La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
domenica 14 giugno 2026
mercoledì 3 aprile 2024
martedì 2 aprile 2024
Balzerani, Di Cesare e la polizia del pensiero - Paolo Persichetti
La società
della «bava e del fiele», ha cercato affannosamente un’altra preda da azzannare
e ha trovato sulla sua strada Donatella Di Cesare, oggetto transizionale della
furia vendicativa. A lei la destra oggi al governo, l’entourage più stretto
della Meloni, rimprovera di essere stata colta in fallo, smascherata, per aver
squarciato il velo con cui tenta di coprire le sue idee radicate nel razzismo
della «sostituzione etnica». Per questo deve pagare.
L’associazione
nazionale funzionari di polizia ha ritenuto doveroso inviare una lettera aperta
alla professoressa Donatella di Cesare, docente di filosofia teoretica presso
l’università di Roma La Sapienza, dopo le polemiche scatenate da un suo tweet
di cordoglio per la morte della ex dirigente delle Brigate Rosse Barbara
Balzerani, scomparsa domenica 3 marzo 2024. Nel suo breve messaggio la
professoressa Di Cesare aveva scritto: «La tua rivoluzione è stata anche la
mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla
compagna Luna».
Attacco al
diritto di parola e di pensiero
L’Anfp è
un’associazione di natura sindacale nata per tutelare gli interessi dei quadri
direttivi della polizia di Stato. Nella lettera aperta, che potete leggere qui
per intero (www.anfp.it/lettera-alla-prof-ssa-di-filosofia-teoretica) si rimprovera alla docente di aver
dimostrato mancanza di rispetto verso le vittime e i familiari delle vittime,
tra cui si enumerano anche quelle della strage di Bologna che nulla c’entra con
la storia politica della Balzerani, anzi si pone in frontale antitesi con il
suo percorso, dimenticando troppo in fretta quei funzionari di polizia e dei
servizi segreti coinvolti nei depistaggi della strage e per questo condannati,
ed a cui – a quanto pare – i funzionari di polizia fanno sconti.
La lettera
mette in discussione il diritto di parola e la libertà di pensiero della Di
Cesare, punta il dito persino contro la pietas davanti alla
morte, contestandole di essere mancata al suo ruolo istituzionale, al rispetto
del gioco delle regole: una prova di infedeltà che nelle parole dei dirigenti
di polizia sembra mostrare nostalgia verso un modello di università che
espelleva chi rifiutava di giurare fedeltà al regime.
Il nuovo
ministero dell’etica
Sorge
immediatamente una domanda: quale è il ruolo e soprattutto il posto della
polizia nel sistema politico-istituzionale italiano? Spetta a loro regolare il
dibattito pubblico? Stabilire cosa e come si insegna all’interno delle
Università, chi merita la cattedra o meno? Non sembrano questi i compiti che
gli vengono attribuiti dalla costituzione, che pure dovrebbero rispettare alla
lettera per mandato istituzionale. E’ davvero singolare pretendere di ricordare
alla cittadina De Cesare che non può oltrepassare il suo ruolo istituzionale di
docente, mentre una tale oltrepassamento viene largamente realizzato da parte
dei funzionari di polizia con una simile lettera.
Per altro la professoressa Di Cesare ha espresso il suo pensiero su un social
non all’interno della sua facoltà. Ha parlato da cittadina, non da docente
davanti ai suoi studenti. Attenta a non confondere i due luoghi. Se dei
funzionari di polizia si sentono liberi di andare oltre le loro funzioni, di
additare in pubblico una persona, esercitando il magistero del pensiero e della
parola, l’accaduto assume la fisionomia di una chiara intimidazione. Un invito
a tacere manette alla mano.
Il volantino
degli studenti e la stella volutamente fraintesa
Sempre nella
lettera si contesta un volantino di solidarietà alla professoressa affisso da
alcuni studenti sulle mura della facoltà di filosofia di Villa Mirafiori,
subito etichettati come «pericolosi anarchici» (sic!) e filobrigatisti perché
avrebbero firmato il testo con la stella brigatista. Come tutti possono vedere
dall’immagine qui accanto, non si tratta della stella asimmetrica con le
due punte allungate ma di una normale stella, simbolo storico della sinistra
italiana, emblema nel 1957 del Fronte democratico popolare con l’effigia del
volto di Garibaldi incastonato all’interno di una stella, appunto. Stella
presente nel simbolo di molti partiti storici della sinistra che solo l’ottusa
ignoranza questurina può ricondurre immediatamente allo stemma brigatista. Ma
il clima è questo, l’ignoranza più gretta sale in cattedra.
Cosa ha
detto di tanto scandaloso la professoressa Di Cesare?
Che le
Brigate rosse sono nate in quel crogiolo di pensiero, ribellione e militanza
che nel 1968-69 diede vita ad un nuovo spazio politico animato dalla sinistra
rivoluzionaria. Nuova sinistra che contestava le forze storiche del movimento
operaio concorrendo sul suo stesso terreno sociale: le fabbriche e le periferie
della grandi città.
Già Rossana Rossanda, nel 1978, ebbe a dire qualcosa del genere, suscitando
scandalo per aver iscritto le Brigate rosse nell’«album di famiglia» del
comunismo storico. Parole suscitate da volontà polemica non solo contro la
posizione del Pci, che pur sapendo della loro vera origine le definiva
«sedicenti», accusandole di essere manipolate, eterodirette, agenti Nato
eccetera; ma con le stesse Br, ritenute un residuato culturale del
veterocomunismo degli anni 50, più che una delle tante anime della nuova
sinistra. Biografie politiche e inchieste sociologiche hanno poi dimostrato che
sbagliava e di molto anche se più avanti cercò di capirle e raccontarle meglio
di ogni altro.
La violenza
politica? Una risorsa condivisa
In questo
nuovo spazio politico il ricorso alla violenza politica era considerato una
risorsa legittima. La violenza rivoluzionaria era innanzitutto «parlata», in un
libro uscito alcuni anni fa per Deriveapprodi, La lotta è armata,
Gabriele Donato spiega quanto fosse condivisa e discussa questa opzione in
tutte le formazioni della nuova sinistra, quanto questo orizzonte fosse
discusso, percepito come inevitabile: alcuni lo ritardavano ma non lo
escludevano e nell’immediato tutti si dotavano di servizi d’ordine, livelli
illegali, molti si armavano, facevano «espropri», rapine per finanziarsi,
difendevano i cortei dalle forze di polizia e dalle aggressioni fasciste mentre
tutt’intorno si susseguivano le stragi e gli attentati della destra e dei
Servizi, nelle piazze, sui treni. Si agitavano ombre di golpe e altrove si
ribaltavano con le dittature militari governi democraticamente eletti, tanto da
spingere il maggiore partito di opposizione italiano a convincersi che non si
potesse più salire al governo, divenendo maggioranza alle elezioni, senza prima
allearsi con quello stesoo partito di governo dagli albori della repubblica, da
sempre avversario, dando vita una società senza più opposizione, priva di
dialettica, senza conflitti, moderando salari e rivendicazioni e che gli
specialisti chiamarono «consociativa». Una democrazia a sovranità limitata,
sottoposta al dominio dei vincoli esterni della geopolitica. Si è così arrivati
a sparare, ed i primi, ci ricorda la cronaca, non furono le Brigate rosse.
Un qualunque studio serio su quegli anni si immerge in un clima del genere,
anche se molti, sopravvissuti e scampati, ormai avanti nello loro carriere
professionali, preferiscono dimenticare, non farsi riconoscere, mentire e
nascondersi pavidamente.
Che cosa avrebbe detto allora di non vero la professoressa Di Cesare? Che non
ha mancato di sottolineare come quel comune sentire iniziale si sia poi diviso
in percorsi diversi, in scelte politiche ed esistenziali separate?
La
stigmatizzazione etica
Nelle parole
della Di Cesare non c’è traccia di stigmatizzazione etica, questo è il punto.
Le si rimprovera la mancata riprovazione, la damnatio negata.
Il regime della indignazione è l’unico possibile a cinquant’anni dai fatti:
indignazione selettiva, per giunta, se è vero che uno come Franco Freda,
ritenuto giudiziariamente e storicamente responsabile della strage di piazza
Fontana, vive tranquillamente quello che gli resta della sua esistenza
ignorato, dimenticato, senza che nessuno gli ricordi quello che è stato: uno
stragista, una massacratore di umanità al servizio e per conto di alcuni
apparati dello Stato italiano.
Come ha scritto Adriano Sofri, si può uscire ad un certo punto dalla lotta
armata, ma non si entra mai da un’altra parte. Quella storia è stata dichiarata
conclusa dai militanti delle Brigate rosse, Balzerani compresa, con un atto
politico quasi quarant’anni fa. Ma non è mai esistito un dopo. Le classi
dirigenti e le loro sponde mediatiche non lo hanno voluto perché hanno ancora
bisogno di quelle icone per rappresentarvi il male. Una comoda esportazione di
ogni colpa e responsabilità per tutti. Per la destra che in questo modo può
sbiancare le proprie origini e collusioni golpiste e stragiste; per la sinistra
che può così eludere i propri errori politici e fallimenti culturali
consolandosi con l’alibi del complotto attuato da forze oscure che le hanno
impedito di salire al potere.
