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giovedì 16 settembre 2021

Comunicato delle Madri Contro la repressione Contro l’operazione Lince

 


Ieri 14 settembre 2021 il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Cagliari, la Dott.ssa Manuela Anzani , ha rinviato a giudizio i 43 giovani, nostri figli, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore Guido Pani, capo della DIA di Cagliari sull’indagine condotta dalla Digos dalla Questura.
I vari capi d’imputazione vanno da rapina, lesioni, lancio di oggetti, resistenza a pubblico ufficiale fino all’ accusa di associazione con fini terroristici e sovversione dell’ordine democratico.
Lo Stato Italiano attraverso la sua pubblica accusa decide così della vita di 43 attivisti delle lotte contro l’occupazione militare della Sardegna , definendoli paradossalmente TERRORISTI.
Abbiamo assistito alla parata degli elicotteri sorvolare il tribunale e della unità cinofila della polizia in funzione sanificatrice dell’area. L’ennesima pagliacciata evocatrice di paura e terrore che doveva confermare l’esistenza e la necessità di questo processo farsa. È presumibile che la farsa durerà a lungo.
Il paradosso e l’anacronismo di questo circo e della definizione di Terrorismo, però, non induce alla risata.
Come si potrebbe definire ciò che è accaduto a Teulada e Quirra secondo gli atti dell’indagine sui reati di “Devastazione ambientale” e “Omicidio” di cui sono accusati i capi militari responsabili delle basi? Non sono le nostre pericolose e diffamatorie parole di “Madri contro l’operazione Lince” ma, nel caso di Teulada, quelle del giudice che non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata, paradossalmente, dallo stesso PM che, con grande perizia, ha condotto un’indagine durata anni e che , per motivi imprecisabili di ragion militare, fa prevalere il diritto alle criminali esercitazioni militari, piuttosto che le ragioni del diritto alla vita e alla salute delle persone e dell’ambiente.
Come definire la morte di militari inconsapevoli degli effetti dell’uranio impoverito e dei metalli pesanti liberati dalle loro stesse armi negli scenari di guerra dei Balcani, che per ragioni Umanitarie, lo stato italiano Bombardava negli anni ’90?
Come definire il sacrificio di 81 cittadini nel DC9 Di Ustica, imposto dallo Stato italiano per motivi di sudditanza militare e politica alla Nato?
Come definire il massacro di civili in Afghanistan ad opera della coalizione, addestrata nei poligoni militari della Sardegna, di cui l’esercito italiano fa pienamente parte, nei 20 anni di guerra in quel punto della terra per cui non si trova più una definizione di consorzio umano. Coalizione dissolta e in fuga ingloriosa, che ora consegna ai TERRORISTI Talebani ciò che si possono definire poveri resti umani?
Come definire l’operato del governo che tratta ora con i Talebani, che in un vorticoso cambio di prospettiva, li accredita come forza politica degna di governo di quel luogo?
È ovvio che il Ministero dell’Interno e il Ministero della Difesa non possono permettere che un popolo di un milione di persone possa, attraverso manifestazioni, informazione e lotte, bloccare l’ingranaggio dell’escalation militare che si è già succhiata gran parte dei bilanci italiani e del “Recovery” e mettere in evidenza il nuovo ordine internazionale, di cui l’esercito europeo sarebbe l’ulteriore “ mai più senza” .
A chi potrebbero interessare le vite di 43 giovani sospesi nelle ammuffite aule del tribunale di Cagliari?
Non certo ai giudici e ai magistrati, che piagnucolano e sbraitano per la perdita di autonomia di potere, quando non mostrano alcuna volontà di affermarla, proni e complici di una ideologia e di un sistema che sta liquidando lo stato di diritto, interessati solo alla carriera nella loro insignificante esistenza.
Non certo agli addetti alla propaganda ( una volta chiamati operatori dell’informazione) con la mente svuotata dalle veline degli uffici stampa e con le mani bloccate sul copia e incolla.
Ma ai noi Madri le loro vite sono più care delle nostre, non ci sottrarremmo mai all’impegno di scelta politica e umana della loro cura.
Riconosciamo a pochi Magistrati e Giornalisti coraggio, correttezza e sensibilità. Le riconosciamo alla Giudice Tedde che ha rigettato la richiesta di archiviazione per i reati di Teulada al PM di Lanusei Biagio Mazzeo che ha richiesto la condanna per 8 militari responsabili del disastro di Quirra e ai Giudici del TAR Sardegna che si sono pronunciati contro il Ministero della Difesa per il mancato adempimento all’Ordinanza di risarcimento al militare colpito da tumore nelle missioni all’estero.
Le riconosciamo a tutti i lavoratori dell’informazione non mainstream che in tutto questo tempo diffuso notizie, inchieste ed eventi e che hanno dato voce a chi non ce l’ha.

Non ci arrendiamo. Li vogliamo liberi e pensanti.
Lotteremo con loro perché siano affermate le loro idee, che sono anche le nostre di resistenza per un mondo libero dalla necessità della guerra.
Invitiamo le associazioni, i movimenti, le persone a condividere e diffondere questo comunicato per esprimere la loro solidarietà
Madri Contro la repressione Contro l’operazione Lince
email : madricontrorepressione.lince@gmail.com
da qui



Operazione Lince: opporsi alle servitù militari è reato? - A Foras


UN PROCESSO POLITICO. TUTTE E TUTTI GLI INDAGATI RINVIATI A GIUDIZIO STAMATTINA A CAGLIARI


Il Tribunale di Cagliari stamattina ha disposto il rinvio a giudizio di tutti i 45 indagati e indagate, attivisti a vario titolo del movimento sardo contro l’occupazione militare, dell’operazione Lince. Per le contravvenzioni e i capi d’accusa meno gravi è intervenuto il non luogo a procedere, ma tutti gli altri sono stati confermati. Per 5 l’accusa più grave riguarda l’associazione eversiva e per gli altri 40 questo elemento rappresenta un’aggravante.

A Foras non è certo sorpresa da questa decisione, che conferma la natura politica di questa indagine e del processo che comincerà il 6 dicembre. La contestazione del reato associativo, come se gli attivisti sardi fossero mafiosi e non militanti politici, indica come il vero obiettivo del processo non sia quello di far luce sui singoli reati che gli indagati avrebbero commesso, tutti da dimostrare peraltro. L’obiettivo è quello di mettere sotto accusa e disperdere un movimento che gode di una diffusa simpatia popolare e che negli ultimi anni aveva rialzato la testa. Proprio a partire dalla grande manifestazione di Capo Frasca di cui ricorreva ieri il settimo anniversario. I 45 indagati e indagate sono stati scelti per spaventare tutti i sardi e le sarde che da decenni lottano contro le basi militari. Questo processo vuole spaventare i sardi con una chiara minaccia: chi lotta contro le basi è un terrorista eversore.

Il movimento sardo contro l’occupazione militare è un insieme di singoli e collettivi che lavorano, ognuno con le proprie modalità e senza un organismo direttivo, per liberare la Sardegna da una servitù odiosa. Lo Stato vuole sopprimere questo movimento, tanto che il ministero della Difesa si è costituito parte civile nel processo, mentre dall’altro lato fa di tutto per evitare di riconoscere risarcimenti alle vittime delle esercitazioni e per difendere gli ufficiali responsabili della sicurezza dei lavoratori, militari e civili, e della popolazione che vive intorno ai poligoni.

Il movimento però non si farà intimorire e risponderà sul piano politico, a cominciare da quest’autunno con la ripresa delle esercitazioni e dal 6 dicembre, giorno per cui è stata fissata la prima udienza.


 

da qui



lunedì 13 settembre 2021

Esercitazioni militari in Sardegna e generali a processo - Davide Pinna

  

La tregua sta per finire, nell’unica regione dell’Europa occidentale dove si svolgono per nove mesi all’anno manovre militari e bombardamenti. Dal primo ottobre ricominceranno infatti le esercitazioni militari in Sardegna, dove da settant’anni sono operativi tre grandi poligoni di tiro militari: Capo Frasca, Capo Teulada e il Poligono Interforze del Salto del Quirra (questi ultimi due sono i più grandi d’Europa). Andranno avanti sino al 30 maggio, quando si interromperanno per l’estate come accade ormai da qualche anno, per poi riprendere in un ciclo che si perpetua da decenni.

I processi geopolitici si muovono, si sa, su tempi lunghi, salvo repentine accelerazioni che portano a mutamenti di scenario. Secondo molti interpreti, ci troviamo proprio ora in una di queste fasi di accelerazione, innescata dalla disastrosa ritirata occidentale dall’Afghanistan, e uno degli argomenti più pesanti sulla bilancia del dibattito pubblico è l’organizzazione militare dell’Europa. Una serie di partite in cui la Sardegna, che ospita i due più grandi poligoni militari del continente ed è al centro degli interessi economici del Qatar, ha un posto fondamentale. Ma per provare a descrivere il ruolo dell’isola in questo grande gioco rivisitato, bisogna partire dalla cronaca giudiziaria.

 

I processi

Non se lo aspettava proprio nessuno, ancor meno se si pensa che la notizia è stata diffusa dalle agenzie il 16 agosto nel tardo pomeriggio. Rinnegando le argomentazioni del pubblico ministero Emanuele Secci, che voleva archiviare, la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cagliari Maria Alessandra Tedde ha imposto alla Procura di formulare l’imputazione per disastro ambientale contro cinque generali dell’Esercito Italiano e prorogare per altri cinque mesi le indagini su un altro capo di imputazione, quello di omicidio colposo plurimo. (Ansa: Capo Teualda, Gip ordina imputazione per disastro ambientale)

I cinque generali indagati sono gli ultimi capi di stato maggiore dell’Esercito: Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni difesi dal legale Guido Manca Bitti. Loro, secondo gli avvocati di parte offesa Giacomo Doglio, Roberto Peara, Gianfranco Sollai e Caterina Usala – che avevano raccolto le denunce di militari e familiari di persone decedute per gravi patologie che vivevano o lavoravano nell’area attorno alla base di Teulada -, avrebbero dovuto vigilare su quello che accadeva nel poligono.

 

Per la cronaca, ieri 9 settembre la procura di lanusei ha formulato le proposte di condanna in primo grado per i generali di Quirra. Sono stati richiesti quattro anni di reclusione per i generali Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi e Paolo Ricci, comandanti del Pisq dal 2004 al 2010, e tre anni per i comandanti del distaccamento a mare di Capo San Lorenzo, Gianfranco Fois e Francesco Fulvio Ragazzon. Il capo d’accusa non è di quelli altisonanti: omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri, ma è già qualcosa.

