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venerdì 10 giugno 2022

Armi al comando, guerra senza fine

articoli, immagini e video di Vincenzo Vita, Alexander Belik, Yurii Sheliazhenko, Vittorio Sartogo, Paolo Berdini, Alberto Benzoni, Nicoletta Pirotta, Francesca Lacaita, Marilyn Langlois, Chris Hedges, Enrico Euli, Andrea Zhok, Alberto Negri, Fulvio Scaglione, Andrè Vltchek, Noam Chomsky, Francesco Scatigno, Barbara Spinelli, Mauro Biani, Sirante, Marco Travaglio, Attac Italia



 Attac Italia

Guerra, società, alternativa: Spunti di riflessione da parte di Attac Italia

 

1.Una guerra che contiene tante guerre

Lo scenario apertosi con l’invasione russa dell’Ucraina ha spalancato le porte alla complessità della situazione internazionale, dove non c’è più un ordine mondiale definito e dove le diverse potenze sono in conflitto per la definizione di un nuovo ordine internazionale.

La guerra stessa sembra il concentrato di molte guerre, come una sorta di matrioska, al cui interno troviamo: un conflitto civile interno all’Ucraina determinato dalle spinte separatiste delle regioni del Donbass; un conflitto fra Stati, determinato dall’invasione russa dell’Ucraina; un conflitto fra imperialismi e blocchi militari che vede la Russia da una parte e Usa, Nato e governi europei dall’altra; infine, si intravede la possibile guerra futura che vedrà in campo i veri contendenti all’egemonia mondiale, ovvero Usa e Cina.

Nessuno degli attori in campo sembra attivarsi per ciò che sarebbe subito necessario: il cessate il fuoco immediato e l’apertura di negoziati; al contrario, i venti di guerra soffiano da ogni parte e lo scenario appare sempre più quello di una guerra di lunga durata e conseguente rischio di escalation verso una terza guerra mondiale.

La guerra in atto richiama scenari simili a quelli della prima guerra mondiale, con alcune sensibili differenze: non è all’orizzonte alcuna rivoluzione sociale, come invece fu la rivoluzione bolscevica del 1917; non c’è contrapposizione ideologica reale, nonostante i tentativi di mettere in campo i “valori dell’Occidente”, ma siamo di fronte a un multipolarismo oligarchico in lotta per il dominio.

In tutto questo, la deriva dell’Europa sembra palpabile: siamo al declino dell’eurocentrismo, con un’Europa, incapace di un’azione politica autonoma, divenuta il territorio concreto dentro il quale si combatte e il territorio economico e sociale su cui si scaricheranno le maggiori ricadute di questi combattimenti.

Ma, naturalmente, in un mondo globalizzato, la guerra in Ucraina porta con sé conseguenze globali e il blocco delle catene di approvvigionamento, già messe a dura prova durante la pandemia, rischia di provocare crisi alimentari spaventose, in particolare nel continente africano e nella regione del Medio Oriente. E naturalmente probabili nuove migrazioni di massa.

Fermare la guerra diviene un obiettivo prioritario, anche perché, come spieghiamo meglio di seguito, la guerra rischia di chiudere tutte le faglie aperte dalla pandemia sulla ridiscussione radicale del modello esistente e sulla necessità di un’alternativa di società.

Essere contro la guerra significa essere anche contro il ruolo di co-belligeranza non combattente scelto dall’Italia e dagli altri governi europei con l’invio di armi sempre più sofisticate sul terreno del conflitto.

 

  1. La guerra chiude le faglie di sistema aperte dalla pandemia

Ovviamente la guerra, nella quale siamo stati trascinati senza soluzione di continuità con la pandemia, viene utilizzata dai poteri dominanti per chiudere ogni dialettica apertasi in seguito alla pandemia.

Lo stesso Recovery Plan, che abbiamo a più riprese contestato controproponendo il nostro Recovery PlanET, è stato sostanzialmente archiviato ed ora si parla apertamente di Recovery di guerra.

Lo segnalano diversi fattori:

a) la corsa al riarmo, con l’aumento delle spese militari e l’utilizzo dei fondi del Pnrr per costruire una gigantesca base militare a Pisa dentro un parco nazionale;

b)l’utilizzo dell’impennata del prezzo del grano–in realtà determinato dalla speculazione finanziaria- per spingere alla concentrazione verso i colossi dell’agrobusiness dei fondi della Politica Agricola Europea e per aprire agli Ogm;

c)l’utilizzo della necessità dell’indipendenza energetica per mettere in campo un’autarchia energetica basata sulla riapertura delle centrali a carbone, il via libera a tutte le trivellazioni di mare e di terra, il rilancio del nucleare;

d)la proposta avanzata da Confindustria e Governo ai sindacati di un blocco salariale a fronte di un’inflazione galoppante;

e)il tentativo di aprire una nuova stagione di privatizzazioni con il Ddl concorrenza.

