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lunedì 24 marzo 2025

Mi chiamo Mahmoud, sono un prigioniero politico - Mahmoud Khalil

Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al freddo del mattino e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie in atto nei confronti di moltissime persone a cui è preclusa la tutela della legge.

Chi ha il diritto di avere diritti? Non sono certo gli esseri umani ammassati in queste celle. Non è l’uomo senegalese che ho incontrato e che è stato privato della sua libertà per un anno, con la sua situazione legale in un limbo e la sua famiglia a un oceano di distanza. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che ha messo piede in questo paese all’età di nove anni, per poi essere deportato senza nemmeno un’udienza.

La giustizia sfugge ai contorni delle strutture di immigrazione di questa nazione.

L’8 marzo sono stato preso da agenti del Department of Homeland Security che si sono rifiutati di fornire un mandato e hanno avvicinato me e mia moglie mentre tornavamo da una cena. Il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima che mi rendessi conto di ciò che stava accadendo, gli agenti mi hanno ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel momento, la mia unica preoccupazione era la sicurezza di [mia moglie] Noor. Non sapevo se sarebbe stata portata via anche lei, visto che gli agenti avevano minacciato di arrestarla per non avermi abbandonato. Il DHS non mi ha detto nulla per ore: non sapevo la causa del mio arresto né se rischiavo la deportazione immediata. Al 26 di Federal Plaza ho dormito sul pavimento freddo. Nelle prime ore del mattino, gli agenti mi hanno trasportato in un’altra struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì ho dormito per terra e mi è stata rifiutata una coperta nonostante la mia richiesta.

Il mio arresto è stato una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parola, mentre sostenevo la necessità di una Palestina libera e la fine del genocidio a Gaza, che è ripreso in pieno nella notte di lunedì (17 marzo). Con il cessate il fuoco di gennaio ormai infranto, i genitori di Gaza stanno di nuovo cullando sudari troppo piccoli e le famiglie sono costrette a scegliere tra fame e sfollamento e le bombe. È nostro imperativo morale continuare a lottare per la loro completa libertà.

Sono nato in un campo profughi palestinese in Siria da una famiglia sfollata dalla propria terra durante la Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza in prossimità ma lontano dal mio paese. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i confini. Vedo nelle mie circostanze analogie con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa – imprigionamento senza processo o accusa – per privare i palestinesi dei loro diritti. Penso al nostro amico Omar Khatib, che è stato incarcerato senza accusa né processo da Israele mentre tornava a casa dopo un viaggio. Penso al direttore dell’ospedale di Gaza e pediatra Dr. Hussam Abu Safiya, che è stato fatto prigioniero dall’esercito israeliano il 27 dicembre e che oggi rimane in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi, l’imprigionamento senza un giusto processo è una prassi comune.

Ho sempre creduto che il mio dovere non sia solo quello di liberarmi dall’oppressore, ma anche di liberare i miei oppressori dall’odio e dalla paura. La mia ingiusta detenzione è indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden sia quella di Trump hanno dimostrato negli ultimi sedici mesi, quando gli Stati Uniti hanno continuato a fornire a Israele armi per uccidere i palestinesi e hanno impedito ogni intervento internazionale. Per decenni, il razzismo anti-palestinese ha guidato gli sforzi per espandere le leggi e le pratiche statunitensi utilizzate per reprimere violentemente i palestinesi, gli arabi americani e altre comunità. È proprio per questo che sono stato preso di mira.

Mentre attendo decisioni legali che tengono in bilico il futuro di mia moglie e di mio figlio, coloro che hanno permesso che venissi preso di mira rimangono comodamente alla Columbia University. I presidenti Shafik, Armstrong e il rettore Yarhi-Milo hanno gettato le basi perché il governo degli Stati Uniti mi prendesse di mira, disciplinando arbitrariamente gli studenti filopalestinesi e permettendo che la delazione virale – basata sul razzismo e sulla disinformazione – si svolgesse senza controllo.

La Columbia mi ha preso di mira per il mio attivismo, creando un nuovo ufficio disciplinare autoritario per aggirare il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che criticano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali divulgando i dati di studenti e studentesse al Congresso e cedendo alle ultime minacce dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di almeno 22 studenti di Columbia – ad alcuni è stata tolta la laurea a poche settimane dal diploma – e l’espulsione del presidente della Student Workers of Columbia, Grant Miner, alla vigilia delle trattative contrattuali, ne sono chiari esempi.

Se non altro, la mia detenzione è una testimonianza della forza del movimento studentesco nello spostare l’opinione pubblica in favore della liberazione della Palestina. Studenti e studentesse sono stati a lungo in prima linea nel cambiamento: hanno guidato la carica contro la guerra del Vietnam, sono stati in prima linea nel movimento per i diritti civili e hanno guidato la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Anche oggi, sebbene l’opinione pubblica non l’abbia ancora compreso appieno, sono studenti e studentesse a guidarci verso la verità e la giustizia.

L’amministrazione Trump mi sta prendendo di mira come parte di una strategia più ampia per reprimere il dissenso. I titolari di un visto, i titolari di una green card e i cittadini saranno tutti presi di mira per le loro convinzioni politiche. Nelle prossime settimane, studenti, sostenitori e funzionari eletti devono unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di tutti.

Sapendo che questo momento trascende le mie circostanze individuali, spero comunque di essere libero di assistere alla nascita del mio primo figlio.


Questa lettera è stata dettata per telefono dal centro di detenzione ICE (l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e delle dogane) in Louisiana, da Mahmoud Khalil, dove si trova dopo l’arresto dell’8 marzo. Khalil, nato in Siria da rifugiati palestinesi, è stato figura chiave nelle proteste alla Columbia University contro la guerra a Gaza nella primavera del 2024. Traduzione di Connessioniprecarie (che ringraziamo).

da qui

martedì 8 ottobre 2024

Lettera aperta di Yanis Varoufakis e Brian Eno ai giudici della Corte Penale Internazionale

  

Cari Giudici della Corte Penale Internazionale,

Quando abbiamo saputo, a gennaio, che la Corte di cui fate parte aveva deciso di esaminare il caso riguardante la situazione in Israele-Palestina, ci siamo sentiti incoraggiati. L’umanità ha bisogno di una Corte Penale Internazionale che difenda lo stato di diritto e sia disposta a indagare sulle più gravi violazioni del diritto internazionale.

Oggi, 7 ottobre 2024, esattamente un anno dopo l’inizio della più recente e brutale fase del conflitto israelo-palestinese, vecchio di settantasei anni, sentiamo il bisogno di rivolgerci direttamente a voi. Non solo a causa della crescente crudeltà di ciò che sta accadendo a ovest del fiume Giordano, ma anche per il pericoloso precedente che si creerebbe se uno Stato potesse operare così lontano dal consenso internazionale su un comportamento accettabile in tempi di conflitto. Se tali violazioni non verranno sanzionate da una corte come la vostra, in futuro gli stati commetteranno crimini di guerra con maggiore impunità.

Ormai è incontestabile: il governo di Israele ha deciso di eliminare sistematicamente ogni aspetto della vita palestinese a Gaza. Abbiamo già visto:

  1. Il più intenso bombardamento di un’area urbana densamente popolata nella memoria vivente;
  2. La più deliberata carestia di una popolazione dalla Seconda Guerra Mondiale;
  3. La distruzione sistematica delle strutture sanitarie;
  4. Un numero senza precedenti di giornalisti e personale delle Nazioni Unite uccisi.