 

Sul piano ambientale, la zona più calda del poligono militare di Capo Teulada nella zona sud-occidentale dell’isola (72 mila metri quadrati di estensione a terra, 750 mila di spazio aereo interdetto e 30 chilometri di coste interdette alla navigazione) è la cosiddetta Penisola Delta, quasi tre chilometri quadrati. Qui, come riferisce l’Ansa, le indagini della Procura hanno svelato che fra il 2008 e il 2016 sono stati sparati 860 mila colpi (11.875 missili, pari a 556 tonnellate di materiale bellico). I magistrati inquirenti stessi hanno riconosciuto nelle loro indagini il disastro ambientale conseguente, di cui però non ritenevano responsabili i cinque generali indagati.

Per quel che riguarda i danni alla salute e l’ipotesi di omicidio colposo plurimo, le vittime sono civili teuladini e militari che operavano nel poligono. Qui la sfida, molto complessa e dall’esito incerto, starà nel dimostrare una correlazione penalmente rilevante fra l’inquinamento prodotto dalle esercitazioni e le patologie oncologiche denunciate negli esposti che hanno dato il via alle indagini. La posizione di uno dei generali, Claudio Graziano, è già stato archiviata, dato che il suo incarico si è svolto in un periodo successivo a quello delle indagini. In questo caso, un eventuale rinvio a giudizio rappresenterebbe un momento storico, dato che fino ad oggi questa correlazione è stata riconosciuta solo da magistrati amministrativi e civili, che però operano secondo criteri meno stringenti di quelli del diritto penale.

Dopo le reiterate richieste di archiviazione formulate dalla Procura, in molti nel movimento sardo contro le basi e l’occupazione militare non credevano che la situazione si sarebbe potuta ribaltare in maniera così radicale. Certo, ora bisognerà affrontare un processo che si preannuncia lungo e l’esempio dell’analogo procedimento in corso al Tribunale di Lanusei per quanto accaduto al Poligono Interforze del Salto di Quirra, su cui incombe la prescrizione, non lascia ben sperare. Ma dal fronte giudiziario, non arrivano solo buone notizie.

Il 14 settembre, infatti, si terrà l’udienza preliminare in cui si potrebbe decidere sul rinvio a giudizio di quarantacinque attivisti del movimento sardo contro le basi militari. L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari coordinata dal pubblico ministero Guido Pani è stata denominata operazione Lince e per cinque indagati, contro i quali è stata proposta anche la misura della sorveglianza speciale, è stata ipotizzato il reato di associazione eversiva.

I quarantacinque sono, o sono stati, attivisti in diverse organizzazioni che compongono il variegato ed eterogeneo movimento sardo contro le basi e l’occupazione militare e le accuse riguardano fatti avvenuti fra il 2014 e il 2017, durante una fase di ripresa della mobilitazione contro le basi nell’isola. Per A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, l’assemblea che riunisce molti individui e collettivi del movimento, si tratta di un attacco politico ben studiato:

«La notizia della costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Difesa per noi è la conferma della natura politica di questa indagine e del processo che potrebbe seguirne. Il vero obiettivo non è accertare ciò che avrebbero fatto i 45 indagati e indagate, ma criminalizzare un intero movimento politico come quello contro le basi, che gode di un largo consenso in seno al popolo sardo» affermavano in una nota dopo la prima udienza il 27 gennaio. In favore dei quarantacinque operano anche le Madri contro l’operazione Lince, che ogni giovedì mattina si riuniscono in presidio davanti al palazzo di giustizia: «Ci ritroviamo davanti al tribunale di Cagliari per chiedere, attraverso la nostra presenza, che sia posta fine a questa volontà repressiva mirata ad annichilire gli ideali, i sogni e i progetti, non solo dei nostri figli, ma di un’intera generazione, attraverso operazioni poliziesche e giudiziarie persecutorie che hanno prodotto accuse gravissime ed esorbitanti rispetto alla realtà dei fatti cui si riferiscono». A Foras, Madri e altre realtà solidali la mattina del 14 settembre manifesteranno davanti al Tribunale di Cagliari, in occasione dell’udienza che potrebbe concludersi con il rinvio a giudizio degli indagati.

 

Uno scenario che cambia

Lo strabismo giudiziario –  con la magistratura che indaga contemporaneamente sui responsabili dell’occupazione militare della Sardegna, accusandoli di reati ambientali e contro la persona, e su chi si oppone a questo fenomeno accusandolo di avere mire eversive –  può anche essere visto come il sintomo di un processo di mutamento in atto. La direzione verso la quale si orienterà il futuro delle basi militari in Sardegna è molto difficile da prevedere, ma che le cose stiano cambiando è evidente. Da un lato, appunto, una parte dello Stato sembra – ma l’apparenza potrà essere confermata solo dalle sentenze – aver deciso di osservare finalmente con occhio critico la questione delle basi militari in Sardegna, quantomeno ipotizzando che esistano gli estremi per riconoscere giuridicamente i danni che l’isola ha subito in questi settant’anni di occupazione.

Contemporaneamente, la classe politica regionale sembra aver ammorbidito di molto le proprie posizioni. Fino almeno al governo di Renato Soru fra il 2004 e il 2009, la Regione pur non mettendo mai in discussione l’esistenza in sé delle basi, adottava di tanto in tanto, come in ogni trattativa, un atteggiamento più battagliero nelle proprie rivendicazioni nei confronti dello Stato per un riequilibrio su tutto il territorio italiano del peso delle servitù (l’isola ospita i due terzi delle servitù militari italiane) e del demanio militare.

Tanto che si era fatta largo all’interno della classe politica più moderata, Partito Democratico in testa, l’ipotesi di una chiusura di uno o due poligoni (Capo Frasca e Capo Teulada) e la concentrazione di tutte le attività a Quirra, con un programma che avrebbe visto, nel corso degli anni, la progressiva sostituzione delle attività prettamente militari con quelle legate alla ricerca aerospaziale, caratterizzata dalla sua natura dual use.

Un compromesso al ribasso, secondo l’interpretazione del movimento contro le basi, ma comunque un passo in avanti di cui ora si è persa qualsiasi traccia. Se, infatti, prosegue il percorso di implementazione della ricerca aerospaziale a Quirra, con il progetto da 27 milioni di euro per la realizzazione di una piattaforma per i test sui motori dei razzi Vega firmato da Avio (gruppo Leonardo) e appoggiato da governo e regione, la dismissione dei poligoni di Capo Frasca e Capo Teulada è sparita dal dibattito pubblico. Mai ne ha parlato Christian Solinas, presidente della Regione eletto nel 2019, e segretario di quel Partito Sardo d’Azione che, vista la sua storia, dovrebbe avere al centro del proprio programma la progressiva eliminazione delle basi militari nell’isola.

È successo qualcosa, in questi anni, in Parlamento. Per esempio la vicenda del deputato Pd Gian Piero Scanu, presidente della commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, e principale sostenitore del compromesso che vedeva la dismissione di Capo Frasca e Capo Teulada e la riconversione di Quirra. Nonostante la sua forza nel proprio collegio, la Gallura, nel 2018 il segretario Dem Matteo Renzi decise di non ricandidarlo.

Molto simile la storia di Roberto Cotti, senatore del Movimento 5 Stelle, storico esponente del mondo antimilitarista e pacifista sardo, escluso dalle parlamentarie nel 2018. Il suo ruolo, quello di portavoce sardo più attento alle questioni militari, lo ha preso la deputata cagliaritana Emanuela Corda che però, dopo un inizio battagliero, si è sempre più appiattita sulle posizioni dell’ex sottosegretario alla Difesa grillino Angelo Tofalo e dell’ex ministra, sempre in quota 5 Stelle, Elisabetta Trenta, abbandonando infine ogni velleità anche solo di ridurre il peso della presenza militare in Sardegna.

Nel frattempo in Sardegna è scoppiato anche un altro bubbone, quello della RWM, la fabbrica di bombe di Domusnovas che fa capo alla tedesca Rheinmetall. Numerose inchieste internazionali hanno dimostrato che le bombe prodotte nello stabilimento sardo sono state utilizzate contro i civili dall’aviazione saudita in Yemen (Avvenire: Yemen, bombe «italiane». Ecco le nuove prove). Da qui è partita una mobilitazione, sostenuta principalmente in Sardegna dal mondo pacifista e antimilitarista laico e cristiano, dal movimento sardo contro le basi, dai sindacati di base e da pezzi della società civile e boicottata da gran parte del sindacalismo confederale e della politica. La mobilitazione ha portato, nei primi mesi di quest’anno, ad una revoca definitiva delle licenze di esportazione, ma nelle ultime settimane l’azienda tedesca è tornata alla carica.

Il 29 luglio l’amministratore delegato di RWM Italia Fabio Sgarzi è stato convocato in audizione davanti alla commissione Difesa della Camera. Qui, dopo aver descritto le attività dell’azienda, ha chiesto che governo e parlamento riconsiderassero la revoca delle licenze di esportazione verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Analisi Difesa: RWM Italia, l’audizione dell’ad Fabio Sgarzi alla Commissione Difesa della Camera). Il 4 agosto la commissione Esteri della Camera ha dato seguito alla richiesta, con una risoluzione che invitava a superare le misure restrittive assunte in precedenza. È arrivata subito la benedizione del ministro degli Esteri Di Maio, al telefono con l’omologo emiratino (Analisi Difesa: verso lo sblocco delle forniture militari agli Emirati Arabi Uniti).

In questa evoluzione, che sembra preludere a una riapertura anche nei confronti dell’Arabia Saudita (con lo scopo di supportarne il Rinascimento in atto, si può immaginare), non ha contato solo l’azione di lobbying di RWM, che peraltro è iscritta all’Associazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza presieduta dall’ex parlamentare di Fratelli d’Italia Guido Crosetto, ma anche la volontà del governo di ricucire i rapporti con gli Emirati, dopo il grave incidente diplomatico dell’8 giugno scorso. In quell’occasione Abu Dhabi negò ad un aereo militare italiano diretto in Afghanistan il transito nel proprio spazio aereo.

