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martedì 28 gennaio 2025

ricordo di Gianfranco Manfredi

 











Ciao Gianfranco…… Ma chi ha detto che non c’è…. - Marco Sommariva

Quest’oggi io non voglio essere triste. Fu Gianfranco Manfredi a convincermi che ero uno scrittore. E’ morto all’età di 76 anni Gianfranco Manfredi: cantautore, fumettista, scrittore, attore, sceneggiatore. Il ricordo di Marco Sommariva

Nel 2008 Marco Tropea pubblicò un mio romanzo. S’intitolava Il venditore di pianeti ed era già uscito due anni prima per le edizioni di Sicilia Punto L. Come aveva fatto Tropea a scoprirmi? Semplice. Fu Gianfranco Manfredi, all’epoca edito da Marco, a segnalarmi. Gianfranco aveva letto alcune mie cose grazie a un mio lettore della provincia di Parma che gliele aveva spedite a casa perché riteneva io meritassi, bontà sua, una vetrina più ampia. Gianfranco cosa fece secondo voi? La cosa che nessuno s’aspetta da una persona che, solitamente, “ha ben altro da fare”: prese i miei libri inviatigli, li lesse, chiese il mio numero di cellulare al lettore che perorava la mia causa e mi chiamò per dirmi che, anche secondo lui, meritavo una vetrina più ampia spiegandomi che, tra Guanda e Marco Tropea, secondo lui, per i miei scritti, era meglio il secondo.

In realtà, il mio numero di cellulare non era mio ma della ditta per cui lavoravo e così, quando lo vidi suonare molto oltre l’orario di lavoro, decisi di non rispondere a quel numero sconosciuto. Non un grande esordio, insomma, ma per fortuna mi richiamò poco dopo e per fortuna decisi di rispondere.

Ora immaginatevi la scena del sottoscritto che, dall’altra parte del telefono, sente una persona col fiato corto che si presenta come Gianfranco Manfredi: non avreste risposto “Sì, va be’, e io sono Napoleone!”? Ma non ebbi il tempo di farlo perché la seconda cosa che subito mi disse Gianfranco fu: “Non sto scopando, ho il fiatone perché ho appena finito di spalare neve davanti a casa mia”. Pensai… questo dev’essere Manfredi veramente: da uno come lui mi aspetto proprio questa schiettezza.

Ovviamente, al primo appuntamento a Milano con Marco Tropea – era l’11 marzo 2004, il giorno degli attentati a Madrid – e, poi, pure al secondo incontro, volle esserci anche lui: entrambe le volte pranzammo tutti e tre in un ristorante vicino alla casa di editrice di Marco. Era tutta un’altra Italia, si respirava tutta un’altra aria: la prima volta mi presentarono Massimo Coppola, in quel momento impegnato nel fondare la casa editrice ISBN, la seconda volta mi presentarono Enrico Deaglio che ho poi rivisto ultimamente alla Fiera del Libro di Torino quando ho rilasciato l’intervista sulla letteratura distopica, ai tipi del programma Wonderland di Rai4.

I primi due pranzi furono, per me, una specie di terzo grado, ma non da parte di Gianfranco, bensì da parte di Tropea che aveva bisogno di capire chi fossi: lui non aveva ancora letto nulla di mio.

I pranzi che duravano circa un paio d’ore, si svolgevano pressappoco così: Marco chiedeva, io rispondevo guardando Gianfranco e Gianfranco ascoltava e sorrideva soddisfatto. Credetemi, senza quei suoi sorrisi non avrei mai trovato il coraggio di dire a Marco Tropea ciò che pensavo, e ciò che pensavo non erano sempre cose bellissime da ascoltare. Mi spiego meglio. Quando Tropea mi chiese se avessi mai letto libri pubblicati dalla sua casa editrice e se questi mi erano piaciuti, risposi che li avevo letti ma che, specialmente l’ultimo, non mi erano piaciuti – non chiedetemi perché neppure in occasioni come queste non riesco a raccontare una balla, non lo so.

Ovviamente, spiegai il perché di quella mia risposta, lo feci con calma e onestà intellettuale, ma sempre aggrappato al salvagente delle labbra di Gianfranco che parevano dirmi “Vai così che vai bene”.

Pensate mi sia fermato qui? Macché! Son pure arrivato a parlar male di un romanzo di Sepúlveda, al che il buon Tropea, stavolta un po’ piccato, mi chiese: “Tu sai chi ha portato Sepúlveda in Italia?” Non lo sapevo e… esatto!… era stato proprio lui.

Credetemi, in due pranzi ho inanellato una serie di risposte da far accapponar la pelle, tutte quelle che dovrebbe evitare chi brama d’esser pubblicato da un editore ben strutturato a livello nazionale, ma io ero sereno: già mi pubblicavano, e pazienza se era una casa editrice di dimensioni più ridotte ma, soprattutto, la tranquillità me la trasmetteva lui, Gianfranco che, e qui forse mi sto un po’ allargando, a volte pareva proprio gongolare per certe mie uscite: era lui che mi aveva portato a quel tavolo e pareva esserne fiero.

