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venerdì 19 giugno 2026

Epstein, Barak, Chomsky e gli altri: l’eugenetica delle élite - Tahar Lamri


Oltre che uno stupratore di donne e bambine e un ricattatore seriale, Jeffrey Epstein era un ideologo della superiorità razziale. Con la sua cerchia di interlocutori perseguiva una lucida visione eugenetica.

Non è uno scandalo come gli altri. I file Epstein – le migliaia di pagine di email, trascrizioni e registrazioni audio rilasciate tra la fine del 2025 e il febbraio del 2026 – raccontano, sì, di potere, soldi e violenza sessuale. Ma raccontano anche, e forse prima di tutto, di un pensiero che circolava tra le menti più celebrate dell’Occidente accademico e politico: un pensiero sulla gerarchia umana, sulla qualità del materiale biologico, sulla possibilità – anzi, sulla necessità – di selezionare, controllare e migliorare la composizione delle popolazioni. In una parola: eugenetica. Solo che nessuno la chiamava così.

La registrazione della conversazione tra Ehud Barak, ex Primo Ministro di Israele, Jeffrey Epstein e l’ex Segretario al Tesoro americano Larry Summers – tre ore e mezza, privata, apparentemente del 2015 – è diventata la porta d’ingresso su questo universo.

La registrazione Epstein-Barak: gerarchia etnica in forma di strategia

Nella registrazione con Epstein e Summers, Barak non perde tempo in preamboli. Si trova a parlare di ciò che chiama “la sfida demografica di Israele nel lungo periodo” e il suo ragionamento procede con la naturalezza di chi esprime opinioni che non ha mai avuto ragione di nascondere.

Il punto di partenza è una constatazione numerica: la popolazione araba di Israele è passata da circa il 16% di quarant’anni prima, all’attuale 20% (all’epoca della conversazione). A questo si aggiunge la crescita demografica degli ebrei ultraortodossi (haredim), che Barak considera – con la sua tipica franchezza laico-–militare – un altro peso improduttivo per lo Stato. Il problema, come lo vede lui, è di bilanciamento.

La sua soluzione si articola su tre assi. Primo: immigrazione selettiva, in particolare di ebrei russofoni dalla Russia. Secondo: conversione di massa all’ebraismo, previa demolizione del monopolio del rabbinato ortodosso sulle procedure di conversione. Terzo: una gerarchia esplicita all’interno della cittadinanza arabo-israeliana: drusi in cima (“totalmente israeliani nel loro comportamento”), cristiani arabi al secondo posto (“hanno un sistema educativo migliore del nostro”), musulmani implicitamente in fondo.

Ma il passaggio più rivelatore – quello che ha suscitato lo scandalo maggiore – riguarda la storia dell’immigrazione ebraica stessa. Riferendosi all’ondata di immigrazione post-1948 dal Nord Africa e dal mondo arabo, Barak dice: “Fu una sorta di ondata di salvataggio dal Nord Africa, dal mondo arabo o quel che sia. Presero qualunque cosa arrivasse; ora possiamo essere selettivi.”

E ancora: “Possiamo controllare la qualità molto più efficacemente, molto più di quanto facessero i fondatori di Israele.”

La parola qualità applicata a esemplari umani. Il termine “selettivi” per descrivere una politica migratoria verso i propri correligionari. Queste affermazioni sono state riportate e analizzate da Middle East Eye, Al Jazeera, Times of Israel e Ynet News. E, sullo sfondo, la valutazione implicita – e storica – dell’immigrazione mizrahi (ebrei del Nord Africa e del Medio Oriente) come immigrazione di serie B, accettata per necessità, non per scelta.

La questione ashkenazita: un eurocentrismo fondativo

Per capire il peso di simili parole, occorre conoscere la storia che vi sta sotto. Israele non è mai stato uno Stato omogeneo. Fin dalla sua fondazione nel 1948, la sua leadership politica, militare e culturale fu quasi interamente ashkenazita – ovvero di origine ebraica dell’Europa orientale e centrale. Ben-Gurion, Golda Meir, Begin, Peres, Rabin, Barak stesso, sono tutti parte di quella tradizione.

