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giovedì 4 agosto 2022

A chi interessa la pace in Ucraina?

 


articoli e disegni di Carlos Latuff, Federazione Anarchica Italiana- FAI, Turi Vaccaro, Gianluca Cicinelli, Antonio Mazzeo, Daniel Davis, Sergey Lavrov, Stefano Orsi, Sara Reginella, Philips Graham, Geraldina Colotti, Alessio Lerda, Francesco Vignarca, Graham E. Fuller, Pasquale Pugliese, Francesco Masala, Vanessa Ricciardi, Caitlin Johnstone, Manlio Dinucci, Enzo Apicella, Piero Orteca, Yurii Colombo, Michele Marsonet



Della guerra in Ucraina sembra non importare più niente – Francesco Masala

Ormai quello che importa, nell’informazione italiana, sono le elezioni, appena maturato il vitalizio, e, sarà un caso, prima che la sanzioni che l’Europa si è inflitta vadano a regime, nei prossimi autunno e inverno freddi.

Il giochetto sta riuscendo bene agli Usa, tenere l’Europa impegnata con l’Ucraina per tanto tempo ancora, fino a quando avranno lacrime per piangere, ma anche dopo.

La Cina è nel mirino degli Usa, provocano in tanti modi, secondo Pechino esiste un’unica Cina, Taiwan tornerà ad essere una provincia cinese, dicono.

Possibile che siano tutti d’accordo nell’impero occidentale?

Purtroppo sì, fino al suicidio.

Alcuni esempi:

a – Francia e Germania erano i garanti degli accordi di Minsk, se ne sono fregati, ma il pazzo è Putin (https://www.ilcappellopensatore.it/2022/04/gli-accordi-di-minsk-strappati-dallucraina/)

b – Londra ha rubato l’oro del Venezuela, e non vuole restituirlo, la colpa è del Venezuela (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-prendi_i_soldi_e_scappa_il_furto_delloro_venezuelano/39602_47004/)

c – quando in Cina, nel 1948, nacque la Repubblica Popolare Cinese “Chiang Kai-shek fuggì a Taiwan, portando con sé le riserve auree del paese e quel che restava dell’aviazione e della marina; per questo motivo, essendo i comunisti totalmente privi sia di marina militare che di aviazione non poterono far nulla contro i nazionalisti asserragliati a Taiwan e ad Hainan (ma quest’ultima, molto più vicina alla costa, fu conquistata l’anno successivo). Chiang Kai-shek ordinò inoltre che tutti i manufatti provenienti sia dalla Città Proibita sia dal palazzo imperiale di Nanchino, che si fosse riusciti a trasportare, venissero portati sull’isola di Taiwan. Questi oggetti formano oggi il cuore del “National Palace Museum” di Taipei. Il Kuomintang continuò il suo operato a Taiwan, considerandosi l’unico governo legittimo della Cina” (lo dice wikipedia, non il Quotidiano del popolo di Pechino)

Immaginate se domani Trump, sulla base della teoria delle elezioni truccate, si presentasse a Fort Knox e portasse l’oro lì depositato, in Alaska, o in Texas, come è successo in Cina e in Venezuela. Tutto bene? Non succederebbe niente?

Immaginate se le navi russe stazionassero fra Cuba e la Florida. Tutto bene? Non succederebbe niente?

L’Impero degli Stati eletti, accumunati da razzismo, imperialismo, colonialismo, l’Impero del Bene, che accoglie un ottavo della popolazione mondiale, ha deciso che la globalizzazione, che gli Usa hanno battezzato negli ultimi 30-40 anni, è morta, il libero commercio andava bene quando era ineguale, quando era sfruttamento a oltranza, adesso il gioco finirà, a brevissimo, anche senza guerra, ci saranno sanzioni contro la Cina, da cui arriva quasi tutto, dalle mutande ai telefoni cellulari.

