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domenica 5 dicembre 2021

L'ex magistrata e l'ex prostituta. Due donne, due storie diverse di cittadinanza – Adriano Sofri

  

L'una, Mareya Bashir, procuratrice generale a Herat. Il governo le ha appena assegnato la cittadinanza italiana, per l'impegno a difesa delle donne afghane. L'altra, Adelina, dal marciapiede alla lotta contro la tratta di giovani donne schiavizzate. Il rifiuto ottuso della cittadinanza l'ha spinta al gesto estremo

 

Due donne. Il caso le ha messe insieme, nel giro di poche ore, e il caso ha una malignità incomparabile con quella degli umani più cattivi. Una donna è Adelina 113, nome di copertura di Alma Sejdini, nata a Durazzo nel 1974, morta suicida giù dal Ponte Garibaldi, a due passi dal ministero della Giustizia – non ci avrà nemmeno pensato. L’altra donna è Mareya Bashir, nata a Kabul nel 1970, già procuratrice generale a Herat durante la presenza militare italiana. A Bashir il governo ha appena assegnato la cittadinanza italiana, riconoscimento a un impegno strenuo a difesa della vita e della dignità delle donne afghane, a rischio continuo della sua vita. Ad Adelina le autorità italiane, che si erano valse da vent’anni del suo coraggio per colpire duramente la tratta di giovani donne schiavizzate e prostituite, avevano appena dato un foglio di via da Roma, e un rifiuto ottuso della cittadinanza. La cittadinanza che avrebbe fatto di lei, gravemente malata, invalida e indigente, “la persona più felice del mondo”. 

La cittadinanza a Mareya Bashir (Maria, la chiamavano i nostri) è un atto che onora l’Italia. Nel 2014 l’Università di Sassari, la città che dà il nome alla brigata, le aveva dato la laurea ad honorem. L’avevo incontrata l’anno prima a Herat, e raccontata così: “Maria Bashir è a capo della procura di Herat. Si guadagnò ammirazione e odio nel 2005 indagando il marito-padrone di Nadia Anjuman, poetessa uccisa a 25 anni. A Herat spose bambine e giovani violate si danno ancora fuoco, o si impiccano. La nostra, dice, è la condizione di chi passa dal buio alla luce. Bisogna abituare gli occhi. Abbiamo vissuto una interminabile guerra intestina, subìto governi che schiacciavano le donne, ne spegnevano la voce. Mi chiede del reato che va sotto il nome di prostituzione: nel codice penale un rapporto sessuale a pagamento viene punito, e purtroppo anche fra due persone non sposate consenzienti. È la legge, poi c’è la nostra ragionevolezza. Abbiamo da 8 mesi un ufficio per le violenze domestiche, abbiamo mandato a processo 168 uomini. C’è una forte preoccupazione per il 2014  (quando era annunciato il ritiro della forza internazionale, nda) soprattutto per donne e bambini. Io continuo a meravigliarmi di trovarmi in questo posto. Mi riempio di farmaci mattina e sera, ieri ero attaccata a una flebo, subisco pressioni pesantissime. Due giorni fa ho fatto arrestare un notabile per corruzione, ieri mi ha chiamato l’uomo più potente di Herat e mi ha intimato di rilasciarlo entro le 10 di questa mattina, ha chiamato il governatore, il capo della polizia, tutti. Ha minacciato di far assediare il palazzo. Le cose che mi impegnano di più sono il narcotraffico, la corruzione, la mafia delle costruzioni, i sequestri. Come sono arrivata qui? Grazie ai miei genitori. Mia madre era un’insegnante di sartoria, ora sta in casa perché non vede più, prega per me. Mio padre dirigeva una banca. Ero la primogenita di una famiglia educata. Ho tre figli, una studia in Italia. Dice che gli italiani hanno lavorato bene, in particolare per donne, scuole, sanità. ‘La differenza, oltre alla cordialità, sta nel disinteresse. I loro aiuti non hanno un secondo fine’”.

Splendida storia. Leggo che la ministra Cartabia si è specialmente adoperata per il suo esito, e che la signora Bashir ha detto che grazie all’Italia si sente al sicuro, e capace di continuare il suo impegno. 

Non è un caso che a descrivere il diavolo e la sua coda si sia scelto di sostantivare l’aggettivo: “il Maligno”. Adelina era stata una protagonista della giustizia, dal marciapiede sul quale l’avevano gettata, violata, torturata, i suoi rapitori. Aveva fatto arrestare decine di farabutti, albanesi e italiani. Aveva trovato un ruolo di spicco nella vita pubblica. Convegni, persone delle forze dell’ordine, programmi radio e televisivi avevano raccolto le sue opinioni – scettiche sulla libertà di prostituirsi, convinte della necessità di punire i “clienti”, complici consapevoli. Chiedeva una carta d’identità su cui non fossero più stampate le x dell’apolide e tanto meno il ripristino della nazionalità “albanese” che ne avrebbe segnato rimpatrio e condanna, e che le è arrivato. La sua storia, le sue lettere, gli appelli, stavano sui tavoli del Quirinale, del Viminale, delle questure, del Parlamento – in cui era stata accolta a parlare lei di ciò di cui era esperta. Si è ammazzata così penosamente, pateticamente, con una sciarpa tricolore al collo, avvertendone via Facebook, dopo aver abbandonato un ospedale, pochi giorni dopo essersi data fuoco davanti al Viminale. Una creatura, quanto allo stato, sola, disturbata, che disturbava.

Due donne, due cittadinanze. E la mano maligna che pesa sul piatto della bilancia su cui sta la cittadinanza mancata.

da qui

mercoledì 6 ottobre 2021

Come la sentenza Giffoni potrebbe riabilitare la Farnesina e i suoi uomini - Adriano Sofri

 

Il primo ambasciatore italiano in Kosovo è stato l’unico nella storia destituito dal ministero degli Esteri italiano, una misura simile alla degradazione e alla fucilazione pubblica. Ora assolto dall’imputazione di associazione a delinquere, “perché il fatto non sussiste”

 

Il succo della storia è in questo contrasto romanzesco: l’ambasciatore Michael Giffoni, conosciuto da vicino, a lungo e sul campo – minatissimo, della Bosnia – era un campione di dedizione alla propria missione e di altruismo, oltre che di studio ed educazione; Michael Giffoni è stato l’unico ambasciatore destituito dal ministero degli Esteri italiano, una misura spettacolarmente simile alla degradazione e alla fucilazione pubblica. Il romanzo di quest’uomo ha toccato un capitolo spasmodicamente atteso lunedì, quando un collegio del tribunale di Roma composto da tre giudici, tre donne, ha pienamente assolto Giffoni dall’imputazione di associazione a delinquere, “perché il fatto non sussiste”, e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, “perché il fatto non costituisce reato” (ne ha dato qui notizia Maurizio Stefanini).

La vita è strana, al punto che quando ho letto ieri un articolo sulla sentenza e sulla reazione – un pianto dirotto – di Giffoni, 57 anni, sul Corriere della Sera per la penna di Francesco Battistini, vecchio e amaro come sono, ne sono stato emozionato come un bambino. Il fatto è che il calvario di quest’uomo è durato finora sette anni, e i sette anni non sono bastati a invogliare l’informazione a occuparsi di lui – con eccezioni minime che dirò. Eppure era un caso clamoroso, e unico, ripeto. Non era mai avvenuto, e tanto meno per una negligenza nei controlli, per di più in un incarico e un territorio estremamente ardui come il Kosovo del Dopoguerra civile. Alla Farnesina i diplomatici, anche di un rango molto maggiore, possono esser colti con le mani nel sacco, e la conseguenza più severa è un tacito accordo per dimissioni e passaggio ad altre lucrose professioni. Attorno a Giffoni si è così fatto il vuoto: scomparsi gli amici, ferita la famiglia, azzerato il reddito – nessuno dà un lavoro a un ambasciatore radiato per indegnità. Sono arrivate le malattie, molte, gravissime, la tentazione di cedere, la decisione di resistere: per – e con – un figlio oggi dodicenne, una madre molto anziana, e un senso antico del proprio onore. 

