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martedì 20 ottobre 2020

La criminalizzazione giudiziaria del movimento No TAV - alexik


1) appuntamento a Bussoleno il 24 ottobre; 2) Dana scrive dal carcere; 3) Cassa di resistenza No Tav.

 

La criminalizzazione giudiziaria del movimento No TAV: primi elementi per un’analisi scientifica e politica

Sin dall’inizio della lotta, e con particolare intensità negli ultimi dieci anni, il movimento No TAV si è dovuto confrontare con un livello altissimo di violenza istituzionale.

La criminalizzazione penale, che con la carcerazione di Dana ha registrato un ulteriore salto di qualità, è un aspetto rilevante di questa violenza.

La creazione di una corsia preferenziale per i procedimenti contro il movimento, con il coinvolgimento di centinaia di imputati, l’esercizio dell’azione penale anche per reati “bagatellari”, l’abuso delle misure cautelari , l’utilizzo a piene mani del concorso e delle aggravanti, la particolare velocità dei processi, la sproporzione delle condanne e delle sanzioni economiche, sono parte dell’esperienza concreta dei militanti, ed evidenti a chiunque soffermi lo sguardo sul fenomeno repressivo in Valsusa.

Ciò nonostante non ne è stata fin’ora definita in maniera compiuta un’analisi quantitativa e qualitativa basata su elementi certi, tale da permettere il passaggio dall’evidenza empirica all’evidenza scientifica, utile sia alla ricerca in ambito giuridico, che alla difesa legale, che alla denuncia politica.

Per questo motivo abbiamo ritenuto importante iniziare, tre anni fa, un’opera di archiviazione storica dei materiali processuali, che rendesse possibile, fra le altre cose, la misurazione del fenomeno e la sua comparazione con altri campi di esercizio dell’azione penale.

Abbiamo tratto inizialmente ispirazione da un lavoro – già avviato da un attivista NoTAV – di annotazione dei procedimenti contro il movimento, per poi continuare con una lunga e complessa fase di ricerca con la digitalizzazione, l’archiviazione e la catalogazione sistematica della parte accessibile degli atti processuali (datazioni delle fasi, dibattimento e decisioni, per i processi chiusi almeno in primo grado.

Contemporaneamente è stato approntato un software per la gestione delle informazioni e dei documenti, e si è avviata la creazione (ancora in corso) di un data base ad uso degli studi legali di riferimento del movimento No TAV.

Si è trattato di un impegno importante, vista l’entità della “attenzione” giudiziaria verso l’opposizione al TAV. Un impegno che ha coinvolto per molti mesi varie compagne e compagni con una grossa mole di lavoro anche volontario.

Il progetto si è limitato a considerare i processi arrivati alla conclusione almeno del primo grado di giudizio al 31 dicembre 2017 (limite che abbiamo dovuto definire per commisurare il lavoro necessario alle risorse disponibili) con l’identificazione di 150 procedimenti iscritti al Registro Generale Notizie di Reato dal 2005 al 2016 e, per 85, la ricostruzione completa della storia processuale.

Su questi materiali sono ora disponibili i risultati di una prima esperienza di ricerca – ancora parziale – a cura di Alessandro Senaldi, che identificano alcune linee di tendenza di interesse rilevante.

Per esporli, trarne valutazioni e discuterli insieme a
-Alessandro Senaldi
-Nicoletta Dosio (in diretta)
-Livio Pepino
-Avv. Valentina Colletta ed altri legali del Movimento

vi invitiamo sabato 24 ottobre alle 15,30
a Bussoleno (TO), presso Casa Aschieri, Via Walter Fontan 23.

(i posti sono limitati e verranno fatte rispettare le misure anticontagio).

Ass. Bianca Guidetti Serra & SupportoLegale.org

Dana scrive dal carcere e prende parola sugli ultimi fatti avvenuti

 

Cari tutti mi sono presa qualche giorno prima di riscrivere pubblicamente.
Nell’ultima settimana molti fatti sono accaduti ed ho voluto, Anzi dovuto, concedermi il tempo per pensare. Tra giornali che acquisto qui in carcere Tg, ho accesso all’informazione mainstream quotidianamente e anche se solo al 19° giorno di detenzione, devo concentrarmi per sentirmi pienamente immersa nel “fuori”, qui il tempo scorre diversamente.

Dai fatti di cronaca che hanno visto coinvolta la mia giudice di sorveglianza e gli altri che sono susseguiti, mi ritrovo nel commento dato dal Movimento No Tav. Molti hanno speculato su di essi, tentando di strumentalizzare la vicenda della mia assurda detenzione, demonizzare ancora una volta il movimento, attaccare in modo ignorante il centro sociale Askatasuna, importante laboratorio politico della città di Torino.

Mai in questi anni mi sono ritrovata a dover nascondere il mio agire, anzi mi sono sempre “esposta” , insieme a molti altri, per spargere le ragioni del nostro agire politico, in contesti favorevoli, ma anche in quelli difficili e poco compresi. Questa trasparenza dell’agire, sostenuta da ragioni profonde e dall’urgenza di combattere la devastazione dei territori e le diseguaglianze sociali, è la cifra che contraddistingue il mio agire politico e quello dei miei compagni in questo cammino comune.

Altre parola per quanto mi riguarda non sono necessarie.

Altri eventi dalla portata preoccupante si sono succeduti nei giorni scorsi. In primis ho letto con preoccupazione della circolare regionale che vieta la somministrazione della pillola RU486 nei consultori e preveda l’attivazione negli ospedali di sportelli informativi affidati alle associazioni “pro-vita e famiglia” . Questa circolare è un tentativo di ridurre il diritto di scelta della donna, l’ennesima decisione atta a costruire una società in cui le donne non potranno decidere del proprio corpo e della propria vita. In un paese in cui l’obiezione di coscienza dei medici è altissima non bisogna sottovalutare queste azioni dall’alta valenza politica e di pericolosità sociale (loro sì che lo sono!).

L’ultimo faro che vorrei accendere sul “fuori” è l’emergenza alluvionale che nei giorni scorsi ha coinvolto soprattutto il Piemonte e la Liguria. Ancora una volta il Re è nudo, mostrato nella sua essenzialità dagli effetti del cambiamento climatico da un pianeta sofferente che dimostra, nei fatti, l’insostenibilità del nostro sistema di “sviluppo”. Il Re nudo ci mostra come manchino gli investimenti per la messa in sicurezza dei territori, gli effetti di una cementificazione inarrestabile e dell’investimento delle risorse pubbliche secondo politiche che mettono al centro i profitti di pochi a scapito della tutela dei territori e di chi li vive.
L’intera epopea del TAV è uno degli esempi, forse il più conosciuto, di questa scellerata gestione.