L’Europa, Italia compresa, continuerà a produrre e consegnare armi in Ucraina (accanimento terapeutico per una guerra impossibile da vincere), per pagare i servizi di Vogue, i conti segreti di Zelenski, per uccidere dei civili filorussi in Donbass, pagherà la ricostruzione del paese, quando sarà, intanto l’Europa, senza mutande e telefonini, continuerà a non capire.

Ma quando il potere d’acquisto dei cittadini occidentali si sarà dimezzato entro il 2030, continuare a mandare armi in Ucraina, rinunciare alle mutande e ai telefonini, ai computer e alle pendrive, “con la Nato fino alla morte” sarà il nostro ideale?

continua qui

lunedì 12 luglio 2021

Il prossimo Afghanistan dei talebani, come 20 anni e migliaia di morti fa - Michele Marsonet

 

Governo afghano inconsistente e corrotto

Come si era già detto in precedenti articoli, appariva francamente eccessivo l’ottimismo dei media occidentali circa gli ultimi sviluppi della situazione in Afghanistan. Com’è noto, alla fine del suo mandato Donald Trump, pressato anche dalla scadenza elettorale, decise di ritirare parte delle truppe Usa ancora presenti nel territorio. Era ovviamente il preludio a un ritiro definitivo.
Questo non lasciava margini di manovra agli alleati – Italia inclusa – che mantenevano contingenti in un Paese che continua ad essere ingovernabile. La fine della presenza militare occidentale, tuttavia, ha giovato non tanto al governo, quanto ai talebani che hanno un’occasione d’oro per riconquistare interamente la loro influenza, già ora fortissima. Non si contano più i distretti già conquistati con le armi, inclusa la città di Kandahar.
Dovranno guardarsi non tanto dal governo di Kabul, da loro – e da una consistente parte della popolazione – percepito quale semplice emissario di Washington, quanto dagli altri fondamentalisti islamici con cui sono in conflitto. Quindi da Isis e Al Qaida che mantengono una presenza, per quanto minore rispetto al passato.

Gli studenti coranici e il satana occidentale

Il fatto che i talebani abbiano accettato di sedersi al banco delle trattative con gli Usa e il governo ufficiale non doveva in effetti alimentare eccessive illusioni. L’entusiasmo sarebbe stato giustificato se i talebani fossero davvero cambiati dando prova di accettare una normale dialettica democratica.
Ma così non è, come molti osservatori hanno subito notato. Gli “studenti coranici” non possono cambiare perché portatori di una visione assolutistica e teocratica del mondo e della politica.
Come in passato i loro aderenti vengono formati esclusivamente nelle “madrase”, vale a dire nelle scuole coraniche dove s’insegnano soltanto i precetti dell’islam, considerando “satanico” qualsiasi riferimento alla cultura occidentale.

Come prima e forse peggio di prima

Quindi nessuna concessione all’indizione di libere elezioni con formazioni politiche tra loro in competizione. Negazione totale dei diritti delle donne, che dovranno continuare a coprirsi in modo più o meno integrale restando sottomesse agli uomini. E niente scuole in cui vengano insegnati materie e argomenti che l’islam giudica “proibiti”.
Pure i sovietici avevano provato a laicizzare il Paese dopo averlo invaso nel 1979. Dieci anni dopo furono costretti ad andarsene, e quel ritiro costituì il prodromo del successivo crollo dell’Urss, che nelle montagne afghane trovò il suo Vietnam.
Ora i talebani promettono di rispettare coloro che hanno appoggiato l’intervento occidentale, ma non lo faranno, come non lo fecero con gli esponenti comunisti abbandonati dopo il ritiro dell’Armata Rossa.