Questa élite portava con sé i valori, i pregiudizi e il senso di superiorità culturale dell’Europa orientale ebraica. Il sionismo laburista – il movimento politico che costruì le istituzioni dello Stato – era profondamente eurocentrico: immaginava Israele come una “villa nel deserto”, un avamposto della civiltà occidentale in un Medio Oriente arretrato. Gli ebrei orientali – i mizrahi, i sefarditi del Nord Africa, dello Yemen, dell’Iraq, della Siria – erano visti con ambivalenza. Erano fratelli di fede, sì, ma portatori di una cultura sospettata di arretratezza, contiguità con il mondo arabo e inadeguatezza al progetto modernista.

Le prove storiche di questa discriminazione sono abbondanti e documentate. Negli anni ’50 del Novecento, decine di migliaia di bambini yemeniti e nord-africani scomparvero dagli ospedali israeliani: morirono, disse lo Stato, di malattia. Decenni dopo, commissioni d’inchiesta hanno accertato che molti furono dati in adozione ad ashkenaziti senza il consenso delle famiglie, nel quadro di un’ideologia che considerava i bambini orientali “recuperabili” solo se sottratti alla loro cultura d’origine. Fu uno dei crimini fondativi più taciuti della storia israeliana.

Gli immigrati nord-africani arrivati negli anni ’50 furono instradati verso le ma’abarot – tendopoli di transito – e poi verso le “città di sviluppo” nelle periferie del deserto, lontano dal centro del paese. La segregazione non era formale – non c’era apartheid giuridico tra ebrei – ma era reale, strutturale, e si tradusse in decenni di sottorappresentazione politica, economica e culturale dei mizrahi.

Quando Barak dice che i fondatori “presero qualunque cosa arrivasse”, sta inconsapevolmente – o consapevolmente – riproducendo quella stessa narrativa. Il giornalista israeliano Rogel Alpher su Haaretz ha fotografato la cosa con precisione chirurgica: Barak parlava “come se fosse membro di un comitato di ammissione di una comunità residenziale israeliana”.

L’idea della conversione di massa come ingegneria etnica

Ancora più elaborata è la proposta di conversione di massa. Barak vuole che Israele apra le porte a un altro milione di immigrati russofoni – molti dei quali non ebrei secondo la halacha, la legge religiosa – e li integri attraverso un processo di conversione semplificato, svuotando il rabbinato ortodosso del suo potere di veto.

L’idea che un ex Primo Ministro abbia proposto a Putin di “inviare un altro milione di russi” è di per sé straordinaria. Il rabbino Pinchas Goldschmidt, ex rabbino capo di Mosca, ha raccontato al Forward di aver ricevuto già decenni fa una proposta simile, mediata dall’allora ministro Haim Ramon, e di averla respinta: “La halacha non parla in cifre. Non c’è un numero in alto e non c’è un numero in basso. La halacha parla di standard e condizioni”. Più tardi, scoprì che la stessa idea era stata discussa con Epstein.

Il dettaglio più inquietante è il riferimento alle “ragazze giovani” della prima ondata russa degli anni ’90, pronunciato con Epstein che ridacchia sullo sfondo. In un documento che riguarda un pedofilo convinto e un trafficante seriale di giovani donne, quel dettaglio non è innocuo. È il momento in cui la conversazione demografica si rivela immersa in un contesto di mercificazione dei corpi femminili – dove le donne russofone vengono citate sia come ingrediente del piano demografico, sia come oggetto di desiderio.

Jeffrey Epstein: l’eugenista che si comprava le menti

Per capire il ruolo di Epstein in tutto questo, bisogna liberarsi dall’immagine del semplice pedofilo ricco. Epstein era questo, certamente – un criminale seriale, uno stupratore di bambine – ma era anche altro: era un ideologo. Aveva una visione del mondo, e usava il suo denaro per finanziarla, per diffonderla e attirarsi intorno le menti che potevano darle legittimità accademica.