Mentre vi immagino fuori riflettere ed agire politicamente su queste contraddizioni, chiudo questa lettera su qualche aggiornamento più personale. Proprio poco fa sono stata trasferita in terza sezione, dove come me ci sono altre detenute definitive qui alloggiate per scontare pene più o meno lunghe. Ogni cambiamento, soprattutto in un luogo come questo, comporta qualche tribulazione. Vi farò sapere, intanto mi abituo a questo nuovo regime più aperto, dopo 19 giorni di Cella chiusa 24 ore su 24.

La difficoltà più grande è riuscire a trovare ogni giorno l’energia per fare cose, per dare un senso a questa non vita, per rimanere attivi, sintonizzati con l’esterno. Il fatto che amo molto leggere di sicuro mi aiuterà in questo percorso e le altre detenute, che anche qui in terza sezione, mi stanno accogliendo bene. Tutte ormai conosco la mia storia e si ricordano di Nicoletta, che mi ha preceduta pochi mesi fa.

Ricevo molta posta e solidarietà, Vi ringrazio. In ogni lettera c’è un momento di pura gioia, ogni cartolina con i più svariati paesaggi mi fa sognare ad occhi aperti. Continuo a sentirmi non sola, vi sento tutt* qui, per fortuna (per voi) non in questa cella, ma ogni volta che guardo dalla finestra per controllare se il mondo esiste ancora, percepisco la forza dei legami che abbiamo creato nella lotta, che è vita.

Siate saldi, io lo sono!
Avanti No Tav

 

Cassa di resistenza No Tav: un contributo perché’ “si parte e si torna insieme”

Il Movimento No Tav sta subendo un attacco repressivo da parte della Procura di Torino che sta colpendo decine di militanti, come ne ha colpiti centinaia negli anni scorsi.

Sono note le vicende che hanno coinvolto Dana, Nicoletta, Stefano ed Emilio, gli ultimi attivisti in ordine di tempo colpiti da misure cautelari ingiuste e fortementi afflittive.

Per sostenere loro e tutti e tutte coloro che si battono contro l’inutile grande opera del Tav in Valle di Susa, il movimento ha rilanciato la “Cassa di resistenza No Tav” alla quale si può contribuire in diversi modi. Ne parliamo con Luigi Casel, del movimento No Tav. Ascolta o scarica

 da Radio Onda d’Urto

Di seguito proponiamo anche l’appello lanciato dal movimento No Tav della Valle di Susa.

SOSTIENI LA CASSA DI RESISTENZA!

In trent’anni di lotta di contrapposizione al Tav abbiamo imparato che insieme sappiamo essere più forti. Per questo come Movimento abbiamo deciso di lanciare una campagna di raccolta fondi in solidarietà a tutti gli attivisti che negli anni, con generosità, hanno dato il loro contributo e che ora si trovano a dover scontare delle condanne a dir poco assurde.

Di fronte a inchieste che rendono sempre più palese la correlazione tra ‘ndrangheta e grandi opere,

chi viene punito è chi resiste: da chi porta uno striscione a chi si spende in prima persona durante delle iniziative a difesa del proprio territorio.

Il sistema Tav continua a voler proseguire imperterrito nella costruzione di questa grande opera inutile nonostante tutto; mettendo da parte l’analisi costi benefici che definiva l’opera un’inutile e profondo buco di debito, con la stessa superficialità con cui oggi nega l’incidenza delle grandi opere come il Tav anche in rapporto alla tragica emergenza climatica con la quale siamo costretti a confrontarci.

La presa di posizione della politica (in tutti i suoi colori) rende chiaro a tutti quanto sia nei fatti perdente quando si confronta con la resistenza di un territorio come la Val di Susa. Questo sostanziale assenteismo delle istituzioni è dunque colmato da Questura e Procura che, con metodo, lavorano per tentare di spaventarci, colpendoci individualmente, con l’intento di dare l’esempio di cosa può capitare a chi non si rassegna.

In questo momento ci confrontiamo in particolar modo con la situazione di Dana, Nicoletta, Stefano ed Emilio ma purtroppo sappiamo non trattarsi di pochi casi isolati.Sono anni che denunciamo questa orribile situazione, a tratti surreale, che è costituita da centinaia di denunce, processi e condanne estremamente punitive e gravi nei confronti di chi difende l’ambiente ed i territori.

In questi mesi, dopo Dana e Nicoletta, altri No Tav dovranno scontare pene altissime (da uno a due anni di reclusione) senza benefici, con l’unica colpa di aver tenuto uno striscione in mano o aver fatto interventi ad un megafono.

Da tempo sosteniamo che “Si parte e si torna insieme” non sia solo uno slogan, ma un vero e proprio modo di viversi insieme nella lotta. Così, come sui sentieri delle nostre montagne, anche questa volta non vogliamo lasciare indietro nessuno.

È necessario una volta in più l’aiuto di tutte e tutti per realizzare insieme una Cassa di Resistenza che sia in grado di tutelare tutti. Immaginiamo uno strumento di solidarietà e difesa collettiva contro queste condanne che mirano a punire prima di tutto le idee, poi (forse) le azioni; ma che sia allo stesso tempo un investimento per il futuro del movimento NoTav, e dunque anche una speranza per tutti gli altri movimenti sociali e territoriali in Italia.

Sappiamo che insieme possiamo dimostrare a Questura, Procura e Magistratura che il movimento NoTav è forte anche nei momenti più difficili e per farlo serve l’aiuto di tutti e tutte!

CASSA DI RESISTENZA NO TAV: COME FARE PER EFFETTUARE UNA DONAZIONE!

Puoi sostenere il movimento NoTav attraverso:

– i banchetti presenti alle tante iniziative in programma, disponibili in tutta Italia

– con B/B intestato a Pietro Davy e Maria Chiara Cebrari con causale “Cassa di resistenza No Tav” IBAN IT22L07601010000 01004906838

#AVANTINOTAV!

 

da qui

lunedì 18 dicembre 2017

No Tap: la testimonianza di Valentina detta ‘Terrore’