Le Brigate rosse hanno incarnato in questo modo tutto il male del Novecento.
Risultato paradossale davanti agli orrori del secolo breve, ma ancor di più del
presente: ad una guerra russo-ucraina che ha fatto in due anni, stando alle
stime del New York Times, 200 mila morti e circa 300 mila feriti, e agli oltre
30 mila morti di Gaza.
Una preda di
sostituzione
Barbara
Balzerani se n’è andata in silenzio, con una mossa di judo si è sottratta alla
morsa di chi aveva bisogno del suo corpo per eleggerla a moderna strega, come
periodicamente accadeva. La società della «bava e del fiele», orfana della sua
persona e del suo funerale che si è tenuto nel più assoluto riserbo, lontano
dagli sguardi morbosi dei media, frustrata e livorosa ha cercato affannosamente
un’altra preda da azzannare. Ha trovato sulla sua strada Donatella Di Cesare,
oggetto transizionale della furia vendicativa. A lei la destra oggi al governo,
l’entourage più stretto della Meloni, rimprovera di essere stata colta in
fallo, smascherata, per aver squarciato il velo con cui tenta di coprire le sue
idee radicate nel razzismo della «sostituzione etnica». Per questo deve pagare.
domenica 10 marzo 2024
Dissenso
Di
Cesare, Balzerani e un paese infelice che scorda i maestri da Croce
a Gramsci – Massimo Cacciari
Donatella Di
Cesare è una filosofa di rilievo internazionale, formatasi in scuole di
assoluto rigore scientifico ed etico in Italia e all’estero. Da questo dato di
fatto si dovrebbe partire, se si intendesse davvero comprendere e non
fraintendere e strumentalizzare la sua estemporanea nota sulla morte della
Balzerani. Ma si sa, ormai nulla viene contestualizzato, storicizzato, vige
solo la regola dell’agguato contro l’avversario politico, in ansiosa attesa
della sua gaffe, del suo inciampo, della sua battuta infelice. Non siamo tutti
pre-preoccupati prima di aprir bocca di non ledere qualche non scritta norma
del politically correct, della cancel culture, imperanti ogni giorno di più?
Tutti gli
scritti e i comportamenti della Di Cesare dimostrano la sua radicale avversità
a ciò che ha significato e comportato l’azione del terrorismo degli anni di
piombo. Questa azione ha bloccato non solo il “riformismo” dei partiti della
sinistra storica e del sindacato unitario, ma anche quei movimenti nella scuola
e nelle fabbriche in polemica con questi ultimi, ma assolutamente contrari alla
linea della lotta armata. Il terrorismo ha agito da potente fattore reazionario
nella politica italiana, esattamente nel senso di chi metteva le bombe a Piazza
Fontana, a Brescia, sui treni. Può la Di Cesare pensare che costituisse una
speranza rivoluzionaria? Via, siamo seri. Che intendeva dire – anche se certo
non lo ha espresso con chiarezza? Esattamente ciò che allora, in quegli anni
tragici che hanno segnato in negativo tutta la nostra storia fino a oggi, disse
Rossana Rossanda: anche il terrorismo rosso, piaccia o no, nasce da un humus
comune, da un confusissimo ma reale crogiuolo di lotte, speranze, illusioni che
ha segnato gli anni tra i ’60 e i ’70. Anche il terrorismo, che ha agito
potentemente nel disintegrare quelle speranze di riforma della scuola, delle
istituzioni, della cultura tutta di questa nazione, nasceva dagli anni della
contestazione, dal ’68 italiano e europeo. Non era necessario finisse così. Non
c’è nulla di necessario e razionale nella storia. E allora è giusto, è buono
anche, riconoscendo colpe e fallimenti, e anzitutto i propri, avere
misericordia anche dell’avversario, trovare una parola di pietà anche per lo
sconfitto, anche per quello sconfitto che più di altri ha favorito la tua
stessa sconfitta.
Diceva un
grande liberale, e in situazioni ben più drammatiche di quelle in cui oggi
viviamo: a volte è necessario entrare in guerra e combattere il nemico, ma
nient’affatto necessario “farsi l’animo della guerra”. Non è necessario portare
nella guerra “l’animo del bestione” che la concepisce come “distruzione del
nemico”. E aggiungeva questo liberale non credente: bisogna essere in grado di
vedere nello stesso nemico il fratello. Questo Paese ha dimenticato tutti i suoi
maestri, siano liberali o cristiani, siano i Croce o i Gramsci. Sta diventando
il Paese dell’intolleranza e della chiacchiera, delle facili demonizzazioni e
delle censure. Spetta ai suoi intellettuali, di ogni parte, reagire a questa
deriva, protestare contro canee come quella scatenata sul “caso” della Di
Cesare e contro gli inauditi provvedimenti che si accingono a prendere a suo
carico (ma mi auguro non sia vero) i suoi stessi colleghi, gli organi di
direzione della sua stessa università! Dobbiamo attenderci commissari del
popolo presenti alle nostre lezioni per controllare la nostra “linea di
condotta”? Si è così ciechi e sordi da non vedere la deriva che collega le
gogne per chi criticava le politiche sanitarie durante il covid, le liste di
proscrizione per i presunti filo-putiniani con casi anche apparentemente solo
personali come questo della Di Cesare? Le valanghe vanno fermate sul nascere.
Quanto manca un Pasolini! Quanta nostalgia di corsari (e dei giornali che ne
pubblicavano gli scritti)!
Dissenso, élites e
"anelare alla dittatura". La risposta di Carlo Rovelli a Mattia
Feltri sull'intervista pubblicata da l'AntiDiplomatico
Non è rimasta inosservata l'eccezionale intervista di Luca Busca al fisico e
grande intellettuale italiano, Carlo Rovelli, pubblicata da l'AntiDiplomatico. Decine e decine le testimonianze
di apprezzamento che ci sono giunte in redazione. Una qualità di contenuti e
una capacità di comprensione dei fenomeni attuali che è linfa vitale nei tempi
bui. Non è rimasta inosservata al punto da urtare la suscettibilità atlantica
di Mattia Feltri, direttore dell'Huffington Post, che gli ha dedicato una risposta
- "Una storia spaziale" - pubblicata, oltre che dal
suo giornale online, anche su La Stampa.
Di seguito pubblichiamo la risposta magistrale che Carlo Rovelli ha inviato
all'Huffington Post. Non bisogna fare alto che leggerla e rileggerla.
(A.B.)
---
di Carlo Rovelli - Huffington Post
Caro Mattia
Feltri,
ti ringrazio
per il tuo commento a una mia intervista. Ti ringrazio per le parole di stima,
per l’invito che rivolgi ai lettori a cercare la mia intervista online, e anche per le forti critiche: queste sono sempre
buone occasione di scambi di idee. Accolgo l’invito al dialogo e provo a
rispondere, in amicizia.
Giudichi “ardimentosa” l’idea, a cui accenno, che nelle nostre società le
élites controllino il dissenso proprio permettendo libertà d’espressione invece
che sopprimendola. L’idea non è mia. Come accennato, risale a Herbert
Marcuse e alla sua critica classica ai rischi delle democrazie moderne; è
un’idea abbastanza nota. L’informazione mainstream, controllata dalle
élites al potere, si alza sopra la cacofonia permessa proprio dalla
libertà e mantiene in questo modo la sua influenza. Tu obietti che “i
giornali vendono sempre meno: il complotto fa acqua”. A me sembra che questa
obiezione confonda “i giornali” con “l’informazione mainstream”. I giornali
vendono sempre meno, ma l’informazione resta dominata dalle grandi reti
televisive e da chi controlla internet, sia i siti più seguiti sia i
social. Le televisioni, anche quelle di orientamenti politici opposti (in
America per esempio CNN e Fox News, ferocemente opposte fra loro), sono
entrambe controllate dalla grande ricchezza. E non è certo un caso che uno
degli uomini più ricchi del mondo abbia appena comprato uno dei social più
diffusi. Chi controlla televisioni, social e giornali mantiene un grande potere
sull’opinione pubblica, e chi ha molta ricchezza ci tiene molto a controllare
televisioni, internet, e, anche se vende meno, la carta stampata. Devo davvero
ricordarti quale famiglia italiana ha voluto per decenni mantenere il controllo
della Stampa, su cui ha pubblicato (oltre che su Huffpost)
il tuo commento alla mia intervista? Non lo ha certo fatto per
beneficenza, quella famiglia...