La sua ossessione centrale era l’eugenetica. Secondo il New York Times, Epstein ambiva a “seminare la razza umana” con il suo DNA impregnando donne nel suo ranch del New Mexico. Aveva parlato di voler far congelare il suo cervello e il suo pene alla morte, per essere riportato in vita nell’era del transumanismo. Finanziò il lavoro di George Church, genetista di Harvard, che stava sviluppando un’app per abbinare i partner in base alla compatibilità genetica. Discusse con biologi evoluzionisti e neuroscienziati della possibilità di modificare i geni responsabili della “memoria di lavoro”. Usava il termine “altruismo genetico” per dare una vernice filantropica a ciò che era, nei fatti, eugenetica classica.

Edge: il salotto dove la pseudoscienza diventava mainstream

Il vettore principale attraverso cui Epstein si inserì nel mondo intellettuale fu Edge, il salotto fondato dall’agente letterario John Brockman negli anni ’90. Come ha ricostruito la giornalista Virginia Heffernan – che ne fu membro – Edge si presentava come il luogo dove le menti più brillanti del mondo si incontravano per discutere le grandi questioni del tempo. Tra i suoi membri figuravano Richard Dawkins, Steven Pinker, Daniel Dennett, Marvin Minsky, Martin Nowak, Robert Trivers. Ma il vero padrone di casa, quello che pagava, finanziava e attirava a sé le menti di punta, era Epstein.

I file rivelano email in cui il finanziere discute di “gerarchia razziale” con scienziati del suo cerchio. Coltivava relazioni con figure della destra alternativa online. Discusse con i suoi interlocutori scientifici della “utilità del fascismo”.

L’investimento più grande – 9,1 milioni di dollari tra il 1998 e il 2008, di cui 6,5 milioni in un’unica tranche nel 2003 – andò al Program for Evolutionary Dynamics di Harvard, diretto dal matematico-biologo Martin Nowak. Come ha scritto la storica della scienza Naomi Oreskes su Scientific American: “Epstein era un eugenicista dell’era moderna la cui ossessione era legata all’illusione delirante di seminare la razza umana con il proprio DNA. Ciò che peggiora le cose è che concentrasse la sua generosità sulla ricerca sulla base genetica del comportamento umano”.

Il transumanismo come eugenetica presentabile

C’è un filo che lega il pensiero di Epstein alla Silicon Valley contemporanea: a Elon Musk, a Peter Thiel, alle fantasie di “miglioramento umano” che circolano tra i miliardari tech. Quel filo è il transumanismo: l’idea che la tecnologia possa e debba trascendere i limiti biologici dell’uomo, portando a una nuova specie superiore. Come nella versione classica dell’eugenetica novecentesca, c’è la convinzione che alcuni siano più adatti di altri alla sopravvivenza e alla riproduzione. Solo che invece di razzismo biologico esplicito si parla di “ottimizzazione genetica”, di “editing del DNA” o  di “altruismo evolutivo”.

La differenza con l’eugenetica nazista o americana degli anni ’30 è solo di forma. La sostanza è la stessa: l’idea che ci siano popolazioni “di qualità superiore” da riprodurre e popolazioni “problematiche” da gestire, ridurre o escludere. Che venga espressa in linguaggio da startup tecnologica invece che in lingua tedesca non la rende meno pericolosa.

Il caso Chomsky: il dissidente cooptato

Di tutte le rivelazioni uscite dai file Epstein, quella che ha colpito più duramente la sinistra intellettuale riguarda Noam Chomsky. Il linguista del MIT, 97 anni, autore di Capire il potere e di La fabbrica del consenso. La politica e i mass media, risulta aver intrattenuto con Epstein una relazione estesa, multiforme e – nonostante le smentite – difficilmente riducibile a un semplice malinteso. Il dossier completo è stato ricostruito dal World Socialist Web Site, dal New Statesman, da CounterPunch e da The Canary.

La portata del rapporto

Le email e i messaggi di testo rilasciati documentano anni di frequentazione. Epstein trasferì 270.000 dollari sui conti di Chomsky o della sua famiglia. Gli offrì l’uso del suo appartamento di Manhattan. Lo invitò sull’isola. Gli mandò kit del DNA nel 2017: una mossa che si inserisce, come è ora chiaro, nella sua ossessione per la raccolta di materiale genetico da individui di spicco intellettuale.