Lecce 9 dicembre 2017.
Tutti a raccontare ciò che non hanno vissuto… ma chi c’era?!
Sono Valentina, detta “terrore” anche dalla digos e dai questurini di Lecce e non…
Sono tra i 50 ‘violentissimi e pericolosissimi delinquenti’ che passeggiavano nelle campagne salentine, fermati a ridosso della zona rossa.
Per molti giornalisti, cittadini e per la questura sono una persona pericolosa per l’ordine e la sicurezza pubblica, ma in realtà pochi sanno che nella vita vera realizzo giocattoli e accessori per bambini.
Eh sì, delusi vero?! Dai racconti in giro vi aspettavate una terrorista?
Spiacente, mettete fiori nei vostri cannoni.
Da mesi spendo la mia vita opponendomi alla costruzione del gasdotto Tap.
E si, mi è stato contestato anche questo nel verbale della questura…
Gasdotto che anche ora ritengo illecito, con intrighi loschi e una speculazione di denaro pubblico senza precedenti.
Considero tutt’ora le aziende collaboratrici, gli emissari, i difensori e i fan, complici e colpevoli quanto la stessa multinazionale, di questo malaffare.
E mi spiace per il prefetto o per il questore, ma, non accolgo il loro “invito” a cambiare condotta (sempre citato nel lungo verbale di oltre 10 pagine) perché non ritengo assolutamente che io, difendendo il territorio, sia dalla parte sbagliata del sistema, anzi, colgo l’occasione come ieri sera a invitare i lorsignori a cambiare punto di vista… e di vita. Molto meglio essere liberi, che servi!
Detto questo, noi 50 che passeggiavamo a ridosso della zona rossa…
Zona che per me non dovrebbe esistere, perché non dovrebbe essere limitata la libertà umana solo per affari privati ed economici, non lo trovate anche voi abbastanza squallido?! Beh, noi quella libertà l’abbiamo chiesta, l’abbiamo urlata, l’abbiamo pretesa e ieri l’abbiamo fatta nostra.
È stata un’emozione vedere la torre dove sventolava la nostra bandiera, dove per tante notti abbiamo guardato un manto di stelle nel silenzio assordante; è stato un’emozione vedere quel fico che ogni giorno ci regalava frutti succosi e dolcissimi, momenti che regalavano a tutti quel sorriso solidale e forte.
E nelle mie vene ha iniziato a scorrere la forza della vittoria, della libertà!
E poi?!
Poi, l’orrore.
L’elicottero basso sulle nostre teste, l’agitazione, una marea di caschi blu con scudi e manganelli pronti.
Da lì tutto è cambiato, non dovevamo salvare: dovevamo salvarci.
Ed è iniziata la corsa, la paura, ma allo stesso tempo la forza data uno con l’altro.
Chi con i polmoni forti che si fermava e aiutava chi non ce la faceva più; occhi avanti, occhi dietro, occhi ovunque: e quella marea blu che continuava ad avvicinarsi minacciosa e assetata di sangue.
E poi ecco lì, un dolore lancinante alla testa, le mani che la prendono forte e quel colpo che ti fa cadere a terra.
Alzi gli occhi sperando stiano tutti bene e boom, un altro dolore lancinante al fianco. E ancora. Ancora. Ancora.
Finché non senti un abbraccio amico che cerca di proteggerti e altrettanto senti i colpi su di lui.
E ti ritrovi con la faccia schiacciata tra terra, rovi e sassi, con le mani dietro la schiena e le manette ai polsi strette, mentre qualche Simpaticone ogni tanto si diverte ad avvicinarsi e dare qualche tallonata ai fianchi, tanto, tu sei inerme, dolorante e spiaccicata a terra.
Da lì il teatrino: “siete tutti in arresto! Portateli tutti via! Questi non devono parlare e finiscono in galera!
Con questi ci divertiamo!
”
Funzionari, a mio avviso, troppo esaltati. E sempre ammanettata neanche fossi la peggio criminale di sto mondo, vengo trascinata o spinta, a scavalcare muretti, camminare su un terreno pieno di rovi e poco scorrevole, a raggiungere assieme ai miei compagni una zona dove ad attenderci c’erano i blindati.
E lì, come fossimo la peggio specie sulla terra, veniamo fatti inginocchiare per quasi un’ora, sul terreno pieno di pietre, freddo e umido, con rimproveri e minacce se ci avvicinavamo uno all’altro.
Abbiamo cercato di contattare i nostri avvocati, ma l’azione è risultata poco piacevole ai funzionari, che ci hanno fatto sequestrare borse, zaini, marsupi e cellulari.
Ciao ciao diritti!!
Nel blindato vi risparmio i commenti sessisti che siamo state costrette ad ascoltare, vi dico solo che l’uomo di Neandertal sarebbe stato più evoluto…
E poi, l’arrivo in questura: la loro falsa agitazione davanti ad un paio (?!) di giornalisti chiamati da loro stessi probabilmente: “facciamoli entrare da dietro“, “non sappiamo quanti sono“, “che ne facciamo di loro” e così, rimaniamo chiusi in una piccola cella che loro chiamano “stanza dei fermati” per 8, quasi 9 lunghissime ore.
Da lì, perquisizioni, battutine sull’intimo indossato, battutine sul ciclo mestruale, momenti privati al bagno da condividere con i poliziotti dietro le porte, assenza di rispetto e dignità, assenza di buonsenso e cuore.
Ma soprattutto: assenza di carta igienica in tutta la questura di Lecce!
(Un’appello a tutti quelli che ci regalavano carta igienica al presidio, portatene anche lì o ce la portiamo noi)
Chiamata ai famigliari? Negata.
Chiamata agli avvocati? Negata.
Notizie sui compagni? Negato.
Verbali su verbali, carte su carte, giri su giri…
Per cosa?! Per niente!
Perché è così che si conclude la mia serata: con un foglio di via da Lecce, marine e frazioni per tre anni. Foglio di via da Melendugno, frazioni, marine e qualche paese d’intorno per tre anni. E una serie di denunce e contestazione di vari articoli…
Beh, Terrore non potrà andare a Lecce, non potrà andare a Melendugno: ma tutto il mondo è paese!
E se sei Notap, lo sei ovunque!