La tua
seconda critica riguarda un passaggio che presenti come “sulle mostruosità
del neoliberismo”. Immagino tu ti riferisca alla mia frase “Il risultato del
neo-liberismo è stata la concentrazione attuale della ricchezza, che nelle
nostre società non si vedeva dal medioevo, e quindi una disparità sociale
sempre più marcata.” Non vedo in cosa questa frase ci sia qualcosa di
sbagliato. È una fatto, confermato da molte statistiche, su cui concordano gli
economisti. Non è un giudizio di valore, né una dichiarazione di mostruosità:
per alcuni la concentrazione della ricchezza va bene, nella misura in cui
contribuisce all’arricchimento generale. Anche per i cinesi, a proposito. Ma
sul fatto, non credo ci siano dubbi.
Poi critichi quello che chiami “un palpitante elogio della Cina” perché scrivo
che “ha sollevato da povertà e analfabetismo mezzo miliardo di persone”. Ancora
una volta, questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Protesti perché scrivo
che chi ha ottenuto questo è «un partito comunista che pone radicalmente
l’interesse comune al di sopra dei privilegi singoli». Qui non capisco bene la
protesta: non è proprio questo mettere la collettività sopra gli individui il
motivo per cui in occidente, dove l’individuo viene prima della
collettività, c’è tanta critica alla Cina? Scrivi: “Non vorrei
sembrare insolente, ma la Cina c’è riuscita [a sollevare da povertà e analfabetismo
mezzo miliardo di persone] proprio grazie al capitalismo e alla
globalizzazione, ovvero fenomeni nati in occidente e che hanno finito per
indebolirlo consegnando ai paesi più poveri gli strumenti per arricchirsi.”
Caro Feltri, perché dovresti essere insolente nel dire questo? È esattamente
quello che sostengo nell’intervista, e in tanti altri scritti: la Cina ha fatto
propri strumenti sociali, ideologici, tecnologici e altro, nati in Occidente e
si è arricchita, come tante altre parti del mondo, imparando dall’Occidente.
Che male c’è? Ci fa piacere che il resto del mondo raggiunga un po’ del
benessere che abbiamo noi, o no?
In questo processo, tuttavia, come giustamente osservi, l’Occidente ha perso lo
strapotere economico che aveva qualche decennio fa e quindi si è indebolito,
conservando solo la supremazia militare. Questo è esattamente quanto
sostengo nell’intervista. Del resto non sono solo idee mie; negli ultimi anni
sono usciti molti libri che analizzano questo processo in dettaglio, mi sono
limitato a riportare queste analisi. La Cina, come altri paesi, ha importato
idee e aspetti della cultura occidentale, facendoli propri, ma modificandoli,
adattandoli e ricombinandoli fra loro e con aspetti della cultura locale. In
particolare, da Deng in poi la Cina ha trovato il modo di avere un libero
mercato e un sistema economico capitalistico, come giustamente scrivi tu, dove
però il potere politico mantiene per sé l’ultima parola. Il partito comunista
cinese ha permesso l’accumulazione del capitale e della ricchezza individuale, ma
si considera il garante dell’interesse comune contro una eccessiva presa
di potere da parte delle élites economiche create da questo
stesso capitale. È questa politica che ha permesso che il grande sviluppo
economico della Cina degli ultimi 30 anni sia andato di pari passo con la
costante ridistribuzione della ricchezza che ha permesso l’uscita dalla povertà
estrema di mezzo miliardo di persone che ha stupito il mondo. Come
vedi, non sono in disaccordo con quanto scrivi. Questo controllo della politica
sulla ricchezza non piace alle élite economiche occidentali, ovviamente, e
questa, a mio giudizio, è una delle ragioni della feroce propaganda
anti-cinese, nell’informazione mainstream, controllata da queste élites. Ci
sono anche altre cose che non ci piacciono della Cina di oggi, né a me né a te.
Per esempio il fatto che non permetta l'espressione libera del dissenso come da
noi. Ma non deve piacerci tutto quello che fanno gli altri,
ovviamente. Non dobbiamo mica essere tutti eguali. Non mi sembra che
qualcosa di quanto tu scrivi contraddica quello che dico nell’intervista.
Infine,
chiudi con una curiosa giravolta, scrivendo “Ed è per questa debolezza [la
perdita di potere relativo dell’Occidente, su cui siamo d’accordo] che molti
ora detestano la democrazia e anelano alla dittatura.” Non so a chi ti
riferisci, ma se volevi riferirti a me, certo qui sbagli! Non detesto per nulla
la democrazia, e ancora più certamente non anelo alla dittatura! Sono geloso
della democrazia del paese dove vivo. Vorrei che fosse più genuina e meno preda
dell’interesse di pochi ricchi. Vorrei più democrazia, non meno. Però vorrei
soprattutto più democrazia nel mondo. Perché trovo non solo miope, data la
crescente debolezza dell’occidente, ma anche un po’ ipocrita, brandire la
democrazia per evitare che sia più democrazia nel mondo. Pensaci un attimo: per
molti “difendere la democrazia” oggi significa difendere la legittimità del
residuo strapotere militare sul mondo di una sparuta minoranza di paesi e
persone. Sarebbe questa la “democrazia”? Democrazia, io credo, vuol dire
seguire quello che domandano la maggioranza dei cittadini del mondo,
l’assemblea generale delle Nazione Unite, la corte internazionale di giustizia.
Invece, in nome della “democrazia” molti difendono il declinante strapotere
dell’Occidente su tutti gli altri. Anche quando alle Nazioni Unite c’è una
grande maggioranza, contro un solo veto. Difendono perfino l’arrogarsi da
parte di alcuni paesi del diritto di bombardare altri, come sta facendo
una missione di guerra a cui partecipa anche l’Italia, in Yemen, contro il
volere delle Nazioni Unite. A me questa non sembra democrazia. Il problema
importante, a me sembra, non è confrontare sistemi politici locali: nel mondo i
diversi popoli possono esplorare sistemi politici diversi, vedere cosa
funziona, cosa va bene e cosa va male. Possiamo tutti imparare qualcosa gli uni
dagli altri; la Cina ha imparato tantissimo dall’Occidente e secondo me
qualcosina potremmo imparare pure noi da un paese che cresce economicamente
molto più di noi, e con grande coesione sociale. Saremmo un po’ più
saggi. Invece di pensare a chi domina chi, o chi è il migliore di
tutti, pensiamo piuttosto come vivere insieme, come imparare gli uni dagli
altri. Come collaborare, invece di massacrarci, invece di armarci fino ai denti
gli uni contro gli altri, e sopratutto invece di descriverci l’un
l’altro come demoni malvagi, e insultarci l’un l’altro, terrorizzati dalla
nostra stessa ombra. Se tu questo lo chiami “anelare alla
dittatura”, temo di non essere stato abbastanza chiaro, nella mia
intervista.
Con
amicizia, Carlo
giovedì 20 aprile 2023
La Staffetta dell'umanità. E tu che fai?
Appello a chi è contrario all’invio di armi in Ucraina: una staffetta
dell’umanità da Aosta a Lampedusa
Pubblichiamo questo appello rivolto a chi è contrario all’invio di armi
all’Ucraina per dar vita a una staffetta dell’umanità da Aosta a Lampedusa
per camminare insieme, unire l’Italia contro la guerra, per riaccendere la
speranza. A firmarlo personaggi noti come Elio Germano, Michele Santoro,
Fiorella Mannoia, Luigi De Magistris e molti altri.
Dopo più di un anno di guerra in Ucraina e centinaia di migliaia di morti,
mettere fine al massacro, cessare il fuoco e dare inizio a una trattativa
restano parole proibite. Si prepara, invece, una resa dei conti dagli esiti
imprevedibili con l’uso di proiettili a uranio impoverito e il rischio di
utilizzo di armi nucleari tattiche.
I governi continuano a ignorare il desiderio di pace dei popoli e
proseguono nella folle corsa a armi di distruzione sempre più
potenti. Mentre milioni di persone sono costrette dalle inondazioni, dalla
siccità e dalla fame, a lasciare le loro terre, centinaia di miliardi di
euro vengono spesi per aumentare la devastazione dell’ambiente e spargere
veleni nell’aria. L’intera Ucraina è rasa al suolo, un macigno si abbatte
sull’Europa politica, aumentando le disuguaglianze, peggiorando le condizioni
di vita dei lavoratori, flagellando le famiglie con l’aumento dei beni
alimentari, della benzina, dell’energia e delle rate dei mutui.
Putin è il responsabile dell’invasione ma la Nato, con in testa il
Presidente degli Stati Uniti Biden, non sta operando soltanto per aiutare gli
aggrediti a difendersi, contribuisce all’escalation e trasforma un conflitto
locale in una guerra mondiale strisciante.
Dalla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione viene ripetuta la
menzogna dell’Occidente che si batte per estendere la democrazia al resto del
mondo. Dimenticando l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia e il Kossovo.
Si vuole imporre l’idea che non esista altro modo di porre fine alla guerra
se non la vittoria militare di uno dei due contendenti e che l’Italia non possa
far altro che continuare a inviare armi, limitandosi a invocare una soluzione
diplomatica dai contorni indefiniti.
