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sabato 11 ottobre 2025

Sul Venezuela la stampa europea al servizio del golpista Machado - Geraldina Colotti

 

 

Centinaia di ONG, think tank e partiti di destra diventano credibili e, chissà perché, “indipendenti”, e le loro dichiarazioni vengono prese per buone.

da Insurgente

Cosa spinge i principali quotidiani europei, anche quelli che dovrebbero essere “progressisti”, a sostenere con vigore un personaggio come María Corina Machado che, se vale la vecchia equazione tra progressismo e sinistra, non è affatto progressista? Perché questi giornali dedicano intere pagine a presentare come paladina dei diritti una persona che nel suo “programma di governo” – presentato attraverso un candidato fantoccio intermediario, alias Edmundo Gustavo Urrutia – si dichiara sostenitrice dello stesso modello proposto dal “pazzo della motosega” in Argentina (privatizzazioni selvagge e tagli ai servizi pubblici), di Trump e del genocida Netanyahu in politica estera? Come è possibile che un oligarca suprematista bianco, che è disgustato dalle donne “nere” (e povere) – si presenti come femminista e sostenitore del matrimonio egualitario?

Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale deve riconoscere che solo con il socialismo bolivariano le donne dei settori popolari e tradizionalmente esclusi (al punto da non avere nemmeno una carta d’identità perché rimaste per generazioni al servizio di famiglie oligarchiche come i Machados) hanno avuto tanto successo, libertà e potere di decidere della propria vita e della politica.

Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale ricorderà il triste destino politico riservato all’unico candidato transgender eletto tra le fila della destra in un precedente ciclo elettorale. Ricorderà anche le manifestazioni organizzate dall’estrema destra a cui Machado appartiene per pilotare i settori reazionari delle chiese evangeliche, emanazioni di quelle potenti multinazionali che alimentano la destra in Brasile, Argentina, Africa e America Latina, e che si scontrano con le associazioni interreligiose progressiste, alleate del socialismo bolivariano.

Settori reazionari che sono arrivati ad assediare il Parlamento venezuelano proprio per impedire che venisse discussa la proposta del “matrimonio egualitario” e si sono scontrati con le organizzazioni della “diversità sessuale” che sostengono il socialismo bolivariano.

Il punto è che mai come oggi, nel contesto di una ridefinizione dei rapporti di forza geopolitici a livello globale, è necessario anche ristabilire i paradigmi ideologici di una nuova egemonia, che leghi in modo coeso il discorso delle classi dominanti. È quindi essenziale stabilire una separazione definitiva tra la difesa dei diritti economici, che sono alla base della dignità umana, e i cosiddetti diritti sociali.

È necessario, cioè, nascondere l’asimmetria di classe insita nell’astratta difesa dei diritti sociali: perché una lesbica bianca e ricca avrà certamente maggiori possibilità di sfuggire al razzismo rispetto a una lesbica povera, nera o indigena. E perché la lotta contro il patriarcato – essendo una questione “sistemica” che attraversa la produzione e la riproduzione della vita – è un asse fondamentale della lotta contro il capitalismo e l’imperialismo, poiché si tratta di conquistare la libertà per tutti. Ed è per questo che è necessario scegliere da che parte stare: perché se non si sta né da una parte né dall’altra della barricata, si finisce per essere la barricata stessa.

Ma qui entra in gioco un altro “dogma” della democrazia borghese, quello dell’“indipendenza”: dell’informazione, delle istituzioni, ecc. ecc. Come se le opinioni non derivassero da una visione concreta del mondo, determinata da interessi di classe. Così, ad esempio, le dichiarazioni (tardive) di uno dei rettori del Consiglio Nazionale Elettorale, apertamente all’opposizione, che ha seminato dubbi sui risultati elettorali, sembrano più “indipendenti” di chi, invece, chiede il rispetto della democrazia venezuelana, presentando prove e non supposizioni.

E così le centinaia e centinaia di ONG, think tank e partiti di destra diventano credibili e, chissà perché, “indipendenti”, e le loro dichiarazioni vengono prese al valore nominale. Data l’alta concentrazione mediatica, corrispondente a quella economica, il livello di “indipendenza” dei media europei si evince innanzitutto dai nomi di coloro che li finanziano e che sono i proprietari dei “social network”.

E si vede dai milioni di euro che vanno a sostenere la cosiddetta “libertà di stampa” in Venezuela. Il governo svedese ha deciso di dare un ultimo contributo “urgente” di 10 milioni di corone: “per aiutare i giornalisti a documentare le restrizioni alle libertà e ai diritti umani all’indomani delle controverse elezioni in Venezuela”, ha dichiarato il ministro per la Cooperazione internazionale allo sviluppo e il commercio estero, Johan Forssell.

Due anni fa, un’inchiesta del quotidiano sudafricano Daily Maverich ha rivelato un finanziamento di un milione di sterline fornito a organizzazioni e media venezuelani (tra cui l’Unione nazionale dei lavoratori della stampa, Efecto Cocuyo e Radio Fe y Alegria) dal governo britannico attraverso la Westminster Foundation for Democracy.

Alla nota di protesta del governo venezuelano, i britannici hanno risposto, con arroganza, che “la libertà di espressione e i media liberi sono necessari per la democrazia e la loro protezione ovunque nel mondo è una priorità”. La portata della protezione della libertà di stampa da parte dell’imperialismo britannico si può vedere nel numero di giornalisti uccisi a Gaza dalle armi fornite a Netanyahu.

E dovrebbe quantomeno insospettirci il fatto che anche i nichilisti della sinistra leggera, avversi a tutto ciò che sa di “comunismo” come sinonimo di “dittatura”, siano ora ansiosi di riprendere gli argomenti di quella parte del Partito Comunista del Venezuela che accusa Maduro di essere moderato e “antidemocratico”, ma che ha votato… per l’estrema destra.

Il punto è che, nel contesto della “terza guerra mondiale frammentata”, come l’ha giustamente definita Papa Bergoglio, la strategia del “caos controllato” voluta dall’imperialismo e dalla NATO deve corrispondere a quella della guerra cognitiva contro i cervelli e le coscienze, affinché perdano il legame tra significante e significato.

Come si può assegnare il Premio Sakarov a un nazista che si è dichiarato tale, il venezuelano Lorent Saleh, e definire il socialismo bolivariano una “dittatura”? Ma è già stato fatto, e la foto diffusa dall’ex presidente cilena “progressista” Michelle Bachelet, che dovrebbe avere un ricordo dei nazisti, mentre abbraccia Saleh, è stata la prova del cortocircuito.