Dopo aver impegnato gli anni 90 nella Bosnia di Sarajevo e Srebrenica, poi alla guida della task-force per i Balcani dell’Alto rappresentante per la Politica estera Ue Javier Solana, e alla direzione dell’Unità per il Nord Africa alla Farnesina, dal 2008 Giffoni era stato il primo ambasciatore d’Italia in Kosovo. Nel 2013 si era accertato un traffico di visti e permessi di soggiorno nell’ambasciata di Pristina, condotto da un impiegato cui Giffoni aveva dato fiducia, figlio dell’Ibrahim Rugova dalla specchiata reputazione di “Gandhi kosovaro”. Ne venne, in Kosovo, un processo penale per il quale la procura escluse ogni responsabilità dell’ambasciatore: Giffoni non fu mai nemmeno sentito in qualità di testimone. In Italia, viceversa, la sospensione dal servizio (ministro, purtroppo, Emma Bonino) e poi la pena capitale, la cacciata (ministro Mogherini). Passarono molti ministri: Gentiloni, di cui tendo a pensare che conoscesse i fatti e la tempra di Giffoni, e via via gli altri. Intanto, per due volte il Tar annullò il provvedimento ministeriale e per due volte fu ignorato, fino a che il Consiglio di stato decretò che la sospensione durasse fino a un pronunciamento giudiziario. Solo allora la pratica ministeriale si trasferì alla procura, e quattro anni dopo è venuta la sentenza. 

In questi anni ne ho scritto io, che sono malfamato ma esprimo opinioni e sentimenti sarajevesi, di giornalisti e di cittadini, fervidi e angosciati per la vicissitudine di Giffoni; Luigi Manconi, che ha presentato interrogazioni parlamentari ottenendone risposte incresciosamente evasive; Lorenzo Peluso, inviato in Afghanistan e cronista salernitano (nato a New York, Giffoni è cresciuto a Teggiano), e poco più, ammesso che ci sia qualcosa di più. Le competenze e la passione internazionali di Giffoni hanno trovato raro spazio nelle pubblicazioni dell’Ispi, presso la Fondazione Langer, nella rivista mensile Una città (nel marzo 2021 un lungo colloquio sul Kosovo con Bettina Foa e Edi Rabini, lo raccomando). Quanto al lunario, esauriti i risparmi, ha vissuto in paese, della pensione materna, salvi i pellegrinaggi romani di messo al bando e imputato.

Anni fa avevo scritto qui: “È stato un caso di giustizia ‘esemplare’ per linee interne, che ha rischiato già di annientare la resistenza fisica e morale di un uomo bravo, e che dà l’impressione terribile di una combinazione fra irresponsabilità e rigore. Estremi ambedue”. In una di quelle ignave risposte sottosegretariali si diceva che “l’amministrazione degli esteri continuerà a valutare la questione, sempre nel rispetto della normativa vigente e a tutela dei fondamentali princìpi di buon andamento ed imparzialità”. Alla Farnesina c’è oggi un ministro che ha dalla sua un’età giovane e, immagino, un desiderio di imparare. Forse avrà voglia di scorrere la pratica Giffoni, e vigilare che si concluda com’è giusto, finché ce ne sia il tempo. La sentenza romana può riabilitare molte persone, molte istituzioni.

da qui

 

 

Ancora su Michael Giffoni. 

Per precisare, intanto, che Emma Bonino si limitò a firmare la sospensione cautelare nei suoi confronti, sulla base di un’inchiesta di Eulex, la missione europea in Kosovo; di lì a poco Bonino fu sostituita al ministero dal nuovo governo presieduto da Renzi e deciso a rinnovare tutto, o almeno a darne l’impressione. La ministra subentrante, Federica Mogherini, firmò la destituzione, che stava alla prima misura come una condanna capitale a un’apertura d’indagine. A differenza di Bonino, se non fraintendo, Mogherini non ha creduto di dire una parola sugli sviluppi della vicenda. È lecito dubitare che, promossa allora così impetuosamente a un incarico tanto rilevante, non avesse voluto obiettare a un provvedimento di giustizia (voce del verbo giustiziare) esemplare promosso dalla dirigenza ministeriale, o se ne fosse addirittura compiaciuta. 

Qui veniamo al ministero, che ha creduto di pubblicare un comunicato (si legge su Huffington Post) sulla “dolorosa vicenda personale e professionale del Consigliere d’Ambasciata Michael Giffoni” che sostiene: “Le ragioni che furono alla base del provvedimento amministrativo, e che ne determinarono la destituzione dal servizio, non riguardano l’oggetto dell’azione penale e non hanno dunque a che vedere con il reato di associazione per delinquere o quello di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dai quali egli è stato assolto, nel primo caso perché il fatto non sussiste e nel secondo caso perché le condotte accertate non costituiscono reato. Ciò è confermato dal fatto che l’Amministrazione non ha mai accusato Giffoni di alcun reato”. Direi che non è vero. Giffoni fu sospeso, e poi destituito, invocando a suo carico “elementi emergenti e convergenti di sua diretta responsabilità, anche con riferimento ai profili di dolo e colpa grave”. Il ministero era del resto costituito parte civile nel processo penale. 

Il ministero non ritiene poi di menzionare la madornale differenza di trattamento fra la singolarissima radiazione di Giffoni e la pletora di casi di diplomatici, ambasciatori e no, la cui corruzione ammessa e provata negli stessi tribunali non si è mai guadagnata una simile esemplare severità, ed è stata viceversa liquidata in camera caritatis. In simili casi il danno di immagine al ministero e al buon nome dell’Italia presso interi popoli è stato a volte clamoroso. Lo riscrivo con cognizione di causa. 

da qui

domenica 3 ottobre 2021

La condanna di Mimmo Lucano è il totale ripudio del buon senso - Adriano Sofri

 

La vanità della giustizia dietro l’assurda sentenza (suicida, o peggio) sull'ex sindaco di Riace


Che sciocchezze si dicono sulle sentenze. “Non si commentano!” – figurarsi. Poi succede davvero che paiano incommentabili, che lascino, a tutta prima, senza parole. Bastonate fra capo e collo, da tramortire. Forse, ci si dice, bisogna smettere con la pretesa di capire. Forse sforzarsi di capire è un cedimento all’assurdo, gli restituisce una razionalità. Eravamo stati sbalorditi dall’oltranza di una pubblica accusa che aveva preteso per Mimmo Lucano una condanna a 7 anni e 11 mesi – 8 anni, insomma, addolciti come i prezzi al mercato: 7 euro e 99 centesimi. Poi il presidente ha letto, prima le singole tariffe, poi il totale: 13 anni e 2 mesi. 

    
Poco dopo era già su YouTube, guardavo 
l’uomo che leggeva, chissà che la fisionomia, il taglio dei capelli, desse qualche indizio. Guardavo la giudice donna e quello uomo, gli altri due del collegio giudicante, speravo di rintracciare dei sentimenti a latere: si erano trattenuti quattro giorni in camera di consiglio, avranno almeno avuto dissensi, aspri magari, dopotutto avevano alle spalle non solo un’opinione pubblica commossa e turbata ma pronunciamenti giudiziari i più diversi e contrastanti, misure gravi prese e revocate.

      

Ma i giudici a latere stanno in silenzio alla lettura della sentenza, e hanno la mascherina, così non traspariva almeno dalle loro facce un’amarezza, un disappunto – si trattava della vita di un uomo e delle altre 26 persone giudicate con lui. Mi è balenato un pensiero risolutivo: è una sentenza suicida. Il diritto ha infatti escogitato stratagemmi capaci di capovolgerne l’assurdità. Possibile? No, purtroppo no: dev’essere ancora peggio di così.

