L'una, Mareya Bashir,
procuratrice generale a Herat. Il governo le ha appena assegnato la
cittadinanza italiana, per l'impegno a difesa delle donne afghane.
L'altra, Adelina, dal marciapiede alla lotta contro la tratta di giovani donne
schiavizzate. Il rifiuto ottuso della cittadinanza l'ha spinta al gesto estremo
Due donne. Il caso le ha messe insieme, nel giro di poche ore, e il caso ha
una malignità incomparabile con quella degli umani più cattivi. Una donna è Adelina 113, nome di copertura di Alma Sejdini, nata a
Durazzo nel 1974, morta suicida giù dal Ponte Garibaldi, a due passi
dal ministero della Giustizia – non ci avrà nemmeno pensato. L’altra donna è Mareya Bashir, nata a Kabul nel 1970, già
procuratrice generale a Herat durante la presenza militare italiana.
A Bashir il governo ha appena assegnato la cittadinanza italiana,
riconoscimento a un impegno strenuo a difesa della vita e
della dignità delle donne afghane, a rischio continuo della sua vita. Ad
Adelina le autorità italiane, che si erano valse da vent’anni del suo coraggio
per colpire duramente la tratta di giovani donne schiavizzate e prostituite,
avevano appena dato un foglio di via da Roma, e un rifiuto ottuso della
cittadinanza. La cittadinanza che avrebbe fatto di lei, gravemente malata,
invalida e indigente, “la persona più felice del mondo”.
La cittadinanza a Mareya Bashir (Maria, la chiamavano i nostri) è un atto
che onora l’Italia. Nel 2014 l’Università di Sassari, la città che dà il nome
alla brigata, le aveva dato la laurea ad honorem. L’avevo incontrata l’anno prima a Herat, e raccontata così: “Maria
Bashir è a capo della procura di Herat. Si guadagnò ammirazione e odio nel 2005
indagando il marito-padrone di Nadia Anjuman, poetessa uccisa a 25 anni. A
Herat spose bambine e giovani violate si danno ancora fuoco, o si impiccano. La
nostra, dice, è la condizione di chi
passa dal buio alla luce. Bisogna abituare gli occhi. Abbiamo vissuto una
interminabile guerra intestina, subìto governi che schiacciavano le donne, ne
spegnevano la voce. Mi chiede del reato che va sotto il nome di prostituzione:
nel codice penale un rapporto sessuale a pagamento viene punito, e purtroppo
anche fra due persone non sposate consenzienti. È la legge, poi c’è la nostra
ragionevolezza. Abbiamo da 8 mesi un ufficio per le violenze
domestiche, abbiamo mandato a processo 168 uomini. C’è una
forte preoccupazione per il 2014 (quando era annunciato il ritiro della
forza internazionale, nda) soprattutto per donne e bambini. Io continuo a
meravigliarmi di trovarmi in questo posto. Mi riempio di farmaci mattina e
sera, ieri ero attaccata a una flebo, subisco pressioni pesantissime. Due
giorni fa ho fatto arrestare un notabile per corruzione, ieri mi ha chiamato
l’uomo più potente di Herat e mi ha intimato di rilasciarlo entro le 10 di
questa mattina, ha chiamato il governatore, il capo della polizia, tutti. Ha
minacciato di far assediare il palazzo. Le cose che mi impegnano di più sono il
narcotraffico, la corruzione, la mafia delle costruzioni, i sequestri. Come
sono arrivata qui? Grazie ai miei genitori. Mia madre era un’insegnante di
sartoria, ora sta in casa perché non vede più, prega per me. Mio padre dirigeva
una banca. Ero la primogenita di una famiglia educata. Ho tre figli, una studia
in Italia. Dice che gli italiani hanno lavorato bene, in particolare per donne,
scuole, sanità. ‘La differenza, oltre alla cordialità, sta nel disinteresse. I
loro aiuti non hanno un secondo fine’”.
Splendida storia. Leggo che la ministra Cartabia
si è specialmente adoperata per il suo esito, e che la signora
Bashir ha detto che grazie all’Italia si sente al sicuro, e capace di
continuare il suo impegno.
Non è un caso che a descrivere il diavolo e la sua coda si sia scelto di
sostantivare l’aggettivo: “il Maligno”. Adelina era
stata una protagonista della giustizia, dal marciapiede sul quale
l’avevano gettata, violata, torturata, i suoi rapitori. Aveva fatto arrestare decine di
farabutti, albanesi e italiani. Aveva trovato un ruolo di spicco nella vita
pubblica. Convegni, persone delle forze dell’ordine, programmi
radio e televisivi avevano raccolto le sue opinioni – scettiche sulla libertà
di prostituirsi, convinte della necessità di punire i “clienti”, complici
consapevoli. Chiedeva una carta d’identità su cui non
fossero più stampate le x dell’apolide e tanto meno il ripristino della
nazionalità “albanese” che ne avrebbe segnato rimpatrio e condanna, e che le è
arrivato. La sua storia, le sue lettere, gli appelli, stavano sui
tavoli del Quirinale, del Viminale, delle questure, del Parlamento – in cui era
stata accolta a parlare lei di ciò di cui era esperta. Si è ammazzata così
penosamente, pateticamente, con una sciarpa tricolore al collo, avvertendone
via Facebook, dopo aver abbandonato un ospedale, pochi giorni dopo essersi data
fuoco davanti al Viminale. Una creatura, quanto allo stato, sola, disturbata,
che disturbava.
Due donne, due cittadinanze. E la mano maligna che pesa sul piatto della
bilancia su cui sta la cittadinanza mancata.
Il primo ambasciatore italiano in
Kosovo è stato l’unico nella storia destituito dal ministero degli Esteri
italiano, una misura simile alla degradazione e alla fucilazione pubblica.
Ora assolto dall’imputazione di associazione a delinquere, “perché il
fatto non sussiste”
Il succo della storia è in questo
contrasto romanzesco: l’ambasciatore Michael Giffoni,
conosciuto da vicino, a lungo e sul campo – minatissimo, della Bosnia – era un
campione di dedizione alla propria missione e di altruismo, oltre che di studio
ed educazione; Michael Giffoni è stato l’unico ambasciatore
destituito dal ministero degli Esteri italiano, una misura spettacolarmente
simile alla degradazione e alla fucilazione pubblica. Il romanzo di quest’uomo
ha toccato un capitolo spasmodicamente atteso lunedì, quando un collegio del
tribunale di Roma composto da tre giudici, tre donne, ha pienamente assolto
Giffoni dall’imputazione di associazione a delinquere, “perché il fatto non
sussiste”, e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, “perché il fatto
non costituisce reato” (ne ha
dato qui notizia Maurizio Stefanini).
La vita è strana, al punto che quando ho
letto ieri un articolo sulla sentenza e sulla reazione – un pianto dirotto – di
Giffoni, 57 anni, sul Corriere della Sera per la penna di Francesco Battistini,
vecchio e amaro come sono, ne sono stato emozionato come un bambino. Il fatto è
che il calvario di quest’uomo è durato finora sette anni,
e i sette anni non sono bastati a invogliare l’informazione a occuparsi di lui
– con eccezioni minime che dirò. Eppure era un caso clamoroso, e unico, ripeto.
Non era mai avvenuto, e tanto meno per una negligenza nei controlli, per di più
in un incarico e un territorio estremamente ardui come il Kosovo del Dopoguerra
civile. Alla Farnesina i diplomatici, anche di un rango molto maggiore,
possono esser colti con le mani nel sacco, e la conseguenza più severa è un
tacito accordo per dimissioni e passaggio ad altre lucrose professioni. Attorno
a Giffoni si è così fatto il vuoto: scomparsi gli amici, ferita la famiglia,
azzerato il reddito – nessuno dà un lavoro a un ambasciatore radiato per
indegnità. Sono arrivate le malattie, molte, gravissime, la tentazione di
cedere, la decisione di resistere: per – e con – un figlio oggi dodicenne, una
madre molto anziana, e un senso antico del proprio onore.