In uno degli scambi più inquietanti, Epstein spinse Chomsky su temi di differenze cognitive tra gruppi razziali e possibilità di editing genetico. La risposta di Chomsky fu quella di un uomo che cerca di resistere alla provocazione: attribuì le disparità misurate nei test cognitivi all’eredità storica del razzismo, non a fattori biologici. Ma poi concesse il terreno su cui Epstein voleva portarlo: disse che se i geni potessero essere modificati, la priorità dovrebbe essere ridurre la “ferocia dedicata” di chi cerca il potere. Epstein aveva ribattezzato il tutto “altruismo genetico”. Quando nel 2016 Epstein gli inviò un link al podcast neonazista The Right Stuff – la stessa rete che avrebbe poi partecipato attivamente al raduno di Charlottesville del 2017 – non risulta che Chomsky abbia interrotto il rapporto.

Il dettaglio forse più imbarazzante riguarda il 2019: quando il Miami Herald pubblicò l’inchiesta sugli abusi di Epstein, Chomsky gli scrisse consigliandogli di ignorare le accuse, descrivendo il trattamento ricevuto come frutto di un’isteria mediatica. “Il modo migliore per procedere è ignorarla”, scrisse. Chomsky esprimeva simpatia a Epstein per “il modo orribile in cui sei trattato dalla stampa e dal pubblico”.

La moglie di Chomsky, Valeria, ha rilasciato una dichiarazione ammettendo “gravi errori di giudizio”: Epstein avrebbe costruito “un racconto manipolatorio” sulla propria innocenza cui Chomsky, in buona fede, avrebbe creduto. Ma lettere come quella in cui Valeria descriveva Epstein come “il nostro migliore amico, intendo l’unico” – o quella in cui Noam concludeva con “come una vera amicizia, profonda e sincera ed eterna da entrambi noi” – sono difficili da ridurre a manipolazione unilaterale.

Come si spiega?

La spiegazione più convincente è strutturale, non psicologica. Chomsky ha sempre creduto che il cambiamento non venisse dalla classe lavoratrice organizzata, ma dall’azione educativa sulle élite. Ha sempre pensato che fosse più utile influenzare chi detiene il potere piuttosto che organizzare chi non lo ha. Questa visione lo portava naturalmente a cercare accesso ai centri del potere, non ad arginarli dall’esterno.

In questo senso, Chomsky e Barak sono speculari: entrambi si muovono in un universo in cui le decisioni che contanosi prendono in privato – in appartamenti di Manhattan, sull’isola di Little St. James, nei salotti di Edge, nelle conversazioni riservate con i capi di Stato. Entrambi accettano, in forme diverse, la logica elitista che Epstein incarnava.

L’imbarazzo della sinistra

La reazione della sinistra intellettuale americana a questa vicenda è stata rivelatrice. Il silenzio è stato la risposta dominante. Jacobin, che nel giugno 2024 aveva celebrato Chomsky come ‘campione intellettuale e morale’, non ha pubblicato un’analisi critica degna di nota. E l’asimmetria – la stessa che Barak ha rivendicato nella sua autodifesa – è essa stessa un problema politico. La critica del potere applicata solo agli avversari smette di essere critica e diventa identità settaria.

Chi altri nella cerchia?

Barak, Chomsky ed Epstein sono le figure centrali di questa vicenda, ma non le sole. Attorno a loro si muove una galassia di nomi che i file continuano a rivelare.

Lawrence Summers

L’ex Segretario al Tesoro di Clinton, ex presidente di Harvard e uno degli architetti della deregolamentazione finanziaria degli anni ’90 era presente nella conversazione con Barak. È lui ad aver introdotto il concetto della terrible demography: l’espressione che nella politica israeliana identifica la crescita demografica palestinese come una minaccia esistenziale. Summers ed Epstein si scambiarono email in modo routinario per anni, secondo il New York Times. Summers era anche alla cena di Harvard del 2004 con Epstein, Dershowitz, Trivers e Pinker: la foto che li ritrae vale più di mille parole.