Di fatto, l’ideologia per cui “il benessere delle imprese determina il benessere della società” continua ad essere inossidabile, nonostante le evidenze della realtà. E la cultura dell’impresa sta accelerando anche l’aziendalizzazione del sociale.

Tutto questo diviene possibile solo dentro un contesto sempre più autoritario –facilitato dal clima di guerra- che comporta un aumento esponenziale della repressione dei movimenti sociali e una gigantesca sottrazione di democrazia, ormai costantemente bypassata anche dentro le sedi elettive.

Un quadro che rende sempre più urgente la necessità di costruire una grande e permanente mobilitazione sociale per riaprire lo spazio ad un’alternativa di società.

 

3.Tenetevi liberi per l’autunno

L’insieme di percorsi messi in campo in questi due anni hanno prodotto importanti risultati in tema di convergenza dei movimenti e di progressiva accumulazione di forza.

Da una parte la “Società della Cura”, che nei tempi più duri della pandemia ha aperto uno spazio politico, un orizzonte di alternativa e un percorso di confronto e mobilitazione che ha fatto incrociare moltissime diverse soggettività; dall’altra, interconnessa alla prima, l’esperienza del Collettivo di fabbrica ex Gkn, che, a partire dalla propria vertenza, ha costruito un altrettanto fertile percorso di convergenza, rispetto al quale si sono tirate le file nell’assemblea nazionale dello scorso 15 maggio a Campi Bisenzio.

L’insieme di questi processi sta lanciando un “tenetevi liberi per l’autunno”, ovvero la proposta che ogni realtà associativa, sindacale e politica di movimento e ogni realtà territoriale organizzino iniziative di preparazione a un momento comune da tenersi nell’autunno.

L’idea potrebbe essere quella di una grande manifestazione nazionale a Roma in ottobre, in occasione della presentazione in Parlamento della Legge di Bilancio.

L’iniziativa di ottobre va anch’essa pensata come una tappa di un percorso di accumulazione di forze per arrivare –se e quando ce ne saranno le condizioni- a un vero sciopero generale e generalizzato che blocchi davvero il Paese e costringa l’agenda politica a tenere conto di quanto una società auto-organizzata dal basso rivendica e propone in direzione dell’alternativa di società.

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giovedì 24 marzo 2022

Insorgiamo per salvare il Pianeta, Insorgiamo per un’Alternativa di Società

 

 di Vittorio Lovera (Attac Italia)

Sabato 26 Marzo saremo tutti in piazza a Firenze per dare, assieme al collettivo di fabbrica della GKN, promotore assieme ai FFF dell’iniziativa, un segnale forte che cambiare si può, che questo malandato Pianeta può essere ancora salvato ma che non c’è più tempo per filosofeggiare, che occorre collettivamente passare dalle sterili chiacchiere alle azioni concrete, che sta ad ognuno di noi prendersi la responsabilità di salvare un Pianeta segnato da 869 conflitti in corso che coinvolgono oltre 70 Nazioni ( Africa: 31 stati e 291 guerre e guerriglie; Asia: 16 Stati e 194 guerre e guerriglie; Medio Oriente: 7 Stati e 266 guerre e guerriglie; Europa: 9 Stati e 83 guerre e guerriglie; Americhe: 7 Nazioni e 35 conflitti tra cartelli della droga, guerre e guerriglie. Fonte: portale Guerre nel Mondo. Per ulteriori approfondimenti accedere alle infografiche di Armed Conflict Location&Event Data Project –ACLED – ), da una crisi climatica e ambientale sull’orlo di una definitiva irreversibilità, con diseguaglianze economiche e sociali da far rabbrividire solo a citarle, con stravolgimenti del mercato del lavoro non più risolvibili con gli strumenti sindacali classici.

E siamo ancora alle prese con la quarta/quinta/sesta ondata di una sindemia che ha mostrato tutti i limiti e i danni dell’attuale sistema dominante.

Può bastare per alzarci dal divano, dove davanti la TV o pseudo siti internet ci rimbambiamo con migliaia di false veline o astute fake news ??

Vogliamo trasformare questa distruttiva ansia collettiva in un’ondata di reale rinnovamento, in una ventata di sperimentazione di alternativa di società che permetta alle ultime generazioni di immaginarsi un futuro?

Siamo ad un bivio, lo diciamo – come Società della Cura – da almeno due anni, ma le risposte messe in campo dall’attuale establishment vanno in direzione ostinatamente opposta alle necessità della società mondiale.