Dopo aver impegnato gli anni 90 nella
Bosnia di Sarajevo e Srebrenica, poi alla guida della task-force per i Balcani
dell’Alto rappresentante per la Politica estera Ue Javier Solana, e alla
direzione dell’Unità per il Nord Africa alla Farnesina, dal 2008 Giffoni era
stato il primo ambasciatore d’Italia in Kosovo. Nel 2013
si era accertato un traffico di visti e permessi di soggiorno nell’ambasciata
di Pristina, condotto da un impiegato cui Giffoni aveva dato fiducia, figlio
dell’Ibrahim Rugova dalla specchiata reputazione di “Gandhi kosovaro”. Ne
venne, in Kosovo, un processo penale per il quale la procura escluse ogni
responsabilità dell’ambasciatore: Giffoni non fu mai nemmeno sentito in qualità
di testimone. In Italia, viceversa, la sospensione dal servizio (ministro,
purtroppo, Emma Bonino) e poi la pena capitale, la cacciata (ministro
Mogherini). Passarono molti ministri: Gentiloni, di cui tendo a pensare che conoscesse
i fatti e la tempra di Giffoni, e via via gli altri. Intanto, per due volte il
Tar annullò il provvedimento ministeriale e per due volte fu ignorato, fino a
che il Consiglio di stato decretò che la sospensione durasse fino a un
pronunciamento giudiziario. Solo allora la pratica ministeriale si trasferì
alla procura, e quattro anni dopo è venuta la sentenza.
In
questi anni ne ho scritto io, che sono malfamato ma esprimo opinioni e
sentimenti sarajevesi, di giornalisti e di cittadini, fervidi e angosciati per
la vicissitudine di Giffoni; Luigi Manconi, che ha
presentato interrogazioni parlamentari ottenendone risposte incresciosamente
evasive; Lorenzo Peluso, inviato in Afghanistan e cronista salernitano (nato
a New York, Giffoni è cresciuto a Teggiano), e poco più, ammesso che ci sia
qualcosa di più. Le competenze e la passione internazionali di Giffoni hanno
trovato raro spazio nelle pubblicazioni dell’Ispi, presso la Fondazione Langer,
nella rivista mensile Una città (nel marzo 2021 un lungo colloquio sul Kosovo
con Bettina Foa e Edi Rabini, lo raccomando). Quanto al lunario, esauriti i
risparmi, ha vissuto in paese, della pensione materna, salvi i pellegrinaggi
romani di messo al bando e imputato.
Anni fa avevo scritto qui: “È stato un
caso di giustizia ‘esemplare’ per linee interne, che ha rischiato già di
annientare la resistenza fisica e morale di un uomo bravo, e che dà
l’impressione terribile di una combinazione fra irresponsabilità e rigore.
Estremi ambedue”. In una di quelle ignave risposte
sottosegretariali si diceva che “l’amministrazione degli esteri
continuerà a valutare la questione, sempre nel rispetto della normativa vigente
e a tutela dei fondamentali princìpi di buon andamento ed imparzialità”. Alla
Farnesina c’è oggi un ministro che ha dalla sua un’età giovane e, immagino, un
desiderio di imparare. Forse avrà voglia di scorrere la pratica Giffoni, e
vigilare che si concluda com’è giusto, finché ce ne sia il tempo. La sentenza
romana può riabilitare molte persone, molte istituzioni.
Per precisare, intanto, che Emma Boninosi
limitò a firmare la sospensione cautelare nei suoi confronti, sulla base di
un’inchiesta di Eulex, la missione europea in Kosovo; di lì a poco Bonino fu
sostituita al ministero dal nuovo governo presieduto da Renzi e deciso a
rinnovare tutto, o almeno a darne l’impressione. La ministra subentrante, Federica Mogherini,
firmò la destituzione, che stava alla prima misura come una condanna capitale a
un’apertura d’indagine. A differenza di Bonino, se non
fraintendo, Mogherini non ha creduto di dire una parola sugli sviluppi della
vicenda. È lecito dubitare che, promossa allora così impetuosamente a un
incarico tanto rilevante, non avesse voluto obiettare a un provvedimento di
giustizia (voce del verbo giustiziare) esemplare promosso dalla dirigenza
ministeriale, o se ne fosse addirittura compiaciuta.
Qui
veniamo al ministero, che ha creduto
di pubblicare un comunicato (si legge su Huffington Post) sulla “dolorosa vicenda
personale e professionale del Consigliere d’Ambasciata Michael Giffoni”
che sostiene: “Le ragioni che furono alla base del provvedimento
amministrativo, e che ne determinarono la destituzione dal servizio, non
riguardano l’oggetto dell’azione penale e non hanno dunque a che vedere con il
reato di associazione per delinquere o quello di favoreggiamento
dell’immigrazione clandestina dai quali egli è stato assolto, nel primo caso
perché il fatto non sussiste e nel secondo caso perché le condotte accertate
non costituiscono reato. Ciò è confermato dal fatto che l’Amministrazione non
ha mai accusato Giffoni di alcun reato”. Direi che non è vero. Giffoni fu sospeso, e poi destituito,
invocando a suo carico “elementi emergenti e convergenti di sua diretta
responsabilità, anche con riferimento ai profili di dolo e colpa grave”. Il
ministero era del resto costituito parte civile nel processo penale.
Il ministero non ritiene poi di menzionare la madornale differenza di trattamento fra la
singolarissima radiazione di Giffoni e la pletora di casi di diplomatici,
ambasciatori e no, la cui corruzione ammessa e provata negli stessi tribunali
non si è mai guadagnata una simile esemplare severità, ed è
stata viceversa liquidata in camera caritatis. In simili casi il danno di
immagine al ministero e al buon nome dell’Italia presso interi popoli è stato a
volte clamoroso. Lo riscrivo con cognizione di causa.
La vanità della
giustizia dietro l’assurda sentenza (suicida, o peggio) sull'ex sindaco di
Riace
Che sciocchezze si dicono sulle sentenze.
“Non si commentano!” – figurarsi. Poi succede davvero che paiano
incommentabili, che lascino, a tutta prima, senza parole. Bastonate fra capo e
collo, da tramortire. Forse, ci si dice, bisogna smettere con la pretesa di
capire. Forse sforzarsi di capire è un cedimento all’assurdo, gli restituisce
una razionalità. Eravamo stati sbalorditi dall’oltranza di una pubblica accusa che aveva preteso
per Mimmo Lucano una condanna a 7 anni e 11 mesi – 8
anni, insomma, addolciti come i prezzi al mercato: 7 euro e 99 centesimi. Poi
il presidente ha letto, prima le singole tariffe, poi il totale: 13 anni e 2 mesi.
Poco dopo era già su YouTube, guardavo l’uomo che leggeva, chissà che la fisionomia, il taglio dei
capelli, desse qualche indizio. Guardavo la giudice donna e quello uomo, gli
altri due del collegio giudicante, speravo di rintracciare dei sentimenti a
latere: si erano trattenuti quattro giorni in camera di consiglio, avranno
almeno avuto dissensi, aspri magari, dopotutto avevano alle spalle non solo
un’opinione pubblica commossa e turbata ma pronunciamenti giudiziari i più
diversi e contrastanti, misure gravi prese e revocate.
Ma i giudici a latere stanno in silenzio
alla lettura della sentenza, e hanno la mascherina, così non traspariva almeno
dalle loro facce un’amarezza, un disappunto – si trattava della vita di un uomo
e delle altre 26 persone giudicate con lui. Mi è balenato un pensiero
risolutivo: è una sentenza suicida. Il diritto ha infatti escogitato
stratagemmi capaci di capovolgerne l’assurdità. Possibile? No, purtroppo no:
dev’essere ancora peggio di così.
Io (e anche voi che non avete termini di paragone strettamente personali) non
fatico affatto a capire, a sentire, che cosa abbia provato Mimmo Lucano mentre gli
leggevano la sentenza, capo d’imputazione dietro capo d’imputazione (otto ne
aveva addosso, un campione di sollevamento pesi: associazione per delinquere,
abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità
ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina). Lo capisco Mimmo,
lo sento, gli sto a fianco, per quel che vale: un po’ vale. Non è su di lui che
mi interrogo, l’ho già fatto da quando questa burrasca si è alzata e l’ha
scaraventato giù dal prestigio che si era meritato con la frazione alta del suo
paesello, e aveva roso d’invidia e di livore i tanti umani troppo umani dai
pomeriggi grigi, offesi dalle classifiche che facevano di Mimmo un eroe in
carne e ossa, e di Riace, il giacimento degli eroi di bronzo, il suo regno. Se
mi propongo nonostante tutto di provare a capire, è sul giudice che devo
interrogarmi, quello che ha letto la sentenza, quello che è stato attento
a raddoppiare la richiesta esosa della pubblica accusa,
ma non esattamente, che sarebbe stato grossolano, 15 anni e 10 mesi, no: 13
anni e 2 mesi, la piccola asimmetria è condizione di grazia.