Il Qatar…

Ma nel calderone della penisola araba gioca un ruolo fondamentale, e in parte contrastante con gli interessi sauditi ed emiratini, il Qatar. Il paese arabo, oltre a organizzare i mondiali 2022 e a fare sfaceli nel calciomercato estivo 2021 attraverso il Paris Saint-Germain, ha forti interessi in Sardegna. Per esempio è di sua proprietà il nuovo ospedale di Olbia, il Mater, sorto sulle ceneri del vecchio progetto appoggiato da Berlusconi di una sede sarda del San Raffaele. Interessante notare che fra i principali attori della partita, sul piano locale, c’era proprio Gian Piero Scanu.

Nel luglio 2019 il Consiglio regionale approvò una variazione di bilancio che autorizzava un finanziamento da 150 milioni in tre anni per l’ospedale privato del Qatar. Il Qatar, però, è impegnato anche in altre partite nell’isola: nei giorni scorsi La Nuova Sardegna ha infatti svelato che la società pubblica Qterminals sarebbe pronto all’acquisizione del porto canale di Cagliari (La Nuova Sardegna: il Qatar a un passo dal porto canale di Cagliari). Non basta, perché negli anni scorsi il Qatar si è garantito anche il controllo  del Consorzio Costa Smeralda, fondato nel 1962 dal principe e imam ismailita Karim Aga Khan. E anche un’altra creatura dell’Aga Khan è in mani qatariote: si tratta di Air Italy, la società nata dal fallimento della compagnia aerea sarda Meridiana e ormai non più attiva.

Il Qatar è peraltro il principale alleato, per quanto non ufficiale, dei Talebani che in questi giorni sembrano completare la conquista dell’Afghanistan, dopo conquistato anche la valle del Panshir. A Doha era la sede dell’ufficio politico talebano in esilio e sempre nella capitale qatariota si sono svolti colloqui che hanno portato all’accordo Trump-Talebani per il ritiro delle truppe Usa (e di conseguenza occidentali) dal paese centro-asiatico.

 

Oltre la Nato

Evidentemente il ruolo della Sardegna nella questione afghana è marginale se non inesistente, ma ci sono una serie di aspetti che collegano i due territori. Oltre, appunto, al ruolo del Qatar c’è una questione che decisiva per il futuro dell’Unione Europea: quella della politica comune in materia di difesa.

Il fatto è che la disastrosa ritirata, ma sarebbe meglio definirla rotta, americana dall’Afghanistan ha reso evidente secondo molti esperti il fatto che, Trump o no, gli Stati Uniti sono indirizzati verso una nuova fase di isolazionismo. Certo, non quello che ne ha segnato la storia fra Ottocento e prima metà del Novecento, ma comunque un ritorno a una politica estera slegata dagli interessi europei che mette in discussione la stessa sopravvivenza della Nato, al punto che nell’autunno 2019 il presidente francese Macron definiva l’alleanza atlantica in stato di morte cerebrale.

Per decenni in Sardegna la Nato è stata vista dai movimenti come la principale controparte nella questione dell’occupazione militare dell’isola. Nel corso degli ultimi anni si è verificata, soprattutto per quel che riguarda A Foras, un’evoluzione che ha posto al centro della questione lo stato italiano e l’atteggiamento di sudditanza della Regione. Anche perché, l’egemonia statunitense è stata praticamente cancellata nel 2008 con la dismissione della base per sommergibili nucleari de La Maddalena e quella Nato ha subito un duro colpo con la partenza della Luftwaffe dall’aeroporto militare di Decimomannu nel 2016.

Ora, con pesanti prese di posizione in favore della creazione di una forza militare comune all’interno dell’Ue, è chiaro che il ruolo delle infrastrutture militari presenti nell’isola potrebbe diventare decisivo, sempre che i paesi promotori riescano a trovare una soluzione all’eterogeneità delle posizioni presenti all’interno dell’Unione (il manifesto: Difesa comune, la bussola improbabile dell’Ue).

In Italia, si è espresso in questa direzione persino il presidente Mattarella, ma l’intervento che ha fatto più discutere è probabilmente quello di Claudio Graziano, l’ex capo di stato maggiore che oggi ricopre il ruolo di presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea. Graziano, e questo basterebbe per chiudere almeno simbolicamente il cerchio, è fra i cinque indagati per disastro ambientale nell’inchiesta di cui si parlava sopra (è stata invece archiviata la sua posizione in merito all’omicidio colposo plurimo).

«Non ci sono alternative, – ha dichiarato Graziano a Il Foglio – è ormai chiaro che la difesa degli interessi comuni dell’UE e la sicurezza dei cittadini sono perseguibili solo insieme, esprimendo una singola, autorevole e credibile voce europea, nell’ambito delle storiche relazioni transatlantiche». Ancora più deciso il responsabile degli Esteri e vice presidente della Commissione, Josep Borrell: «La UE dev’essere in grado di intervenire per proteggere i propri interessi quando gli americani non vogliono essere coinvolti con la “First Entry Force. E’ il momento di costituire una forza europea di pronto intervento, perché gli americani non combatteranno più le guerre degli altri e come europei, dobbiamo usare questa crisi per imparare a lavorare di più insieme».

La sensazione è che l’isola avrà un ruolo in questa partita, quali che siano i suoi sviluppi, ancora una volta senza che nessuno si prenda la briga di consultare la volontà della sua popolazione. Come accadde con il Bilateral Infrastructure Agreement degli anni Cinquanta, trattato Usa-Italia ancora secretato e mai ratificato dal Parlamento, che avviò la stagione dell’occupazione militare della Sardegna con la nascita dei tre poligoni militari ancora in attività, Capo Frasca, Capo Teulada e Quirra.

Poco interessa, a Bruxelles come a Roma e come a Washington, il destino di quelle comunità che non hanno potuto scegliere se cedere le loro terre al demanio militare e che oggi assistono alla crescita dei settori enogastronomico e turistico nei comuni confinanti non gravati da servitù, mentre, stando ai dati riportati nei dossier di A Foras dedicati ai poligoni di Quirra (qui)  e Teulada (e qui), la propria popolazione e il proprio reddito pro capite diminuiscono senza sosta e mentre malattie oncologiche colpiscono civili e militari senza che nessuna istituzione si prenda la responsabilità di dire una volta per tutte se esiste una correlazione fra le esercitazioni e questi eventi funesti.

da qui

giovedì 30 luglio 2020

La Sardegna dei militari e dei veleni - recensione di Daniela Pia



«Sono morto come un vietcong»: questo il titolo del breve romanzo-denuncia di Giulia Spada, per le edizioni Sensibili alle foglie.
Scenari di guerra quelli che si svelano lentamente, attraverso la vita delle persone intente a preparare una focaccia al pomodoro che profuma di sole.
Donne sorprese mentre lavano i panni agli uomini del posto o ai militari, con quelle divise piene di una polvere strana. Oppure scenari raccontati attraverso gli occhi di un ragazzino che si spegne piano come una ciminiera silenziosa. 
Uomini e donne che attribuiscono alla terra “malata” le colpe di un male oscuro, una condanna per non si sa quali colpe, mentre intorno fiorisce la Base militare che promette lavoro e prosperità.
Che la Sardegna sia sempre stata terra di conquista lo testimonia in modo inequivocabile la sua storia. Fra i conquistatori più rapaci e tossici si annoverano le numerose  basi militari presenti nel territorio. Quella del Salto di Quirra vanta sicuramente un nefasto primato: il Pisq – «Poligono missilistico sperimentale Interforze salto di Quirra» – è il più grande poligono d’Europa.
«Settemiladuecento ettari di terreno, settantacinquemila ettari […] di zone di restrizione dello spazio aereo e della navigazione. Ecco la geografia della morte. Un’ampia fetta di territorio che abbraccia tutti i tipi di paesaggio. L’aspra rocciosità della montagna granitica, la dolcezza delle valli incurvate, l’estensione trasparente del mare. I carri armati equipaggiati di tutto punto, missili compresi. Come potrebbe essere altrimenti visto che la nostra terra è calcata da american boots».
Situata in una zona poco popolata, questa riserva militare ha una percentuale spaventosa di leucemie e alterazioni genetiche legate alle esercitazioni e all’interramento di sostanze pericolosissime per l’uomo e per la natura. È dal 2001 che viene denunciata – e documentata (*) – quella che è conosciuta ormai con il nome di «Sindrome di Quirra».
Ne parla in modo doloroso l’autrice, Giulia Spada, attraverso la voce narrante del padre, professore di una scuola media in un paesino che potrebbe orbitare fra Perdasdefogu, Escalaplano, San Vito.
Il professore riflette a lungo sul perpetrarsi di morti continue fra gli studenti e i loro familiari. Quando poi viene in possesso di una serie di documenti lasciatigli in eredità dal maestro del paese – morto di leucemia – al fine di testimoniare le innumerevoli morti per «mancanza di globuli rossi» che, nei paesi vicini al Poligono, si sgranano come i semi di un rosario, sa che dovrà raccoglierne in pieno il testimone, sino alle estreme conseguenze.
Bella figura quella del professore, piena di umanità, attento alle storie dei suoi ex studenti, soprattutto di quelli che sono finiti intrappolati nella Base militare – dove il lavoro si scambia inconsapevolmente con la salute – con le evidenze di morte a denunciare l’incompatibilità fra le attività della popolazione e le continue attività di guerra che nel Poligono si svolgono.
Con orrore, il professore scopre che la sua scuola è fiorita sopra fusti di napalm interrato e non riesce a rassegnarsi all’omertà che circonda la malattia diffusa.
«Le donne del paese preparano caffè con napalm e acqua. Le famiglie impastano il pane con farina e acqua e napalm. I pastori hanno le ossa fluorescenti, gli agnelli hanno due teste, le persone muoiono di leucemia perché respirano uranio e calpestano napalm». 
Ma da dove è arrivato il napalm nell’Isola? Quest’arma chimica che tanta morte ha seminato in Vietnam…
«Abbiamo un problema con il materiale, signore […]».
«Parli sergente non perda tempo».
«Gli ultimi fusti arrivati si sono rivelati fragili a un controllo […]».
«Ebbene questo implica che la tenuta non è sicura è che i ragazzi potrebbero essere in pericolo se li maneggiano senza protezione alcuna, insomma il napalm potrebbe fuoriuscire e non sappiamo cosa possa succedere».
«Ho capito sergente, che alternative abbiamo? […]».
«Ci sarebbe una soluzione signore».
«Quale sergente?».
«Beh, potremmo preparare una spedizione segreta e farli interrare nel nostro Poligono più lontano».
«Quello sull’Isola» dissero i due.
«Molto bene sergente, dia disposizioni affinchè la spedizione abbia priorità immediata. Che un aereo sia pronto in venti minuti, seguirò le operazioni personalmente. Comunichi lei le nostre decisioni e si preoccupi che il contenuto della telefonata e della nostra conversazione smetta di esistere dal momento in cui mette giù la cornetta».
Tante, troppe le evidenze di una morte che passeggia fra la gente poggiandosi sulle loro spalle, sino a ghermirle affondando nelle vene la leucemia. Incontrovertibili le omissioni, i tentativi di mettere a tacere le responsabilità delle gerarchie militari.
«I dottori della base fingevano sorpresa. Mangiano bene qui da noi, dicevano. Fanno attività fisica, due o tre ore almeno, tutte le mattine […]».
E a ogni “che strano” preannunciato da questi servi della morte, un assegno veniva staccato in tutta fretta e penne svolazzanti sparavano numeri con zeri a ripetizione […].Un figlio morto, tre zeri. Due figli morti, sei zeri. E chi li aveva mai visti tutti quei soldi!».
Trovare qualcuno che parli, dentro la Base, è ciò che si propone allora il professore: cerca il numero di un suo vecchio studente ma il telefono rimarrà muto per lungo tempo. Si incontreranno poi dove nessuno dei due avrebbe mai voluto essere, nel luogo in cui si trovano coloro che hanno il tempo contingentato.
La storia non si conclude: ha trovato in Giulia e in tanti altri/e la volontà di denunciare perché non accada più. Questo piccolo libro prezioso che si lascia leggere facilmente è un libro che merita di essere diffuso anche nelle scuole; i giovani cui tanto teneva il professore possono essere coloro che, prendendo in mano il loro destino, si faranno difensori della loro terra e della salute anche per le generazioni che verranno. 
Per farlo però bisogna conoscere, è necessario essere consapevoli che la Sardegna è una «graziosa pattumiera per mercanti di cannoni»: lo denunciava anche un approfondito reportage di Radio France – citando il “Comitato scienziate/i contro la guerra” (del 2005) – trasmesso lo scorso febbraio, nel quale si definisce lo scempio compiuto nell’isola «Il male invisibile sempre più visibile, la presenza militare come tumore sociale che genera tumori reali».