Il governo israeliano ha attaccato scuole, università, biblioteche, archivi, centri culturali, siti del patrimonio, moschee e chiese. Professori e insegnanti sono stati uccisi, insieme ai loro studenti e spesso alle loro intere famiglie. Nel frattempo, sotto la copertura del conflitto a Gaza, i coloni israeliani, protetti dai soldati dell’IDF, stanno sfrattando i palestinesi dalla loro terra ancestrale in diretta violazione di ogni principio del diritto internazionale.

Queste non sono semplici violazioni da parte di un governo. La comunità internazionale non ha motivo di aspettarsi che un cambio di governo riporti lo Stato di Israele all’interno del rispetto del diritto internazionale. Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est. Cinque giorni dopo, la Knesset israeliana ha votato 65-9 per ignorare la sentenza di quella Corte e ha provocatoriamente descritto la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est come parte della “Terra di Israele”. Per dimostrare ulteriormente il suo disprezzo per il diritto internazionale e per le istituzioni che l’umanità ha creato dopo la Seconda Guerra Mondiale per sostenerlo, mercoledì scorso il governo israeliano ha vietato l’ingresso nel Paese al Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres.

Ecco quindi la domanda: Quando possiamo aspettarci che la vostra Corte emetta accuse formali?

Oggi è l’anniversario dell’inizio del capitolo più cupo di una tragedia per la quale la nostra generazione dovrà rispondere alle generazioni future. Oggi, più che mai, l’umanità ha bisogno di una corte come la vostra, in cui menti legali imparziali provenienti da tutto il mondo possano raggiungere un consenso sugli standard di legittima condotta in guerra e nel suo seguito. Il vostro ruolo è vitale e vi imploriamo di agire immediatamente.

 

Grazie, Brian Eno e Yanis Varoufakis

 

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mercoledì 11 settembre 2024

Mi chiamo Maysoon Majidi

Lettera dal carcere di Maysoon Majidi, l’attivista curdo-iraniana accusata di essere una scafista racconta il suo viaggio verso l’Italia: dalle persecuzioni del regime all’arresto

Mi chiamo Maysoon Majidi, sono nata il 29 luglio del 1996. Questa è la mia voce! Sono laureata in teatro e ho un diploma magistrale, sono attivista politica e membra dell’organizzazione dei diritti umani «Hana», partecipo al coordinamento dei Curdi in diaspora, sono attivista dei diritti delle donne e delle nazioni sottomesse. Quanto ai diritti dei rifugiati, ho sempre partecipato alle varie attività come organizzare le manifestazioni dell’Onu in Erbil (Iraq) dopo la morte di Behzad Mahmoudi, rifugiato politico. Ho svolto tante altre attività. Ho partecipato alle lotte del popolo curdo per sette anni.

Sia io che mio fratello abbiamo ricevuto molti messaggi di minacce da parte del regime iraniano, così abbiamo dovuto lasciare l’Iraq

NEL 2019 sono dovuta scappare dell’Iran con mio fratello e in Kurdistan irakeno ho lavorato in televisione. Negli ultimi due anni ho lavorato come reporter e giornalista indipendente. Nel corso della rivoluzione per «Jina-Mahsa Amini» ho organizzato la prima performance davanti alla sede delle Nazioni unite in Erbil e ho costruito il canale «Ack news» per pubblicare notizie in tempo reale. Sia io che mio fratello abbiamo ricevuto messaggi di minacce da parte del regime iraniano, così abbiamo dovuto lasciare l’Iraq, perché l’Onu ha evitato ogni appoggio, aiuto, protezione. Nell’agosto 2023, insieme ad altri attivisti, abbiamo pagato cinquemila euro per entrare in Turchia come rifugiati. Abbiamo dovuto camminare in mezzo alle montagne. In Turchia siamo rimasti a casa di una signora anziana per due giorni, poi siamo andati a Van e dopo cinque giorni abbiamo ricevuto i passaporti falsi. Da lì siamo andati a Istanbul con vari mezzi e macchine (essendo trascorso un anno, non ricordo tutti i dettagli). A Istanbul eravamo in 15 e siamo stati truffati (…). Ci hanno derubato dei soldi che avevamo pagato per venire in Italia, ci minacciavano, ci facevano violenze e dispetti continuamente.

Il poliziotto e il mediatore mi hanno chiesto chi guidasse la barca. Ho risposto: «Non lo so». Poi sono venuti ad arrestarmi. Non riesco ancora a capire il perché

SIAMO STATI abbandonati in Turchia per cinque mesi (da agosto a dicembre). In questo periodo chiedevamo l’aiuto economico dalla famiglia e dai parenti (…). Io e mio fratello abbiamo dovuto aspettare fino a dicembre per avere i soldi per venire in Italia (quasi 50mila euro). La mia famiglia ha dovuto vendere la macchina e la casa per recuperare questi soldi. Il 25 dicembre siamo andati all’hotel Aksara di Istanbul per partire verso l’Italia il giorno successivo. C’erano tanti altri passeggeri. (…) Finalmente il 26 dicembre, alle 18, insieme ad altre 30 o 40 persone, siamo stati trasferiti al porto di Izmir. Il 27 dicembre, insieme ai passeggeri di un altro camion, siamo arrivati in spiaggia, camminando in mezzo alle montagne per ore. Alle 12, dopo essere stati controllati e aver lasciato a loro i nostri cellulari, portando con noi uno zaino solo, divisi in piccoli gruppi, siamo stati trasferiti su una barca con i vaporetti. Ognuno di noi aveva solo uno zaino nero con le cose strettamente necessarie. La barca aveva tre camere piccole e un salone. Le donne e i bambini erano in una stanza e una cabina era per la famiglia (…). Gli uomini, la maggior parte dei quali erano afgani, stavano nel salone. C’erano tre bagni, uno per noi che si è rotto il primo giorno ed era fuori uso; (…) Nell’urgenza di andare in bagno dovevamo usare i sacchetti di plastica e poi buttarli fuori. A causa della situazione terribile, si vomitava spesso. Il motore della barca si rompeva continuamente (…). Si è rotta anche la pompa e l’acqua entrava in barca; i ragazzi dovevano svuotarla con i cestini che scaricavano fuori.

IL MIO CORPO diventava sempre più debole per ilo mal di mare. Mi girava la testa. Mi sono accorta che mi sono venute le mestruazioni. Sono andata in bagno per controllare. Era vero, ma non riuscivo a trovare lo zaino per prendere l’assorbente. Sono tornata su per cercarlo e ho visto che si era seduto un uomo al posto mio. Ho provato di tutto e persino litigato, ma non si è spostato. Avevo la nausea e non riuscivo a respirare. Una donna, che è stata sopra tutto il tempo, maltrattava tutti, ha cominciato a sgridarmi. Io ho reagito a parole. Piano piano tutti hanno cominciato a urlare. Un uomo ha cercato di calmarmi e mi ha chiesto di sedermi su un pezzo di legno in fondo alla barca e ha detto che anche gli altri passeggeri potevano salire al piano superiore per respirare. (…) Il 30 dicembre sono rimasta nell’ultima stanza vicino alle donne e ai bambini. L’odore del bagno era così forte che si sentiva dal piano di sopra. Il 31 dicembre ci hanno detto che eravamo nel mare libero e non c’era più il rischio di essere visti dai poliziotti, quindi si poteva andare su senza problemi. (…)

TUTTI SI LASCIAVANO il vero nome e i contatti di Instagram. Era finito il viaggio e si vedeva la costa italiana. Nella mattinata nebbiosa di dicembre hanno calato la barchetta gonfiabile in acqua. Tutti felici hanno cominciato a filmare e mandare i messaggi per far sapere che erano in salvo. Pure io, seduta sul legno, ho mandato un messaggio e i selfie con mio fratello alla famiglia. A causa del freddo, la lingua tremava e ho dovuto ripetere il mio messaggio vocale più volte. (…) Cinque minuti dopo aver mandato il video, hanno detto che cinque persone dovevano scendere come siamo saliti all’inizio! Siamo stati nominati io e mio fratello (…).