mercoledì 26 luglio 2017

Cayenne italiane - Alexik

“Il cancello si apriva in continuazione. Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi contro i muri. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera.
Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei GOM la stavano a guardare. Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli
“.
Erano andati al macello inermi, chi con una bandiera rossa, chi con una A cerchiata, chi con la testa piena di fantasticherie democratiche.
Alcuni indossavano una tuta nera, altri patetiche protezioni di gommapiuma, tutti drammaticamente inadeguati a fronte della violenza che gli avrebbero scatenato addosso.
Arrivarono a Genova nel luglio 2001 pensando che bastasse la forza dei numeri per contrastare quella dei potenti, o che si trattasse ancora una volta della simulazione di uno scontro.
I più erano immemori o inconsapevoli di quello che aveva dovuto affrontare, circa 20 anni prima, l’ultima generazione che aveva provato seriamente a sovvertire le regole del gioco. Pochi avevano memoria diretta della gestione della piazza dei tempi di Cossiga, o delle violenze poliziesche di Voghera1.
La quasi totalità non aveva mai conosciuto il carcere, o non aveva fatto sufficiente attenzione a ciò che si muoveva dietro quelle mura.
Dopo l’esecuzione di Carlo, dopo la ‘macelleria messicana’ della Diaz, duecentocinquantadue (ma la stima è incerta) vennero portati alla caserma di Bolzaneto, consegnati nelle mani di polizia, carabinieri, ma soprattutto del GOM (Gruppo Operativo Mobile) della polizia Penitenziaria.
Qui varcarono le soglie di un incubo:
Torturato n° 38, straniero. Offeso, mentre era nudo, rivolgendogli domande sulla sua vita sentimentale e sessuale, veniva costretto a spogliarsi nudo e a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania costretto con la minaccia di percosse con la cintura presa ad altro detenuto, a fare delle giravolte sul pavimento; percosso e ingiuriato con sgambetti e sputi da due ali di agenti mentre transitava nel corridoio.
Torturato n° 47, straniero. Percosso nel corridoio con calci e pugni, percosso nell’infermeria mentre veniva perquisito e sottoposto a visita medica con un pugno al torace, in conseguenza delle percosse riportava la frattura della costola destra, percosso, ingiuriato e minacciato in bagno  da due agenti che lo costringevano a mettersi davanti al wc e gli dicevano “orina finocchio “, e minacciavano di violentarlo con un manganello, con lo stesso manganello lo percuotevano all’interno delle cosce procurandogli ematomi, percuotevano ancora con pugni alla testa e alle spalle.
Torturata n° 60, italiana. Accompagnata dalla cella al bagno, costretta a camminare lungo il corridoio con la testa abbassata e le mani sulla testa, colpita da altri agenti con calci, derisa e minacciata, costretta con violenza e minacce a chinare la testa all’interno della turca; insultata con : “puttana”, “troia” e a subire da altri agenti frasi ingiuriose con riferimenti sessuali del tipo “che bel culo “, “ti piace il manganello”, costretta a fare il saluto romano e a dire: “viva il duce “, “viva la polizia penitenziaria”.
Lo stesso incubo vissuto nelle carceri di questo paese.
Fuori dalla caserma le telecamere di tutto il mondo erano puntate sul G8.
Se tale era la fiducia dei torturatori nell’impunità, in un contesto di così forte attenzione politica e mediatica, quali violenze potevano essere capaci di attuare nel chiuso delle galere, lontano da sguardi indiscreti, e su persone completamente in loro potere per lunghissimi periodi di tempo?
Da quale ‘scuola’, da quale ‘brodo culturale’ provenivano quegli agenti ?
Su quali corpi si erano allenati prima di arrivare a Genova?

Tradizioni: la violenza nel carcere ‘sabaudo’
“Sono da  poco le  sette  del  mattino,  passi cadenzati  si  odono nella  sezione,  la  terza  superiore  del penitenziario di  Volterra…  Odo i  passi  arrestarsi  di  fronte alla mia cella, la n. 23, lo scatto del pesante passante che blocca la porta,  che  viene  spalancata,  innanzi  a  me  due  brigadieri  ed una decina di guardie, vengo invitato ad uscire, obbedisco, ed in  mezzo  al  plotone  mi incammino verso  l’uscita.
Faccio una domanda,  mi  viene risposto che non sono tenuti  a darmi  delle spiegazioni,  replico  la  domanda,  mi informano  che  debbo essere isolato…
Vengo  introdotto  in una cella, con un  letto di  contenzione al  centro,  mi  spogliano completamente nudo intorno ci sono una ventina di guardie. In un  istante  mi  sono  addosso  con  calci  e  pugni,  cerco di coprirmi,  grido,  chiedo  il  motivo di  quel linciaggio,  ricevo altri  calci,  pugni,  con una cattiveria ed una  selvaggità  mai veduta
…”2
Volterra, 19  settembre  1970.  Sono passati più di 23 anni dal varo della Costituzione repubblicana, quella che prevede che ‘le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità’. Ne mancano più di trenta ai fatti di Bolzaneto, e gli agenti ‘di custodia’ (così venivano chiamati i secondini prima di essere elevati al rango di polizia penitenziaria) non sono certo gli stessi, ma ciò nonostante il loro modus operandi presenta notevoli analogie.
Non si tratta semplicemente di esercizi di sadismo da parte di personalità frustrate, di deliri di onnipotenza e vigliaccherie gratuite esercitate nel comodo rifugio dell’impunità.
La violenza sui corpi e sulla psiche, anche quando appare immotivata e gratuita, assolve sempre una sua funzione. L’annientamento della personalità del prigioniero è funzionale all’interiorizzazione dei rapporti di potere.
E’ una tecnica disciplinare i cui effetti devono estendersi al di là e al di fuori della permanenza nelle patrie galere.
Nel vecchio carcere ‘sabaudo’, sopravvissuto fino alla metà degli anni ’70 con le sue segrete medioevali e il suo regolamento fascista, la violenza sui prigionieri era connaturata alla filosofia retributiva della pena, dove la pena è considerata un fine in sé, un valore assoluto che non necessita di altre motivazioni. Il carcere non era stato ancora toccato da filosofie trattamentali di recupero del condannato.
“Non esistevano mediazioni o ammortizzatori rieducativi. L’essenziale era punire. Punire e indurre alla rassegnazione quella fetta di popolo che, per una ragione o per l’altra, aveva deragliato dai binari della disciplina sociale”.3
L’uso della violenza sui detenuti era un metodo indiscusso di neutralizzazione della devianza. Indiscusso fino a quando proprio quella violenza non fece da innesco a una lunga stagione di rivolte carcerarie.
“A  Poggioreale  si  pativa  la  fame,  e alla  fame c’era  da sopportare  inoltre  un  rigore  da campo di  concentramento di tipo nazista.  Alle celle  di  punizione,  per  dare  un  esempio,  fui legato  sul letto di  forza e  malgrado dei  dolori  acutissimi  che mi presero  allo  stomaco non  fui  visitato da  nessuno  …  Mentre mi legavano ridevano e  tiravano le fasce più che potevano.
Il  vitto da  porci immangiabile,  i  secondini  che  trovavano  gusto  a  istigare e  oltraggiare  fino  a  quando uno non scoppiava.  Veniva  quindi  portato  al  palazzo di  vetro,  così  era chiamato  il  padiglione  in  cui  erano  le celle  di  punizione e  i letti  di  forza.  In questo posto  le  botte erano  all’ordine  del giorno…
Di  questo passo si  arrivò al luglio 1968 mese  in cui  pieni  di rabbia ci  si  rivoltò incendiando e  rompendo tutto ciò che ci  si parava  davanti
”.4
Con l’avvento della stagione delle rivolte, la violenza dell’istituzione carceraria non dovette più misurarsi con un insieme atomizzato di individui, con le loro ribellioni individuali intrise di disperazione, ma con una forza collettiva capace di organizzarsi, rispondere contrattaccare. Le rappresaglie sui rivoltosi furono durissime:
“A  sera  quando  cessammo ogni  resistenza  fummo incolonnati,  ci  fu  impedito di  prendere  qualsiasi  vestito od oggetto personale,  dovemmo passare attraverso un  cordone formato da celerini  e  guardie carcerarie,  i  quali  cominciarono a  percuoterci  selvaggiamente con  manganellate,  pugni,  calci, cinghiate,  ed  alcuni  secondini  con  catene  munite  di lucchetto all’estremità… Il  pestaggio  era cieco  e  indiscriminato,  il livore,  la  rabbia  sadica,  la  vendetta si  abbatteva contro tutti  senza alcuna distinzione tra giovani  e vecchi  e  malati  ricoverati  all’infermeria”.5
“Mentre eravamo  massacrati,  gli  sbirri  ridevano  e  canticchiavano per  deriderci.  Davanti  alle celle  mi  fecero spogliare completamente,  mi  ordinarono di  piegarmi  a novanta  gradi  ed  io  compresi la  loro  intenzione,  in quel momento essendo privo delle manette mi coprii i testicoli con le  mani,  ma  mi  ordinarono di  non  assumere  tale atteggiamento,  e  non  appena  tolsi le  mani  una  guardia pugliese  mi  sferrò una  scarpata,  e  svenni…
Nelle celle  di  punizione  … tre  giorni  alla  settimana  il  vitto  consisteva  in 200  grammi di  pane e acqua… per  sfregio  ci  rapavano  i  capelli  a zero”
. 6
Ma il tentativo di sedare le sommosse attraverso un intensificazione della violenza non ebbe che l’esito di farle esplodere ancora di più, con un crescendo rivendicativo che partiva dalle richieste parziali (su ora d’aria, colloqui, vitto, isolamento,  punizioni …), per estendersi a quelle generali (riforma carceraria, amnistia), fino a riprendersi la libertà con le evasioni7.
Lo Stato decise di condurre lo scontro sociale all’interno delle galere secondo logiche di differenziazione, riservando il pugno di ferro alle avanguardie, e allo stesso tempo avviando un processo di apertura per disinnescare la polveriera delle carceri.
Il 9 maggio del ’74, Carlo Alberto dalla Chiesa guidò l’assalto di polizia e carabinieri per sedare una rivolta nel carcere di Alessandria, lasciando in terra sette morti fra detenuti e ostaggi. Era il segnale di un cambio di fase: le ribellioni non sarebbero più state tollerate.
Contemporaneamente lo Stato portava a termine la riforma dell’ordinamento penitenziario che sostituiva il vecchio codice fascista, riconoscendo (almeno sulla carta) i detenuti come soggetto di diritto e mitigando (sempre sulla carta) alcuni aspetti della brutalità del carcere.
Veniva inaugurato un modello detentivo di tipo trattamentale che prevedeva un percorso a tappe per il reinserimento del detenuto nella società , una volta depurato dal suo carattere sovversivo, tramite permessi premio, semilibertà, lavoro esterno, ecc.
Misure che nel medio periodo funzionarono effettivamente per depotenziare le agitazioni nelle carceri ordinarie, fornendo a buona parte dei prigionieri una via di uscita da quelle mura attraverso una gradualità premiale da conquistare con la buona condotta e la propensione al ravvedimento.
La violenza quotidiana nei penitenziari del circuito ordinario acquisì in questo modo nuove possibilità ricattatorie, visto che ogni reazione a un sopruso di un carceriere poteva inibire al detenuto l’accesso ai permessi, o interrompere il percorso verso la semilibertà.