Come può un leader golpista come Machado, che nei Paesi europei sarebbe stato in prigione per anni, essere candidato al Premio Nobel per la pace? Ma è stato fatto, ed è stato fatto con altri criminali di guerra, come Obama. E ora, a Praga, la signora è una dei tre finalisti del Premio Václav Havel per i diritti umani, assegnato ogni anno dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE). Il premio in palio è di 60.000 dollari USA. Il premio sarà utilizzato per coprire le spese dei numerosi “influencer” che operano all’estero per conto dell’estrema destra e che dovrebbero intorpidire i cervelli dei giovani.

Un video dell’account Instagram @nitantukky mostra una conversazione trapelata di Greg Allessandro Sewo Hernández, meglio conosciuto come @GregAventuras, in cui rivela come funziona il pagamento. Sewo Hernández spiega che gli influencer contattati dal fascismo venezuelano ricevono un totale di 400 dollari per un pacchetto che comprende la creazione di due “rulli” di Instagram, due video di TikTok e otto “storie” per due settimane.

Il creatore di contenuti, che ha sede in Argentina, afferma di ricevere un pagamento anticipato tramite Binance. Tuttavia, nei messaggi si rifiuta di spingersi troppo oltre nei suoi appelli alla violenza di strada per paura di conseguenze legali.

Oggi più che mai, il socialismo bolivariano è un laboratorio che indica barriere e prospettive per un possibile modello alternativo per questo terzo millennio.

Sul piatto (un piatto ricco) c’è innanzitutto il possesso di risorse. Il Venezuela ha le maggiori riserve di petrolio al mondo, rivalutate quest’anno di oltre il 30%; il primo per oro, il quarto per riserve di gas, una delle prime riserve di ferro, alluminio, coltan; possiede il 21% delle riserve idriche del Sudamerica… Risorse che, come dichiara apertamente il piano “governativo” di Machado e dei suoi compari, devono essere nuovamente privatizzate: a partire dalla compagnia petrolifera nazionale, PDVSA.

In gioco c’è la solida posizione del Venezuela nella ridefinizione di un mondo multicentrico e multipolare che ha al centro l’alleanza BICS, alternativa al G7, alla quale il Paese ha chiesto di aderire. Il 16° vertice dell’alleanza, di cui quest’anno la Russia detiene la presidenza pro tempore, si terrà nella città di Kazan dal 22 al 24 ottobre.

Tuttavia, le riunioni preparatorie sono già iniziate. Il viceministro per le Politiche anti-blocco, William Castillo, ha partecipato al 6° Forum municipale internazionale, in cui si è discusso di come recuperare le economie di Paesi che, come il Venezuela e la Russia, sono tra le cinque nazioni sanzionate più perseguitate al mondo, e stanno quindi sviluppando strategie comuni.

Il viceministro per l’Europa, Coromoto Godoy, ha incontrato l’incaricato d’affari russo in Venezuela, Eduard Sokolov, per stabilire le modalità di partecipazione al vertice di Kazan, al quale il Venezuela parteciperà come osservatore. Settembre sarà un mese cruciale per la vigilia. Tra gli oltre 200 eventi in programma in Russia, dal 17 al 19 settembre si terrà a Mosca il Congresso tecnologico internazionale, incentrato sulla ricerca della “sovranità tecnologica e sul ruolo dei BRICS”. Secondo il ministro degli Esteri venezuelano, Yvan Gil, a settembre ci sarà una riunione dei ministri degli Esteri a New York per definire le modalità di adesione del Venezuela all’alleanza.

Il ruolo di Lula, che si gioca tra i BRICS e il Mercosur, all’interno del quale il presidente brasiliano è da tempo disposto a firmare un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, è alla base del suo atteggiamento dubbioso nei confronti delle elezioni presidenziali venezuelane.

Questa posizione è stata apertamente criticata durante la riunione straordinaria dei Paesi dell’Alba, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli d’America, creata da Cuba e Venezuela, che ha espresso un fermo sostegno alla sovranità del Paese bolivariano e un chiaro rifiuto delle interferenze esterne. Secondo il presidente nicaraguense Daniel Ortega, che ha sicuramente esperienza degli assedi imperiali al suo Paese, Lula e il suo omologo colombiano, Gustavo Petro, “si contendono la leadership nella regione, per conto dell’amministrazione statunitense”, che è in agguato e minaccia con il potere delle sue basi militari e dei suoi mercenari.

D’altra parte, Daniel ha ribadito che il governo e il popolo del Nicaragua si opporranno a qualsiasi atto di ostilità contro la nazione bolivariana, con la quale il Nicaragua mantiene solide relazioni di amicizia e collaborazione. “Dobbiamo prepararci, Nicolás, a combatterli e a sconfiggerli. E stai certo che in questa battaglia puoi contare sui combattenti sandinisti”, ha detto.

Un’altra grande posta in gioco è la pace del continente latinoamericano, l’unico non ancora infestato dalla guerra imperialista. L’obiettivo di un’estrema destra che ha le sue roccaforti nella regione“, ha detto il presidente Maduro, ‘è distruggere la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (Celac), dichiarata ’zona di pace”. Ma chi oserà attaccare il Venezuela dovrà vedersela – ha detto – “con i nostri amici, che ci proteggeranno, perché molte persone sono disposte a fare qualsiasi cosa per ottenere la pace in Venezuela, che è la pace del Sud America”.

Intanto continua l’attacco al processo bolivariano, articolato anche da grandi multinazionali “umanitarie” come Amnesty International, che è scesa in campo lanciando una raccolta di firme contro il diritto del Paese di decidere sulla base delle proprie leggi, e falsificando il numero dei morti, come sempre attribuendoli alla parte sbagliata.

È una lotta senza quartiere.

Mai come in questo momento il frenetico attacco al Venezuela bolivariano, alle sue istituzioni, al suo progetto sociale e al suo presidente Maduro, rieletto il 28 luglio, ha avuto un coraggio e una portata che supera i confini del Paese latinoamericano e quelli del continente a cui appartiene.

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lunedì 14 luglio 2025

Diamo il Nobel al capitalismo feroce - Antonio Cipriani

 

L’idea è questa. Non stiamo lì a vedere se merita il Nobel per la pace più Trump o più il criminale di guerra israeliano; non importa se in coppia, o se alla memoria vogliamo aggiungerci Hitler. Usiamo un filo di coraggio. Diamo un simbolico Nobel al Capitalismo feroce, massima espressione filosofica, religiosa ed economica del tempo.

 

Diamo l’ultimo Nobel per la pace alla nostra epoca crudele del ricco che si sente in dovere di depredare il povero; del potente che massacra l’inerme, del suprematismo razziale e religioso che si è preso ormai la scena senza infingimenti.

 

Diamolo al sistema dei fondi speculativi, delle multinazionali, dei mercati che premiano i costruttori di armi, vero traino di un’economia del disastro, della disumanità come valore unico.

 

Un premio al mondo dominato dai pazzi lucidissimi che hanno saputo fingere, nascondere la faccia da lupo sotto il vello di pecora libertaria e democratica. Che hanno saputo tener duro nel tempo dei diritti e della libertà, aspettando con pazienza che passasse questa mania della pace.

