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domenica 20 agosto 2023

La rivoluzione dell’attivismo indigeno - Ferdinando Cotugno

 

Beni comuni, sostenibilità, responsabilità: i rappresentanti dei popoli indigeni non vogliono essere solo le Cassandre della Terra.


Durante l’ultima conferenza delle parti dell’ONU sui cambiamenti climatici in Egitto, un giornalista, esperto di quell’ambiente e di ambiente, non giovanissimo ma gioviale, scuotendo la testa mi dice: “Ma questi non sono veri indigeni, li ho visti arrivare col trolley, uno stava facendo una diretta su Instagram”. 

Davanti a noi c’erano gli attivisti dei popoli nativi brasiliani, nutrita delegazione al seguito di Lula. Il neo-presidente li aveva portati a Sharm el-Sheikh come testimonial del nuovo corso ecologista del Brasile. Per il collega, tutta finzione. Puoi essere indigeno, o puoi avere il trolley e l’iPhone, ma non entrambe le cose. Questo brandello di conversazione contiene tante storie diverse: la rilevanza dell’attivismo indigeno nell’ecologia contemporanea, la loro partecipazione sempre più politica agli eventi internazionali come le COP, l’uso dei social media come strumento per riprendersi la parola e diventare soggetti e non più solo oggetti di narrazione e soprattutto la nostra inflessibile pretesa di integrità altrui. Un’addetta alla comunicazione di una catena di alberghi di lusso mi disse una volta, con analogo senso di delusione: “Sono stata in Tanzania, ma non c’erano i veri Maasai, quelli che ho visto io avevano i Ray-Ban”. I Maasai, popolazione dell’Africa orientale del gruppo nilo-camitico, sono stati tra i fondatori dell’attivismo indigeno transnazionale contemporaneo, grazie all’azione di Moringe Parkipuny, che negli anni Ottanta creò le prime connessioni politiche tra i popoli indigeni dell’Africa e quelli del Nord America. 

In Occidente quando guardiamo ai popoli indigeni oscilliamo tra l’immagine del selvaggio malvagio e pericoloso e quella del buon selvaggio ecologicamente nobile. Entrambe queste idee vengono dalla stessa postura.

Come dice Fiona Watson, direttrice ricerca e advocacy di Survival International (l’ONG specializzata nei diritti umani dei popoli indigeni), “oscilliamo tra l’immagine del selvaggio malvagio e pericoloso e quella del buon selvaggio ecologicamente nobile”. Entrambe queste idee vengono dalla stessa postura, prendere quasi mezzo miliardo di esseri umani e metterli fuori dalla storia e dal tempo, proprio nel momento in cui loro stanno usando ogni mezzo possibile per esserci a pieno titolo: narrazioni, social media, diplomazia internazionale, alleanze globali. In una fase di riflusso e stanchezza per i movimenti per il clima dopo l’euforia scoppiata nel 2019, l’attivismo indigeno è l’unico che appare in salute, in ascesa, con un potenziale politico ancora tutto da esplorare, con più futuro davanti che alle spalle. 

“Ogni popolo è contemporaneo”, dice Watson, “dobbiamo solo decidere di quale contemporaneità stiamo parlando”. E questo è un primo punto fondamentale: alcuni di noi, indipendentemente dal livello di istruzione e cosmopolitismo, ancora vedono come un controsenso un indigeno con il trolley – e sembrano fermi alla battuta di Corrado Guzzanti sulle potenzialità della comunicazione via internet: “Aborigeno, ma io e te, che cazzo se dovemo di’?”. Era la fine degli anni Novanta. Nel frattempo però l’ecologia più avanzata sta ponendo ai popoli indigeni della Terra le sue domande più complesse: cosa c’è dopo il nostro modello di sviluppo? Cosa facciamo dopo la fine della crescita? Che senso può avere la nostra esistenza fuori da una società dei consumi? Cos’è la responsabilità collettiva e come ci educhiamo a essa? E poi: cos’è la natura?

La prima cosa che ci sfugge, quando affrontiamo il tema, è la scala: le popolazioni indigene superano 400 milioni di persone, sommate sarebbero la terza potenza demografica al mondo dopo l’India e la Cina. Come spiega Alessandro Mancuso, antropologo dell’Università di Palermo, “in seguito ai processi colonizzazione e creazione degli stati nazione, molti di questi popoli sono stati spinti in zone che non sembravano utili allo sfruttamento economico”. Confinati dove non c’era interesse a vivere o capacità di vivere, insomma, le zone marginali della Terra. Però poi ci siamo accorti che quelle zone corrispondono all’80 per cento della biodiversità, fronte sul quale le domande rivolte alle popolazioni indigene si stanno trasformando in una preghiera. Non è mistica, è scienza. Un rapporto FAO del 2021 stabiliva come, secondo ogni metrica ecologica e climatica analizzata da oltre 300 ricerche nell’arco di un decennio, le popolazioni indigene dell’America Latina sono i migliori gestori delle foreste. Il rapporto chiedeva agli stati amazzonici (Brasile, Perù, Bolivia) di affidare loro la governance “proprio nel momento in cui l’Amazzonia è a un punto di rottura, con impatti preoccupanti sulle temperature, le precipitazioni, la produzione di cibo e il clima globale”. Aborigeno, io e te che ci dobbiamo dire? Per esempio: aiutaci.

