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sabato 11 aprile 2026

In merito al merito - Davide Miccione

 

Come “resilienza”, “valori”, “sostenibilità” e altre superparole utilizzate dal discorso del potere, anche “merito” è una parola-botola, una parola che serve per transitare inosservati da un punto all’altro del discorso o, se si vuole, una parola-cilindro, come quelli truccati dei vecchi maghi, adatti a far uscir fuori conigli e stupire lo spettatore distratto. Queste parole hanno la comune caratteristica di dare un apparente senso alle frasi, di prestarsi alla retorica tenendo lontano il parlante medio (e persino medio-alto) da ogni analisi sul significato e sul reale spazio di applicazione della parola stessa.

“Merito” circola da anni. Circola nei discorsi della destra finanziaria-radicaloide (Renzi, Calenda, magna pars del Pd ecc.), della destra finanziaria-imprenditoriale (Confindustria, i corrieristi ecc.) e ora ritorna nelle titolazioni ministeriali della destra tardo-valoriale. La sua riproposizione, come spesso capita alle parole-botola, causa un dibattito in cui mezze verità entrano in disputa con mezze bugie fino a causare la perdita dell’orientamento in chi assista al dibattito.

In questo caso le questioni discusse ruotano intorno al merito come realizzatore di una maggiore equità morale nella società e come garanzia di una mobilità sociale per le classi più povere. Due mezze verità appunto. È ovvio che una scuola capace di fornire cultura e preparazione di alto livello può essere un’occasione, per chi proviene dalle classi meno abbienti, di spostarsi dalla propria classe sociale ma è altrettanto ovvio che senza una forte politica d’incentivazione per le classi povere (provvidenze, borse di studio, classi numericamente più ridotte, doposcuola di potenziamento gratuiti offerti dalle scuole) la questione del merito si risolve in una pantomima che serve a confermare ciò che già si è preparato debba accadere: la scuola di livello legittima le classi più forti che in essa si muovono meglio al modico prezzo dei pochissimi intrusi poveri che riusciranno, a costo di enormi sacrifici, ad intrufolarsi tra loro.

Il merito inoltre, come certe erbe, è un parola infestante. C’è una questione merito per gli studi universitari (che mal si lega ad affitti, rette e costo dei libri in salita). C’è una questione merito per la selezione della classe docente a scuola e all’università. C’è infine una questione merito per la selezione della classe politica e soprattutto di governo; apparsa, quest’ultima questione, nella geremiade del governo dei migliori, quelli con il curriculum più lungo, splendente e internazionale.

In tutto ciò nessuna riflessione appare su cosa diavolo possa significare questa parola, quale sia la sua essenza (se ve ne è una), di cosa con esattezza si stia parlando. Al massimo qualcuno ricorderà, non a torto, come la tanto abusata parola meritocrazia sia in realtà un conio linguistico creato da Michael Young, nel saggio-romanzo distopico L’avvento della meritocrazia, per descrivere una realtà negativa e poi usato ben oltre i confini semantici e le intenzioni del suo creatore. A ben analizzarla il merito mostra una natura convenzionale e vuota. Si mostra forse più che una “parola botola” una “parola soufflé”, gonfiata fino all’inverosimile. Ad analizzarlo freddamente il merito si mostra per quello che è, una semplice procedura di legittimazione attraverso cui un sistema coopta le persone che possono assicurarne la riproduzione e/o le persone che appartengono già alle classi dominanti o le persone che, pur non appartenendovi, attraverso il superamento di un training “conformante”, non ne minaccino i valori né la leadership. Il sistema di cooptazione viene travestito da competizione basata su dati oggettivi in modo da fornire i titoli morali al cooptato di fronte al non cooptato, prevenirne le proteste e smorzarne il risentimento.

In questi casi però, per cogliere pienamente la natura illusoria del discorso è necessario osservare il procedimento più da presso. Bisogna infatti coglierne la circolarità perfetta che nei vari gangli della selezione (rectius cooptazione) si mette in opera. Ne apparirà allora la natura tautologica: meritevole è colui che viene giudicato avente merito da chi ha in mano la macchina selettiva e merito ciò che fa sì che qualcuno sia meritevole per la macchina selettiva. Per nascondere tutto ciò vanno implementati dei procedimenti che travestano di oggettività la vicenda. L’esempio migliore è quello accademico. Un tempo un docente universitario sceglieva qualcuno per “affiliarlo” a una cattedra e “crearlo” professore aiutandolo a farsi conoscere, suggerendogli linee di ricerca che potessero valorizzarlo, pubblicizzandone con amici e colleghi la persona e le opere e poi brigando affinché la facoltà gli bandisse un concorso. Il processo era apertamente cooptativo e le possibilità di riuscita dipendevano dall’abilità e potenza accademica del professore più che dalle qualità del candidato. La differenza la faceva qualcosa di difficilmente appurabile, cioè le motivazioni che portavano il docente a cooptare qualcuno. Motivazioni abiette, mediocri oppure utilitaristiche o perfino nobili e sublimi. Il candidato alla cooptazione poteva essere scelto per parentela con il docente, parentela con amici, parentela con persone importanti per la carriera del docente, comune appartenenza a gruppi religiosi, politici, massonici, sindacali, attrazione erotica o sentimentale, simpatia umana, compatibilità caratteriale, utilità al lavoro e all’opera del docente, utilità alla vita privata del docente, utilità al dipartimento o alla facoltà, valutazione delle sua capacità, scommessa sullo sviluppo scientifico del suo lavoro, riconoscimento del suo valore teoretico. Ovviamente alcune di queste motivazioni sono accettabili e altre no ma è l’atto della cooptazione in sé che viene oggi visto come immorale e inaccettabile. Il nostro tempo, si sarà capito, gradisce che l’ingiustizia strutturale sia rivestita con grande cura dalla correttezza formale (si veda la questione del politicamente corretto) e che le preferenze siano sostituite dall’ostensione (numerico-quantitativa perlopiù) delle differenze oggettive quando ci sono o dalla loro invenzione quando non ci sono.

Eppure il sistema, che camminava perlopiù sulle gambe e le teste dei singoli uomini, permetteva anche la perpetuazione di grandi scuole scientifiche e la scoperta di grandi geni. In filosofia, ad esempio, molti dei pensatori otto-novecenteschi che riteniamo costitutivi per la disciplina stessa sono stati scelti con metodi che oggi riterremmo degni di una certa attenzione da parte della magistratura. Candidati “imposti” da docenti che ritenevano di poterne con certezza assicurare la grandezza filosofica a volte (si pensi a Heidegger o a Wittgenstein e ai loro grandi sponsor) ancor prima che essi mostrassero le proprie capacità. Una scommessa sulla fiducia, per così dire. Nulla di dimostrabile, nulla di ostensibile, nulla di quantificabile. Oggi questo sistema è stato sostituito da un altro in cui è necessario procedere ad una “raccolta punti” che passa, più che dalla capacità individuale, dal grado di inserimento nel sistema stesso qui rappresentato da alcuni professori capaci di controllare la tonnara delle riviste di classe A, quelle che valgono di più nella raccolta accademica. Si noti come ciò che conta non è più l’articolo in sé ma la sua collocazione nella giusta rivista, dunque non ciò che riesce a fare il candidato ma in che misura la sua presenza è gradita da coloro che in quel momento il sistema lo incarnano. Non più dunque cooptazione da parte dei singoli ma meta-cooptazione in cui alcuni distribuiscono i punti che poi permetteranno di acquisire i titoli per entrare. La strozzatura sale più in alto, diventa più complessa e più difficile da vedersi per chi non se ne intende. Si evita così l’entrata sì di qualche amante ma soprattutto di qualche testa più libera. Come scriveva Sgalambro della scuola: “si impara a stare tutti appiccicati assieme”.