Il circolo scientifico

Martin Nowak, il matematico finanziato da Epstein con 6,5 milioni di dollari, è solo il caso più eclatante. Ci sono anche: il fisico teorico Lawrence Krauss, presidente del progetto Origins di Arizona State University, che chiedeva consigli a Epstein dopo le proprie accuse di molestie sessuali; la fisica Lisa Randall di Harvard, che scherzava sull’arresto di Epstein in tono affettuoso. Elementi ampiamente ricostruiti da Scientific American nel novembre 2025.

Il denominatore comune non è la consapevole adesione all’eugenetica, almeno non in tutti i casi. È qualcosa di più sottile: l’accettazione del finanziamento, la disponibilità a frequentare il personaggio, la rinuncia a fare domande sulla provenienza del denaro e sulle intenzioni di chi lo elargiva. La cooptazione funziona raramente con la violenza o l’esplicita corruzione. Funziona con la lusinga, la convenienza, il senso di appartenere a una cerchia speciale.

Il corpo come territorio: pedofilia, stirpe e dominio

C’è una dimensione degli Epstein Files che il dibattito pubblico ha faticato a mettere a fuoco, e che invece i relatori speciali del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU hanno avuto il coraggio di nominare senza eufemismi. Nella dichiarazione del 17 febbraio 2026, i relatori scrivono che le prove contenute nei file sono tali da configurare potenzialmente crimini contro l’umanità: schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizione forzata, tortura, femminicidio. La loro analisi aggiunge qualcosa di fondamentale: questi crimini sono stati commessi “in un contesto di ideologie suprematiste, razzismo e misoginia estrema”. Ovvero: c’era una cornice ideologica. C’era un sistema di credenze che li rendeva pensabili, anzi razionali, per chi li pianificava.

È precisamente questa connessione – tra il piano ideologico e quello criminale – che la politologa australiana Melinda Cooper ha contribuito a chiarire. Cooper, il cui lavoro è stato segnalato in Italia da Francesca Coin sul manifesto, propone un’analisi che va controcorrente rispetto alla narrazione prevalente. La versione più diffusa della vicenda Epstein separa nettamente due piani: quello degli abusi sessuali e quello delle idee eugenetiche. Come se fossero due patologie indipendenti presenti nello stesso individuo. Cooper sostiene invece che questa separazione è analiticamente sbagliata: i due piani sono manifestazioni diverse della medesima struttura di pensiero.

L’orda patriarcale e il controllo dei corpi

Per comprendere questa unità profonda, Cooper recupera una categoria freudiana: quella dell’orda primordiale. In Totem e Tabù, Freud descriveva la fantasia arcaica che soggiace alle forme di organizzazione patriarcale del potere: il maschio dominante che si appropria dei corpi femminili per garantire la propria continuità biologica e costruire una discendenza che prolunghi la sua presenza oltre la morte. L’orda, in questa lettura, risponde a un progetto di immortalità attraverso la riproduzione controllata.

Questa griglia, applicata alla vicenda Epstein, rivela qualcosa che il moralismo individuale non riesce a vedere. Il piano di Epstein di fecondare decine di donne nel suo ranch del Nuovo Messico, lungi dall’essere la fantasia di un ricco eccentrico, rappresentava la versione esplicita, spudorata, di una logica che attraversa tutta la sua rete. Il file EFTA02731395 – il diario di una minorenne a cui fu strappato il figlio appena nato – testimonia che questa logica era stata tradotta in pratica. Un progetto di produzione genealogica, in cui i corpi delle ragazze erano il mezzo e la stirpe di Epstein era il fine.

Questa stessa logica, travestita da visione tecnologica del futuro, è riconoscibile nell’ambizione di Elon Musk di moltiplicare la propria discendenza su scala industriale e di usare SpaceX come vettore della propria eredità genetica verso Marte. Non è una coincidenza che sia Epstein che Musk gravitassero attorno agli stessi ambienti intellettuali:– il transumanismo, la rete Edge, la Silicon Valley eugenicista. In tutti questi casi, la fantasia dell’orda si ripresenta in forma moderna: il maschio eccezionale che intende perpetuare i propri geni, usando il corpo delle donne come strumento e la scienza come legittimazione.