L’ecologia più avanzata sta ponendo ai popoli indigeni della Terra le sue domande più complesse: cosa c’è dopo il nostro modello di sviluppo? Cosa facciamo dopo la fine della crescita? Che senso può avere la nostra esistenza fuori da una società dei consumi?

Le popolazioni indigene hanno sempre posto anche un problema di tassonomia, perché non esiste una definizione univoca per questo concetto che deriva al latino e che è stato per la prima volta usato nei termini moderni da un diplomatico per descrivere un gruppo di nativi della Siberia. Non tutti quelli che sono arrivati prima su un territorio ne sono considerati indigeni. Gli scandinavi sono arrivati nelle attuali Norvegia, Svezia e Finlandia tra il 4000 e il 2500 A.C., ma sono i Sami a essere considerati indigeni di quelle terre, pur tracciando il loro arrivo 1500 anni dopo. Gli stessi Maasai sono arrivati in Tanzania solo secoli fa: non tutti i popoli indigeni sono nativi, non tutti i nativi sono indigeni. Nella nostra postura mentale coloniale, la linea viene tracciata quando vediamo “simulacri del passato”, come scrive l’antropologo Mark Rifkin, cioè usi e costumi che identifichiamo come primitivi, ma ovviamente è primitiva solo questa linea di demarcazione. Per le Nazioni Unite, è indigeno chiunque si definisca come tale, ma nemmeno questo criterio è sempre stato efficace, almeno non da solo. 

È difficile districarsi nell’infinita varietà di popoli che hanno sviluppato culture, credenze e idee politiche in luoghi così diversi tra loro. Juan Pablo Gutierrez è un attivista yukpa dalla Colombia, delegato internazionale di ONIC Colombia (l’organizzazione nazionale indigena colombiana). Nel suo ruolo, ne ha conosciuti in Tibet, Malesia, Mongolia, Africa, America Latina. Collegato via Google Meet da un caffè di Parigi, dice “Sono giunto alla conclusione che siamo tutti diversi, ma due cose ci accomunano sempre: la prima è una visione collettiva della vita e della società. La seconda è un rispetto profondo della natura”. E già qui si intravede perché l’ecologia contemporanea metta i rappresentanti questi popoli in testa ai cortei, virtualmente o fisicamente (come successo alla COP26 di Glasgow, dove erano protetti da un cordone di attivisti urbani europei e nordamericani, quasi un’infografica vivente). Visione collettiva della società e rispetto della natura vuol dire essere depositari delle grandi questioni ecologiche irrisolte del presente: beni comuni, sostenibilità, responsabilità. 

Attraverso questa ondata di attivisti per il clima e per i diritti umani che girano per il mondo come politici venuti da un altro mondo, i popoli che rappresentano (cioè il proprio di origine e tutti gli altri) provano a porsi come interlocutore politico alla pari: non la cosa più facile dopo secoli di sterminio, oppressione, furto di terra e privazione di potere. La prima linea di conflitto, però, è culturale, perché la “romanticizzazione”, come la chiama Gutierrez, è solo un’altra forma di sottomissione. “La società egemonica ci chiede di mettere in scena noi stessi, se non ci dipingiamo il viso e se non abbiamo copricapi di piume ci accusano di non essere davvero indigeni. Da un lato, i paesi occidentali ci chiedono di essere un faro, di aiutarli a risolvere problemi che loro stessi hanno creato, dall’altro di continuare a essere marginali, senza potere, senza diritti”.

Come nel processo delle COP, dove sono di fatto osservatori di decisioni prese da altri, perché l’ONU procede per consenso, basta un veto e tutto salta, ma quel veto lo possono mettere solo gli stati nazione. Privati del potere sulle loro terre, le tradizioni e i costumi diventano una sorta di patria portatile. Ma dobbiamo ricordarci che la cultura si evolve più velocemente della geografia. Come dice Massimo Canevacci, antropologo e autore di Stupore indigeno – Le culture native in Brasile tra rituali iniziatici e sfide digitali (Mar dei Sargassi, 2023), “in ogni popolo c’è un rapporto dinamico tra tradizione e mutamento. Questo processo nei popoli indigeni che conosco – nel Mato Grosso – ma direi in ogni popolo indigeno, è forte, complesso ed è stato attivato potentemente dal digitale. Non è vero che il mutamento distrugge la tradizione, i rituali si modificano, le identità stanno diventando fluide, molteplici”. È quello che nel 2011 scriveva in Native Acts Joanne Barker, esperta di origine lenape (popolo del Delaware) di femminismo e autodeterminazione nei popoli indigeni: “Certi standard di autenticità rendono impossibile ai nativi la narrazione delle loro complessità storiche e sociali, lo scambio culturale, il cambiamento, la trasformazione, la possibilità di affermare che le identità sono conflittuali, complicate, storte, moderne, tecnologiche e meticce”.

Nella nostra postura mentale coloniale, la linea viene tracciata quando vediamo usi e costumi che identifichiamo come primitivi, ma ovviamente è primitiva solo questa linea di demarcazione.

