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giovedì 15 maggio 2025

Feroci crimini di guerra inglesi in Iraq e Afghanistan svelati dalla BBC – Piero Orteca

 

Verità difficili da raccontare

Le scomode, anti, terrificanti rivelazioni, pubblicate in prima pagina dal servizio pubblico televisivo britannico quasi come prima espiazione nazionale. Senza sconti né giri attorno. I giornalisti Hannah O’Grady, Joel Gunter e Rory Tinman scrivono: «Ex membri delle Forze speciali del Regno Unito hanno rotto anni di silenzio per fornire alla ‘BBC Panorama’ resoconti di testimoni oculari di presunti crimini di guerra, commessi dai loro colleghi in Iraq e Afghanistan. Nel raccontare pubblicamente per la prima volta le loro storie – aggiungono gli autori – i veterani hanno detto di aver visto membri del SAS (Special Air Service, n.d.r.) uccidere persone disarmate nel sonno e giustiziare detenuti ammanettati, compresi bambini».

Corte di giustizia dell’Aja?

Ce ne sarebbe abbastanza, non solo per perdere la faccia, ma anche per finire (in teoria) davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. Sempre che la legge sia uguale per tutti, Occidente compreso. Ma si sa come vanno le cose sotto questo cielo, perché per i nemici le regole si applicano e per gli amici ‘si interpretano’. Infatti, si scopre che questa sporca faccenda bolliva già in pentola da un sacco di tempo. E che finora qualcuno ci aveva messo il coperchio, perché attribuire all’esercito di Sua Maestà britannica nefandezze di questo tipo, sarebbe politicamente ‘sconveniente’. Insomma, a essere brutti sporchi e cattivi sono sempre gli altri, mentre noi occidentali abbiamo il salvacondotto della democrazia. Anche quando facciamo le peggiori porcherie.

Omertà versione britannica

Dunque, la faccenda era stata già dissotterrata tre anni fa, quando proprio la BBC diede le prime notizie, alzando il tiro e coinvolgendo addirittura il futuro capo dell’Esercito britannico. Sono state trovate evidenze che suggeriscono come l’ex capo delle Forze speciali «non abbia trasmesso le prove all’inchiesta per omicidio». Il Ministero della Difesa aveva solo affermato che «le truppe britanniche hanno prestato servizio con coraggio e professionalità in Afghanistan». Ma, ‘Secondo quanto appreso dalla BBC’, sostenevano allora i giornalisti, «Il generale Sir Mark Carleton-Smith, ex capo delle Forze speciali del Regno Unito, fu informato delle presunte uccisioni illegali, ma non trasmise le prove alla Royal Military Police, nemmeno dopo che la RMP avviò un’indagine per omicidio nei confronti dello squadrone SAS. Il generale Carleton-Smith che in seguito divenne capo dell’esercito prima di dimettersi, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni per questo articolo».

Ridurre e nascondere

Dunque, la cosa era già venuta a galla. Da allora è cominciato un palleggiamento di responsabilità e, contemporaneamente, per quello che traspare dai report giornalistici, un palese tentativo di ridimensionare lo scandalo. Ancora oggi, a distanza di tanti anni dai fatti avvenuti (in Irak nel 2006, in Afganistan a partire dal 2009), si è solo messa in piedi una commissione d’inchiesta, che lavora rigorosamente a porte chiuse e non ammette alle udienze nemmeno i parenti delle vittime, come testimoni dei fatti. Ci sarebbe voglia di girare pagina in fretta, ma la BBC ha spifferato tutto e la palla di neve potrebbe diventare una valanga. Specie dopo tutte le prediche sulla ‘superiorità morale’ dell’Occidente.

Premier Cameron informato

I dettagli degli avvenimenti fanno accapponare la pelle. «Parlando in condizione di anonimato, a causa di un codice del silenzio che circonda le operazioni delle Forze speciali – dice la BBC – i testimoni oculari hanno raccontato che le leggi di guerra venivano regolarmente e intenzionalmente violate dai reggimenti più scelti del Paese, durante le operazioni in Iraq e Afghanistan. Inoltre, Panorama può rivelare per la prima volta che l’allora Primo Ministro, David Cameron, fu ripetutamente avvertito, durante il suo mandato, che le forze speciali britanniche stavano uccidendo civili in Afghanistan». La cosa degenerò fino al punto da scatenare quasi un conflitto a fuoco con gli stessi militari alleati dell’esercito regolare afghano, che combattevano assieme agli inglesi. E che mal tolleravano il loro cinismo, che sconfina nella crudeltà. «Lo stesso Presidente Karzai si fece portavoce del vivo malcontento della popolazione.

Assassini psicotici e seriali

«Un testimone che ha prestato servizio nelle SAS – rivela la BBC – ha affermato che uccidere poteva diventare ‘una cosa che crea dipendenza’, e che alcuni membri del reggimento d’élite erano ‘intossicati da quella sensazione’ in Afghanistan. C’erano ‘molti assassini psicotici’, ha aggiunto». La narrazione del network televisivo britannico continua come la trama di un film dell’orrore: «Detenuti liquidati con le manette ai polsi, feriti uccisi con un colpo di pistola alla testa, prigionieri disarmati e freddati senza, battere ciglio e poi tanta complicità morale, soprattutto da parte di quelli che avrebbero dovuto garantire il rispetto delle regole». «Secondo la testimonianza – accusa la BBC – la conoscenza dei presunti crimini non era limitata a piccole squadre o singoli squadroni. «All’interno della struttura di comando delle Forze speciali del Regno Unito, tutti sapevano cosa stava succedendo», ha affermato un veterano. E il rapporto in questione, tanto per fare qualche nome eccellente, chiama in causa addirittura l’ex Primo ministro, Sir David Cameron.

