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martedì 18 novembre 2025

Poste Italiane: il recapito è morto. Ucciso dai suoi stessi dipendenti - Carmine Pascale

Poste Italiane si è trasformata in un laboratorio di veleno sociale, un ambiente saturo di meschinità dove la competizione sfocia nel cinismo più brutale. È un luogo dove l'opportunismo ha un prezzo altissimo: c'è chi sarebbe pronto a sacrificare qualsiasi cosa per un avanzamento di carriera, un trasferimento o un mero favore personale. Queste dinamiche, in particolare, trovano la loro massima espressione distruttiva nel settore del recapito.

 

Quest'azienda è diventata, di fatto, un monumento alla codardia umana, un tratto che non conosce distinzione di età. Chiunque abbia familiarità con questo ambiente o vi lavori lo constata quotidianamente: l'uso sistematico dell'anonimato persino nelle banali richieste di informazioni ne è la prova lampante.

Ma gli araldi della negatività sono coloro che, pur lamentandosi della situazione, trovano sempre in qualcun altro il capro espiatorio per i propri fallimenti. Mosche cocchiere, desiderose di vedere gli altri fallire per non sentirsi soli nella propria insoddisfazione, trasformano ogni occasione in un pretesto per vomitare veleni e maldicenze, perfino contro chi si adopera per il bene comune.

I principali artefici di questa metastasi aziendale sono i lavoratori a tempo indeterminato di lungo corso. Con la stabilizzazione contrattuale, è come se avessero soffocato ogni senso di umanità, dimenticando cosa significhi lavorare da precari. La maggior parte di loro sembra aver rimosso la vera causa della propria stabilizzazione: non il merito o la competenza, ma l'onda lunga dei ricorsi legali dei primi anni Duemila.

Ne è scaturita una classe lavorativa che non conosce il valore della conquista, né del posto fisso né dei diritti, avendoli ottenuti con una facilità sostanziale. Questa mancanza di consapevolezza del sacrificio spiega in gran parte perché gli scioperi in Poste Italiane registrano una desolante e bassissima adesione, nonostante le condizioni lavorative, specialmente nel settore del recapito, siano spesso scioccanti e inaccettabili. La stabilità ottenuta senza sacrifici ha anestetizzato la capacità di lottare per i diritti. Tali dipendenti, che per esperienza e sicurezza dovrebbero essere la guida, sono invece un dannoso esempio.

Vedono nei migliaia di giovani precari la preda perfetta: una dinamica perversa dove i "penultimi" sfruttano cinicamente gli "ultimi" per perpetuare una cultura dell'ignavia e della sottomissione. Tale prassi torna drammaticamente comoda: il precario, accettando condizioni al ribasso che non conoscono limiti, si spacca la schiena lavorando addirittura fino a dodici ore al giorno, relegato nelle zone più difficili e al lavoro più sporco, con la sola e incerta speranza di un futuro.

È in questo pantano di meschinità che chi possiede valori etici è destinato a soccombere. L'onestà è una netta minoranza che non ha più la forza di curare un organismo ormai in decomposizione; ogni tentativo di risanamento è vano. Il sindacato stesso, inevitabilmente, si trova ad essere lo specchio di questo squilibrio: non è un caso che la tessera predominante abbia un colore solo. Quando una fetta così grande dei lavoratori manifesta i valori appena descritti, il riflesso si estende e contamina anche la dinamica della rappresentanza.

Se il recapito è morto, non è stata una fatalità. È stato assassinato, lentamente e senza rimorsi, dalla complicità e dal tradimento degli stessi uomini e donne che, per dovere e per contratto, avrebbero dovuto difenderlo.

da qui

venerdì 17 maggio 2024

Movimento “Lottiamo Insieme”: l’inerzia delle Istituzioni dinanzi allo strapotere di Poste Italiane (e delle grandi aziende)

 

Quando la legge non è uguale per tutti… perché denaro, potere e amicizie rendono taluni più uguali degli altri!