La politica è il punto di contatto principale. Nel consesso degli stati nazione ereditati dal novecento, quasi mezzo miliardo di persone si ritrova senza voce e senza diritto di voto, ma il movimento per il clima negli ultimi anni ha strutturato un contro-potere in quella che il costituzionalista Luigi Ferrajoli definisce “società civile internazionale”, quella che va da Greta Thunberg a Papa Francesco, in cui i popoli indigeni stanno a pieno titolo e hanno trovato legittimità e possibilità di azione, dopo secoli di lotte e sangue. In Brasile il nuovo corso di Lula è indigeno, negli Stati Uniti hanno guidato il movimento contro le infrastrutture fossili, ne sono stati collante emotivo e strumento di organizzazione delle comunità in lotta. Nel suo primo giorno da presidente degli Stati Uniti, Biden riporta il paese nell’accordo di Parigi (dopo la fuga di Trump) e firma il blocco dell’oleodotto Keystone XL, un riconoscimento diretto alle lotte indigene (poi contraddetto dai permessi di estrazione su suolo federale in Alaska, ma nessun percorso è lineare). 

Non c’è solo la politica, c’è anzi un altro settore che in questi anni ha definito le linee di conflitto tra nord globale e popoli indigeni: il turismo, e in particolare il turismo della conservazione e della biodiversità. È uno dei mandati politici più forti di Survival International: mostrare come i grandi parchi nazionali di Africa e Asia siano dei furti di terra su vastissima scala, come la protezione della fauna all’occidentale abbia coinciso con militarizzazione, violenza e violazione dei diritti umani. Il prodotto venduto da quella forma di turismo è l’incontaminato, per essere incontaminato i suoi abitanti devono essere cacciati e non ci devono essere attività umane. In questo modo sono state spazzate via agricoltura e pratiche pastorali che da millenni convivevano con la fauna. 

Il messaggio di quel prodotto turistico è che esseri umani e natura non possono convivere, un’idea che ha prodotto nuove storie di violenza e che è una forma di rassegnazione anti-ecologica. Per questo motivo le organizzazioni indigene sono scettiche, e spesso ostili, ai piani votati dall’ONU all’ultima COP sulla biodiversità (COP15, Montreal 2022) di arrivare al 30 per cento di aree protette entro il 2030. Oggi siamo al 14 per cento circa, raddoppiare la quota in sette anni vuol dire candidare altri popoli indigeni all’espulsione, proprio mentre la scienza ci dice che loro sono i migliori guardiani di quelle terre, di quelle foreste, di quelle savane, di quella biodiversità. 

“L’organizzazione ufficiale degli indigeni in Colombia ha come mandato politico insegnare alle società non indigene che abbiamo bisogno della natura per vivere, superare il più grande errore delle civiltà occidentale: averla demistificata, desacralizzata, averla considerata come un oggetto da conquistare”, dice Gutierrez. Vasto programma. Ogni popolo indigeno vede se stesso e il mondo a partire da una propria cosmologia, e forse è questo un altro punto di contatto: l’Occidente ha perso la propria.

È diventato un luogo comune che il nostro modello di sviluppo è al capolinea, perché si stanno esaurendo le risorse su cui è fondato. Il problema è che non sappiamo cosa mettere al suo posto.”I movimenti per il clima dicono system change per il climate change, ma forse non siete veramente coscienti di cosa significhi cambiare un intero sistema, tutto il modello di vita, chi siete, come vivete, e riconoscere che chi siete e come vivete dipende interamente dalle risorse che sfruttate sulle nostre terre”. I rappresentanti dei popoli indigeni non vogliono essere solo le colorate Cassandre della Terra in abiti tradizionali. Vogliono essere molto più di questo: è come se volessero offrire gli elementi di una nuova cosmologia. 

Visione collettiva della società e rispetto della natura vuol dire essere depositari delle grandi questioni ecologiche irrisolte del presente: beni comuni, sostenibilità, responsabilità.

In Occidente le scienze dure hanno svolto il loro compito, hanno definito in modo inequivocabile i termini della crisi che stiamo affrontando, da luglio si stanno rincorrendo nuovi record, i giorni più caldi mai affrontati dalla civiltà umana, nello stesso periodo l’Organizzazione meteorologica mondiale ha dichiarato che siamo entrati nella fase El Niño, riscaldamento antropico e riscaldamento ciclico si potenzieranno a vicenda nei prossimi anni e con ogni probabilità sfonderemo quota +1.5°C rispetto all’era pre-industriale nel corso degli anni Trenta. Sappiamo tutto quello che c’è da sapere, quello che ci manca è tutto il resto, le idee sociali, le narrazioni, un’immaginazione non ansiogena della crisi, una proposta ridefinizione dei rapporti sociali ed esistenziali che vada oltre il messaggio di terrore con cui i movimenti per il clima hanno spesso tradotto la crisi climatica. 