 

Un premio per tutti quelli che hanno capito che la realtà è solo un punto di vista. E il punto di vista è quello del più forte che è investito di un potere che discende, con una nuova criminale regalità, da un qualche Dio che non aiuta gli ultimi, ma chiede ai suoi esponenti crudeli di sterminarli, deportarli, ammazzarli in culla. Facendocene anche beffe.

 

Merita un riconoscimento questo finale di partita infelice. Oppure sarà il caso di riaccendere le coscienze e di riprendere a lottare per ciò che è umano e giusto.


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mercoledì 14 febbraio 2024

Cuore di ghiaia - Abdulrazak Gurnah

Selim racconta la sua storia, è un bambino felice, fino a quando misteriosamente il padre tanto amato sparisce da un giorno all'altro, senza motivo.

crescendo Selim avrà tante domande senza risposta (alla fine chi legge saprà tutto, non si proccupi).

Selim ha uno zio (fratello della mamma), che lo ospita a Londra, lo tratta come un figlio, lui ha nostalgia di casa, della mamma e di una sorella più giovane, sa che la sua vita è ormai quella di un espatriato, come tanti del sud del mondo (e del sud Italia, aggiungo io).

il romanzo è pieno di (piccole) storie parallele, conseguenti, antecedenti, e ognuna è appassionante, sono tutte collegate, ci sono tante pagine, ma non ti annoi un secondo, e alla fine dirai: già finito?

buona (sorprendente) lettura.

ps: meno male che Abdulrazak Gurnah ha ottenuto il premio Nobel, i suoi libri vengono tutti pubblicati, adesso.


  

 

…è un romanzo vivo, che tratta il tema dell’immigrazione nel modo più umano e sincero possibile. La descrizione delle esperienze del protagonista Salim è ricca di particolari e molto riuscita, come lo è quella dei suoi rapporti difficili con la famiglia e con le amicizie e gli amori che incontra nella nuova realtà di Londra. Gurnah riesce a fare in modo che la crescita di Salim sia la stessa del lettore, che nel corso del romanzo i due risultino legati e tutte le emozioni del protagonista siano le stesse di chi lo segue.

da qui

 

…Il romanzo si divide in tre parti. Nella prima l’autore presenta il protagonista Selim bambino e adolescente nella terra natale: la famiglia del padre Masud, Baba nel testo, e della madre Saida, le vicissitudini politiche del genitore di quest’ultima, ucciso dalla rivoluzione che seguì l’indipendenza dagli inglesi perché attivista in un partito contrario a quello di governo, la mite fermezza del nonno paterno, molto religioso e assiduo studioso del Corano, costretto ad andarsene a Dubai, e , in seguito, a Kuala Lampur, perché la religione non era nei programmi di ammodernamento del governo socialista.

Selim cresce con un problema grande: di punto in bianco, quando lui è ancora piccolo, suo padre non abita più con la famiglia, senza che nessuno gli dia una spiegazione plausibile. Pensa subito che Baba non gli abbia voluto così tanto bene da restare, ma lo strano è che sua madre porta al padre ogni giorno la biancheria pulita e un cesto di cibo, in una stanzetta annessa ad un negozio. Più grandicello, questa incombenza toccherà a lui, mentre cresce nel suo animo una pessima opinione nei confronti del padre: lo considera debole, umiliato, vile ed impotente. Una mezza verità ad un certo punto salta fuori: c’è di mezzo un altro uomo, Hakim, da cui la madre avrà una figlia… Da parte di Selim tutto l’affetto e l’ammirazione si riversano su Amir, il brillante ed estroverso fratello della mamma che va ad abitare con loro…

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giovedì 29 giugno 2023

La lettera di Albert Camus al suo maestro


Albert Camus scrisse questa lettera di ringraziamento al suo maestro di scuola elementare, il signor Louis Germain, poco dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1957. Un gesto importante quello dello scrittore francese. Un gesto che dimostra come gli insegnanti delle scuole primarie possono avere una grande importanza per la formazione e l’educazione degli individui. Ecco la famosa lettera tratta da “La scuola ci riguarda tutti”

 “Caro signor Germain,

ho aspettato che si spegnesse il baccano che mi ha circondato in tutti questi giorni, prima di venire a parlarle con tutto il cuore. Mi hanno fatto un onore davvero troppo grande, (l’assegnazione del Nobel per la letteratura N.d.R.) che non ho né cercato né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che io ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarla che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo. L’abbraccio con tutte le mie forze”

Albert Camus


da qui

martedì 8 febbraio 2022

Il Nobel senza Pace - Alessandro Ghebreigziabiher


Pronto? Qui è il Tigray.
Parlo con la Norvegia?
Sì, sì, lo sappiamo.
Sappiamo tutto, forse troppo.
Anzi, senza forse.
Per esempio sappiamo che in questo caso è a voi che dobbiamo rivolgerci invece che all’Accademia svedese.
Sì, certo, vado al sodo.
Allora, parlo a nome di due milioni di persone, okay? In tutto nove se contiamo pure le regioni di Afar e Amhara, ma abbiamo chiamato noi, quindi… restiamo sul due.
Sono comunque tante, vero?
Eh già, ora sono quindici mesi che il cibo è sempre di meno, ogni giorno di meno, come una clessidra che perde e dentro c’è la tua vita.
Anzi, no, non rende: c’è quella dei tuoi figli.
Capite allora perché ogni granello che fugge via è una tragedia?
Nel dettaglio, da quando è scoppiato ancora una volta questo inferno il 37% di noi salta spesso il pasto un giorno o anche due.
Ecco, senza che prendete la calcolatrice.
Immaginatevi una colossale platea di quelle vostre premiazioni illustri ricolma di centinaia di migliaia di persone, magari rimaste in piedi e a cui non interessa applaudire chicchessia, giacché alle loro mani aperte sarebbe sufficiente anche solo pane e acqua.
Ma se non basta, figuratevi altrettante migliaia di bambini e due terzi delle donne in gravidanza con serie condizioni di malnutrizione.
Perché ho chiamato voi?
Sì, certo, ci arrivo subito.
È solo che c’è una donna, qua, una madre single di ben sei figli piccoli la quale considera il farli mangiare perlomeno una volta al giorno qualcosa di estremamente difficile. E che quella volta che considera fortunata è perché qualche vicino o amico le presta del cibo.
Ora non c’è neanche più qualcosa da prestare, gli hanno risposto.
Che?
Le Nazioni Unite?
Sicuro, ci abbiamo parlato eccome, sono pure venuti, hanno visto e denunciato la cosa. Hanno preparato aiuti e organizzato i convogli ma il blocco dei trasporti che esiste da mesi ne impedisce il transito.
Cosa?
Parlare con chi può farlo sbloccare?
Ecco, è questo il motivo della chiamata.
L’ONU ci ha già provato, ma l’interessato nicchia oppure nega.
Allora, in caso vi fosse possibile far qualcosa…
Perché proprio voi?
Be’, magari a voi risponde, anche solo per non fare brutta figura, ecco.
Il suo numero?
Ma ce l’avete già, controllate sulla vostra rubrica, sì…
Nel gruppo con la lista dei Premi Nobel per la Pace.
L’anno è il 2019.
Hai visto mai che si ricordi le ragioni per le quali gliel’avete dato: per i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea.

da qui

domenica 24 ottobre 2021

Jocelyn Bell Burnell ha scoperto le pulsar, lui ha vinto il Nobel

 

Per la scienziata Jocelyn Bell Burnell non è stato facile diventare un’astrofisica. Cresciuta in una famiglia di quaccheri nell’Irlanda del Nord degli anni quaranta, ha presto capito che il suo entusiasmo per la scienza si sarebbe scontrato con una società in mano agli uomini.