 

Al Capo dello Stato, Presidente Sergio Mattarella,

Precarietà vuol dire vivere in uno stato di costante incertezza economico sociale che abbraccia e cambia ogni aspetto dell’esistenza quotidiana, generando emozioni negative quali rabbia, angoscia, disperazione. Appare evidente come tale disagio possa compromettere la possibilità di progettare un futuro. Ma significa anche maggiori profitti per le imprese, perché un lavoratore precario è un lavoratore fragile e ricattabile, propenso a rinunciare all’esercizio dei propri diritti nel timore di non essere riconfermato alla scadenza del contratto.

Il principale datore di lavoro in Italia, Poste Italiane, dichiara di promuovere uno «sviluppo sostenibile orientato al benessere dei dipendenti», però ogni anno assume migliaia di giovani precari usa e getta da destinare alle attività di smistamento e consegna della posta. Sono i cosiddetti CTD, coloro che vengono assunti con contratti a tempo determinato, costretti solitamente a spostarsi di centinaia di chilometri da dove risiedono e a farsi carico di spese di locazione non indifferenti, anche solo per brevi periodi. L’occasione di entrare a far parte della grande azienda, prospettata attraverso un’incessante campagna di propaganda, presto si riduce a fugace, e per di più illusoria, esperienza lavorativa. Può durare, infatti, sino a un massimo di dodici mesi.

Successivamente, la possibilità di conquistare l’ambito posto fisso ruota intorno a una procedura di stabilizzazione che si avvale di graduatoria. Formulata in base al numero di giorni di servizio prestati e aggiornata escludendo l’applicazione del diritto di precedenza. Così da favorire l’instaurarsi di logiche clientelari! Circa diecimila persone sono attualmente presenti in questa sorta di limbo senza speranza. La maggior parte si è vista scavalcare da colleghi che hanno avuto la “fortuna” di raggiungere il fatidico traguardo dei 365 giorni di durata contrattuale.

Poste Italiane ha assunto ben 90 mila lavoratori a tempo determinato dal 2017 a oggi. Provvedendo a stabilizzare a malapena 12.500 risorse nel medesimo periodo. Molte delle quali attraverso forme occupazionali flessibili, che si traducono in salari bassi e situazioni di vita difficili. Basti pensare all’ampio ricorso al part time, soprattutto tra le lavoratrici femminili: non è una libera scelta, bensì il risultato di condizioni di lavoro sfavorevoli risultanti da un metodo di sviluppo orientato alla massimizzazione del profitto. Sono tantissimi, ma restano invisibili i precari delle Poste in quanto è necessario maturare almeno sei mesi di servizio per inseguire il sogno del posto fisso e, dunque, accedere alla graduatoria.

Come avrete intuito, nel gioco dell’oca della precarietà griffato Poste il traguardo è precluso a molti. La probabilità di ottenere il doppio sei che garantirebbe l’integrazione a tempo indeterminato varia per ciascuna persona. A differenza delle dure condizioni di lavoro simili ovunque. Orari estenuanti, scarsa sicurezza, straordinari non pagati, sono gli elementi ricorrenti nelle storie raccontate dai giovani precari di Poste Italiane. Si trovano, in sostanza, costretti a lavorare sotto il ricatto della mancata riconferma qualora non completassero le consegne previste. Per tale motivo, nella prassi accettano di prestare più ore di lavoro rispetto a quanto stabilito senza ricevere alcun compenso aggiuntivo. Cioè, a titolo gratuito e in nero!

Il risultato è quello di accendere una guerra tra poveri in cui va avanti chi più sopporta e resiste. Poste Italiane non gioca a dadi con i precari. Nel ricorrere al lavoro temporaneo persegue il conseguimento di un ingiusto vantaggio. Pur rispettando la proporzione tra lavoratori stabili e a termine relativa all’intero organico, quest’ultimi sono concentrati sulle figure di addetti allo smistamento e portalettere. In modo da disporre di una quota enorme di flessibilità nella gestione del servizio postale. L’azienda dovrebbe assumere stabilmente laddove necessario. Invece, continua ad approfittare di una normativa a maglie larghe sui contratti a termine, utilizzabili entro l’anno senza dover chiarire quali siano le ragioni che ne legittimano la sottoscrizione.