Come dice l’attivista yupka, gli oltre 400 milioni di umani di cui è una delle voci avrebbero due basi da cui ripartire: una società di ispirazione collettiva e una natura soggetto e non più oggetto, i due assi del che il pensiero ambientalista prova a combinare da decenni. Per essere efficace l’ecologia ha bisogno di una proposta, un mondo nuovo da mettere al posto del mondo vecchio. È come se tutti stessero in questo momento sperando che un nuovo Karl Marx sia al lavoro da qualche parte del mondo su un Capitale ambientalista da usare come ispirazione. E non è detto che il Karl Marx del ventunesimo secolo non sia un attivista indigeno.

da qui

venerdì 29 ottobre 2021

WWF accusato di inganno, insabbiamento e disonestà nell’udienza della Commissione al Congresso USA - Survival

 

- Il Presidente della Commissione si è detto “frustrato, esasperato e incredulo per la mancata assunzione di responsabilità del WWF” negli abusi dei diritti umani


- L’esperto indipendente sottolinea i “continui impatti del colonialismo nella conservazione”, accusa il WWF di “raggiri scioccanti” e denuncia che l’organizzazione “non cambierà il suo comportamento a meno che non venga costretta a farlo”


Nel corso di un’udienza senza precedenti della Commissione Risorse Naturali della Camera degli Stati Uniti (US House Natural Resources Committee), deputati di entrambe le parti politiche ed esperti indipendenti hanno fatto a pezzi la reputazione del WWF e hanno denunciato le gravi violazioni dei diritti umani alimentate dal modello della “conservazione fortezza”.

L’organizzazione ha subito un attacco senza precedenti per il suo coinvolgimento in abusi dei diritti umani e per il suo rifiuto di assumersene la responsabilità. Secondo Survival International, “per l’industria della conservazione è uno scandalo da cui non si riprenderà più”.

L’udienza segue le denunce di Buzzfeed News e di molte altre indagini, incluse le testimonianze dei popoli indigeni raccolte da Survival International nel corso degli anni, che hanno messo a nudo il coinvolgimento del WWF in abusi dei diritti umani, in particolare in Africa e Asia.

Decine di popoli indigeni e locali sono stati uccisi, torturati e stuprati da guardaparco finanziati dal WWF che, pur sapendo da decenni degli abusi, ha fatto ben poco per fermarli. Gli abusi sono alimentati direttamente da un modello di conservazione che sfratta le comunità indigene e locali per creare aree di conservazione. Altre organizzazioni sono state coinvolte in simili abusi, tra queste la Wildlife Conservation Society e African Parks.



Nel corso dell’udienza, il professor John Knox, che ha diretto un’indagine sulle violazioni dei diritti umani nei progetti WWF commissionata dalla stessa Ong, ha affermato: “Sono molto deluso perché il WWF non ha rotto con il suo passato… La leadership del WWF continua a negare il suo ruolo nella conservazione fortezza e negli abusi dei diritti umani”.

Knox ha chiesto all’organizzazione di scusarsi [per il suo coinvolgimento in passati abusi dei diritti umani] e di assumersi la responsabilità [per i suoi fallimenti], e ha rimproverato il WWF per aver ingannato la Commissione: “La testimonianza rilasciata dal WWF a questa sotto-commissione ha utilizzato citazioni tratte dal rapporto ma decontestualizzate, e ha quindi fornito una falsa impressione delle conclusioni del team investigativo. È francamente scioccante…”

“Queste accuse hanno anche messo in luce i continui impatti del colonialismo nella conservazione: il vecchio modo di fare conservazione – occidentali che arrivano in un paese, istituiscono un parco nazionale con confini rigidi e liberano l’area dei suoi abitanti – continua ancora oggi a creare conflitto.”

 

 “Sono assolutamente scioccato per le violazioni dei diritti umani e per il trattamento delle comunità locali e indigene che sono stati denunciati oggi” ha dichiarato il deputato democratico Alan Lowenthal. “È devastante sapere” che i finanziamenti statunitensi hanno contribuito ad “atrocità davvero brutali.”

Il Presidente della Commissione, il deputato democratico Jared Huffman, ha affrontato duramente Ginette Hemley, vice-presidente WWF per la conservazione della fauna, venuta a rappresentare l’organizzazione all’udienza dopo il declino dell’invito a prestare testimonianza da parte di Carter Roberts, Presidente e Amministratore Delegato WWF negli Stati Uniti.

Huffman ha criticato il WWF anche per non volersi assumere la responsabilità degli abusi che ha finanziato: “…I finanziamenti alla conservazione internazionale sono messi potenzialmente a rischio perché moltissime persone sono frustrate, esasperate e incredule per la mancata assunzione di responsabilità da parte del WWF. Non risponde a una semplice domanda si/no sul fatto che abbiate qualche responsabilità, figuriamoci chiedere scusa…”. “Sin dall’inizio, il WWF si è concentrato sull’elaborazione di scuse per prendere le distanze dalle accuse” e si è comportato “come se il problema fosse solo una questione di cattiva pubblicità per il WWF”.

L’organizzazione è stata castigata anche dal deputato repubblicano Cliff Bentz: “Il WWF è stato irresponsabile – la loro testimonianza è imbarazzante. Devono fare un passo avanti e ammettere di aver sbagliato…. Mi viene in mente la parola colonialismo ”.

Fiore Longo, responsabile della campagna condotta da Survival International per decolonizzare la conservazione, ha commentato: “Per l’industria della conservazione questo è l’equivalente dello scandalo di Abu Ghraib, è la demolizione totale di ciò che rimaneva della reputazione del WWF. Più e più volte è stato smascherato davanti a tutti il loro innato istinto a insabbiare, svicolare dalla colpa e fingere di cambiare mentre continuano con i soliti comportamenti.”