Viviamo un insostenibile ritorno agli anni Ottanta: alla guerra fredda, al militarismo, all’indifferenza climatica, con un retrogusto di autarchia che è cosa ben diversa da quella rilocalizzazione produttiva e sovranità alimentare che i movimenti sociali raccomandano da anni ai nostri governi. In tutte le sedi delle politiche economiche e commerciali si chiarisce la volontà – a partire da Palazzo Chigi, passando per Bruxelles, fino agli uffici della Wto a Ginevra – di seppellire la lezione della pandemia come campanello d’allarme per il disequilibrio socio-sanitario-ambientale che il modello di sviluppo industrialista-estrattivista che abbiamo scelto ha provocato, mettendo a rischio la sopravvivenza dell’umanità sul pianeta. Mentre si lucidano i muscoli e i moschetti, si innesta l’indietro tutta, e si torna a un’impostazione pre-thatcheriana della produzione – carbonifera, intensiva, inquinante, armata – senza concedersi, da un lato, alcuno spazio per valutare l’impatto multidimensionale di scelte tanto scellerate e delle possibili alternative. E dall’altro lato senza concedere alcuna possibilità a una vera trattativa di pace e a una profonda riprogrammazione post-traumatica dei nostri territori in direzione della rigenerazione delle risorse, della vita.

Serve una nuova classe dirigente, giovane, motivata, preparata che sappia con ostinata determinazione porre le basi per un’inversione di rotta, per un’alternativa di Società che ponga le persone e non i profitti al centro del loro agire.

Serve una Società della Cura. E per ottenerla occorre insorgere.

Insorgere significa tentare di ribaltare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nella società, perché non esiste altro mezzo per garantirci un futuro migliore se non la lotta qui ed ora. Una lotta che deve ricomporre una miriade di pezzi, che punta a una vera transizione di sistema, contro i combustibili fossili e il nucleare, contro il greenwashing, contro ogni guerra, contro ogni sfruttamento e vessazione.

Saremo in piazza per ribadire il legame indissolubile tra giustizia climatica e sociale, la necessità di liberarci dal sistema basato sulla guerra, sull’estrattivismo, sul debito imposto da oligarchie finanziarie che controllano ogni forma di vita, sulla supremazia del profitto.

Saremo nelle strade di Firenze, complici del collettivo di fabbrica GKN perché sappiamo che la dura battaglia in quello stabilimento può segnare un avanzamento per chiunque abbia una visione del mondo basata su uguaglianza e democrazia, al di fuori di ogni particolarismo.

Convergere significa anche riappropriarci di una capacità collettiva di quelle continue “rivoluzioni dall’alto” che stanno segnando la nostra epoca. Siamo passati da uno stato d’emergenza dettato dalla gestione pandemica, a quello dettato dalla guerra e dai suoi effetti, tanto sul piano energetico che su quello delle derrate alimentari. La guerra in Ucraina è da un lato il frutto dell’espansionismo russo in termini regionali. Dall’altro è il corto circuito tra politiche imperiali che si contendono l’egemonia, ma che sono identiche sotto il profilo economico: si combatte per il controllo delle risorse fossili, e anzi la novità è che le stesse fonti energetiche sono divenute strumenti bellici, oltre che oggetto del contendere. E tutto questo per incrementare potere & ricchezza di poche migliaia di oligopolisti che sfruttano a loro esclusivo vantaggio le risorse del Pianeta gettando miliardi di persone nell’incertezza e nel disagio sociale ed economico.

La guerra è parte integrante di questa “transizione” dettata dall’attuale governance mondiale. Una transizione i cui costi vengono scaricati verso il basso, come dimostra l’aumento del prezzo dei carburanti, delle bollette e del costo della vita in generale.

È una guerra permanente del capitale contro la vita e insorgere significa affermare con forza le nostre priorità e soluzioni: redistribuzione della ricchezza, abbandonare la finanza predatoria e il sistema produttivo fossile, sviluppare comunità energetiche basate sul sistema delle rinnovabili e soprattutto uscire dalla logica del consumismo capitalista.

Insorgiamo contro i prezzi che aumentano: contro i profitti smisurati che le dinamiche dei mercati stanno portando nelle tasche di un pugno di oligopolisti, insorgiamo perché il reddito deve essere garantito incondizionatamente a tutte e tutti, insorgiamo perché ci rifiutiamo di sostenere i costi di una transizione ecologica che ora ci vogliono negare nel nome dell’unità dentro lo sforzo bellico.

Insorgiamo perché siamo contro tutte le guerre, ma perché è giusto e necessario combattere la guerra che i potenti del mondo stanno facendo contro di noi, contro chi subisce sulla propria pelle quelle guerre, contro le loro politiche capitalistiche, al fianco de los de abajo. C’è una guerra che ci sta portando via il futuro, un futuro per il quale, invece, vogliamo lottare.