lunedì 20 luglio 2020

La Sardegna come il Vietnam - Elena Camino



Un tema interessante e complesso
Mi è capitato di recente di scambiare idee e documenti con alcuni amici e amiche sulla ‘questione Sardegna’: di cosa si tratta, almeno per quanto riguarda la nostra conversazione? C’era l’ipotesi di dare una mano a un giovane, laureato in Scienze della Natura, per svolgere una ricerca sulla situazione socio-ambientale dell’isola conseguente alla presenza dell’apparato militare. Pensavamo di poter offrire qualche spunto utile a delineare il contesto generale in cui nel tempo si è sviluppata e consolidata l’occupazione militare (italiana e internazionale), e offrire piste di ricerca e proposte operative per una trasformazione delle attività, dei soggetti, delle finalità d’uso di questo straordinario territorio in una prospettiva nonviolenta.
Disponevamo di una vasta documentazione sull’uso dei poligoni di tiro, le associate restrizioni all’uso del territorio, le conseguenze sanitarie e ambientali delle esercitazioni militari; avevamo informazioni sulle produzioni belliche nella sede distaccata della fabbrica tedesca RWM. Molto interessante era anche la documentazione di iniziative messe in campo nel settore agricolo, artigianale ed educativo come proposte alternative, nonviolente, orientate a una trasformazione sociale, culturale e ambientale dell’isola. 
Il tema è apparso ben presto troppo complesso da affrontare nell’ambito di una tesi, e da parte di una persona sola.  Quindi l’ipotesi di sviluppare una ricerca sulla militarizzazione della Sardegna e sulle prospettive di riconversione in chiave nonviolenta, è stato – almeno per ora – rimandato.  Ma resta elevato l’interesse, e chissà che in futuro non si riesca a costituire un gruppo di ricerca che possa approfondire la questione, che – pur essendo geograficamente collocata nell’isola – ha tuttavia implicazioni globali e riveste un forte significato simbolico.

Una lunga storia tragica e negata
Ai problemi legati alla militarizzazione della Sardegna ha dato spesso voce il Centro Studi Sereno Regis, che ha ospitato nel sito numerose testimonianze negli anni, e ha di recente ri-pubblicato – in due puntate – un’indagine a firma di Walter Falgio, giornalista professionista e ricercatore in Storia Moderna e Contemporanea, ricca di segnalazioni  di letture:
Sul sito del CSSR si trovano anche informazioni sul ‘caso RWM’, l’industria controllata dalla tedesca Rheinmetall Defence, che produce armamenti in territorio sardo, e la cui attività è oggetto di controversie tra diversi soggetti: i comuni, la regione e il Comitato per la Riconversione.
Sono ormai numerosissimi i documenti, le denunce, le commissioni di inchiesta che denunciano l’insostenibile carico sociale, economico, sanitario e ambientale esercitato – direttamente o indirettamente – dalla militarizzazione della Sardegna.  Sono inoltre molti i libri – spesso studi di caso e testimonianze personali – ambientati nello scenario della situazione ‘militare’ dell’isola: romanzi, testimonianze, pubblicazioni di indagini. Ne cito solo alcuni:
  • Perdas de fogu, di Massimo Carlotto, Edizioni e/o, 2008.
  • Servitù militari in Sardegna. Il caso Teulada, di Guido Floris e Angelo Ledda, Edizioni La collina, 2010.
  • Veleni in paradiso. La sindrome di Quirra e le polveri di morte che minacciano la Sardegna, di Ottavio Pirelli, Castelvecchi, 2011.
  • Silenzio di piombo. Poligoni e veleni in Sardegna, di Mariangela Maturi, Round Robin Editrice, 2016.
Due realtà?
20 marzo 2019.  Due militari sardi, in servizio a Cagliari e Teulada, si sono ammalati a causa dell’esposizione all’uranio impoverito nel corso delle missioni di pace all’estero e delle esercitazioni nei poligoni di Quirra e Teulada. E per questo devono essere risarciti dallo Stato. Lo afferma una sentenza del TAR di Cagliari al quale i due soldati si erano rivolti per avere giustizia in quando le commissioni mediche militari avevano sempre negato il rapporto diretto tra esposizione alle polveri della guerra causate dai proiettili all’uranio impoverito e l’insorgenza delle loro patologie tumorali.
14 giugno 2020. Firmato il protocollo d’intesa tra l’esercito e il Comune. Aperti al pubblico alcuni degli arenili dell’area militare. Quest’anno le spiagge di s’Ortixeddu e una parte della spiaggia Is Arenas Biancas, entrambe comprese all’interno del Poligono militare di Teulada, saranno accessibili alla balneazione. Le attività di addestramento militare lasceranno temporaneamente spazio ai turisti.
Convivono attualmente due realtà: quella secondo la quale la presenza militare in Sardegna (e più in generale in Italia) è necessaria alla sicurezza e agli equilibri geopolitici, e l’uso del territorio per attività di guerra (fabbricazione di armi, esercitazioni di soldati, test per saggiare l’efficacia di nuovi sistemi d’arma) è indispensabile per il buon funzionamento e la modernizzazione del sistema di difesa nazionale. In questa realtà si offrono modeste compensazioni locali, qualche posto di lavoro al servizio dell’apparato militare, e si può persino fare qualche concessione al turismo.
L’altra realtà contesta questa forma di schiavitù, imposta da decenni alla popolazione e a tutto l’ambiente di un’isola meravigliosa, in cui le testimonianze di antiche civilizzazioni si integrano con le bellezze naturali.  Questa realtà rifiuta che l’unica opzione per vivere sia quella di fabbricare armi, e propone attività che valorizzino gli ecosistemi naturali e sostengano la ripresa di tradizioni agricole e artigiane in una prospettiva di sostenibilità.
Al di là delle propensioni politiche e delle preferenze sulle diverse idee di società, di progresso, di sviluppo, c’è un aspetto cruciale che continua ad essere nascosto, taciuto, minimizzato, negato: le malattie e la morte che continuano a colpire donne, uomini, animali, creature viventi.  Questo aspetto, al di là delle evidenze faticosamente messe in luce nonostante i segreti e le bugie dell’apparato militare e del sistema di potere con esso connivente, dovrebbe costituire un imperativo morale per la classe dirigente e per la società civile italiana a porre fine a questa tragedia. 

Sono morto come un vietcong
Sono morto come un vietcong è un viaggio nella Sardegna contemporanea militarizzata e colonizzata da eserciti di tutto il mondo, che scelgono i suoi Poligoni per testare le armi utilizzate nei vari teatri di guerra della Terra. La voce narrante è il padre dell’autrice, Giulia Spada, un professore di scuola media in un piccolo centro nel sud dell’Isola, che racconta ciò che accade intorno a lui: giovani e anziani che muoiono di leucemie e tumori, animali che nascono deformi, e l’attività della base militare vicina al paese, che offre ai giovani un’opportunità di lavoro avvelenata. Attraverso le parole del padre l’autrice racconta della loro magnifica relazione di affetto, e insieme comunica il messaggio morale che il padre le ha trasmesso per prendere coscienza degli orrori della guerra: non solo quella lontana, ma quella che colpisce qui, nelle case del paese, dove si muore di leucemie o tumori provocati dalla predisposizione, dall’accettazione, e poi dalla preparazione alla guerra. Chi rimane dunque sono orfani, orfane, vedovi e vedove di guerra, uccisi dagli stessi veleni con cui furono irrorate le foreste del Vietnam.
La realtà della Sardegna di oggi – 2020 – è una realtà di guerra. Subisce la guerra e nel frattempo la alimenta.  Ma nel libro non si parla di soldati. Nello scorrere le pagine i numeri, le statistiche, le denunce sono intrecciate al racconto delle vite di una realtà di paese, dove tutti si conoscono. Emerge la tenerezza della relazione tra un papà e una figlia, la cura per gli oggetti recuperati, come un vecchio libro; l’empatia per il dolore di una madre che ha saputo della leucemia di un figlio; il rispetto per persone anziane segnate dal lavoro. Emerge un mondo fatto di riconoscimento, attenzione, ascolto, condivisione.  E di eventi, esperienze, fatti, preoccupazioni, dolore.
«Hanno inventato un gioco strano questi giovani arbustelli. Fanno a gara a chi getta più in alto dei mucchietti di terra particolari. Al lancio sembra una terra normale ma, raggiunta una certa altezza, qualcosa di luccicante si stacca dal resto e sembra polvere di stelle che rimane a galla in aria per pochissimi istanti prima di ricadere. […] Dove la collina fa un salto verso l’alto si intravedono le recinzioni e il filo spinato della zona militare. Un fumo denso e grigio sale in volute geometriche in aria. Sembra metallico anche quello perché a certi riflessi scintilla come composto da frantumi di specchio che si rifrangono al sole».
«I dossier erano divisi per anno. […] Poligoni di tiro e materie pericolose. […] Dapprima una descrizione dei territori sotto servitù militare, poi un dettaglio sull’estensione della base e di tutte le aree circostanti sotto il suo controllo. Curioso, c’è anche un terreno che confina giusto appunto con la scuola. Si, la scuola. C’era una volta un gruppo di ragazzini che aveva trovato un cartello arrugginito nel parcheggio del retro. Era appeso con quattro catenine a una staccionata scrostata che a malapena si teneva in piedi. “Zona militare, limite invalicabile” la scritta. […] Lo avevamo appeso sulla porta dell’aula, ed era diventato un gioco tra noi tutti».
Questo libro merita di essere letto, condiviso, disseminato nelle scuole…