Noi pensiamo che l’Italia debba manifestare in ogni modo la sua solidarietà
al popolo ucraino abbandonando, però, qualunque partecipazione alle operazioni
belliche. Vogliamo tornare ad essere il più grande Paese pacifista del mondo,
motore di una azione per la Pace e non ruota di scorta in una guerra.
Sappiamo che sono in moltissimi a condividere la nostra rabbia nel vedere
sottratta alle nuove generazioni l’idea stessa di futuro, mentre si
diffonde la sfiducia in una politica privilegio di pochi e il governo si mostra
sempre più subalterno agli Stati Uniti e incapace di difendere gli interessi
degli italiani e dell’Europa.
Ma siccome chi non è rappresentato e non costituisce una forza viene spinto
a credere di non poter più incidere nella vita della Nazione, seguendo
l’esempio del Movimento in Francia, vi chiediamo di reagire alla sfiducia, di
usare il cammino come strumento di Pace, di costruire insieme una
staffetta dell’umanità che parta da Aosta, Bolzano e Trieste fino a Lampedusa.
Questo appello è rivolto a chi sente il bisogno di fare qualcosa contro
l’orrore della violenza delle armi e ha voglia di gridare basta.
Sembra impossibile che i senza partito, i disorganizzati, riescano in
un’impresa così difficile. Ma se ciascuno di voi offrirà il suo contributo e se
i leader e le organizzazioni che si sono pronunciati contro l’invio di armi
daranno una mano, tutti insieme potremo farcela.
Hanno firmato l’appello: Rosamaria Aquino Alessandro Barbero
Roberto Baratta Pietro Bartolo Mara Battilana Fausto Bertinotti Ginevra
Bompiani Lorenzo Borrè Emiliano Brancaccio Massimo Cacciari Giampaolo
Cadalanu Mario Capanna Toni Capuozzo Matteo Casula Ascanio Celestini Luigi
De Magistris Sandro De Toni Donatella Di Cesare Gianni Dragoni Yana
Ehm Anna Falcone Andrea Fiore Francesco Forzati Sara Gandini Elio
Germano Luca Gianotti Santo Gioffrè Tano Grasso Igor Grigis Nicolai Lilin Fiorella
Mannoia Claudio Marotta Giuseppe Mastruzzo Clara E. Mattei Ugo Mattei Rosa
Menga Tomaso Montanari Alfonso Navarra José Nivoi Daniele Novara
Piergiorgio Odifreddi Daniele Ognibene Leoluca Orlando Moni Ovadia Emanuela
Pala Alessandro Picciau Luciano Pignataro Nico Piro Geminello Preterossi
Tiziano Rea Davide Riondino Cristian Romaniello Carlo Rovelli Guido
Ruotolo Michele Santoro Riccardo Scamarcio Vauro Senesi Massimiliano
Smeriglio Tommaso Sodano Santino Spinelli Francesco Sylos Labini Mimmo Lucano
Giovanni Vianello Giuseppe Vitale Padre Alex Zanotelli
Per aderire scrivere alla mail staffetta.pace@gmail.com
Scrivendoci Nome e Cognome, numero di telefono e località di residenza.
Il percorso della staffetta è stato realizzato dall’Associazione Compagnia
dei Camminatori.
martedì 7 giugno 2022
Guerre? Cum grano salis
articoli e video di Vincenzo Costa, Andrea Zhok, Richard Black, Michele Manfrin, Alberto Negri, Ola Bini, Costituente della terra, Daniela Padoan, Fulvio Scaglione, Benedetta Piola Caselli, Caitlin Johnstone, Enrico Vigna, Donatella Di Cesare, Enrico Euli e il convegno di “Missione Oggi”
I conti della serva e i nobili ideali – Vincenzo Costa
Non tutti siamo esseri elevati, coraggiosi, idealisti, non tutti siamo renziani o ex renziani, gente che notoriamente ha fatto dell’ideale un motivo di vita, una guida sicura. Gente che ha combattuto per la giustizia, contro l’oppressione sindacale, per restituire la libertà ai lavoratori contro le organizzazioni del lavoro, non tutti siamo gente che ha lottato per liberarli dai loro pregiudizi, come quello del posto fisso, delle garanzie, dello stato sociale. Non tutti siamo animati da questo spirito di libertà che anima te, amico renziano o piddino.
E io, che sono volgare come la gramigna (cit Guccini), insieme a tanti altri amici volgari come me, noi che somigliamo allo Scrooge di Dickens, noi che il renzismo non abbiamo mai potuto farlo nostro a causa della nostra gretta costituzione psichica, del nostro degrado morale, del nostro utilitarismo che sfiora l’indecenza, ecco, noi facciamo i conti della serva, anche quando c’è una guerra facciamo i conti della serva.
Sordi a ogni appello alla grandezza e al coraggio noi siamo ossessivamente angosciati dal fatto che in un anno una famiglia media (e noi siamo così medi, dozzinali, cosi furfanti da appartenere alla medietà) spenderà, a causa delle sanzioni, 2.421 euro in più.
2.421 euro svaniti, pfuff, evaporati dalle nostre tasche.
E la notte non sogniamo più, e non piangiamo per il coraggio dei mirabilissimi filosofi (ah, i nostri fratelli) della AZOV, non troviamo tempo per solidarizzare con le loro mogli che hanno fatto il giro delle sette chiese per chiedere di salvare la vita a quegli eroi che loro, diciamolo, non volevano salvarsi, perché loro sono discendenti dei vikinghi.
Loro aspiravano al Valhalla, dove avrebbero banchettato con Odino e coi veri dei, soppiantati poi da quella miseria che è il cristianesimo, degno di popoli volgari, come noi in fondo. Ecco, noi non aspiriamo al Valhalla, tanto meno ancora all’aquila di sangue. Noi siamo vili.
Noi aspiriamo ad arrivare a fine mese.
Lo so, è una meta così gretta da appartenere all’ultimo uomo, ma noi siamo così simili all’ultimo uomo, così piccini, meschini.
Noi vorremmo solo non avere perso l’8% del potere d’aquisto del nostro stipendio. Lo so, siamo gretti, volgari come la gramigna. Ogni 1.000 euro fa 80 euro. Su uno stipendio di 2000 euro fa una discreta sommetta in un anno
Ci toglie il sonno della notte il fatto che se avevamo 10.000 in banca, chi di noi li aveva, ha già perso, svaniti nel nulla, 800 euro in un anno. Chi ne aveva 20.000 ha visto svanire 1.600.
Si amico renziano, tu sei quello che mi ha fracassato le gonadi dicendo che l’uscita dall’Euro avrebbe distrutto i risparmi degli italiani, perché avremmo avuto un’inflazione del…. di quanto? Dicevi, amico renziano dal cuore dorato, che avremmo avuto un’inflazione dell’8%.
E noi che siamo gramigna ora vediamo che, a causa delle sanzioni e delle tue nobili intenzioni, uomo di somma intelligenza, anticomplottista, abbiamo un’inflazione dell’8%.
Ma ora non è più devastante. Tu sei come mandrake amico renziano-piddino. Trasformi la tragedia in opportunità in un attimo. E noi ti ammiriamo, ti guardiamo con invidia
Ma c’è di più: il tuo eroe, colui che nel tuo cuore ha sostituito Capitan America, la grande guida che eguaglia Gesù Cristo, lo Zelen’skij, costui chiede, per la ricostruzione futura dell’Ucraina, 600 miliardi di euro.
600 miliardi di euro.
E tu dirai di tirarli fuori. Tu, cuore nobile, anima immortale della sinistra che fu, è e sarà, sentiero luminoso, ci chiederai di tirarli fuori, a noi. Tu, che hai massacrato la Grecia per non tirare fuori tre spiccioli, ma quegli spendaccioni dei greci non meritavano altro e tu lo hai fatto per educarli. Tu che hai minacciato la fine del mondo per impedire l’aumento di qualche euro per le pensioni, tu che urli contro il reddito di cittadinanza, che questi stanno a scialacquare invece di lavorare.
Bisognerà tirarli fuori. Ma da dove, cuore d’oro e nobilissimo?
ma tagliando la spesa sociale, che diamine, tagliando la sanità, la spesa per l’istruzione, i servizi, riducendo il personale pubblico.
E poi aumentando un po’ le tasse, o no? magari sui dipendenti, perché sui profitti no che altrimenti si blocca la ripresa.
E poi prendendo a prestito. Così prendiamo a prestito soldi e subito li giriamo agli eroi ucraini, che ne faranno buon uso, non ho dubbi.
E’ la stessa classe dirigente ucraina che quei filoputiniani degli istituti di garanzia internazionali giudicarono, nel tempo che fu, la classe dirigente più corrotta dell’universo. Ma la guerra è un lavacro, li ha cambiati, li ha resi puri, più bianchi della neve.
E poi mandiamo armi, con i soldi della UE, armi che costano, maledizione, perché le armi sono bellissime, ma il guaio è che costano e per comprarle bisogna che gli stati membri della UE contribuiscano, che si tagli da altre parti, o che la UE si indebiti.