Questa manifestazione nazionale era già stata fissata – in accordo con GKN e le oltre 500 associazioni che convergono nella Società della Cura – nella partecipata assemblea pubblica al Teatro Ambra di Roma del 31 Ottobre 2021. Così come si era deliberato di lanciare a Roma una tre giorni di Forum delle convergenze dei Movimenti, il 25-26-27 Febbraio a presso il CSO Scup.  Da quella 3 giorni emergono molti degli aspetti e dei valori che rivendicheremo il 26 Marzo a Firenze e che con somma sintesi così vi riepiloghiamo.

Il Forum della convergenza dei Movimenti ha preso netta posizione sul conflitto bellico in corso:

*condannando senza se e senza ma l’aggressione all’Ucraina e chiedendo l’immediato “cessate il fuoco” e il ritiro dell’esercito russo dentro i propri confini;

*chiedendo solidarietà, protezione, assistenza e diritti per il popolo ucraino;

*esprimendo solidarietà al popolo russo che non vuole la guerra, a partire dalle migliaia di pacifiste e pacifisti arrestati;

*dichiarandosi contro la decisione dell’Ue e del governo italiano di inviare armi all’Ucraina, per la neutralità attiva e il disarmo nucleare europeo, per una sicurezza condivisa e lo scioglimento della Nato, le cui mire espansive nell’est europeo hanno contribuito a creare le condizioni per il precipitare della situazione.

 

Il Forum della convergenza ha affermato, con ancora più forza, come la cultura della guerra si superi costruendo un’altra società, non basata sui profitti e sul dominio, ma sul “prendersi cura di” e sul “prendersi cura con”.

In questa direzione le proposte emerse dalle giornate del Forum acquisiscono ancor più forza e ragione.

Il Forum ha considerato alcuni appuntamenti come estremamente significativi per la convergenza dei movimenti:

·         Mobilitazioni contro la guerra, rispetto alle quali si è svolta una prima manifestazione nazionale il 5 marzo;

·         Sciopero transfemminista dell’8 marzo;

·         Climate Global Strike del 25 marzo;

·         Manifestazione Nazionale di Convergenza promossa da Gkn il 26 marzo a Firenze

·         Percorso condiviso verso la Cop27 in Egitto, a partire dal Climate Camp Europeo a Vicenza e dall’esperienza di “Laboratoria ecologista autogestita Berta Caceres” di Roma

Fra tutte le proposte emerse dentro il Forum, alcune campagne hanno attraversato le diverse sessioni e sono state trasversalmente condivise:

·         campagna contro il Ddl Concorrenza e contro l’Autonomia Differenziata – entrambe già attive, considerate fondamentali perché le due norme aprono una nuova stagione di privatizzazioni dei beni comuni e dei servizi pubblici e amplificano la diseguaglianza territoriale (ddl autonomia differenziata) e la diseguaglianza fra le persone dentro uno stesso territorio (ddl concorrenza);

·         campagna per la legge contro le delocalizzazioni – legge proposta dall’esperienza di lotta della Gkn, considerata fondamentale per costruire una diversa politica industriale pubblica, partecipativa, socialmente ed ecologicamente orientata e sottratta alla predazione dei fondi d’investimento finanziari;

·         campagna per un diverso modello energetico e contro il carovita – promossa da diverse reti e soggetti, considerata fondamentale per una radicale inversione di rotta rispetto alla crisi eco-climatica –abbandono del fossile, no al nucleare, si all’energia rinnovabile diffusa e autoprodotta dalle comunità energetiche- e per la lotta contro gli aumenti delle bollette determinati da un modello energetico fondato sul mercato e sulla speculazione finanziaria;

·         campagna per il monitoraggio popolare dell’impatto sui territori dei progetti del Pnnr – da collegare all’interno della Società della Cura a partire dalle reti attive e emergenti sul territorio, contro l’imposizione di opere e impianti inutili e dannose, aggravata dal riorientamento dei fondi non spesi nello spirito di una economia di guerra;

·         campagna per la sovranità alimentare – promossa da diverse reti e soggetti del mondo contadino e del mondo dell’economia trasformativa e solidale, considerata fondamentale per contrastare la torsione della Politica Agricola Comunitaria (PAC) verso gli interessi dell’agrobusiness, attraverso le scelte dell’economia di guerra e l’elaborazione del nuovo Piano Strategico Nazionale;

·         campagna per una scuola pubblica e fuori dal mercato – su questo punto, il Forum ha assunto come propri gli obiettivi delle lotte messe in campo in questi mesi dal movimento delle studentesse e degli studenti;

·         campagna per la difesa, il consolidamento e l’aumento dei Consultori pubblici – promossa da reti femministe  e transfemministe in diverse regioni per l’affermazione del diritto delle donne all’autodeterminazione, in particolare per quanto riguarda la salute riproduttiva e l’applicazione della 194;