   
Io (e anche voi che non avete termini di paragone strettamente personali) non fatico affatto a capire, a sentire, che cosa abbia provato Mimmo Lucano mentre gli leggevano la sentenza, capo d’imputazione dietro capo d’imputazione (otto ne aveva addosso, un campione di sollevamento pesi: associazione per delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina). Lo capisco Mimmo, lo sento, gli sto a fianco, per quel che vale: un po’ vale. Non è su di lui che mi interrogo, l’ho già fatto da quando questa burrasca si è alzata e l’ha scaraventato giù dal prestigio che si era meritato con la frazione alta del suo paesello, e aveva roso d’invidia e di livore i tanti umani troppo umani dai pomeriggi grigi, offesi dalle classifiche che facevano di Mimmo un eroe in carne e ossa, e di Riace, il giacimento degli eroi di bronzo, il suo regno. Se mi propongo nonostante tutto di provare a capire, è sul giudice che devo interrogarmi, quello che ha letto la sentenza, quello che è stato attento a raddoppiare la richiesta esosa della pubblica accusa, ma non esattamente, che sarebbe stato grossolano, 15 anni e 10 mesi, no: 13 anni e 2 mesi, la piccola asimmetria è condizione di grazia. 

   
Si chiama Fulvio Accurso, e io sono un topo di Google, miniera che non tradisce. Ha 58 anni, è nato a Reggio Calabria, è stato pubblico ministero a Reggio, giudice e poi presidente della sezione penale a Locri, poi presidente facente funzione del tribunale fino a febbraio 2021. Allora, dopo una vacanza di quasi un anno (il precedente era stato promosso a Catanzaro) il Csm vota all’unanimità per il successore: la giudice Gabriella Reillo, del tribunale di Catanzaro. Voci locali si levano a denunciare indignate che non un solo voto sia andato al giudice Accurso, candidato naturale all’incarico che già ricopre di fatto. La nominata Reillo (altra voce locale) “rinuncia all’incarico, dimostrando un’enorme sensibilità per la situazione che si stava venendo a creare, e il Consiglio superiore della magistratura è tornato sui suoi passi chiudendo questa situazione incresciosa nell’unico modo possibile: quello giusto”. A maggio Accurso, con la controfirma di Cartabia, è presidente effettivo del tribunale, nel quale sta guidando da tempo il processo a Lucano Domenico, ex sindaco di Riace. Le cronache nazionali, intermittenti come sempre, segnalano una mossa falsa del pm, Michele Permunian, che denuncia in aula la candidatura di Lucano alle elezioni regionali, a conferma del suo disegno di sfruttare le supposte malversazioni per la propria ambizione elettorale (Mimmo Lucano, fuori dal breve confine di Riace, aveva sempre rifiutato candidature appetitose, compresa quella all’Europarlamento). Qui non si fa politica, si fa un processo, tagliò corto Accurso, e fece ben sperare. 

  
Ma lasciatemi procedere nell’improvvisato bottino di notizie sull’autore primo della sentenza che ieri ha tramortito gli italiani (e gli stranieri) non incattiviti. Nel dicembre 2017 gli studenti del Liceo “Mazzini” di Locri incontrano nel loro auditorium “il dott. Fulvio Accurso, che ci ha fatto emozionare, raccontandoci del progetto ‘I colori della Legalità’”. Accurso li ammonisce a non pensare ai detenuti come a un “noi e voi”, ragazze e ragazzi visiteranno il carcere e pubblicheranno un giornalino, “Oltre le sbarre”. L’antefatto, riferisce un conoscente di Accurso, coach di professione, è che lui “è un uomo di legge, ma anche un artista. Ama dipingere e circondarsi di musica, colori e bellezza. Il giorno in cui si è insediato ha capito che era inaccettabile per lui lavorare in locali fatiscenti e degradati, come le strutture a cui siamo abituati. Nel giro di poche ore Fulvio ha cominciato a far fiorire le sue idee, proponendo un restauro a ‘costo zero’ per lo stato. L’idea è stata accolta con entusiasmo dal presidente del tribunale e hanno aderito con lo stesso fervore il direttore delle carceri di Locri, l’ordine degli avvocati, l’amministrazione comunale, una compagnia di assicurazioni e tutto il personale del tribunale. Un’idea geniale, una colletta tra magistrati, un contributo degli avvocati per i materiali, l’assicurazione che ha coperto i rischi, il tifo del personale del tribunale e l’opera di quattro giovani detenuti, tutti a fine pena e su base volontaria, hanno dato vita al progetto ‘I colori della legalità’. Il tribunale di Locri, a seguito di questo progetto, è stato inserito quale ‘primo tribunale d’Italia tra le best practices del Csm’ per operazioni di tal genere”. Per parte sua, il giudice Accurso testimonia: “Ho chiesto ai quattro uomini: siete felici?”. “Siamo felicissimi dottore!” (e il Csm, poi, avrebbe votato all’unanimità l’altra candidata: com’è ingiusta la vita!).

  
Sto mettendo in buona luce il giudice Fulvio Accurso? Me ne guardo. E tanto meno sto ripetendo la cantilena della vita che è chiara e scura. Casomai, nel nostro caso, si mostrerebbe bianca e nera. Nerissima è la pagina che il collegio di Locri ha appena firmato sulla pelle del bravo sindaco (e dei coimputati, troppo trascurati dalle cronache: la compagna di Lucano, Lemlem Tesfahun, 4 anni e 10 mesi; Cosimina Ierinò, segretaria dell’associazione Città Futura, 8 anni e 10 mesi; Annamaria Maiolo, presidentessa di Oltre Lampedusa, 6 anni, come Salvatore Romeo e Jerry Tornese, e così via). 

  
La condanna sarebbe stata penosa, salvo che si fosse ridotta al riconoscimento simbolico che, nell’intento di far bene e supplire all’incapacità di accoglienza pubblica, Lucano e la sua gente avevano trasgredito regolamenti e pastoie: come nella vicenda delle cooperative per i rifiuti e i loro favolosi asinelli. Sarebbe suonata odiosa, perché inutilmente crudele ed esemplare, se avesse accolto la richiesta della pubblica accusa. Ma la condanna pressoché raddoppiata non è solo il ripudio del buon senso confrontato con la lettera della legge, né la severità feroce che respinge come intrusa umanità e buon senso: è una bravata. Per far riuscire il calcolo, ha dovuto negare agli imputati, incensurati, le stesse attenuanti generiche, e negare la ovvia continuazione del reato. Perché? Bisognerà che lo spieghi lui, il giudice, e immagino che vorrà tenere per sé la stesura delle motivazioni, dopotutto è la gran festa della sua vita. Ma le motivazioni non basteranno. Dev’esserci qualcosa d’altro in una simile messinscena della giustizia, in una simile rivalsa sul suo pubblico tramonto. Sapete che cos’è una sentenza suicida. E’ una sentenza deliberatamente assurda, e assurdamente motivata, per garantirsi l’annullamento nei gradi successivi. Un inganno vergognoso, di solito perpetrato per rivalersi da giudici togati e soprattutto dai giudici popolari dell’assise che abbiano imposto un’assoluzione non voluta dal presidente. Qui, dove tutto sembra ribaltato, la sentenza sfida l’assurdità a vantaggio dell’oltranza. Fama del piccolo sindaco, popolarità nazionale, classifiche internazionali che lo mettono al secondo posto fra i sindaci del pianeta, al quarantesimo dei cento personaggi più influenti, alla candidatura al Nobel: una carriera che va schiacciata col doppio della tracotanza. Ha creduto di “dominare” Riace (così l’accusa) rendendola extraterritoriale, facendosi la sua propria legge, procurando matrimoni di donne straniere e facendo ripulire il paese coi somari, fottendosene dello stato. E lo stato gli ha dato ripetutamente ragione; un gip (nessun lucro, solo superficialità e malcostume), una volta su due una prefettura (autorità che quando non sapevano dove sbattere la testa gli mandavano migranti cui provvedere con tanto di ringraziamenti ed elogi), una volta la Cassazione (che l’ha fatto tornare a Riace), ma quello è uno stato che periclita. Lo stato sono io, 13 anni e 2 mesi, tredici anni e due mesi. E lui è Mimmo Lucano, piccolo, percosso, attonito. Non ha intascato un solo denaro per sé, in tutta questa vicenda, hanno dovuto ammettere. Ma ha lucrato per la reputazione, per la vanità… Oggi, di sé, dice di sentirsi finito. Finito Mimmo, è il momento malinconico di interrogarsi sulla reputazione, sulla vanità, di un giudice, di un collegio di giudici. E il famoso prepotere delle procure ha avuto anche lui la sua lezione: doppiato, anche lui.