Si tratta di un sistema

La comprensione sistemica che Cooper propone risolve un enigma che ha lasciato perplessi molti commentatori: come poteva la stessa rete includere un ex Primo Ministro israeliano che discuteva di ingegneria demografica di Stato, accademici di Harvard che progettavano ottimizzazioni genetiche, un intellettuale di sinistra come Chomsky sedotto dall’accesso all’élite, e abusatori seriali di bambine? Questi soggetti sembrano avere poco in comune, eppure gravitavano attorno allo stesso epicentro.

La risposta è che condividevano, in forme diversamente elaborate e con diversi gradi di consapevolezza, un’ontologia sociale in cui la gerarchia tra esseri umani è naturale e il dominio è il suo esercizio legittimo. In questa visione del mondo, i corpi – in particolare i corpi femminili, e più ancora i corpi delle donne povere, non bianche, provenienti da paesi subalterni – non sono soggetti con diritti e dignità propri: sono risorse. Come ha sintetizzato Cooper, citata in un articolo di CounterPunch, il progetto politico di questa classe è quello di “governare un’economia di padroni e servi”. La rete Epstein era il luogo in cui quel progetto si esercitava senza filtri.

La genealogia intellettuale: da The Bell Curve alle email di Epstein

Questo sistema di idee ha una storia, e ignorarla significa non capire la vicenda. Nel 1994 Charles Murray e Richard Herrnstein pubblicarono The Bell Curve, un volume che sosteneva l’esistenza di differenze cognitive strutturali tra gruppi razziali. La tesi implicita era di natura eugenetica: il declino cognitivo della specie si combatte scoraggiando la riproduzione dei ceti inferiori e dei gruppi considerati meno dotati. Il libro fu ampiamente criticato dalla comunità scientifica, ma non per questo ignorato; fu bensì recepito, discusso, metabolizzato in quella parte dell’establishment americano che si riconosceva nel cosiddetto “pensiero duro”, quello capace di affrontare “verità scomode”.

Tre decenni dopo, questa genealogia è rintracciabile direttamente nella corrispondenza di Epstein. Nelle email con Chomsky, Epstein citava articoli da The Right Stuff – il podcast legato ai circoli neonazisti che avrebbe contribuito a organizzare il raduno di Charlottesville – come veicolo delle sue tesi sulla “scienza della razza”. Nelle email con Joscha Bach, tecnologo della Silicon Valley, si discuteva apertamente di presunte inferiorità cognitive legate all’appartenenza etnica. Epstein finanziava George Church per sviluppare strumenti di selezione genetica. Finanziava Nick Bostrom, filosofo transumano con una storia documentata di dichiarazioni razziste e legami con Musk, per sviluppare un’organizzazione che Epstein usava come involucro presentabile del suo progetto eugenetico. Il filo è continuo, e non è un caso.

L’elemento che emerge con forza da un’analisi integrata è questo: le ragazze e le bambine trafficate, sottoposte a violenza riproduttiva nel contesto della rete Epstein erano la parte più esposta, il punto in cui l’ideologia si traduceva in pratica corporea. Ma la stessa logica di strumentalizzazione operava, in forme meno visibili e socialmente più accettate, nei dibattiti demografici di Barak, nelle ambizioni genealogiche di Epstein, nelle teorie di ottimizzazione genetica dei ricercatori di Harvard. Il disprezzo per la dignità eguale degli esseri umani funzionava su tutti questi piani simultaneamente, con registri diversi ma con la stessa struttura profonda.

L’eugenetica come logica del potere

Cosa ci dice tutto questo sul momento storico in cui viviamo? Molto. Forse tutto.

L’eugenetica non è mai sparita. È stata messa nella clandestinità dopo Auschwitz: nessuno poteva più parlarne esplicitamente, dopo che il progetto nazista aveva mostrato dove portava. Ma le idee non muoiono, si travestono. Si travestono da “realismo demografico” (come dice Barak), da “eugenetica positiva” e “altruismo genetico” (come dice Epstein), da “ottimizzazione genetica” e “transumanismo” (come nella Silicon Valley). La struttura del pensiero rimane identica: ci sono popolazioni di qualità superiore e popolazioni problematiche; il futuro dell’umanità richiede di amplificare le prime e ridurre o controllare le seconde.

