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domenica 20 marzo 2022

I difensori della fortezza Bastiani - Giovanni Fioravanti

 

Ormai la letteratura sulla crisi del nostro sistema scolastico è sterminata, ognuno ne analizza le cause da diverse angolazioni ma la conclusione è sempre la stessa, la nostra scuola resta la “grande disadattata” di cui scriveva Bruno Ciari negli anni ’70 del secolo scorso. Istat, Invalsi, Ocse e tutti i rapporti di Education at a Glance ormai da decenni denunciano i mali di cui soffre il nostro sistema formativo a cui mai nessun governo ha però pensato di porre seriamente rimedio.

La macchina dell’istruzione, oggi, contro le sue intenzioni, è diventata un formidabile amplificatore delle diseguaglianze. Per saperlo non avevamo certo bisogno del tempismo editoriale della Nave di Teseo che in occasione del salone del libro di Torino, pubblica Il danno scolastico, con il sottotitolo significativo: “La scuola progressista come macchina della diseguaglianza”. Opera a quattro mani del sociologo Luca Ostillio Ricolfi e signora, l’ex professoressa Paola Mastrocola.

Una operazione commerciale che porterà vantaggio alle casse della casa editrice, ma che nulla aggiunge alle riflessioni necessarie per risollevare dal disastro il sistema formativo del nostro paese. Anzi, i topos sono sempre gli stessi di quella cultura nostalgica che non riesce a distogliere gli occhi dal passato e che non sa guardare avanti.

La rovina della scuola avrebbe avuto inizio nel lontano 1962 con il governo Fanfani IV e con Aldo Moro ministro dell’istruzione.  Da lì nascerebbe il vulnus della scuola media unica, quella senza latino, vulnus alla scuola severa e rigorosa, alla scuola delle bocciature, alla scuola dei maestri e dei professori di una volta (per non parlare della zia Ebe di Ricolfi), quelli che erano autentici formatori, di cui si è persa ogni traccia. Poi è stato tutto un precipitare attraverso il ’68, don Milani e Barbiana, l’abolizione del maestro unico, Luigi Berlinguer fino ai giorni nostri, senza salvare nulla e nessuno.

Tutto questo si vuole ora dimostrare, fornendo i dati della ricerca sociologica. Viene il sospetto che i nostri autori in questi anni abbiano vissuto dentro la bolla delle loro convinzioni, senza mai affacciarsi fuori per cui non si sono accorti che ben altri dati assai drammatici andavano disegnando lo stato critico del nostro sistema formativo. Così nell’intervista rilasciata al Giornale in data 15 ottobre, il sociologo Ricolfi si dimostra disarmato, la china è talmente scesa in basso che è impossibile risalirla, sostiene, ormai  non resta altro che lo strumento della provocazione.

È che la scuola progressista non c’è, non c’è mai stata, la vedono solo Ricolfi e sua moglie nelle loro allucinazioni. Di Barbiana ce n’è stata una sola e la scuola statale ha continuato a funzionare inalterata nel suo impianto che risale ai tempi della legge Casati e della riforma Gentile. Con i licei, gli istituti tecnici, fino agli istituti professionali ricettacolo di ogni fallimento scolastico e sociale. Un convivere di vecchio e nuovo, con il vecchio che non è mai scomparso e il nuovo che non è mai diventato nuovo. La scuola dell’ibrido, organizzata per ordini, direzioni, cattedre, discipline e scrutini, radicata nel passato ma sempre precaria come il suo personale.

Del resto lo stesso Ricolfi (docente universitario) lo riconosce implicitamente, quando sostiene che: “Però ci sono delle regolarità: se uno studente prende un voto alto, ma non 30 e lode, posso solo indovinare che quasi certamente non ha fatto né il liceo sociopsicopedagogico né il liceo linguistico. Se prende 30 e lode, invece, vado a colpo sicuro: ha fatto il classico”.

È vero che la nostra scuola dell’inclusione, grande conquista degli anni ’70, non è in grado di colmare gli svantaggi, che il successo formativo è ancora un fallimento, perché spesso alle promozioni non corrispondono le competenze. Ma le cause non sono quelle sostenute da Ricolfi e Mastrocola, non sono dovute a una classe docente non più severa perché sopraffatta dalla cultura progressista e dai suoi slogan: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”, il “diritto al successo formativo” che hanno trovato negli studenti e nelle famiglie (nonché nei media) un terreno fertilissimo su cui prosperare”. Le cause sono la povertà storicamente cronica delle nostre scuole, lasciate senza risorse per combattere gli svantaggi, per consentire i recuperi, per lottare contro la dispersione, per garantire la formazione continua degli insegnanti. Risorse finanziarie, umane, di mezzi, di strutture e di spazi a causa di quella stessa cultura dei Ricolfi e Mastrocola che ha governato il paese per oltre vent’anni, dalla Moratti alla Gelmini, anche loro però accusate dai nostri autori di aver ceduto al virus del progressismo educativo. Ognuno ha il suo deserto dei Tartari, la sua fortezza Bastiani da presidiare.

Infatti l’ipotesi della scuola progressista dannosa in quanto produttrice di diseguaglianze, la cui dimostrazione Paola Mastrocola affida ai dati della Fondazione Hume del marito Ricolfi, ha un solo obiettivo, sempre quello: dimostrare il fallimento della scuola statale.