«Questa testimonianza, così come le nuove prove video sulle operazioni SAS in Iraq nel 2006 – conclude la BBC – corroborano anche i precedenti resoconti, secondo cui gli squadroni SAS tenevano il conto delle loro uccisioni per competere tra di loro». Gareggiavano, insomma, come si fa con la caccia alle quaglie, questi specchiati difensori del suprematismo etico occidentale.

da qui

giovedì 9 gennaio 2025

Le lacrime dei nostri bambini - Vijay Prashad

 


Non solo lo sterminio subiscono, ma anche la cancellazione del nome. Le bambine e i bambini palestinesi hanno un nome, da vivi e da morti.

  

Il sottotitolo è mio. L’autore, intellettuale e attivista indiano di grande valore, come molte persone e molti popoli nel Sud Globale, considera l’umanità palestinese come propria umanità. Da qui “i nostri bambini”. L’immedesimazione e la compassione partecipe di chi viene dal mondo oppresso da secoli di colonialismo e di imperialismo del Nord Globale. Israele essendo un pezzo di Occidente, nato, foraggiato, armato, protetto dall’Occidente collettivo, Europa e Usa in testa.

E ricordiamo la testimonianza del medico chirurgo statunitense di origine ebraica Mark Perlmutter che ha operato a Gaza a proposito di bambini colpiti alla testa o nel petto a opera dei cecchini israeliani.

Nel mio articolo del novembre 2023 Israele, la questione palestinese e l’immane ipocrisia dell’Occidente scrivevo “Il sonno della ragione produce sempre mostri. Violenza per violenza, orrore per orrore. Ma con la netta differenza che i bambini palestinesi squartati sotto le bombe israeliane sono considerati formichine. Al pari delle formichine vietnamite, afghane, irachene, siriane, libiche, yemenite ecc. ecc. Non sono come i morti e i bambini uccisi, con tanto di nome e cognome, israeliani e occidentali in generale. Immane ipocrisia dell’Occidente” (Giorgio Riolo).

 

 

Nel dicembre scorso è uscito uno studio che mi ha fatto piangere. Intitolato Needs Study: Impact of War in Gaza on Children with Vulnerabilities and Families (Studio dei bisogni: impatto della guerra a Gaza sui bambini vulnerabili e sulle famiglie), è stato condotto dal Community Training Centre for Crisis Management (CTCCM) di Gaza. Scritto in uno stile medico-clinico, nulla del linguaggio usato avrebbe dovuto colpirmi nel modo in cui lo ha fatto. Ma i risultati dello studio sono stati scioccanti. Ecco alcuni dei fatti nudi e crudi:

Il 79% dei bambini di Gaza soffre di incubi.

L'87% di loro ha una forte paura.

Il 38% riferisce di aver fatto la pipì a letto.

Il 49% di chi si prende cura ha dichiarato che i loro bambini sentivano che sarebbero morti in guerra.

Il 96% dei bambini di Gaza sentiva che la morte era imminente.

Semplicemente, ogni singolo bambino di Gaza sente che sta per morire.

Questa newsletter, la prima del 2025, avrebbe potuto concludersi dopo l'ultima riga. Che altro c'è da dire? Ma c'è altro da dire.

Nel marzo del 2024, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell'infanzia ha rilasciato una dichiarazione molto netta sulla guerra in Sudan tra le forze armate sudanesi e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido, entrambe sostenute da un certo numero di potenze straniere. Quella dichiarazione riportava fatti molto pesanti:

24 milioni di bambini in Sudan - quasi la metà dei 50 milioni di abitanti del Paese - sono a rischio di “catastrofe generazionale”.

19 milioni di bambini non vanno a scuola.

4 milioni di bambini sono sfollati.

3,7 milioni di bambini sono gravemente malnutriti.

Il primo punto si riferisce alla totalità dei bambini del Sudan, tutti a rischio di “catastrofe generazionale”. Questo concetto, utilizzato per la prima volta dalle Nazioni Unite per descrivere i traumi e i contraccolpi subiti dai bambini a causa delle restrizioni del COVID-19, significa che i bambini del Sudan non si riprenderanno dal calvario che la guerra ha inflitto loro. Ci vorranno generazioni prima che nel Paese torni qualcosa di simile alla normalità.

Uno studio scientifico del 2017 ha rilevato che i traumi infantili profondi possono segnare una persona sia fisicamente che psicologicamente. I traumi riorientano il sistema nervoso in via di sviluppo dei bambini, rendendoli estremamente vigili e ansiosi anche a distanza di decenni. Questo processo, scrivono gli autori, genera un meccanismo chiamato “elaborazione potenziata della minaccia”. Non c'è da stupirsi che gli studi sui bambini che hanno vissuto guerre precedenti mostrino che soffrono in modo sproporzionato di condizioni mediche, tra cui disturbi cardiaci e cancro.

 

Nel marzo 2022, cinque medici provenienti da Afghanistan, India, Irlanda e Sri Lanka hanno scritto un'accorata lettera a The Lancet in cui ricordavano al mondo la situazione dei bambini afghani. Nel 2019, ogni bambino in Afghanistan era nato e cresciuto durante la guerra. Nessuno di loro ha conosciuto la pace. Gli autori hanno notato che “gli studi sugli interventi psicoterapeutici nei bambini e negli adolescenti afghani sono rari e le prove che hanno prodotto sono di bassa qualità”. Hanno quindi proposto un piano di assistenza sanitaria integrata per i bambini afghani che si basa sull'assistenza telematica e su professionisti non medici. In un altro mondo, il piano avrebbe potuto essere discusso. Alcuni dei fondi che avevano arricchito i mercanti di armi durante quella guerra sarebbero stati invece spesi per realizzare questo piano. Ma questa non è la strada che si segue nel nostro mondo.