Innovazioni: la violenza nelle carceri speciali
Il modello trattamentale era riservata solo ai prigionieri del circuito ordinario.
L’articolo 90 della Legge di riforma prevedeva infatti la possibilità di sospendere le ordinarie regole di trattamento, quando ‘ricorressero gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza’.
Le misure per l’attuazione pratica di tale previsione di legge vennero affidate direttamente ai carabinieri, in virtù degli ‘ottimi risultati’ ottenuti ad Alessandria.
Dalla Chiesa dispose la creazione di un circuito speciale di prigionia formato dalle carceri più invivibili, preferibilmente nelle isole,8, dove vennero trasferiti i prigionieri ribelli, i militanti della lotta armata e della sovversione sociale di quegli anni, assieme ai detenuti comuni ritenuti più pericolosi.
In pratica dalla Chiesa mutuò, riattualizzandolo, il vecchio modello delle ‘carceri di rigore’ del regolamento del ’31. L’ordinamento penitenziario fascista che sembrava fosse uscito dalla porta, rientrava così dalla finestra.
Il rigore era attentamente garantito.

All’Asinara “il cibo era insufficiente, disgustoso, indigesto. L’acqua corrente non risultava potabile e aveva gli odori e il colore dei liquami da fogna. Le celle erano umide e prive di riscaldamento. Le docce si facevano ogni 15 giorni e le lenzuola venivano cambiate una volta al mese, se andava bene. Questa disciplina rigidissima era imposta a colpi di manganello. Bastava scambiare una parola con i detenuti delle altre celle per essere selvaggiamente aggrediti dalla squadretta di turno“.9
L’assistenza sanitaria era inesistente: “Fabrizio Pelli, delle BR, contrasse la leucemia a Fornelli, ma il medico del carcere si guardò bene dal diagnosticarlo, condannandolo scientemente a una morte terribile“.10
La sicurezza esterna era affidata ai carabinieri sotto il comando di dalla Chiesa, che potevano intervenire anche all’interno della prigione con ampia autonomia,  sedando eventuali rivolte tramite il GIS (Gruppo di Intervento Speciale), corpo speciale nato per l’occasione. Ma la gestione ordinaria della violenza all’interno dello speciale era affidata ancora ai secondini.
“Di notte le guardie si impegnavano per non farci dormire. Tenevano le radio accese a tutto volume. Sbattevano i manganelli contro le porte blindate delle celle e facevano scorrere le canne dei mitra sulle sbarre delle finestre. Di giorno le grida, gli insulti e le minacce si sprecavano, conditi talvolta da qualche colpo di arma da fuoco sparato in aria a scopo intimidatorio. Le perquisizioni corporali erano continue, venivano ripetute più volte al giorno e sempre con il rito dello spogliarello integrale e delle flessioni sulle ginocchia. Le ispezioni nelle celle erano occasione per fare scempio dei pochi effetti personali consentiti ai detenuti, e spesso si concludevano con dei pestaggi somministrati per un nonnulla“.11
Anche ai familiari in visita negli speciali erano destinate perticolari vessazioni:
“La guardia di custodia voleva perquisirmi con la mano incorporata all’interno, con la mano nella natura. Allora gli dissi “Prima di farmi questa visita dammi il regolamento carcerario, per vedere se è ammesso dalla legge”. “Noi facciamo quello che vogliamo, se no i colloqui non li fai”. Mentre mi ribellavo arrivarono il brigadiere, il vice brigadiere, e tutte queste guardie di alto grado che cominciarono a spintonarmi fuori“.12
“ … ricordo che faceva un freddo terribile, mi fecero entrare in una stanza gelida e mi fecero spogliare e accoccolare per vedere se usciva qualcosa dalla vagina, ebbi una perquisizione corporale, cioè una visita ginecologica. Erano metodi studiati per spaventarti e intimidirti”.13Eppure i secondini sapevano che a questo tipo di violenza sessuale sarebbe seguita l’ulteriore violenza dei vetri divisori nei colloqui, che impedivano ogni possibilità di passarsi qualcosa. Oltre ad ogni legame corporeo, ad ogni contatto affettivo.
Ancora una volta, comunque, nulla veniva lasciato al caso.
La violenza dei guardiani era funzionale alla creazione di pentiti, o in subordine, in mancanza di ‘pentimento’, all’annientamento del nemico.
Se nel vecchio carcere ‘sabaudo’ l’obiettivo era l’annullamento dell’identità personale del prigioniero, ora si lavorava per sconfiggerne l’identità politica. (Continua)
(*) Tratto da Carmilla on line.