Si chiama Fulvio Accurso, e io sono un topo di Google, miniera che non
tradisce. Ha 58 anni, è nato a Reggio Calabria, è stato pubblico ministero a
Reggio, giudice e poi presidente della sezione penale a Locri, poi presidente
facente funzione del tribunale fino a febbraio 2021. Allora, dopo una vacanza
di quasi un anno (il precedente era stato promosso a Catanzaro) il Csm vota
all’unanimità per il successore: la giudice Gabriella Reillo, del tribunale di
Catanzaro. Voci locali si levano a denunciare indignate che non un solo voto
sia andato al giudice Accurso, candidato naturale all’incarico che già ricopre
di fatto. La nominata Reillo (altra voce locale) “rinuncia all’incarico,
dimostrando un’enorme sensibilità per la situazione che si stava venendo a
creare, e il Consiglio superiore della magistratura è tornato sui suoi passi
chiudendo questa situazione incresciosa nell’unico modo possibile: quello
giusto”. A maggio Accurso, con la controfirma di Cartabia, è presidente
effettivo del tribunale, nel quale sta guidando da tempo il processo a Lucano
Domenico, ex sindaco di Riace. Le cronache nazionali, intermittenti come
sempre, segnalano una mossa falsa del pm, Michele Permunian, che denuncia in
aula la candidatura di Lucano alle elezioni regionali, a conferma del suo
disegno di sfruttare le supposte malversazioni per la propria ambizione
elettorale (Mimmo Lucano, fuori dal breve confine di Riace, aveva sempre rifiutato
candidature appetitose, compresa quella all’Europarlamento). Qui non si fa
politica, si fa un processo, tagliò corto Accurso, e fece ben sperare.
Ma lasciatemi procedere nell’improvvisato bottino di notizie sull’autore primo
della sentenza che ieri ha tramortito gli italiani (e gli stranieri) non
incattiviti. Nel dicembre 2017 gli studenti del Liceo “Mazzini” di Locri
incontrano nel loro auditorium “il dott. Fulvio Accurso, che ci ha fatto
emozionare, raccontandoci del progetto ‘I colori della Legalità’”. Accurso li
ammonisce a non pensare ai detenuti come a un “noi e voi”, ragazze e ragazzi
visiteranno il carcere e pubblicheranno un giornalino, “Oltre le sbarre”.
L’antefatto, riferisce un conoscente di Accurso, coach di professione, è che
lui “è un uomo di legge, ma anche un artista. Ama dipingere e circondarsi di
musica, colori e bellezza. Il giorno in cui si è insediato ha capito che era
inaccettabile per lui lavorare in locali fatiscenti e degradati, come le
strutture a cui siamo abituati. Nel giro di poche ore Fulvio ha cominciato a
far fiorire le sue idee, proponendo un restauro a ‘costo zero’ per lo stato.
L’idea è stata accolta con entusiasmo dal presidente del tribunale e hanno
aderito con lo stesso fervore il direttore delle carceri di Locri, l’ordine
degli avvocati, l’amministrazione comunale, una compagnia di assicurazioni e
tutto il personale del tribunale. Un’idea geniale, una colletta tra magistrati,
un contributo degli avvocati per i materiali, l’assicurazione che ha coperto i
rischi, il tifo del personale del tribunale e l’opera di quattro giovani
detenuti, tutti a fine pena e su base volontaria, hanno dato vita al progetto
‘I colori della legalità’. Il tribunale di Locri, a seguito di questo progetto,
è stato inserito quale ‘primo tribunale d’Italia tra le best practices del Csm’
per operazioni di tal genere”. Per parte sua, il giudice Accurso testimonia:
“Ho chiesto ai quattro uomini: siete felici?”. “Siamo felicissimi dottore!” (e
il Csm, poi, avrebbe votato all’unanimità l’altra candidata: com’è ingiusta la
vita!).
Sto mettendo in buona luce il giudice Fulvio Accurso? Me ne guardo. E tanto
meno sto ripetendo la cantilena della vita che è chiara e scura. Casomai, nel
nostro caso, si mostrerebbe bianca e nera. Nerissima è la pagina che il
collegio di Locri ha appena firmato sulla pelle del bravo sindaco (e dei
coimputati, troppo trascurati dalle cronache: la compagna di Lucano, Lemlem
Tesfahun, 4 anni e 10 mesi; Cosimina Ierinò, segretaria dell’associazione Città
Futura, 8 anni e 10 mesi; Annamaria Maiolo, presidentessa di Oltre Lampedusa, 6
anni, come Salvatore Romeo e Jerry Tornese, e così via).
La condanna sarebbe stata penosa, salvo che si fosse ridotta al riconoscimento
simbolico che, nell’intento di far bene e supplire all’incapacità di
accoglienza pubblica, Lucano e la sua gente avevano trasgredito regolamenti e
pastoie: come nella vicenda delle cooperative per i rifiuti e i loro favolosi
asinelli. Sarebbe suonata odiosa, perché inutilmente crudele ed esemplare, se
avesse accolto la richiesta della pubblica accusa. Ma la condanna pressoché
raddoppiata non è solo il ripudio del buon senso confrontato con la lettera
della legge, né la severità feroce che respinge come intrusa umanità e buon
senso: è una bravata. Per far riuscire il calcolo, ha dovuto negare agli
imputati, incensurati, le stesse attenuanti generiche, e negare la ovvia
continuazione del reato. Perché? Bisognerà che lo spieghi lui, il giudice, e
immagino che vorrà tenere per sé la stesura delle motivazioni, dopotutto è la
gran festa della sua vita. Ma le motivazioni non basteranno. Dev’esserci
qualcosa d’altro in una simile messinscena della giustizia, in una simile
rivalsa sul suo pubblico tramonto. Sapete che cos’è una sentenza suicida. E’
una sentenza deliberatamente assurda, e assurdamente motivata, per garantirsi
l’annullamento nei gradi successivi. Un inganno vergognoso, di solito
perpetrato per rivalersi da giudici togati e soprattutto dai giudici popolari
dell’assise che abbiano imposto un’assoluzione non voluta dal presidente. Qui,
dove tutto sembra ribaltato, la sentenza sfida l’assurdità a vantaggio
dell’oltranza. Fama del piccolo sindaco, popolarità nazionale, classifiche
internazionali che lo mettono al secondo posto fra i sindaci del pianeta, al
quarantesimo dei cento personaggi più influenti, alla candidatura al Nobel: una
carriera che va schiacciata col doppio della tracotanza. Ha creduto di
“dominare” Riace (così l’accusa) rendendola extraterritoriale, facendosi la sua
propria legge, procurando matrimoni di donne straniere e facendo ripulire il
paese coi somari, fottendosene dello stato. E lo stato gli ha dato
ripetutamente ragione; un gip (nessun lucro, solo superficialità e malcostume),
una volta su due una prefettura (autorità che quando non sapevano dove sbattere
la testa gli mandavano migranti cui provvedere con tanto di ringraziamenti ed
elogi), una volta la Cassazione (che l’ha fatto tornare a Riace), ma quello è
uno stato che periclita. Lo stato sono io, 13 anni e 2 mesi, tredici anni e due
mesi. E lui è Mimmo Lucano, piccolo, percosso, attonito. Non ha intascato un
solo denaro per sé, in tutta questa vicenda, hanno dovuto ammettere. Ma ha
lucrato per la reputazione, per la vanità… Oggi, di sé, dice di sentirsi
finito. Finito Mimmo, è il momento malinconico di interrogarsi sulla
reputazione, sulla vanità, di un giudice, di un collegio di giudici. E il
famoso prepotere delle procure ha avuto anche lui la sua lezione: doppiato,
anche lui.