 
Riace non c’è più. Il successore di Lucano era ineleggibile, restò appena il tempo di cancellare un’intitolazione a Peppino Impastato. “Xenia”, hanno chiamato in procura l’operazione di pulizia etica di Riace. Un fatuo ricordo di Magna Grecia, di Locri Epizefiri. Disambiguazione: c’è una marca di bibite e cracker, una nave, un’auto, dei villaggi anglosassoni, un film, una termoplastica, un nome proprio, un asteroide, una raccolta di epigrammi di Marziale, una di Montale. “Xenia” erano i cibi che si mettevano nelle stanze degli ospiti dopo il primo giorno di accoglienza, perché si sentissero come a casa loro. Pollame, uova, verdura, frutta e altri prodotti della campagna. E dipinti, che ornassero le domuncolae o le dispense degli ospitati. E’ Vitruvio, sembra la descrizione di Riace com’era. Come non sarà più. Fiat iustitia et pereat mundus. Sia fatta giustizia, vada in malora il mondo. 

https://www.ilfoglio.it/giustizia/2021/09/30/news/la-condanna-a-mimmo-lucano-e-il-totale-ripudio-del-buon-senso-3047795/

lunedì 16 marzo 2020

Halabja, 16 marzo 1988



Halabja

L'Attacco chimico di Halabja (in curdo: Kîmyabarana Helebce) avvenne il 16 marzo 1988, durante la guerra Iran-Iraq. Armi chimiche furono utilizzate dall'esercito iracheno nella città curda di Halabja.

L'attacco fu realizzato con gas al cianuro per rappresaglia contro la popolazione curda che non aveva frapposto sufficiente resistenza al nemico iraniano. I morti furono circa 5000. I Curdi morti in totale furono più di 100.000.

In seguito a questa azione tra il 2007 ed il 2008 vennero processati per crimini contro l'umanità vari gerarchi del regime di Saddam Hussein (ma non quest'ultimo, all'epoca già impiccato per altri crimini), tra cui il comandante militare delle operazioni, Ali Hassan Abd al-Majid al-Tikritieh], che venne condannato a morte, sentenza eseguita il 25 gennaio 2010.
(wikipedia)

Tutto accadde durante la guerra Iraq-Iran, conosciuta da molti come guerra del Golfo (Persico). Il 16 marzo 1988 nella città di Halabaja - città di circa 70mila abitanti situata nel Kurdistan iracheno, a 240 km a nordest di Baghdad e a 15 km dal confine iraniano - il regime iracheno, guidato all'epoca dal dittatore Saddam Hussein, compì un orrendo massacro. Per diverse ore l'aviazione dell'Iraq bombardò le zone residenziali della città con un composto chimico letale - un miscuglio di iprite, acido cianidrico e gas neurotossici.

In quell'attacco persero la vita almeno 12mila persone, mentre i sopravvissuti dovettero lottare anche a distanza di anni contro diverse malattie e disturbi fisici (si registrò un'impennata di casi di cancro al colon, di problemi cardiaci e respiratori, di tumori della pelle e di problemi alla vista). Inoltre nell'area si riscontrarono diversi casi di malformazione genetica.

Nonostante oggi quest'episodio viene da tutti riconosciuto come un crmine contro l'umanità, all'epoca la comunità internazionale non mosse un dito contro l'Iraq - allora alleato degli Stati Uniti -, dimenticandosi di applicare le sanzioni previste dal capitolo 7 della Carta Onu, lo stesso usato dal governo britannico per ricevere dal Consiglio di sicurezza l'autorizzazione per intervenire in Siria. Il dipartimento di stato americano non perse tempo e il giorno dopo accusò l'Iran per quanto fosse accaduto, argomentazioni che vennero portate avanti anche dalla CIA per buona parte degli anni 90. L'agenzia di intelligence statunitense cambiò poi radicalmente versione qualche anno più tardi e citò spesso il caso Halabja per dimostrare il possesso di armi chimiche da parte del regime di Hussain e giustificare l'intervento militare.

Armi chimiche vennero usate dall'Iraq qualche mese più tardi, dopo che venne siglato l'accordo di cessare il fuoco con l'Iran. Il 25 agosto 1988, durante l'operazione "final Anfal", il regime iracheno attaccò la regione kurda del Baldian facendo largo uso di iprite e gas nervino. Gli attacchi andarono avanti fino al 9 settembre, quando il regime fu costretto a intettormpere la sua "soluzione finale" per le forte proteste internazionali. Durante quei giorni persero la vita numerosi civili; alcuni riuscirono invece a rifugiarsi nei territori vicini, per lo più in Turchia. Anche in questo frangente l'Onu non fece nulla per accorrere in aiuto della popolazione, perché "si trattava di una questione interna dello stato iracheno".

Per quale ragione quindi la comunità internazionale non ci sta pensando due volte a intervenire in Siria (nonostante non siano state ancora mostrate prove certe) mentre non fece quasi nulla per il caso curdo? Forse le Nazioni Unite hanno imparato molto dalle dure lezioni del passato, oppure i regolamenti internazionali e la Carta dell'Onu valgono veramente poco di fronte agli interessi strategici dei paesi del blocco Atlantico.




Morning sun breaks through the trees
Swaying gently on the morning breeze
Dappled shadows in the village square
Soft breeze blows away the chill night air

People gather in a dusty street
Stalls are opening, the old folk meet
Conversations on the morning air
Another day is dawning in Halabja village square

Children safe behind school yard gates
A few last stragglers arriving late
Teachers ready for another busy day
A time to study and a time to pray

Sweet, sweet breeze blows through the town
Gently flowing, makes no sound
Trickles silent beneath the doors
Like the sea laps against the shore

No bird song, no sound in the street
The school lies still, no clatter of feet
A sweet sweet fragrance hangs in the air
Deadly harvest in Halabja village square

A gift from France and the USA
Love and kisses from the UK
Soft skinned handshakes behind closed doors
Vultures gather to count the score

It’s got nothing to do with me
I cannot hear, I cannot see
It’s got nothing to do with me
It’s not on my TV

I’m the king of the castle and you’re the dirty rascal

A gift from France and the USA
Love and kisses from the UK
Soft skinned handshakes behind closed doors
Vultures gather to count the score


Mamma, sento l’odore delle mele! - Azad Berkendal 

Mamma, sento l’odore delle mele!
Halabja è il luogo in cui un bimbo corre e dice “dayê bêhna sêva tê” (Mamma, sento l’odore delle mele) e parla con sua madre per l’ultima volta.

Vi piace il profumo delle mele?
Ve lo chiedo in un altro modo: avete mai sentito un bruciore alla gola mangiando una mela? No? Allora ve lo racconto.
Trentadue anni fa, la mattina del 16 marzo 1988, il dittatore Saddam Hussein diede l’ordine di lanciare il gas al profumo di mele sulla città curda di Halabja. I curdi si svegliarono con l’odore delle mele, andarono in cucina con gioia e curiosità ma quando notarono che non veniva da lì aprirono le finestre e sentirono un odore buono e intenso che veniva da fuori. Uscirono tutti in strada e videro che c’erano anche tutti gli altri, con la stessa curiosità e gioia. Iniziarono a camminare velocemente per cercare di capire da dove provenisse questo buon profumo. Da una parte sentivano più forte e intenso l’odore delle mele mentre dall’altra si sentivano come se stessero bruciando. Ma a loro non importava e continuavano a camminare. Molti però iniziarono a correre. Correvano e correvano. Ma stavano anche bruciando. Questa volta iniziarono a correre verso le loro case. La combustione stava aumentando. Nel tempo si accorsero con paura che la loro pelle cominciava a diventare viola e a restringersi. Avrebbero dovuto raggiungere l’acqua il prima possibile. Quando si gettarono in acqua il loro corpo iniziò a sciogliersi come se stessero entrando in una piscina piena di acido. Ormai erano tutti morti senza capire da dove provenisse la morte. Sono morti bruciandosi e sciogliendosi. Senza fuoco e senza fumo, ma con urla e grida, senza capire cosa fosse successo.