1.      Il 9 luglio del 1983 veniva indetta a Voghera, sede di un supercarcere femminile, una manifestazione per la chiusura delle carceri speciali. La maggior parte dei manifestanti in arrivo venne bloccata al casello dell’autostrada. Al corteo venne vietato di partire e intorno alle 16 la celere ebbe l’ordine di caricare preventivamente . Questa la situazione nel racconto della madre di un detenuto politico: “La polizia era una mare. Caricò duecento persone. Arrivarono i lacrimogeni. Scorreva sangue. Cercavo di aiutare le donne cadute a terra. Davanti al comando della polizia mi presero a bastonate per allontanarmi… Chi fuggiva veniva arrestato, chi restava prendeva solo manganellate. Abbiamo salvato gente da terra con il sangue che scorreva. Presi in braccio due-tre persone e le misi nella macchina di mio marito, con il sangue che scendeva”. In: P. Gallinari, L. Santilli, Dall’altra parte. L’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici, Feltrinelli, 1995, p. 84.
2.      Lettera di M.Z. in: Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, Giulio Einaudi editore, Torino 1973, pp. 107/108.
3.      P. Abatangelo, Correvo pensando ad Anna. Una storia degli anni ’70, Edizioni DEA, 2017, p. 57.
4.      Lettera di C.R. in: Irene Invernizzi, op.cit, pp. 120/121.
5.      San Vittore, dopo la rivolta dell’aprile 1969. In: Irene Invernizzi, op.cit, p. 274.
6.      Trasferimento degli insorti di San Vittore alla colonia penale di Mamone (NU). In: Irene Invernizzi, op.cit, p. 279.
7.      Nel 1974 evasero 221 detenuti dalle carceri italiane, nel ‘75 furono 300, nel ‘76 443.
8.      Inizialmente vennero scelte le carceri di Pianosa, Asinara, Favignana, Termini Imerese, Badu ‘e Carros.
9.      P. Abatangelo, op. cit., p. 176.
10.  Idem.
11.  Idem.
12.  P. Gallinari, L. Santilli, Op cit., p. 77.
13.  Ibidem, p. 90.