lunedì 11 maggio 2020

Sardegna: l’invasione militare e chi si oppone - Walter Falgio




Si tratta di una riflessione sulle forme di opposizione alla presenza militare in Sardegna e sui gruppi antimilitaristi, con l’auspicio (dell’autore e nostro) “di continuare ad approfondire questa ricerca.”
Il pomeriggio del 12 ottobre 2019, davanti ai cancelli della base di Capo Frasca, si è tenuta sa manifestada contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna. Migliaia di persone hanno partecipato a un’iniziativa plurale convocata da “A Foras”, assemblea nata il 2 giugno 2016 a Bauladu con l’intento di includere gruppi, realtà politiche e singoli che oggi in Sardegna continuano a opporsi “all’occupazione militare”. Queste le parole d’ordine:firmare is esercitatziones, serrare is bases militares e is poligonos,bonifica e cunversione; bloccare le esercitazioni, chiudere le basi e i poligoni, bonifica e riconversione. Il sito internet dell’assemblea, ricco di informazioni, racconta come il movimento antimilitarista sardo si sia ricompattato a seguito di un’altra importante manifestazione che si tenne, sempre a Capo Frasca, il 13 settembre 2014.
Domusnovas, paese a 40 chilometri da Cagliari, ha visto nascere un comitato popolare per la riconversione della RWM Italia da fabbrica di bombe a fabbrica civile. La RWM è uno stabilimento del gruppo tedesco Rheinmetall che conta di aumentare la produzione degli esplosivi di tipo pbx con un importante piano di espansione. Italia Nostra, per esempio, è solo una delle tante associazioni che si oppone alla presenza dell’industria di armi, esportate e utilizzate per uccidere civili nel villaggio di Deir Al-Hajar nello Yemen nord-occidentale. Diverse le mozioni discusse in proposito dalla Camera, come quella del 18 giugno 2019 che vedeva come primo firmatario Federico Fornero.
L’arcipelago del movimento antibasi sardo è un’aggregazione trasversale e sfaccettata che interpreta un sentimento diffuso e si radica in uno specifico contesto territoriale e culturale: «‘Resistenza’ al colonialismo significava di più che semplice resistenza al dominio degli italiani. Come molte isole, e secondo una valutazione antica di secoli, se non di millenni, la Sardegna era ritenuta strategicamente importante. Inoltre, con le grandi estensioni di terra sottopopolata era il luogo ideale per l’addestramento militare», scriveva lo storico inglese Martin Clark nel 1989.
Le svariate forme di opposizione alla presenza militare nell’isola, piattaforma di servizio durante la Guerra fredda e ancor oggi nell’ambito degli interessi di una global Nato, sono oggetto di un ampio dibattito. Ne derivano i contorni di un tema di studio sulla storia politica e sociale della Sardegna del secondo dopoguerra tanto peculiare quanto poco indagato. Si propone qui una ricostruzione ancorché parziale della vicenda sarda prendendo le mosse dagli schemi interpretativi e dagli inquadramenti storici sul movimento nonviolento e antimilitarista nell’Italia del Novecento. Uno studio di Amoreno Martellini (2006) propone una prima definizione terminologica e concettuale. L’espressione “pacifismo” – osserva Martellini – indica una disposizione generica alla pace che non necessariamente contiene il significato di nonviolenza e antimilitarismo: «I Partigiani della pace, la più importante organizzazione pacifista sorta in Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale» ad opera del Pci, che vide tra i suoi principali promotori il leader comunista sardo Velio Spano, non contemplava tra le sue «opzioni di fondo né quella nonviolenta né quella antimilitarista». Allo stesso modo buona parte del pacifismo di orientamento cattolico non aveva difficoltà a schierarsi a favore delle “guerre giuste” e delle gerarchie militari. «D’altra parte – continua Martellini – se la nonviolenza deve per forza di cose contenere l’antimilitarismo, l’antimilitarismo, inteso come opposizione alla istituzione militare, non necessariamente deve fondarsi sulla scelta nonviolenta».
Il movimento pacifista dei comunisti che fu capace di coinvolgere milioni di italiani, giovani, donne, intellettuali, anche al di fuori dell’alveo della sinistra, attorno ai temi dell’antimperialismo e dell’antiamericanismo e contro il nucleare atlantico, fu pienamente operativo sino al 1956. La pace era a tutti gli effetti utilizzata come un’arma ideologica nell’ambito dello scontro planetario della Guerra fredda e delle contraddizioni aperte soprattutto dopo lo scoppio del conflitto in Corea nel 1950. In contrapposizione al movimento delle organizzazioni di sinistra si schierò un pacifismo di matrice cattolica monopolizzato dalla Democrazia cristiana. L’egemonica mobilitazione partitica attorno al messaggio pacifista portò a una marginalizzazione dei gruppi di donne e uomini indipendenti, nonviolenti o antimilitaristi radicali, che, pur ispirandosi a solide tradizioni come il pensiero tolstoiano o quello anarchico e socialista dei primi del Novecento, non contavano su adesioni di massa (Scarantino, 2006; Moro, 2012).
Altri fattori di isolamento delle istanze nonviolente e antimilitariste nell’Italia del secondo dopoguerra sono riconducibili all’atteggiamento repressivo dello Stato soprattutto nei confronti dell’obiezione di coscienza e all’ avversità della Chiesa cattolica, sino al Concilio Vaticano II. In proposito si richiamano gli episodi di obiezione di coscienza al servizio di leva obbligatorio in Italia alla fine degli anni Quaranta e la conseguente reazione delle istituzioni militari. Insieme ai casi di Rodrigo Casello, cuneese, e di Enrico Ceroni di Casale Monferrato, processati e condannati rispettivamente nel 1947 e nel 1948 (il primo, pentecostale, fu amnistiato, mentre al secondo, testimone di Geova, fu concessa la sospensione condizionale della pena) si annovera Pietro Pinna, ragioniere di origini sarde, condannato anch’egli a più riprese dai tribunali militari a diciotto mesi di carcere per il reiterato rifiuto supportato da ragioni politiche di svolgere il servizio di leva. Fu infine congedato a causa di una improbabile “nevrosi cardiaca”. La sua vicenda fu raccolta dalla stampa ed ebbe anche una eco internazionale ma né la politica né la Chiesa cattolica accolsero favorevolmente la scelta della disubbidienza civile. Nel 1950 una delle prime voci critiche autorevoli si levò proprio dal mondo religioso vaticano. Dalle colonne de «La Civiltà Cattolica» fu il teologo gesuita Antonio Messineo a difendere «il dovere morale per il cattolico di ottemperare alla coscrizione obbligatoria». Bisognerà attendere i primi anni Sessanta per assistere all’affermazione di una nuova generazione di militanti e a una diffusione della coscienza pacifista, nonviolenta e antimilitarista anche sull’onda delle successive rivolte giovanili globali di fine decennio. Le proteste contro l’installazione degli euromissili a Comiso dell’81 segneranno un’altra grande impennata della partecipazione popolare.