Prima, sono bruciati i miei capelli, poi i miei occhi.
Il mio corpo si è sciolto lentamente.
Sono morto senza capire quale fosse il motivo e da dove provenisse la morte.
Sono diventato una manciata di cenere e la mia cenere è stata soffiata in aria.
Il veleno chimico è una cosa talmente terrificante che non appena viene a contatto con il tuo corpo ti brucia, ti impedisce di respirare, ti scioglie come il burro trasformandoti in cenere. Non è possibile che tu muoia senza dolore. La tua pelle si brucia e si scioglie pian piano, lentamente, facendoti morire con un dolore che non puoi nemmeno immaginare. Ti spareresti in testa, se potessi, per non soffrire così tanto.
Un veleno con un buon odore di mela.
Un veleno profumato fu un massacro di un popolo.
Un veleno con cui fu pianificato l’obiettivo di uno sterminio, specialmente di bambini, e così il loro futuro.
Un veleno che ha trasformato 5mila vite in cenere.
La maggior parte dei morti ad Halabja furono dei bambini. Come sempre, in tutte le guerre, proprio come in altri massacri, muoiono bambini. Gli Stati capitalisti dovevano portare democrazia, sicurezza e pace nei paesi autoritari in cui c’è la dittatura, ma come sempre danno precedenza ai loro interessi producendo armi chimiche e veleno, fregandosene della vita umana. Sono stati proprio questi Stati capitalisti a mettere il veleno nelle mani del dittatore Saddam. Loro, volendo, possono vedere, sentire e controllare tutto il mondo ma non hanno voluto sentire e ascoltare le urla e il grido della morte terrificante del popolo curdo. Non hanno voluto sentire perché in quel momento erano impegnati a pianificare altri massacri e genocidi in altri paesi.
Il capitalismo ha sempre sacrificato vite umane e sta uccidendo il nostro pianeta.
Il cambiamento climatico non è più una cosa del futuro, non è più dovuto alla natura ma è dovuto al capitalismo e a ciò che producono i capitalisti: gli oceani si stanno alzando, gli uragani stanno diventando sempre più potenti, le foreste stanno bruciando, le persone muoiono a causa di ondate di caldo, siccità, inondazioni e carestie. Simili eventi meteorologici estremi stanno diventando rapidamente la regola, non l’eccezione.
Sono stati gli stessi capitalisti a bruciare migliaia di bambini piccoli con gli occhi piccoli ad Hiroshima. Furono loro a uccidere centinaia e migliaia di persone in Vietnam. Furono loro che hanno silenziosamente sostenuto il massacro di 800mila persone in Ruanda avvenuto in cento giorni. Non potevano sentire quelle urla. E furono sempre loro a massacrare 5mila curdi in un modo crudele donando il gas-veleno a Saddam.
Ora i bambini di Halabja stanno dando un messaggio di pace al mondo tenendosi per mano con i loro fratelli di Hiroshima, Ruanda, Vietnam e invocando l’umanità: “Il 16 marzo 1988 ad Halabja l’umanità fu lasciata senza fiato e bruciata. È nostro onore ricordare, non dimenticare e raccontare a coloro che non lo sanno. È un onore per l’umanità.” [anonimo, preso da Twitter, originale in lingua turca]


Il massacro dei curdi di Halabja è un monito all’odio di oggi - Martino Pedrazzini

“Ci sono colline verdissime e panorami che ricordano l’Irlanda!” E ancora: “Le montagne sono innevate e sembra di stare tra le Alpi!” Così dicevano…
I quasi cinquanta gradi dell’ora di pranzo, le immense distese di erba ingiallita dal sole e i rarissimi alberelli solitari paiono descrivere una realtà ben diversa. I miei amici sono venuti qui a dicembre e io con loro sono tornato a giugno. Sembrano due luoghi diversi, ma siamo nello stesso posto. Siamo ad Halabja, nel Kurdistan iracheno al confine con l’Iran, in quella che un tempo veniva chiamata Mesopotamia. Una terra che ha visto sorgere civiltà gloriose, che è stata teatro di guerre, di violenze e di persecuzioni, ma anche una casa accogliente per molti popoli dalle culture e dalle religioni più disparate.
Halabja è una città curda semi-sconosciuta che ha malauguratamente vissuto un solo brevissimo momento di celebrità. Il 16 marzo 1988 la popolazione della città fu brutalmente bombardata dall’aviazione irachena, vennero usate armi chimiche di ogni genere. Con i gas sprigionati nell’aria vennero uccise 5000 persone e più del doppio vennero ferite e molte rese per sempre invalide.
Per non dimenticare quel massacro è stato costruito un museo. E noi, bruciati dal sole, è lì che stiamo andando. Prima di arrivare al museo passiamo dal cimitero, un posto mai bello dove andare, ed è lì che ti arriva il primo pugno nello stomaco. È un grande cimitero in leggera salita fatto da sole lapidi, con alcuni monumenti funebri contenenti alcune parole di ricordo e il numero di morti sepolti in quella parte del campo. Sono solo lapidi. Una lapide per famiglia. Su ogni lapide sono riportati i nomi di madri e padri, di figlie e figli, di fratelli e sorelle. Alcune con un solo nome e altre con sei, sette o otto nomi… Intere famiglie sterminate!
Poco tempo per ragionare e usciamo, avvicinandoci al museo. Lo si vede in lontananza, dietro le case e in fondo alla strada. Ha una forma che è diventata il simbolo della città: l’unione del fumo dell’esplosione di una bomba e di due mani protese verso il cielo in preghiera. È un simbolo che ricorre nelle associazioni locali e nei luoghi istituzionali, è il simbolo di una tragedia impossibile da dimenticare e che è necessario tenere viva nella memoria collettiva. Dal cancello principale c’è una lunga via alberata che conduce al museo circondato da bandiere del Kurdistan iracheno. Sulla destra della strada sono tenuti dei vecchi carri armati degli anni ‘80 e uno di quei maledetti aerei da bombardamento. Tutto attorno alla piazza del museo c’è un verde giardino ben curato e una statua.
La statua raffigura un uomo che sta facendo una fotografia. E non appare chiaro da subito che cosa stia fotografando. Lo capisco solo quando giungiamo alla piazza del museo, quando i cespugli e gli alberi permettono la vista. Di fronte all’entrata è posta un’altra statua, il secondo pugno allo stomaco: è una donna che, riversa a terra, abbraccia il suo bambino. Quell’uomo è il primo giornalista che arrivò ad Halabja dopo il bombardamento, il primo che documentò la tragedia.
Davanti ai nostri occhi sembra ricostruirsi quel momento. Inizio a pensare che l’avvicinamento al museo sia fatto apposta in questo modo: entri piano piano, vedi alcune cose e inizi a farti delle domande, ti chiedi che significhi la forma del museo e cosa stia fotografando quell’uomo… Le risposte però non rientrano neanche nelle più remote stanze del tuo cervello.

Entriamo. La prima sala del museo è una raccolta di foto e di racconti della cultura curda: foto di vestiti tipici e di feste tradizionali, foto della vita agricola e delle manifestazioni dei lavoratori, foto di personaggi illustri e di uomini e donne del popolo. “A te che entri, non dimenticare! Non è stato un semplice atto di guerra, ma una vile repressione di un popolo, lo sterminio programmato del diverso”. Procediamo nella seconda stanza e qui i pugni allo stomaco sono continui e ancora più forti, da far venire le lacrime agli occhi. Qui è ricostruito l’ambiente che poteva apparire a chi fosse entrato ad Halabja nel ‘88, subito dopo il bombardamento. Corpi senza vita a terra. Due bimbi con il volto insanguinato appoggiati contro il muro. Calcinacci e detriti sulla strada. Un pickup, la cui fuga è stata fermata, pieno di corpi accatastati nel cassone. Animali esanimi e il terreno bruciato. Un uomo che stava infornando il pane. E silenzio, nessuno che riesce a dire una parola. È una ricostruzione e i muri sono dipinti, ma quei corpi in rilievo, come una Pompei irachena, sono terrificanti, puoi solo immaginare il terrore delle vittime e lo sgomento dei sopravvissuti. Non puoi dire una parola, tutto perde di significato.
Ci lasciamo alle spalle la distruzione e entriamo in una sala circolare, lì sul muro sono riportati i nomi delle vittime. In un ambiente nero saltano agli occhi le scritte bianche in alfabeto arabo, che sembrano trasportate verso l’alto nel cono che forma la struttura del museo. Sono un’infinità di nomi ed è lì che 5000 diventa un numero reale, è lì che puoi intuire le dimensioni della tragedia. Procediamo nella quarta stanza dove ci sono foto e video: fatti da lontano durante il bombardamento e nei giorni successivi in città e negli ospedali. Non penso che sia possibile descrivere adeguatamente le sensazioni, ma l’incredulità si mischia al desiderio di guardare per non dimenticare e la tristezza si mischia alla rabbia. Ogni foto, ogni video, ogni intervista ti prende a pugni con ancora più violenza di prima. Vuoi voltare lo sguardo e se riesci a non farti scalfire è solo perché tutto quello che stai vedendo è inconcepibile e cerchi di difenderti. Quella stanza e quelle testimonianze sono questo, ma anche molto altro. Se non sei del tutto insensibile è una crescita di coscienza del proprio ruolo di fronte alle sofferenze umane, è il desiderio di non veder mai più succedere cose simili. Non è solo un ricordo è anche una riflessione sul presente. E così assumono un senso ulteriore le foto della fuga da Halabja affiancate e quelle degli yazidi del Sinjar in fuga dall’Isis nel 2014, così come le foto dei bambini costretti a migrare e a morire sulle nostre coste oggi come allora.