·         campagna per la liberalizzazione dei brevetti sui vaccini – campagna europea già in corso, considerata fondamentale per superare l’apartheid sanitario fra paesi ricchi e paesi poveri e per costruire una sanità fuori dagli interessi delle multinazionali di Big Pharma;

·         campagna per una sanità pubblica, territoriale, preventiva e partecipativa – promossa da diverse reti e soggetti, considerata fondamentale per un nuovo concetto di salute individuale, sociale, ambientale e collettiva e per contrastare la privatizzazione del servizio sanitario nazionale;

·         campagna per il reddito universale – promossa diverse reti e soggetti, considerata fondamentale per l’abolizione della precarietà del lavoro e dell’esistenza, per la fine di ogni ricatto sulle condizioni di lavoro e sul conflitto ambiente/lavoro;

·         campagna contro le spese militari – promossa da diverse reti e soggetti, ancor più fondamentale oggi, in pieno conflitto bellico dentro l’Europa e con la corsa globale al riarmo;

·         Campagna Abolish Frontex – promossa da diverse reti e soggetti, è una campagna internazionale per i diritti delle migranti e dei migranti, volta a smantellare il regime europeo dei confini e bloccare i fondi che lo finanziano.

Nel Forum sono emerse molte altre proposte, che, pur non essendo strutturate come campagne, contribuiscono al caleidoscopio dell’alternativa di società.

Lavoro

·         costruzione di una piattaforma sui diritti (reddito universale – salario minimo – riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario- ripristino della scala mobile – socializzazione del lavoro necessario)

Fisco

·         costruzione di una proposta di riforma fiscale alternativa, interamente basata sul principio costituzionale della progressività

Clima

·         costruzione di una campagna sulla tassonomia Ue che definisca obiettivi di reale trasformazione ecologica

·         costruzione di una proposta di legge contro l’obsolescenza programmata dei prodotti

·         rivendicazione dell’azzeramento dei SAD (Sussidi Ambientalmente Dannosi)

·         richiesta della de-intensificazione della produzione agricola e del taglio di almeno il 50% degli allevamenti intensivi

Sanità

·         apertura di vertenze per il controllo dal basso della destinazione dei fondi e della gestione delle case di comunità

Comuni e risorse

·         costruzione di una campagna per promuovere due leggi d’iniziativa popolare, una per la riforma della finanza locale (no al pareggio di bilancio finanziario, si al pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere), la seconda per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti;

Beni comuni

·         mappatura degli spazi urbani inutilizzati

·         mappatura ed estensione delle sperimentazioni dell’uso civico collettivo

·         approvazione di una legge nazionale sui beni comuni

Economia trasformativa

·         approvazione di una legge nazionale e di leggi regionali sull’economia solidale

·         mappatura delle esperienze e delle conoscenze

·         avvio delle comunità energetiche

Pace e solidarietà internazionale

·         adesione dell’Italia al Trattato internazionale di non proliferazione nucleare

·         Ice (Iniziativa dei cittadini europei) per il divieto di commercio dei prodotti dei territori occupati

Questo numero del Granello di Sabbia “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazioni ” è interamente dedicato alla questione dello stralcio dell’art. 6 del DDL Concorrenza, la prima campagna lanciata dalle realtà aderenti alla Società della Cura e che sarà rafforzata a partire dal prossimo autunno dalle iniziative per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti e da quelle per una riforma della Finanza Pubblica Locale.

Vogliamo una Società della Cura che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’eguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.  Lotteremo tutte e tutti per renderla realtà.

(Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 49 di Marzo-Aprile 2022: “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazione“)

da qui

 

martedì 18 gennaio 2022

Serve un’altra Banca Centrale Europea - Marco Bersani



Ci risiamo. Si riaccendono le luci sull’insostenibilità del debito pubblico italiano. È bastato poco meno di un anno di governo per svelare il bluff di Draghi. Incoronato come il salvatore della patria, lo scudo nazionale nei confronti dell’Europa, nonché il grande cacciatore di virus, sono bastati undici mesi per ritrovarci nel pieno della quarta ondata di pandemia e con lo spread che torna a riveder le stelle. E mentre il ‘nostro’ cerca la via di fuga del Quirinale, i segnali di accelerazione dell’inflazione accendono i fari sulle politiche delle banche centrali e sulle conseguenze per il debito pubblico.

Il fatto è che la Federal Reserve, banca centrale degli Usa, ha già pianificato la riduzione dell’immissione di liquidità sui mercati e una serie di progressivi aumenti dei tassi d’interesse, che, rafforzando il dollaro e rendendo più attrattivi i titoli di stato statunitensi, potrebbero provocare un nuovo terremoto in Europa.