L'affermazione sui mercanti di armi non è fatta a caso. Secondo una scheda informativa dell'Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) del dicembre 2024, le 100 maggiori aziende produttrici di armi e di servizi militari del mondo hanno aumentato le loro entrate combinate di armi del 4,2% nel 2023, raggiungendo l'incredibile cifra di 632 miliardi di dollari. Cinque aziende con sede negli Stati Uniti rappresentano quasi un terzo di queste entrate. Tra il 2015 e il 2023, queste 100 aziende hanno aumentato i loro ricavi totali da armamenti del 19%. Sebbene i numeri completi per il 2024 non siano ancora disponibili, se si osservano i documenti trimestrali dei principali mercanti di morte, i loro guadagni sono aumentati ulteriormente. Miliardi per i guerrafondai, ma niente per i bambini che nascono in zone di guerra.

Nel 2014, i bombardamenti di Israele su Gaza hanno causato la morte di bambini innocenti. Due incidenti nel luglio hanno colpito in modo particolare. In primo luogo, Israele ha lanciato un missile che ha colpito il Fun Time Beach Café (Waqt al-Marah) di Khan Younis alle 23:30 del 9 luglio. Nel bar, una struttura di fortuna a circa trenta metri dal Mar Mediterraneo, diverse persone si erano riunite per guardare la semifinale della Coppa del Mondo FIFA 2014 tra Argentina e Paesi Bassi. Erano tutti seri appassionati di calcio. Il missile israeliano ha ucciso nove giovani: Musa Astal (16 anni), Suleiman Astal (16 anni), Ahmed Astal (18 anni), Mohammed Fawana (18 anni), Hamid Sawalli (20 anni), Mohammed Ganan (24 anni), Ibrahim Gan (25 anni) e Ibrahim Sawalli (28 anni). Non hanno mai potuto assistere alla vittoria dell'Argentina ai rigori o alla vittoria della Germania in una partita molto tesa pochi giorni dopo.

I bombardamenti di Israele, nel frattempo, non si sono fermati. Tre giorni dopo, il 16 luglio, alcuni ragazzi stavano giocando a calcio - come se stessero rigiocando la Coppa del Mondo sulla spiaggia di Gaza - quando una nave della marina israeliana ha sparato prima contro un molo e poi, mentre i ragazzi scappavano dall'esplosione, contro i ragazzi. Israele ha ucciso quattro di loro - Ismail Mahmoud Bakr (9 anni), Zakariya Ahed Bakr (10 anni), Ahed Atef Bakr (10 anni) e Mohammad Ramez Bakr (11 anni) - e ne ha feriti altri.

Il bombardamento israeliano del 2014 su Gaza ha ucciso almeno 150 bambini in totale. Quando il gruppo per i diritti umani israeliano B'Tselem (nome completo B’Tselem – Il centro d’informazione israeliano sui diritti umani nei territori occupati) ha prodotto un messaggio pubblicitario per trasmettere i nomi dei bambini alla televisione israeliana, l'Israel Broadcast Authority lo ha vietato. Il poeta britannico Michael Rosen ha risposto alle uccisioni e al divieto con la bellissima poesia “Don't Mention the Children” (Non fare i nomi dei bambini).

 

    Non nominare i bambini.

    Non nominare i bambini morti.

    Il popolo non deve conoscere i nomi

    dei bambini morti.

    I nomi dei bambini devono essere nascosti.

    I bambini devono essere senza nome.

    I bambini devono lasciare questo mondo

    senza nome.

    Nessuno deve conoscere i nomi dei

    bambini morti.

    Nessuno deve pronunciare i nomi dei

    bambini morti.

    Nessuno deve nemmeno pensare che i bambini

    hanno un nome.

    La gente deve capire che sarebbe pericoloso

    conoscere i nomi dei bambini.

    Il popolo deve essere protetto dal

    conoscere i nomi dei bambini.

    I nomi dei bambini potrebbero diffondersi

    come un incendio.

    La gente non sarebbe al sicuro se conoscesse

    i nomi dei bambini.

    Non nominare i bambini morti.

    Non ricordare i bambini morti.

    Non pensare ai bambini morti.

    Non dire: “bambini morti”.

 

Sì, i bambini hanno dei nomi. Continueremo a nominare tutti quelli che riusciamo a ricordare. Non li dimenticheremo. Nel settembre 2024, il Ministero della Sanità palestinese ha pubblicato un elenco aggiornato dei nomi dei palestinesi uccisi nel genocidio Usa-israeliano dall'ottobre 2023 all'agosto 2024. Nell'elenco figurano 710 neonati la cui età è indicata come zero. Molti di loro avevano appena ricevuto il nome.