Come al lettore che gli spedì i miei lavori, anche a Gianfranco devo molto: probabilmente non sarei neppure qui a scrivere di lui se non mi avesse instradato.

Fu lui a scrivere una prefazione al mio romanzo Fischia il vento che già ne vantava una di don Gallo, e un’altra la scrisse per il mio saggio Pillole situazioniste.

Si pose nei miei confronti sempre in maniera orizzontale, mai salì su alcun pulpito.

Mi fece sempre dei gran complimenti, e forse il più grande fu l’unica volta in cui mi “sgridò”: più di vent’anni fa mi convinse che ero “un qualcosa” a cui non mi decidevo a credere, ossia, che ero uno scrittore, e usò più o meno queste parole: “Vengono pubblicati libri distribuiti in tutta Italia col tuo nome in copertina, quindi, quando ti firmi, quando ti presenti, devi dire che sei uno scrittore, se continuerai a nasconderti dietro il tuo lavoro in fabbrica sembrerà che non credi in quello che scrivi, e questo non è vero, io lo so, quindi, forza!, dài!”

Ha sempre risposto alle mie mail e ai miei messaggi: quando a marzo dell’anno scorso gli scrissi che stavo andando alla Fiera del Libro di Torino per conoscere di persona Marco Philopat, perché occorreva che mi mettessi d’accordo per un libro che spero esca l’anno prossimo per Agenzia X, lui mi rispose: “Philopat è una brava persona. Ti troverai bene”. Un po’ quello che mi disse di Tropea, quando mancavano pochi giorni al primo appuntamento.

Arrivammo persino a fantasticare di un romanzo da scrivere a quattro mani.

Insomma, Gianfranco mi adottò a fine 2003 e non mi mollò più, neppure quando era già malato, a marzo dell’anno scorso, appunto.

Col tempo s’allontanò leggermente rispetto ai primi anni, ma unicamente perché io crescessi ulteriormente, perché non mi venisse neanche lontanamente l’idea di restare nell’orbita di qualcun altro: dovevo camminare con le mie gambe, anzi, correre. Lo capii quasi subito, solo un leggero spiazzamento iniziale, poca roba: un po’ come quando si lascia la casa dei genitori per andare a vivere da soli.

Mi fermo qui perché non vorrei finire con l’annoiare ma oggi, 24 gennaio 2025, ci ha lasciato una persona che, per come l’ho conosciuta io, si comportava nella vita di tutti i giorni così come ve l’ho raccontato, in linea con i suoi scritti, le sue sceneggiature, le sue canzoni e, quindi, per il mio modo di vedere, si comportava bene, in quel modo che mi appartiene molto: resistere sempre, ogni momento, anche nella quotidianità, anche da soli, con parole e fatti.

Non so se ho fatto bene a ricordarlo in questa maniera, senza neppure elencare un’opera da lui realizzata, ma ho preferito così, e ho come l’impressione che ‘ste righe non gli sarebbero dispiaciute.

Lo scrittore Marco Sommariva, oggi, si sente un po’ più solo ma, sapete che vi dico?, forse sono un po’ svanito ma il domani non esiste e quest’oggi io non voglio essere triste.

da qui

mercoledì 26 luglio 2023

mercoledì 21 giugno 2023

Tredici canzoni urgenti - Vinicio Capossela


scrive Vinicio Capossela:

Questi tredici brani, scritti fra Febbraio e Giugno 2022, sono stati composti tutti insieme, generati da un sentimento di urgenza nata dal pericolo e insieme dalla necessità di opporvi una reazione in affermazione della vita.

Sono diretta conseguenza del momento storico che stiamo vivendo, momento che faccio partire dall’osceno plauso in Senato alla bocciatura del progetto di legge contro i reati di odio e discriminazione razziale (ottobre 2021). Momento storico in cui diritti costantemente elusi, ma permanenti nella loro urgenza di soluzione, dallo ius soli al diritto di scegliere il fine vita, rimangono privi di un riconoscimento.

Sono problemi stringenti, il cui violento epilogo si prepara in una cultura tossica nella quale maturano la violenza di genere, l’abbandono della scuola, la cultura usata come mezzo di separazione sociale, la cattiva educazione alla gestione delle emozioni, la delega all’intrattenimento digitale in cui versa l’infanzia. E poi la situazione emergenziale delle carceri, lo stato di minorità in cui versiamo, massimamente rappresentato dalla reclusione senza riabilitazione. E ancora, i nuovi modelli predatori di consumo sintetizzati nella formula all you can eat.