Draghi e Macron, fiutato il pericolo, hanno lanciato la proposta di rimettere in campo il Mes, il cosiddetto Fondo Europeo Salva Stati,  al quale dovrebbe essere ceduta la quota di debito “pandemico” – per l’Italia si tratta di 68 miliardi all’anno per un periodo di cinque anni e un totale di 340 miliardi – ora in mano alla Banca Centrale Europea, in seguito alla ripresa dell’acquisto di titoli di stato effettuata dalla Bce con l’avvento della pandemia.

Si tratta della riproposizione a pieno titolo del rigore e dell’austerità – il Mes non è nato in Lapponia, dunque non è Babbo Natale – per quanto mascherata da probabili piccole modifiche dei parametri di Maastricht, ormai insostenibili per tutti.

Ma se la Bce seguisse pedissequamente quanto intende fare la Fed, ovvero ridurre l’immissione di liquidità e rialzare i tassi di interesse, che male ci sarebbe? Sarebbe un disastro, determinato dal fatto che non si è mai messo mano al vero nodo strutturale: la natura e il funzionamento della Banca Centrale Europea.

Già, perché diversamente dalle banche centrali di Stati Uniti, Inghilterra e Giappone, la Banca Centrale Europea ha come unico scopo statutario la stabilità della moneta, ma, essendo l’euro la moneta di molti Stati profondamente diversi tra loro dal punto di vista economico e sociale, ci troviamo di fronte ad un insormontabile paradosso: da una parte la BCE presta il denaro alle banche allo stesso prezzo dovunque queste siano collocate; dall’altra, le banche intervengono a seconda dei tassi di interesse di ciascun Paese, determinati dall’andamento dei titoli di stato quotati sul mercato. (lo spread non è altro che la differenza fra i tassi di interesse sui titoli di stato di Italia e Germania).

Di conseguenza, un’automatica applicazione da parte della Bce delle politiche della Fed, facendo crescere parallelamente i tassi di interesse di tutti i Paesi, avrebbe conseguenze pesantissime sugli Stati maggiormente indebitati, a partire dall’Italia.

Cosa si dovrebbe dunque fare? Occorre pretendere che la Banca Centrale Europea si ponga l’obiettivo di far convergere i tassi d’interesse sui titoli di stato di tutta l’eurozona, applicando criteri selettivi nella propria modalità d’intervento, a partire dalla garanzia dell’acquisto dei titoli di stato dei paesi più fragili.

Per farlo, occorre uscire dall’idea di un’Europa come libera prateria della speculazione finanziaria e come terreno per la competizione selvaggia fra gli Stati e fra le economie.

Perché va bene il “whatever it takes” ovvero il ‘con ogni mezzo necessario’, ma è sulle finalità a cui applicarlo che la disparità con Draghi e i grandi interessi finanziari resta incolmabile.


(Articolo pubblicato sul manifesto del 15 gennaio 2022)

da qui


domenica 15 dicembre 2019

Non è necessario produrre di più - Emanuele Leonardi e Salvo Torre



1. L’orizzonte dell’inclusione è scomparso
Nella storia del capitalismo post-Rivoluzione d’Ottobre ha chiaramente vinto la tesi secondo cui esiste una sorta di proporzionalità inversa tra diseguaglianza sociale e degrado ecologico: ciò significa che per migliorare le condizioni di vita della maggioranza della popolazione l’unica strada percorribile è aumentare a dismisura la pressione sulla biosfera.
Ciò che il New Deal negli Stati Uniti e le politiche dei Trenta Gloriosi in Europa Occidentale, ma anche la pianificazione economica Sovietica, avevano in comune era infatti l’idea che l’inclusione sociale delle classi subalterne potesse avvenire solo attraverso la crescita economica (misurata attraverso il PIL, la cui nascita è datata 1934, non casualmente), intesa come aumento della produzione, e che questa prevedesse necessariamente un’intensificazione dell’impatto ambientale. L’obiettivo teorico dell’inclusione ha guidato le forme dell’agire politico oltre che la rappresentazione pubblica del potere. La grande crisi iniziata negli anni Settanta ha ormai ridotto drasticamente la capacità di funzionare di questo ideale regolativo e sta rendendo evidente il funzionamento reale del sistema. Si tratta di un mutamento radicale che è destinato a segnare la fine della prospettiva di inclusione: l’orizzonte di miglioramento sociale non esiste più, ma persistono lo sfruttamento delle risorse e il degrado ambientale. È diventato evidente che l’assoluta maggioranza della popolazione mondiale è destinata a restare stabilmente esclusa dalla ricchezza e adesso anche a pagare le conseguenze della crisi ecologica e di quella climatica.