Riace non c’è più. Il successore di Lucano era ineleggibile, restò appena il
tempo di cancellare un’intitolazione a Peppino Impastato. “Xenia”, hanno
chiamato in procura l’operazione di pulizia etica di Riace. Un fatuo ricordo di
Magna Grecia, di Locri Epizefiri. Disambiguazione: c’è una marca di bibite e
cracker, una nave, un’auto, dei villaggi anglosassoni, un film, una
termoplastica, un nome proprio, un asteroide, una raccolta di epigrammi di
Marziale, una di Montale. “Xenia” erano i cibi che si mettevano nelle stanze
degli ospiti dopo il primo giorno di accoglienza, perché si sentissero come a
casa loro. Pollame, uova, verdura, frutta e altri prodotti della campagna. E
dipinti, che ornassero le domuncolae o le dispense degli ospitati. E’ Vitruvio,
sembra la descrizione di Riace com’era. Come non sarà più. Fiat iustitia et
pereat mundus. Sia fatta giustizia, vada in malora il mondo.
L'Attacco chimico di Halabja (in
curdo: Kîmyabarana Helebce) avvenne il 16 marzo 1988, durante
la guerra Iran-Iraq. Armi chimiche furono utilizzate
dall'esercito iracheno nella città curda di Halabja.
L'attacco fu realizzato con gas
al cianuro per rappresaglia contro la popolazione curda che non aveva
frapposto sufficiente resistenza al nemico iraniano. I morti furono circa 5000.
I Curdi morti in totale furono più di 100.000.
In seguito a questa azione tra il 2007 ed il
2008 vennero processati per crimini contro l'umanità vari gerarchi del regime
di Saddam Hussein (ma non quest'ultimo, all'epoca già impiccato per
altri crimini), tra cui il comandante militare delle operazioni, Ali Hassan Abd
al-Majid al-Tikritieh], che venne condannato a morte, sentenza eseguita il 25
gennaio 2010. (wikipedia)
Tutto accadde durante la
guerra Iraq-Iran, conosciuta da molti come guerra del Golfo (Persico). Il
16 marzo 1988 nella città di Halabaja - città di circa 70mila abitanti situata
nel Kurdistan iracheno, a 240 km a nordest di Baghdad e a 15 km dal confine
iraniano - il regime iracheno, guidato all'epoca dal dittatore Saddam Hussein,
compì un orrendo massacro. Per diverse ore l'aviazione dell'Iraq bombardò
le zone residenziali della città con un composto chimico letale - un miscuglio
di iprite, acido cianidrico e gas neurotossici.
In quell'attacco persero la vita almeno 12mila
persone, mentre i sopravvissuti dovettero lottare anche a distanza di anni
contro diverse malattie e disturbi fisici (si registrò un'impennata di casi di
cancro al colon, di problemi cardiaci e respiratori, di tumori della pelle e di
problemi alla vista). Inoltre nell'area si riscontrarono diversi casi di malformazione
genetica.
Nonostante oggi quest'episodio viene da tutti
riconosciuto come un crmine contro l'umanità, all'epoca la comunità
internazionale non mosse un dito contro l'Iraq - allora alleato degli Stati
Uniti -, dimenticandosi di applicare le sanzioni previste dal capitolo 7 della
Carta Onu, lo stesso usato dal governo britannico per ricevere dal Consiglio di
sicurezza l'autorizzazione per intervenire in Siria. Il dipartimento di stato
americano non perse tempo e il giorno dopo accusò l'Iran per quanto fosse
accaduto, argomentazioni che vennero portate avanti anche dalla CIA per buona
parte degli anni 90. L'agenzia di intelligence statunitense cambiò poi
radicalmente versione qualche anno più tardi e citò spesso il caso Halabja per
dimostrare il possesso di armi chimiche da parte del regime di Hussain e
giustificare l'intervento militare.
Armi chimiche vennero usate dall'Iraq qualche
mese più tardi, dopo che venne siglato l'accordo di cessare il fuoco con
l'Iran. Il 25 agosto 1988, durante l'operazione "final Anfal", il
regime iracheno attaccò la regione kurda del Baldian facendo largo uso di
iprite e gas nervino. Gli attacchi andarono avanti fino al 9 settembre, quando
il regime fu costretto a intettormpere la sua "soluzione finale" per
le forte proteste internazionali. Durante quei giorni persero la vita numerosi
civili; alcuni riuscirono invece a rifugiarsi nei territori vicini, per lo più
in Turchia. Anche in questo frangente l'Onu non fece nulla per accorrere in
aiuto della popolazione, perché "si trattava di una questione interna
dello stato iracheno".
Per quale ragione quindi la comunità
internazionale non ci sta pensando due volte a intervenire in Siria (nonostante
non siano state ancora mostrate prove certe) mentre non fece quasi nulla per il
caso curdo? Forse le Nazioni Unite hanno imparato molto dalle dure lezioni del
passato, oppure i regolamenti internazionali e la Carta dell'Onu valgono
veramente poco di fronte agli interessi strategici dei paesi del blocco
Atlantico.
Morning sun breaks through the trees
Swaying gently on the morning breeze
Dappled shadows in the village square
Soft breeze blows away the chill night air
People gather in a dusty street
Stalls are opening, the old folk meet
Conversations on the morning air
Another day is dawning in Halabja village square
Children safe behind school yard gates
A few last stragglers arriving late
Teachers ready for another busy day
A time to study and a time to pray
Sweet, sweet breeze blows through the town
Gently flowing, makes no sound
Trickles silent beneath the doors
Like the sea laps against the shore
No bird song, no sound in the street
The school lies still, no clatter of feet
A sweet sweet fragrance hangs in the air
Deadly harvest in Halabja village square
A gift from France and the USA
Love and kisses from the UK
Soft skinned handshakes behind closed doors
Vultures gather to count the score
It’s got nothing to do with me
I cannot hear, I cannot see
It’s got nothing to do with me
It’s not on my TV
I’m the king of the castle and you’re the dirty rascal
A gift from France and the USA
Love and kisses from the UK
Soft skinned handshakes behind closed doors
Vultures gather to count the score
Mamma, sento l’odore delle mele!
Halabja è il luogo in cui un bimbo corre e dice “dayê bêhna sêva tê” (Mamma,
sento l’odore delle mele) e parla con sua madre per l’ultima volta.
Vi piace il profumo delle mele?
Ve lo chiedo in un altro modo: avete mai sentito un bruciore alla gola
mangiando una mela? No? Allora ve lo racconto.
Trentadue anni fa, la mattina del
16 marzo 1988, il dittatore Saddam Hussein diede l’ordine di lanciare il gas al
profumo di mele sulla città curda di Halabja. I curdi si svegliarono con
l’odore delle mele, andarono in cucina con gioia e curiosità ma quando notarono
che non veniva da lì aprirono le finestre e sentirono un odore buono e intenso
che veniva da fuori. Uscirono tutti in strada e videro che c’erano anche tutti
gli altri, con la stessa curiosità e gioia. Iniziarono a camminare velocemente
per cercare di capire da dove provenisse questo buon profumo. Da una parte
sentivano più forte e intenso l’odore delle mele mentre dall’altra si sentivano
come se stessero bruciando. Ma a loro non importava e continuavano a camminare.
Molti però iniziarono a correre. Correvano e correvano. Ma stavano anche
bruciando. Questa volta iniziarono a correre verso le loro case. La combustione
stava aumentando. Nel tempo si accorsero con paura che la loro pelle cominciava
a diventare viola e a restringersi. Avrebbero dovuto raggiungere l’acqua il
prima possibile. Quando si gettarono in acqua il loro corpo iniziò a
sciogliersi come se stessero entrando in una piscina piena di acido. Ormai
erano tutti morti senza capire da dove provenisse la morte. Sono morti
bruciandosi e sciogliendosi. Senza fuoco e senza fumo, ma con urla e grida,
senza capire cosa fosse successo.
Prima, sono bruciati i miei
capelli, poi i miei occhi.
Il mio corpo si è sciolto lentamente.
Sono morto senza capire quale fosse il motivo e da dove provenisse la morte.
Sono diventato una manciata di cenere e la mia cenere è stata soffiata in aria.