L'affermazione dei populismi, del neo liberismo, del post fascismo, il cortocircuito del sistema dei valori etici. Un campionario di mali che abbiamo quotidianamente davanti ai nostri occhi ma che – schiacciati dall’incessante berciare della società dello spettacolo (che è sempre più la società dell’algoritmo) – affrontiamo ciascuno chiuso nel proprio guscio, indifferenti, spesso appiattendoci su facili posizioni da tifosi più che da cittadini.

Su tutto questo mondo giacente supino sul divano occidentale, un mondo ripetitivo e immobile in cui ogni cosa è stata domiciliarizzata, si è andata abbattendo la peggiore delle catastrofi: la guerra, con tutto il corollario di avvelenamento, di semplificazione, di inflazione, di vanificazione di ogni sforzo “culturale”. Se Brecht poteva dire che «dato che i posti buoni erano occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto», oggi il torto non è più appannaggio delle forze che lottano per la libertà. La parte del torto, orgogliosamente rivendicata ora da destra, è quella in cui ci siamo messi tutti, in una lotta di mera contrapposizione che vanifica e neutralizza il concetto stesso di “parte del giusto”.

La guerra di oggi richiama all’appello i valori di quanti l’hanno combattuta, esempi di resistenza come le staffette partigiane, la componente femminile, il lato umano della resistenza.

La guerra che ci fa tornare a lucidi decodificatori della Storia come Bertolt Brecht. O addirittura all’opera di Lodovico Ariosto, che individua l’inizio di nuove più terribili forme di devastazioni nella rivoluzione operata dalla invenzione delle armi da fuoco, che secoli più tardi porteranno agli ordigni di distruzione di massa. E che ponendo il senno sulla luna denuncia la follia di cui è caduta preda la terra.

Viviamo in una condizione di costante crisi, parola che contiene la parola Scelta. Restringere le possibilità vuol dire abituarsi a fare con quello che si ha, a scegliere che valore dare alle cose, a stabilire quali sono i nostri “beni rifugio”.

Nella convinzione che le sole cose che contano sono quelle che non hanno prezzo, quelle che vengono donate, quelle che ci permettono, guardando al corso delle nostre vite, di comprendere quale è stato il nostro “tempo dei regali”, auspicando che altri regali verranno ancora, perché è solo la crepa che permette di ricucire il cuore nella Grazia.

da qui




scrive Vincenzo Mollica:

Le 13 canzoni urgenti, scritte cantate e musicate da Vinicio Capossela sono parte e sostanza di un’opera d’arte magnifica che vive al crocevia dei nostri spaesamenti, dei nostri turbamenti, dei nostri sentimenti, delle nostre paure invadenti, delle nostre speranze sorprendenti, dei nostri amori incandescenti e fluorescenti, delle nostre malinconie travolgenti, delle nostre allegrie impenitenti. Tutti noi, devoti viandanti di questa vitaccia, siamo diventati urgenti. Ci muoviamo come se avessimo un segnale di pericolo incorporato, come se avessimo perso il senso del fatato ingabbiati in un mondo decomposto e squilibrato. Ostinati fummo, siamo e saremo nel cercare di capire perché le nostre menti sono diventate urgenti, smarrite in una nebbia in cui le domande e le risposte  ondeggiano inconcludenti. Tutto questo fino a quando la voce limpida e poetica di Vinicio Capossela ci attraversa ed entra nel nostro cuore come una goccia di acqua pura che cade nell’inferno.

Allora, in quel preciso momento, la sua voce allontana ogni scoramento e risveglia come in un ringraziamento la voglia di pensare, cantare, ballare, fantasticare, pacificare, musicare e poetare rivelando così finalmente la vera essenza di ogni esistenza. Quando canta Capossela lo fa orchestrando tutti i sentimenti, mescolando musica e letteratura, teatro e cinema, pittura e balletto e il risultato è necessariamente qualcosa di perfetto. Ascoltando più volte con godimento queste 13 canzoni urgenti ho pensato che Vinicio le lanciasse come salvagenti per mitigare il naufragar delle nostre menti. Il brano che amo di più di questo album si intitola: “Il tempo dei regali“. Su questa scia, con tutta la passione che mi è rimasta in corpo, voglio dire che considero questa nuova opera d’arte di Capossela un regalo splendido e vitale che al cuore porta ristoro perché profuma di capolavoro. 

da qui



una recensione a Tredici canzoni urgenti (di Stefano Solventi)

Urgere: incalzare, spingere fuori. Ma anche: stringere, varcare. L’etimologia a volte aiuta e a volte non aiuta. In ogni caso, l’urgenza è un parametro delicato, applicato alla canzone significa quasi sempre stabilire una connessione forte con il (suo) presente, quindi storicizzarla, vincolarla al flusso degli eventi. La delicatezza, il rischio, sta nel senso che questo vincolo determina rispetto al contesto, a come cioè la negoziazione culturale e politica del presente invada forma e sostanza della canzone. Che non sempre ha la forza per resistere a questo processo di, come dire, megafonizzazione, che tende appunto a renderla megafono di una qualche istanza prima che… Cosa? 