Sebbene l'elenco sia troppo lungo per essere riprodotto in questa sede, la storia di Ayssel e Asser Al-Qumsan è emblematica. Il 13 agosto 2024, Mohammed Abu Al-Qumsan ha lasciato il suo appartamento a Deir al-Balah, nella “zona sicura” centrale di Gaza, per registrare la nascita dei suoi due figli gemelli Ayssel e Asser. Ha lasciato i gemelli con la madre, la dottoressa Jumana Arfa (29 anni), che li aveva partoriti tre giorni prima all'ospedale Al-Awda di Nuseirat. La dottoressa Jumann Arfa era una farmacista formatasi all'Università Al-Azhar di Gaza. Pochi giorni prima di dare alla luce i suoi figli, aveva scritto su Facebook che Israele prende di mira i bambini, citando un'intervista con il chirurgo ebreo-americano Dr. Mark Perlmutter in un potente servizio di CBS News intitolato Children of Gaza (Bambini di Gaza). Quando Mohammed tornò dopo aver registrato i gemelli, scoprì che la loro casa era stata distrutta e che la moglie, i figli appena nati e la suocera erano stati uccisi in un attacco israeliano.

 

    Ayssel Al-Qumsan.

    Asser Al-Qumsan.

 

Dobbiamo dare un nome ai bambini morti.


https://consortiumnews.com/2025/01/03/vijay-prashad-tears-of-our-children/

giovedì 12 ottobre 2023

A pensar male dei Servizi Segreti si fa peccato ma spesso ci si indovina.

 di Francesco Masala – ancora troppi credono alle bugie dell’Impero, purtroppo.

I servizi segreti, Cia, Mossad, Fbi, Shin Bet  sono buoni per tutti gli usi.

Sempre ci dicono che niente sfugge ai loro occhi e orecchie, e che sono degli assassini matricolati, al servizio del Potere, lo testimoniano le Pantere Nere, Julian Assange, Leonard Peltier, Ghassan Kanafani, Wael Abdel Zuaiter, fra le loro innumerevoli vittime.

 

In certi speciali momenti ci raccontano che i Servizi Segreti sono composti da gente che non capisce niente, poveretti, e bisogna capirli, passano il tempo al bar a giocare a zecchinetta e si distraggono, e i terroristi li imbrogliano come bambini deficienti.

 

Naturalmente queste sono tutte menzogne, ma le menzogne governano il mondo, e se ben raccontate convincono tutti (o quasi).

Vorrei fare qualche esempio delle menzogne che riguardano i poveri Servizi Segreti.

 

A – Le Torri Gemelle

 È possibile che dei sauditi, conosciuti e osservati dai servizi segreti, possano aver fatto quello che hanno fatto senza che nessuno se ne sia accorto in tempo?

In realtà qualche agente se n’era accorto, ma è stato messo a tacere.

Quegli aerei avevano il pilota automatico?

Ci ricordiamo dell’esplosivo con cui avevano imbottito le Torri Gemelle, e la terza Torre (non gemella) sbriciolata anch’essa dall’esplosivo?

I servizi segreti sapevano tutto e hanno organizzato tutto, dicono i cattivi.

 

Ecco due film imperdibili, per chi dubita e vuole dubitare:

 

https://www.youtube.com/watch?v=_2bjp0FwIlg&ab_channel=OUTCINEMA   Inganno Globale, di Massimo Mazzucco

https://www.youtube.com/watch?v=yp9oaoZxTXI&ab_channel=PandoraTV   di Giulietto Chiesa e Franco Fracassi

 

 

Agli Usa in crisi serviva riaffermare il loro potere e potenza nel mondo, cosa sono 5 o 6mila morti e due grattacieli, il Potere ha le sue strategie, ben nascoste, per i troppi creduloni.

 

Vi ricordate quel pagliaccio di Colin Powell con la fialetta di antrace (forse borotalco o crema pasticciera)?

E le armi di distruzione di massa dell’Iraq?

 

A cosa serviva l’invasione dell’Iraq?

A rubare il petrolio!

A cosa serviva l’invasione dell’Afghanistan?

A rifornirsi di droga!

https://www.pressenza.com/it/2021/10/lafghanistan-la-cia-e-la-droga/

https://www.osservatorioafghanistan.org/index.php/articoli-2023/3730-chi-di-droga-ferisce-di-droga-perisce

 

 

B – L’ingresso dei russi in Ucraina.

 

A sorpresa (!) l’esercito russo è entrato in Ucraina, dopo 20-30 anni di politiche e provocazioni (5) della Nato, e di ciascuno dei suoi componenti, i Servizi Segreti non l’avevano previsto, che distratti.

 

 

C – Hamas entra in Israele e compie una strage

 

Shin Bet e Mossad, spietati e criminali esecutori della volontà dei politici nazisti israeliani, sapevano tutto, hanno collaborato, per omissione (e non solo).

Forse non tutti sanno che Hamas si sviluppa con il sostegno di Israele, in chiave anti OLP (1,2).

 

Così come l’Isis è un prodotto a stelle e strisce (3) e i terroristi del Sahel sono a libro paga dei francesi (4).

 

Gli assassini al potere in Israele hanno tentato il colpo grosso, definitivo.

 

Si sono detti:

“Ad Hamas facciamo fare quello che vogliono, dal 1948 insegniamo nei fatti ai palestinesi che non hanno niente da perdere, loro faranno orrende stragi, hanno i loro obiettivi, noi distruggeremo quello che resta della Palestina, e dei palestinesi non ci interessa niente, che crepino o se ne vadano, questa è tutta roba nostra, vincere e vinceremo, come i nostri padroni a stelle e strisce hanno fatto, con successo, con gli indiani che si ostinavano a esistere. Non c’è la possibilità che le cose vadano male. Dio, Patria e Colonia, i nostri valori per l’eternità, questa terra è nostra, dio ce l’ha data, si è dimenticato degli atti catastali, ci pensiamo noi, il Brasile insegna, costi quel che costi”.