PENSAVO CHE tutto fosse andato bene, ho cominciato a fare le foto ai funghi cresciuti per terra, agli alberi, alla natura e poi ci siamo fatti alcuni selfie. A causa del mio sanguinamento da mestruazione, un uomo curdo mi portava lo zaino. Non c’eravamo ancora allontanati, quando ho sentito un rumore da dietro! Ho visto un’ombra dietro agli alberi! Appena ho chiamato gli altri, sono usciti i poliziotti, mi sono spaventata vedendoli, perché pensavo che ci picchiassero (come i poliziotti bulgari) e per quello ho subito detto che eravamo rifugiati: «Aiutateci!» Sono diventati tanti. Prima ci hanno chiesto di mostrare cosa portassimo nei nostri zaini e poi ci hanno perquisito. Uno di loro mi ha aperto l’hotspot dal suo cellulare per accedere a internet e così sono riuscita a cercare il mio nome online e fargli vedere alcune foto delle mie attività. Poi sono riuscita a comunicare con loro tramite traduttore digitale. Ho spiegato che siamo attivisti politici, e che la persina con me è mio fratello: «Siamo iraniani e non vorremmo restare in Italia. Siamo diretti in Germania». Lui mi ha scritto col traduttore digitale che dovevo stare calma. E che loro ci avrebbero trasferito in un campo solo per farci riposare e aiutarci. Poi ci avrebbero lasciati liberi di andar via. Li ho ringraziati.

Dopo ci hanno trasferiti in un parcheggio scoperto. Ci siamo aggregati agli altri passeggeri che erano arrivati prima di noi. Abbiamo fatto la coda per farci fotografare e per la registrazione dei nostri dati sensibili. Hanno distribuito acqua e biscotti. Mi sono seduta in un angolo con mio fratello. Il poliziotto e il mediatore mi hanno chiesto chi guidasse la barca. Ho risposto: «Non lo so». (…) Il mediatore ha ripetuto la domanda: «Chi comandava sulla barca?» (…) Ho risposto: «Non so». Sono andati via. Poco dopo, ci hanno chiesto di salire su un bus bianco. (…) Avevo i piedi gonfi e le scarpe sporche e bagnate. Le ho tolte e lavate. Poi sono andata fuori a sedermi. (…) A quel punto sono venuti ad arrestarmi. Non riesco ancora a capire il perché.

***
La traduzione è a cura di Unione Donne Italiane e Kurde, Marjam Mohammadi, Snour Marziyeh Nishat]

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sabato 18 novembre 2023

Lettera di una donna mapuche a una donna palestinese

La weychafe mapuche Moira Millán scrive una lettera indirizzata alle sue sorelle palestinesi (1)


Dall’impotenza della distanza e la certezza della resistenza.

Cara sorella palestinese, ti scrivo da terre molto lontane, dal mio territorio di Puelmapu, Territorio Mapuche, nel sud della Patagonia, sotto l’amministrazione dello stato argentino.

Sono figlia di una nazione anch’essa invasa, il popolo-nazione mapuche, un popolo che ancora ricorda i giorni in cui era libero, quando percorrevamo senza frontiere e senza filo spinato la nostra Wallj Mapu. Così come il tuo popolo, cara sorella, anche il mio conosce l’ingiustizia della spogliazione, il dolore del genocidio, la desolazione di essere schiavi nella propria terra, le deportazioni, la morte, i trasferimenti forzati.

Abbiamo toccato con mano l’indolenza del mondo, e ancora oggi subiamo l’imposizione di due stati coloniali, Argentina e Cile, che continuano a perseguitarci, ad arrestarci e ucciderci.

La mia famiglia è sopravissuta in modo miracoloso a campi di concentramento, tortura e sterminio.

Da lì provengo, da un lignaggio radicato nel profondo della memoria tellurica di questi territori, un popolo nazione, coraggioso e di grande dignità.

Il popolo palestinese abita il mio cuore da qualche anno, da quando ho saputo che là - nel lontano e allo stesso tempo così vicino Medio Oriente - stava accadendo una storia simile alla nostra: un popolo originario, il Popolo Palestinese, era invaso da uno stato coloniale, Israele. Una situazione molto somigliante alla nostra con qualche decade di differenza, poiché la campagna genocida dello stato argentino finì alla fine del 1800 con l’insediamento definitivo del loro Stato in Puelmapu agli inizi del 1900.

Attraversa il mio corpo ogni pallottola che uccide la vita delle mie sorelle e dei miei fratelli palestinesi.

Torno a vivere il genocidio con ogni bomba che cade sopra Gaza, con ogni bambino ammazzato, col dilagare della morte d’innocenti lungo tutto il territorio palestinese, di mano dello stato israeliano.

Ho ricevuto dai miei antenati un insegnamento molto molto antico nella filosofia del mio popolo mapuche, il nostro kuifikimvn. Mi parlano dello YERPUN, attraversare la notte, per essere persona, alzando il nostro ESSERE come umanità. Dobbiamo attraversare ostacoli, dolori, pene profonde, attraversare la notte più oscura per nascere a un nuovo giorno, luminoso e pieno.

Mi domando: quando attraverseremo la notte? Che cosa è successo con il popolo ebreo che ha avuto anche lui la sua notte lunga e profonda? Forse è rimasto nel buio? O sono stati sequestrati da quelli che governano le notti inoculando i peggiori incubi? Forse i mostri della notte hanno preso il controllo del mondo addormentando i nostri sensi con sonniferi carichi di bugie. Avremo molti YERPUN, cara sorella. Ma prima o poi noi, popoli tellurici, attraverseremo la notte, e le forze militari coloniali dovranno arrendersi di fronte all’unità dei popoli, alla solidarietà e la forza della giustizia e fratellanza di un’umanità che oltre tutti i confini continuerà a uscire per strada, convinta che finché non ci sarà giustizia per i criminali non ci sarà la pace.

Da sempre le forze di occupazione agiscono mettendo in marcia un apparato di propaganda che cerca di silenziare la coscienza dei popoli e di giustificare i loro aberranti crimini davanti al mondo. La narrativa coloniale comincia segnalando le vittime come terroristi, e gli stati terroristi come giustizieri.

La nazione mapuche conosce molto bene tale perverso racconto, che funziona a favore degli oppressori perché il razzismo, che struttura la dottrina delle democrazie “dell’odio”, non è contestato dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Una piccola parte dell’umanità che concentra il potere è suprematista, razzista e ha deciso che la vita dei popoli razzializzati non importa. Ho saputo che una parte della popolazione ebrea subisce la repressione della tirannide dei genocidi che governano lo stato di Israele.