Bisogna chiedersi a questo punto cosa sia davvero una canzone. Esistono risposte esaurienti o che comunque vadano vicino a esserlo? Non mi sembra. Nel caso specifico, intendo questo disco, a un certo punto sentiamo Vinicio Capossela cantare: “Questa è la libertà: azione e responsabilità”. Ecco, forse potremmo ipotizzare che per Tredici canzoni urgenti il cantautore di Hannover abbia sentito il bisogno (l’urgenza) di sovrapporre il senso del fare musica (canzoni) col senso stesso della libertà, finendo quindi per pensare la canzone come un esercizio di “azione e responsabilità”. Che per un artista, ovviamente, significa innanzitutto “forma e sostanza”.

Il rischio è appunto come te le giochi, la forma e la sostanza. Il rischio è che l’invasione dell’urgenza possa sovrastarle (forma, sostanza e canzone) e farne il megafono di messaggi o, peggio ancora, di cause. Quanto alla canzone, chissà cos’è (anzi: chissà coss’è), ma di certo è un manufatto fragile, materia volatile, basta un soffio appena troppo forte o contrario a pregiudicarne la forza, a svuotarla da quel po’ di magia che sta nel non dicibile se non sotto forma – appunto – di canzone.

E Vinicio cosa fa? Emerge dalla Cùpa (anche questa, chissà davvero coss’è) per uscire allo scoperto, salire su un palco bene illuminato e mettere in scena lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato comunque della vita, smanioso di elaborare l’allarme scattato per fuga di senso, di verità, di valori, di futuro, presente e – peggio – passato (“Il mondo cade a pezzi”). L’urgenza è il tema, il sibilo muto sullo sfondo che forza il disco in direzione del concept lasciando però ad ogni canzone-sfaccettatura una perfetta autonomia. 

L’effetto collaterale è il rischio di cui sopra: i temi in ballo – la guerra, il consumismo, la crisi della politica e dell’informazione, il sessismo e il femminicidio, la condizione carceraria, il revisionismo (l’oblio) storico, l’ossessione salutista, la liberalizzazione delle armi… – tendono inevitabilmente a didascalizzare, conferiscono le canzoni a un fine che quindi le impacchetta in un perimetro, le imbozzola in una confezione. 

E come ne esce, Vinicio? Tutto sommato bene, grazie alla sua innocenza raffazzonata ma – perciò – credibile, grazie alla parziale intangibilità che gli proviene dalla nuvolaglia patafisica – un po’ banditesca e un po’ bislacca – che lo riveste, grazie a quello sguardo che sa sprofondare prima e riemergere dopo la filiera ideologica standard ed è quindi capace di sottrarsi alle pantomime istituzionali (sacrosante o meno) per mirare dritto al cuore delle questioni.

Drittezza che nel caso specifico significa immediatezza, un livello di radiofonia potenziale che forse mai in un album di Capossela avevamo percepito, in virtù di melodie ora accattivanti e ora commoventi dentro a strutture ora atmosferiche e ora esuberanti, soprattutto capaci quasi sempre di rimanere al di qua della linea di demarcazione tra piacevolezza e piacionismo. Insomma, se c’è mestiere – e ce n’è a iosa – è di quello che regola pressione, convergenza e alesaggio, lubrifica gli ingranaggi e in definitiva fa cantare il motore. E se c’è impegno, è di quello che non si accontenta di prendere a noleggio posizioni, concetti e slogan, ma cerca parole e percorsi inediti, le chiavi per aprire spiragli e pazienza se sono stretti, angusti, ambigui, scomodi.

La scaletta si apre con Il bene rifugio, un valzerino tutto apprensione chiaroscurale in punta di pianoforte, tastiere (organo, Fender Rhodes) e fiati (trombone, clarinetto, flicorno) che ipotizza una rivincita del cuore sulla finanziarizzazione della vita, anche se il tono intimo e dimesso fa pensare a una guerra già perduta, mentre la successiva All You Can Eat scozza blues stomp e latinerie febbricitanti per una satira waitsiana sul consumismo frenetico/famelico (di cui l’ossessione per il cibo è un paradigma eclatante). 

Si capisce già come andranno le cose nel resto del programma: un carosello, una sarabanda, un rollercoaster che modulerà forme e registri con la grazia sgraziata di un saltimbanco proteiforme. Che è, d’accordo, un po’ il marchio della casa, qui però il pedale affonda sull’acceleratore col preciso scopo di farne strategia, di aggredire gli airplay e le playlist, di bussare alle porte dell’attenzione con la maggiore risonanza possibile. L’urgenza dei temi corrisponde insomma a quella progettuale (dal punto di vista stilistico e sonoro): la nota dominante è un trepido “adesso o mai più”.