Nel 1967, durante un dottorato di ricerca all’università di Cambridge come assistente dell’astronomo Anthony Hewish, Bell Burnell ha scoperto le pulsar, dei corpi celesti compatti e rotanti che emettono fasci di radiazioni. Ma il mondo non era pronto ad accettare che una giovane donna desse un contributo decisivo allo sviluppo dell’astrofisica. E così il premio Nobel per la fisica dovuto alla scoperta di Bell Burnell l’ha vinto il suo superiore.

Il video del New York Times…

da qui

venerdì 9 ottobre 2020

Crocevia, una poesia del premio Nobel Louise Glück

 

Corpo mio, ora che non viaggeremo più molto a lungo insieme
comincio a provare una nuova tenerezza verso di te, molto cruda e inconsueta,
come i ricordi che ho dell’amore quand’ero giovane -

l’amore che era così spesso sciocco nei suoi intenti
ma mai nelle sue scelte, nelle sue intensità.
Troppo chiedere in anticipo, troppo che non poteva essere promesso -

La mia anima è stata così paurosa, così violenta:
perdona la sua brutalità.
Come fosse quell’anima, la mia mano si muove cauta sopra di te,

non volendo recare offesa
ma impaziente, finalmente, di raggiungere l’espressione come sostanza:

non è la terra che mi mancherà,
sei tu che mi mancherai.

 

 

Louise Glück è una poeta statunitense nata nel 1943. Ha vinto il premio Pulitzer per la poesia nel 1993 e il premio Nobel per la letteratura nel 2020. Questa poesia – tratta dalla sua undicesima raccolta, A village life (Farrar, Straus and Giroux 2009) – è stata pubblicata sul numero 1038 di Internazionale. Traduzione di Francesca Spinelli.

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martedì 24 marzo 2020

per il principio dell'alternanza questo è l'anno del premio Nobel della guerra


Cari amici di fronte alla “incredibile” e vergognosa notizia della proposta di conferire il premio Nobel per la Pace alla più aggressiva e sanguinosa alleanza militare internazionale dal 1945 ad oggi, come Forum Belgrado per un Mondo di Eguali Italia, come Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia e come Associazioni di Solidarietà “SOS Yugoslavia” e “SOS Kosovo Metohija”, ci associamo e sosteniamo la lettera pubblica redatta dalla direzione centrale del Forum in Serbia, rendendoci disponibili ad eventuali iniziative pubbliche di denuncia di questo vero e proprio misfatto e insulto al valore della parola PACE.
Enrico Vigna portavoce del Forum Belgrado Italia, presidente di SOS Yugoslavia-SOS Kosovo Metohija

 
Al Norwegian Nobel Committee
0255 Oslo - Henrik Ibsens gate 51 - N o r w a y

“Eminenti membri del Comitato per il premio Nobel della Pace,

Vi scriviamo a nome del Forum di Belgrado per un Mondo di Eguali, della Associazione dei Generali e Ammiragli della Serbia, della Fondazione UNITI per la Gioventù, di Organizzazioni indipendenti della Serbia e della diaspora serba.

Abbiamo avuto notizia dai media che la NATO è ufficialmente candidata per il Premio Nobel per la Pace 2019. A questo proposito consentiteci di attirare la vostra attenzione su quanto segue:

1. Esattamente 21 anni fa, la NATO ha illegalmente lanciato un aggressione militare alla Serbia (RFY) che è durata 78 giorni, dal 24 marzo al 10 giugno 1999, violando così la Carta delle Nazioni Unite, il documento finale dell’OSCE di Helsinki, nonchè il proprio atto istitutivo (1949). E’ stato un crimine contro la pace e l’umanità.

2.L'aggressione ha lasciato oltre 3500 morti, tra cui 89 bambini e circa 12.500 feriti. Il danno economico diretto è stato stimato in oltre 100 miliardi di dollari USA. Il numero di vittime umane a causa delle successive conseguenze dell'aggressione e del danno all'ambiente naturale deve ancora essere valutato.

3.Come la prima guerra dopo la seconda guerra mondiale sul suolo europeo, l'aggressione della NATO alla Serbia (RFY) è stata una svolta che ha introdotto la pratica delle aggressioni e degli interventi senza restrizioni in tutto il mondo. Questa aggressione è stato l'inizio della trasformazione della NATO stessa da alleanza difensiva in offensiva, ignorando il principio delle Nazioni Unite secondo cui la pace dovrebbe essere difesa con tutti i mezzi.

4.L'aggressione condotta in coalizione con l'organizzazione terrorista separatista dell'UCK, ha posto un precedente, incoraggiando il separatismo, il terrorismo e la mancanza di rispetto del diritto internazionale.

5.Durante l'aggressione, le forze della NATO hanno usato missili con uranio impoverito e altri armamenti e metodi proibiti, fortemente condannati dal Parlamento europeo, dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa e dai parlamenti nazionali di molti paesi membri della NATO e della UE. Ciò ha lasciato conseguenze durature, causando pericolosi decessi maligni e portando via le vite di migliaia di persone innocenti.

6.Questo crimine contro la pace e l'umanità ha provocato instabilità duratura nei Balcani. Ha gravemente compromesso la stabilità dell'Europa. Allo stesso tempo, la NATO ha inflitto danni irreparabili all'Europa (OSCE) e al World Peace and Security Order (ONU), introducendo così l'era della nuova guerra fredda.

Sperando che questi fatti meritino la vostra attenzione e valutazione, vi preghiamo di accogliere le assicurazioni della nostra più alta considerazione.

Belgrado, Marzo 2020.