So che donne e uomini ebrei hanno alzato valorosamente la voce per vociferare la loro rabbia e chiarire che non permetteranno che nel loro nome si continui a uccidere un popolo. Molte di queste valorose persone hanno sofferto maltrattamenti, tortura e carcerazione da parte delle forze repressive del governo di estrema destra sionista e fascista israeliano. Quella frazione di sorelle e fratelli ebrei antisionisti sono perseguitati perché sentono e assumono la loro profonda umanità, provando vergogna per gli assassini che dicono di rappresentarli. Estendo il mio abbraccio anche a loro.

Mi fanno ricordare le argentine e gli argentini che valorosamente sono usciti a denunciare lo stato accanto al popolo mapuche, quando le pallottole del comando unificato argentino erano sparate sulla nostra infanzia, solo un anno fa. Ovviamente il ripudio a quella caccia di bambini e donne mapuche, non fu massiccia, erano solo una manciata di esseri consapevoli e solidari. Ci sarà sempre una voce che emergerà saggia e valorosamente per dire “basta!”.

In questi giorni penso a Hannah Arendt, ebrea, sionista in un principio e in un contesto molto differente da quello di adesso e tuttavia perseguitata e odiata dai suoi, che non permisero il suo revisionismo, le sue critiche e interpellanze di fronte a un nazionalismo coloniale e razzista che si profilava così crudele come i suoi persecutori nazisti. Lei riuscì a vedere cosa sarebbe diventata quella forza politica che si articolava, per sostenere un’occupazione con la forza, sanguinaria e crudele.

Desidero tanto, cara sorella palestinese, che le donne del mondo si uniscano in una chiamata a uno sciopero mondiale contro il genocidio, per fermare la guerra forse sarebbe necessario fermare il mondo, e voi che lucrate con la guerra, gli autentici beneficiari di questo massacro, sappiate che siamo decise a strapparvi il nostro diritto alla giustizia e alla pace.

Credo fermamente nella nostra forza, nella nostra capacità di ordire consensi, nel nostro discernimento per vedere al disopra di tutte le differenze l’importanza di sostenere la VITA.

Mia cara sorella palestinese, abbraccio il tuo popolo con tutto il mio essere pieno d’amore. Mi vergogno per i miei limiti e la mia impotenza di fronte a ciò che state attraversando. Credimi che vorrei essere lì ad aiutare. Come donna mapuche io so cosa vuol dire la carenza di tutto, e quanto è meraviglioso quando in mezzo alla disperazione si allunga una mano amica per dare l’aiuto di cui abbiamo bisogno.

Desidero la libertà del tuo popolo così come sogno la libertà del mio.

Weayiñ lamngen Palestina. Vinceremo sorella palestinese.

Dalla cordigliera sud Puelwillimapu, per territorio, giustizia e libertà, marici weu!!

Moira Millan- Weychafe Mapuche (2)

NOTE

1. Fonte: Agencia Presentes - Riportato in Resumen Latinoamericano, 14 novembre, 2023

https://www.resumenlatinoamericano.org/2023/11/14/feminismos-carta-de-una-mujer-

2. Moira Millán indigena mapuche, attivista femminista, lotta da una vita per la difesa delle donne e della terra. In "bottega" gli ultimi articoli dove si parla di lei: https://www.labottegadelbarbieri.org/sapienze-di-genere-in-abya-ayala/ labottegadelbarbieri.org/felice-giorno-dellinfanzia-in-argentina-ma-per-chi/ 

https://www.labottegadelbarbieri.org/estrattivismo-culturale-in-america-latina/

venerdì 15 settembre 2023

L’OLTRAGGIO ALLE VITTIME NEL MEDITERRANEO - Mattia Ferrari

  

 “Le autorità hanno dato il permesso di partire alla Mare Jonio ma senza attrezzature di soccorso”. Questa ordinaria tragedia dimostra che i migranti non sono vittime del mare ma di politiche cieche di fronte alla dignità umana

 

Pubblichiamo una lettera di don Mattia Ferrari, assistente spirituale della ONG Mediterranea Saving Humans che aggiorna i Vescovi sul  dramma dei migranti e le deplorevoli politiche e ordinanze del governo

 

Cari Padri, vi raggiungiamo per i consueti aggiornamenti.

Le autorità hanno ordinato alla società armatrice della Mare Jonio che la nostra nave può partire ma deve togliere le attrezzature per il soccorso.

Questo provvedimento vuole attuare due circolari del governo precedente finalizzate ad evitare l’esistenza di navi del soccorso civile battenti bandiera Italiana.

La Mare Jonio, unica nave del soccorso civile battente bandiera italiana, si trova quindi nella paradossale situazione di aver l’ordine di non partire.

Oggi pomeriggio [Lunedì 11 Settembre] è uscito il comunicato, con cui annunciamo che ci opporremo a questo provvedimento in ogni sede.

Tali scelte del governo italiano sono un oltraggio alle oltre 2.300 vittime in mare del 2023.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/la-nave-mare-jonio-puo-navigare-ma-per-le-autorita-non-deve-poter-salvare

Nei giorni scorsi tra i nostri cari amici abbiamo avuto l’ennesima vittima degli accordi Italia-Libia del 2017. Il ragazzo si chiamava Mujahid. La sua storia l’abbiamo raccontata ieri su La Stampa e potete leggerla a questo Link:

https://mediterranearescue.org/it/news/mujahid-ucciso-dagli-accordi-italia-libia-perdonaci-per-aver-tradito-la-fraternita

Mujahid Hajji, 21 anni, proveniente dall’Etiopia. Era un nostro carissimo amico. Era arrivato in Libia alla fine del 2021 e si era unito alla protesta di Refugees in Libya, durata tre mesi fra difficoltà estreme, fino a quando il 10 gennaio 2022 il presidio è stato sgomberato violentemente dal DCIM. Mujahid ha cercato più volte protezione da parte di UNHCR Libya: non riuscendo a ottenerla, nel marzo 2023, ha dovuto attraversare il mare per provare a venire in Europa, ma è stato intercettato con la forza dalle milizie libiche dell’SSA. Mujahid è stato così deportato nella prigione di Abu Issa. Durante la sua detenzione, ha subito gravi torture e la privazione di beni di prima necessità come cibo, acqua e cure mediche, che lo hanno portato a grave malnutrizione e tubercolosi.

Un mese fa, a causa del peggioramento delle sue condizioni, le milizie hanno buttato Mujahid fuori dal lager e lo hanno abbandonato per strada. Altri migranti lo hanno trovato e gli hanno offerto rifugio. Hanno fatto numerosi tentativi per contattare l’UNHCR e accedere alle cure mediche, ma non sono stati accolti. Incapaci di sopportare le bugie e la negligenza dell’UNHCR, nei giorni scorsi hanno deciso di portare Mujahid presso l’ufficio di registrazione, sperando di ricevere le cure mediche di cui aveva disperatamente bisogno. Tragicamente, dopo ore di attesa per l’assistenza medica, Mujahid ha ceduto alla sua malattia, lasciandoci devastati mentre donne e bambini lo guardavano morire.