Se La parte del torto beccheggia con ghigno desertico e cavernoso spremendo paradossi dall’attrito tra le post-ideologie, Minorità carezza con trasporto indolenzito il tema del carcere e della (mancata) rieducazione, mentre La crociata dei bambini (testo ispirato liberamente a La crociata dei ragazzi, un poema di Bertolt Brecht pubblicato nel 1939) è una struggente ballata in 3/4 sul bordo dell’apocalisse. Colpisce soprattutto l’apparente facilità con cui anche gli episodi meno intensi possono contare su intuizioni melodiche azzeccate, vedi il folk agrodolce di Ariosto Governatore e la mattoide Cha cha chaf della pozzanghera (notevole la variazione rumba del ritornello – o è uno special?), oppure vedi come la conclusiva Con i tasti che ci abbiamo si rivela in grado di allestire con pochi ingredienti un congedo tanto disarmante quanto accorato. 

Detto di una circense e rutilante Il tempo dei regali (forse la più apocalittica del lotto, a dispetto dell’aspetto) e di una madrigalesca Gloria all’archibugio (che pare essersi coagulata in qualche confraternita confinante con la taverna più alcolica della città), e sottolineata la nevrastenia oriental-post-punk (con escursione dub) di Sul divano occidentale (ospiti Raiz, Bunna e Sir Oliver Skardy), forse i due perni poetici del disco vanno individuati in Staffette in bicicletta (camerismo incalzante e cinematico in duetto con Mara Redeghieri) e La cattiva educazione (filastrocca in bilico tra incubo e rassegnazione, voce principale affidata a Margherita Vicario), la prima che rievoca il contributo eroico delle staffette partigiane e la seconda che dà voce alle vittime dei femminicidi, quest’ultima che si riflette nell’altra ovvero nel messaggio di libertà ed equità della Resistenza (“Questa mattina non mi son svegliata/e l’invasore ce l’avevo in casa”) drammaticamente disperso.

Disco composito quindi, attraversato da molti umori e (perché) abitato da tanti collaboratori – Alessandro “Asso” Stefana, Don Antonio, Marc Ribot, Enrico Gabrielli, Vincenzo Vasi… -, da cui la trama vivida, mutevole, quasi schizoide, tenuta assieme con padronanza e disinvoltura da un Capossela ispirato cerimoniere, a cui va riconosciuto tra le altre cose il merito di prediligere la generosità all’autorevolezza, il prodigarsi da artigiano – primus inter pares nella maestranza – alla sicumera da Maestro. Essendolo, comunque, nell’anima.

da qui

sabato 16 luglio 2022

I primi 50 anni de “I giardini di marzo”. Esegesi brutale - Michele Nigro

 

Io e questo brano dell’immortale Lucio Battisti siamo quasi coetanei — la differenza è di un anno — ma entrambi ci sentiamo ancora ‘giovani’ e in gara: ciò accade perché, come nel caso de I giardini di marzo scritta insieme al grande Mogol, le tematiche che la animano sono attuali, inossidabili, riguardanti l’umano e quindi non sorpassabili. Ho sempre pensato che il testo di questa canzone fosse un chiaro manifesto poetico non nel senso prettamente musicale — sulle differenze strutturali tra poesia e canzone si è già discusso ampiamente, anche se la poesia o “lirica” deriva proprio dal canto che nell’antica Grecia era accompagnato dal suono della lira — bensì da un punto di vista intimistico, psicologico.

Il carretto passava e quell’uomo gridava “gelati!”
Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti
Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
Il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti

Il carretto è l’elemento iniziale che squarcia il velo della memoria: un ricordo giovanile — quello di un uomo che grida “gelati!” — irrompe nel presente a sottolineare una condizione passata, una precarietà economica che non precludeva a una sorta di felicità semplice, essenziale; la visione di un abito materno, tra i tanti affioranti dall’archivio-armadio, che conserva ancora una freschezza intatta, legata a un’epoca di giovinezza non ancora appassita. A volte è strano pensare che anche un genitore, oggi invecchiato, stanco, fisicamente in declino, abbia vissuto un’età verde, rigogliosa, splendente, proprio come quella vissuta da noi cosiddetti giovani. La cosa ci fa indirettamente male perché è la prova che tale ciclo, terminante si spera con un bel tramonto, toccherà a tutti, indistintamente: il genitore è solo la testimonianza più evidente che abbiamo a portata di mano.

All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
Poi, sconfitto, tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
E la sera al telefono tu mi chiedevi “perché non parli?”