Bugie politiche Usa con le gambe del lombrico

Ogni entusiasmo è quindi fuori luogo. I talebani combatteranno con forza i movimenti islamici rivali anche se, pare, questa volta troveranno un accordo con le tribù del Nord, che Massud riuscì a unificare scacciandoli dal potere anche grazie all’aiuto occidentale.
La storia, insomma, in Afghanistan non cambia mai. Nessun intervento militare è mai riuscito a pacificare il Paese, e gli eserciti stranieri (a partire dagli inglesi nel loro periodo imperiale) hanno sempre dovuto andarsene con le pive nel sacco.
Donald Trump fece la sua mossa elettorale, forse legittima dal suo punto di vista, e Joe Biden ne ha seguito le orme. Ancora una volta a pagarne le conseguenze saranno gli afghani – e sono molti – che non desiderano vivere sotto il giogo di un regime teocratico e integralista.

da qui

martedì 18 febbraio 2020

Regno Unito quanto unito? Voglie di exit. Da Gran Bretagna a micro Inghilterra? - Michele Marsonet




Le tante incognite del dopo Brexit
Tra le molte incognite generate dalla Brexit va annoverata anche una possibile implosione del Regno Unito. E’ già stato notato, ovviamente, ma finora gli analisti non hanno tematizzato il problema con la dovuta attenzione.
In Scozia, dove i fermenti indipendentisti sono vivi da sempre, Nicola Sturgeon, la 50nne premier locale nonché leader dello “Scottish National Party”, ha già detto di essere decisa a mantenere la Scozia nell’Unione Europea anche a costo di rompere in maniera drammatica con il governo di Londra.

Con la Scozia c’è poco da scherzare
In realtà era stata sconfitta nel 2014 di stretta misura con la vittoria del “sì” nel referendum sull’indipendenza indetto a Edimburgo. La Sturgeon, tuttavia, non ha mai rinunciato ai suoi proposito ritenendo assai dannoso per gli scozzesi il distacco da Bruxelles.
D’altro canto i sondaggi dicono che, in un eventuale nuovo referendum, il risultato sarebbe in bilico e i vertici dello SNP si dicono ottimisti circa la possibilità di rompere il plurisecolare accordo con gli inglesi i quali, pur avendo concesso alla regione un’ampia autonomia, mantengono comunque la leadership in settori chiave quali Difesa ed Economia.

Le diverse nazionali di calcio non bastano
Del resto di tratta di uno scenario ben noto. Il Regno Unito è, in teoria, una federazione in cui Inghilterra, Scozia, Irlanda del Nord e Galles hanno uguali diritti e lo stesso peso. Nella pratica, invece, è sempre Londra a decidere, e l’unico vero segno di divisione è dato dal fatto che le quattro regioni hanno, ognuna, una squadra nazionale di football.
Altrettanto scottante è il caso dell’Irlanda, dove la recente vittoria elettorale dei nazionalisti del Sinn Féin ha ridato fiato al perenne desiderio di riunificazione dell’isola. Qui la situazione è più complicata poiché l’Irlanda del Nord o Ulster, la parte settentrionale del Paese, fa parte del Regno Unito.

Ancora la mano britannica sull’Irlanda?
Finora la maggioranza degli abitanti dell’Ulster erano contrari al distacco dal Regno, e tutti rammentano la sanguinosa lotta dell’IRA, con innumerevoli atti di terrorismo, per cacciare gli inglesi dalle contee settentrionali.
Ma i tempi sono cambiati, e numerosi segnali fanno capire che ora anche nell’Ulster la Brexit viene vista come un danno. Non si esclude, insomma, la possibilità di indire un referendum per riunire le due Irlande in una sola nazione, confermando altresì la sua adesione alla UE. L’unica regione relativamente tranquilla sembra il Galles dove i fermenti indipendentisti esistono, ma meno forti che altrove.