2. Le minoranze rumorose hanno determinato il problema politico
Il discorso cambia però se si presta attenzione alle minoranze “rumorose”. Prendendo per esempio in considerazione la grande stagione delle lotte contro le nocività industriali (in particolare 1968-1973) o considerando l’esplosione recente dei conflitti per la giustizia ambientale in diverse aree del pianeta, non è esagerato sostenere che la crisi ecologica sia divenuta un problema specificamente politico grazie e non malgrado la conflittualità operaia e sociale. L’idea che per costruire società più egualitarie fosse necessario produrre di più e quindi aumentare l’impatto negativo sull’ambiente ha sempre guidato l’azione delle socialdemocrazie ed è invece stata sempre avversata dagli ambientalisti (che hanno spesso accettato il corollario di questo ragionamento: a un ambiente più sano avrebbe fatto da contraltare una società più diseguale). Mentre soprattutto nella storia europea si è prodotta un’evidente frattura anche tra l’ortodossia marxista dei grandi partiti e la reinterpretazione operaista del problema, che ha portato diverse esperienze di movimento a partecipare alle battaglie ambientaliste con posizioni molto radicali. È stata una stagione in cui la conflittualità aperta riguardava proprio l’idea dello sviluppo attraverso l’industrializzazione, la questione che solo l’aumento numerico della classe operaia avrebbe potuto garantire il cambiamento sociale. Quella stagione e quella rappresentata dai movimenti attuali hanno mutato l’oggetto del contendere.

3. Il negazionismo reazionario è una delle soluzioni neoliberali
In questo quadro, quasi tutte le forze politiche tradizionali, ormai interne al quadro neoliberale, hanno assunto un atteggiamento che oscillava fra l’aperto negazionismo e l’indifferenza: prima bisognava concentrarsi sulle questioni relative alla Guerra Fredda, poi bisognava sostenere la costruzione del mondo globalizzato. È chiaro che da questo punto di vista non esiste alcuna prospettiva di estinzione della specie umana né sono interessanti i richiami alla sesta estinzione di massa, l’idea del limite si pone infine solo per i gruppi sociali più deboli, non per il sistema nel suo complesso. La scelta del negazionismo in campo climatico o ecologico è perfettamente coerente con il grande progetto reazionario neoliberale, in cui non esiste nulla al di fuori dello spazio di mercato. In assenza di una strategia di sviluppo capace di trasformare il problema ecologico da fattore di crisi a opportunità di profitto, la risposta delle élite al protagonismo dei movimenti sociali è rimasta l’inversione di tendenza rispetto alla forbice sociale: aumentare la polarizzazione sociale ad ogni passaggio della crisi. La contraddizione tra capitalismo e democrazia è stata risolta all’interno di questo disegno: si è operata la riduzione dell’autonomia e la capacità di azione dei sistemi politici e degli Stati anche allo scopo di estrarre liberamente tutte le risorse necessarie.

4. La conversione verde è un’altra soluzione neoliberale
Il progetto neoliberale implica anche il rafforzamento di una particolarità del sistema, cioè la tendenza del capitalismo ad assorbire tutte le anomalie per renderle conformi ai principi dell’accumulazione. La categoria di sviluppo sostenibile (1987) non si è sottratta a questo schema, indica ormai chiaramente una possibile compatibilità tra accumulazione del capitale e cura dell’ambiente. Verso la metà degli anni Novanta, l’idea di green economy ha permesso di fare un passo in più, riuscendo a presentare la crisi ecologica non più come un ostacolo allo sviluppo, bensì come una sua fondamentale condizione di possibilità (si pensi per esempio a come viene normalmente presentata l’economia circolare nel dibattito pubblico). C’è un ragionamento sottile che accompagna tale svolta, perché a causare il degrado ambientale non è il capitalismo, è la povertà o, meglio, sono i poveri. Essi devono essere messi in condizione di non nuocere, ed è per questo che le politiche di green economy si incrociano con quelle di deportazione delle comunità di nativi nel Sud globale, di espulsione di contadini dalle loro terre e di gentrificazione delle città. L’idea di fondo, dal sapore tardo ottocentesco è, in fin dei conti, che la diseguaglianza sociale sia necessaria alla salubrità dell’ambiente. Ciò perché se bisogna liberarsi dal welfare state e dalle preoccupazioni sociali, lasciando libere le élite di investire per salvaguardare gli equilibri ambientali, si torna di fatto all’idea che solo i ricchi possono salvare il pianeta. È una posizione ideologica che serve a preparare una nuova grande ondata di accumulazione che segue esattamente il modello di espropriazione delle precedenti e si realizza sul corpo di donne, migranti, lavoratori e lavoratrici. Questa idea fondamentalmente neoliberale possiede anche un risvolto politico, perché a farsi carico della stabilità ambientale – e in particolare climatica – saranno esperti illuminati e non le comunità: la partecipazione democratica diviene dunque un fattore di limitazione rispetto a politiche pubbliche definite come ecologiste.