Anche il ricordo di una certa “precarietà esistenziale” torna nel presente con tutta la forza di cui dispone: non bisogna mai dimenticare come si è stati, cosa siamo stati, l’impreparazione all’esistenza, il timore di confrontarsi con chi appariva più determinato, con i coetanei che sapevano vendere e vendersi senza esitazione sul mercato delle opportunità; ci sono epoche della nostra vita in cui possiamo solo osservare gli altri, registrare i loro movimenti “vincenti”, studiarne le capacità per poi, forse, riprodurle in un possibile futuro ricco di coraggio e di autodeterminazione. Quando si è giovani la mancanza di slancio può essere interpretata, da se stessi e dagli altri, come una sconfitta sul campo perché non si posseggono ancora gli strumenti per accettare la propria diversità, la propria unicità, per riciclarla verso campi applicativi più soggettivi e meno standardizzati: se in un primo momento l’imitazione (e non l’emulazione che rappresenterebbe già uno stadio evolutivo più auspicabile) sembra essere l’unica strada percorribile per non farsi notare e giudicare, e soprattutto per sopravvivere in un mondo che va veloce e non aspetta nessuno, in seguito — non da un giorno all’altro ma coltivando pazientemente la propria personalità e non quella di qualcun’altro visto in tv o sui social — viene a maturare l’idea che l’imitazione è inutile e dannosa, e che l’unica cosa saggia da fare è diventare se stessi.

 

Nel frattempo si torna a “giocare” — così come da giovani di gioca con altri giochi — con la mente che propone fantasie autodistruttive, ipotesi paranoiche, tarli prodotti dalla disistima che scavano nella direzione sbagliata… Ma sono “giochi” da assecondare, che fanno parte di un gioco ancor più grande, incomprensibile durante certe epoche della vita. Bisogna solo giocare e basta! Ci sarà tempo per rivalutare gli “idoli” imitati, per decostruire l’impatto emotivo di certi “tarli”. Nel frattempo, dinanzi alla nostra presunta mancanza di determinazione e organizzazione, quelli che ci amano e sono in apprensione per noi, non possono non domandarci “perché non parli?” ovvero perché non vivi, non ti getti a capofitto nel mondo e nella vita, perché non rischi, non ti racconti, non ti esprimi con i tuoi mezzi linguistici, non importa se acerbi, spuntati, zoppicanti. Insomma “parla cazzo!”, dici qualcosa… Sembra di assistere alla bellissima scena “maieutica” tratta dal film di Sorrentino È stata la mano di Dio, quando Antonio Capuano dice a Fabietto: “’A tiene ’na cos’ a raccuntà? Forza, curaggio. A tiene o no ’na cos’ a raccuntà? Tien’ ’o curaggio ro ddicere. E te vuo’ movere o no?”. Il silenzio è sì importante, soprattutto quando prevale l’esigenza di dover raccogliere le idee e le forze prima di esordire con la propria espressività: non è il silenzio dello sconfitto dalla vita (come troppo facilmente pensano certi detrattori), ma è la pausa — per alcuni lunga, per altri breve — che precede il canto (quello libero!), l’espressione sentita e non casuale del proprio mondo interiore.

Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
Le mie mani come vedi non tremano più
E ho nell’anima
In fondo all’anima cieli immensi
E immenso amore
E poi ancora, ancora amore, amor per te
Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

Poi all’improvviso, come per incanto o solo perché il momento è quello giusto, in base a misteriosi orologi che nessuno per fortuna finora ha saputo studiare e descrivere, si diventa consapevoli del proprio tempo, sia quello a disposizione dell’individuo (che non è infinito ma limitato e quindi da valorizzare fino all’ultimo minuto), sia il tempo del mondo, degli eventi che scorrono al nostro fianco. Non importa conoscere l’anno esatto o il giorno (quelle della canzone sono domande retoriche, funzionali al risveglio nel presente), non importa se siamo in ritardo o se siamo partiti puntuali in base al giudizio di un senso comune che francamente ha stancato con la sua ossessiva applicazione a ogni aspetto del vivere: l’importante è divenire consapevoli di se stessi e del tempo rimanente che vogliamo spendere al fianco di chi ci comprende e ci ama; “questo”, e non un altro, è il tempo di vivere con chi è sintonizzato sulla nostra stessa frequenza sentimentale, mentale, culturale. Il passato, che all’inizio del brano sembra opprimere e condizionare i movimenti della voce narrante, non esiste più in quanto appunto ‘passato’, andato, trascorso, impossibilitato a tornare; il futuro che ancora non è, non può condizionare l’attualità, l’hic et nunc dei latini. Non ci resta che concentrarci sul tempo presente, che abbiamo a portata di mano e che possiamo in un certo qual modo, con saggezza e tanto lavoro, tentare di modificare e migliorare. Se prima c’era un tremore che impediva qualsiasi azione, ora la mano non trema più e te la mostro perché sono sicuro di me stesso e non temo più il confronto: c’è un coraggio nuovo che muove i miei passi e insieme, se vuoi, possiamo fare le cose che in passato ci apparivano precluse.