 

ps: in un bel libro di Michael Chabon, Il sindacato dei poliziotti yiddish, dopo la seconda guerra mondiale Israele nasce in Alaska!

 

(1)…le prime attività di quello che sotto la guida di Yassin sarebbe diventato Hamas, risalgono agli anni ’70. All’epoca, la principale preoccupazione di Israele nei territori occupati – sia la Cisgiordania che la Striscia di Gaza – erano le organizzazioni laiche e nazionaliste, come l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). I gruppi di natura religiosa non erano perseguitati e in alcuni casi erano anche aiutati da Israele in progetti per la costruzione di scuole e moschee. Yassin cominciò le sue attività in Palestina in questo modo, fondando la sezione palestinese dei Fratelli Musulmani…( https://www.ilpost.it/2014/07/27/hamas)

 

(2)…Haaretz ha pubblicato ieri, 9 ottobre, un tweet che recita ‘ “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese deve sostenere il rafforzamento di Hamas e il trasferimento di denaro a Hamas”, ha detto Netanyahu ai membri della Knesset del suo partito Likud nel marzo 2019. “Questo fa parte della nostra strategia” ‘ .(https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_dramma_di_gaza_israele_e_la_nascita_di_hamas/8_51192/)

 

3) https://www.wallstreetitalia.com/john-mccain-un-uomo-pericoloso-il-suo-ruolo-nel-lancio-dell-isis/

 

4) https://www.labottegadelbarbieri.org/lesodo/

 

5) https://www.serviziopubblico.it/post/922

venerdì 21 luglio 2023

La guerra nascosta. L'Afghanistan nel racconto dei militari italiani - Massimo De Angelis, Giampaolo Cadalanu

capita che tutto quello che ci dicono è falso, se uno segue l'informazione dei media mainstream, o solo i miseri telegionali, megafoni del potere, sempre o quasi.

e allora fa piacere, dopo la vergognosa fuga dell'Afghanistan da parte dell'Invincible Armada occidentale, leggere e ascoltare voci diverse che ci raccontano quella guerra con le parole dei soldati vittime inconsapevoli di una guerra che sembrava una gita dell'oratorio, a sentire i criminali politici che si inchinano senza fiatare al volere indiscutibile del padrone.

e a ogni morto "Lo Stato s' indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità".

per sapere un po' di quello che è nascosto, con le parole dei due giornalisti e sopratutto dei soldati, questo libro illumina quel buio che (non) ci hanno mai mostrato.

buona (afgana) lettura.


 

 

…Spedendo i primi soldati fuori da Kabul, in zona di combattimenti, nel 2003, il ministro della Difesa dell’epoca dichiarò: «È una missione a rischio, ma le sue finalità sono comunque di peace-keeping». In realtà già da fine 2001 i piloti del gruppo Lupi Grigi decollati dalla portaerei Garibaldi erano impegnati nelle missioni di bombardamento sull’Afghanistan insieme agli aerei americani: ne compirono 278.

Non c’era pace da mantenere laggiù, lo dimostra anche l’esistenza di una unità come la Task Force 45, formata dall’élite delle forze speciali italiane, quotidianamente impegnata in azioni di combattimento, ma la cui esistenza all’inizio non era nemmeno ammessa dal governo.

Numerosi ‘operatori’ della fantomatica TF-45 raccontano nei particolari le operazioni di guerra, portate a termine spesso senza poter contare sul supporto degli aerei italiani. In vent’anni di intervento la guerra ha portato con sé corruzione, ruberie, appetiti economici, tradimenti. E il bilancio è uno solo: la situazione in Afghanistan è peggiorata.

da qui

 

“I giornalisti, quelli onesti, hanno sempre una grande prudenza a trattare il tema della Verità, quella con la “V” maiuscola. In genere ce la caviamo parlando delle verità, al plurale e con la “v” minuscola, per sottolineare che possiamo offrire al lettore o ascoltatore la nostra visione delle cose, non un concetto filosofico inattaccabile. In compenso siamo molto disponibili a parlare delle bugie, quando le vediamo direttamente e possiamo verificarle.
Ecco, il tema fondamentale del libro ‘La guerra nascosta – L’Afghanistan nel racconto dei militari italiani”, che Massimo de Angelis ed io abbiamo pubblicato con Laterza, è proprio questo. La missione era una grande, intollerabile bugia rivolta all’opinione pubblica, al Parlamento, ai cittadini.

In Italia, si dice, non esiste una cultura della Difesa, e i governi cercano di evitare al massimo ogni ammissione sulla vera natura delle operazioni internazionali. Ma se i soldati italiani hanno combattuto, hanno ucciso, sono caduti, vuol dire che erano in guerra. Non erano impegnati in un intervento umanitario, ancora meno in un’operazione di peacekeeping: era una guerra. Per noi giornalisti che spesso abbiamo seguito le vicende afghane, sia “embedded” con i militari del nostro contingente che in totale autonomia, i fatti erano evidenti. Molto meno chiara era la narrativa suggerita dagli Stati maggiori, che obbedivano com’è ovvio a disposizioni dall’alto e proponevano una versione sempre annacquata di tutto.

Lavorando con gli strumenti giornalistici sul libro avevamo almeno tre buone carte da giocare: i tempi di lavorazione, per fortuna più distesi delle esigenze di quotidiani e tv, poi il fatto che ormai la missione era conclusa e i “rischi” politici erano sicuramente trascurabili. Ma la carta più importante era la fiducia degli uomini con le stellette, conquistata in decenni di lavoro al loro fianco, esercitando il rispetto per l’impegno e il sacrificio anche quando – succedeva e anche non di rado – le valutazioni dei fatti non erano le stesse.