Per gli autori, la scuola dello Stato è alla deriva, ormai non è più recuperabile. Non resta che la soluzione prospettata vent’anni fa, nel lontano febbraio 2001, da Giuseppe Bertagna, Dario Antiseri e Ferdinando Adornato tra i sottoscrittori dell’Appello per la scuola della società civile: “Una scelta decisiva e non più rinviabile …consiste nell’abbandonare il modello statalista ancora dominante nel nostro Paese, per fare spazio ad un nuovo assetto fondato sulle espressioni più vive e dinamiche della società civile. In tal senso va favorito il passaggio del sistema dell’istruzione e della formazione da organismo dello Stato a strumento a servizio della società civile”.

Pare però che in tutti questi anni i nostri intellettuali si siano dileguati e, in buona compagnia di Ricolfi e Mastrocola, non si siano accorti che siamo entrati in un secolo del tutto nuovo e che le loro ricette della nonna o della zia per i nostri figli non sono buone neppure per farci un solo giorno di scuola.


Docente, formatore, già dirigente scolastico, Giovanni Fioravanti vive a Ferrara. Un archivio dei suoi articoli è consultabile in questo link. Il suo ultimo libro è Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza (Armando ed.), di cui è possibile leggere un paragrafo qui: La scuola e il respiro del quartiere.

Pubblicato su ferraraitalia.it (con il titolo completo Scuola: gli ultimi difensori della fortezza Bastiani) e qui con il consenso dell’autore.

da qui

lunedì 27 febbraio 2017

Io, l’altro e il pensiero critico - Giovanni Fioravanti


E se la rete fosse una ragnatela in cui restano imbrigliate le nostre solitudini, i nostri Io privati dei Tu che rendono significativa la nostra esistenza? È la suggestione che ci offre Lamberto Maffei, già professore emerito di Neurobiologia alla Normale di Pisa e attuale vicepresidente dell’Accademia dei Lincei, autore, dopo l’Elogio della lentezza, dell’Elogio della ribellione, edito da il Mulino.
È la solitudine a minacciare il nostro cervello troppo connesso, che rischia di perdere gli stimoli fisiologici dell’ambiente, del sole, della realtà palpitante che ci circonda. La rete virtuale che ha soppiantato la rete sociale. Dov’è l’uomo, ci sarebbe da chiedersi con Diogene, in questa epoca dominata dalla tecnologia e dalle macchine. Cosa resta all’uomo per non perdersi? Per Maffei la risposta è chiara: il cervello. Quel dono straordinario e speciale che tutti noi abbiamo ricevuto dall’evoluzione, un grande cervello che può pensare, parlare, ascoltare. Perché, dunque, non usarlo?
La grande ribellione oggi consiste nell’uso tenace delle facoltà del nostro cervello, nella possibilità che questo meraviglioso organo ci serva per ragionare. Al suo Galileo, Bertol Brecht fa dire:
“Credo nell’uomo e questo vuol dire che credo nella sua ragione! Senza questa convinzione non avrei, al mattino, la forza di alzarmi dal letto”.
Di fronte alle ingiustizie intollerabili del mondo che fanno coesistere zio Paperone accanto ai miserabili nella generale indifferenza, occorre continuare a credere che con il nostro cervello, capace di razionalità, potremmo cambiare il mondo in meglio, il nostro stare su questa terra, dandogli un minimo di senso e di dignità.
Il sapere, la scienza, scrive Maffei, fanno paura perché tendono ad essere veri. Per questo la conoscenza e un cervello critico sono fondamentali per la realizzazione di una società più giusta.
La ribellione sociale non può e non deve essere espressione della parte emotiva del cervello o del cervello rapido, più istintuale, che decide senza considerare tutte le variabili della situazione. La libertà come la ribellione devono essere la manifestazione del cervello lento, della razionalità, del cervello del tempo e del linguaggio, del colloquio con l’altro. Del cervello che si fa sociale, del cervello che necessita dell’incontro con l’altro, del dialogo, dello scambio.
Conoscere sé stessi e gli altri e i limiti della nostra libertà è la base di ogni etica. Io sono io con la mia identità, il mio colore della pelle e la mia storia personale, ma da solo non sono nessuno. Come ci ricorda il filosofo Ricoeur, la nostra identità è narrativa, e questa narrazione può nascere solo perché presuppone l’incontro con l’altro, perché è scritta a più mani. È solo la reciprocità delle narrazioni a disegnare l’identità di ciascuno, ma ciò porta con sé il sentirsi parte della realtà che ci circonda.
Non siamo le monadi solitarie nell’universo della rete, ma individui collettivi. L’altro come noi in cui rispecchiarsi per vedersi, non individui soli, ma un’idea rivoluzionaria, una rivolta pacifica fondata sulla comprensione e la razionalità.
Un cervello critico deve guardare al futuro in modo progettuale, ma prima di proporre cambiamenti deve esplorare sé stesso guardandosi nello specchio dell’altro per scoprirsi, per capirsi. Stendere la rete della conoscenza per mezzo del colloquio con il prossimo, con il desiderio del sapere e di condividere i pensieri, unire i propositi per formare un cervello collettivo che si muova in rivolta.
Se l’obiettivo è quello di formare cittadini critici, che non ascoltino passivamente gli ingannevoli messaggi dei mercati e dei politici di carriera, che imparino che ubbidire può essere una forma di pigrizia, quando non di vigliaccheria, lo stimolo adeguato è indubbiamente l’educazione all’uso del proprio cervello.
Un’educazione che può realizzarsi prima di tutto nella scuola. Una scuola che miri alla sapienza più che alla conoscenza, alla formazione più che alla informazione.
L’unica arma vera che ci resta è, dunque, il nostro cervello, ma un cervello che sia aperto, ricordando un vecchio motto caro anche ad Einstein:
“Il cervello è come un paracadute, funziona meglio quando è aperto”.