“Come ha detto John Knox, il WWF non è l’unico a comportarsi così: questo genere di abusi è profondamente radicato nel modello di conservazione tradizionale, che è in diretto conflitto con i diritti umani e i diritti indigeni in particolare” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International Caroline Pearce. “Per decenni il fenomeno è stato non solo ignorato ma anche sostenuto da grandi organizzazioni per la conservazione, che mentre attraevano imponenti finanziamenti da governi e aziende, chiudevano un occhio sulle atrocità in atto contro i popoli indigeni e altre comunità. Il furto di vaste aree indigene nel nome della conservazione della natura è, come ha detto il deputato Bentz, colonialismo moderno che viene finalmente e spietatamente denunciato.”

“Quanto accaduto dovrebbe suonare come un campanello d’allarme. Non solo per le celebrità che sostengono il WWF, come Leonardo Di Caprio e il Principe William, ma anche per tutti quei filantropi e quelle aziende che versano soldi alla conservazione con il presunto intento di “proteggere” il 30% del pianeta: queste organizzazioni e il loro modello di conservazione sono tossiche. Con la COP26 ai blocchi di partenza, per garantire davvero la sostenibilità ambientale e la biodiversità urge adottare un approccio basato sui diritti umani – e in particolare, sul riconoscimento dei diritti territoriali indigeni. La strada corretta non passa per le ONG della conservazione, per le quali gli abusi sono una caratteristica e non un errore.”

da qui



Survival e Wwf: rotta la trattativa per salvaguardare i diritti dei nativi in Africa (06-09-2017)


La storica mediazione tra Survival e il WWF sulla violazione delle Linee Guida OCSE destinate alle imprese multinazionali si è interrotta sul tema del consenso dei popoli indigeni.

 

Si spezza l'esile filo che teneva in piedi la trattativa tra Survival, l'associazione che difende i diritti dei popoli indigeni, e il  WWF, accusato di appoggiare coloro che puntano a cacciare le tribù dai loro luoghi originari in nome di un conservazionsimo che Survival critica da sempre.

«Avevamo chiesto al WWF che si impegnasse ad assicurare che vi fosse il consenso dei ‘Pigmei’ Baka rispetto alle future modalità di gestione delle aree di conservazione create nelle loro terre in Camerun, in linea con la politica sui popoli indigeni dell’organizzazione stessa - spiegano da Survival - ma si sono rifiutati di farlo, perciò Survival ha ritenuto che non valesse più la pena continuare i negoziati».

Survival ha presentato un’istanza nel 2016 denunciando la creazione di aree di conservazione nelle terre dei Baka avvenuta senza il loro consenso e il costante mancato intervento del WWF nei casi di grave abuso dei diritti umani commessi dai guardaparco che addestra e finanzia.

È la prima volta che un’organizzazione per la conservazione è soggetta ad un’istanza secondo le linee guida dell’OCSE. La mediazione che ne è seguita si è tenuta in Svizzera, dove il WWF ha la sua sede principale.

«Il WWF ha giocato un ruolo determinante nella creazione di numerosi parchi nazionali e altre aree protette in Camerun nelle terre dei Baka e di altre tribù della foresta - spiega Survival - La sua stessa politica afferma che qualsiasi progetto di questo tipo deve avere il consenso libero, previo e informato di coloro che ne sono interessati. Un uomo baka ha riferito a Survival nel 2016: “[La squadra anti-bracconaggio] ha picchiato i bambini e anche una donna anziana con i machete. Mia figlia non sta ancora bene. L’hanno fatta accovacciare e l’hanno colpita ovunque – sulla schiena, sul sedere, ovunque, con un machete”. “Mi hanno chiesto di prendere mio padre in spalla. Ho iniziato a camminare, mi hanno picchiato e hanno picchiato mio padre. Per tre ore. Ogni volta che mi lamentavo mi picchiavano, fino a che non sono svenuto e sono caduto a terra” ha raccontato un altro uomo».

La cronistoria

- Survival ha sollevato le proprie preoccupazioni circa i progetti del WWF nelle terre dei Baka per la prima volta nel 1991. Da allora, i Baka e altri popoli locali hanno subito ripetuti arresti e pestaggi, torture e persino morte per mano dei guardaparco finanziati dal WWF.
- L’OCSE è l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Pubblica delle Linee Guida sulla responsabilità delle imprese multinazionali, e fornisce un meccanismo di reclamo per i casi in cui le linee guida sono violate.
- L’Istanza è stata presentata presso il Punto di Contatto Nazionale (PCN) svizzero dell’OCSE, dato che il WWF ha la sua sede internazionale in Svizzera. I negoziati hanno avuto luogo nella capitale Berna, tra i rappresentanti del WWF e di Survival.
- Il principio del Consenso Libero, Previo e Informato (CLPI) è il fondamento della legislazione internazionale sui diritti dei popoli indigeni. Ha implicazioni significative per le grandi organizzazioni della conservazione, che spesso operano nelle terre dei popoli indigeni senza essersi assicurate che vi sia il loro consenso.