Sintetizzando: Un controllo su base politica (politica accademica, politica degli ordini, politica della cultura eccetera) decide quali sono i titoli che costituiscono il merito e che devono passare per oggettivi approfittando del fatto che nessuno si metterà ad analizzarli. Si attende poi che il sistema messo in atto selezioni progressivamente il tipo umano adatto: docile, capace di restare in cordata, sensibile ai mutamenti del potere, timoroso di perdere il proprio status, dotato di un tipo di intelligenza in grado di ottemperare alle richieste del sistema ma non di porlo in questione, intento ad una continua operazione di autosfruttamento (si veda sul tema il volume di Byung-Chul Han dedicato alla stanchezza). I curricula dei “migliori” sono fatti al 95% di cooptazione che si traveste da competizione, sarebbe ora di vederlo. Ciò non significa che non abbiano qualità me non significa neppure che l’abbiano. Significa che sono affidabili e adeguati al sistema. Nulla su cui sia il caso di costruire una grande macchina retorica come quella del merito.

Lo studio dei titoli e dei curricula mostrerà subito, a chi voglia applicarcisi un po’, questo lavoro di levigatura e sagomatura dei soggetti prescelti e illuminerà sulle vere attese del sistema nei confronti delle varie categorie. Il sistema quantitativo di citazioni in vigore in alcune discipline per i docenti universitari (più citazioni ricevi più sei bravo) ci mostrerà ad esempio come li si invogli a coltivare relazioni e a non prendere posizioni troppo originali o controverse (“allora vuoi proprio che non ti citi nessuno?” ammonirà, ognuno di loro, la voce della coscienza). Forse la cosa risulterà ancora più chiara concentrandosi sui docenti di scuola superiore. Che essi non debbano essere né preparati né colti (a volte lo sono ma sempre, in un certo senso, “contro” il sistema) lo mostra con chiarezza il fatto che né le loro pubblicazioni né gli eventuali incarichi universitari vengono mai presi in considerazione tra i titoli valutabili. La partecipazione a incresciosi master e corsetti a pagamento, spesso on-line e di imbarazzante livello viene invece considerata la via regia per l’ascesa all’interno delle varie graduatorie. Qualora non bastasse a capire, si pensi che il docente di fisica, di storia, di letteratura italiana si troverà sempre davanti a proposte d’aggiornamento che riguardano la didattica in generale o la digitalizzazione o la onnipresente inclusione e mai ai contenuti disciplinari della propria materia. Si ponga mente inoltre a come ogni ipotesi politica di bonus, scatti di carriera o quote premiali mai si riferisca alla preparazione dei docenti ma perlopiù alla loro disponibilità a partecipare a progetti di parasocializzazione o a svolgere uno dei numerosi ruoli paraburocratici che il ministero fa nascere come funghi negli istituti (mansioni solitamente da segretario didattico, da tutor o da animatore socioculturale: questa la appetitosa scelta).

Oppure si pensi alla costruzione dell’intellettuale pubblico italiano costretto a passare, per giungere alla ribalta nazionale, da poche agenzie (case editrici, giornali, emittenti televisive) in diminuzione e blindate alle incursioni dei liberi battitori. Molte grandi case editrici segnalano nei loro siti, apertis verbis, che non accettano che gli si inviino testi: sono autogene. Non ci sono così tanti conformisti per caso: sono il risultato di attente politiche di selezione. Tra essi vi sono anche intelletti di valore perché non è l’intelligenza che disturba il sistema ma l’uso che si intende farne. Non è la presenza del cervello il problema ma di altri vari altri organi più in basso collocati.

Per il resto la cooptazione è sempre stato il sistema principe della riproduzione delle classi dirigenti; inutile dir loro di sceglierli meglio ma ci si risparmi perlomeno la retorica.

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lunedì 21 aprile 2025

Il MIUR e la sua catechesi - Davide Miccione

A fronte di lauree sempre più leggere e di quantità di pagine lette sempre più ridotte per chi si fa dottore (credo che il programma dell’esame di letteratura italiana che diedi nel 1989 equivalga, in termini di pagine, a quello di tutti gli esami messi insieme oggi da una laurea online) si fa invece sempre più gravosa la formazione per poter insegnare. Strano che gli studenti vengano formati poco e male in università, che gli si chieda così poco per poi tormentarli, da laureati, con continui corsi e corsetti proposti sempre come prerequisiti necessari sebbene prima non previsti (dai diritti acquisiti ai doveri acquisiti man mano?). L’Italia si è del resto affezionata a quella terra di nessuno posta tra la spinta gentile (nudge) e il ricatto di Stato fatto ai più deboli e inaugurato per il covid con il gabinetto Draghi.

Eppure, a ben pensarci, strano non è. Dare una formazione completa, una conoscenza dei classici e degli strumenti culturali per leggerli (che perlopiù si acquisiscono, in circolarità, leggendoli), una consapevolezza dei presupposti epistemologici della cultura significa dare autonomia, significa aprire per ogni individuo un fronte di ricerca che non sai a quali posizioni possa portare, significa dare libertà. Una formazione debole, con poche letture e frammentate, con una scarsa consapevolezza epistemologica significa invece doversi continuamente appoggiare all’autorità, alla “griglia”, al metodo, alla formuletta di moda giacché non si riesce a risalire con il pensiero alle correnti a cui appartiene e alle matrici da cui discende.

Ridotti i margini di libertà intellettuale (per carenza di contenuti su cui esercitarsi) il laureato che voglia insegnare inizia una faticosa (ma soprattutto costosa) raccolta punti che (incredibile casualità!) dalla presenza in massa delle università online e dei loro addentellati politici, si è fatta sempre più insistita. Un’analisi delle tabelle dei punteggi per le graduatorie di supplenza dei docenti permetterà a un uomo attento di delineare anche il candidato ideale e atteso all’insegnamento. Vi saranno così punti per ogni master frequentato (anche online) ma nessun punto per colui che vi avesse insegnato, vi saranno punti per l’insegnamento nel più sordido dei diplomifici privati del sud Italia e nessun punto per una cattedra a contratto in un’università italiana o straniera, e così via. Una volta chiarito ai candidati cosa è preferibile essi diventino, li si introduce ai misteriosi corsi-prerequisito che i vari ministri sfoderano uno dopo l’altro. Prima furono i 24 cfu: alcune discipline pedagogiche, antropologiche e via così che gli aspiranti insegnanti si era deciso avessero nel proprio “portafoglio di competenze” (qualsiasi cosa ciò significhi). L’idea che un supplente di matematica, magari quarantenne con figli e bloccato nel girone delle supplenze lontane e poco pagate, si mettesse a studiare seriamente Antropologia culturale o psicologia dell’età evolutiva era ovviamente assurda (oltre che capziosa e gravosa) e questa grande iniziativa di istruzione di massa fuori tempo massimo si risolse in una enorme massa di bonifici da 500 euro (questo di solito il prezzo proposto) che si dirigeva verso le principali università online che avevano approntato lestamente pacchetti di materie sotto forma di masterini online da fare con pochissimo sforzo ed esami, diciamo così, non particolarmente afflittivi.

Dato il successo dell’iniziativa (successo per gli enti che erogano formazione a pagamento ovviamente) lo si è bissato nel 2024 con la più complessa e mirata iniziativa dei 30 cfu e dei 60 cfu più legata alla didattica che alla sedicente preparazione (vi è anche una proposta da 36 cfu, dunque par di capire che la tabellina preferita sia quella del sei). Si pensa dunque che con esami di didattica si possa capire e aumentare l’abilità didattica di un insegnante (che è fatta di tante cose esistenziali, esperibili, non tutte insegnabili) mentre si coglie solo la sua capacità di memorizzare cognizioni di didattica e la sua capacità di acquisire l’orribile gergo angloide didatticista. Questi corsi, per chi ha assistito a qualche lezione, sono perlopiù animati da una furia anticontenutistica dove, nel migliore dei casi, si dà per scontata con una certa pilatesca ipocrisia la preparazione disciplinare del docente (proprio in questa fase storica di collasso della preparazione media fornita dalle università!) e nel peggiore dei casi si denigra ogni approccio che verta sulla conoscenza della disciplina che si insegna (o si dovrebbe insegnare).