Il veleno chimico è una cosa
talmente terrificante che non appena viene a contatto con il tuo corpo ti
brucia, ti impedisce di respirare, ti scioglie come il burro trasformandoti in
cenere. Non è possibile che tu muoia senza dolore. La tua pelle si brucia e si
scioglie pian piano, lentamente, facendoti morire con un dolore che non puoi
nemmeno immaginare. Ti spareresti in testa, se potessi, per non soffrire così
tanto.
Un veleno con un buon odore di
mela.
Un veleno profumato fu un massacro di un popolo.
Un veleno con cui fu pianificato l’obiettivo di uno sterminio, specialmente di
bambini, e così il loro futuro.
Un veleno che ha trasformato 5mila
vite in cenere.
La maggior parte dei morti ad
Halabja furono dei bambini. Come sempre, in tutte le guerre, proprio come in
altri massacri, muoiono bambini. Gli Stati capitalisti dovevano portare
democrazia, sicurezza e pace nei paesi autoritari in cui c’è la dittatura, ma
come sempre danno precedenza ai loro interessi producendo armi chimiche e
veleno, fregandosene della vita umana. Sono stati proprio questi Stati
capitalisti a mettere il veleno nelle mani del dittatore Saddam. Loro, volendo,
possono vedere, sentire e controllare tutto il mondo ma non hanno voluto
sentire e ascoltare le urla e il grido della morte terrificante del popolo
curdo. Non hanno voluto sentire perché in quel momento erano impegnati a
pianificare altri massacri e genocidi in altri paesi.
Il capitalismo ha sempre sacrificato vite umane e sta uccidendo il nostro
pianeta.
Il cambiamento climatico non è più una cosa del futuro, non è più dovuto alla
natura ma è dovuto al capitalismo e a ciò che producono i capitalisti: gli
oceani si stanno alzando, gli uragani stanno diventando sempre più potenti, le
foreste stanno bruciando, le persone muoiono a causa di ondate di caldo,
siccità, inondazioni e carestie. Simili eventi meteorologici estremi stanno
diventando rapidamente la regola, non l’eccezione.
Sono stati gli stessi capitalisti a bruciare migliaia di bambini piccoli con
gli occhi piccoli ad Hiroshima. Furono loro a uccidere centinaia e migliaia di
persone in Vietnam. Furono loro che hanno silenziosamente sostenuto il massacro
di 800mila persone in Ruanda avvenuto in cento giorni. Non potevano sentire
quelle urla. E furono sempre loro a massacrare 5mila curdi in un modo crudele
donando il gas-veleno a Saddam.
Ora i bambini di Halabja stanno
dando un messaggio di pace al mondo tenendosi per mano con i loro fratelli di
Hiroshima, Ruanda, Vietnam e invocando l’umanità: “Il 16 marzo 1988 ad Halabja
l’umanità fu lasciata senza fiato e bruciata. È nostro onore ricordare, non
dimenticare e raccontare a coloro che non lo sanno. È un onore per l’umanità.”
[anonimo, preso da Twitter, originale in lingua turca]
Il massacro dei
curdi di Halabja è un monito all’odio di oggi - Martino Pedrazzini
“Ci sono
colline verdissime e panorami che ricordano l’Irlanda!” E ancora: “Le montagne
sono innevate e sembra di stare tra le Alpi!” Così dicevano…
I quasi
cinquanta gradi dell’ora di pranzo, le immense distese di erba ingiallita dal
sole e i rarissimi alberelli solitari paiono descrivere una realtà ben diversa.
I miei amici sono venuti qui a dicembre e io con loro sono tornato a giugno.
Sembrano due luoghi diversi, ma siamo nello stesso posto. Siamo ad Halabja, nel
Kurdistan iracheno al confine con l’Iran, in quella che un tempo veniva
chiamata Mesopotamia. Una terra che ha visto sorgere civiltà gloriose, che è
stata teatro di guerre, di violenze e di persecuzioni, ma anche una casa
accogliente per molti popoli dalle culture e dalle religioni più disparate.
Halabja è
una città curda semi-sconosciuta che ha malauguratamente vissuto un solo
brevissimo momento di celebrità. Il 16 marzo 1988 la popolazione della città fu
brutalmente bombardata dall’aviazione irachena, vennero usate armi chimiche di
ogni genere. Con i gas sprigionati nell’aria vennero uccise 5000 persone e più
del doppio vennero ferite e molte rese per sempre invalide.
Per non
dimenticare quel massacro è stato costruito un museo. E noi, bruciati dal sole,
è lì che stiamo andando. Prima di arrivare al museo passiamo dal cimitero, un
posto mai bello dove andare, ed è lì che ti arriva il primo pugno nello
stomaco. È un grande cimitero in leggera salita fatto da sole lapidi, con
alcuni monumenti funebri contenenti alcune parole di ricordo e il numero di
morti sepolti in quella parte del campo. Sono solo lapidi. Una lapide per
famiglia. Su ogni lapide sono riportati i nomi di madri e padri, di figlie e
figli, di fratelli e sorelle. Alcune con un solo nome e altre con sei, sette o
otto nomi… Intere famiglie sterminate!
Poco tempo
per ragionare e usciamo, avvicinandoci al museo. Lo si vede in lontananza,
dietro le case e in fondo alla strada. Ha una forma che è diventata il simbolo
della città: l’unione del fumo dell’esplosione di una bomba e di due mani
protese verso il cielo in preghiera. È un simbolo che ricorre nelle
associazioni locali e nei luoghi istituzionali, è il simbolo di una tragedia
impossibile da dimenticare e che è necessario tenere viva nella memoria
collettiva. Dal cancello principale c’è una lunga via alberata che conduce al
museo circondato da bandiere del Kurdistan iracheno. Sulla destra della strada
sono tenuti dei vecchi carri armati degli anni ‘80 e uno di quei maledetti
aerei da bombardamento. Tutto attorno alla piazza del museo c’è un verde
giardino ben curato e una statua.
La statua
raffigura un uomo che sta facendo una fotografia. E non appare chiaro da subito
che cosa stia fotografando. Lo capisco solo quando giungiamo alla piazza del
museo, quando i cespugli e gli alberi permettono la vista. Di fronte
all’entrata è posta un’altra statua, il secondo pugno allo stomaco: è una donna
che, riversa a terra, abbraccia il suo bambino. Quell’uomo è il primo
giornalista che arrivò ad Halabja dopo il bombardamento, il primo che documentò
la tragedia.
Davanti ai
nostri occhi sembra ricostruirsi quel momento. Inizio a pensare che l’avvicinamento
al museo sia fatto apposta in questo modo: entri piano piano, vedi alcune cose
e inizi a farti delle domande, ti chiedi che significhi la forma del museo e
cosa stia fotografando quell’uomo… Le risposte però non rientrano neanche nelle
più remote stanze del tuo cervello.
Entriamo. La
prima sala del museo è una raccolta di foto e di racconti della cultura curda:
foto di vestiti tipici e di feste tradizionali, foto della vita agricola e
delle manifestazioni dei lavoratori, foto di personaggi illustri e di uomini e
donne del popolo. “A te che entri, non dimenticare! Non è stato un semplice
atto di guerra, ma una vile repressione di un popolo, lo sterminio programmato
del diverso”. Procediamo nella seconda stanza e qui i pugni allo stomaco sono
continui e ancora più forti, da far venire le lacrime agli occhi. Qui è
ricostruito l’ambiente che poteva apparire a chi fosse entrato ad Halabja nel
‘88, subito dopo il bombardamento. Corpi senza vita a terra. Due bimbi con il
volto insanguinato appoggiati contro il muro. Calcinacci e detriti sulla
strada. Un pickup, la cui fuga è stata fermata, pieno di corpi accatastati nel
cassone. Animali esanimi e il terreno bruciato. Un uomo che stava infornando il
pane. E silenzio, nessuno che riesce a dire una parola. È una ricostruzione e i
muri sono dipinti, ma quei corpi in rilievo, come una Pompei irachena, sono
terrificanti, puoi solo immaginare il terrore delle vittime e lo sgomento dei
sopravvissuti. Non puoi dire una parola, tutto perde di significato.