E da questo punto in poi comincia, secondo la mia personalissima lettura, la parte del testo che rappresenta il “manifesto poetico” della voce narrante dietro cui si muovono le esperienze esistenziali di Battisti e Mogol: solo il vero poeta può condividere ciò che di immenso conserva nell’anima, non nella parte superficiale, facilmente comunicabile dell’anima, ma in quella profonda, inaccessibile, indicibile, perché la poesia è più non detto che descrizione dettagliata o spiegazione minuziosa. La poesia non deve spiegare nulla e di conseguenza non può essere “spiegata” ma solo presentata nel migliore dei modi, dopodiché diventa cosa del mondo, adottata da altri occhi e altre menti…

 

Scrive Pablo Neruda in La poesia: “…vidi all’improvviso / il cielo / sgranato / e aperto, / pianeti, / piantagioni palpitanti, / ombra ferita, / crivellata / da frecce, fuoco e fiori, / la notte travolgente, l’universo…”. Allo stesso modo la voce narrante del brano si accorge improvvisamente, grazie all’azione esplorativa della poesia che tutto cattura, dei cieli immensi, dell’immenso amore, sia quello per l’universo, sia quello per la persona amata. E ancora: “…Fiumi azzurri e colline e praterie / Dove corrono dolcissime le mie malinconie…”; il creato e le sue bellezze colorate (in contrapposizione al vestito nero materno, seppur fiorito, dell’incipit) accolgono e rendono accettabili persino quelle sottili malinconie ereditate dal passato che se in un primo momento sembravano insuperabili, allignate nell’animo, ora sono addirittura “dolcissime”, ovvero accettate perché umane, facenti parte della vita e dell’evoluzione interiore dell’individuo. Malinconie non più immobili, bloccate nel tempo, ma che “corrono”, vanno verso un futuro, diventano parte mobile dell’essere.

Il poeta non può più fare a meno delle proprie malinconie, sono parte di lui, della sua poetica; ma questo non può saperlo quando è giovane: imparerà nel corso degli anni a “monetizzare” i propri sentimenti, a trasformare in energia creativa le proprie emozioni, anche quelle più scomode e dolorose. In questa matura accettazione della vita, l’universo non può non trovare spazio nell’animo del poeta che, come un’antenna puntata verso l’infinito, capta senza alcuna pregiudiziale tutti i segnali provenienti dall’esistenza, e ne scrive, quando può, se vuole, se ritiene valida la sua personale decodificazione dei segnali. L’universo che “trova spazio dentro me” del duo Battisti/Mogol richiama il “… vidi all’improvviso […] l’universo.” della già citata poesia di Neruda. Vedere è sinonimo di accoglienza.

Questa è la forza nascosta del poeta, l’inner space da cui trae ispirazione e suggerimento di direzione: una forza saggia che tuttavia non assicura il coraggio necessario in ogni occasione; non perché il poeta sia un codardo, semplicemente perché non sempre il mondo accoglie l’esempio del poeta; non sempre, anzi quasi mai, la poesia modifica la Storia. Se riesce a incidere sugli eventi umani è grazie a un’influenza indiretta, sulle lunghe distanze, senza sperare di assistere a effetti immediati. “Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è”: non è una dichiarazione di resa; è la presa di coscienza della condizione del poeta nel mondo. Si può contenere poeticamente l’intero universo in sé ma senza sperare di cambiarlo: però non chiamiamolo fatalismo; il poeta è colui che pur avendo un coraggio immenso, decide di limitarsi a registrare l’essenza dell’esistere per quella che è, senza pretese, senza attendersi nulla dalla società, dai propri simili, dalla vita stessa. Essere semplicemente al mondo: una posizione che per la vulgata corrisponde a una mancanza di coraggio nel vivere la propria vita.

 

In quel “ma” dell’ultimo verso della strofa vi è tutta l’inconcludenza volontaria del poeta, la sua consapevole impotenza nei confronti del mondo. La forza dell’universo che trova spazio nel poeta non si esplicita in un coraggio di vivere pragmaticamente inteso: al contrario si potrebbe dire che maggiore è la consapevolezza universale del poeta, maggiore sarà il suo distacco dalle cose terrene che richiedono un coraggio pratico, basato sulle brevi distanze, sulla risoluzione fin troppo ovvia dei problemi, su un efficientismo richiesto dalla società, dalla famiglia, dall’economia, dalle istituzioni. Negli ultimi due versi della strofa, nella loro drammatica contrapposizione, è contenuto, o dovrebbe essere contenuto, l’intero manifesto del Poeta, di qualsiasi poeta degno di questo titolo.