Per chi disperasse di uscir vivo da questa babele di costosi corsi e corsetti si staglia all’orizzonte il sogno del concorso. Pochi posti e prove che cambiano a ogni edizione. Anche qui si nota lo sforzo intellettuale dei pedotecnocrati del ministero di sfuggire all’incubo dei contenuti: questa strana antica superstizione che fa pensare ai più arretrati tra noi che per spiegare Tasso si debba aver letto Tasso e anche qualche suo contemporaneo nonché la letteratura critica su Tasso e avere un’idea della cultura del tempo e della storia italiana del periodo in cui Tasso si è formato e magari anche della Controriforma. Che sciocchezza! Per spiegare Tasso è importante conoscere la flipped classroom e la peer education e così via.

Ma forse conoscere non è neppure sufficiente ormai, meglio sarebbe dire che si debba credere in esse. Trapela infatti, nella stessa struttura del concorso, una richiesta di fede nel coraggioso mondo nuovo didattico delle scuole attuali che caratterizza ormai i nostri tempi. Si ponga mente a questa domanda di un recente concorso come esempio ottimo: “La progettazione didattica è: a) un modello di lavoro sistematico e riflessivo che consente di aumentare l’efficacia dei processi di apprendimento poiché permette al docente di strutturare il proprio agire didattico in modo coerente e organico; b) un adempimento burocratico che toglie tempo al docente senza per altro fornire alcun supporto utile alle attività didattiche poiché la realizzazione non segue mai in modo efficace la progettazione; c) una necessità per i docenti di nuova nomina, che hanno scarsa dimestichezza con la pratica didattica poiché la poca esperienza rende necessario un appoggio esterno”. Buona parte dei docenti d’esperienza di cui ho più stima se interrogati in privato sottoscriverebbero la risposta c) o la b). Ovviamente la risposta giusta è la a), a maggior gloria dei pedotecnocrati. Non sfuggirà al lettore attento come la risposta giusta sia in realtà uno spot, una valutazione, e non una descrizione. Chi risponde a) deve capire dove sta il bene e dove sta il male.

Le fasi di grande decadenza culturale come questa che stiamo attraversando e di cui non si scorge la fine confondono fatti e valori, non articolano e distinguono i concetti. Quando la cultura media di una nazione scende così drasticamente le prime vittime sono i concetti complessi: buono e cattivo, giusto e sbagliato, è tutto ciò che serve.

Ai lettori più anziani perlomeno desterà un po’ di nostalgia per certe mattine di domenica in cui si rispondeva a test similari durante l’ora di catechismo. “Chi è Dio?” “Dio è l’essere perfettissimo”. La risposta è sempre la a), non ci si può sbagliare.

da qui

giovedì 13 febbraio 2025

Credo nei contenuti - Davide Miccione

Io credo nei contenuti non nelle competenze, nelle tecniche, nelle didattiche. Credo in una scuola dei contenuti, cioè della cultura, del pensiero, dell’affinamento del gusto. Credo che la competenza che si origina dal sapere Dante sia conoscere Dante. Credo che la competenza che si origina dal sapere Hegel sia conoscere Hegel. E se non lo sai applicare o non lo usi nella costruzione della tua cultura non è perché dovevi svilupparne le collegate competenze ma semplicemente perché non lo hai capito, lo hai fatto male, ne hai fatto poco. Pochi contenuti, contenuti poco capiti, contenuti adulterati.

Credo che le nozioni siano importanti perché organizzano un contesto entro cui accogliere le cose che impari e che capisci. Credo che chi abbia negli anni lavorato solo agli aspetti formali e didattici del sapere sia a forte rischio di miseria concettuale e spirituale e persino morale perché per leggere eticamente il mondo devi conoscere il mondo umano e il tecnocrate ne conosce il solo funzionamento (che non è il mondo umano).

Credo che la scuola sia l’unica occasione di formare uomini decenti e che questo fine sia incommensurabilmente superiore e prioritario rispetto al creare cittadini, elettori, lavoratori, consumatori (l’ordine non è casuale ma con valore discendente). Uomini decenti sono uomini che hanno un linguaggio per capire gli altri e farsi capire. Hanno un mondo che è stratificazione del tempo e non un incubo sincronico. Per questo servono i contenuti.

Credo che la lotta senza quartiere ingaggiata contro i contenuti serva a indebolire la classe docente (ormai ridotta a massa amorfa), a far sentire a disagio i colti e i preparati e a porre sugli altari gli altri: gli sbrigafaccende, il ceto impiegatizio, i devoti dell’informatica, felici di abbandonare i contenuti che non hanno e di non avere finalmente alcun imbarazzo perché hanno dovuto insegnare letteratura, fisica, biologia, filosofia eccetera senza saperle e senza amarle. Credo che questi docenti, che non lo sono più perché si occupano di come insegnare ma non sanno più cosa insegnare, penalizzeranno ogni desiderio sorgivo e adolescenziale di cultura e di sapere dei loro studenti perché non lo riconosceranno formando solo altri tecnici e impiegati dell’esistenza come se saper fare le cose significasse non pensare e non godere più del sapere.

Credo che i nuovi docenti vengano catechizzati perennemente da corsi per ottenere crediti e abilitazioni dove nessuno gli chiede se sanno qualcosa e se lo sanno spiegano loro come sia il caso di dimenticarlo e dove pilatescamente si fa finta che le lauree attuali garantiscano una preparazione decorosa e non bisognosa né di potenziamento né di manutenzione.

Credo che studiare a memoria sia orribile ma imparare a memoria delle canzoni o delle poesie o degli aforismi sia bello. Credo sia bello perché anche tu puoi sapere o trattenere qualcosa senza dover ricorrere al web, perché è un modo di possederla, la bellezza. Perché non possiamo porre tutto all’esterno e pensare che non porremo anche noi stessi fuori di noi.

Penso che, se i contenuti non li avremo più e li avranno solo le intelligenze artificiali, non avremo più nulla per criticarle e dominarle. Credo che la costruzione di una mente ben fatta e anche ben fornita sia l’unico modo per sfuggire alla tentazione di autodegradarci a forma di vita subordinata e credo che da secoli non si sia mai vista in giro una simile imbarazzante voglia di obbedienza, una capacità simile di costruire dipendenza mentale (“come farei senza ChatGPT” mi ha detto seria una studentessa di terza liceo – si è fatto ancora più presto del solito a cedere devo dire).

Credo che senza contenuti siamo leggeri, voliamo via.

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lunedì 25 novembre 2024

Una scuola screditata - Davide Miccione

Chi voglia andare a vedere se leggi e decreti in esame al Parlamento o ventilati dai vari governi siano sensati o meno si troverà di fronte a una irta selva di rimandi e riferimenti che lo indurrà, in molti casi, a rinunciare e accontentarsi delle sole riduzioni giornalistiche con ciò che ne consegue per l’uscita dallo stato di minorità individuale. Una voluta complicazione (la complessità è ben altro) protegge le élite dalle masse. Ogni gergo, da quello giuridico a quello medico, si trova al punto di incontro tra una legittima necessità di precisione e il desiderio di escludere il profano.

Il mondo della scuola, cosa gravissima per chi ne pensi la ratio intrinseca, non è diverso. È avvolto da un gergo oscuro, un pedagogichese che necessita, per adottarlo, di cattivo gusto e mancanza di buone letture. Il linguaggio della scuola si muove tra termini pseudo-tecnici stiracchiati fino a non significare più nulla (o a farsi persino il proprio contrario: inclusione e competenze sono un ottimo duo esemplificativo) e tra decine e decine di acronimi che potrebbero ben sostituire quelli partitici cantati decenni fa da Rino Gaetano in Nuntereggae più: “pci psi/ dc dc / psi psi pli pri/ dc dc dc dc / Cazzaniga”

In verità non è solo il linguaggio a essere oscuro ma anche le cose: le procedure, le graduatorie di fascia e di istituto, interne ed esterne, le forme di reclutamento, i trasferimenti, le utilizzazioni e le assegnazioni, i corsi abilitanti con riserva e non.