Ci lasciamo
alle spalle la distruzione e entriamo in una sala circolare, lì sul muro sono
riportati i nomi delle vittime. In un ambiente nero saltano agli occhi le
scritte bianche in alfabeto arabo, che sembrano trasportate verso l’alto nel
cono che forma la struttura del museo. Sono un’infinità di nomi ed è lì che
5000 diventa un numero reale, è lì che puoi intuire le dimensioni della
tragedia. Procediamo nella quarta stanza dove ci sono foto e video: fatti
da lontano durante il bombardamento e nei giorni successivi in città e negli
ospedali. Non penso che sia possibile descrivere adeguatamente le sensazioni,
ma l’incredulità si mischia al desiderio di guardare per non dimenticare e la
tristezza si mischia alla rabbia. Ogni foto, ogni video, ogni intervista ti
prende a pugni con ancora più violenza di prima. Vuoi voltare lo sguardo e se
riesci a non farti scalfire è solo perché tutto quello che stai vedendo è
inconcepibile e cerchi di difenderti. Quella stanza e quelle testimonianze sono
questo, ma anche molto altro. Se non sei del tutto insensibile è una crescita
di coscienza del proprio ruolo di fronte alle sofferenze umane, è il desiderio
di non veder mai più succedere cose simili. Non è solo un ricordo è anche una
riflessione sul presente. E così assumono un senso ulteriore le foto della fuga
da Halabja affiancate e quelle degli yazidi del Sinjar in fuga dall’Isis nel
2014, così come le foto dei bambini costretti a migrare e a morire sulle nostre
coste oggi come allora.
Il museo sta
per finire, c’è un’ultima stanza, che dopo tutti i pugni nello stomaco pare
fatta apposta per far ritornare gradualmente a quello che è il nostro mondo. Si
viene trasportati alle settimane dopo il bombardamento: a Baghdad è morto un
uomo che aveva denunciato la barbarie del regime di Saddam, sono presenti le
foto e la corda che hanno usato per fingere che si fosse suicidato; in Europa,
negli Stati Uniti e nel mondo le pagine dei giornali iniziano a riempirsi di
articoli sul bombardamento di Halabja, lì ci sono le pagine dei giornali,
giornali che parlano della strage, che iniziano a fare la stima delle vittime.
Ma se i
giornali ne avevano parlato, com’è possibile che nessuno ricordi nulla di tutto
ciò? Fuori dal museo mi porto l’enorme tristezza e lo sgomento e la rabbia nei
confronti di un mondo che permette certe tragedie e che immediatamente le
dimentica. Ma anche il desiderio di far conoscere questa storia, di mantenere
viva la memoria e di continuare a denunciare la barbarie e la violenza che,
nonostante il silenzio, questo popolo e molti altri nel mondo subiscono ancora
oggi. Ci allontaniamo, pensierosi e ammutoliti. Raggiungiamo le macchine e
ritorniamo alla sede del NWE, l’associazione che ci ospita.
Sotto uno
splendido pergolato che ci ripara dal sole cocente scopriamo che il NWE ha vari
progetti sociali rivolti soprattutto alle donne: donne della città, ma anche
dei vicini campi profughi, donne irachene, ma anche siriane e iraniane, donne
curde, arabe e dei numerosi gruppi etnici e religiosi che popolano l’area. Ha
una radio che tratta gli argomenti più vari: dalle questioni di salute a quelle
della gestione della città, dallo sport alle notizie locali. La radio è gestita
dalle donne dell’associazione che fanno da speaker, da tecniche dell’audio e si
occupano della programmazione dell’intero palinsesto. Ci sono progetti
ambientali per la riqualificazione dei terreni resi improduttivi dalle sostanze
tossiche del bombardamento e progetti per l’educazione ad un utilizzo moderato
della plastica.
Mentre
parliamo, ci vengono presentate alcune delle volontarie e delle insegnanti che
organizzano la scuola di inglese e i corsi di musica per i bambini e le
bambine. Al tavolo di fronte al nostro un gruppo di mamme assieme ad altre
donne stanno imparando a lavorare a maglia per prodursi i vestiti di cui
necessitano o che poi potranno vendere. Halabja dopo l’88 ha vissuto altre
guerre, negli anni ‘90 e negli anni 2000, ha vissuto da vicino l’espansione
dell’Isis e ha accolto migliaia di profughi in fuga. Qui in questo momento
assaporiamo la voglia di ricostruire e di ricreare una convivenza pacifica,
giusta ed egualitaria, rispettosa delle diversità dei singoli e attenta alle
necessità delle persone più deboli e in difficoltà. Qui ora respiriamo una bella
aria, un’aria che sembra essere l’antitesi di quei gas di trenta anni fa. Non
più morte, ma vita.
Questo
articolo è frutto di un viaggio a Halabja avvenuto a giugno 2019 da parte di
sette attivisti e attiviste del Servizio civile internazionale (SCI) e del
Coordinamento italiano sostegno donne afgane (CISDA). Al loro ritorno hanno
dato vita a Halabja
stories, un progetto che ha come scopo quello di preservare la memoria del
bombardamento e di sostenere le attività del NWE finanziando iniziative e
coltivando l’amicizia tra Italia e Iraq con l’invio di volontari e volontarie
in campi di lavoro. Halabja stories è anche una mostra
itinerante che toccherà diverse città italiane.
Simboli e massacri. Che cosa resta oggi della Srebrenica irachena - Adriano Sofri
·
Halabja, Kurdistan iracheno. Sono andato a Halabja, tardi, dopo
anni che frequento il Kurdistan. Non so quanti di voi conoscano questo nome:
del resto si è sempre in ritardo di qualche genocidio. A Halabja (è facile da
pronunciare, “Halàbgia”, in curdo si dice “Helebce”, o “Helewce”) dovrebbe
suonare come Srebrenica (pronuncia “Srèbreniza”). Halabja è successa nel 1988,
il 16 marzo: 29 anni fa oggi. Aveva circa 17 mila abitanti allora. Un paesone
povero, a 70 km da Suleimanyah, al confine con l’Iran, alle pendici dei monti
di Hawraman, uno dei paesaggi più belli del Kurdistan iracheno e iraniano. Era
l’ultimo anno di otto della guerra Iran-Iraq e Saddam, che conduceva una intima
guerra speciale tesa a liquidare i propri sudditi curdi, fece bombardare dal
cielo per ore Halabja con gas micidiali. Fra i 3.500 e i 5.000, la gran
maggioranza bambini e donne, morirono quel giorno in un’agonia straziante. Le
cantine che la gente si era abituata a usare come rifugi dai frequenti
bombardamenti dell’uno e dell’altro fronte si trasformarono in camere a gas.
Qui non ci fu lo smaltimento dei corpi. I pochi coraggiosi fotografi li
trovarono, ammucchiati gli uni sugli altri, o crollati lungo una fuga vana, a
piedi o su carri e furgoni che non avevano avuto il tempo di muovere. Trovarono
una Pompei di umani e animali – i primi a crollare erano stati gli uccelli del
cielo e gli animali domestici, sotto gli occhi dei bambini.
C’è un’immagine sopra tutte che è diventata il simbolo
di quel giorno, una madre supina sopra il proprio piccolo, come se lo
proteggesse ancora, morti l’una e l’altro. E’ diventata una scultura ripetuta
nella città e nel giardino del monumento al genocidio e del museo, ancora
povero, che custodisce nomi e cose e memorie. Oggi Halabja è una città di forse
150 mila abitanti, con una giovane donna sindaco, è diventata capoluogo di una
provincia – la quarta, dopo Erbil, Suleimanyah e Dohuk, senza contare la
controversa Kirkuk – ha una sua università. E’ stata tradizionalmente, molto
più delle altre province curde, una culla di formazioni islamiste, come l’Ansar
al Islam del farabutto Mullah Krekar che l’Italia stava per farsi estradare
dalla Norvegia. E’ ancora molto povera e paesana, a confronto con le altre, e
anche i suoi memoriali sentono il bisogno di una manutenzione migliore,
soprattutto le fosse comuni del cimitero. Nelle case si tengono piatti di mele,
e mele vengono distribuite dai suoi giovani nelle strade di Suleimanyah, perché
i gas di “Ali il Chimico”, il famigerato Ali Hassan-al-Majid, il cugino di
Saddam specializzato in quest’arte, spandevano dapprincipio un forte odore di
mela dolce. A distanza di una generazione e oltre, la gente di Halabja soffre
ancora le conseguenze di quel veleno, soprattutto nelle malformazioni
neonatali, nella diffusione dei tumori e nelle malattie della pelle. E ha
sofferto a lungo di una sensazione di abbandono e di misconoscenza, nei
confronti della stessa più vasta comunità curda. Il mondo è stato restio a
riconoscere il programma genocida che si è accanito su Halabja e ha colpito per
anni la regione curda dell’Iraq, devastando migliaia di villaggi, svuotando
città della loro popolazione, usando i gas. A Halabja avvenne qualcosa di
specialmente odioso. L’occidente, le cui fabbriche europee avevano a lungo
fornito a Saddam gli ingredienti del suo arsenale chimico, e soprattutto gli
Stati Uniti, che sapevano tutto ma avevano allora nell’Iran di Khomeini il
proprio nemico principale, vollero sostenere in piena malafede che i gas
fossero opera dell’Iran. Anni dopo una lugubre ironia volle che quando si
preparava la guerra all’Iraq i gas di Halabja venissero rievocati in America e
ora attribuiti a Saddam, per rafforzare la decisione dell’intervento. Nel museo
di Halabja ho incontrato una coppia di americani, mormoni dello Utah, volontari
di una organizzazione umanitaria. Nella città ci sono segni di fratellanza
italiana, anche con Marzabotto. Non so se si sia mai stabilito un legame con
Srebrenica: sarebbe giusto.