Per il Forum Belgrado per un Mondo di Eguali, Zivadin Jovanovic, presidente
Per Associazione dei Generali e Ammiragli della Serbia, Gen. Milomir Miladinovic, president
Per la Fondazione UNITI per la gioventù, Prof. Dr. Danica Grujicic, presidente


lunedì 14 ottobre 2019

Ma chi cazzo è quel Nobel? - Cosimo Filigheddu



Fra un po’ comunicheranno il nome (anzi, pare i nomi) del nuovo Nobel per la Letteratura e io mi ricordo di questa cosa, quando al giornale ero capo delle pagine culturali, che ti capitava tra capo e collo. Il fatto è che a un certo punto ci fu un’infilata di premiati che non sapevamo chi cazzo fossero. E non lo sapeva nessuno, anche se tutti facevano finta di saperlo. E non c’era verso. Tra l’altro Google non l’avevano inventato o forse a Sassari non era ancora arrivato, boh.
Arrivava il primo lancio d’Ansa con il nome e la data di nascita. Che me ne potevo fottere alla grande della data di nascita, se non per il fatto che magari constatavo che era già vecchio e mi dicevo
-Bastardo, e non poteva crepare prima di rompere i coglioni a me?
Poi dovevi aspettare almeno mezz’ora in cui ti immaginavi i redattori dell’Ansa disperati che aspettavano le agenzie estere, ma anche queste erano in difficoltà. E alla fine, immaginavo, i corrispondenti delle agenzie della nazione del premiato, che lo rintracciavano probabilmente dagli elenchi del telefono e lo intervistavano
-Scusi, ma lei chi cazzo è?
E avute le prime scarne informazioni potevano rilanciarle via via sino alla mia redazione dove finalmente potevamo lavorarci sopra.
Poca roba. Allora che la carta costava di meno, sul Nobel si sarebbero dovute fare paginate, invece tiravamo fuori poco. E il direttore, immensa faccia da culo, veniva al mio tavolo a fare le smorfie.
-Ma come, danno il Nobel a Sempronio Lumumba e tu mi fai soltanto mezza paginetta?
Proprio lui che prima di fare questa sceneggiata si era ripassato otto volte il nome per non dimenticarselo nel tragitto dal suo ufficio.
Insomma, allora telefonavo a certi nostri collaboratori che erano il meglio della cultura sarda e cominciavo alla lontana.
-Sai, poco fa hanno assegnato il Nobel per la Letteratura.
-Ah, bene. E a chi?
-Sempronio Lumumba.
Silenzio.
-Naturalmente lo conosci.
-E… beh… naturalmente…
-Ti sembra una buona scelta?
Silenzio.
-Mi faresti un pezzo?
-Quando?
-Ora, subito.
Gli uomini e le donne di cultura ancora non avevano il telefonino e quindi non potevano rispondere “pronto, pronto, non c’è segnale…”. Però erano cagionevoli di salute e in queste circostanze erano sempre malati.
Quando i colleghi mi vedevano concludere la telefonata con la faccia scura, mi chiedevano comprensivi
-Non lo fa?
-No, sta male.
-E cosa c’ha?
-Le piaghe da decubito ci avrà, maledetto fannullone mangiapane a tradimento.
E aggiungevo scrutando intorno con sguardo inquisitorio
-E poi scommetto che neppure sa chi è Sempronio Lumumba.
E i bastardi, scandalizzati
-Ma no, figurati, un intellettuale come lui non può ignorare chi è Sempronio Lumumba.
Che poi mi venivano i complessi di colpa per la mia ignoranza che cercavo di reprimere convincendomi che fosse ampiamente condivisa. E immaginavo le difficoltà dei giornalisti antichi, quelli che non c’avevano neppure il telefono su ogni scrivania, quando avevano dato il Nobel a Grazia Deledda. Chissà quanto gliene hanno detto, povera donna.
Oh, però una volta ho avuto un giorno di gloria.
Fu nel 1988, quando arrivò l’Ansa con la notizia del Nobel a Nagib Mahfouz. Per caso avevo letto da poco “Vicolo del mortaio” e mi era preso questo fascino straniante perché mi immaginavo un Vasco Pratolini fuori da spazio e tempo paracadutato in Egitto. Tanto che cominciai a interessarmi a lui.
Sollevai gli occhi dal foglietto d’agenzia e mi guardai intorno.
-Ah, avete visto? Il Nobel a Mahfouz.
I colleghi non si esposero. Solo uno, il più sincero, mi chiese.
-Cosa c’era oggi, il Nobel per la Fisica?
Poi, vedendo il mio cipiglio nobile e severo, fece una risatina nervosa, come a dire che scherzava.
Manco per i coglioni che stava scherzando.
Comunque mi misi a scrivere grandi pezzi sul vincitore sulla base delle scarne notizie dell’Ansa e sono convinto che i miei colleghi pensino tuttora che gli abbia giocato uno scherzo con la complicità degli accademici di Svezia che mi avevano detto in anticipo il nome del vincitore per darmi modo di prepararmi.
Un altro trionfo, ma il giornale qui non c’entra, lo ebbi nel 2006 con il Nobel a Orhan Pamuk.
Ma qui occorre una premessa. Io vado alla libreria Koinè di Aldo Addis, che non è solo un negozio dove si vendono libri ma anche un circolo spontaneo dove librai e clienti hanno il piacere di incontrarsi e di chiacchierare mentre si fruga sui banconi.
Una volta, durante un Festival di Sanremo, chiesi ad Aldo
-Hai visto ieri gli Avion Travel?
-“Sentimento”, fantastica- rispose.
Aggiunsi
-Meriterebbe di vincere Sanremo, ma figuriamoci se fanno vincere una cosa così bella.
Dopo che gli Avion inusitatamente avevano vinto Sanremo, ricapitai in libreria e Aldo mi guardò con faccia strana.
Poi mi prese l’innamoramento per Pamuk, che ancora non era propriamente uno scrittore di fama popolare, e quando infine lessi “Istanbul” dissi ad Aldo.
-Questo è uno scrittore da Nobel, ma figurati se danno il Nobel a Pamuk.
Qualche giorno dopo, alla notizia del Nobel assegnato a Pamuk, Aldo mi fece una singolare telefonata.
-Senti, so che di calcio non te ne frega niente, ma dovresti farmi un favore.
-Se posso…
-Sai che io sono tifoso della ***?
-Non lo sapevo, me ne compiaccio.
-Grazie. E’ che…
-Dimmi, Aldo.
-Senti… dovresti venire qui in libreria e dire a voce alta: “E’ una grande squadra ma figuriamoci se le fanno vincere il campionato”.