Espropri e missili
La vicenda sarda in parte si intreccia con il corso dei movimenti a respiro nazionale, in parte – come accennato – assume dei caratteri specifici che si svilupperanno nel contesto sociale e politico della realtà isolana. La destinazione di area addestrativa e di servizio viene assegnata all’isola nell’immediato dopoguerra in ambito Nato e in virtù di patti tra il governo italiano e quello statunitense che reclama strutture militari per garantire la propria operatività nello scenario europeo e mediterraneo. Lo schieramento nazionale con il blocco occidentale comporta l’adeguamento alla sfera di influenza americana e a tutte le conseguenti politiche di difesa nel contesto ideologico del Patto atlantico e della guerra fredda determinate anche da accordi bilaterali. Uno di questi, tuttora soggetto a segreto di stato e che ha provocato effetti sull’isola, è il Bilateral infrastructure agreement (Bia), del 20 ottobre 1954: «Secondo un autorevole commentatore, esso fu firmato dall’allora ministro italiano degli esteri Giuseppe Pella e dall’ambasciatrice Usa in Italia, Clara Booth Luce. Tra l’altro, esso stabilisce il tetto massimo delle forze Usa che possono stazionare in Italia. L’accordo è inoltre corredato di annessi tecnici, relativi alle singole basi». Tra queste, se ne individuavano due da istituire in Sardegna, nei territori di La Maddalena e di Cagliari (Ronzitti, 2007). L’isola è indentificata come territorio ideale dove allestire poligoni di tiro, impianti di telecomunicazioni, depositi di armi, munizioni e carburante secondo le strategie difensive sovranazionali dell’alleanza atlantica. Una sorta di retrovia in funzione del controllo del confine orientale. È in quest’ottica che a metà degli anni cinquanta iniziano ad essere operativi i poligoni di Quirra e di Capo Teulada, seguiti da Capo Frasca, tuttora in piena attività per addestrare esercito, marina e aeronautica alle missioni Nato out of area e per la sperimentazione di armamenti e di tecnologie militari e civili gestita anche da soggetti privati. «La possibilità di svolgere tali attività è particolarmente importante – scrive lo Stato maggiore della difesa – perché consente di mantenere un elevato livello di riservatezza minimizzando così il rischio che prove o cicli addestrativi su poligoni esteri potrebbero portare a una indesiderata dispersione di informazioni operative» (Direttiva sull’organizzazione, impiego e funzionamento del PISQ, SMD – L 014 – 27 febbraio 2003, p. VIII).
Nell’immediato dopoguerra, sull’onda delle iniziative del movimento dei Partigiani della pace e dell’Unione donne italiane, si svolgono anche in Sardegna diversi incontri sul tema del disarmo. Ma per registrare una prima significativa denuncia dell’impatto che l’istituzione delle basi militari ebbe sul territorio della Sardegna sarà necessario attendere il documentario di Giuseppe Ferrara, Inchiesta a Perdasdefogu (Italia, 1961). Il film – accompagnato dal brano contro la guerra di Italo Calvino, Cantacronache e Sergio Liberovici Dove vola l’avvoltoio? – inquadra il malcontento della popolazione di dieci paesi «da Villaputzu a Ulassai» interessati dalla installazione della base militare con le testimonianze dirette degli abitanti. L’esproprio delle terre, quello che Ferrara definisce un «avvenimento drammatico», è all’origine di una protesta corale raccolta dal regista. Un agricoltore di Perdasdefogu lamenta la distruzione del proprio raccolto a fronte della richiesta negata di indennizzi, il sindaco di Tertenia illustra le ricadute negative della presenza militare: quattromila ettari espropriati dove prima pascolavano cinquemila capi di bestiame e dai quali trovavano sostentamento centoventi famiglie. Efficace è la descrizione che Ferrara presenta dei vigneti impiantati dalla cooperativa agricola fondata a Jerzu nel 1953 con duecento soci e ora ridotta a sessantacinque lavoratori: centotrentotto ettari di terreni avuti in affitto dissodati, sessantamila metri cubi di pietre trasformati in muri e accantonamenti, strade, acquedotti, vasche, ponti e tubi catramati per 2.600 metri costruiti, dodici case agricole edificate. Sette anni di lavoro e mezzo milione di piante di vite che «solo ora – spiega il regista – stavano iniziando a portare i frutti, dovranno tornare deserto». Il lavoro di Ferrara si chiude con il racconto di un contadino che dichiara di aver visto un missile fuori controllo precipitare nel suo terreno. Il 13 gennaio 1961 – di contro – il quotidiano «L’Unione Sarda» proseguiva quella che sarebbe diventata una lunga serie di servizi dedicati alla base con l’articolo intitolato: «Lanciato il primo razzo italiano da un poligono della Sardegna. Riuscito esperimento nella base Perdasdefogu».
La marcia di Capitini
Le espressioni di una coscienza pacifista e antimilitarista in Sardegna nei primi anni sessanta non potevano che essere guidate e organizzate anche dall’azione di un leader della levatura di Aldo Capitini, docente di pedagogia all’Università di Cagliari dal 1956 al 1965. L’intellettuale perugino promosse nell’isola una consulta per la pace, un movimento giovanile di azione e un movimento contro le basi militari accompagnando le sue iniziative con frequenti interventi sulla stampa – per esempio su «Rinascita Sarda» e su «L’Unione Sarda» – e con occasioni di confronto pubblico. La Marcia della pace per la fratellanza dei popoli che si svolse il 13 maggio 1962 nel capoluogo isolano, rappresentò uno dei momenti culminanti dell’attività del pensatore in Sardegna, come ha sottolineato Elisa Nivola (2006): «Migliaia di persone convenute a Cagliari da tutta l’isola […] diedero vita a una civile manifestazione, esprimendo in una mozione conclusiva l’adesione a un piano per la pace e chiedendo la riduzione progressiva delle spese militari e delle armi convenzionali, l’eliminazione di tutte le basi missilistiche, la distruzione delle armi atomiche, l’istituzione di un servizio civile per i giovani […]» .
Un’isola per i militari
Sul finire degli anni sessanta iniziano a circolare anche attraverso la stampa e gli editori italiani gli scritti di uno dei principali artefici della diffusione delle istanze antimilitariste sarde. Si tratta di Ugo Dessy, insegnante di Terralba, libertario, particolarmente attivo nelle iniziative di educazione popolare. Il 4 novembre del 1969 a Milano, a margine del congresso del Partito radicale, si tiene uno dei primi incontri nazionali del movimento antimilitarista al quale Dessy presenta un contributo sulla realtà sarda: «La sua relazione documentò per la prima volta il processo di militarizzazione del territorio sardo: fu pubblicata da Umanità Nova, giornale con il quale Dessy collaborò per due anni», ricorda «“A”-Rivista Anarchica» del 1 febbraio 1984. Il volume Sardegna un’isola per i militari, pubblicato nel 1972 da Marsilio editori, fornisce una mappa dettagliata di tutte le installazioni della Difesa nell’isola: «Il Salto di Quirra, Perdasdefogu; l’isola di Tavolara; l’arcipelago de La Maddalena; Decimomannu e Serrenti; Capo Frasca; Capo Teulada; Cagliari e adiacenze; Orgosolo, il poligono di Pratobello». La Sardegna deve sopportare un peso di strutture militari spropositato che non ha eguali nel resto del paese e tale carico costituisce una delle cause del mancato sviluppo del territorio. Questa consapevolezza fornisce uno degli argomenti centrali alle tesi antimilitariste isolane.
«Le strutture militari rappresentano un condizionamento negativo e un limite opprimente dello sviluppo sociale ed economico delle comunità in cui sono insediate e un condizionamento dello sviluppo dei diritti civili e delle strutture democratiche», scrive l’insegnante, «Ma per la Sardegna – e soprattutto per la Sardegna d’oggi – il discorso diventa particolarmente illuminante, giacché – venuta meno quella caratterizzazione dell’isola, rappresentata dalla inaccessibilità geografica e dalla malaria – la regione è diventata la zona prediletta per gli insediamenti militari e per le sperimentazioni non solo degli strumenti bellici, ma delle strutture e dei rapporti tra società civile e potere militare».
Il capitolo conclusivo del volume di Dessy non a caso è dedicato alla “rivolta di Pratobello”. Altro episodio simbolico della protesta antimilitarista sarda che distilla molti dei significati politici delle lotte identitarie e popolari verso l’imposizione esterna. Sull’onda di una forte opposizione contro «l’arroganza del potere centrale e della Regione, quale suo braccio cagliaritano» e nel caso delle aree interne, contro la condizione di una «provincia amministrata in armi», scrive Eliseo Spiga (1982), esplode una contestazione spontanea al tentativo di istituire un poligono di tiro della brigata Trieste nei pascoli di Pratobello alla quale partecipa tutto il paese di Orgosolo. Queste manifestazioni di conflitto «avevano sì un respiro internazionale e un riferimento al sessantottesco maggio francese, ma anche un aggancio evidente con la specifica realtà sarda».
Tra gli anni settanta e ottanta si registreranno nell’isola altre importanti iniziative di base che favoriranno anche la diffusione dei temi antimilitaristi. Nel 1972 nasce la Comunità di Sestu che prende il nome del comune nei dintorni di Cagliari dove si insediò. Un gruppo proveniente dell’esperienza di Capodarco di Fermo per l’integrazione sociale dei diversamente abili, fondò così anche in Sardegna una realtà che ha contribuito in maniera determinante alla diffusione della cultura di pace. Dal 1974 accolse i primi obiettori di coscienza al servizio militare e in seguito divenne sede regionale della Loc (Lega obiettori di coscienza). Nel 1981 a Barrali, un piccolo centro della provincia Sud Sardegna, il militante anarchico Tomaso Serra diede vita a un’esperienza unica nell’isola, il centro di documentazione sulla storia dei movimenti anarchici, libertari, operai e rivoluzionari, Arkiviu-bibrioteka de kurtura populari, intestato poi allo stesso Serra dopo la sua scomparsa nel 1985. La grande mobilitazione contro l’installazione degli euromissili a Comiso del 1981 consentì ulteriori spinte associative come il Movimento antimilitarista sardo.
Il nucleare nell’arcipelago
La concessione nel 1972 dell’approdo per sommergibili nucleari della VI flotta Us Navy nell’isola di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena, si fonda sul già citato Bilateral infrastructure agreement, accordo tra i governi statunitense e italiano (Nixon e Andreotti) mai sottoposto alle Camere e privo di alcuna ratifica del Quirinale, viene considerato da molti giuristi un atto nullo e non conforme alla Costituzione repubblicana che esprime il principio fondamentale del ripudio alla guerra di aggressione (Onorato, 1994). L’installazione militare – che dal 26 gennaio 2008 non ospita più la Us Naval support activity – non solo rappresentò la violazione della sovranità interna e di un delicato equilibrio ambientale, ma fu al centro di numerose denunce, sospetti e dispute sul rischio di inquinamento radioattivo nelle acque della zona (Cortellessa, 1990; Aumento, 2005). Servizi giornalistici e interrogazioni parlamentari riportarono diverse testimonianze su casi di cranioschisi e di anencefalie registrati dal 1976 al 1988 (Mannironi, 2004).
L’assenza di informazioni, di indagini e strumenti adeguati e soprattutto di trasparenza da parte delle autorità della Difesa (sia italiana sia statunitense) trincerate dietro al segreto militare (soprattutto riguardo alle caratteristiche di armamento e propulsione nucleare dei cosiddettiHunter killer), ha portato a uno stato di sospensione di essenziali diritti come quello alla tutela della salute. Gli stessi americani dedicavano molta attenzione alla diffusione delle notizie sul pericolo nucleare a La Maddalena. Lo attesta questo resoconto molto dettagliato di un press touralla base con una interessante rassegna stampa commentata, documento del 25 maggio 1976, spedito dalla struttura diplomatica americana in Italia e ricevuto dal Bureau of european and eurasian affairs del Dipartimento di stato Usa, pubblicato ora su Wikileaks. A proposito di segretezza, è indicativa altresì la nota interna che l’ambasciatore statunitense Ronald Spogli redasse il 7 luglio del 2008, e che fu resa pubblica sempre attraverso Wikileaks, dove il diplomatico suggeriva di rifiutare la richiesta del governo italiano di desecretare il Bia (Olianas, 2011).
La presenza statunitense intensificò le forme di protesta anche a livello nazionale, prendendo le mosse dalle prime manifestazioni del novembre del 1972 della Fgci e di altri gruppi giovanili dei partiti, passando per la marcia internazionale degli antimilitaristi che si concluse a La Maddalena nell’estate del 1976, per numerose iniziative organizzate dal Partito radicale, da Lotta continua, dal Comitato per la pace, come quella del 22 dicembre del 1984. Saranno diverse le incursioni di Greenpeace e nel 1988, due anni dopo il disastro di Chernobyl, si avvieranno le procedure per l’espletamento di tre referendum contro la presenza nucleare militare poi sospesi il 22 novembre e bocciati l’8 marzo 1989 dalla Corte costituzionale. Questa circostanza porterà a importanti mobilitazioni popolari come la manifestazione a La Maddalena del 10 dicembre 1988.
L’opposizione della Regione
Negli anni ottanta si assistette a una più decisa opposizione alla presenza militare da parte dell’istituzione autonomista regionale soprattutto sotto i governi guidati dal leader sardista Mario Melis (1982, 1984-1989). La regione contrastò le richieste del governo in diverse forme e nei limiti concessi dalla legge 898 del 1976 che si proponeva di armonizzare paritariamente gli interessi della Difesa con quelli dello sviluppo del territorio riconoscendo il principio dell’indennizzo a fronte di un danno causato dai vincoli militari. Un ordine del giorno approvato dall’assemblea legislativa sarda datato 10 aprile 1981 impegnava la giunta a indire una conferenza regionale sul problema delle servitù e installazioni militari, coinvolgendo «primariamente le forze vive della società sarda» e i comuni. Melis, allora assessore dell’Ambiente, in apertura della conferenza che si tenne lo stesso anno, pretese dal governo una drastica riduzione della presenza militare che, per modalità, intensità e ampiezza del suo realizzarsi, aveva assunto caratteristiche «nettamente autoritarie e colonialiste», in una regione considerata come “area di servizio”. Melis fa riferimento alla pesante sproporzione di servitù e demanio della Difesa rispetto alle altre regioni italiane descrivendo le imposizioni militari come responsabili del freno allo sviluppo, del blocco dell’espansione turistica, dell’abbandono di terre fertili come la piana di Teulada o quella di Santadi. Mare e cieli inibiti portano limiti alla pesca e al traffico aereo con allungamenti di rotte e conseguenti aumenti delle tariffe. Il 5 e 6 maggio del 1981 seguì la conferenza nazionale sulle servitù militari per effetto della quale il ministro della Difesa Lelio Lagorio si impegnò a favorire una «riduzione quantitativa e qualitativa dei gravami connessi con le esercitazioni a fuoco delle unità terrestri e aeree della Sardegna». Impegno rimasto di fatto inattuato. Altri accordi si susseguirono come quello tra il presidente della giunta regionale Melis e il ministro della Difesa Giovanni Spadolini del marzo 1986 che portò all’insediamento di una commissione stato-regione dal luglio 1986 al gennaio 1987 e a una mappatura di tutti i beni militari considerati dismissibili con illustrazioni e cartografie.
Mappa della Sardegna con aree a mare e in cielo sottoposte a vincoli militari, gentile concessione dell’Archivio “Gettiamo le basi”.