Desidero
iniziare questo articolo citando queste parole dell'ex Presidente della
Repubblica Sandro Pertini, che in galera passò lunghi anni: “Ricordatevi,
quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte avete davanti una
persona migliore di quanto non lo siete voi“. Oggi nella redazione di
“Ristretti Orizzonti“ del carcere di Padova si è parlato e discusso del caso di
Doina Matei, che, appena diciottenne, il 26 aprile 2007, uccise Vanessa Russo
colpendola con la punta dell'ombrello in un occhio, dopo una lite in una
stazione della metropolitana di Roma.
Da poco tempo, dopo nove anni di carcere, era in regime di semilibertà e
lavorava in un ristorante di Venezia. A causa di alcune sue foto finite in rete
(Facebook) dove appariva sorridente al Lido di Venezia, il magistrato di
sorveglianza le ha sospeso il regime di semilibertà. E ora la ragazza è tornata
in carcere a tempo pieno.
Questo triste episodio ha rafforzato in me l'idea che la società chiede
giustizia, ma in realtà vuole e pretende solo vendetta. Io penso invece che una
pena non dovrebbe mai essere una vendetta, ma piuttosto una medicina che
dovrebbe servirti a guarire. È comprensibile il senso di “vendetta“ dei
familiari delle vittime, ma è incomprensibile la vendetta di tutta la società.
Non si può considerare una persona colpevole per tutta la vita, perché le
persone cambiano e la vera colpa te la senti addosso anche se hai finito di
scontare la tua pena perché non serve una pena lunga per sentirsi colpevole.
Sembra che più diminuiscono i reati e più la cosa dispiaccia a certi politici
che sulla emergenza criminalità hanno costruito la loro fortuna elettorale e
tutte le occasioni sono buone per urlare parole forcaiole e di odio. Io invece
provo tanta pena per la “strega“ Doina, di nuovo messa al rogo, chiusa in una
cella, sola e abbandonata per colpa di un sorriso immortalato in qualche foto
andata sulla rete.
Chissà perché mi piace pensare che la vittima del suo reato, Vanessa Russo
(colgo l'occasione per manifestare tutta la mia sincera solidarietà a tutti i
suoi familiari), non sia d'accordo con la decisione del magistrato che ha
sospeso il regime di semilibertà alla “strega“ rumena. Coraggio Doina, buona parte
della società ci odia e non ci perdonerà mai del male che abbiamo fatto, ma non
per questo dobbiamo smettere di tentare lo stesso di dimostrare che possiamo
diventare persone migliori. In tutti i casi in uno “Stato di Diritto“ o in uno
“Stato Illuminato“ la pena non deve mai essere certa, ma piuttosto necessaria.
E quando questa non è più necessaria dovrebbe cessare, anche prima della sua
scadenza, perché al male e al dolore non si dovrebbero aggiunge altro male e
altro dolore se non ci sono dei ragionevoli motivi.
Sì, è vero, Doina ha ucciso, ma i casi sono due: o la “bruciamo“ al rogo o la
puniamo tentando di farla diventare una persona migliore. Non vedo altre
alternative.
Ieri Marco Travaglio ha scritto un articolo su Adriano
Sofri, ma poi ha parlato anche di altro. Per me che faccio teatro e ogni tanto
vedo lui comparire come attore nelle stagioni teatrali è un motivo di
riflessione importante. Da alcuni anni ci chiediamo (io, ma soprattutto critici
e studiosi) come mai giornalisti e magistrati, ma alle volte anche preti,
portino in scena degli spettacoli teatrali. Lo so che il teatro è meno piccolo
di una nicchia, ma è un settore nel quale operano dei professionisti che si
sono formati per farlo. Non basta avere delle cose da dire per farci un’opera
teatrale.
Ma probabilmente non è così visto che c’è gente che
compra il biglietto per vedere Travaglio.
Oggi mi sono dovuto ricredere. La forza persuasiva di Travaglio ha qualcosa di
molto teatrale e tra i capolavori della persuasione mi ricorda il celebre
discorso di Marco Antonio di Shakespeare. Cesare è stato ucciso dai congiurati
e sulla sua salma Antonio parla proprio col loro permesso. Anche per questo la
plebe gli crede. Bruto ha ucciso Cesare per combattere la tirannia e Antonio
utilizza proprio i suoi argomenti per rovesciarne il senso.
Travaglio lo fa in un modo più semplice di Shakespeare,
ma ci prova.
La questione che cerco di affrontare nasce dal fatto che Sofri viene invitato
dal ministro Orlando a parlare di carcere e giustizia e Travaglio scrive che
nessuno meglio di lui può farlo, ma lo dice ricordando che non ha scontato
tutti e 22 gli anni di carcere al quale è stato condannato. Scrive che “è
riuscito a scontarne a malapena 7” e gioca tralasciando il fatto che per un
altro mucchio di anni è uscito di giorno per lavorare e poi è tornato di sera
tra le sbarre.
La galera solo di notte, per lui, è villeggiatura come
per Berlusconi era il confino ai tempi del fascismo?
Tutti quegli anni non se li è fatti in cella perché, ricorda Travaglio, è
uscito “per gravissimi problemi di salute da cui si è prontamente e
fortunatamente ripreso”, insomma fa pensare ad un malessere passeggero, forse
persino un pretesto, ma non dice che gli si è squarciato l’esofago ed è stato
un mese in coma farmacologico.
E conclude la parte in cui parla di Sofri ricordando che
“era stato invitato al tavolo proprio in veste di ex detenuto, quindi di
profondo conoscitore della materia carceraria, per quel poco che l'aveva
sperimentata”.
Sette anni di reclusione per lui sono pochi.
In un testo del 1949 pubblicato su “Il Ponte” Vittorio
Foa scrive che “nessuna pena detentiva dovrebbe superare i tre, al massimo
cinque anni”. Foa scriveva cose del genere perché conosceva il carcere. Lo
conosceva perché c’era stato rinchiuso.
Sarebbe da fare un’analisi approfondita dell’acrobazia retorica che segue e che
mette in fila nomi improbabili, tipo: Riina, Buzzi, Lapo Elkann, Provenzano.
L’effetto è quello del frullatore: mischio ingredienti
diversi e ne viene fuori uno solo che ha un solo sapore. Che li rende tutti
uguali. Un po’ come la barzelletta che ci raccontavamo da bambini. Quella della
mela che si sposa con la pesca e il prete dice “vi dichiaro macedonia”.
Ma a parte questo questo finale di frutta mista che mette tutti sullo stesso
piano, tutti impresentabili, tutti malviventi,
è più o meno a metà del monologo che usa l’artificio retorico più interessante.
Ovvero quando scrive che il contributo di gente come
Sofri ad un dibattito sulla detenzione “potrebbe avviarci verso la totale
decarcerazione, cioè l'abolizione definitiva delle patrie galere”. Come a dire
che non soltanto bisognerebbe mandare più gente in galera e chiudercela per
molto più tempo. Che non basta avergli fatto scontare una pena, ma devono anche
starsene zitti. Per lui è uno scandalo che persone che hanno vissuto
un’esperienza di detenzione scrivano libri e parlino in pubblico. E questo
perché (lo scrive come se si trattasse di una provocazione uno scandalosa senza
sapere che da decenni se ne parla) potrebbero farci capire l’assurdità
dell’istituzione carceraria.