lunedì 6 marzo 2017

STUPRARE UNA BAMBINA E’ MENO GRAVE DI PROTESTARE CONTRO IL TAV

[Vi sembra che qualcosa non vada alla Procura di Torino? Che le poche risorse destinate al funzionamento degli uffici giudiziari siano tutte finalizzate alla repressione contro i No Tav, anche per ‘reati bagatellari’ a scapito di altri processi? Credete che la creazione, all’interno della Procura di Torino, della sezione denominata Gruppo Tav sia stata la conseguenza o la causa della cd emergenza No Tav? Approfondiamo il discorso a partire da questi due articoli tratti da NoTav.info. Buona lettura da Alexik. ]
I tempi dei processi per la Procura di Torino: 20 anni per stupro, due anni per i no tav
Ha fatto giustamente scalpore la notizia del caso dello stupro su una bambina di sette anni caduto in prescrizione dopo un processo lungo 20 anni. La giudice della Corte d’Appello di Torino, ieri ha emesso la sentenza prosciogliendo il violentatore, condannato in primo grado a 12 anni di carcere dal tribunale di Alessandria, perché è trascorso troppo tempo dai fatti contestati: vent’anni. La bambina di allora oggi ha 27 anni. All’epoca dei fatti ne aveva sette.
Un fatto spregevole, di una gravità inaudita, almeno quanto il fatto in oggetto. Si sono sprecate le prese di posizione del sistema giudiziario piemontese, che piangendo lacrime di coccodrillo ha detto tramite il procuratore generale Saluzzo che h affermato che “l’Appello un collo di bottiglia“.
Da anni (e a ragion veduta) ormai denunciamo i tempi sospetti dei processi, (e invitiamo la visione del docu-film Archiviato in merito) in primo grado e in appello, imbastiti dalla procura di Torino contro il movimento notav, ribadendo più volte come ci sia una corsia preferenziale per i fatti che ci vengono attribuiti, di lieve entità e tutti connessi al conflitto sociale, rispetto ad altre cause…ed oggi questi sono i danni che questo modo d’intendere “la giustizia” crea, arrivando a liberare uno stupratore per avvenuta prescrizione.
Parliamo di questo fatto con rabbia ed infinito dolore, ma consapevoli che le lacrime versate dai togati torinesi sono sono lacrime di coccodrillo, ipocrite ed in taluni casi in malafede. E lo dimostriamo con l’ultimo fatto avvenuto e comunicato proprio oggi, del qual riportiamo la news dall’Ansa:
“Poco più di nove mesi sono bastati alla Corte d’appello di Torino per fissare il processo a tre attivisti No Tav imputati per disordini scoppiati nel 2015 in Valle di Susa durante una manifestazione. La sentenza di primo grado (tutti condannati a due anni e sette mesi) è del 21 giugno 2016, l’appello si aprirà il prossimo 31 marzo. Il provvedimento è stato comunicato oggi alle parti in causa. “Evidentemente – commenta l’avvocato Cristina Patrito, che assiste gli imputati con i colleghi Danilo Ghia e Claudio Novaro – i No Tav sono oggetto di attenzioni anomale rispetto ad altri. In un contesto, quello torinese e piemontese, in cui vengono trascurati processi di ben più grave allarme sociale”. I tafferugli scoppiarono il 27 gennaio 2015 nel corso di una dimostrazione di protesta contro la sentenza, pronunciata quel giorno, del maxi processo ai No Tav per gli scontri dell’estate 2011.(ANSA)”
In realtà la sentenza è stata depositata il 12.7.16, poi calcolando l’ interruzione termini per il mese di agosto, alla Corte l’appello è arrivato presumibilmente verso ottobre. Quindi in realtà sono bastati 3 – 4 mesi per fissare la data alla Corte.
Per semplificare ancora: Udienza preliminare 13.11.2015, appello 31.3.2017.
Quindi sono serviti 20 anni per un processo per stupro ad una bambina e ne sono bastati 2 anni per un processo contro i notav.
Tutto ciò non perchè ci sentiamo al centro del mondo, ma perchè come volte accade l’ingiustizia, alla quale in molti gridano, ha nomi, cognomi e responsabilità ben precise, e non ci stancheremo mai di denunciarlo pubblicamente. Vergogna!
No Tav e repressione: una storia antica da Caselli a Spataro
I “Criteri di organizzazione dell’Ufficio” della Procura della Repubblica di Torino, predisposti dal dott. Spataro nell’estate delle scorso anno, segnano sotto diversi aspetti una discontinuità con la precedente “gestione” Caselli.
Per quanto concerne il movimento No Tav, il dato più interessante è costituito dalla cancellazione della sezione specializzata definita “Gruppo TAV” (curiosamente chiamata “No Tav”, in altra parte del documento, alle pagine 36, 41 e 96), a cui dovevano essere assegnati “i procedimenti per qualsiasi tipo di reato connesso alla costruzione del cd. impianto Tav, sia in occasione di manifestazioni pubbliche, che in materia di appalti”, ma che curiosamente ha finito per occuparsi, appunto, solo dei reati commessi nel corso delle manifestazioni indette dal movimento No Tav.
E’ noto che la costituzione di tale sezione specializzata ha comportato, nei fatti, l’investimento di importanti risorse nella repressione del conflitto sociale valsusino e la costruzione di un circuito processuale ad alta velocità che ha consentito  di definire speditamente tali procedimenti (i famosi 1000 imputati con le oltre 200 condanne in primo grado, di cui hanno parlato più volte i giornali).
Dall’anno scorso la sezione Tav è stata accorpata alla vecchia sezione “Reati di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico”,  con l’istituzione di un unico gruppo specializzato denominato ”Terrorismo ed eversione dell’ordine democratico, reati in occasione di manifestazioni pubbliche”.
Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Si tratta, a prima vista, di un aggiornamento in chiave giudiziaria del vecchio detto  «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».
Il dato sorprendente è però un altro.
Nel riferirsi alla costituzione dell’originario gruppo Tav (o, più correttamente, No Tav) il dott. Spataro, nel documento sopra richiamato, fa riferimento ad un provvedimento del dott. Caselli del 13.1.2010, che in tale data avrebbe istituito la sezione specializzata.
Segnatevi la data: 13 gennaio 2010.
Chi conosce la storia giudiziaria dei processi contro i militanti del movimento sa che, dopo la parentesi del 2005, legata alla battaglia del Seghino e ai pestaggi di Venaus, non c’erano stati, sino al 2010, episodi di rilevanza penale tali da meritare l’apertura di un fascicolo processuale.
In effetti, solo nel gennaio 2010 iniziano i presidi e le manifestazioni di opposizione ai sondaggi, realizzati da LTF sui terreni della Consepi.
La cosa curiosa è però che le prime due comunicazioni di reato per tali vicende arrivano sul tavolo della Procura rispettivamente il 10 gennaio e il 15 gennaio, per i primi due presidi effettuati in località Traduerivi il 9.1.2010 e il 12.1.2010.
E, invece, già il 13 gennaio dello stesso anno, dimostrando così una straordinaria capacità predittiva e divinatoria, i vertici della Procura decidono di costituire un’apposita sezione di magistrati, che, caso più unico che raro nella storia giudiziaria, viene istituita prima che i reati vengano commessi.
Alla data della sua istituzione, infatti, la sezione Tav dispone di una sola notizia di reato, relativa, tra l’altro, ad un’invasione  terreni, reato previsto dalla norma contenuta nell’art. 633  del codice penale, vale a dire un reato che più modesto e inoffensivo non si può, tant’è che il relativo processo si definirà poi  davanti al Tribunale con alcune condanne alla pena della multa.
E, invece, di fronte a tale fatto di evidente straordinaria tenuità (che tale non può che essere parso anche ai magistrati inquirenti, nonostante la loro indubbia vocazione all’iperbole descrittiva e alla sovradimensione nel corso della qualificazione dei fatti reato) che fanno i vertici della Procura?
Decidono di dirottare imponenti risorse umane ed economiche su questo fronte repressivo, distogliendo alcuni PM dai loro normali compiti d’ufficio per destinarli ad una sezione che non aveva però, in allora, materiale su cui investigare.
Sarebbe interessante conoscere le ragioni di tale sorprendente decisione.
Si tratta, in ogni caso, di una scelta che rivela come la strategia di repressione contro il movimento No Tav abbia radici antiche e non del tutto chiare, visto che la relativa sezione specializzata non nasce come risposta organizzativa alla necessità di affrontare una moltitudine di procedimenti per fatti simili (come ad esempio è avvenuto per le altre sezioni,  relative, ad esempio, alla trattazione dei reati di riciclaggio e usura o dei reati in tema di tutela dell’ambiente o contro la pubblica amministrazione) ma anticipa la verifica dell’esistenza di tali reati.
La cronologia della vicenda sembrerebbe confermare che si è trattato di una scelta fatta a tavolino, non dettata da ragioni connesse all’adozione di moduli organizzativi più efficienti e specializzati, ma maturata, con ogni probabilità, nell’ambito di una strategia più complessiva.
Fatto sta che, fin dal gennaio 2010, la risposta giudiziaria è stata individuata come uno dei pilastri fondamentali della complessiva lotta che le istituzioni di questo paese hanno deciso di ingaggiare contro coloro che difendono la propria terra dalla devastazione del progetto ad alta velocità ferroviaria.
E allora sorge spontanea una domanda: chi ha operato tale scelta? E’ pensabile che si sia trattato di una decisione autonoma dei vertici della Procura?
Difficile, visto che la Procura, in qualità di ufficio giudiziario inquirente, ha come primo compito istituzionale quello di prendere cognizione dei reati già commessi e di istruire le notizie di reato a lei trasmesse o presentate, ma sembra difficile che possa partire autonomamente alla ricerca di possibili e futuri reati, per poi calibrare e costruire su tale eventualità le proprie scelte organizzative.
Vi è stato forse un coinvolgimento dell’autorità amministrativa (di polizia) e politica, che si sono adoperate per segnalare l’importanza di contrastare anche sul piano giudiziario l’opposizione al Tav?
E in questo possibile coinvolgimento quanto hanno pesato i poteri forti, che da sempre sono stati capaci di influenzare le decisioni del potere politico sulle grandi opere pubbliche?
Sono stati serenamente a guardare o si sono a loro volta attivati?
Domande al momento senza risposta.
Però a pensare male, diceva quel tale, si fa peccato ma talvolta si indovina.