Qualche volta, com’è facile immaginare, lavorare da giornalisti “embedded” può impedire di vedere alcune cose, ma allo stesso tempo rende possibile vederne altre. E noi abbiamo visto con chiarezza che la bugia dei governi – tutti uguali, da questo punto di vista – non reggeva la verifica dei fatti. Abbiamo scoperto qualcosa di paradossale: la cappa di eufemismi o persino di censura che circondava la missione italiana lasciava spiragli inattesi ovunque. Persino nelle motivazioni delle medaglie abbiamo trovato il racconto di episodi di sangue, che gli Stati maggiori si erano ben guardati dal comunicare.

Abbiamo raccolto le testimonianze dei militari spesso in modo anonimo, per ovvi motivi. Il lettore dovrà contare sulla garanzia degli autori, che ci mettono la faccia: ci sono solo alcuni dettagli raccontati in modo da nascondere l’identità delle persone e non rendere identificabili le fonti. Grazie al coraggio e all’onestà di chi ha raccontato, siamo convinti di aver contribuito a una visione più corretta: insomma, la guerra in Afghanistan oggi è un po’ meno nascosta”. (Giampaolo Cadalanu)

da qui

 


martedì 20 giugno 2023

Gli Stati Uniti condannano il divieto dei talebani di coltivare l’oppio in Afghanistan.

 


L'American Institute of Peace ha dichiarato che il divieto è negativo sia per l'Afghanistan che per il mondo in generale. Rimarrete scioccati, ma le argomentazioni sono le seguenti (sembra un'opera orwelliana):

Il proibizionismo "non è una vittoria sulla droga".

L'enorme perdita finanziaria, almeno un miliardo di dollari, “renderà i produttori di droga ancora più poveri.”

Sostituire il papavero con il grano non è redditizio perché il grano è una coltura di scarso valore e, attenzione, “un cattivo sostituto dell'oppio.”

Il proibizionismo porta a un aumento del prezzo dell'eroina in Europa e a molte falsificazioni della sua purezza.

https://t.me/s/nicolaililin

 

qui l'articolo originale

venerdì 3 marzo 2023

L'Afghanistan s'è salvato da sé - Massimo Fini

 

“La Corsica sempre aggredita, sempre occupata, mai domata”. Così era scritto, al tempo del suo indipendentismo, su una maglietta. La stessa cosa si potrebbe dire per l’Afghanistan.   

In compenso l’Afghanistan non ha mai aggredito nessuno, se i Talebani han fatto terrorismo non è mai stato terrorismo internazionale, ma terrorismo interno contro gli occupanti e stando ben attenti che gli “effetti collaterali” colpissero il meno possibile i civili. Per dare ai Talebani la patente di “terroristi internazionali” c’è voluto l’11 settembre. Ma è stato evidente fin da subito, o quasi, che i Talebani non c’entravano nulla con l’attacco alle Torri Gemelle di cui la dirigenza talebana era completamente allo scuro. Del resto il Washington Post e il Wall Street Journal hanno rivelato che l’aggressione all’Afghanistan e all’Iraq era stata già predisposta da mesi (noi prendiamo sempre il peggio dagli americani non il meglio che è la loro libertà di stampa).

Ma facciamo un passo indietro. A metà degli anni Trenta dell’Ottocento l’Afghanistan è stato oggetto delle mire coloniali dell’Impero inglese. Ci fu una guerra fra i britannici e gli afgani che gli inglesi persero. Per questo, e soprattutto per quello che accadrà poi, l’Afghanistan è chiamato “la tomba degli Imperi”. Poi ci fu un secolo di relativa tranquillità in cui gli afgani continuarono a vivere secondo le loro tradizioni, la loro cultura, la loro legge che è quella sharia che manda in bestia gli occidentali e i Panebianco di tutte le risme.

Nel 1979 l’Afghanistan svegliò gli appetiti dell’URSS che voleva occupare il Paese e imporre il comunismo. Ma agli afgani non andavano a sangue né gli occupanti, tantomeno il comunismo. Furono aiutati dagli americani, in funzione antisovietica, con i missili terra-aria Stinger, che si portano a spalla. Ma di questi missili i combattenti afgani vennero in possesso solo verso la fine degli anni Ottanta e, quando cominciarono a cadere gli aerei e gli elicotteri, i russi ebbero il buon senso di filarsela.

Poiché si era creato un vuoto di potere iniziò un sanguinoso conflitto fra i grandi combattenti che avevano sconfitto l’URSS, i “signori della guerra”, Massud, Hekmatyar, Ismail Khan, Dostum. I “signori della guerra” sbattevano fuori dalle case i legittimi proprietari per metterci i loro seguaci, uccidevano a piacere, stupravano a piacere. Ci fu la ribellione della popolazione afgana che sotto il comando del Mullah Omar, guida militare, politica, spirituale, ricacciarono Massud nel Panshir, costrinsero Hekmatyar e Ismail Khan a riparare in Iran e Dostum, il più impresentabile (anche se poi farà parte dei governi Quisling a guida americana) a ritornare in Uzbekistan. Disse il giovane Omar: “Come potevamo restare fermi mentre si faceva ogni sorta di violenza sulla povera gente e si stupravano le donne?”. Ne salvò parecchie che erano cadute nelle grinfie dei “signori della guerra”, questo era il suo modo di difendere le donne.

Il Mullah Omar arrivò al governo nel 1996 e volle chiamarlo “Emirato islamico d’Afghanistan”, non Califfato perché il califfo si presenta come discendente di Maometto mentre Omar non aveva di queste pretese. E furono i soli sei anni di pace di quel Paese.