domenica 13 ottobre 2019

Peter Handke ha vinto il premio Nobel per la Letteratura

Un disinvolto mondo di criminali - Peter Handke

Peter Handke racconta di due viaggi in Serbia, quando la Serbia era il nemico numero uno del mondo civile e giusto, il nostro, naturalmente.
Peter Handke cerca di capire e applica le parole di Adorno nei suoi ragionamenti e nei suoi comportamenti.
e, quando i potenti hanno deciso che ci sono solo il bianco e il nero,  sottrarsi a questa scelta prescritta è un crimine, o quasi, diventi un nemico.
Peter Handke si interroga, dubita, ascolta, parla, sta con i perdenti, un altro tedesco (Bertolt Brecht) scriveva che "fra i vinti la povera gente faceva la fame e fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente".
gli intellettuali, quelli non embedded, sono scomodi, fastidiosi, non sono patriottici, gli si fa terra bruciata intorno.
siano benedetti coloro i quali non scelgono fra bianco e nero - franz

ps:  dice Adorno: "La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta"


martedì 6 agosto 2019

ricordo di Toni Morrison

«C’era una volta una vecchia. Cieca, ma saggia». O era un vecchio? Forse un guru. O un griot che ha il compito di calmare i bambini irrequieti. Ho sentito questa storia, o proprio una come questa, nella tradizione di diverse culture.
«C’era una volta una vecchia. Cieca. Saggia».
Nella versione che io conosco la donna è la figlia di schiavi, neri, americani, e vive sola in una piccola casa fuori città. 
La sua reputazione per saggezza è senza pari e fuori questione. Fra la sua gente è la legge e la sua trasgressione. 
L’onore e il timore reverenziale in cui è tenuta vanno oltre il vicinato, fino a luoghi molto distanti; 
fino alla città dove l’intelligenza dei profeti rurali è la fonte di un grande divertimento.
Un giorno la donna riceve la visita di alcuni giovani intenzionati a dimostrare falsa la sua chiaroveggenza e mostrare la frode 
quale essi credono che ella sia. 
Il loro piano è semplice; essi entrano nella casa e le fanno una domanda la cui risposta si basa sulla differenza fra lei e loro, una differenza che essi considerano una grave invalidità: 
la sua cecità. 
Essi stanno dritti davanti a lei, e uno di loro dice: «Vecchia, io tengo in mano un uccello. Dimmi se è vivo o morto.»
Ella non risponde, e la domanda viene ripetuta. «L’uccello che ho in mano è vivo o morto?»
Ella non risponde ancora. È cieca e non può vedere i suoi visitatori, tantomeno ciò che hanno in mano. Non sa il loro colore, genere o provenienza. Sa solo il motivo per cui sono venuti.
Il silenzio della vecchia donna è così lungo che i giovani fanno fatica a trattenersi dal ridere.
Finalmente ella parla e la sua voce è dolce ma sicura. «Io non so», dice. «Non so se l’uccello è morto o vivo, ma so che è nelle vostre mani. È nelle vostre mani».
La sua risposta può significare: se è morto, o l’avete trovato così, o l’avete ucciso. Se è vivo, voi potete ancora ucciderlo. Se rimane vivo è per una vostra decisione. In ogni caso questa è vostra responsabilità.
Per essersi pavoneggiati del loro potere e dell’impotenza di lei, i giovani visitatori vengono rimproverati, 
e vengono accusati di essere responsabili non solo dell’atto 
di scherno, ma anche del piccolo gruzzolo di vita sacrificato per raggiungere il suo scopo. 
La donna cieca sposta l’attenzione dalle rivendicazioni di potere allo strumento attraverso il quale quel potere viene esercitato.
La meditazione su ciò che (oltre che il suo fragile corpo) quell’uccello nella mano poteva significare ha sempre esercitato
un’attrazione su di me, ma soprattutto pensandoci ora, a come sono stata, e al lavoro che faccio e che mi ha portato
a questa compagnia.
Così scelgo di leggere l’uccello come il linguaggio e la donna come uno scrittore in attività. Ella è preoccupata per come il linguaggio 
nel quale sogna, che le è stato dato alla nascita, è manipolato, 
utilizzato, perfino sottrattole per determinati propositi scellerati. 
Essendo una scrittrice pensa che il linguag- gio sia in parte come un sistema, in parte come una cosa vivente sulla quale si ha il controllo, ma soprattutto come un’azione  come un atto che porta a delle conseguenze. Così la domanda che i ragazzi le fanno: 
«È vivo o morto?» non è una domanda impossibile, perché ella 
pensa che la lingua sia suscettibile di morire, di essere cancellata;
certamente di essere messa in pericolo, e di essere salvabile solo con uno sforzo di volontà. 
Ella crede che se l’uccello nelle mani dei ragazzi che sono venuti a visitarla è morto, coloro che lo hanno in mano ne sono responsabili. Per lei una lingua morta non è solo una lingua non più parlata o scritta, ma è una lingua nella quale la rigidità del contenuto ne desidera la sua stessa paralisi. Come la lingua statale, censurata e censurante. Spietata nei suoi doveri in funzione poliziesca, non ha nessun desiderio o proposito che non sia quello di conservare libero il campo del suo narcisismo narcotizzante,  la sua propria esclusività e il suo proprio dominio. Anche se è moribonda, tuttavia non è senza effetto perché essa attivamente inibisce l’intelletto, 
spegne la coscienza, sopprime il potenziale umano. 
Non essendo aperta ad alcuna sorta di dubbio, non può formare né tollerare nuove idee, dare vita ad altri pensieri, raccontare un’altra storia, riempire sconcertanti silenzi. La lingua ufficiale costruita per sancire l’ignoranza e conservare il privilegio è una corazza lucidata per colpire col suo luccichio, un involucro dal quale il cavaliere se n’è uscito da molto tempo. Eppure c’è: stupida, predatoria, sdolcinata. E suscita il rispetto negli scolari, fornisce riparo per i despoti, evoca false memorie di stabilità, armonia fra la gente.
Ella è convinta che quando la lingua muore, per trascuratezza, disuso, indifferenza e assenza di considerazione, o uccisa per decreto, non solo lei stessa, ma tutti coloro che la usano e la costruiscono sono responsabili per il suo decesso. Nel suo paese i ragazzi si sono morsi la lingua e usano proiettili invece di ripetere i suoni dell’inesprimibilità, del linguaggio disabile e invalidante, del linguaggio che gli adulti hanno abbandonato completamente come mezzo per afferrare il significato, fornire una guida o esprimere amore. 
Ma ella sa che il suicidio della lingua non è solo la scelta dei 
bambini. 
È comune fra le teste infantili dello stato e i mercanti di optere il cui linguaggio espulso li lascia senza più accesso a 
quello che è rimasto dei loro istinti umani affinché possano parlare solo a quelli cui devono obbedire o per costringere all’obbedienza.
Il sistematico saccheggio del linguaggio può essere riconosciuto nella tendenza di coloro che lo usano facendo a meno 