E io, uomo del risentimento e dell’invidia sociale, ricordo, oh carissima mente immacolata, che dicevi che il debito pubblico era un debito che gravava sulle spalle dei nostri figli, e mettevi generazione contro generazione (ma tu sei lindo, e lo hai dimenticato, lo so, non per malizia, ma perché tu aspiri solo a cose nobili).
Ecco, ora non è così: il debito che facciamo per mandare armi non grava sui nostri figli, e poi, qui c’è l’ideale, le idealità, i valori.
E niente, noi siamo melma, Scrooge, volgari come la gramigna, non possiamo comprendere le altezze in cui vivi tu.
Ma immagino sia una ZTL il cielo in cui vivi
Note sulla guerra russo-ucraina – Andrea Zhok
1) All’indomani dell’invasione, l’Europa aveva due opzioni.
Poteva accompagnare le necessarie sanzioni con una richiesta a Zelensky e Putin di avviare immediate trattative sulla base delle due istanze fondamentali del contenzioso: la neutralità dell’Ucraina e il rispetto degli accordi di Minsk. Se Zelensky non si fosse sentito coperto e garantito nella prosecuzione della guerra probabilmente la pace si poteva ottenere in una settimana.
Oppure, e questa è stata la scelta fatta, l’Europa poteva mettersi a dire che Putin era il nuovo Hitler, un pazzo, un animale, poteva mettersi a rifornire di soldi, istruttori e armamenti pesanti l’Ucraina, poteva scatenare un’ondata di russofobia imbarazzante e poteva perseverare in questa linea fino a dire (Borrell) che la guerra doveva risolversi sul campo (diplomatici che si improvvisano guerrieri con il culo degli altri).
2) Fornendo una caterva di armi all’Ucraina e senza alcuna garanzia di dove esse andassero a finire, l’Europa ha creato alle porte di casa un bacino bellico pazzesco, cui partecipa non solo l’esercito regolare, non solo milizie mercenarie, ma anche gruppi e gruppuscoli paramilitari, incontrollabili, che agiscono in modo autonomo, spesso con intenti più terroristici che militari (come il bombardamento di ieri su una scuola a Donetsk), e che non obbediranno mai ad un’eventuale pace firmata da Zelensky. Si prospetta (e questo è stato dall’inizio un desideratum americano) un conflitto duraturo, magari dopo una dichiarazione di tregua un conflitto ad intensità ridotta, che impegnerà l’esercito russo a lungo e che condurrà alla distruzione totale dell’Ucraina – almeno di quella ad oriente del Dnepr.
3) Come sempre accade, più il conflitto dura, più lutti avvengono, più gli animi si caricano di un odio irrevocabile, e più spazio ci sarà per un abbandono delle ultime remore nel condurre la guerra (la Russia ha progressivamente aumentato il peso del tipo di armamento utilizzato, l’Ucraina ha iniziato a bersagliare il territorio russo nella provincia di Belgorod). Quale sarà il limite dell’escalation lo vedremo.
4) Nel frattempo abbiamo tutti bellamente rimosso che in Ucraina, oltre a gasdotti e centrali nucleari, ci sono alcuni dei maggiori depositi di plutonio e uranio arricchito al mondo. Insomma stiamo giocando alla guerra, in progressiva escalation, in una delle aree più pericolose del pianeta quanto a possibili ripercussioni generali. E’ utile ricordare che la distanza tra l’Italia e l’Ucraina è di 1.500 km in linea d’aria, quella tra l’Ucraina e gli USA è di 7.500 km (con in mezzo un oceano).
5) Sul piano economico l’Europa si è giocata in questo modo l’accesso a fonti energetiche abbondanti e a prezzi moderati. Essendo l’Europa l’area al mondo maggiormente dedicata alla trasformazione industriale e meno dotata di risorse naturali, questo equivale ad essersi confezionati un cappio e averci messo il collo dentro. L’Europa sta supportando e alimentando una guerra alle porte di casa propria, non solo, sta facendo di tutto per farla durare a lungo e per troncare definitivamente tutti i rapporti con il resto dell’Eurasia. In sostanza, ci stiamo tagliando i ponti con quella parte del mondo rispetto a cui siamo economicamente complementari (Russia per le risorse, Cina per la manifattura di base, tutti i BRICS come il più grande mercato al mondo). Al tempo stesso ci stiamo subordinando di nuovo e senza alternative ad un competitore primario con cui siamo in diretta concorrenza sul piano industriale, ma che, a differenza dell’Europa, è energeticamente autonomo.
6) Arrivati a questo punto, la Russia non ha più un interesse primario a pervenire ad una pace rapida. Sul piano economico sta sì pagando un costo, ma sul piano strategico sta diventando il punto di riferimento mondiale per una “rivincita” di quella maggioritaria parte del mondo che si sente da decenni bullizzata dallo strapotere americano. Questa vittoria strategica consente alla Russia di coltivare una sostanziale alleanza con la Cina, un’alleanza assolutamente invincibile e inscalfibile da qualunque punto di vista: territoriale, demografico, economico e militare.
7) L’Europa, invece, si è scavata la fossa. Se i governi europei non riescono in qualche modo (e a questo punto comunque con gravi costi) a riallacciare i rapporti con la rimanente parte dell’Eurasia, il suo destino è segnato.
I due secoli di ascesa sul piano mondiale avviati all’inizio del XIX secolo si avviano ad un’ingloriosa conclusione. Già a partire dall’autunno cominceremo ad avere la prime avvisaglie di quella che si prospetta come una nuova durevole contrazione economica, una contrazione che, coinvolgendo en bloc i paesi europei, avrà caratteristiche finora inaudite, molto più pesanti della crisi del 2008, perché qui non ci saranno “garanzie di affidabilità finanziaria” che tengano.
Guardando in faccia oggi i Draghi, i Macron, gli Scholz, e i loro puntelli parlamentari (in Italia quasi l’intero arco parlamentare), l’unica domanda che rimane è: qualcuno pagherà?
Chi pagherà per l’operazione più autodistruttiva sul continente europeo dalla seconda guerra mondiale? Pagheranno i giornalisti a gettone che hanno fomentato la narrativa propagandistica funzionale ad alimentare la guerra? Pagheranno i politici che hanno sostenuto attivamente la guerra o che si sono genuflessi ai diktat del presidente del Consiglio?
Oppure di fronte ai nuovi disoccupati e ai nuovi working poors riusciranno ancora una volta nel gioco di prestigio di spiegare che non c’era alternativa?
GUERRA IN UCRAINA, REALTA’ E SOGNI – Fulvio Scaglione
L’intera classe politica occidentale, da Joe Biden a Mario Draghi, dalla ministra tedesca della Difesa Baerbock (che a tratti pare essere il vero cancelliere) al premier polacco Morawiecki, è impegnata a ripetere ogni giorno, più volte al giorno, che la Russia deve essere sconfitta in Ucraina. Per la verità nelle ultime settimane c’è stato uno slittamento linguistico significativo: da “la Russia deve essere sconfitta” si è passati a “la Russia non deve vincere”, che forse è l’indice di una più cauta pretesa. Chissà. Però, anche quando ci fossimo ripetuti per l’ennesima volta ciò che tutti sappiamo ( ovvero che il cattivo, qui, è la Russia, l’invasore è il Cremlino, gli occupanti le truppe russe), ancora non potremmo sottrarci al confronto con la realtà dei fatti. Che in sintesi oggi dicono questo: dopo più di tre mesi di guerra la Russia non dà segni di volersi fermare; le sanzioni più massicce della storia (che come dice Draghi, si faranno sentire in estate…) non hanno ancora convinto la classe politica russa a cambiare linea; il territorio ucraino “occupato”, che era il 7% (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) prima del 24 febbraio, ora è il 20%, e forse sarà di più nelle prossime settimane; e l’esercito ucraino, pur riorganizzato, rinforzato (nel 2021 Zelensky ha dedicato il 4,1% del Più alle forze armate), addestrato dagli ufficiali occidentali e armato (quasi) in ogni modo da mezzo mondo, in questa fase pare alle strette.
Certo, dal punto di vista politico di Varsavia, Londra o Washington ingolosisce la prospettiva di tagliare le unghie alla Russia, tanto più che i sacrifici di guerra li fanno gli altri, cioè gli ucraini. E poi in questi mesi ci è piaciuto fare il tifo per il più debole contro l’orso russo. È stato comodo trasferire sui nostri giornali ogni sorta di notizie e di false notizie abilmente diffuse da un sistema mediatico come quello ucraino, controllato dagli oligarchi (ne ho scritto nel numero di Limes appena uscito), messo al servizio del potere politico e infatti classificato, già prima della guerra, al 108° posto su 180 nella graduatoria mondiale della libertà di stampa (Russia al 156° posto). Comprese le fake news elaborate da Lyudmila Denisova, commissaria per i Diritti Umani che lo stesso Parlamento ucraino ha dovuto licenziare per non vergognarsi troppo. È stato divertente descrivere i militari russi come dei fessacchiotti senz’arte né parte e raccontare la guerra come una serie infinita di vittorie ucraine. Tutto bene. Peccato che ora la realtà dica altre cose.