All’inizio gli americani accolsero con favore la presa del potere da parte dei Talebani perché così avevano un unico interlocutore per i loro affari, che si concentravano su un grande gasdotto che dal Turkmenistan, attraversando tutto l’Afghanistan, conduceva al Pakistan, cioè al mare. Gli americani erano convinti che la gestione di quel condotto sarebbe stata dell’Unocal, un’impresa statunitense in cui erano presenti Dick Cheney e Condoleezza Rice. Invece Omar decise di affidare l’impresa alla Bridas argentina, diretta dall’italiano Alberto Bulgheroni. Ignoranti come sempre dei costumi dei tanti Paesi cui impongono la loro presenza gli americani arrivavano a Kabul e dopo due ore erano già ripartiti convinti di aver concluso l’affare. Invece Bulgheroni sapeva che agli afgani piacciono lunghe, e spesso estenuanti, trattative attorno a una tazza di tè. Ma non fu solo per questo che Omar decise per la Bridas. Capiva bene che la Unocal non era solo la Unocal ma il cappello che gli americani intendevano mettere sull’Afghanistan. Cominciarono allora le indignate lagnanze, in specie del segretario di Stato Albright, per il mancato rispetto, fino ad allora ignorato, dei “diritti civili” da parte dei Talebani. Era il preludio della guerra. Che è stata una guerra puramente ideologica: non ci piacevano i costumi di quella gente e poiché non ci piacevano i loro costumi abbiamo occupato quel Paese per vent’anni causando 400mila morti civili per concluderla poi con la più vergognosa delle sconfitte. Gli occidentali avevano schierato il più potente, armato e numeroso esercito del mondo e sono stati sconfitti da gente che combatteva quasi a mani nude, kalashnikov e mitra. I Talebani non avevano nemmeno i missili Stinger contro bombardieri, caccia e droni. Bisognerebbe convincersi, una volta per tutte, che non si fa una resistenza di vent’anni se non si ha l’appoggio della maggioranza della popolazione.

E veniamo all’Afghanistan di oggi che dall’agosto 2021 è governato dai Talebani. Non c’è notizia, in Occidente, che non sia data per metterli in cattiva luce. Ha suscitato scandalo che i Talebani abbiano abolito la festa di S. Valentino, “è una festa occidentale, consumistica, estranea ai nostri costumi”. Ha fatto scandalo, con qualche ragione in più, che i Talebani stiano rastrellando gli anticoncezionali dalle farmacie. E questo per chi si è battuto per legittimare l’aborto è un obbrobrio. È che da quelle parti si ha una concezione diversa della famiglia e del rapporto fra i sessi. La donna deve pensare al focolare e a far figli, in compenso l’uomo ha l’obbligo di mantenere l’intera famiglia. E questo dovrebbe farci riflettere. In Italia a furia di LGBTQ il tasso di natalità è precipitato all’1,2 percento. In Afghanistan che pur dopo vent’anni di occupazione sconta una situazione economica pessima il tasso di natalità è al 4,75 percento.

A gennaio un attentato ha ucciso due donne che si stavano recando al lavoro. Data così, nuda e cruda, com’è stato fatto dai media occidentali sembrava che i Talebani si fossero accaniti, come al solito, sulle donne. Invece era un attentato Isis. Interessante quanto ha affermato il portavoce della Corte Suprema Ahmad Fahim Qaweem: “Sfortunatamente abbiamo perso due giudici donne nell’attacco di oggi”. E ha aggiunto “più di 200 giudici donne lavorano per la Corte Suprema”. Mi pare quindi azzardato affermare che in Afghanistan  le donne non abbiano accesso a un lavoro, anche apicale, anche delicato. E sarebbe curioso che queste donne arrivino a tali ruoli senza aver studiato, mentre gli occidentali sostengono che non hanno accesso ai licei e alle università.

Il 22 giugno 2022 c’è stato un terremoto in Afghanistan nella regione di Khost: più di 1500 vittime. Sarebbero state molte di meno, perché in quella zona non si costruiscono case in pietra e tantomeno palazzi, se una contemporanea alluvione non avesse spazzato via casupole e uomini. Niente a che vedere per numero di vittime col recente terremoto in Turchia e in Siria per il quale si sono mobilitati molti paesi e organizzazioni di volontariato, anche se il generoso e dovuto soccorso a quelle popolazioni va anche a favore del tagliagole Erdogan e del dittatore siriano Assad. Per gli afgani nessun aiuto. Invece di sprecare lacrime ipocrite sulla situazione afgana sarebbe meglio che le banche americane e inglesi restituissero i 9 miliardi di dollari che ai tempi di Karzai e di Ghani la Banca nazionale afgana aveva depositato sui loro conti. Come sarebbe bene che all’Afghanistan venga dato un seggio all’Onu. Perché uno Stato sia tale occorre che abbia tre presupposti: una popolazione, un territorio, un governo. E l’Afghanistan li ha.

Io sono stato sempre demonizzato per il mio appoggio ai Talebani. Devo sempre chiarire  che non ho nulla a che spartire con la loro ideologia, che mi è lontanissima. Dei Talebani apprezzo quei valori che chiamo “pre-ideologici, pre-politici, pre-religiosi”: coraggio, lealtà, onestà, difesa dei più deboli, che il Mullah Omar ha incarnato nel modo più pieno.