5. Il mercato ha fallito, viva il mercato
Si tratta di pratiche di governo che sono state implementate a partire dal 1997, anno della firma del Protocollo di Kyoto. Il riscaldamento globale è stato rappresentato come un fallimento del mercato (che non ha saputo contabilizzare le cosiddette “esternalità negative”) e quindi l’unica originale soluzione presentata è stata ricorrere di nuovo al mercato. Bisogna ribadire che l’invenzione dei nuovi mercati delle emissioni è al momento l’unica soluzione proposta e l’unica prospettiva di politica economica entro cui si muove la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici dell’ONU. Il vero dato interessante ci sembra però che l’ampio consenso sociale e geo-politico rispetto a questa opzione di governo del clima sia scomparso. Non solo dal punto di vista degli apparati statali, che hanno chiaramente dimostrato la loro assoluta impotenza in questo contesto. Lo si è visto chiaramente all’ultima conferenza delle parti a Katowice, dove il fronte negazionista (Stati Uniti, Brasile, Arabia Saudita, Kuwait), che si muove secondo schemi politici classici, ha di fatto sconfessato l’IPCC, cioè l’istituzione scientifica incaricata di fornire i dati a partire dai quali la negoziazione propriamente politica si sarebbe poi dovuta sviluppare. Bisognava rinegoziare, ma in un mercato libero, assumendo che le emissioni sono una merce da gestire secondo un metodo consolidato, ossia nessuna regola, ma soprattutto non devono esserci istituzioni nella contrattazione, ma le grandi aziende. In quella occasione è emersa anche la crisi di buona parte delle ONG, che ha finalmente deciso di cambiare il campo di confronto politico, soprattutto di fronte a risultati empirici sconsolanti: a più di vent’anni da Kyoto le emissioni sono aumentate, non diminuite e sono andate di gran lunga oltre ogni limite oggetto di contrattazione (è il punto fondamentale dei vari interventi di Greta Thunberg).
In questo scenario, sono stati i movimenti socio-ecologici a scompaginare tutto il quadro politico, occupando lo stesso spazio che avevano avuto in passato, cioè determinando il problema politico e ponendo le basi per la nascita di uno spazio politico globale del tutto nuovo. Il numero incredibile di conflitti per la giustizia ambientale evidenzia un percorso in cui il quadro è totalmente sovvertito, le questioni poste sono totalmente differenti da quelle discusse nei summit sul clima e gli attori in campo sono nuovi. Sta scomparendo l’orizzonte statale delle rivendicazioni e soprattutto non c’è alcuno spazio di mediazione sul fatto che il problema è il capitalismo, non gli esseri umani.

6. La transizione la paghino i ricchi
Dopo la presentazione della proposta da parte del partito democratico statunitense, un’area della sinistra mondiale si sta ricompattando intorno alla proposta di un Green New Deal, senza però avere realmente presentato un progetto concreto né fattivamente risolto il problema rappresentato dalla proposta di investimento pubblico in settori che vengono rigorosamente mantenuti privati. Governi come quello italiano e spagnolo, per esempio, hanno inserito la proposta tra i propri obiettivi, senza ovviamente chiarire cosa intendano fare. Le opposizioni di Stati Uniti e Gran Bretagna presentano progetti un po’ meno vaghi, ma sempre molto generici. Il problema di fondo rimane lo stesso, non è dato investimento di tipo keynesiano all’interno di un progetto neoliberale, altrimenti l’intera faccenda si risolve nell’ennesimo trasferimento di denaro pubblico ai privati. Finché la discussione rimarrà finalizzata a sostenere l’uscita dalla crisi nel campo capitalista i risultati potranno essere compatibili solo con la proposta di una nuova grande ondata di accumulazione verde. Esistono in realtà già proposte alternative, molto concrete, costruite sull’idea che il “Green New Deal” sia un percorso da realizzare dal basso, soprattutto finalizzato all’eguaglianza sociale e non alla riproduzione del sistema. L’inversione dello schema neoliberale si risolve infatti proprio in questo, nell’idea che la riduzione delle diseguaglianze è la condizione necessaria per la transizione ecologica, dall’una dipende l’altra. Un sistema costruito sulla sopraffazione non può realizzare alcuna transizione ecologica se non in termini di sottrazione di libertà. Ciò significa che non è necessario produrre di più, bensì distribuire diversamente e privilegiare la partecipazione popolare e democratica. In fin dei conti è anche quello che dicono in questi mesi i gilets jaunes, la cui lotta possiede evidenti connotazioni ambientali: la transizione ecologica la vogliamo, ma non a spese di chi è già impoverito: la paghino i ricchi.
(Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 42 di Novembre – Dicembre 2019. “Il Sol dell’avvenire e l’avvenire del Sole“)