Un ginepraio che favorisce, come l’Amazzonia fa con le guide indigene e gli esploratori, l’esistenza di sindacalisti, esperti, guide e siti specializzati consultati soprattutto da precari a cui si cambiano le regole del gioco a partita iniziata (partite spesso decennali).

Tutto questo ha delle conseguenze collettive in termini, si potrebbe dire, di ecologia della democrazia. Diventa difficile per il cittadino riuscire a capirci qualcosa giacché la nostra funambolica e circense classe politica esprime in particolar modo nella scuola la propria stracciona creatività mutando procedure e sistemi quasi ogni anno. Diventa difficile inquadrare i passaggi, i significati e ovviamente ancor meno i colpevoli. Questa macchinosità e mobilità di procedure nel suo complesso costituisce il sistema di creazione e conservazione di un insieme amorfo e maleodorante e fa sì che, esclusi i tecnici che scrivono su organi di informazione letti pressoché esclusivamente dal personale della scuola, i commentatori delle testate maggiori si occupino poco della questione e quelle poche volte lo facciano male, tenendosi sulle generali o esibendosi, in mancanza di meglio, in moralismi e richiami agli antichi valori. Il risultato è un sostanziale assegno in bianco firmato dai cittadini alla classe politica che sta egregiamente usando il mandato per rimbecillire le nuove generazioni. Se si tiene presente che l’altra grande agenzia “educativa” contemporanea oltre la scuola sono ormai i social ognuno potrà cogliere la gravità della situazione.

Scomparsa così la “cosa” di cui parlare, troppo macchinosa e sfuggente, resta solo lo schieramento e la professione di fede che vede buoni tra i propri sodali e cattivi nei governi di colore avverso. Niente insomma che permetta di capire. È necessario invece cogliere, nelle continue disposizioni che si succedono ininterrotte da un ministro all’altro, nelle macchine retoriche che funestano la scuola, nei diversivi e negli annunci, le linee di tendenza e gli interessi in campo; sarebbe inoltre da far rilevare alla pubblica opinione (o ai suoi balcanizzati resti) l’inquietante continuità progettuale che dagli anni novanta a oggi caratterizza l’azione del ministero dell’istruzione

Il punto in cui porsi per scorgere la cifra politica è, in questo momento, il reclutamento dei docenti, dove sono in corso alcuni mutamenti di cui l’italiano medio dovrebbe prendere coscienza. Da qualche anno ai concorsi (la via regia costituzionalmente indicata), banditi non troppo convintamente e con pochi posti in palio, il sistema politico sta affiancando una raccolta punti di tipo particolare. Si indicano alcune discipline che i malcapitati aspiranti insegnanti dovrebbero conoscere (o, meglio, avere un certificato che attesta che le conoscono), si dà loro un corrispettivo quantitativo da raggiungere (i famosi crediti) e lo si rende obbligatorio pena fuoriuscire dal sistema delle supplenze. Si crea un prerequisito nuovo e i precari non hanno altra scelta che aggiungere questa roba alla loro già assurda collezione di certificati e “attestatini” pagando altro denaro. Così, per non essere estromessi dal sistema, dei lavoratori malpagati (il precario insegnante fa spesso solo alcuni mesi l’anno e in sedi lontane da casa spendendo a volte più di quello che guadagna) gli aspiranti docenti devono scegliere tra sborsare l’obolo richiesto o uscire fuori dal grande gioco.

Nel 2017 la ministra Fedeli, non ritenendo sufficienti i titoli degli aspiranti insegnanti (forse li paragonava ai propri?) inserì nel percorso verso l’insegnamento il conseguimento di 24 crediti che il precario avrebbe dovuto ottenere attraverso degli esami e che avrebbero dovuto coprire le lacune che in termini di preparazione antropologica e psicologica i ministeriali avevano improvvisamente ravvisato. Gli atenei on-line con estrema velocità (quasi non fossero sorpresi dal provvedimento vien da pensare) prepararono un pacchetto di discipline a prezzo forfettario intorno ai 500 euro, perlopiù risolti velocemente con test a crocette o tesine non lette da nessuno. Tutte le persone che hanno acquisito i crediti che l’estensore di questo articolo conosce che lo hanno fatto in una università online. Nessuna persona tra queste è mai stata bocciata. Non tutti hanno fatto da sé le tesine né in solitudine i test. Ci si potrebbe chiedere se non sarebbe stato più onesto chiedere ai supplenti di fare una donazione di 500 euro a un ateneo a propria scelta, magari deducibile dalle tasse se l’ateneo è online.

Quest’anno il ministro Valditara, la dimostrazione vivente che, si può star tranquilli, non vi è alcun disegno di controegemonia nel governo Meloni ma soltanto il desiderio di continuare, nell’istruzione come in politica estera, le nostre peggiori decennali tradizioni politiche, propone i 60 crediti. Corsi fatti in fretta e furia con posti che non bastano per tutti e una accozzaglia di materie che dovrebbe, per magia, separare le pecore dai capri e trasformare in abilitati gente che spesso già lavora nelle scuole pubbliche da molti anni e spesso con ruoli di responsabilità. Il loro ottenimento, vede nuovamente in gran spolvero gli atenei on-line.

I 60 crediti rivelano così una natura sacramentale. L’unzione battesimale dei crediti fa di un mero supplente un docente certificato. Ma giacché siamo un paese cattolico la natura sacramentale impiega pochissimo tempo ad accompagnarsi ad una natura simoniaca e l’unzione abilitante la si ottiene non per fede ma sborsando circa 2.000 euro. Ovviamente l’abilitazione, a voler dare un’occhiata alle curve demografiche in età scolare, non coinciderà con l’immissione in ruolo per tutti. Del resto i nuovi giochi dell’oca con cui si tengono buoni i cittadini ipermoderni hanno la particolarità di aggiungere caselle a gioco iniziato.

Cosa trarre da tutto questo? Ovviamente il denaro spiega molto ma non tutto. Rispetto ad un semplice prelievo di denaro ai precari e ad un risparmio sul meccanismo concorsuale resta il vantaggio della continua evangelizzazione dei malcapitati con corsi e corsetti sui dettami del pedagogichese, sulla litania delle competenze e dell’inclusione, sulla messa in un angolo dei contenuti e delle discipline. Si lavora alla creazione del docente come essere affaccendato e umiliato, sempre più lontano da uno studioso o un intellettuale o un educatore (o, meglio, dall’insieme di queste tre cose) e sempre più vicino ad un assistente sociale senza potere, a uno psicologo senza strumenti, ad un amministrativo senza mansionario, ad un progettista di formazione senza autonomia.

In secondo luogo resta un nuovo passaggio in cui chi non ha denaro o genitori alle spalle resta al palo (non perché meno preparato o meno volenteroso o meno bravo ma solo perché più povero) e altri vanno avanti. Un dispositivo classista come classista è la nostra classe politica di destra e di sinistra. Un pizzo di Stato ai deboli che ben si attaglia ai nuovi sistemi di governo che senza soluzione di continuità dal 2020 il potere ha inaugurato.

In terzo e ultimo luogo un piccolo avviso ai naviganti: gli atenei on-line sono una potenza (anti)culturale con cui fare i conti. Uno di essi fa già politica con il proprio proprietario (Bandecchi), un altro gruppo di atenei ha scelto qualche mese fa come presidente Luciano Violante spiegando a chi vuol capire che non è la didattica né la ricerca internazionale bensì la pressione sulla sfera politica (sempre a fini principalmente di profitto ovviamente) il loro focus, un terzo ateneo ha già fatto da incubatrice ad alcuni elementi di area cinque stelle dei governi Conte. Ovviamente la facilità incresciosa dei loro corsi di studio porterà (sta già portando) le università in presenza meno prestigiose a dover abbassare i propri standard per non trovarsi senza studenti e così via.