La legge 104 del 2 maggio 1990, che tra l’altro riconosce diverse modifiche alla norma del 1976 e un contributo annuo in base alla percentuale dei gravami militari da destinare ai comuni interessati, si può considerare un effetto formale e parziale dell’annosa vertenza sarda con lo stato. Così come i numerosi protocolli d’intesa tra Roma e Cagliari: sulla regolamentazione e sui criteri degli indennizzi che includevano i pescatori (ottenuti dopo una protesta delle marinerie che comportò il blocco delle esercitazioni) del 1999 (governi D’Alema e Palomba) e del 2005 (governi Berlusconi e Soru). Gli accordi Parisi – Soru (2006) e l’intesa Pinotti-Pigliaru (2017). Questa mole di provvedimenti ha in parte consentito la dismissione di piccole porzioni di beni militari lasciando tuttavia irrisolto il nodo centrale sul riequilibrio reale del demanio asservito, delle esercitazioni e di altre attività operative tra l’isola e il resto d’Italia, considerazione emersa anche dall’indagine conoscitiva della Camera del 2014. Non bisogna poi dimenticare il ruolo assunto dagli amministratori locali che in certi casi hanno rappresentato un importante e unico punto di riferimento per la ricerca di informazioni e per la tutela della trasparenza. Beniamino Camba, sindaco di Teulada per svariate consiliature e memoria storica del Comitato misto paritetico per le servitù militari della regione, ha denunciato in più occasioni riserve di legittimità sulle modalità che hanno governato gli espropri per la costituzione del poligono nel sud ovest dell’isola descrivendo «l’abbandono forzato delle case da parte dei contadini di alcune frazioni» e ha richiesto la bonifica del vasto territorio e del mare inquinato da «discariche di vecchi ordigni» (Quaderni della Sardegna, 2000). Pasqualino Serra, primo cittadino de La Maddalena dal 1993 al 1997, commissionò nel 1999 uno studio su costi e benefici dovuti alla comunità dalla presenza americana riscontrando che si procurava una perdita netta di 928mila euro per il bilancio pubblico (Mostallino, 2012). Antonio Pili, ex sindaco di Villaputzu dal 1997 al 2002, medico oncologo, nel 2001 aveva rilevato l’alta e inspiegabile incidenza di tumori al sistema emolinfatico nel territorio comunale di Quirra, una frazione di 150 abitanti confinante con il poligono, avviando il lungo percorso di ricostruzione degli effetti del grave inquinamento ambientale causato dalla base militare. «C’è qualcosa laggiù che sta uccidendo uomini e donne», affermava Pili.
“Gettiamo le basi”
È sulla scorta di questo profondo vulnus ai danni della sovranità territoriale della Sardegna, mai superato in decenni di confronti istituzionali e dissenso, che nel 1997 si costituisce a Cagliari il comitato sardo Gettiamo le basi. L’iniziativa fece seguito all’omonimo convegno nazionale che si tenne a Pordenone dal 6 all’8 dicembre dello stesso anno. Forse il più fecondo e longevo gruppo antimilitarista indipendente di formazione regionale, ancora operativo dopo quasi 23 anni di attività ininterrotta. L’organizzazione fondata da Mariella Cao, insegnante e a lungo militante nell’ associazionismo di base, ha concentrato subito gli sforzi su un approfondito lavoro di documentazione e di ricerca.
Un opuscolo autoprodotto di sedici pagine pubblicato nel 1998 ha rappresentato una fonte di informazione alternativa alle scarse notizie divulgate dalle fonti ufficiali e un testo aggiornato rispetto ai lavori degli anni settanta e ottanta. La presenza militare in Sardegna era il titolo e riportava al centro della copertina una cartina dell’isola costellata dalle numerose installazioni della Difesa sparse in tutto il territorio e segnata dalle sconfinate zone aree e marittime proibite durante le esercitazioni. Un’immagine che diverrà il logo del comitato. Dopo un elenco molto particolareggiato delle decine di strutture militari presenti nell’isola, l’opuscolo evidenziava i numeri dell’occupazione militare del territorio sardo: «Il demanio permanentemente impegnato consta di 24mila ettari, il 60 % del totale nazionale, a fronte dei 16mila di tutto il restante della penisola». A questa cifra vanno aggiunti i 12.000 ettari gravati dalle servitù. Mentre gli spazi aerei interdetti sono di fatto incommensurabili, quelli a mare, con 2.800.000 ettari, superano l’intera superficie dell’isola. Con numerose iniziative pubbliche e attraverso un costante rapporto con la stampa (tra le prime testate a raccogliere le denunce del comitato, si ricordano «L’Unione Sarda», «La Nuova Sardegna», «Liberazione», «il manifesto», «Metro», «Peacelink»), Gettiamo le basi ha indagato sull’impatto sanitario e ambientale delle basi e sull’incompatibilità tra lo sviluppo sostenibile e i vincoli militari.
Sono state di particolare rilievo le segnalazioni documentate, e sostenute dalle famiglie delle vittime, di soldati e civili colpiti da patologie tumorali a seguito dell’esposizione a contaminanti usati in zone di guerra e in aree addestrative. Anche per merito dell’attività del comitato, a partire dalla fine del 1999, iniziano a diffondersi nell’isola i primi dati sulle morti correlate all’attività bellica, come il caso del caporalmaggiore della brigata Sassari, Salvatore Vacca, originario di Nuxis (Sud Sardegna), mancato a 23 anni nel settembre 1999 a causa di una leucemia linfoblastica acuta di ritorno da una missione in Bosnia. Per questa vicenda il Ministero della Difesa è stato condannato a maggio del 2016 dalla Corte d’appello di Roma a versare un risarcimento ai familiari di Vacca per condotta omissiva, ovvero per non aver protetto adeguatamente il commilitone dalle polveri nocive rilasciate dalla deflagrazione delle munizioni. Dopo i precedenti della Gulf war syndrome, le notizie sui casi di tumore riconducibili agli effetti tossici di armi contenenti metalli pesanti o alla dispersione di nanoparticelle nei teatri di guerra dei Balcani si susseguirono sino a far scoppiare un caso internazionale. Le prime segnalazioni partite dalla Sardegna, e si ricorda anche la vicenda di Valery Melis, innescarono un effetto a catena che all’inizio del 2000 coinvolse la stampa italiana ed europea. Il parlamento di Strasburgo votò una prima risoluzione per mettere al bando le armi all’uranio impoverito il 17 gennaio 2001. Gettiamo le basi concentrò immediatamente l’attenzione non solo sui militari colpiti di rientro dalle missioni internazionali ma anche sulle attività a rischio che si svolgono nei poligoni sardi raccogliendo una notevole quantità di informazioni e richiedendo la cessazione delle esercitazioni nel rispetto del principio di precauzione. Il 19 luglio 2003 il gruppo antimilitarista spediva una petizione con 1.500 firme al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi denunciando gli effetti della “sindrome di Quirra”: «In base al buon senso e all’elementare principio di precauzione, fino a quando non sia stata trovata una ragionevole e convincente spiegazione alle troppe morti e malattie sospette, si chiede l’immediata sospensione delle attività del poligono interforze Salto di Quirra».
Nella lettera di accompagnamento indirizzata al capo dello Stato si ricordava che «un generale e cinque militari in servizio nel poligono interforze sono stati uccisi dalla leucemia, quattro sono in lotta contro il male. A Quirra, frazione di Villaputzu con 150 abitanti, 12 persone sono state divorate da tumori al sistema emolinfatico, 2 decedute. A Escalaplano, paese confinante con la base, 2.600 abitanti, 12 bambini sono affetti da gravi malformazioni genetiche, 14 persone colpite da tumore alla tiroide». Dal 2004 al 2018, dalla XIV alla XVII legislatura, le Camere istituirono delle commissioni parlamentari d’inchiesta. Nel 2006, sotto la presidenza di Lidia Menapace e del senatore eletto in Sardegna, Mauro Bulgarelli, i deputati iniziarono a indagare non solo sul personale militare ma anche sulle popolazioni civili «nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari».
Confronto, indagini e media
Un aspetto caratterizzante della cifra comunicativa del comitato è da ricercarsi nel linguaggio diretto e nell’analisi essenziale delle problematiche che difficilmente cedeva al filtro ideologico. In una ricerca sociologica di Daniela Volpi (2019) incentrata sull’associazionismo in rapporto alle attività militari con elevato impatto ambientale, l’intervento di Gettiamo le basi è riconducibile a un contesto di self help:
«Il contesto in cui sorge questo associazionismo è molto complesso, caratterizzato da cadute, fratture e carenze tra le quali: la rottura di un patto di fiducia e di affidamento tra rappresentanti e rappresentati nel sistema politico; la crisi dello stato sociale; il rompersi di certezze ideologiche; la caduta di una partecipazione politica tradizionale ormai svuotata di senso. Ma questo stesso contesto è anche segnato da acquisizioni, dallo svilupparsi di una serie di “dotazioni” per l’azione sociale che permettono la moltiplicazione di risorse motivazionali, cognitive, pragmatiche per risolvere i problemi collettivi; il moltiplicarsi delle risorse disponibili; l’allargamento delle cittadinanze e l’evidenziarsi dei sistemi di autocorrezione della democrazia».
Iniziative come il convegno internazionale L’opposizione alle basi militari in Sardegna e nel mondo del luglio 2007, che a Cagliari metteva a confronto le esperienze di Vieques-Portorico, Filippine ed Ecuador, dimostra la significativa capacità di apertura al confronto che il gruppo era in grado di mettere in campo. Parteciparono tra gli altri le leader storiche del movimento antibasi portoricano, Nilda Medina e Wanda Colòn Cortes. Per rafforzare la propria attività, Gettiamo le basi è ricorso spesso al supporto dei gruppi di ricerca indipendente come “Scienziate e scienziati contro la guerra”. Al convegno Il male invisibile sempre più visibile. La presenza militare come tumore sociale che genera tumori reali che si svolse ad Asti il 4 febbraio del 2005, furono ospitati quattro interventi sulla Sardegna del comitato e di altri militanti e studiosi. I lavori della fisica e bio-ingegnere Antonietta Gatti sono stati determinanti per comprendere i meccanismi di trasmissione nell’uomo degli agenti inquinanti e nocivi causati durante le esercitazioni o in zone di conflitto attraverso le nanoparticelle. Nel gennaio 2011 il comitato sardo apprese i risultati di uno studio veterinario delle Asl di Cagliari e di Lanusei svolto nell’ambito del progetto di monitoraggio ambientale sul poligono di Quirra coordinato dalla Namsa, maintenance and supply agency della Nato, e bandito il 28 maggio 2008. L’indagine confermava le denunce del comitato antimilitarista.
«Un grave fenomeno sanitario», scrivevano gli estensori: «Il 65% del personale impegnato con la conduzione degli animali negli allevamenti ubicati entro il raggio di 2,7 chilometri dalla base militare di Capo San Lorenzo a Quirra, risulta colpito da gravi malattie tumorali. In sette aziende su dodici sono stati riscontrati casi di tumore. Dal 2000 al 2010 le persone che risultano colpite da neoplasie sono dieci su diciotto. E si evidenzia una tendenza all’incremento. Negli ultimi due anni sono quattro i nuovi casi di neoplasie che hanno colpito altrettanti allevatori della zona». Anche questo tassello ha probabilmente contributo all’apertura nello stesso mese di gennaio del 2011 di un’inchiesta da parte della procura di Lanusei allora coordinata da Domenico Fiordalisi. La pubblica accusa ipotizzò inizialmente i reati di omicidio plurimo, disastro ambientale, omissione d’atti d’ufficio in relazione agli effetti dell’inquinamento causato dalla base di Quirra. In seguito la richiesta di rinvio a giudizio si concretizzò per venti persone: ufficiali, amministratori locali, docenti, studiosi e medici, con i seguenti capi di imputazione: omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri; falso ideologico aggravato in atto pubblico e ostacolo aggravato alla difesa da un disastro; omissione di atti d’ufficio dovuti per ragioni di sanità e igiene; favoreggiamento aggravato. Dodici indagati furono prosciolti e il 29 ottobre 2014 si aprì il dibattimento che vide al banco degli imputati otto ex comandanti del poligono di Quirra dal 2004 al 2010: Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi e Paolo Ricci; e i comandanti del distaccamento dell’aeronautica di Capo San Lorenzo, Gianfranco Fois e Francesco Fulvio Ragazzon. Il 18 dicembre 2014 il processo appena avviato si interruppe per un rinvio alla Corte Costituzionale di un’eccezione (poi respinta) sull’ammissione di parte civile della Regione Sardegna per il risarcimento del danno ambientale. L’11 novembre 2016 si tornò in aula: davanti al giudice monocratico Nicole Serra i militari dovranno rispondere di omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri. Non avrebbero messo in atto tutte le procedure necessarie per evitare «Un persistente e grave disastro ambientale con enorme pericolo chimico e radioattivo per la salute» (Cristaldi, 2013).
Attraverso questo percorso di informazione, denuncia, opposizione e resistenza antimilitarista, le iniziative a tutti i livelli della società sarda, della politica e della magistratura, hanno guadagnato l’attenzione di media e documentaristi internazionali, del mondo dell’arte e della letteratura. Qui si ricordano solo alcuni titoli: Secret Sardinia, reportage di Emma Alberici per «Al Jazeera» del 2020; Italian military officials’ trial ignites suspicions of links between weapon testing and birth defects in Sardinia, inchiesta del servizio pubblico radiotelevisivo australiano, «Abc»  del 2019; Balentes, documentario di Lisa Camillo del 2018; Uran und Thorium. Sardiniens tödliches Geheimnis, servizi messi in onda dalla tedesca «ZDF» nel 2012 in tre puntate; Poisons mortels: Quirra poubelle des armées, di Livio Capra e Francoise Begu trasmesso da «France Ô» nel 2014 dopo un lavoro di anni; il blogger giapponese Ryusaku Tanaki si è occupato di Quirra nel 2011;Oltre il giardino, film della tv svizzera «Rtfi» del 2007. Sardegna teatro ha portato in scena nel 2017, L’avvoltoio, testo e indagine di Anna Rita Signore, regia di Cesar Brie, Mauro Salis è l’autore dello spettacolo Quirra megastore. Storie di poligoni e servitù militari, Dr Drer e Crc Posse hanno composto Generale, Piero Marras è l’autore di Quirra. Lo scrittore Massimo Carlotto e Mama Sabot hanno dato alle stampe il noir Perdas de Fogu.
Dal 2011 e ogni 15 del mese Gettiamo le basi con i comitati Amparu, Su sentidu, “Famiglie militari uccisi da tumore”, convoca un sit-in nella piazza del Carmine di Cagliari, esattamente sotto le finestre della rappresentanza del Governo italiano. Si tratta di un appuntamento consolidato che si ispira alla celebre protesta delle Madri di plaza de Mayo e durante il quale si avanzano sempre le stesse richieste da anni: «sospensione immediata delle attività dei tre grandi poli militari della Sardegna dove si sono registrate le patologie di guerra: Quirra, Teulada, Capo Frasca-Decimonannu; evacuazione urgente dei militari in servizio nel Poligono Interforze Salto di Quirra; allontanamento dei militari esposti alla contaminazione dei poligoni di Capo Teulada, Decimomannu-Capo Frasca; ripristino ambientale e messa in sicurezza delle aree contaminate a terra e a mare; risarcimento del danno inferto al territorio e del danno – irrisarcibile! – della perdita della salute e della vita». Le prime lettere di ciascuna rivendicazione compongono il vocabolo in lingua sarda serrai. Che significa: chiudere.
«Nessuna regione come la Sardegna ha visto interdire praticamente da ogni attività̀ civile zone tanto vaste, ha visto sorgere così preoccupanti impianti di armamenti non convenzionali. Tale situazione pesa. ovviamente nella già precaria economia dell’isola, come pesa nello sviluppo delle condizioni civili delle popolazioni» (Ugo Dessy, 1972).
Si ringrazia Mariella Cao