Negli ultimi tempi le lavoratrici e i lavoratori precari di Poste Italiane hanno dato vita a un vero e proprio movimento di protesta, «Lottiamo Insieme», per dare voce e speranza all’esasperazione di una moltitudine di donne e uomini, soprattutto giovani, prigionieri nel limbo dell’incertezza. Il «metodo Poste» alimenta precariato e produce sfruttamento, in maniera non dissimile da quanto accade nei sistemi di caporalato. È fondamentale, quindi, intraprendere un deciso cambio di rotta che può avvenire in un’unica direzione: promuovendo l’occupazione stabile e dignitosa, preferibilmente attingendo alle risorse selezionate, formate e utilizzate già in precedenza. Ciò in senso conforme allo spirito della nostra Costituzione.

Nel complice silenzio “sindacale”, Lottiamo Insieme invita pubblicamente le Istituzioni e Poste Italiane a fare scelte consapevoli e rispondenti all’esigenza di garantire piena ed effettiva tutela dei diritti dei lavoratori. Augurandosi che la situazione appena descritta possa costituire un’occasione per riaffermare la centralità della dignità del lavoro, a beneficio di tutti i cittadini. Il caso, tenuto accuratamente lontano dai riflettori, di recente è approdato in Parlamento. Con discrezione e senza clamore. In fin dei conti, questa volta è lo Stato a violare le sue stesse leggi!

Roma, 4 aprile 2024

Carmine Pascale

Andrea Fasano

Movimento Lottiamo Insieme

da qui

domenica 7 aprile 2024

Movimento “Lottiamo Insieme”: l’inerzia delle Istituzioni dinanzi allo strapotere di Poste Italiane (e delle grandi aziende)

 

Quando la legge non è uguale per tutti… perché denaro, potere e amicizie rendono taluni più uguali degli altri!

 

Al Capo dello Stato, Presidente Sergio Mattarella,

Precarietà vuol dire vivere in uno stato di costante incertezza economico sociale che abbraccia e cambia ogni aspetto dell’esistenza quotidiana, generando emozioni negative quali rabbia, angoscia, disperazione. Appare evidente come tale disagio possa compromettere la possibilità di progettare un futuro. Ma significa anche maggiori profitti per le imprese, perché un lavoratore precario è un lavoratore fragile e ricattabile, propenso a rinunciare all’esercizio dei propri diritti nel timore di non essere riconfermato alla scadenza del contratto.

Il principale datore di lavoro in Italia, Poste Italiane, dichiara di promuovere uno «sviluppo sostenibile orientato al benessere dei dipendenti», però ogni anno assume migliaia di giovani precari usa e getta da destinare alle attività di smistamento e consegna della posta. Sono i cosiddetti CTD, coloro che vengono assunti con contratti a tempo determinato, costretti solitamente a spostarsi di centinaia di chilometri da dove risiedono e a farsi carico di spese di locazione non indifferenti, anche solo per brevi periodi. L’occasione di entrare a far parte della grande azienda, prospettata attraverso un’incessante campagna di propaganda, presto si riduce a fugace, e per di più illusoria, esperienza lavorativa. Può durare, infatti, sino a un massimo di dodici mesi.

Successivamente, la possibilità di conquistare l’ambito posto fisso ruota intorno a una procedura di stabilizzazione che si avvale di graduatoria. Formulata in base al numero di giorni di servizio prestati e aggiornata escludendo l’applicazione del diritto di precedenza. Così da favorire l’instaurarsi di logiche clientelari! Circa diecimila persone sono attualmente presenti in questa sorta di limbo senza speranza. La maggior parte si è vista scavalcare da colleghi che hanno avuto la “fortuna” di raggiungere il fatidico traguardo dei 365 giorni di durata contrattuale.