Rischio secessioni a catena
Boris Johnson ha ben presenti i pericoli di secessione in Scozia e in Irlanda. Ha promesso maggiore autonomia, accettando – per ora – che a Edimburgo e a Belfast continuino a sventolare le bandiere europee della Ue. Ha inoltre avanzato la bizzarra proposta di trasferire la Camera dei Lord da Londra a York, l’antica capitale vichinga che è piuttosto vicina a Edimburgo.
Tuttavia i propositi di indipendenza sono tutt’altro che sopiti, e Johnson non ha escluso di difendere l’integrità del Regno a qualsiasi costo, anche se non si comprende bene che cosa ciò significhi. Non basta certo a tranquillizzare gli inglesi la sua strategia di rafforzare i rapporti con gli Usa e con gli antichi Dominions come Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Da Gran Bretagna a micro Inghilterra?
Le incognite sono dunque tante, e Johnson avrà bisogno di una grande abilità diplomatica per evitare la frammentazione del Regno. D’altro canto non è neppure chiaro se l’abilità diplomatica possa bastare in uno scenario così complicato. L’Inghilterra, dopo aver perduto l’Impero, potrebbe pure perdere pezzi di Regno fondamentali.

martedì 3 settembre 2019

Hong Kong, se la rivolta orfana ora acclama Donald Trump - Michele Marsonet



Rivolta in cerca di sponsor
E’ naturale che i dimostranti di Hong Kong, che continuano a godere di un vasto sostegno popolare, si appellino all’Occidente durante le manifestazioni chiedendone l’intervento per diminuire tanto la pressione diretta della polizia locale, quanto quella indiretta delle forze cinesi che stazionano nella ex colonia britannica e a Shenzhen poco oltre il confine.
Quando s’invocano il suffragio universale (che non c’è), e la libertà di stampa e di espressione (finora non abolite del tutto), qualsiasi mezzo sembra lecito pur di conseguire l’obiettivo che ci si prefigge, anche se a tutti è noto che tale obiettivo è pressoché impossibile da raggiungere.

The Donald, vorrei ma non posso
Destano tuttavia una certa meraviglia alcuni aspetti estremi delle manifestazioni. Negli ultimi giorni, per esempio, è stato spesso scandito il nome di Donald Trump quasi fosse il salvatore in pectore della città. Eppure è noto che il tycoon è contrario agli interventi all’estero, figuriamoci poi in territorio cinese.
Trump si è limitato a consigliare ai dirigenti di Pechino di usare la massima moderazione possibile, facendo capire che un’eventuale repressione violenta danneggerebbe ancor più i rapporti tra Usa e Repubblica Popolare.

Dazi prima di Hong Kong
Del resto tali rapporti sono già molto tesi per la guerra commerciale in corso tra i due Paesi, con la continua imposizione di dazi sulle merci importate da una parte e dall’altra. Ed è facile intuire che a Trump interessi questo problema assai più della situazione di Hong Kong.
Nel contempo alcune frange dei dimostranti hanno preso l’abitudine di cantare di fronte alla polizia – e alle inevitabili spie di Pechino – l’inno nazionale degli Stati Uniti. Così fornendo alla leadership cinese l’occasione di accusare gli Usa di fomentare i disordini. Accusa peraltro non supportata da prove, giacché risulta difficile immaginare che in una situazione simile la rappresentanza diplomatica americana si esponga in questo modo.

BoJo a rischio snobba l’ex colonia
Meglio poi dimenticare gli ex protettori inglesi. In questo momento Boris Johnson e il Regno Unito hanno altre gatte da pelare grazie alla Brexit, che rischia di frantumare il regno e con esso la più antica democrazia del mondo occidentale.
Certo è facile giudicare gli avvenimenti sedendo in poltrona, mentre è assai più arduo viverli sulla propria. Eppure è lecito chiedersi se sia questa la giusta politica da adottare. Se, in altri termini, sia giustificata la strategia del “tanto peggio, tanto meglio”.

Tanto peggio dubbio Tanto meglio
Poiché è evidente che la Cina non può cedere a rischio di portare i disordini all’interno dei suoi stessi confini, sarebbe più ragionevole aprire un tavolo di trattativa per verificare quanta autonomia si può salvare.
Ma pure questo è arduo, giacché il movimento ha sì dei leader, ma non riconosciuti da tutti. In altre parole non si sa chi dovrebbe sedere al tavolo, ed è tale instabilità a fare oggi di Hong Kong una polveriera che nessuno è in grado di neutralizzare.