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Documenti
Progetto di monitoraggio ambientale del PISQ. Relazione dei medici veterinari dr. Mellis Giorgio e dr Lorrai Sandro, 13 novembre 2010
«Peacelink», rete telematica attiva dal 1991, conserva un ricco archivio di note stampa e articoli sull’antimilitarismo sardo
Portale di Ugo Dessy
Repertorio di Bruno Sini con stampa internazionale
Inchieste giornalistiche e documentari
§  Veronica Tarozzi, intervista a Manlio Dinucci,Defender Europe 20”: l’alleanza USA-NATO ci difende o ci espone a dei rischi?, «Pressenza», 14 marzo 2020
§  Massimo Coraddu, Massimo Zucchetti,Bagni, morte e manette al poligono sperimentale di Perdasdefogu-Quirra, «Contropiano», 8 giugno 2017
§  Quirra, oltre l’aporia, regia di Cladinè Curreli (Sardegna, 2017)
§  Marco Mostallino,Fisco, la truppa gode. Esenzioni dei militari Usa in Italia: un tesoretto da 500 mln, «Lettera 43», 25 gennaio 2012
§  Paolo Carta,Quirra, un poligono con troppi misteri Il rapporto della Asl riaccende le polemiche, «L’Unione Sarda», 5 gennaio 2011
§  Ercole Olmi,Quirra, quel poligono che uccide uomo e fauna, «Liberazione», 4 gennaio 2011
§  Costantino Cossu,“Gettiamo le basi”. Dalla Sardegna un no alla guerra, «il manifesto» 8 luglio 2007
§  Sa Lota. Pratobello 1969, di Francesca Ziccheddu e Maria Bassu, (Sardegna, 2005).
§  Piccola pesca, regia di Enrico Pitzianti (Sardegna, 2004)
§  Piero Mannironi, Alla Maddalena anomalia statistica: troppe malformazioni gravi nei feti, «La Nuova Sardegna» 13 febbraio 2004.
Walter Falgio, ISSASCO (Istituto sardo per la storia dell’Antifascismo e della Società contemporanea)

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