Il museo sta per finire, c’è un’ultima stanza, che dopo tutti i pugni nello stomaco pare fatta apposta per far ritornare gradualmente a quello che è il nostro mondo. Si viene trasportati alle settimane dopo il bombardamento: a Baghdad è morto un uomo che aveva denunciato la barbarie del regime di Saddam, sono presenti le foto e la corda che hanno usato per fingere che si fosse suicidato; in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo le pagine dei giornali iniziano a riempirsi di articoli sul bombardamento di Halabja, lì ci sono le pagine dei giornali, giornali che parlano della strage, che iniziano a fare la stima delle vittime.
Ma se i giornali ne avevano parlato, com’è possibile che nessuno ricordi nulla di tutto ciò? Fuori dal museo mi porto l’enorme tristezza e lo sgomento e la rabbia nei confronti di un mondo che permette certe tragedie e che immediatamente le dimentica. Ma anche il desiderio di far conoscere questa storia, di mantenere viva la memoria e di continuare a denunciare la barbarie e la violenza che, nonostante il silenzio, questo popolo e molti altri nel mondo subiscono ancora oggi. Ci allontaniamo, pensierosi e ammutoliti. Raggiungiamo le macchine e ritorniamo alla sede del NWE, l’associazione che ci ospita.

Sotto uno splendido pergolato che ci ripara dal sole cocente scopriamo che il NWE ha vari progetti sociali rivolti soprattutto alle donne: donne della città, ma anche dei vicini campi profughi, donne irachene, ma anche siriane e iraniane, donne curde, arabe e dei numerosi gruppi etnici e religiosi che popolano l’area. Ha una radio che tratta gli argomenti più vari: dalle questioni di salute a quelle della gestione della città, dallo sport alle notizie locali. La radio è gestita dalle donne dell’associazione che fanno da speaker, da tecniche dell’audio e si occupano della programmazione dell’intero palinsesto. Ci sono progetti ambientali per la riqualificazione dei terreni resi improduttivi dalle sostanze tossiche del bombardamento e progetti per l’educazione ad un utilizzo moderato della plastica.
Mentre parliamo, ci vengono presentate alcune delle volontarie e delle insegnanti che organizzano la scuola di inglese e i corsi di musica per i bambini e le bambine. Al tavolo di fronte al nostro un gruppo di mamme assieme ad altre donne stanno imparando a lavorare a maglia per prodursi i vestiti di cui necessitano o che poi potranno vendere. Halabja dopo l’88 ha vissuto altre guerre, negli anni ‘90 e negli anni 2000, ha vissuto da vicino l’espansione dell’Isis e ha accolto migliaia di profughi in fuga. Qui in questo momento assaporiamo la voglia di ricostruire e di ricreare una convivenza pacifica, giusta ed egualitaria, rispettosa delle diversità dei singoli e attenta alle necessità delle persone più deboli e in difficoltà. Qui ora respiriamo una bella aria, un’aria che sembra essere l’antitesi di quei gas di trenta anni fa. Non più morte, ma vita.

Questo articolo è frutto di un viaggio a Halabja avvenuto a giugno 2019 da parte di sette attivisti e attiviste del Servizio civile internazionale (SCI) e del Coordinamento italiano sostegno donne afgane (CISDA). Al loro ritorno hanno dato vita a Halabja stories, un progetto che ha come scopo quello di preservare la memoria del bombardamento e di sostenere le attività del NWE finanziando iniziative e coltivando l’amicizia tra Italia e Iraq con l’invio di volontari e volontarie in campi di lavoro. Halabja stories è anche una mostra itinerante che toccherà diverse città italiane.

Simboli e massacri. Che cosa resta oggi della Srebrenica irachena - Adriano Sofri
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Halabja, Kurdistan iracheno. Sono andato a Halabja, tardi, dopo anni che frequento il Kurdistan. Non so quanti di voi conoscano questo nome: del resto si è sempre in ritardo di qualche genocidio. A Halabja (è facile da pronunciare, “Halàbgia”, in curdo si dice “Helebce”, o “Helewce”) dovrebbe suonare come Srebrenica (pronuncia “Srèbreniza”). Halabja è successa nel 1988, il 16 marzo: 29 anni fa oggi. Aveva circa 17 mila abitanti allora. Un paesone povero, a 70 km da Suleimanyah, al confine con l’Iran, alle pendici dei monti di Hawraman, uno dei paesaggi più belli del Kurdistan iracheno e iraniano. Era l’ultimo anno di otto della guerra Iran-Iraq e Saddam, che conduceva una intima guerra speciale tesa a liquidare i propri sudditi curdi, fece bombardare dal cielo per ore Halabja con gas micidiali. Fra i 3.500 e i 5.000, la gran maggioranza bambini e donne, morirono quel giorno in un’agonia straziante. Le cantine che la gente si era abituata a usare come rifugi dai frequenti bombardamenti dell’uno e dell’altro fronte si trasformarono in camere a gas. Qui non ci fu lo smaltimento dei corpi. I pochi coraggiosi fotografi li trovarono, ammucchiati gli uni sugli altri, o crollati lungo una fuga vana, a piedi o su carri e furgoni che non avevano avuto il tempo di muovere. Trovarono una Pompei di umani e animali – i primi a crollare erano stati gli uccelli del cielo e gli animali domestici, sotto gli occhi dei bambini.
C’è un’immagine sopra tutte che è diventata il simbolo di quel giorno, una madre supina sopra il proprio piccolo, come se lo proteggesse ancora, morti l’una e l’altro. E’ diventata una scultura ripetuta nella città e nel giardino del monumento al genocidio e del museo, ancora povero, che custodisce nomi e cose e memorie. Oggi Halabja è una città di forse 150 mila abitanti, con una giovane donna sindaco, è diventata capoluogo di una provincia – la quarta, dopo Erbil, Suleimanyah e Dohuk, senza contare la controversa Kirkuk – ha una sua università. E’ stata tradizionalmente, molto più delle altre province curde, una culla di formazioni islamiste, come l’Ansar al Islam del farabutto Mullah Krekar che l’Italia stava per farsi estradare dalla Norvegia. E’ ancora molto povera e paesana, a confronto con le altre, e anche i suoi memoriali sentono il bisogno di una manutenzione migliore, soprattutto le fosse comuni del cimitero. Nelle case si tengono piatti di mele, e mele vengono distribuite dai suoi giovani nelle strade di Suleimanyah, perché i gas di “Ali il Chimico”, il famigerato Ali Hassan-al-Majid, il cugino di Saddam specializzato in quest’arte, spandevano dapprincipio un forte odore di mela dolce. A distanza di una generazione e oltre, la gente di Halabja soffre ancora le conseguenze di quel veleno, soprattutto nelle malformazioni neonatali, nella diffusione dei tumori e nelle malattie della pelle. E ha sofferto a lungo di una sensazione di abbandono e di misconoscenza, nei confronti della stessa più vasta comunità curda. Il mondo è stato restio a riconoscere il programma genocida che si è accanito su Halabja e ha colpito per anni la regione curda dell’Iraq, devastando migliaia di villaggi, svuotando città della loro popolazione, usando i gas. A Halabja avvenne qualcosa di specialmente odioso. L’occidente, le cui fabbriche europee avevano a lungo fornito a Saddam gli ingredienti del suo arsenale chimico, e soprattutto gli Stati Uniti, che sapevano tutto ma avevano allora nell’Iran di Khomeini il proprio nemico principale, vollero sostenere in piena malafede che i gas fossero opera dell’Iran. Anni dopo una lugubre ironia volle che quando si preparava la guerra all’Iraq i gas di Halabja venissero rievocati in America e ora attribuiti a Saddam, per rafforzare la decisione dell’intervento. Nel museo di Halabja ho incontrato una coppia di americani, mormoni dello Utah, volontari di una organizzazione umanitaria. Nella città ci sono segni di fratellanza italiana, anche con Marzabotto. Non so se si sia mai stabilito un legame con Srebrenica: sarebbe giusto.