Poste Italiane ha assunto ben 90 mila lavoratori a tempo determinato dal 2017 a oggi. Provvedendo a stabilizzare a malapena 12.500 risorse nel medesimo periodo. Molte delle quali attraverso forme occupazionali flessibili, che si traducono in salari bassi e situazioni di vita difficili. Basti pensare all’ampio ricorso al part time, soprattutto tra le lavoratrici femminili: non è una libera scelta, bensì il risultato di condizioni di lavoro sfavorevoli risultanti da un metodo di sviluppo orientato alla massimizzazione del profitto. Sono tantissimi, ma restano invisibili i precari delle Poste in quanto è necessario maturare almeno sei mesi di servizio per inseguire il sogno del posto fisso e, dunque, accedere alla graduatoria.

Come avrete intuito, nel gioco dell’oca della precarietà griffato Poste il traguardo è precluso a molti. La probabilità di ottenere il doppio sei che garantirebbe l’integrazione a tempo indeterminato varia per ciascuna persona. A differenza delle dure condizioni di lavoro simili ovunque. Orari estenuanti, scarsa sicurezza, straordinari non pagati, sono gli elementi ricorrenti nelle storie raccontate dai giovani precari di Poste Italiane. Si trovano, in sostanza, costretti a lavorare sotto il ricatto della mancata riconferma qualora non completassero le consegne previste. Per tale motivo, nella prassi accettano di prestare più ore di lavoro rispetto a quanto stabilito senza ricevere alcun compenso aggiuntivo. Cioè, a titolo gratuito e in nero!

Il risultato è quello di accendere una guerra tra poveri in cui va avanti chi più sopporta e resiste. Poste Italiane non gioca a dadi con i precari. Nel ricorrere al lavoro temporaneo persegue il conseguimento di un ingiusto vantaggio. Pur rispettando la proporzione tra lavoratori stabili e a termine relativa all’intero organico, quest’ultimi sono concentrati sulle figure di addetti allo smistamento e portalettere. In modo da disporre di una quota enorme di flessibilità nella gestione del servizio postale. L’azienda dovrebbe assumere stabilmente laddove necessario. Invece, continua ad approfittare di una normativa a maglie larghe sui contratti a termine, utilizzabili entro l’anno senza dover chiarire quali siano le ragioni che ne legittimano la sottoscrizione.

Negli ultimi tempi le lavoratrici e i lavoratori precari di Poste Italiane hanno dato vita a un vero e proprio movimento di protesta, «Lottiamo Insieme», per dare voce e speranza all’esasperazione di una moltitudine di donne e uomini, soprattutto giovani, prigionieri nel limbo dell’incertezza. Il «metodo Poste» alimenta precariato e produce sfruttamento, in maniera non dissimile da quanto accade nei sistemi di caporalato. È fondamentale, quindi, intraprendere un deciso cambio di rotta che può avvenire in un’unica direzione: promuovendo l’occupazione stabile e dignitosa, preferibilmente attingendo alle risorse selezionate, formate e utilizzate già in precedenza. Ciò in senso conforme allo spirito della nostra Costituzione.

Nel complice silenzio “sindacale”, Lottiamo Insieme invita pubblicamente le Istituzioni e Poste Italiane a fare scelte consapevoli e rispondenti all’esigenza di garantire piena ed effettiva tutela dei diritti dei lavoratori. Augurandosi che la situazione appena descritta possa costituire un’occasione per riaffermare la centralità della dignità del lavoro, a beneficio di tutti i cittadini. Il caso, tenuto accuratamente lontano dai riflettori, di recente è approdato in Parlamento. Con discrezione e senza clamore. In fin dei conti, questa volta è lo Stato a violare le sue stesse leggi!

Roma, 4 aprile 2024

Carmine Pascale

Andrea Fasano

Movimento Lottiamo Insieme

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