«Popoli indigeni come i Baka hanno vissuto e gestito i loro ambienti per millenni. Contrariamente a quanto si crede, le loro terre non sono selvagge - aggiunge Survival - Le prove dimostrano che i popoli indigeni sanno prendersi cura dei loro ambienti meglio di chiunque altro. Nonostante ciò, il WWF li ha esclusi dai suoi sforzi di conservazione nel Bacino del Congo. I Baka, come molti popoli indigeni in tutta l’Africa, sono accusati di “bracconaggio” perché cacciano per nutrire le loro famiglie. Gli viene negato l’accesso a vaste porzioni della loro terra ancestrale per cacciare, raccogliere prodotti e svolgere rituali sacri. Molti sono obbligati a vivere in accampamenti improvvisati ai margini delle strade, dove il loro livello di salute è molto basso e dilaga l’alcolismo. Nel frattempo, il WWF ha stretto partnership con imprese del legname come la Rougier, sebbene queste compagnie non abbiano il consenso dei Baka per disboscare la foresta, e il taglio del legno non sia un’attività sostenibile».

«Il risultato di questi negoziati è sconcertante ma non certo sorprendente - ha detto il Direttore generale di Survival International, Stephen Corry - Le organizzazioni per la conservazione dovrebbero assicurarsi che vi sia il 'consenso libero, previo e informato' per le terre che vogliono controllare. Questa è stata la politica ufficiale del WWF negli ultimi venti anni. Ma questo consenso non viene mai ottenuto nella pratica, e il WWF non si è voluto impegnare per assicurarlo in futuro nell’ambito del suo lavoro. Adesso è chiaro che il WWF non ha alcuna intenzione di cercare, tanto meno assicurare, il consenso formale delle comunità a cui ruba le terre in collusione con i governi. Dovremo trovare altri modi per spingere il WWF a rispettare la legge, e la sua stessa politica».

da qui




https://www.wilderness.it/sito/wwf-internazionale-si-diffondono-due-comunicati-di-survival-international-e-di-greenpeace-international-in-merito-a-certe-posizioni/

 

https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/sui-baka-il-wwf-risponde-a-survival/

 

Fermare la creazione di nuove Aree Protette: 

https://www.survival.it/notizie/12676


domenica 30 maggio 2021

In Canada i bambini ammazzati non smettono di piangere

Quando ammazzano i genitori rubano i loro figli (Argentina), quando non riescono ad ammazzare i genitori (gli schiavi sono necessari) rubano i loro figli, e se non riescono a ridurli a loro immagine e somiglianza, a fargli un perfetto lavaggio del cervello, se ne liberano, a volte ammazzandoli, le altre volte abbandonandoli, relitti senza identità culturale - Amen


Canada: shock in comunità nativi, trovati resti 215 bimbi

 

La comunità dei nativi della British Columbia meridionale (Canada) è sotto shock. Una tragica verità che i membri della minoranza etnica 'Tk'emlúps te Secwépemc' sospettavano da decenni è venuta alla luce in tutta la sua macabra crudeltà nei giorni scorsi: i resti di 215 bambini sono stati trovati vicino a quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School, uno degli istituti del sistema delle cosiddette 'Indian residential schools', una rete di scuole fondate dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche che rimuovevano i figli degli indigeni dalla loro cultura per assimilarli nella cultura dominante.

Ma non solo: i bambini erano spesso oggetto di abusi sessuali e fisici, e molti di loro - come testimonia questo ritrovamento, di cui dà notizia oggi la Cnn - pagarono con la vita la loro unica 'colpa' di essere diversi. La Kamloops Indian Residential School, una delle più grandi del Paese, iniziò l'attività alla fine del 19mo secolo sotto la gestione della Chiesa cattolica prima di passare sotto il controllo del governo nella seconda metà degli anni Sessanta e di chiudere i battenti nel 1978.

da qui

 

Nel Canada trovati i resti di 215 bambini indigeni in una fossa comune vicino all'ex scuola cattolica

(globalist.it)

L'istituto faceva parte di una rete fondata dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche, che dovevano "separare" i figli degli indigeni dalla loro cultura per "assimilarli" nella cultura dominante.

 

Una vicenda terribile: la comunità dei nativi della British Columbia (Canada) è sotto shock: i resti di 215 bambini sono stati trovati in una fossa comune vicino a quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School.
L'istituto, chiuso nel 1978, faceva parte di una rete di scuole, fondate dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche, che avevano come scopo quello di "separare" i figli degli indigeni dalla loro cultura per "assimilarli" nella cultura dominante.
I bambini erano spesso oggetto di abusi sessuali e fisici, e molti di loro - come testimonia questo ritrovamento, di cui dà notizia la Cnn - pagarono con la vita la loro unica "colpa" di appartenere a un'altra cultura.

La Kamloops Indian Residential School, una delle più grandi del Paese, iniziò l'attività alla fine del 19esimo secolo sotto la gestione della Chiesa cattolica prima di passare sotto il controllo del governo nella seconda metà degli anni Sessanta e di chiudere i battenti nel 1978.
Una "perdita impensabile di cui si è parlato ma che non era mai stata documentata" è stata confermata, ha detto il presidente della comunità Tk'emlúps te Secwe'pemc, Rosanne Casimir: "Il weekend scorso, con l'aiuto di un georadar, la cruda verità dei risultati preliminari è venuta alla luce. La conferma dei resti di 215 bambini che erano studenti della Kamloops Indian Residential School. Alcuni avevano appena tre anni".