Un orizzonte ingiusto e che causa angoscia in chi dà importanza all’eguaglianza e alla cultura. Una angoscia che consiglio di combattere attenendosi alla sola lettura di Repubblica e Corriere e alla sola visione dei telegiornali. Lì nulla accade e il sole, cambiamento climatico permettendo, splende sempre sui giusti e sugli ingiusti.

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sabato 2 marzo 2024

L’obbedienza è di nuovo una virtù - Davide Miccione

Difficile trovare una terza posizione. Purtroppo. La prima è che la democrazia sia lo spazio in cui si costruiscono le decisioni, i compromessi e i convincimenti a partire dalle idee che ogni uomo coltiva in se stesso. Dalla collaborazione e dallo scontro tra i diversi modi di vedere il mondo esce fuori il nostro costante tentativo di capirlo e amministrarlo. Non sono le idee a essere contenutisticamente democratiche (chi mai dovrebbe deciderlo?) ma il loro costante confronto e il lavoro per assicurarlo. È faticoso farlo e bisogna resistere alla disumanizzante ma facile tentazione di non riconoscere l’altro come un interlocutore. Bisogna riuscire contemporaneamente a pensare che ha torto ma che questo suo “torto” non lo butta fuori dalla discussione e che questo “torto” sia un bene anche per me che penso di avere ragione.

La seconda posizione è più facile. Ci si può lasciare andare al disgusto morale per l’altro. Proiettarlo fuori dalla discussione. Ci sarebbero dunque in partenza idee accettabili in democrazia e idee inaccettabili. La democrazia si svolgerebbe nel confronto tra i soli portatori di idee accettabili.

Il problema è che le idee accettabili sono per ciascuno sempre le proprie. Chi decide allora il grado di accettabilità delle idee? Ovviamente chi riesce a mobilitare una maggioranza che si lasci convincere di non essere tale ma di rappresentare la totalità. Oggi potrebbe essere una buona definizione del potere: ciò che decide dell’accettabilità delle idee.

In questa seconda posizione il potere decide dunque quali idee sono accettabili in quel dibattito che dovrebbe legittimare il potere. La democrazia si svolge a partire da una non democratica selezione degli interlocutori e da una non democratica autorizzazione delle loro idee ammesse a svolgere il dibattito democratico. Non ci vuole un genio per intravedere l’ombra del Barone di Münchhausen che pretendeva di tirarsi su di peso afferrandosi per il colletto.

Difficile pensare, negli anni Ottanta e Novanta, che la seconda posizione in pochi decenni smettesse di essere semplicemente la tentazione dei dogmatici e dei totalitari, delle personalità fanatiche e illiberali e si facesse un’opzione culturale e politica sbandierata senza pudore dalle classi dominanti e da quegli umanizzati cani della prateria che sono gli intellettuali (o, per non vestirli di abiti troppo grandi per loro, che sono gli operatori della comunicazione). Per coloro che non sono stati in questi decenni mitridatizzati (e che sono nati prima che il contravveleno sugli scaffali smettesse di essere disponibile in bastevole quantità) la sola esperienza dell’infosfera contemporanea diventa una pena. Continuamente si viene sottoposti a una omiletica litania che ti spiega quale è il bene e quale il male, cosa si può accettare e cosa no. Come essere buoni e cosa non pensare per non essere cattivi.

Alla base di tutto l’infantilizzazione del corpo sociale, come bene scrive Biuso. Ma il risultato diventa l’estromissione dalla democrazia a cui finiamo con il poter accedere solo se abbiamo delle idee previamente considerate accettabili. Quelle “inaccettabili” non devono essere neppure sconfitte nel dibattito democratico bensì, più radicalmente, non farne parte. Zitti! Parlano i grandi! Come non infantilizzarsi?

Le idee inaccettabili possono essere appartenenti a ciò che un tempo si sarebbe detta sinistra e a ciò che un tempo si sarebbe detto destra. Ma possono anche appartenere all’universo della trascendenza religiosa o delle religioni storiche. Inaccettabili anche le idee di quella parte del mondo che non è il mondo anglosassone o che comunque non voglia somigliargli. La comunicazione ufficiale somiglia ormai a una segnaletica stradale, a una messa cantata, a una lezione elementare deamicisiana, a una direzione spirituale per sottosviluppati mentali, all’incontro di un adolescente problematico con gli assistenti sociali. A tutto tranne che a un dibattito tra adulti liberi.

Si cerca volenterosamente di ricordare a chi legge o guarda da che parte deve stare, gli si dà il pesce e al contempo una bastonata sulla mano di modo che non possa più reggere la canna da pesca. L’effetto è deprimente e comico insieme. L’impressione, leggendo un grosso giornale nazionale (strumento, comunque, ormai elitario stante il numero di copie vendute) è di trovarsi in mano una di quelle vecchie pubblicazioni periodiche cattoliche di cinquant’anni fa che si occupavano di salvarti l’anima più che di informarti. Il genere edificante è ormai il genere letterario preponderante.

Ad esempio, sfogliando La lettura, l’inserto culturale del principale giornale nazionale, nello stesso numero (ad esempio quello del novembre del 2023) può capitare di essere ripetutamente edificati già solo dai titoli. Così una recensione a un volume sui romantici tedeschi può essere l’occasione per ricordarci nell’occhiello che “in tempi di crisi climatica ciò deve ispirarci perché l’approccio basato su dati e numeri non funziona”, concludendo: “l’io non era egoismo ma moralità”. Sempre sia lodato, verrebbe da aggiungere. Nella pagina precedente il titolo a una recensione di un lavoro antropologico recita sognante: “I campi incolti in cui fiorisce la solidarietà” e quella ancora dietro pubblicizza un volume del Corriere in occasione della giornata mondiale della gentilezza. Se foste più giovani non vi verrebbe voglia di tirare ai lampioni con una fionda o di mettere le puntine sotto il sedere dell’insegnante?

Anche la pagina precedente (una critica teatrale) ci ricorda che lo spettacolo in oggetto “interpreta una storia (apparentemente) più intima. Ma che in realtà ha a che fare con l’universo e il clima”. Poi scorrendo le pagine si può trovare nella descrizione di una mostra il titolo “l’arte dei diritti” e persino, per una fiaba “L’antisemitismo dilaga nel bosco”. Perché a questo punto non proporre “Totò, Peppino e l’inclusione” o “Godzilla contro il global Warming”? Forse l’analogia con la letteratura edificante non baste neppure più, forse serve la Pravda sovietica o il cinese Quotidiano del popolo del secolo scorso per trovare corrispettivi. Come in quei casi non sembra esserci spazio per sfere separate ma solo per manifestazioni dei sacri valori. A che servono, sembrano spiegarci gli operatori della comunicazione, arte, filosofia, religione, se non a ricordarci i sacri valori e i sacri doveri: il clima, l’inclusione (ovviamente se vaccinati e forniti di regolare documento che lo attesti), il superamento di ogni confine e l’elogio della diversità, che però non si capisce come dovrebbe conservarsi in un mondo piatto, globalizzato e forzatamente omogeneo come il nostro.

Infine il lettore potrà godere, in un numero più recente de La lettura, di una surreale tavola rotonda con storici dell’antichità e registi teatrali che, tutti giulivi, si danno di gomito nel concordare su quanto stia loro antipatica Antigone, di che personaggio tremendo sia, di come si debba rivalutare la brava e ragionevole Ismene e quel pover’uomo, gravato dal peso delle responsabilità politiche, di Creonte. Che assurda pretesa – ci spiegano –non volere che i cani mangino il cadavere del fratello quando il fratello si sa che era un terrorista (un cattivo dunque, del resto così si spiegano le cose ai bambini) e se la legge dice che non va seppellito.