E una delle cose che questa realtà dice è che sconfiggere la Russia o non farla vincere è possibile ma implica una conseguenza di cui troppo poco sia parla: assistere alla distruzione dell’Ucraina stessa. È un prezzo che siamo disposti a pagare? Anzi, per meglio dire, a far pagare agli ucraini? Sorprende la noncuranza con cui si parla di futuri piani per la ricostruzione dell’Ucraina, perché danno per scontato che sia inevitabile lasciarla radere al suolo da un’offensiva russa che, dai primi di aprile, cioè da quando il comando è stato affidato al generale Dvornikov, il “macellaio” che per la nostra informazione sarebbe già stato epurato, si è dedicata a demolire con cura l’intera infrastruttura del Paese, annientando fabbriche, ferrovie, stazioni, depositi, con gli effetti che ora vediamo sul campo. E tutto questo avviene nella parte decisiva per l’economia ucraina, quel “Donbass allargato” ricco di risorse naturali (per dire, è uno dei più grandi bacini al mondo di terre rare) che la Russia, con questa o quella formula, vuole annettere. Impediamo alla Russia di vincere in Ucraina e poi con un bel Piano Marshall tiriamo su tutto, è il ragionamento. Il bello, anzi il brutto, è che è più o meno lo stesso ragionamento che fanno i russi: tiriamo già Mariupol’ o Severodonetsk e poi distribuiamo aiuti umanitari e ricostruiamo, che problema c’è?
Sarebbe quindi ora di smetterla con le frasi fatte e con il finto coraggio di chi non partecipa al dramma. Per evitare di vedere l’Ucraina distrutta e con ogni probabilità smembrata, se non riportata alla situazione del Seicento, con la parte a Ovest del Dnepr controllata dalla Polonia e quella a Est dalla Russia, bisogna cercare un compromesso. Ovvero, un accordo in cui sia la Russia sia l’Ucraina perdono qualcosa rispetto alle intenzioni e alle speranze. Chi invece, da un lato e dall’altro, vuole proseguire la guerra abbia almeno la dignità di ammettere che pur di sconfiggere Putin è pronto a sacrificare l’Ucraina e gli ucraini. Il resto sono solo parole.
lunedì 14 marzo 2022
Ucraina: contro la guerra (e contro i manichei)
Chi sono i cattivi? Regressione infantile e necessità di una nuova cultura – Vincenzo Costa
Chi conosce un po’ di storia sa che la guerra Franco-Prussiana scoppiò perché c’erano delle ragioni storiche. Solo per menzionarne alcune: l’unificazione tedesca, la paura della Francia di essere accerchiata dagli Hohenzollern, le ambizioni della Francia, la diffidenza dell’Inghilterra verso queste ambizioni, le aspirazioni della Russia rispetto alla Crimea.
Chi conosce gli eventi che portarono a quella guerra sa bene che vi fu un gioco (molto più complesso di quanto sia possibile dire qui). La Francia non poteva accettare che sul trono spagnolo sedesse Leopoldo: sarebbe stata accerchiata, sarebbe potuta essere attaccata su due lati. Bismarck voleva invece il conflitto, necessario per giungere all’unificazione tedesca, alla proclamazione del Reich. Ma Guglielmo era accomodante, dava rassicurazioni ma non formali (lo abbiamo visto anche di recente).
La guerra, per farla breve, scoppiò perché Bismarck falsificò un telegramma, che umiliava la Francia. Ma lo fece da quel grande statista che era: si assicurò che l’esercitò prussiano fosse pronto, della neutralità inglese e russa. Era una trappola, e la Francia vi cadde: avvio il conflitto.
Ci fu qualcuno che si dedicò all’analisi delle ragioni, del perché del conflitto, degli interessi, complessi, intrecciati, mai lineari. E ci furono coloro che si chiesero:
CHI è L’AGGREDITO? CHI è L’AGGRESSORE?
E’ semplice, rassicurante. Non occorre pensare, studiare, decifrare. E’ semplice. Come tutto ciò che è infantile.
Diventare adulti significa sviluppare un pensiero della complessità, e la nostra cultura è regredita invece di maturare.
Eravamo stati educati all’idea che per evitare il peggio, per risolvere i problemi non servono discorsi moraleggianti: bisogna cogliere e rimuovere le cause dei conflitti.
Questo significava usare la ragione.
Negli ultimi trent’anni le cose sono cambiate. Si è sviluppata una cultura che consiste semplicemente nel dire chi ha torto e chi ha ragione. Nel 1870 si sarebbe stati a chiedersi chi era l’aggressore e chi era l’aggredito. E porre così il problema significa impedirsi di comprendere la storia, significa non essere adatti ad agire in essa.
Gli intellettuali di matrice “progressista” somigliano sempre più a quegli scolaretti che vogliono fare i primi della classe, quelli che scrivono alla lavagna chi sono i buoni e chi i cattivi.
C’è una santa alleanza a questo riguardo: ci sono quelli che leggono la storia con categorie morali, ci sono quelli che hanno un accesso speciale all’inconscio (come ogni sacerdote, autorizzato alla rivelazione e unici che possono poi comunicarla agli altri), ci sono anche quelli che “bisogna combattere contro gli ortodossi, e gli ortodossi sono scimatici (anche questo c’è).
Al discorso critico, all’analisi delle forze storiche, al tentativo di decifrare i veri moventi della storia si è sostituito il catechismo moralista.
Moralista, ma immorale. Perché morale è la ragione che porta alla luce le cause e mira a rimuoverle.
Il moralismo non mira a questo, mira solo a esacerbare i conflitti, a produrre fanatismo: c’è un aggressore, morte all’aggressore.
Non ci si chiede: come è potuto succedere? Quali cause la hanno generato? Quali cause bisogna rimuovere per avere la pace, e una pace vera?
Questa cultura ci porterà alla devastazione. E’ una cultura incapace di assumere il punto di vista dell’altro, di cogliere come funzionano le culture, e dunque una cultura totalitaria, che rende impossibile il dialogo.
Entriamo in un mondo multipolare, e per entrarci dobbiamo lasciarci alle spalle questa cultura infantile, arretrata, priva di cultura storica, autocentrata.
Il risveglio dell’orso sul baratro di una guerra d’aggressione – Giuseppe Cassini
IL LETARGO DELL’ORSO è durato trent’anni, tormentato da incubi che lo portavano a menare qualche zampata alla cieca. Ma ora che l’Orso si è svegliato di brutto, affamato e aggressivo, bisogna elencarli questi incubi, se vogliamo capire come trovare vie di uscita dalla spirale bellica in corso.
Eccoli in sintesi.
1998-2020. La Nato accoglie 14 nuovi membri, tutti Paesi dell’Est, circondando la Russia nel suo periodo di massima debolezza da Capo Nord fino all’Anatolia.
1999. Gli attacchi aerei Nato su Belgrado nel conflitto del Kosovo, oltre che provocare vittime civili, offendono la Russia, storica protettrice della Serbia.
2001. Gli Stati Uniti “convincono” la Nato a invadere l’Afghanistan, nonostante siano sconsigliati dai russi (che di scottature afghane se ne intendevano). E nel 2003 tocca all’Iraq.
2004. A Kiev scoppia la Rivoluzione Arancione, che rafforza un’identità nazionale ucraina.
2007. Alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza Vladimir Putin presenta, inascoltato, le sue ragioni.
2008. In aprile si tiene a Bucarest il Consiglio Nato-Russia, dove Putin è pubblicamente umiliato dall’invito della Nato a far entrare Ucraina e Georgia. In agosto il presidente georgiano Saakashvili, spinto da Washington, tenta di riprendersi l’Ossezia del Sud. Dura risposta russa.
2009. La Nato inizia a installare sistemi antimissili in Polonia, sostenendo la necessità di intercettare eventuali missili provenienti dall’Iran (pare che Putin abbia obiettato: «Dall’Iran? Ci prendete per fessi?»).
2011. Scoppiata la guerra civile in Libia, Mosca non si oppone alla Risoluzione n° 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che imponeva di proteggere i civili. Ma le forze di Paesi della Nato utilizzeranno il «non veto» russo per travalicare i limiti imposti dalla Risoluzione e inseguire Gheddafi fino alla sua barbara esecuzione (protesta di Putin: «È questa la democrazia?»).
2014. Il movimento Euro-Majdan caccia il presidente filorusso Janukovich. Il nuovo governo, illegittimo per Mosca, firma un accordo di associazione con l’Ue e decreta l’ucraino unica lingua ufficiale.
A QUEL PUNTO l’Orso si risveglia dal letargo. Come prima mossa ingloba senza colpo ferire la Crimea (ceduta nel 1954 da Kruscev all’Ucraina benché abitata in maggioranza da russi). Inoltre, due regioni del Donbass a maggioranza russa chiedono l’autonomia da Kiev; per accordargliela, nel 2014/5 vengono siglati a Minsk due Protocolli, tuttavia mai implementati dal governo ucraino con obiezioni interpretative.