Dobbiamo gridare con forza la verità: Mujahid è stato assassinato dagli accordi Italia-Libia. E come lui tante altre persone. Il suo sangue ricade su chi fece quegli accordi nel 2017, su chi li ha sostenuti, su chi li ha rinnovati. E ricade su tutti noi che, pur lottando, non siamo riusciti a ottenerne la cancellazione.

La vicenda di Mujahid e di tanti ragazzi come lui deve turbare le nostre coscienze. Se siamo cristiani, dobbiamo sentirci ancora di più a disagio, perché se crediamo nel Vangelo allora sappiamo che Gesù chiederà conto del perché abbiamo permesso che tutto questo avvenisse.

Nei giorni scorsi si è svolto a Roma il festival di Mediterranea, che ha visto radunate diverse migliaia di persone.

A questo link si può leggere un bellissimo articolo dell’Osservatore Romano sul festival:

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-09/quo-208/un-altro-mondo-possibile.html

Siamo grati a Papa Francesco per aver mandato un messaggio di saluto, ennesima attestazione di amicizia come le citazioni pubbliche che ha fatto di Mediterranea e la nomina di Luca Casarini nel Sinodo.

Siamo grati al card. Zuppi per aver accettato di aprire il festival.

Siamo grati alle tantissime persone che hanno partecipato.

Guardiamo con molta fiducia all’incontro di Marsiglia, dove grazie al card. Aveline e a don Alexis Leproux una delegazione di Mediterranea sarà presente per condividere il nostro vissuto.

L’attenzione ai poveri, ai drammi reali del Mediterraneo e il coinvolgimento diretto di quanto operano con il proprio corpo per costruire la fraternità nel Mediterraneo fanno sì che l’incontro di Marsiglia sarà davvero un’esperienza sinodale.

Grazie al card. Aveline, a don Alexis e ai loro collaboratori, l’incontro di Marsiglia si presenta davvero come un’occasione storica per la Chiesa e per tutto il Mediterraneo di fare un “balzo innanzi” nel costruire la civiltà dell’amore nel nostro mare.

Gesù ci aiuti sempre a costruire il Suo Regno, la civiltà dell’amore, nel Mediterraneo.

E sempre grazie a tutti i vescovi che in vari modi accompagnano la missione di Mediterranea accanto ai fratelli più piccoli di Gesù, facendoci sentire così accompagnati da Gesù Buon Pastore.

da qui

giovedì 29 giugno 2023

La lettera di Albert Camus al suo maestro


Albert Camus scrisse questa lettera di ringraziamento al suo maestro di scuola elementare, il signor Louis Germain, poco dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1957. Un gesto importante quello dello scrittore francese. Un gesto che dimostra come gli insegnanti delle scuole primarie possono avere una grande importanza per la formazione e l’educazione degli individui. Ecco la famosa lettera tratta da “La scuola ci riguarda tutti”

 “Caro signor Germain,

ho aspettato che si spegnesse il baccano che mi ha circondato in tutti questi giorni, prima di venire a parlarle con tutto il cuore. Mi hanno fatto un onore davvero troppo grande, (l’assegnazione del Nobel per la letteratura N.d.R.) che non ho né cercato né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che io ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarla che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo. L’abbraccio con tutte le mie forze”

Albert Camus


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giovedì 11 maggio 2023

Lettera a un africano del passato - Alessandro Ghebreigziabiher

  

Caro antenato,

che potresti essere anche tu, papà, ma nel tuo caso ci ho scritto un libro apposta, mentre qui vorrei ampliare il discorso, ecco. Sia nel tempo che nello spazio.
Tuttavia, se nella mia vicenda personale i crimini impuniti del colonialismo hanno inizio e luogo soprattutto nel Corno d’Africa, e riguardano il paese in cui sono nato e dove con ogni probabilità concluderò il mio viaggio, restando comunque nel medesimo continente la platea degli imputati risulta significativamente più vasta.
È a proposito degli aspetti significativi della Storia e della memoria che ci uniscono e al contempo dividono, che vorrei inviare questa mia a te, che mi sei in un certo senso avo e in qualche modo vicino dal lato paterno, se non nell’accezione ben più nobile e universale che attiene alla mera umanità.
Caro africano di allora, che vedesti giungere da oltremare in particolare gli emissari di tre popolazioni, in straordinaria misura non casualmente: inglesi, francesi e italiani.
Osservali di nuovo, con gli occhi di un tempo e quelli di oggi. Soprattutto questi ultimi.
Li vedi quei signori dalla carnagione sbiadita e gli occhi subdolamente cordiali, allorché il verace quanto rapace volto non sia palese? Dalla loro primissima comparsa forse non l’avevi ancora inteso, ma nonostante ciò che sin dal primo giorno hanno raccontato a se stessi e al mondo intero riguardo ai tre falsi doni chiamati civiltà, democrazia e moderne infrastrutture, come altrettanti magi truffatori, nei secoli a venire ti aspettano mostruose atrocità senza fine, le cui conseguenze le pagheranno amaramente oltre a te anche i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, e ancora avanti, condannati a far parte di un albero genealogico maledetto dalla propria stessa specie.
Ascoltami attentamente adesso, poiché ti sto scrivendo dal tempo chiamato domani, che dovrebbe seguire la notte, la quale a sua volta avrebbe dovuto instillar consiglio nella coscienza dei più.
Mi dispiace, amico mio, ma ciò non è accaduto, nonostante l’orrore che ancora non conosci a causa del peggior incontro che sia mai avvenuto tra umano e umano, anche se per immonda colpa unicamente dell’ospite intruso, giammai di quello che accolse.
Anzi, la trama che ti attende e ci vede, genti del futuro presente quali attuali protagonisti, si è svolta con tappe contraddistinte in un modo talmente paradossale da oltrepassare ogni limite immaginabile perfino nel cervello del più folle tra i folli.
Guardali di nuovo, ora, quei tre rappresentati di altrettante popolazioni portatrici malsane di armi, acciaio e malattie, per citare il lavoro di qualcuno infinitamente più autorevole del sottoscritto.
Perché i loro discendenti, nonché miei contemporanei, si dimostreranno i più spietati, disumani e insensibili tra i molti quando saranno i tuoi a compiere il viaggio inverso. E giammai per conquistare e depredare, bensì per chiedere aiuto e, in una parola, sopravvivere.
Sappi inoltre che negli anni a venire non ci sarà alcun riconoscimento delle colpe, restituzione e giustizia. Piuttosto, colui che verrà additato come colpevole, che dovrà continuare a dare tutto ciò che ha e a essere giustiziato sarai tu.
Per tale ragione, sebbene queste mie siano parole che forse si dissolveranno una volta scritte alla stregua del fantasma a cui sono rivolte, ti prego con tutto il cuore, quando li vedrai arrivare, inglesi, francesi, italiani e anche tutti gli altri, alzati in piedi e lotta, combatti più che puoi e difenditi a ogni costo...

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sabato 6 maggio 2023

Julian Assange propone a Re Carlo di visitare "i suoi fedeli sudditi" nella prigione di Belmarsh

Julian Assange ha pubblicato, ieri, una lettera invitando il monarca britannico, Carlo III, a fargli visita in prigione. "All'incoronazione del mio signore, ho ritenuto opportuno estendervi un cordiale invito a commemorare questa importante occasione visitando il vostro regno all'interno di un regno: la prigione di Sua Maestà a Belmarsh", inizia così la sua lettera il fondatore di WikiLeaks.