Che pensare? Sarebbe troppo perfido ipotizzare che, oltre alla genuflessione al potere che oggi è d’obbligo, forse il fatto di aver accettato di non seppellire e salutare i nostri cari durante la pandemia ci renda lo sguardo di Antigone ormai intollerabile e ne faccia il nostro personale spettro macbethiano?

A ogni modo, se sa come contattarlo, qualcuno lo dica a don Milani che l’obbedienza è di nuovo una virtù.

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lunedì 3 ottobre 2022

IL NOMINABILE ATTUALE - Davide Miccione

 

Qualora fosse umanamente possibile, la campagna elettorale aumenta la confusione. Questioni gravi e questioni irrilevanti, problemi reali e capziosità, paure vere e chiamate alle armi di sessant’anni fa ritirate fuori oggi alla bisogna, si accavallano senza sosta. “L’innominabile attuale”, il presente incomprensibile entro cui seguiamo o persino pretendiamo di guidare gli altri (come nella bruegeliana parabola dei ciechi) si fa ancora più confuso, aumentano gli slogan e i distinguo, le false bandiere e i distrattori. Diventa allora necessario, accettando preventivamente il giudizio di superficialità e di indebita semplificazione che sempre ci si attira, provare a definire gli elementi essenziali del nostro (lungo e perdurante) presente politico. Posto in bell’ordine il catalogo è questo:

  1. I ricchi diventano e devono diventare sempre più ricchi
  2. I ricchi devono “potere” sempre più, dunque sempre meno devono essere gli aspetti della vita sulla terra non riducibili nella sua interezza al valore e al potere del denaro (per farsi un’idea degli aspetti descrittivi si vedano i lavori di Michael Sandel)
  3. Lo Stato si può impoverire o indebolire se ciò è utile al punto 1 o può acquisire importanza se ciò è utile al punto 1. Si veda a tal proposito la demolizione del welfare in questi decenni e viceversa il potentissimo Stato ambulatoriale di questi tre anni.
  4. Le procedure democratiche devono diventare irrilevanti in modo da non disturbare lo sviluppo dei punti 1, 2 e 3.
  5. Le procedure democratiche possono essere momentaneamente enfatizzate se servono allo sviluppo dei punti 1, 2 e 3.
  6. Quasi tutti i prodotti ideologici o culturali passati (dai sumeri al Novecento), fatto salvo qualche sparuto aspetto della ragione liberale, si pongono, anche senza volerlo o saperlo, come forme di resistenza allo sviluppo dei punti 1 e 2 perlopiù per un loro implicito non mettersi pienamente a disposizione. Dunque vanno sottoposti a character assasination (Islam, comunismo ad esempio), o a indebolimento, svuotamento eccetera, con moto uniformemente accelerato.
  7. Il processo dei punti 1 e 2 viene chiamato capitalismo, mercatismo, finanzcapitalismo, turboliberismo eccetera sebbene a volte si incarni in grandi organismi internazionali (ovviamente non eletti) o Stati.
  8. Quando alcuni attori che perseguono il punto 1 e il punto 2 hanno necessità di agire attraverso i governi o vi si identificano momentaneamente ciò viene chiamato geopolitica
  9. Il processo dei punti 1 e 2 è necessario venga visto come irreversibile da tutti e come l’unico pensabile e non sostituibile da altro (vedi il compianto Mark Fisher).
  10. Per mantenere inimmaginabile qualsiasi altro tipo di mondo non basato su 1 e 2 va eliminata la storicità come categoria di giudizio del reale e la conoscenza del passato. L’operazione (già a buon punto) viene portata avanti per omissione (indebolimento dell’insegnamento della storia e degli aspetti storici di ogni disciplina) e attivamente con la promozione di quell’aborto concettuale che è la cancel culture, concezione che dell’alterità fa un medesimo difettoso da emendare e da condannare in quanto non uguale a noi.
  11. Per mantenere inimmaginabile un altro tipo di mondo non basato su 1 e 2 va eliminata la filosofia o va sostituita con una filosofia settoriale e procedurale (ben si attaglia dunque la filosofica analitica) che non pensi di poter descrivere e valutare l’interezza del reale.
  12. Per mantenere inimmaginabile un altro tipo di mondo non basato su 1 e 2 va eliminata la Grande Letteratura e la sua capacità di violare la “moralina” che ogni presente pensa di incarnare pienamente.
  13. Il politicamente corretto, la cultura woke, creando una perenne preoccupazione per le offese arrecabili a individui, è un ottimo “spengipensiero” e devia l’attenzione di chi dovrebbe essere di sinistra (dunque contrario ai punti 1 e 2) verso questioni meramente linguistiche e di dettaglio. Essendo fondata sulla libera decisione dei soggetti di sentirsi offesa, la cultura woke può riprodursi ed espandersi all’infinito.
  14. Le forme attuali dell’arricchimento del punto 1 abbisognano di un uomo sempre più sbilanciato verso una pseudovita telematica e sempre meno in grado di vivere esperienze libere, corporee, amicali. Per questo la digitalizzazione è diventata sempre un bene, anche contro ogni evidenza sociologica.

Addendum: una grandissima parte delle parole e degli slogan che sentirete in questa campagna elettorale è solo una forma di subspeciazione artificialmente creata per simulare una differenza e una dialettica tra forze egualmente devote all’obbedienza dei primi due punti dell’elenco. A meno che il lettore non faccia parte dei ricchissimi o di coloro che ragionevolmente pensano di poterli parassitare per un tempo sufficientemente lungo (giornalisti, operatori finanziari, apparatčik di organismi internazionali, deputati) votare per partiti che non avversano lo sviluppo dei punti 1 e 2 (e degli altri 12 di supporto) potrebbe non essere la cosa più razionale da fare, né per sé né per il mondo.

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venerdì 23 settembre 2022

Educante? - Alberto Giovanni Biuso

 

L’espressione «Comunità educante», diffusa e ripetuta in vari documenti del Ministero italiano dell’Istruzione e nella elaborazione dei suoi pedagogisti, è una delle più significative, in parte criptiche ma sostanzialmente chiare, espressioni della potenza che il linguaggio possiede nel nascondere la realtà mentre la designa. In altri termini, si tratta di una formula fortemente ideologica, volta a nascondere – con il suono mellifluo dell’inclusione e della condivisione – la trasformazione ormai quasi compiuta delle scuole in luoghi di indottrinamento radicale, la cui radicalità consiste in una serie di «comportamenti attesi», nell’introiettare regole morali inflessibili, valori fuori dai quali non si viene riconosciuti non soltanto come studenti o docenti ma anche come cittadini e persino come umani.

Questo estremo dispositivo di esclusione viene realizzato attraverso una serie di strumenti, di parole d’ordine, di doveri, ben descritti e disvelati da Fernanda Mazzoli nel suo saggio Comunità educante e adattamento sociale (in «Koinè», anno XXXVIII, Ideali di comunità, Petite Plaisance, Pistoia 2021).

Uno di questi strumenti è la dissoluzione dei saperi in una serie di frammenti comportamentali che nel loro bulimico accumularsi privano le menti e le vite di ogni reale comprensione del mondo e di ogni autentica libertà esistenziale.

«Alimentazione, salute, legalità, affettività, multiculturalità, problematiche inerenti a vecchie e nuove dipendenze, raccolta differenziata, comunicazione non ostile, finanza, pensiero computazionale, trapianti, donazione degli organi, cultura d’impresa, commercio solidale, codice stradale, peer education, rappresentano solo alcune delle educazioni che le scuole, in collaborazione con svariate associazioni, propongono ai loro iscritti» (p. 33).

Una raccolta indifferenziata di valori/comportamenti che toglie tempo, possibilità e respiro all’istruzione, all’apprendimento, al confronto con le difficoltà concettuali e mentali che i problemi matematici, filosofici, giuridici, scientifici pongono e debbono porre all’itinerario di persone in formazione e crescita. Le educazioni, invece, «alimentano una pretesa totalizzante sul piano dei buoni pensieri e dei buoni stili di vita che ben si presta a manipolazioni ideologiche tanto più incisive quanto più poste all’insegna della democrazia, dell’inclusione e del rispetto per i diritti umani» (p. 38).