giovedì 7 luglio 2016

La “strega“ Doina al rogo - Carmelo Musumeci

Desidero iniziare questo articolo citando queste parole dell'ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che in galera passò lunghi anni: “Ricordatevi, quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi“. Oggi nella redazione di “Ristretti Orizzonti“ del carcere di Padova si è parlato e discusso del caso di Doina Matei, che, appena diciottenne, il 26 aprile 2007, uccise Vanessa Russo colpendola con la punta dell'ombrello in un occhio, dopo una lite in una stazione della metropolitana di Roma.
Da poco tempo, dopo nove anni di carcere, era in regime di semilibertà e lavorava in un ristorante di Venezia. A causa di alcune sue foto finite in rete (Facebook) dove appariva sorridente al Lido di Venezia, il magistrato di sorveglianza le ha sospeso il regime di semilibertà. E ora la ragazza è tornata in carcere a tempo pieno.
Questo triste episodio ha rafforzato in me l'idea che la società chiede giustizia, ma in realtà vuole e pretende solo vendetta. Io penso invece che una pena non dovrebbe mai essere una vendetta, ma piuttosto una medicina che dovrebbe servirti a guarire. È comprensibile il senso di “vendetta“ dei familiari delle vittime, ma è incomprensibile la vendetta di tutta la società. Non si può considerare una persona colpevole per tutta la vita, perché le persone cambiano e la vera colpa te la senti addosso anche se hai finito di scontare la tua pena perché non serve una pena lunga per sentirsi colpevole.
Sembra che più diminuiscono i reati e più la cosa dispiaccia a certi politici che sulla emergenza criminalità hanno costruito la loro fortuna elettorale e tutte le occasioni sono buone per urlare parole forcaiole e di odio. Io invece provo tanta pena per la “strega“ Doina, di nuovo messa al rogo, chiusa in una cella, sola e abbandonata per colpa di un sorriso immortalato in qualche foto andata sulla rete.
Chissà perché mi piace pensare che la vittima del suo reato, Vanessa Russo (colgo l'occasione per manifestare tutta la mia sincera solidarietà a tutti i suoi familiari), non sia d'accordo con la decisione del magistrato che ha sospeso il regime di semilibertà alla “strega“ rumena. Coraggio Doina, buona parte della società ci odia e non ci perdonerà mai del male che abbiamo fatto, ma non per questo dobbiamo smettere di tentare lo stesso di dimostrare che possiamo diventare persone migliori. In tutti i casi in uno “Stato di Diritto“ o in uno “Stato Illuminato“ la pena non deve mai essere certa, ma piuttosto necessaria. E quando questa non è più necessaria dovrebbe cessare, anche prima della sua scadenza, perché al male e al dolore non si dovrebbero aggiunge altro male e altro dolore se non ci sono dei ragionevoli motivi.
Sì, è vero, Doina ha ucciso, ma i casi sono due: o la “bruciamo“ al rogo o la puniamo tentando di farla diventare una persona migliore. Non vedo altre alternative.
Carmelo Musumeci
Carcere di Padova

da qui

qui ne parla Adriano Sofri

giovedì 25 giugno 2015

Ascanio Celestini a Marco Travaglio, su Adriano Sofri

Ieri Marco Travaglio ha scritto un articolo su Adriano Sofri, ma poi ha parlato anche di altro. Per me che faccio teatro e ogni tanto vedo lui comparire come attore nelle stagioni teatrali è un motivo di riflessione importante. Da alcuni anni ci chiediamo (io, ma soprattutto critici e studiosi) come mai giornalisti e magistrati, ma alle volte anche preti, portino in scena degli spettacoli teatrali. Lo so che il teatro è meno piccolo di una nicchia, ma è un settore nel quale operano dei professionisti che si sono formati per farlo. Non basta avere delle cose da dire per farci un’opera teatrale.
Ma probabilmente non è così visto che c’è gente che compra il biglietto per vedere Travaglio.
Oggi mi sono dovuto ricredere. La forza persuasiva di Travaglio ha qualcosa di molto teatrale e tra i capolavori della persuasione mi ricorda il celebre discorso di Marco Antonio di Shakespeare. Cesare è stato ucciso dai congiurati e sulla sua salma Antonio parla proprio col loro permesso. Anche per questo la plebe gli crede. Bruto ha ucciso Cesare per combattere la tirannia e Antonio utilizza proprio i suoi argomenti per rovesciarne il senso.
Travaglio lo fa in un modo più semplice di Shakespeare, ma ci prova.
La questione che cerco di affrontare nasce dal fatto che Sofri viene invitato dal ministro Orlando a parlare di carcere e giustizia e Travaglio scrive che nessuno meglio di lui può farlo, ma lo dice ricordando che non ha scontato tutti e 22 gli anni di carcere al quale è stato condannato. Scrive che “è riuscito a scontarne a malapena 7” e gioca tralasciando il fatto che per un altro mucchio di anni è uscito di giorno per lavorare e poi è tornato di sera tra le sbarre.
La galera solo di notte, per lui, è villeggiatura come per Berlusconi era il confino ai tempi del fascismo?
Tutti quegli anni non se li è fatti in cella perché, ricorda Travaglio, è uscito “per gravissimi problemi di salute da cui si è prontamente e fortunatamente ripreso”, insomma fa pensare ad un malessere passeggero, forse persino un pretesto, ma non dice che gli si è squarciato l’esofago ed è stato un mese in coma farmacologico.
E conclude la parte in cui parla di Sofri ricordando che “era stato invitato al tavolo proprio in veste di ex detenuto, quindi di profondo conoscitore della materia carceraria, per quel poco che l'aveva sperimentata”.
Sette anni di reclusione per lui sono pochi.
In un testo del 1949 pubblicato su “Il Ponte” Vittorio Foa scrive che “nessuna pena detentiva dovrebbe superare i tre, al massimo cinque anni”. Foa scriveva cose del genere perché conosceva il carcere. Lo conosceva perché c’era stato rinchiuso.
Sarebbe da fare un’analisi approfondita dell’acrobazia retorica che segue e che mette in fila nomi improbabili, tipo: Riina, Buzzi, Lapo Elkann, Provenzano.
L’effetto è quello del frullatore: mischio ingredienti diversi e ne viene fuori uno solo che ha un solo sapore. Che li rende tutti uguali. Un po’ come la barzelletta che ci raccontavamo da bambini. Quella della mela che si sposa con la pesca e il prete dice “vi dichiaro macedonia”.
Ma a parte questo questo finale di frutta mista che mette tutti sullo stesso piano, tutti impresentabili, tutti malviventi,
è più o meno a metà del monologo che usa l’artificio retorico più interessante.
Ovvero quando scrive che il contributo di gente come Sofri ad un dibattito sulla detenzione “potrebbe avviarci verso la totale decarcerazione, cioè l'abolizione definitiva delle patrie galere”. Come a dire che non soltanto bisognerebbe mandare più gente in galera e chiudercela per molto più tempo. Che non basta avergli fatto scontare una pena, ma devono anche starsene zitti. Per lui è uno scandalo che persone che hanno vissuto un’esperienza di detenzione scrivano libri e parlino in pubblico. E questo perché (lo scrive come se si trattasse di una provocazione uno scandalosa senza sapere che da decenni se ne parla) potrebbero farci capire l’assurdità dell’istituzione carceraria.
Non sto a ricordare a Travaglio che nella Costituzione non si parla di carcere e che le pene non devono essere esclusivamente schiacciate sulla galera. Che in molti paesi si è imboccata da tempo la via della decarcerizzazione.
Semplicemente mi permetto di dargli due consigli.