"È qui che sono detenuti 687 dei suoi fedeli sudditi, confermando il primato del Regno Unito come nazione con la più grande popolazione carceraria dell'Europa occidentale", osserva Assange. "Come prigioniero politico, detenuto per volontà di Sua Maestà per conto di un imbarazzato sovrano straniero, sono onorato di risiedere tra le mura di questa istituzione di livello mondiale", aggiunge sarcastico.

Il giornalista australiano ha invitato Carlo III a provare le "delizie culinarie" offerte in carcere, realizzate "con un generoso budget di due sterline al giorno". "Assaggi le teste di tonno miste e le onnipresenti forme ricostituite presumibilmente fatte di pollo", prosegue Assange, che nella lettera parla anche del dubbio uso di droghe e persino del suicidio di un amico gay che era in attesa di essere deportato in Brasile.

Inoltre, "qui ti stupirai delle regole sensate pensate per la sicurezza di tutti, come il divieto di giocare a scacchi, pur consentendo il gioco molto meno pericoloso della dama". "E se venisse in primavera, potreste persino intravedere gli anatroccoli deposti dai germani canaglia all'interno del terreno della prigione.  Ma non tardare, perché i topi famelici si assicurano che le loro vite siano di breve durata", continua Assange .

"Ti imploro, re Carlo, di visitare la prigione di Sua Maestà a Belmarsh, poiché è un onore degno di un re. Mentre ti imbarchi nel tuo regno, ricorda sempre le parole della Bibbia di Re Giacomo: 'Beati i misericordiosi, perché otterranno la misericordia" (Matteo 5:7). E possa la misericordia essere la luce guida del suo regno, sia dentro che fuori le mura di Belmarsh".

Il caso Assange

Julian Assange è detenuto dall'aprile 2019 nel carcere di massima sicurezza britannico di Belmarsh, dopo che l'allora presidente dell'Ecuador, Lenín Moreno, ne aveva consentito l'arresto presso l'ambasciata ecuadoriana a Londra, dove era rimasto in condizione di asilo per sette anni , da giugno 2012.

Assange è accusato negli Usa per la pubblicazione di centinaia di migliaia di pagine di documenti militari segreti e cablogrammi diplomatici riservati sulle attività del Paese nordamericano nelle guerre in Iraq e in Afghanistan, che sono stati diffusi dal suo portale WikiLeaks. Rischia 175 anni di carcere.

Nel giugno 2022, la giustizia britannica ha approvato la sua estradizione negli Stati Uniti, decisione che è stata convalidata dal governo del Regno Unito. Il provvedimento, per il momento, non è stato finalizzato a causa del ricorso presentato da Assange, tra le richieste di giustizia da parte della comunità internazionale e favorevoli alla sua liberazione.

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mercoledì 8 febbraio 2023

Lettera agli insegnanti - Romano Luperini

 

Cari insegnanti,
mi rivolgo a voi in un momento difficile per la società italiana e per la scuola. È in corso un tentativo di imporre contenuti assurdi e impropri (Dante come fondatore della cultura di destra nel nostro paese), di subordinare sempre più la scuola alle leggi del mercato e ai bisogni della economia e anche di dividere gli insegnanti attraverso gabbie salariali che porterebbero a un conflitto fra docenti meridionali e settentrionali. Divide et impera. Si sta assistendo insomma a un vero a proprio attacco alla scuola pubblica e alla sua funzione formativa.

Cari insegnanti, la Costituzione vi chiede di formare dei cittadini, non dei consumatori o dei produttori. Voi entrate ogni giorno in aula per insegnare la letteratura e insieme la democrazia. Dovete preparare i giovani a leggere e a commentare un testo letterario; e ciò comporta anzitutto studiarlo oggettivamente nella sua autonomia rispetto al lettore, considerarlo nelle sue componenti storicoculturali e letterarie, linguistiche e stilistiche; ma poi dovete anche sollecitarne la interpretazione, che comporta invece la partecipazione del lettore, chiamato a esprimere il significato per noi di un testo. Non solo e non tanto il significato per me, ma potenzialmente un significato per la intera comunità dei lettori. Lo studio della letteratura insomma è anche educazione civile, insegnamento di democrazia: a tutti è data la possibilità di parlare liberamente e di interpretare un testo, ma prima ognuno deve sapere ciò di cui si parla, conoscere l’argomento su cui prende la parola. La classe come “comunità ermeneutica” presuppone questa partecipazione collettiva interpretante e questa scuola democratica.

Per annullare o ridurre questa funzione democratica sempre più si tende a trasformarvi in tecnici dell’insegnamento, in impiegati che hanno smarrito o devono comunque smarrire la funzione intellettuale di interpreti di testi e di mediatori culturali. È un vero e proprio declassamento non solo del vostro ruolo, ma della cultura e della stessa letteratura.

Cari insegnanti, ho dedicato la mia vita in gran parte alla scuola. E se mi rivolgo a voi, è anche per un impegno con voi condiviso e durato alcuni decenni e in nome di questa lunga lotta comune. Esistono ancora degli spazi di libertà, sempre più marginali, è vero, ma esistono. Cerchiamo di riempirli di contenuti di senso. Facciamo in modo che ogni lettura in classe di un testo letterario divenga una occasione per restare fedeli al compito che la Costituzione repubblicana ci assegna.

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mercoledì 7 dicembre 2022

Lettera aperta al corpo accademico della Sapienza sul 41-bis

Dall3 student3 dell’Università “Sapienza” al corpo accademico:

vogliamo dare voce ad una questione di cui sembra non si possa né domandare né parlare e che ci preoccupa. Per farlo ci appelliamo al corpo accademico perché crediamo che specialmente nei momenti più bui, in quei chiaroscuri dove nascono mostri, l’Università non possa rimanere passiva davanti all’incedere degli eventi, ma piuttosto debba prestarsi ad essere luogo della critica, il motore dello spirito dei nostri tempi.
La “Sapienza” non è uno spazio neutro, non deve esserlo, e lo ha dimostrato la mobilitazione delle ultime settimane da parte del corpo studentesco.
Una comunità che si è riscoperta tale per la prima volta da anni.
Una comunità che ha invaso a migliaia il cortile di Scienze Politiche e che ha invocato a gran voce un’altra Università.
Una comunità che si è interrogata circa il suo ruolo all’interno della società e che con questa lettera aperta tenta di rispondere al suo quesito.

Il motivo per cui ci appelliamo a voi è il seguente: lo scorso 20 ottobre Alfredo Cospito, detenuto nel carcere di Sassari, ha incominciato uno sciopero della fame contro il regime di detenzione del 41-bis (al quale lui stesso è sottoposto) e contro l’ergastolo ostativo. Oltre ad Alfredo Cospito sono in sciopero della fame anche Anna Beniamino (detenuta in regime di alta sicurezza a Rebibbia) Juan Sorroche Fernandez (detenuto in regime di alta sicurezza nel penitenziario di Vocabolo Sabbione) e Ivan Alocco (detenuto nel carcere di Villepinte).