A farsi tramite, strumento e controllori di tale dissoluzione della conoscenza teoretica nei comportamenti etici sono chiamati i docenti. L’insegnante «tende sempre più a scrollarsi di dosso i panni ingombranti e démodé dell’esperto di contenuti disciplinari per indossare quelli di un operatore sociale impegnato a dispensare pillole indolori di sapere tra l’intrattenimento culturale e l’ammaestramento comportamentale» (p. 33).

Il sorriso, la facilitazione, il successo formativo, i bisogni, l’accoglienza e altre analoghe parole d’ordine nascondono la vincente ideologia liberista, la potenza stritolatrice e iniqua del capitalismo mentre vince. «Un esempio per tutti: la questione ambientale della quale si rimuovono le cause profonde che affondano nella ricerca del massimo profitto da parte del modo di produzione capitalistico […]. Ne deriva una semplificazione del pensiero che costituisce fertile humus all’indottrinamento ideologico. La materia trasversale dell’Educazione civica, di recente reintrodotta, e che di tutto si occupa, salvo fornire nozioni giuridiche basilari ed una doverosa conoscenza della Costituzione, è esemplare quanto a banalizzazione e depauperamento dei contenuti e a sospensione di qualsiasi attività mentale raziocinante. È un consumatore avvertito e smaliziato l’autentico destinatario delle educazioni» (p. 39).

Il culto per l’attualità, l’accusa di incomprensibili forme passatiste e antiquarie rivolta a qualunque contenuto culturale che richieda un minimo di esercizio intellettuale e di sforzo mnemonico/raziocinante è funzionale alla «sedicente modernizzazione della scuola che è nei fatti adeguamento alle esigenze attuali dell’economia di mercato» (p. 42).

Nelle scuole e anche nelle università (in particolare dalla diffusione del virus e del suo sistematico utilizzo politico) domina in realtà un clima di passività, rassegnazione, indifferenza. In sintesi, «la comunità educante è sostanzialmente un dispositivo ideologico di adattamento sociale» (p. 41). Il quale da due anni è diventato un dispositivo fideistico di adesione al «neocredo vaccinale» (p. 43), le cui concrete articolazioni sono ben descritte e sintetizzare in questa dolorosa ma realistica pagina:

La scuola è di tutti, salvo che dei docenti (e di tutti i lavoratori della scuola), degli studenti e dei genitori non vaccinati; i primi soggetti a sospensione dal lavoro e dallo stipendio (e sono migliaia); i secondi messi alla gogna come untori dei compagni, nonché responsabili del ritorno delle classi in DAD; gli ultimi impossibilitati ad entrare negli spazi scolastici se privi di green pass. […] La comunità educante li sta espellendo, salvo tempestivo ravvedimento ed autocritica dei colpevoli, recuperando, in tal modo, il peggio delle due culture che, in passato, hanno attraversato il Paese: la cattolica e la comunista. […] La perentorietà della messa al bando dal civile consesso dell’ultima incarnazione, in ordine di tempo, dei nemici del genere umano è tale da avvalorare l’impressione che sul terreno della scuola pubblica non ci sia più spazio ormai per una comunità che non sia eterodiretta e pronta a conformarsi alle direttive dei centri di potere (p. 44).

Della ‘comunità educante’ così (fra)intesa sono parte le famiglie, diventate agenzie sindacali del diritto dei figli all’ignoranza. Il «familismo cognitivo» del quale parla Davide Miccione reclama – con aggressioni, intimidazioni e ricorsi – che i propri figli siano sempre premiati, promossi, sostenuti, anche e soprattutto quando non studiano, non capiscono, non si impegnano, disprezzano gli insegnanti e i libri. E dunque «fuori dai luoghi comuni e dal politicamente corretto, è necessario dire come il vero grande nemico della formazione degli studenti siano oggi le famiglie: famiglie disastrate di genitori disinteressati al profitto scolastico, maggiormente pronti a comprare cellulari che libri di testo, pronti a rivendicare diritti per i loro rampolli e mai a insegnare i doveri. I genitori, consapevoli o meno, costruiscono il fallimento umano dei loro figli perpetuando quest’Italia perennemente stracciona anche qualora sia benestante» (Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo, LetteredaQALAT, Caltagirone 2022, p. 83).

Amare e plausibili le analisi di Mazzoli e Miccione. E tuttavia il bisogno di libertà degli esseri umani è pari almeno al loro impulso verso la servitù volontaria. Lo stupore dal quale nascono e rinascono ogni volta e di continuo gli interrogativi che generano la critica e il sapere è pari almeno al conformismo delle istituzioni. Un docente, un insegnante, un professore che torni a essere un bambino limpido e stupefatto, capace di dire ai suoi alunni – come nella favola – che il re è nudo, distrugge con questo solo gesto la menzogna e rende davvero educante la comunità nella quale opera.

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lunedì 4 settembre 2017

Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo – Davide Miccione














Davide Miccione, professore universitario, fa un'analisi dell'ignorante ipermoderno.
a partire dalla sua esperienza con gli studenti, ascoltando qualche castroneria, generalizza la figura dell'ignorante ipermoderno.
chi non l'ha mai incontrato?
non sono solo i giovani, ma anche gli adulti, che ormai senza vergogna si vantano di non sapere (povero Socrate, lui sapeva di non sapere).
i nostri rappresentanti politici rispecchiano gli elettori, ogni volta che parlano è un dramma, sia per la lingua italiana, sia per i contenuti.
Miccione cerca di capire quando questa ignoranza è stata sdoganata, ormai è strabordante, la tv la mostra ogni momento, è la regina della tv.
anche la scuola fa la sua parte, nella diffusione dell'ignoranza, e i danni si vedono e si vedranno una generazione dopo; un tempo bisognava sapere e avere una cultura generale, utile per ogni sbocco lavorativo, adesso importa saper fare, e l'addestramento al lavoro, ogni studente dovrà lavorare 43 anni almeno per uno straccio di pensione, togliamolo dai banchi un po' di mesi per assaggiare l'impresa, e in più lasciamolo un anno in meno a scuola, che evidentemente serve a poco.
l'ignorante ipermoderno si forma da giovane, noi siamo avanti nella formazione.




L’estraneità ai libri, vissuta un tempo come umiliazione sociale, oltre che come discriminazione culturale, si trasforma in un vanto. “Chi non ha letto un libro negli ultimi anni?” è una domanda che una volta avrebbe messo a disagio. Oggi fanno a gara per alzare la mano. Spesso le loro facce sono un avallo, autorevole quanto convincente, delle loro scelte. Se devono spiegarsi, possono arrivare fino a tre errori in una sola frase, farfugliata con una ostinazione degna di miglior causa. Ma non è un problema di istruzione. Ho sentito neolaureati giulivi, in una indagine settoriale, dichiarare con fierezza di non leggere mai nessun classico, di nessuna epoca.
(Giuseppe Pontiggia)  (p.22)

Vi è anche l’esorbitante tendenza a esportare, senza alcuna riflessività epistemologica, idee e luoghi comuni di ordine tecnico, economico, manageriale, di psicologia applicata in ambiti che rispondono (rispondevano, risponderebbero) ad altri criteri e altri valori. Non è solo italiana, ad esempio, l’idea che le abilità tecniche e le competenze immediatamente spendibili siano ormai  immensamente più importanti ella cultura generale. Con ciò, oltre a non porsi la domanda su quali enormi costi per la nostra civiltà possa avere la scomparsa di un’idea di formazione culturale sostituita dalla ricerca di mere competenze, si postula tragicamente e inconsapevolmente (giacché la consapevolezza appartiene a quel mondo ormai obsoleto)come unica valida un’idea di società in quanto macchina produttiva e di individui come mezzi, il cui senso è dato dall'essere idonei a portarla avanti. (p.62)