"Il mio cuore è sprofondato - ha commentato un ex studente di quella scuola, Harvey McLeod, nel corso di un'intervista alla Cnn -. E' stato così doloroso sentire alla fine ciò che pensavamo stesse accadendo lì". Questa storia, ha aggiunto, "è così irreale, ma ieri è diventata reale per molti di noi in questa comunità".
Casimir ha sottolineato che i resti ritrovati appartengono a bambini le cui morti "non sono mai state documentate". Una circostanza, questa, confermata da McLeod, che per decenni si è chiesto che fine avessero fatto alcuni suoi amici e compagni di classe. Le indagini proseguiranno in collaborazione con l'ufficio del coroner della British Columbia e il governo ha garantito che i resti verranno salvaguardati e identificati.

Secondo un rapporto del 2015, pubblicato dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, molti dei bambini che frequentavano queste scuole non ricevevano nemmeno cure mediche adeguate, ed alcuni morivano di tubercolosi. La Commissione stima che in un periodo di vari decenni oltre 4.000 bimbi hanno perso la vita in queste scuole.
Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha detto che è un "doloroso pro memoria" di "un capitolo vergognoso della storia del nostro Paese".

da qui

 

 

su Arte tv è disponibile per qualche giorno il documentario “Uccidi il Nativo che è in ogni bambino”, di Gwenlaouen Le Gouil

https://www.arte.tv/it/videos/093799-000-A/uccidi-il-nativo-che-e-in-ogni-bambino/

Prigionieri della propria Patria. Intere generazioni vittime di un vero e proprio genocidio culturale, tale è stato il trattamento riservato per decenni alle comunità autoctone da parte del Canada. Dall’introduzione dell’Indian Act nel 1876, che identifica i membri delle First Nations come cittadini di serie B, i figli dei Nativi hanno subìto le politiche di acculturazione del governo e della Chiesa per la loro “civilizzazione” e trasformazione in Cristiani-modello - in altre parole, una manipolazione di massa finalizzata al controllo di territori e risorse. Nonostante il mea culpa pubblico del Primo Ministro Trudeau, lo Stato ostacola tutt'ora la ricerca della verità, come nel quadro del processo sugli abusi della Scuola Sant’Anna: proprio da qui ha inizio un'inchiesta senza reticenze alle radici di un trauma storico.

 

 

Un documentario (in italiano) “Genocidio nativi del Canada e le torture delle scuole cattoliche”:





la vergogna delle Factory Schools:


Oggi, circa due milioni di bambini indigeni di varie parti del mondo studiano nelle “Factory School”, ovvero in scuole residenziali finalizzate all’assimilazione, dove gli strappano l’identità indigena e li indottrinano per conformarli alla società dominante.

Ci siamo dati l’obiettivo di mettere fine a queste fabbriche dell’assimilazione. I popoli indigeni e tribali devono mantenere il controllo della loro educazione, che vogliono sia radicata nella loro terra, nella loro lingua e nella loro cultura, rendendoli orgogliosi di loro stessi e dei loro popoli...

continua su survival.it

lunedì 7 ottobre 2019

Premio Nobel alternativo allo sciamano yanomami Davi Kopenawa


Davi Kopenawa, uno sciamano alternativo a Bolsonaro - Claudia Fanti


Il giorno successivo al discorso da incubo di Bolsonaro all’Assemblea generale delle Nazioni unite, accolto da bordate di critiche in tutto il mondo, gli indigeni brasiliani hanno avuto un’importante rivincita: il conferimento del prestigioso Right Livelihood Award, noto anche come «Premio Nobel alternativo», allo sciamano yanomami Davi Kopenawa, soprannominato il «Dalai Lama della foresta», e all’associazione Hutukara da lui co-fondata e presieduta.
Un’onorificenza motivata dalla «loro coraggiosa determinazione a proteggere sia le foreste e la biodiversità dell’Amazzonia che le terre e la cultura delle popolazioni indigene».
«Il Premio arriva proprio al momento giusto ed è un segno di fiducia verso di me, di Hutukara e di tutti coloro che difendono la foresta e il pianeta Terra. Mi dà la forza per continuare la lotta in difesa dell’anima dell’Amazzonia», ha commentato Kopenawa, il quale, già nel 1989, era stato invitato da Survival International a ritirare a suo nome il Right Livelihood Award, vinto quell’anno proprio dal movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni.

CHE IL PREMIO SIA ARRIVATO al momento giusto – davvero con un tempismo perfetto rispetto all’aggressione di Bolsonaro ai popoli indigeni – non ci sono dubbi. Non a caso la leader indigena Sônia Guajajara, già candidata alla vicepresidenza del Brasile per il Psol, ha definito come «un giorno di terrore» quello in cui il presidente «ha macchiato la storia del Brasile all’Onu» disseminando «intolleranza» e «violenza».
Particolarmente indigesti sono risultati ai rappresentanti indigeni dell’Apib (Articulação dos Povos Indígenas do Brasil) presenti a New York gli insulti a un altro leader rispettato in tutto il mondo come il cacique del popolo Kaiapo Raoni Metuktire, a sua volta candidato al Premio Nobel della Pace per il 2020. Come pure è risultata offensiva la presenza nella comitiva presidenziale dell’indigena pro-Bolsonaro Ysani Kalapalo: «Potrà anche rappresentare il governo – ha commentato Guajajara -, ma di certo non i popoli indigeni».