Il 41-bis, nato come misura emergenziale nel ’92, per poi subentrare a pieno titolo nel nostro ordinamento per mezzo della legge n.279/2002, è diventato negli anni un mezzo indiscutibile di lotta alle organizzazioni criminali.
Ed è questa dogmaticità che ci terrorizza, questa ineluttabilità che ha permesso allo Stato italiano di tenere su, negli ultimi trent’anni, un modello speciale di carcere, detto per l’appunto “duro”, mirato a “far crollare” il detenuto, puntando alla “redenzione” di questo, ovvero alla collaborazione con la giustizia, principale “criterio di accertamento della rottura dei collegamenti con la criminalità organizzata” (cfr. sent. Corte Cost., n. 273/2001).

Il 41-bis non è solo uno strumento preventivo, ma “vista la rigidità del suo contenuto è evidente che assuma anche un significato repressivo-punitivo ulteriore rispetto allo status di privazione della libertà” (cfr. XVIII report sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone).

È difficile riuscire, da fuori, ad immergersi nella dimensione carceraria;
per questo vorremmo riportare alcuni versi del poeta Sante Notarnicola, che ben riescono a veicolarci il senso di profondo isolamento e alienazione che lə detenutə vive sulla sua pelle:
«Il guardiano più giovane
ha preso posto
davanti alla mia cella.
“Dietro quel muro” – mi ha

indicato – “il mare è azzurrissimo”. Per farmi morire un poco
il guardiano più giovane
mi ha detto questo»

Il detenuto in 41bis passa la maggior parte della sua giornata all’interno di un cubicolo di cemento. Questo è lungo 1,53 metri e profondo 2 e mezzo.
L’ordinamento penitenziario concede solo 2 ore di socialità al giorno, da svolgere in gruppi di massimo 4 persone. Le ore d’aria si svolgono in un riquadro troppo alto per permettere di dare orizzontalità allo sguardo e la visuale del cielo è comunque delimitata da una rete: tutti i giorni, per anni, gli occhi non guardano null’altro che il cemento, lo sguardo non va mai in profondità, la fantasia e la memoria vengono logorate.

La legge stabilisce, poi, che l3 detenut3 al 41-bis possano effettuare un colloquio al mese dietro ad un vetro divisorio (tranne che per i minori di 12 anni) della durata di un’ora (sei – fin troppo pochi –, invece, sono i colloqui mensili concessi ai detenuti “comuni”, senza barriere divisorie) e videosorvegliati da un agente di polizia penitenziaria.

La riflessione che ci siamo post3 e che stiamo ponendo ora a voi è la seguente:
nel momento in cui nella società in cui ci muoviamo ci viene proposta la narrazione per la quale il carcere esiste in quanto sistema rieducativo e di reintegrazione sociale, a dimostrare il fatto che questo non è il vero obiettivo dell’istituzione carceraria ritroviamo la presenza (tanto difesa e considerata necessaria) di un modello di reclusione come quello del 41-bis.
Può mai essere inflitta ad un essere vivente una sorte tanto brutale, tesa a un’incivile retribuzione del dolore?
La nostra riposta è quanto mai ferma e risoluta: no!

Le istituzioni democratiche devono essere in grado di affrontare le situazioni di crisi con strumenti idonei e coerenti con quei principi, costituzionali e convenzionali, che hanno nel tempo abbracciato. Il nostro stesso ateneo si è sempre, e soprattutto recentemente, dichiarato forte sostenitore della nostra carta costituzionale che, ricordiamo, esplicita la “pari dignità sociale” di tutte le soggettività che attraversano il territorio italiano.

La risposta non può mai essere ottenuta al ribasso, adottando misure autoritarie, repressive e lesive della dignità umana, ma deve essere sempre il frutto di una – faticosa, certo! – ricerca di alternativa.

Chiediamo al corpo accademico di firmare questo comunicato affinché il Rettorato si spenda contro un’ingiustizia che si consuma all’interno dei confini del nostro Paese e l’affronti con la stessa fermezza con la quale in momenti precedenti ha affrontato altre situazioni (e ci riferiamo al caso Regeni e alla risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina): prendendo posizione pubblicamente ed esponendo degli striscioni contro il 41-bis (prima del mese di dicembre durante il quale si esprimeranno la Corte

Costituzionale sull’ergastolo ostativo e il Tribunale di Sorveglianza sulla misura inflitta ad Alfredo Cospito).

ABOLIAMO IL 41-BIS E L’ERGASTOLO OSTATIVO!

Firme:

Massimo Cacciari

Donatella Di Cesare

Luca Alteri

Elena Gagliasso

Giorgio Mariani

Valerio Cordiner

Tessa Canella

Rita Cosma  

Roma Università La Sapienza 24.11.2022

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martedì 19 luglio 2022

Mediatori culturali senza lavoro, lettera alla ministra Lamorgese

 

Dopo molti anni di lavoro, oltre trecento mediatori interculturali si trovano in un limbo privi di qualsiasi informazione circa il loro futuro. A tal proposito hanno scritto una lettera al ministro Lamorgese, che pubblichiamo

Dal primo luglio circa 300/350 mediatori interculturali sono rimasti senza lavoro. Il giorno precedente, infatti, il Ministero dell’Interno comunicava improvvisamente la sospensione delle attività di mediazione presso gli uffici Immigrazione delle Questure, negli uffici di Frontiera, nei CPR e nei vari hotspot distribuiti in tutta Italia. Al momento dal ministero non è giunta nessuna indicazione ufficiale sul ripristino del servizio.

Dopo molti anni di lavoro, i mediatori interculturali si trovano in un limbo privi di qualsiasi informazione circa il loro futuro. A tal proposito hanno scritto una lettera al ministro Lamorgese per chiedere il ripristino del servizio di mediazione linguistico-interculturale, la salvaguardia dei livelli occupazionali precedenti, l’apertura di un tavolo di discussione sul riconoscimento della figura del Mediatore Interculturale.

L’attività di mediazione presso gli uffici di pubblica sicurezza viene fornito dal Cies Onlus e dall’Oim (Agenzia delle Nazioni Unite), che tramite fondi europei Fami supportano il lavoro dei funzionari di Polizia. Si tratta di un servizio essenziale. Il mediatore interculturale, spesso in condizioni di precarietà lavorativa, svolge ruoli complessi nell’ambito dell’informazione, dell’orientamento, dell’accompagnamento, dell’assistenza, della formazione, della consulenza, della progettazione e della ricerca.

Egregio Ministro,

siamo i mediatori interculturali che da anni prestano servizio presso gli Uffici Immigrazione delle Questure, negli Uffici di Frontiera, nei CPR e nei vari hotspot distribuiti sulla Penisola. Il mediatore interculturale è una figura indispensabile per un corretto svolgimento del lavoro negli uffici appartenenti al Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

Le funzioni svolte dal mediatore sono molteplici e delicate. Supportiamo i funzionari pubblici nelle attività di orientamento, d’informazione, di accoglienza, di traduzione, di interpretariato, di mediazione linguistico-culturale e di sensibilizzazione. L’attività del mediatore interculturale è improntata al rispetto dei diritti degli stranieri, alla facilitazione della comunicazione e al cambiamento dei rapporti tra utente e operatore di pubblica sicurezza. Cosa che facilita i processi di inserimento dei cittadini stranieri, ma migliora anche la qualità del servizio pubblico nella comunicazione con gli utenti. Il mediatore interculturale svolge, infatti, ruoli complessi nell’ambito dell’informazione, dell’orientamento, della gestione dei conflitti, dell’accompagnamento, dell’assistenza, della formazione, della consulenza, della progettazione degli interventi e dei servizi e della ricerca.