delle sue proprietà maieutiche come le sfumature, la complessità, per minaccia e assoggettamento. Il linguaggio oppressivo fa qualcosa di più che rappresentare la violenza; è la violenza; fa qualcosa di più che rappresentare i limiti della conoscenza; limita la conoscenza. 
Se è il linguaggio che offusca lo stato o il falso linguaggio dei media stupidi; se è l’orgoglioso ma imbalsamato linguaggio dell’accademia o il comodo linguaggio della scienza; se è il linguaggio maligno della legge senza etica, o il linguaggio fatto apposta per discriminare le minoranze, nascondere il suo razzistico saccheggio nella sua sfrontatezza letteraria – esso deve essere rifiutato, modificato e palesato. È il linguaggio che beve sangue, che piega le vul- nerabilità, che nasconde i suoi stivali fascisti sotto crinoline di rispettabilità e patriottismo e si muove in fretta e furia verso la linea inferiore e verso le menti inferiori. Linguaggio sessista, linguaggio razzista, linguaggio teistico  tutti sono linguaggi tipici della politica del dominio, 
e non possono, non permettono nuove conoscenze né incoraggiano il mutuo scambio di idee.
La vecchia è vivamente consapevole che nessun intellettuale mercenario, né insaziabile dittatore,  né politico pagato o demagogo; 
nessun falso giornalista sarebbe persuaso dai suoi pensieri. 
C’è e ci sarà uno stimolante linguaggio per tenere i cittadini armati e in armi; massacrati e massacranti nei supermercati, 
nei tribunali, uffici postali, nei parchi, nelle camere da letto e nei viali; rimescolando e rievocando un linguaggio per mascherare la pietà e lo spreco della morte inutile. Ci sarà un linguaggio più diplomatico per incoraggiare lo stupro, la tortura, l’assassinio.
C’è e ci sarà un linguaggio più seducente, variato, fatto apposta per strozzare le donne, per stringere le loro gole come quelle 
delle oche che servono a produrre il paté, con le sue indicibili, trasgressive parole; ci sarà una maggior parte del linguaggio di sorveglianza mascherato da ricerca;  di politica o di storia calcolato per sottomettere il dolore di milioni che non possono parlare; linguaggio reso attraente per far rabbrividire gli insoddisfatti e privato nell’assaltare i loro vicini; arrogante linguaggio pseudo empirico inventato per chiudere la gente creativa in gabbie di inferiorità e di disperazione.
Sotto l’eloquenza, il fascino, le associazioni di studiosi, comunque rimescolanti o seducenti, il cuore di una tale lingua sta languendo, o forse non batte del tutto – se l’uccello è già morto.
Ella ha pensato che cosa avrebbe potuto essere la storia intellettuale di una disciplina se non ci si fosse insistito sopra, 
o se non vi si fosse forzato dentro, lo spreco di tempo e di vita che le razionalizzazioni per e le rappresentazioni di predominio 
richiedevano  discorsi letali di esclusione che bloccano 
l’accesso alla cognizione sia per chi esclude sia per l’escluso.
La saggezza convenzionale della storia della Torre di Babele è che il crollo fu una disgrazia.
Fu la confusione, o il peso di molti linguaggi che fecero precipitare l’architettura sbagliata della torre. Un linguaggio monolitico ne avrebbe affrettato la costruzione e il cielo sarebbe stato raggiunto. Il cielo di chi, ella si chiede meravigliata? E di che genere?
Forse raggiungere il Paradiso era prematuro, un po’ troppa fretta 
se nessuno aveva tempo di capire le altre lingue, 
altri punti di vista, altri modi di narrare.
Veramente, il cielo che essi immaginavano l’avrebbero potuto trovare ai loro piedi. Complicato, certo, da chiedere, ma avrebbero visto il cielo come vita; non il cielo come termine della vita.
Ella non vorrebbe lasciare i suoi giovani visitatori con l’impressione che la lingua dovrebbe essere costretta a vivere
solo per esistere. La vitalità della lingua sta nella sua capacità di descrivere le vite reali, immaginate e possibili di chi la parla, la legge e la scrive. Sebbene la sua padronanza possa qualche volta sostituire l’esperienza, essa non è un suo sostituto. Essa crea un arco verso il luogo dove il significato può mentire. Quando un Presidente degli Stati Uniti pensava al cimitero che i suo paese era diventato, e diceva: «Il mondo farà poca attenzione e non ricorderà 
a lungo quello che diciamo qui.
Ma non dimenticherà mai quello che hanno fatto qui,» le sue semplici parole rendono euforici nella loro capacità di sostenere la vita perché esse si rifiutarono di rinchiudere la realtà di 600.000 morti in una disastrosa guerra razziale. Rifiutando di immortalarli in un monumento, disdegnando la “parola finale”, la esatta “ricapitolazione”, e riconoscendo il loro 
“scarso potere di aggiungere o sottrarre”, le sue parole esprimono
deferenza verso la impossibilità di afferrare la vita nel lutto. 
È la deferenza che la motiva, quel riconoscere che la lingua 
non può essere all’altezza della vita una volta per tutte. 
Né dovrebbe. La lingua non può “definire con precisione” la schiavitù, il genocidio, la guerra.
Né dovrebbe struggersi per l’arroganza di essere capace di farlo. 
La sua forza, la sua felicità sta nell’arrivare verso l’inesprimibile.
Sia essa grande o piccola, che scavi, che esploda, o che si rifiuti di sancire; che sia una risata o un grido senza alfabeto, la scelta della parola, il silenzio scelto, il linguaggio indisturbato 
si solleva verso la conoscenza, non la sua distruzione. 
Ma chi non sa che vi è una letteratura proibita perché si pone delle domande; screditata perché è critica; cancellata perché alternativa? E come molti scrittori sentano oltraggiati al pensiero di una lingua che si sia auto devastata?
Il lavoro della parola è sublime, la vecchia pensa, perché è produttivo; questo significa che assicura la nostra differenza, la nostra umana differenza – il modo nel quale noi siamo, diversi da altre persone viventi.
Noi moriamo. Questo può essere il significato della vita. Ma noi creiamo un linguaggio.
Questo può essere la misura delle nostre vite.
«C’era una volta, …» i giovani visitatori fanno alla vecchia una domanda. Chi sono essi, questi ragazzini? Che cosa hanno fatto di quell’incontro? Che cosa hanno sentito in quelle parole finali: 
«L’uccello è nelle vostre mani»? Una frase che apre verso una possibilità o che mette un chiavistello? Forse quello che i ragazzini hanno capito era: «non è un mio problema. Io sono vecchia, donna, nera, cieca. La saggezza che ho ora è quella di sapere che io non posso aiutarvi. Il futuro della lingua è vostro.»