Il primo è di decidere se sta facendo il giornalista o il teatrante. Sono due linguaggi diversi. Nel primo dovrebbe cercare di raccontare dei fatti, nel secondo può scrivere commedie o tragedie inventando commistioni, parallelismi e macedonie.
E poi gli consiglio un libro che è stato pubblicato un paio di mesi fa: “Abolire il carcere”. Ci sono scritti di pericolosi assassini terroristi come Luigi Manconi e Gustavo Zagrebelsky. Penso che possa farselo recapitare gratuitamente visto che l’ha pubblicato il suo stesso editore, quello per il quale pubblica libri e dirige un quotidiano.
Con rispetto,
ascanio

venerdì 9 novembre 2012

Basta sgomberi?



…ieri una censura nei confronti di Madrid è arrivata addirittura dal Tribunale di Giustizia dell’Unione Europea. L’Avvocato Generale Juliane Kokott ha infatti denunciato che la legge spagnola sugli sfratti viola la Direttiva 93/13 dell’UE permettendo l’inclusione nei contratti di concessione dei mutui di clausole ritenute abusive, in particolare quelle che in caso di non pagamento della rata permettono l’esecuzione forzosa dello sgombero dai domicili…

…Qui c'è una peculiarità, legata alla famosa bolla immobiliare, che a essere buttati in strada, con le buone o le cattive (le cattive!), oltre agli inquilini morosi, sono i proprietari di case ipotecate che la crisi ha privato del lavoro e impoverito, sicché non ce la fanno più a pagare le rate dei loro mutui. 

Le famiglie cui è già avvenuto sono oltre 350 mila, quelle su cui incombe lo stesso destino altre centinaia di migliaia. La legislazione spagnola, come ormai denunciano gli stessi magistrati tenuti ad applicarla con pena e vergogna, è letteralmente sadica nel fare gli interessi delle banche e calpestare diritti e umanità dei debitori.
Il meccanismo è complicato ma la sostanza è questa: i debitori morosi che hanno dato in garanzia l'ipoteca sulla propria casa - istigati, ricordate, dalla speculazione edilizia e bancaria - o, tragedia nella tragedia, case dei propri genitori o nonni, vengono espulsi alla svelta con un ampio e manesco dispiego della forza pubblica.

La casa passa alla banca, e la banca o chi per lei la ricompra all'asta, a un prezzo fortemente inferiore; ma il sequestro della casa, e la speculazione sul prezzo che consente, non bastano a estinguere il debito: il proprietario espropriato deve pagare la differenza con la valutazione iniziale del valore della casa, più gli interessi che continuano a correre.
 

Una rapina a vita, difficile da credere. E però a lungo questi sgomberi - desahucios - si sono perpetrati furiosamente nella vana resistenza delle famiglie e dei vicini, o nel silenzio di altre famiglie che si vergognavano della propria disgrazia, finché... Finché un movimento spontaneo, civico, di solidarietà con gli sgomberati è via via cresciuto, e finché alcuni gesti di quelli che si definiscono disperati hanno strappato la cortina. Mentre ero qui, a distanza di due giorni due persone si sono preparate all'appuntamento con le truppe degli sgomberanti: uno viveva solo, si è fatto trovare impiccato, alle dieci di mattina; l'altro ha dato un bacio al bambino e si è buttato giù dalla finestra…

…“Perder la casa tajante”, señala Manuel Muñoz, Jefe del departamento de Psicología Clínica de la Universidad Complutense. “La vivienda tiene una función psicológica que tiene que ver con tu identidad. Una referencia enorme, donde tienes una red social”, explica. “Incluso cuando el cambio de vivienda es voluntario siempre se produce un estrés importante. Cuando no se tiene a dónde ir, cuando es tu casa la que has perdido, es un momento clave en la vida”.
El colectivo más afectado es precisamente el que debería vivir ya en la estabilidad económica, entre los 30 y los 50 años. Educados en el concepto de vivienda como baluarte, lugar seguro e inviolable, el desahucio atenta contra un pilar básico. Con la pérdida del refugio, la mente inicia un recorrido para protegerse. “Hay una primera fase de negación en la que la persona o las familias intentan mantener la apariencia, negar la realidad, imaginarse que va a llegar un premio, una solución de algún sitio no se sabe en qué momento. Y en la mayoría de los casos eso se prolonga hasta que el desahucio ya es inevitable”, explica Guillermo Fouce, profesor de la Universidad Carlos III y coordinador de Psicólogos Sin Fronteras. Es uno de los 10 psicólogos de la asociación que tratan de mitigar los efectos delos desahucios en Madrid. En su experiencia ha encontrado quien refuerza esa negación manteniendo los hábitos y conductas previas al proceso de desahucio. “La gente sale por la mañana, en traje y con su maletín, haciendo gastos que ya no puede permitirse, como ir a restaurantes, y que en muchos casos siguen agravando su situación económica”, asegura Fouce…


mercoledì 11 aprile 2012

Lo specchio di Sarajevo – Adriano Sofri

ti chiedi dov'eri, non sentivi, non leggevi, cosa facevi...- franz


PS:  in un articolo nel libro, intitolato: "Complici dei serbi, nove volte maledetti" (L’Espresso, 28 luglio 1995), a un certo punto Sofri dice, a proposito di chi non vuole prendere posizione, né intervenire, ma parlare, aspettare...
"...Intimerei ai sostenitori di queste posizioni di estenderle al tema della criminalità comune e organizzata: si dicano contrari, nel caso di una vile aggressione stradale contro un inerme, non solo a intervenire in sua difesa, ma anche a telefonare al 113. Si dicano contrari, nel caso di Capaci e via D’Amelio, a ogni impiego della forza. Si dicano favorevoli al negoziato. Al più alto livello, con Totò Riina…"
come se oggi, per assurdo, qualcuno dicesse che Obama si incontra con quelli del Ku Klux Klan, per discutere sulle armi o sui neri da sacrificare,  e poi si scoprisse che è tutto vero - franz

…L’edizione originale del libro è del 1997 ma, dopo essere sparito dalla circolazione per troppo tempo, Sellerio decide di ristamparlo nel 2010 rendendolo così nuovamente alla lettura di chiunque lo voglia.
Raccoglie un serie di articoli scritti tra il 1993 ed il 1995 da Adriano Sofri come corrispondente da Sarajevo per L’Unità, il Manifesto e Cuore, durante i terribili anni dell’assedio alla città trasformata da grande capitale europea ad enorme galera.
Gli articoli si riempiono soprattutto della gente di Sarajevo, quei sarajevesi di cui è difficile non innamorarsi quando li si conosce ed incontra.
Per secoli luogo di incredibile tolleranza e multiculturalità, dove Islam, Ebraismo e Cristianesimo cattolico ed ortodosso hanno convissuto, dove imperi secolari come quello ottomano e quello austriaco si sono incontrati lasciando meravigliosi ricordi culturali ed architettonici Sarajevo è pur tuttavia ricordata per fatti di sangue. L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando per mano del nazionalista serbo Gravrilo Princip, scintilla che farà deflagrare il primo conflitto mondiale, e per i lugubri anni dell’assedio sotto i bombardamenti dei cetnici serbo-bosniaci dei criminali di guerra Karadzic e Mladic.
Di questi anni si Sofri ci racconta le difficoltà di vivere in una città in cui incroci stradali, mercati, i cortili dove giocano i bambini, le code alle fontane per l’acqua diventano i luoghi preferiti da cecchini e granatieri per esercitare la loro mira.
Ci dipinge i visi sofferenti della gente, della loro dignità.
Ci spinge a riflettere sulle responsabilità enormi che la comunità internazionale ebbe in quella vicenda come in tutta la guerra nei Balcani…
da qui