti termoelettrici (potenza efficiente lorda MW 2.386,1; potenza efficiente netta MW 2.168,8);

* 593 impianti eolici (potenza efficiente lorda MW 1.054,9);

* 38.014 impianti fotovoltaici (potenza efficiente lorda MW 872,6);

* energia richiesta in Sardegna: GWh 9.171,5 energia prodotta in più rispetto alla richiesta: GWh +3.491,5 (+38,1%).

* produzione energia: GWh 13.630,6 (lorda); produzione netta per il consumo: GWh 12.809,9.

Il dato fondamentale della “fotografia” del sistema di produzione energetica sardo è che oltre il 38% dell’energia prodotta “non serve” all’Isola e viene esportato verso la Penisola (SaPeI, capacità 1.000 MW) e verso l’Estero (SaCoI, SarCo, Corsica, capacità 300 MW + 100 MW): Qualsiasi nuova produzione energetica non sostitutiva di fonte già esistente (p. es. termoelettrica) può esser solo destinata all’esportazione verso la Penisola e verso la Corsica.

E’ del tutto evidente che, in base alla contenuta capacità di esportazione dell’energia fuori dall’Isola e all’impossibilità concreta di “immagazzinare” l’energia rinnovabile prodotta (i sistemi sono ancora in fase di studio o sperimentale), l’energia così prodotta dall’impianto in progetto sarebbe, di fatto, utilizzata solo a vantaggio del Soggetto produttore (insieme a incentivi e benefici vari) e non dalla Collettività nazionale, pur obbligata per legge ad acquistarla, non esistendo alcun  meccanismo legale di chiusura coercitiva di impianti produttivi di energia da fonti fossili[1].

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha inoltrato (29 giugno 2021) un atto di intervento nel procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto di centrale eolica sui monti di Siurgus Donigala e Selegas: boschi, pascoli, aree d’interesse archeologico, produzione di prodotti agricoli di eccellenza.

La richiesta, formulata al Ministero della Transizione Ecologica, è quella della dichiarazione di non compatibilità ambientale.

Stefano Deliperi è il portavoce del Gruppo d’Intervento Giuridico odv

[1] Gli impianti di produzione di energia elettrica essenziali per la sicurezza del sistema elettrico (art. 63, comma 63.1, dell’Allegato A alla delibera dell’AEEGSI n. 111/06) sono tutti “programmabili”, con combustibile fossile o biomasse (vds. https://download.terna.it/terna/A27%20-%20anno%202020_8d769b522431880.pdf).

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in uno dei più bei film degli ultimi anni (qui), As Bestas, di Rodrigo Sorogoyen, la sirena e l’incubo delle pale eoliche, in Spagna, non mancano.


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