Essi stanno in piedi là. Supponete che non vi fosse nulla nelle loro mani? Supponete che la visita fosse solo un espediente, un trucco per ottenere che si parlasse di loro, per essere presi seriamente come non lo era mai stato prima? Una possibilità di irrompere nel, di violare il mondo adulto, il suo miasmatico discorso su di loro, per loro, ma mai diretto a loro? Urgenti domande sono al palo, compresa quella che essi hanno fatto: «L’uccello che abbiamo in mano è vivo o morto?» 
Forse la domanda significa: «Qualcuno può dirci che cosa è la vita?Che cosa è la morte?». 
Niente trucchi; nessuna stupidaggine. Una domanda diretta degna dell’attenzione di una saggia. Una vecchia.
E se la vecchia e la saggia che hanno vissuto la vita e affrontato la morte non possono rispondere, chi può?
Ma lei non può; conserva il suo segreto; la sua buona opinione di sestessa; le sue gnomiche affermazioni; la sua arte senza impegno. Mantiene le distanze, le fa rispettare e si ritira nella singolarità dell’isolamento, in uno spazio sofisticato e privilegiato.
Nulla, nessuna parola segue la sua dichiarazione di trasferimento. Il silenzio è profondo, più profondo del significato che si può ottenere dalle parole che ha detto. Mette un brivido, questo silenzio, e il ragazzini, annoiati, lo riempiono con un linguaggio inventato lì per lì.
«Non c’è nessun discorso,» essi le chiedono, «nessuna parola che tu ci puoi dare, che ci possa aiutare ad aprirci un varco attraverso il tuo dossier di fallimenti? Attraverso l’istruzione ci hai appena dato 
ciò che non è per nulla istruzione perché noi abbiamo fatto molta 
attenzione a quello che hai fatto come pure a quello che hai detto? 
La barriera che hai eretto era generosità e saggezza?
«Noi non abbiamo nessun uccello nelle nostre mani, né vivo né morto. Abbiamo solo te e la nostra importante domanda. È il niente nelle nostre mani che tu non riesci a vedere, e neppure a indovinare? Non ti ricordi da giovane quando il linguaggio era magico senza significato? Quando quello che potevi dire non aveva significato? Quando l’invisibile era ciò che l’immaginazione 
si sforzava di vedere? Quando le domande che richiedevano risposte bruciavano al punto che tu tremavi con furia se non le sapevi?
«Dobbiamo cominciare ad avere consapevolezza con una battaglia, eroi ed eroine, come quella che hai già combattuto e perso lasciandoci con niente in mano tranne quello che avevi immaginato che ci fosse? 
La tua risposta è scaltra, ma la tua furbizia imbarazza noi e dovrebbe imbarazzare anche te. La tua risposta è indecente nella sua auto congratulazione. Uno scritto fatto per la televisione che non ha senso se non c’è nulla nelle nostre mani.
«Perché non ci hai raggiunto, toccato con le tue soffici dita, ritardato un attimo di farci la lezione, almeno finché non sapessi chi eravamo? Ha disprezzato il nostro trucco, il nostro modus operandi che non potessi vedere quello che avevamo eluso per attirare la tua atten- zione? Noi siamo giovani. Siamo immaturi. Abbiamo sentito per tutta la durata della nostra breve vita che dobbiamo essere responsabili. Che cosa significherebbe nella catastrofe in cui questo mondo è diventato; dove, come il poeta dice, “nulla deve essere esposto poiché è già chiaro.” La nostra eredità è un affronto. Tu vuoi che noi abbiamo i tuoi occhi vecchi, bianchi e vedere solo crudeltà e mediocrità. Pensi che siamo abbastanza stupidi da giurare il falso a noi stessi ancora 
e ancora fingendo una nazionalità? 
Come osi parlarci di dovere quando noi siamo immersi fino al collo nella tossina del tuo passato?
Tu consideri insignificanti noi e l’uccello che non è nelle nostre mani. Non c’è nessun contesto per le nostre vite? Non musica, non letteratura, non poesie piene di vitamine, nessuna storia connessa all’esperienza in differita con la quale ci aiuti a partire seriamente? 
Tu sei un adulto. 
La vecchia, la saggia. Smettila di pensare a salvare la tua faccia. 
Pensa alle nostre vite e parlaci dettagliatamente del tuo mondo. Raccontaci una storia. La narrazione è una radice, che crea noi proprio nel momento in cui essa è creata. Noi non ti biasimeremo se la tua capacità eccede la tua presa; se l’amore incendia così le tue parole che esse fuggono in fiamme e non lasciano nulla se non la loro ustione. O se, con la reticenza delle mani di un chirurgo, le tue parole fanno la sutura solo nei punti dove il sangue potrebbe scorrere. Noi sappiamo che non lo potrai fare correttamente – una volta per tutte. La passione non è mai abbastanza; e neppure è abile. Ma prova. Per nostra fortuna e tua dimentica il tuo nome per strada; dicci che cosa il mondo è stato per te nei momenti bui e alla luce. Non dirci quello che credi, che cosa temi. Mostraci la gonna larga e il punto che dipana l’amnio della paura. Tu, vecchia, benedetta con la cecità, puoi parlare la lingua 
che ci dice ciò che solo il linguaggio può dire: 
come vedere senza le immagini. 
Solo la lingua ci protegge dall’essere spaventoso delle cose senza nome. Solo la lingua è meditazione.
«Dicci che cosa vuol dire essere donna in modo che possiamo sapere che cosa vuol dire essere uomo. Che cosa vuol dire muoversi ai margini. Che cosa vuol dire non avere casa in questo luogo. Essere sbandato da uno che conoscevi. Che cosa significhi vivere ai margini di città che non si addossano la tua compagnia.
«Dicci qualcosa sul battello che si è allontanato dalla battigia a Pasqua, placenta in un campo. Dicci qualcosa sui vagoni carichi di schiavi, come essi cantavano così leggermente che il loro respiro era indistinguibile dalla neve che cade. Come essi sapevano dal piegarsi della spalla più vicina che la prossima fermata 
sarebbe stata l’ultima. Come, con mani giunte a preghiera sul loro sesso, essi pensavano al calore, e poi al sole. 
Alzando le facce come per trattenere.
Girandosi come per trattenere. 
Essi si fermano alla locanda. Il guidatore e il suo collega entrano con la lampada lasciandoli canticchiare nel buio. Il vapore emesso dal naso del cavallo nella neve e il suo fischio e il suo sciogliersi sono l’invidia degli schiavi infreddoliti.
«La porta della locanda si apre: una ragazza e un ragazzo escono dalla sua luce. Salgono sul vagone. Il ragazzo avrà un fucile fra tre anni, ma ora porta una lampada e un boccale di sidro caldo. Gli schiavi se lo passano da bocca a bocca. La ragazza offre pane, pezzi di carne e qualcos’altro: uno sguardo negli occhi di colui che serve. Un aiuto per ciascun uomo, due per ciascuna donna. E uno sguardo. Essi guardano indietro. La prossima fermata sarà l’ultima. Ma non questa. Questa è riscaldata.»
C’è nuovamente silenzio quando i ragazzi hanno finito di parlare, finché la donna rompe il silenzio.
«Finalmente», dice, «ora ho fiducia in voi. Penso proprio che l’uccello che non è nelle vostre mani voi non lo abbiate realmente catturato. Per quanto amabile, questa cosa l’abbiamo fatta – insieme».