Non sto a ricordare a Travaglio che nella Costituzione
non si parla di carcere e che le pene non devono essere esclusivamente
schiacciate sulla galera. Che in molti paesi si è imboccata da tempo la via
della decarcerizzazione.
Semplicemente mi permetto di dargli due consigli.
Il primo è di decidere se sta facendo il giornalista o il
teatrante. Sono due linguaggi diversi. Nel primo dovrebbe cercare di raccontare
dei fatti, nel secondo può scrivere commedie o tragedie inventando commistioni,
parallelismi e macedonie.
E poi gli consiglio un libro che è stato pubblicato un paio di mesi fa:
“Abolire il carcere”. Ci sono scritti di pericolosi assassini terroristi come
Luigi Manconi e Gustavo Zagrebelsky. Penso che possa farselo recapitare
gratuitamente visto che l’ha pubblicato il suo stesso editore, quello per il
quale pubblica libri e dirige un quotidiano.
Con rispetto,
ascanio
…ieri una censura nei confronti di Madrid è
arrivata addirittura dal Tribunale di Giustizia dell’Unione Europea. L’Avvocato
Generale Juliane Kokott ha infatti denunciato che la legge spagnola sugli
sfratti viola la Direttiva 93/13 dell’UE permettendo l’inclusione nei contratti
di concessione dei mutui di clausole ritenute abusive, in particolare quelle
che in caso di non pagamento della rata permettono l’esecuzione forzosa dello
sgombero dai domicili…
…Qui c'è una peculiarità, legata alla
famosa bolla immobiliare, che a essere buttati in strada, con le buone o le
cattive (le cattive!), oltre agli inquilini morosi, sono i proprietari di case
ipotecate che la crisi ha privato del lavoro e impoverito, sicché non ce la
fanno più a pagare le rate dei loro mutui.
Le famiglie cui è già avvenuto sono oltre 350
mila, quelle su cui incombe lo stesso destino altre centinaia di migliaia. La
legislazione spagnola, come ormai denunciano gli stessi magistrati tenuti ad applicarla
con pena e vergogna, è letteralmente sadica nel fare gli interessi delle banche
e calpestare diritti e umanità dei debitori.
Il meccanismo è complicato ma la
sostanza è questa: i debitori morosi che hanno dato in garanzia l'ipoteca sulla
propria casa - istigati, ricordate, dalla speculazione edilizia e bancaria - o,
tragedia nella tragedia, case dei propri genitori o nonni, vengono espulsi alla
svelta con un ampio e manesco dispiego della forza pubblica.
La casa passa alla banca, e la banca o chi per
lei la ricompra all'asta, a un prezzo fortemente inferiore; ma il sequestro
della casa, e la speculazione sul prezzo che consente, non bastano a estinguere
il debito: il proprietario espropriato deve pagare la differenza con la
valutazione iniziale del valore della casa, più gli interessi che continuano a
correre.
Una rapina a vita, difficile da credere. E però
a lungo questi sgomberi - desahucios - si sono perpetrati furiosamente nella
vana resistenza delle famiglie e dei vicini, o nel silenzio di altre famiglie
che si vergognavano della propria disgrazia, finché... Finché un movimento
spontaneo, civico, di solidarietà con gli sgomberati è via via cresciuto, e
finché alcuni gesti di quelli che si definiscono disperati hanno strappato la
cortina. Mentre ero qui, a distanza di due giorni due persone si sono preparate
all'appuntamento con le truppe degli sgomberanti: uno viveva solo, si è fatto
trovare impiccato, alle dieci di mattina; l'altro ha dato un bacio al bambino e
si è buttato giù dalla finestra…
…“Perder la casa
tajante”, señala Manuel Muñoz, Jefe del departamento de Psicología Clínica de
la Universidad Complutense. “La vivienda tiene una función psicológica que
tiene que ver con tu identidad. Una referencia enorme, donde tienes una red
social”, explica. “Incluso cuando el cambio de vivienda es voluntario siempre
se produce un estrés importante. Cuando no se tiene a dónde ir, cuando es tu
casa la que has perdido, es un momento clave en la vida”.
El colectivo más afectado es precisamente el que debería vivir
ya en la estabilidad económica, entre los 30 y los 50 años. Educados en el
concepto de vivienda como baluarte, lugar seguro e inviolable, el desahucio
atenta contra un pilar básico. Con la pérdida del refugio, la mente inicia un
recorrido para protegerse. “Hay una primera fase de negación en la que la
persona o las familias intentan mantener la apariencia, negar la realidad,
imaginarse que va a llegar un premio, una solución de algún sitio no se sabe en
qué momento. Y en la mayoría de los casos eso se prolonga hasta que el
desahucio ya es inevitable”, explica Guillermo Fouce, profesor de la
Universidad Carlos III y coordinador de Psicólogos Sin Fronteras. Es uno de los
10 psicólogos de la asociación que tratan de mitigar los efectos delos
desahucios en Madrid. En su experiencia ha encontrado quien refuerza esa
negación manteniendo los hábitos y conductas previas al proceso de desahucio.
“La gente sale por la mañana, en traje y con su maletín, haciendo gastos que ya
no puede permitirse, como ir a restaurantes, y que en muchos casos siguen
agravando su situación económica”, asegura Fouce…
ti chiedi dov'eri, non sentivi, non leggevi, cosa facevi...- franz
PS: in un articolo nel libro, intitolato: "Complici dei serbi, nove volte maledetti" (L’Espresso, 28 luglio 1995), a un certo punto Sofri dice, a proposito di chi non vuole prendere posizione, né intervenire, ma parlare, aspettare...
"...Intimerei ai sostenitori di queste posizioni di estenderle al tema della criminalità comune e organizzata: si dicano contrari, nel caso di una vile aggressione stradale contro un inerme, non solo a intervenire in sua difesa, ma anche a telefonare al 113. Si dicano contrari, nel caso di Capaci e via D’Amelio, a ogni impiego della forza. Si dicano favorevoli al negoziato. Al più alto livello, con Totò Riina…"
come se oggi, per assurdo, qualcuno dicesse che Obama si incontra con quelli del Ku Klux Klan, per discutere sulle armi o sui neri da sacrificare, e poi si scoprisse che è tutto vero - franz
…L’edizione originale del libro è del 1997 ma, dopo essere sparito dalla circolazione per troppo tempo, Sellerio decide di ristamparlo nel 2010 rendendolo così nuovamente alla lettura di chiunque lo voglia. Raccoglie un serie di articoli scritti tra il 1993 ed il 1995 da Adriano Sofri come corrispondente da Sarajevo per L’Unità, il Manifesto e Cuore, durante i terribili anni dell’assedio alla città trasformata da grande capitale europea ad enorme galera. Gli articoli si riempiono soprattutto della gente di Sarajevo, quei sarajevesi di cui è difficile non innamorarsi quando li si conosce ed incontra. Per secoli luogo di incredibile tolleranza e multiculturalità, dove Islam, Ebraismo e Cristianesimo cattolico ed ortodosso hanno convissuto, dove imperi secolari come quello ottomano e quello austriaco si sono incontrati lasciando meravigliosi ricordi culturali ed architettonici Sarajevo è pur tuttavia ricordata per fatti di sangue. L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando per mano del nazionalista serbo Gravrilo Princip, scintilla che farà deflagrare il primo conflitto mondiale, e per i lugubri anni dell’assedio sotto i bombardamenti dei cetnici serbo-bosniaci dei criminali di guerra Karadzic e Mladic. Di questi anni si Sofri ci racconta le difficoltà di vivere in una città in cui incroci stradali, mercati, i cortili dove giocano i bambini, le code alle fontane per l’acqua diventano i luoghi preferiti da cecchini e granatieri per esercitare la loro mira. Ci dipinge i visi sofferenti della gente, della loro dignità. Ci spinge a riflettere sulle responsabilità enormi che la comunità internazionale ebbe in quella vicenda come in tutta la guerra nei Balcani… da qui