Il lettore si chiederà, forse, perché mentre c'è una guerra in corso fra Russia e Ucraina io mi occupo delle guerre afgane. Il motivo è smeplice anche se indiretto: gli afgani hanno respinto tre occupazioni (inglesi, russi, occidentali) senza avere l'aiuto di nessuno, anzi, da quando sono entrati in gioco i Talebani, avendo contro il mondo intero o quasi. Zelensky non fa che chiedere armi e aiuti economici ai Paesi europei (oltre ovviamente agli Stati Uniti) benchè l'Unione Europea dal punto di vista dei trattati internazionali non abbia nessun obbligo nei confronti dell'Ucraina che non fa parte né della Ue né della Nato.

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lunedì 31 gennaio 2022

Afghanistan (e altrove): che fare oggi? - Luciana Castellina

 

I Talebani governano Kabul, il paese è al collasso. Che cosa possiamo fare oggi? E come affrontiamo le tensioni tra Occidente e Russia sull’Ucraina? E le decine di altri conflitti in tutto il mondo? La prefazione dell’ebook ‘Afghanistan senza pace, 2001-2021’.

Che cosa fare oggi con l’Afghanistan riconsegnato ai Talebani? E con le nuove tensioni tra Occidente e Russia sull’Ucraina? E con le decine di altri conflitti, striscianti o violenti, in tutto il mondo? Torna alla mente uno degli slogan dei pacifisti degli anni ’80, un’importante verità che nell’Europa della nuova guerra fredda il movimento aveva affermato: “I patti non si fanno con gli amici, ma con i nemici”.

Voleva dire no all’arroccamento nell’Alleanza atlantica, sì al dialogo e alla ricerca di un compromesso con gli avversari. Ed era il corollario di un’altra verità: “la guerra è un retaggio del passato, la politica estera non può più affidarsi a soluzioni militari, la sicurezza va assicurata da strumenti politici”. 

Quando i potenti Stati Uniti annunciarono, ad agosto 2021, che dopo aver massacrato per 20 anni l’Afghanistan, avrebbero ordinato alle loro truppe e a quelle di noialtri alleati della Nato di abbandonare il paese, queste sagge considerazioni, che avevano ispirato la mobilitazione pacifista quarant’anni fa, sono tornate d’attualità. Generali, ministri, giornalisti per vent’anni hanno affermato di poter conquistare l’Afghanistan e trasformarlo, senza fare i conti con la realtà di quel paese. C’è stato anche chi ha pensato che i bombardamenti e i droni americani avrebbero potuto liberare le donne dal burka. Ahimè, non è stato così.

Dopo le grandi manifestazioni dei primi anni di guerra – raccontate negli articoli della prima parte di questo ebook – anche le nostre proteste sono cadute e i nostri democratici governi europei sono andati avanti tranquillamente con le operazioni militari nel quadro Nato al servizio della strategia americana. In Afghanistan per fortuna sono rimaste le Ong, a cominciare da Emergency, impegnate ad aiutare con scuole e ospedali la società civile del paese anziché ad armare le bande di altre fazioni.

“Fare accordi” con i nemici non vuol dire riconoscere il governo dei Talebani (non l’hanno del resto fatto nemmeno Russia e Cina). Vuol dire tenere aperto un confronto politico, dopo che per vent’anni a parlare sono state solo le armi. Vuol dire strappare qualche spazio per fare quanto non abbiamo fatto prima: aiutare la società civile afghana, le donne, i giovani a liberarsi di chi li opprime, maturando autonomia culturale e capacità di organizzarsi per diventare protagonisti della loro liberazione. E gli strumenti non sono missioni ufficialmente “umanitarie” sebbene portate avanti da militari armati fino ai denti. Sono gli aiuti per un paese alla fame, il sostegno all’azione delle Ong, la solidarietà. 

E serve davvero salvare chi ora rischia la vita – e sono in tanti – ottenendo vie d’uscita dal paese e l’impegno dei nostri paesi ad accogliere i fuggitivi. A Doha, nel negoziato promosso da Trump e poi proseguito da tutta la Nato, non c’è stata una trattativa sull’Afghanistan, ma solo sulle garanzie a favore dei militari Nato che se ne volevano andare, i soli per i quali è stata espressa preoccupazione dal presidente Biden: “Riportare a casa i nostri ragazzi”. E tanto peggio per quelli che vivono in un paese che i “nostri ragazzi” hanno massacrato in questi 20 anni, in nome della guerra come risolutrice dei conflitti.

Occuparci di Afghanistan oggi vuol dire anche occuparsi di Iran, dove ci sono migliaia di profughi afghani, e dove c’è un nuovo terreno di scontro con gli Stati Uniti e con Israele, sul nucleare e sulle strategie regionali. Vuol dire occuparsi di Medio Oriente: Israele, Palestina, Libano, Siria, Turchia, Arabia Saudita, Yemen, tutti posti dove i conflitti sembrano irrisolvibili, i diritti sono calpestati, la pace è introvabile. 

Vuol dire occuparsi di Europa, Ucraina, Bielorussia: a Bruxelles si insegue il progetto di esercito europeo e si finanzia la ricerca e produzione di nuove armi, in Ucraina si prepara un nuovo scontro militare est-ovest, alla frontiera tra Polonia e Bielorussia si ripete lo scandalo di un’Europa capace solo di alzare muri contro i profughi. E vuol dire occuparsi di Italia, dove le spese militari crescono al ritmo del 5%, più di ogni spesa corrente per il 2022, più della sanità nel mezzo della pandemia. I vent’anni trascorsi dalle torri gemelle alla ritirata Usa da Kabul ci ricordano che non possiamo non occuparci della pace.

 

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