QUESTO E’ IL LUNGO CAHIER de doléances presentato da Mosca prima di sferrare l’attacco proditorio contro Kiev. In politica estera è basilare comprendere le ragioni dell’altro. Ma l’altro, Putin, un tempo ritenuto maestro di brinkmanship, di rischio calcolato, ora è scivolato nel precipizio a cui si era troppo avvicinato. D’ora in poi potrà ripetere all’infinito il suo elenco di rimostranze, ma è tardi ormai: le sue “ragioni” sono precipitate con lui nel baratro di questa guerra d’aggressione.
NON SI SOTTOLINEA MAI abbastanza la componente paranoica insita nei geni di ogni nazione. Ciò che ossessiona i russi è la sindrome d’accerchiamento. Lo ha rivelato inconsciamente Putin stesso in uno sfogo d’irritazione a dicembre: «Che ci fanno gli Stati Uniti in Ucraina alle porte del nostro Paese? Dovrebbero capire che non abbiamo più spazio per arretrare!». E lo manifesta plasticamente allungando a dismisura i tavoli e la distanza fisica tra sé e i suoi interlocutori.
A COSA MIRA PUTIN nella sua sete di rivalsa? Mira a raccogliere le spoglie dell’impero sovietico, per ricreare sotto il suo usbergo una sorta di unione delle comunità storicamente legate alla Russia. Non c’è dubbio che l’Ucraina rientri in quel novero. Anzi, Kiev è la culla medievale del popolo dei Rus’; da lì si diffuse il cristianesimo verso nord grazie alla conversione del principe di Kiev, san Vladimiro (di cui portano il nome sia Putin che Zelenski). Un quarto degli oltre 40 milioni di ucraini si riconosce come russo, ma tutti venerano a Kiev i santi sepolti nel Monastero delle Grotte. Non esiste una frontiera naturale che separi gli ucraini dai russi, accomunati da lingue sorelle. A ragione Dostoevskij definiva l’ucraino Gogol il padre della letteratura russa. Putin, facendo terra bruciata in Ucraina, ha compiuto non solo un fratricidio ma anche un parricidio.
EPPURE, LO STILLICIDIO di morte potrebbe essere fermato se l’Occidente negoziasse alcune richieste di Mosca: 1° la neutralità dell’Ucraina garantita per trattato internazionale; 2° l’annessione della Crimea se confermata da un nuovo e libero referendum; 3° l’autodeterminazione del Donbass a statuto speciale. Gli Usa – oggi miracolosamente uniti agli europei di fronte all’orrore della guerra – potrebbero negoziare con Mosca e con noi un nuovo sistema di sicurezza europea, dal momento che l’intero continente, Russia inclusa, si trova ora pericolosamente esposto.
INFATTI, SONO SCADUTI e alcuni rescissi, uno dopo l’altro, il Trattato sui Missili Antibalistici, il Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa e il Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie. Resta in vigore (fino al 2026) solo il Trattato sulla Riduzione delle Armi Nucleari del 2010. Putin stesso ha dichiarato che proprio il timore di ritrovarsi accanto un Paese dotato di ogive nucleari lo spinge a chiedere la demilitarizzazione dell’Ucraina. Sta bluffando? La prova del pudding – dicono gli inglesi – sta nel mangiarlo. Urge, insomma, una nuova Helsinki dopo quella conclusa con successo nel 1975.
Ex-ambasciatore e diplomatico italiano
(pubblicato da Il Manifesto il 9-3-22)
UN NON POST – Pierluigi Fagan
Come detto sin dai primi giorni, versate euro alle organizzazioni umanitarie, sono previsti a ieri 5 milioni di profughi, oggi si comincia a parlare di 7 milioni. Certo gli inglesi che ieri hanno esibito coccardine gialle-blu a Westminster applaudendo commossi alla video-call di Capitan Ucraina formato “L’ora più buia”, ne prendono pare ben cento (!), ma gli altri vanno aiutati anche da noi. Loro del resto non sono più Europa e danno a loro modo una mano armando e mandando volontari di guerra, così che i profughi aumentino.
Purtroppo fb non mi prende la gif in cui Capitan Ucraina fa l’occhiolino da un suo video di ieri. Metto la foto statica in cui strizza l’occhio ma non è per il sole anche perché lì nevica. Nevica, fa freddo, ha milioni di profughi, ha morti e feriti, ma deve tenere alto il morale del suo popolo. Così scherza e fa l’occhiolino, un eroe.
Mi scuso se sono troppo sarcastico su vicende obiettivamente serissime e terribili, ma come ho già detto è il mio modo per esser indignato. L’ho ripetuto più volte in questi giorni e lo ripeto per i più duri di comprendonio, io non approvo certo quello che hanno deciso di fare i russi, i confini non si violano con le armi, mi sento stupido solo a doverlo scrivere. Ma pare alcuni debbano esser rassicurati sul fatto che qui non si annusa zolfo e non si hanno piedi caprini. Capita quando si fa pubblico uso della propria ragione.
1 TEMPO. Che fine ha fatto la colonna di carri russi di 60 Km a 30 Km da Kiev? Sta sempre lì, da giorni. I media dicono che questo è segno dell’impreparazione russa, c’è il fango, non hanno benzina, hanno paura delle molotov. Capitan Ucraina ha definito la strategia di aggressione russa “medioevale”. Sta capendo quello che un anonimo americano ha detto in un video già i primi giorni. Il tizio, il cui video posto nel primo commento, un americano che dichiara di essere a Kiev in una camera d’albergo, sembra avesse subito capito quello che tutta la masnada di commentatori più o meno “esperti” non capiscono ancora oggi ovvero che tipo di strategia militare hanno i russi. Questo mi porta anche a fare una specifica sulle fonti. Io uso per lo più fonti mainstream perché si capiscono più cose da quello che uno vuole dire, come lo dice e cosa c’è dietro questo voler dire, se si è in grado di ricostruire l’intenzione, che non perdersi nei bassifondi della contro-informazione. Si chiama de-codifica. Inoltre, una opinione o informazione, si deve valutare se plausibile o implausibile, non è poi così importante chi la dà. Le informazioni sono come pixel dovete metterle assieme per fare una immagine. Poi dovete mettere l’immagine che è un testo nel contesto. Poi dovete muovere tutto come una pellicola per capire il film. Se Capitan Ucraina solo ieri si è accorto del “medioevale”, vuol dire che lui e chi lo consiglia non aveva capito un tubo (o ha fatto finta per eccitare gli animi) sino a ieri e poiché è un manipolatore di interpretazioni, rivolgendosi ad occidentali ossessionati dal “Nuovo!”, ha pensato che dando ai russi del “medioevali”, se ne accentuava la ripugnanza. Ma le strategie militari non seguono la moda dei modelli di I-phone, non hanno riferimento nel “mi piace – non mi piace”, hanno riferimento nel “funziona – non funziona”. I russi stanno facendo agli ucraini quello che gli Ateniesi fecero ai Melii così come raccontava Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Allora, l’americano diceva che i russi avrebbero assediato le città e cosa fanno i russi? Assediano le città! «La guerra è un atto di violenza il cui obiettivo è costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà.» lo diceva anche von Clausewitz. Ma gli “assedi” su cosa si basano? Sul tempo. I russi hanno intenzione di andare per le lunghe, mettetevi comodi. Certo, dispiace per le dirette televisive che si stancheranno di andare in onda a dire sempre meno, ma purtroppo i russi non sembrano collaborare, boicottano le nostre audience. Malvagi!
2) CONSEGUENZE A. (ce ne saranno di B, C, D etc.). Ieri Maduro ha confermato di aver incontrato una delegazione degli Stati Uniti d’America, un incontro delizioso sembra. Poco fa ha anche rilasciato alcune spie USA in senso di simpatia. Pare gli americani vogliano alleggerire improvvisamente le sanzioni al “dittatore che vessa il popolo venezuelano” (ricordate Guaidó, il Zelensky venezuelano?) , stante che il Venezuela ha le più ampie riserve di petrolio non ancora estratto al mondo. Poi, the Guardian, ieri diceva che stanno correndo molte telefonate in questi giorni tra Washington e Teheran e qualcuno vocifera che pare si sia trovata improvvisamente la quadra per il fatidico “Accordo sul nucleare”, pare che Blinken ne abbia riferito ai leaders europei, gli ultimi a sapere cosa accade nel Gran Mondo. Tant’è che WSJ (Wall Street Journal) riferisce che sauditi ed emiratini non rispondono più al telefono. Washington chiama, ma loro non rispondono, pare siano un po’ offesi per usare un eufemismo. Fantastico eh? Putin bestia assassina autoritaria! Maduro ed ayatollah in fondo dei bonaccioni. E’ la variabile geografia valoriale della geopolitica americana, una Borsa Valori molti volatile come si dice in gergo.