IN QUESTO QUADRO, il conferimento del Nobel alternativo a Davi Kopenawa, il leader che ha guidato la ventennale campagna condotta dal popolo yanomami per proteggere la propria terra ancestrale, suona quasi come un risarcimento. Tanto più che il presidente, durante il suo famigerato discorso, ha preso di mira, insieme all’area indigena Raposa Serra do Sol (omologata nel 2005 dal presidente Lula dopo una lotta di oltre trent’anni), proprio il territorio degli Yanomami, negli ultimi anni invaso da 10-20.000 cercatori d’oro. Un’area equivalente, ha detto, «al Portogallo o all’Ungheria» e quindi troppo grande per «appena 15mila indios».

SOPRATTUTTO TENENDO CONTO che «in queste riserve esiste grande abbondanza di oro, diamanti, uranio, niobio e terre rare», ha evidenziato Bolsonaro evocando le grandi prospettive di arricchimento per popoli a suo dire stanchi di essere trattati come «cavernicoli».
Ma è stato proprio Kopenawa, nel corso di tutta la sua lotta per difendere la foresta dall’azione di minatori, allevatori, taglialegna, imprese di costruzione, a mettere ripetutamente in guardia l’umanità sul fatto che tutti apparteniamo all’unica tribù umana e che pertanto, quando la foresta non esisterà più e le viscere della terra saranno state divorate dall’attività mineraria, le fondamenta del cosmo crolleranno e il cielo cadrà sopra tutti i viventi. Ed è proprio questo, A queda do céu (La caduta del cielo), il titolo del libro (pubblicato anche in italiano nel 2018 da Nottetempo) in cui egli descrive, insieme alla cosmologia yanomami, la lotta del suo popolo per salvare la foresta e i popoli indigeni dall’avidità del popolo “bianco”.

«NOI NON SIAMO CONTRO lo sviluppo – ha più volte spiegato lo sciamano -, siamo solo contro lo sviluppo che voi bianchi volete spingere avanti sulle nostre teste». Noi yanomami abbiamo altre ricchezze lasciate dai nostri antenati che voi non sapete cogliere: la terra che ci sostiene, l’acqua pulita che beviamo, l’allegria dei nostri bambini». Con un appello finale diretto proprio alla società bianca: «Sognate la Terra, che ha un cuore e respira. Sognatela e amatela, perché è bella e vi dà vita».




Cari amici,

come forse avrete appreso dai media, la settimana scorsa è stato assegnato il Right Livelihood Award, noto anche come “Premio Nobel alternativo”, a Davi Kopenawa Yanomami, “il Dalai Lama della Foresta”. L’onorificenza premia e sostiene persone e organizzazioni che lottano per un mondo giusto, di pace e più sostenibile.

Siamo felici perchè è il meritato riconoscimento per la battaglia che Davi conduce da tutta la vita per salvare il suo popolo e l’Amazzonia dalla distruzione.

“Il premio arriva proprio al momento giusto" ha commentato Davi dopo avere appreso la notizia. “Mi dà la forza di continuare a lottare per difendere l’anima dell’Amazzonia. Noi, popoli del pianeta, dobbiamo prendendoci cura della nostra terra affinché le future generazioni possano continuare a usarla.”

Survival conduce campagne per la sopravvivenza e i diritti territoriali degli Yanomami fin dai primi anni '70, e per tutto questo tempo abbiamo continuato a lottare insieme a lui e all’associazione Hutukara, l'organizzazione yanomami che Davi ha fondato e di cui è presidente, con cui condivide il premio


Nel 1989 fu la stessa Survival International a vincere il Right Livelihood Award e, in quell’occasione, invitammo Davi in Europa perché lo ritirasse a nostro nome. Usciva dal Brasile per la prima volta. Da allora ha continuato a viaggiare senza sosta, lottando per proteggere l’Amazzonia dalla distruzione di minatori, allevatori, taglialegna, costruttori di strade e incendi.

Ma non è tutto. Nel 2010 ha scritto La caduta del cielo: “un viaggio dettagliato e intimo nella cosmologia yanomami accompagnato da una struggente descrizione della battaglia del suo popolo per salvare la foresta e i popoli indigeni dall’avidità e dalla forza distruttiva del popolo “bianco” ha dichiarato Stephen Corry, Direttore Generale di Survival. "Uno dei libri più importanti del nostro tempo.”

Oggi gli Yanomami stanno subendo una nuova invasione di cercatori d’oro, che avvelenano i loro fiumi con il mercurio. Alcuni si trovano a sole poche miglia da dove vivono gruppi di Yanomami incontattati. Con l’Amazzonia in fiamme e gli attacchi genocidi di Bolsonaro ai diritti indigeni, gli Yanomami hanno più che mai bisogno di amici.

Noi lottiamo accanto a lui, agli Yanomami e a tutti i popoli indigeni, per difendere le loro vite e le loro terre, e puoi farlo anche tu. Unisciti subito a noi!
 Francesca Casella
Direttrice di Survival Italia


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