Nello specifico, noi mediatori interculturali operanti negli uffici appartenenti al Dipartimento della Pubblica Sicurezza, svolgiamo un’importante attività sia negli uffici della Polizia di Frontiera, dove siamo impiegati, in occasione delle fasi di soccorso e sbarco dei migranti e nelle successive fasi, sia all’interno degli Uffici Immigrazione delle Questure, dove siamo prevalentemente impiegati presso le varie sezioni dell’Ufficio immigrazione.

Tuttavia, dietro la fredda statistica sul carattere sempre più multietnico e multiculturale della società italiana e la pluralità dei Paesi di provenienza, si nascondono spesso disagi, tensioni e incomprensioni tra immigrati e operatori della Pubblica Sicurezza. Il mediatore Interculturale spesso si fa carico di questi conflitti e tenta di aiutare nella risoluzione. Con il passare degli anni, è nato un clima di reciproca fiducia e una serie di buone pratiche tra Mediatori Interculturali e gli operatori della Pubblica Sicurezza in ambito lavorativo.

Il 30 giugno una lettera inviata dagli uffici del Ministero dell’Interno comunicava l’improvvisa e immediata sospensione del servizio di mediazione interculturale. Dal primo luglio circa 300/350 colleghe e colleghi sono rimasti a casa e da allora non si ha nessuna indicazione sulla eventuale riattivazione del servizio. Questa situazione svilisce la nostra professionalità. Dopo anni di servizio e di impegno siamo rimasti da un giorno all’altro senza lavoro e senza alcuna informazione sul nostro futuro. Da anni supportiamo gli uffici immigrazione spesso in condizioni di precarietà e instabilità contrattuale. Eppure non abbiamo mai fatto mancare il nostro quotidiano impegno. Siamo lavoratori e lavoratrici come tutti e tutte le altre. Abbiamo famiglie da mantenere, bollette da pagare, case da portare avanti. Meritiamo chiarezza e rispetto.

Pertanto, a nome dei mediatori interculturali operanti presso gli Uffici Immigrazione delle Questure, negli Uffici di Frontiera, nei CPR e nei vari hotspot distribuiti sulla Penisola, veniamo con la presente a chiedere l’immediato e rapido ripristino del servizio di mediazione linguistico-interculturale in tutte le sedi appartenenti al Dipartimento della Pubblica Sicurezza, dove erano operanti i mediatori interculturali. Chiediamo la salvaguardia dei livelli occupazionali precedenti. Inoltre, riteniamo necessario che si apra nuovamente un tavolo di discussione sul riconoscimento della figura del Mediatore Interculturale, in modo da accedere alla contrattazione collettiva sul lavoro.

Crediamo che siano maturi i tempi per rompere il silenzio intorno alla nostra situazione lavorativa. La nostra professionalità necessita di un riconoscimento formale, di garanzie e di tutele.

Certi di un Suo riscontro, Le inviamo un sincero saluto

CLAP – Camere del Lavoro Autonome e Precarie

Coordinamento dei Mediatori Interculturali d’Italia

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domenica 20 febbraio 2022

Lettera aperta ai soldati italiani - Gregorio Piccin (*)

  

Cari soldati, care soldatesse

    come voi ho prestato servizio nelle forze armate di questo Paese. Sono uno tra gli ultimi a cui arrivò la cartolina. Per me il servizio militare è stato una parentesi. Ho avuto modo di capire che la caserma era una copia semplificata della società civile: noi soldati di truppa mandavamo avanti le officine, le mense, i trasporti, i servizi e la mastodontica burocrazia. Ma allora eravamo coscritti: i governi non potevano disporre liberamente della nostra vita per missioni di guerra oltre confine. Per farlo avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di dichiararla, la guerra…Ed in quel caso io avrei fatto l’unica scelta per me possibile: disertare.
Perché la guerra l’avevo già vista in faccia da volontario civile, in Bosnia, e la sua puzza immonda ce l’ho ancora nelle narici.

I governi di questo Paese, per fare la guerra senza dichiararla, ignorare il diritto internazionale e la nostra stessa Costituzione, su precisa richiesta degli Stati uniti e della Nato si sono inventati i nemici di turno, “la guerra umanitaria”, “l’esportazione di democrazia” e hanno trasformato i soldati di truppa in volontari.

Che grande furbizia: quando i vostri colleghi tornano in patria in un sacco nero dalle spedizioni oltreconfine sono accolti da un grande ipocrita non detto: erano volontari, era il loro mestiere. Le responsabilità dei mandanti politici ed industriali di avventure militari fallimentari possono così sfumare.

Se invece i vostri colleghi tornano in patria e poi si ammalano gravemente o muoiono per l’esposizione all’uranio impoverito che la Nato ha riversato sui Paesi che doveva “salvare” il trattamento è ancora peggiore: “chi se ne frega” vi risponde il Ministero della difesa.

Ma che Paese è quello in cui un soldato deve sperare di andare in guerra per avere le indennità con con cui pagarsi il mutuo della casa o gli studi dei propri figli e figlie?

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, ha detto che le missioni a cui partecipa l’Italia sono la migliore vetrina per l’industria bellica nazionale mentre il ministro della difesa Guerini sostiene che questa industria è il pilastro della nostra politica estera.

Ecco, vi lusingano dandovi degli eroi, ma è chiarissimo che per loro siete soltanto carne da cannone, da mettere in vetrina, per fare grandi affari.

Anche per questo fanno di tutto per impedire che vi possiate sindacalizzare e organizzare.

In questo momento di grande tensione internazionale in cui sono in gioco la pace e relazioni economiche, commerciali, energetiche vitali per il nostro Paese i vostri colleghi dei reparti alpini sono presenti nei Paesi Baltici, i piloti dell’aeronautica stanno in Romania con gli Eurofighter, i marinai nel Mar Nero con fregate e cacciamine ed il previsto arrivo della portaerei Cavour.
Una follia: la Russia non ci sta minacciando così come non ci minacciavano i Paesi alle cui aggressioni abbiamo partecipato. Proprio oggi, 16 febbraio, all’incontro interministeriale della Nato, il ministro della difesa metterà a disposizione altri 2000 soldati, pronto a mandarvi per l’ennesima volta allo sbaraglio.

Ma voi, soldati e soldatesse, avete giurato fedeltà alla nostra Costituzione non agli interessi dei governi statunitensi o dell’industria bellica nazionale. E proprio perché in due guerre mondiali foste mandati a crepare per soddisfare il delirio di onnipotenza di governi infami e i fatturati di un ristretto gruppo di industriali, i nostri Padri costituenti scrissero nero su bianco, nella Costituzione su cui avete giurato, che “l’Italia ripudia la guerra”.

Il 19, il 20 ed il 26 febbraio saremo nelle piazze italiane per manifestare contro i venti di guerra che vengono fatti soffiare anche dal nostro/vostro governo. Manifesteremo per ribadire che vogliamo un’Italia neutrale e di pace, per chiedere il ritiro dei nostri contingenti già presenti ai confini con la Russia e per impedire che altri di voi vengano ammassati in un’azione provocatoria ed assurda.
Manifesteremo per rappresentare l’interesse concreto della maggioranza degli italiani e quindi manifesteremo anche per voi.

(*) Responsabile pace Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

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