martedì 31 gennaio 2017

Cronaca di una montatura - Alexik

28 gennaio 2016. h. 10
È freddo davanti ai cancelli del carcere di Modena, quel freddo umido che ti entra nelle ossa.
È la prima volta che ci vengo, ma non è stato difficile trovarlo, seguendo i gruppetti dei lavoratori che gli si avvicinano alla spicciolata.
Dietro quelle sbarre e quei muri c’è Aldo Milani, coordinatore nazionale del Si Cobas.
Non lo conosco personalmente. Sono qui per capire, anche se in realtà alcune risposte me le sono già date, da quando i TG hanno cominciato ad infangarlo a reti unificate.
“Avevano appena intascato una mazzetta. Due sindacalisti della sigla Si Cobas sono stati arrestati in flagranza di reato dalla polizia a Modena … L’ accusa è di estorsione aggravata e continuata nei confronti di un noto gruppo industriale che opera nel settore della carne. Motivo: ammorbidire le pressioni delle proteste.”
Un’accusa infamante, l’accusa ‘perfetta’ se vuoi distruggere un compagno.
Perfetta per i borghesi, inorriditi dal ricatto contro i poveri imprenditori vessati, ma perfetta anche per insinuare il dubbio, stimolare la rabbia di chi viene indotto a credere che le lotte siano state svendute per denaro.
I TG hanno anche esibito la così detta ‘prova regina’, pochi secondi di un video senza audio che mostra quattro persone attorno al tavolo di una trattativa sindacale, due delle quali si passano una busta.
A seguire, le immagini di repertorio delle cariche sui picchetti dei lavoratori della logistica, poste ad arte per suggerire il teorema della ‘durezza dei blocchi’ come fase preliminare dell’epilogo estorsivo.
‘Come è possibile?’
È stata la mia prima domanda, e troppe cose mi sono passate per la testa tutte insieme: il sorriso soddisfatto dei padroni e dei loro caporali cooperativi, i sorrisi di CGIL, CISL e UIL, sempre pronti a stigmatizzare la ‘violenza dei picchetti’. E poi la criminalizzazione di una lotta, il rischio che riescano a sconfiggerla, a ricacciare migliaia di persone nell’ombra di uno sfruttamento senza speranza.
Su Milani, in quel momento, non sapevo cosa pensare.
Ero incazzata, ma ho sospeso il giudizio fino a quando non sono emersi altri elementi (non certo dai telegiornali, né dalle cronache dei quotidiani principali ). In particolare:
§  che chi ha intascato la busta con un gesto plateale non era Milani, e neanche un appartenente al Si Cobas o un consulente di parte sindacale, come sostenuto dai  TG, ma un cd ‘mediatore’ – tal Piccinini – convocato in trattativa dall’azienda
§  che nell’audio della trattativa Milani ha parlato solo dei 55 licenziamenti nella logistica della Levoni e delle spettanze dei lavoratori, non di mazzette per il sindacato
§  che solo Piccinini è stato arrestato in flagranza di reato con la busta addosso. Milani varie ore dopo, a casa sua, perchè non erano insieme
E’ una trappola.
Non è la prima volta che succede. Anzi, è dai tempi di Haymarket Square che la costruzione di accuse false viene utilizzata contro il movimento operaio.
Cosa dite ? Che sono passati 131 anni e questi metodi non si usano più ?
Che gli imprenditori di oggi non ne sarebbero capaci?
Dite che adesso ci sono la democrazia, la legalità, le regole ?
Dite che la polizia non mena più gli operai davanti ai cancelli?
Che nessuno muore più nella forzatura di un picchetto?
Che i sindacalisti combattivi non vengono più aggrediti in un agguato?
Che i picchiatori delle aziende non si avventano più con i bastoni sui lavoratori in sciopero?
Che non vengono più utilizzati crumiri?
Che non vengono più utilizzati caporali?
Che non si licenzia più per rappresaglia antisindacale?
Che i salari bastano per condurre una vita decente?
E che queste cose fanno parte di un passato remoto, così come la costruzione di montature mediatico/giudiziarie  contro i sindacalisti.
Ne siete sicuri ?
Io no, e la mattina del 28 gennaio, davanti al carcere di Modena, continuo a farmi domande, del tipo “come si esce da sta storia di merda ?“
Ho cercato le risposte nei siti internet di varie organizzazioni del sindacalismo di base, ma tace l’USB, tace la CUB. Bernocchi dei Cobas purtroppo no: ‘invitiamo tutti i mezzi di informazione ad evitare qualsiasi confusione tra i COBAS e il cosiddetto SI Cobas….‘. Questa è la sua unica preoccupazione.
C’è chi prende le distanze, chi fa il vago. Solo l’ADL e la sinistra CGIL dimostrano di comprendere la portata dell’attacco, rivolto non solo contro Milani e il Si Cobas, ma contro tutto il sindacalismo di base e contro tutte le lotte, della logistica e non.
Se passa questa provocazione tutti potranno essere colpiti, prima o poi, allo stesso modo.
Su ogni picchetto potranno essere insinuate finalità malavitose, da quegli stessi media che la mafia delle cooperative han sempre fatto finta di non vederla.
La posta in gioco è alta. Per le ditte che guadagnano milioni sullo sfruttamento dei facchini, ma perdono milioni quando i facchini lottano. Per tutti i lavoratori della logistica che rischiano di subire un colpo durissimo nel loro percorso di liberazione.
Per questo sento il bisogno di ritrovarmi alle 10 del mattino davanti a un carcere, per dimostrare vicinanza  ai primi destinatari dell’attacco, queste centinaia di operai di ogni colore che accorrono al presidio.
E’ in loro la risposta che cercavo: ‘La solidarietà è un’arma’, è il calore che unisce ragazzi neri, arabi, sikh e pakistani, sindacalisti dai capelli bianchi, compagne e compagni dei centri sociali.
L’italiano è la lingua degli slogan, lo strumento che unisce queste genti, una lingua ‘coloniale’ usata per capirsi nella lotta. Oggi mi accorgo di amarla molto più di quando me l’insegnavano a scuola.
Così come non mi sembrano patetiche o retrò le canzoni della nostra resistenza gridate dall’amplificazione. Perchè sono qui gli eredi degli operai delle Fonderie Riunite, dei licenziati che nel ’50 affrontarono, proprio in questa città, il piombo della polizia.
Oggi battono sui cancelli di un carcere per riavere indietro un loro compagno, mentre altri come loro scioperano a Milano, Piacenza, Parma, Brescia, negli interporto di Bologna e Roma.

Non hanno creduto a una sola parola delle veline della Questura, e non ne sembrano neanche tanto stupiti. Del resto, nel corso delle loro lotte, ne hanno già viste di tutti i colori.
Sorprende come in una situazione del genere possano esprimere anche allegria.
Ogni tanto la pressione sui cancelli del carcere si allenta, e qualcuno grida: ‘fate largo che Aldo sta uscendo‘. Allora nel presidio si apre un varco per farlo passare, come in un rito propiziatorio.
Finchè, nel pomeriggio, non esce davvero (il video qui). Non proprio libero: con obbligo di dimora a Milano. L’interrogatorio è andato bene, ma la storia non è certo finita, nè a livello giudiziario né mediatico.
La macchina del fango è ancora in piena attività, ma se non altro, se volevano assicurarsi la pace sociale, forse hanno sbagliato sistema.