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori
E le giovani donne in quei mesi vivono nuovi amori
Camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti “Tu muori”
“Se mi aiuti, son certa che io ne verrò fuori”
Ma non una parola chiarì i miei pensieri
Continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri…

Questa è forse la parte più enigmatica del testo. La primavera, stagione d’elezione per risvegli amorosi e nuove consapevolezze esistenziali, si annuncia con nuovi colori, nuove foglie sulle piante, nuovi suoni dopo silenzi invernali, nuova vita in natura; le giovani donne vivono nuovi amori: quasi come se la bellezza dell’amore, la decisione di vivere nuove storie, fosse una prerogativa femminile; come se l’osservatore — un uomo — identificasse nella donna l’unica degna depositaria di un sentimento così bello, forte e naturale. Ecco, però, manifestarsi una “voce” esterna — una donna amata?, la propria coscienza…? — che cerca di risvegliare il protagonista del brano dal proprio torpore interiore; in quel “Tu muori” è racchiusa tutta l’urgente esigenza di ritrovare il coraggio mancante per amare, per vivere, per dare un senso al proprio stare al mondo, condividendo, amando, lavorando con gli altri e per gli altri. Il ragazzo dei “tarli” viene messo dinanzi alla realtà dei fatti: se non compi una deviazione dalla tua chiusura alla vita, se non ti dai una possibilità, morirai interiormente, come uomo, come essere umano, come anima.

“Se mi aiuti, son certa che io ne verrò fuori”; chi è che è certa? L’anima del ragazzo incapace a vendere libri? La donna che non si sente più amata dall’uomo che al telefono la sera non riesce a parlare? C’è una richiesta d’aiuto concreta rivolta al poeta che non può più permettersi di vivere in maniera romanticamente individualistica. E subito dopo ritorna ancora una volta, non potrebbe essere altrimenti, l’indicibilità della poesia: “Ma non una parola chiarì i miei pensieri”; il vero poeta conosce i limiti della parola che contiene verità e al tempo stesso ne lascia sfuggire tantissime altre. Forse perché è giunto il momento di agire, non di capire: la chiarezza a volte deriva dal semplice vivere, dal fare, dallo sperimentare sentimenti ed emozioni, dal continuare a camminare anche se non siamo pienamente soddisfatti. Lasciandoci dietro, se necessario, storie che non riescono a svilupparsi come vorremmo; lasciando che la donna amata, o che non siamo riusciti più ad amare, continui a essere attrice di un passato che può sopravvivere solo nei nostri ricordi, a recitare in quella stagione della nostra vita che l’ha vista protagonista.

A volte bisogna lasciar andare anche le persone preziose che ci hanno amato e che noi forse non abbiamo saputo o potuto amare fino in fondo.

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martedì 18 maggio 2021

ricordo di Franco Battiato

continueremo ad ascoltare le sue canzoni, nelle quali continuerà a vivere.


nel 1991 le forze armate italiane combatterono in Iraq, per difendere i nostri sacri confini come sanno i cultori della geografia e della costituzione (art.11).

 

nel 1992 Franco Battiato andò a Bagdad per fare un concerto:



"Quando mi hanno chiamato dall'ambasciata irachena e mi hanno chiesto di fare un concerto ho detto subito di sì, senza pensarci tanto. E non è da me, che penso molto prima di fare una cosa, e che ho rifiutato altri concerti apparentemente più importanti di questo. Inutile dire che mi sono trovato contro mille persone. Sei pazzo, mi dicevano, vai cantare per il regime di Saddam Hussein. Non è così, ho sempre risposto; tutti coloro che erano con me sanno che se avessi visto in platea una divisa o un mitra non avrei cantato, se fosse arrivato Saddam Hussein mi sarei trovato in grave imbarazzo. Ma per fortuna non è venuto. E' inutile ribadire che lo scopo principe della mia visita in Iraq era umanitario, perché non trovo giusto che un popolo debba soffrire per colpe non sue; ma è anche vero che credo sia giusto dare a tutti una possibilità di redenzione, perché molti assassini sono diventati santi. E ritengo sia stato altrettanto atroce l'uso spettacolare che gli americani hanno fatto della guerra del Golfo, quel costringerci a ritrovarci al mattino con i punteggi aggiornati, come fosse stato un incontro di boxe. Io ho portato musica. La musica prescinde da tutto, riunisce sul serio la gente, la musica è un'arte sublime, un importante momento di aggregazione. Di questo viaggio ricordo la commozione dei musicisti iracheni, che non hanno più nulla, e che hanno ricevuto spartiti, ance, corde per i violini. Ricordo quel pianoforte che abbiamo dovuto accordare a 440 invece che a 442 per paura che saltasse tutto. Non ci sono libri, non c' è possibilità di continuare a studiare, e se la cultura, le notizie non arrivano è difficile che un regime si possa contrastare". F.B.

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