3) CONSEGUENZE B. Visto che ha tempo, Putin pare abbia dato mandato interno di due settimane per rifinire le contro-sanzioni ovvero il “ban” ai paesi di cui ha compilato la famosa lista. Per lo più si tratterà di materie prime. Nell’allegato sottostante l’indice delle materie prime -ultimi sei mesi- fotografato oggi. Negli allegati un articolino di SKYTG24 che ci rende edotti di cosa si tratta e che impatto tutto ciò avrà nei prossimi mesi sulle nostre economie. Feci un post qualche giorno fa, che qualcuno avrà trovato molto aulico, sulla Regola aurea che è poi il Principio di reciprocità. Allora, abbiamo già il problema del prezzo impazzito del grano e di molti altri cereali, il prezzo del gas e del petrolio su cui torneremo ed ora anche quello delle materie prime. Reciprocità appunto. Ve l’ho detto, mettetevi comodi.
4) CONSEGUENZE C. Le Monde, ci informa che improvvisamente, aerei caccia americani vanno in gita in quel della Groenlandia. Ricorderete che Trump voleva comprare la Groenlandia no? La terra ghiacciata non ha solo foche e simpatici eschimesi che si strofinano il nasino l’un l’altro, è la miniera di tutte le miniere, per la verità già abbastanza colonizzata da inglesi e molti cinesi. In più è ad un tiro di scoppio dalla Russia se prendete un mappamondo. Checché ne dicano alcuni, la Terra è rotonda e le distanze su una sfera non sono quelle di un piano. Danesi al centro del conflitto geopolitico quindi. Ecco perché le litanie su “l’esercito europeo” fanno sorridere. Un esercito per quale geopolitica? Quella della prossima guerra artica (di cui si sa da anni per gli addetti, non è in relazione solo a questa nota sulla Grønland)? Quella che interessa l’Europa dell’est per contenere i russi? Quella mediterranea e mediorientale che interessa i paesi mediterranei? Chi dovrebbe decidere la strategia geopolitica dell’esercito europeo, l’assemblea dei 27 che urla “andiamo a nord”, “no! andiamo ad est!”, “no andiamo a sud”? Così alla fine non se ne fa niente ed andiamo ad ovest, per questo non possiamo non dirci “atlantisti”. Ve l’ho detto, la geo-politica chiama la geografia, non l’ideologia.
5) La Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi) lancia un appello a non comprare le pasticche di iodio per prevenire la prossima catastrofe atomica, si stanno esaurendo. Ieri qualcuno mi ha postato un altro appello all’informazione a tenere conto che i ragazzi, i bambini, ma anche la gente adulta, viene da due anni di pandemia, le menti non stanno molto bene. Dal momento che ogni serio analista sa che sebbene se ne parli non c’è invero alcun rischio atomico, forse qualcuno dovrebbe spiegare questo uso disinvolto della psicopolitica, non credete? Possiamo odiare Putin anche senza agitare il fantasma di Atomic Mad Vlad, forse potremmo spiegare ai giornalisti che siamo adulti ed invitarli a trattarci come tali.
6) Tabarelli di Nomisma Energia, ieri imperversava nell’infosfera. Ci informava che a questi prezzi di gas e petrolio non dureremo molto (ah! vedi il significato di “tempo” nelle strategie medioevali), ci vogliono anni per aumentare la portanza delle condotte alternative, non parliamo proprio dei rigassificatori (cinque anni ci metterà il Qatar a fare il megaimpianto di conversione liquida del gas). Nuland ieri osservava fiera che il Nord Stream 2 rimarrà un grosso tubo arrugginito in fondo al Baltico, per sempre. Son soddisfazioni. Il Tabarelli, ne deduceva -anche con un certo allarme- che dovremmo razionare riscaldamento ed energia elettrica da domattina se vogliamo continuare questa crociata. Eh lo so, dispiace. Sembra la si voglia dar vinta al russo. Io penso invece che tutte queste cose dovrebbero portare a domandarci: ma noi, in che mondo crediamo di vivere? Come siamo finiti in questo casino? Quante cose non sappiamo e non pensiamo prima come ad esempio il numero di posti letto negli ospedali di uno dei paesi che ha più anziani al mondo per cui alla fine è tutto un lockdown e green pass? Emergenze, scrissi post sulla Società del rischio di Ulrich Beck, roba anni ’90. Parole al vento. Dopo sembra tutto ineluttabile. Ma forse non dovevamo trovarci in questo “dopo”, o no?
7) Accusati dagli USA di esser evasivi su i fatti russo-ucraini, i cinesi ci hanno fatto sapere cosa ne pensano, vedere allegato. A questo punto scatta il ban ai springrolls ed il casalinghi sotto casa? Intanto pare stiano entrando in massa nel capitale delle aziende energetiche russe.
8 ) Biden ha chiesto al Congresso 10 mld US$ per armi e aiuti all’Ucraina. Ma i rappresentanti del popolo si sono eccitati e ne hanno varato 12. Poi il giorno dopo si sono sovraeccitati e ne hanno varato infine 13,6. Wow! E siamo ancora lontani dalla “ricostruzione”. Così capirete facile-facile cos’è la “distruzione creatrice” di Schumpeter. Tra l’altro, dovreste forse domandarvi cosa significa “mandare armi”. In quanto tempo si caricano gli aerei, dove volano, dove atterrano, come fanno ad arrivare ai confini ucraini, quando. Per poi? E se i russi com’è probabile non si sognano minimante di andare in Ucraina occidentale che se ne fanno di tutte quelle armi? Dove andranno a finire poi quelle armi visto che in Transnistria c’è il più grande mercato delle armi a cielo aperto? Comunque, neanche fai in tempo a ritirarti dall’Afghanistan che ora ti tocca spendere per l’Ucraina, il prezzo della libertà e chi la difende. Avrete notato la “questione polacca”. Prima hanno detto che loro i Mig agli ucraini non li davano, poi che li davano a gli americani in Germania. Ieri gli americani sono caduti dal pero anche un po’ irritati “nessuno ci ha avvertito!”. Lo hanno letto su i lanci stampa? Putin valuterebbe aerei NATO dati all’Ucraina come un’aggressione pari alla no-fly-zone? Chissà …
9) Quindi riepilogando: Peskov parla delle condizioni a Reuters, Z ieri apre a Donbass, Crimea, no NATO, domani si vedono Lavrov e Kuleba in Turchia, i russi dicono quanto all’allegato postato sotto. E la teoria “Quisling” degli esperti televisivi che fine ha fatto?
10) In un post precedente di geopolitica teorica, ricordavo quanto la politica estera non possa esser disgiunta da quella interna. Per altro, è quello che fanno tutti coloro che s’interrogano sulle possibile rivolte degli interessi interni russi sperando eliminino lo Zar. Ma andrebbe applicato anche a Zelensky, ad esempio ai suoi oligarchi ai quali l’altro giorno ha promesso rosee aspettative del futuro ricostruttivo (vedi nota 8 ) dopo che una non chiara vicenda aveva portato alla morte di un banchiere nella squadra ucraina delle trattative. Si dovrebbe dare anche un occhio alle dimensioni dei progetti ed investimenti cinesi già avviati in Ucraina. Allora ricordo che il primo turno delle presidenziali francesi è tra un mese. Biden è molto giù nei sondaggi ed ha elezioni in autunno. Johnson pareva quasi sul punto di saltare nelle scorse settimane. Ma ad un certo punto, su tutti i contendenti, ci sarà anche la pressione del resto del mondo. Forse non è a molti chiaro che grado di scala Richter è questo terremoto dal punto di vista economico e finanziario. E’ sistemico, a dimensione sistema-mondo e dopo due anni di pandemia rischia di amplificarsi in diversi effetti-farfalla. Mi piace anche ricordare che le “Primavere arabe” nacquero in Tunisia e nacquero come “rivolta del pane” per via di un improvviso aumento della materia prima causato dal cattivo raccolto in Ucraina e Russia per ragioni di fluttuazioni climatiche.
11) Cosa da valutare della variabile “tempo” è la sopportabilità del continuo presentarsi di fatti controversi se non apertamente negativi per la reputazione russa, già gravemente compromessa. Ora abbiamo a che fare con il bombardamento di un ospedale pediatrico a Mariupol, un fatto decisamente orrendo. Quanto bombardato, con quanti morti e feriti, per sbaglio forse e tuttavia fatto insopportabile. Perché era ancora operativo dopo giorni e giorni di annunciato o praticato assedio? Non lo sapremo mai. Chi o cosa non sta facendo funzionare i corridoi umanitari? Sta di fatto che Z sta ora pesando questo fatto rimproverando gli occidentali, di nuovo, di non avere il coraggio di istituire la no-fly-zone. Altresì, ha minacciato forze interne “politiche” che starebbero flirtando in segreto col nemico per trovare una soluzione che lui ritiene un tradimento. Ha anche precisato che in tempo di guerra, il “tradimento” porta a note conseguenze. Così, ogni giorno andrà peggio.
Con ciò terminiamo qui questa giornata di note e riflessioni, a meno di nuovi eclatanti eventi.