In senso estensivo gli intellettuali sono coloro che mantengono in vita la civiltà umana occidentale come siamo abituati a pensarla da secoli, cioè un luogo dove si crea e si fruisce arte visiva e musicale, letteratura…questa società di “intellettuali” nel senso esteso che stiamo adottando, dovrebbe ormai coincidere con l’uomo contemporaneo occidentale. Al contrario essa appare in Italia assai ristretta. (p.115)



QUI il primo capitolo del libro




…L’autore indica le cause di quest’odierna “catastrofe antropologica” nelle discutibili scelte politiche su scuola e università fatte in Italia negli ultimi vent’anni, evidenziando il dato scandaloso legato alla persistenza di elevati indici di dispersione scolastica: nelle regioni meridionali, ancora nel 2009, due ragazzi su dieci abbandonano precocemente gli studi. E poi, anche se scolarizzati, più del 70% degli italiani non comprende un semplice testo. Inoltre, d’accordo con Raffaele Simone, Miccione sottolinea il “radicale mutamento delle modalità di attingimento cognitivo (visione vs.lettura, multitasking vs.concentrazione)”, come ulteriore significativa concausa dell’ingrossamento del “sottoproletariato cognitivo”; nella consapevolezza, comunque, che non sono solo italiane “la crisi delle istituzioni formative e la renitenza delle masse alla cultura (…), il consumo ossessivo di televisione (…), l’invasione delle tecnologie informatiche e il loro ossessivo utilizzo simultaneo a quasi ogni altra azione della vita”, “l’idea che abilità tecniche e le competenze spendibili siano ormai immensamente più importanti della cultura generale (…) e l’idea di società in quanto macchina produttiva e di individui come mezzi”.
Il testo ci riconduce quindi alle cause politiche del fenomeno: il trionfo dell’ignoranza è stato senz’altro favorito dalla “lumpendestra” (la destra stracciona) “populista, emotivista, ‘ipnomediatica”, oltre che dalla visione imperante di un“consumerismo ipermoderno che pone il consumatore e il consumo e non il cittadino o il lavoratore al centro della realtà.”
E la sinistra? Dimenticata forse l’incompatibilità tra ignoranza e vita democratica di uno stato, tace o collude: “l’idea di un mondo dove (…) governanti e governati possano scambiarsi di posto, un mondo dove si prova a uscire e a far uscire ogni cittadino dalla minorità, è un sogno che nessuno è più interessato a sognare”. Leggere Lumpen Italia, testo davvero illuminante e ‘profetico’, risulta allora indispensabile per chi voglia interrogarsi sui perché dell’ignoranza dilagante e fare qualcosa per un’urgente e necessaria inversione di tendenza, prendendo spunto anche dalle cinque proposte elencate da Miccione per “iniziare a desottoproletarizzare l’Italia” . Perché, per  dirlo con le splendide parole di Pasolini citate nel testo a pag.18: “Chi protesta con tutta la sua forza (…) contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama gli uomini in carne e ossa.” 

Ci sono libri che un cittadino riflessivo non dovrebbe ignorare. Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo (Ipoc, Milano 2015) di Davide Miccione è uno di questi. Come spesso accade per i testi ‘necessari’, il bibliotecario avrebbe difficoltà a collocarlo in un settore disciplinare: esso infatti si occupa di tematiche solitamente affrontate da varie angolazioni (dalla sociologia alla pedagogia, dalla politica alla psicologia sociale), anche se si tratta essenzialmente di un’opera filosofica. Non tanto perché l’autore è uno dei più originali (e meno valorizzati) pensatori del panorama italiano contemporaneo, quanto per la mossa che ha dato vita al libro: puntare il dito su un dato talmente evidente da non essere più considerato nella sua estensione né nella sua gravità. Il dato è la sottoproletarizzazione cognitiva della popolazione italiana. Trasversalmente rispetto agli strati socio-economici, si registra un impoverimento non solo delle nozioni ritenute un tempo patrimonio comune dei cittadini adulti istruiti, ma - ciò che più preoccupa – della curiosità di capire come funziona il mondo. In sovrappiù, cresce la fierezza della propria ignoranza e della propria nolontà di conoscere. La povertà intellettuale è arrivata al punto non solo di non riconoscersi come tale, ma addirittura di interpretarsi come ricchezza.
In una prima parte del volume Miccione traccia una sorta di “fenomenologia dell’ignorante ipermoderno” attraverso sia l’osservazione personale sia gli studi di specialisti (come Graziella Priulla, autrice de L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del Paese, o Tullio De Mauro, autore de La cultura degli italiani ). Gli elementi per ricostruire l’identikit di questo nuovo Lumpen sono ricercati nelle aule universitarie e scolastiche prima, fuori dalle istituzioni deputate alla formazione delle generazioni più giovani dopo. Nonostante sia impossibile in questa ricostruzione non sorridere davanti a certe perle (come l’aspirante scrittrice che sogna un futuro costernato di successi letterari), la tonalità emotiva è di seria mestizia: che prospettive di progresso effettivo si aprono a una popolazione in cui l’omologazione culturale è avvenuta non mediante il riscatto degli sfavoriti, bensì il degrado dei privilegiati?
Il quadro dello sfascio del sistema formativo sarebbe abbastanza preoccupante da solo, ma uno sguardo ai risvolti politici “nelle piazze” lo rende – se possibile – ancor più tragico…

Un libro profetico, quello di oltre trent’anni fa di Marcello d’Orta, Io speriamo che me la cavo. Come tutti i grandi libri esso non costituiva solo la diagnosi, la presa d’atto di una catastrofe avvenuta, ma indicava una strada, il futuro sviluppo cui inevitabilmente si sarebbe andato incontro seguendo l’andazzo delle politiche educative sinora attuate. Detto fatto: l’ignoranza che lì era il frutto del proletariato economico e del sottosviluppo civile, il carattere di settori marginali della società, che non riuscivano a liberarsi attraverso l’acculturazione dalla propria condizione di minorità ma che avrebbero voluto farlo se ne avessero avuto le possibilità, è ora diventata una condizione diffusa, che si è trasmessa a tutti i gangli della società, alti a bassi, medioborghesi e proletari, sino a raggiungere le “cime abissali” della politica. Ma ora si è affermata una nuova figura di indigenza cognitiva, quella propria dello “ignorante ipermoderno”, di chi antisocraticamente “non sa mai di non sapere”, non si acccorge neanche di essere ignorante e scambia il proprio digiuno culturale per la massima realizzazione del sapere…
…L’ignorante ipermoderno nelle sue modalità di interazione sociale e politica con l’ambiente che lo circonda, cioè in quanto elettore e cittadino, assume la funzione di un nuovo tipo di sottoproletariato, impossibile da redimere. Incapace di perimetrare il reale attraverso una sua conoscenza adeguata, questo nuovo sottoproletario cognitivo è ormai per le classi dirigenti massa di manovra, manipolabile con i mezzi di comunicazione maggiormente diffusi (ancora oggi il 75% della popolazione italiana si informa solo attraverso la televisione). Ma esso non è più collocabile solo alla periferia della società, tra i diseredati – come il sottoproletariato marxiano – ma piuttosto si incarna in molteplici epifanie sociali, perché sta ad indicare quella parte della società nella quale impera l’assoluto rifiuto di qualsiasi perfezionamento personale, la celebrazione della propria nativa e inestinguibile ignoranza, l’esaltazione del sé come puro consumatore di beni. Ormai questi lumpenproletari li troviamo ovunque: tra i marginali delle periferie, nella media borghesia, nelle classi professionali, tra i politici (e si potrebbero fare nomi celebri), tutti accomunati e ammaliati dagli stessi armamentari visibili: «rapporto faticoso con le norme di ogni tipo, titoli di studio non meglio specificati o raccattati nei sottoboschi mercenari dell’istruzione, passione per i segni visibili del lusso (suv, donne vistose sottobraccio eccetera), disinteresse a tutto ciò che non sia solo materiale (diritto, religione, letteratura, arte)»…