Nel caso israeliano, questo pensiero ha una valenza geopolitica diretta. La domanda demografica – chi avrà la maggioranza numerica tra il Giordano e il Mediterraneo – è reale, e le risposte che se ne danno strutturano le politiche concrete. L’idea di Barak di importare un milione di russi, convertirli pro forma, e usarli come contrappeso alla crescita araba non è fantapolitica: è una proposta seria, discussa con un capo di governo (Putin) e con l’establishment economico americano (Summers). Se fosse stata attuata, avrebbe cambiato radicalmente la composizione della società israeliana.

L’inganno del ‘pensiero duro’

Nel gergo degli ambienti che ruotano attorno alla rete Edge e alla Silicon Valley reazionaria, è diffuso un approccio intellettuale che va sotto il nome di “dark enlightenment”. Un’espressione coniata dal filosofo britannico Nick Land e dal blogger Curtis Yarvin per designare un pensiero che si vuole libero da ogni vincolo egualitario e democratico. In Italia non ha ancora un nome consolidato, ma la sua logica è riconoscibile: rivendicare il coraggio di “dire ciò che non si può dire”, presentando come censura qualsiasi obiezione etica. In questo saggio lo traduciamo con l’espressione “pensiero duro”.

Il pensiero duro è la trappola intellettuale in cui molti di questi personaggi sono caduti. La trappola dell’idea che i “fatti scomodi” debbano essere affrontati senza tabù, a rischio altrimenti di essere dominati da chi lo fa. Questa retorica del coraggio intellettuale serve a screditare preventivamente chiunque sollevi obiezioni etiche. Come ha analizzato Virginia Heffernan nel suo articolo per The Nerve: “Il salon [Edge] ha fatto da tramite tra il denaro miliardario e le menti di maschi dominanti, e insieme, nel corso dei decenni, sono approdati a una filosofia comune: erano predatori naturali, chiamati a sfruttare e sottomettere gli altri.”

Lo specchio europeo: Renaud Camus, Sellner e la remigrazione come eugenetica negativa

C’è un filo che collega il laboratorio ideologico della rete Epstein alla destra identitaria europea, e passa attraverso la stessa ossessione: chi ha il diritto di abitare un territorio, e chi deve essere indotto – o costretto – ad andarsene. È la stessa domanda che Barak formulava in positivo (importare il materiale umano “giusto”) e che il movimento identitario europeo formula in negativo: espellere quello “sbagliato”. Due risposte speculari alla medesima visione del mondo, in cui la composizione etnica della popolazione è un problema tecnico da risolvere attraverso l’ingegneria demografica.

La cornice teorica è quella del Grand Remplacement, la teoria elaborata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, secondo cui le popolazioni europee di origine cristiana starebbero subendo una sostituzione progressiva da parte di immigrati non europei. Camus fornisce la diagnosi. La traduzione in programma politico operativo è opera dell’austriaco Martin Sellner, capo del Movimento Identitario austriaco e oggi figura di riferimento dell’internazionale identitaria europea. Con il suo libro Remigration. Ein Vorschlag (2024) – tradotto e pubblicato in Italia con il titolo Remigrazione. Una proposta nel 2025, da Passaggio al Bosco – Sellner trasforma la parola d’ordine in proposta di legge: rimpatrio “incentivato” o coatto non solo degli irregolari, ma di immigrati con permesso di soggiorno regolare, di naturalizzati, di persone nate e cresciute in Europa. Come ha scritto Annalisa Camilli su Internazionale, quella che si chiama “remigrazione” è, se chiamata con il suo nome, deportazione su base identitaria: la revoca selettiva dell’appartenenza.

La genealogia intellettuale di questo movimento condivide radici con quella della rete Epstein, anche se i percorsi sono distinti. Il Pioneer Fund – la fondazione americana fondata nel 1937 con l’obiettivo esplicito di promuovere la “race science” e il miglioramento della “razza bianca”, classificata come hate group dal Southern Poverty Law Center – ha finanziato per decenni sia la ricerca eugenetica che ha alimentato libri come The Bell Curve, sia le reti di pubblicazioni che hanno nutrito la destra identitaria europea. Come ha ricostruito un’inchiesta di The Conversation, le stesse fondazioni, gli stessi donatori e spesso gli stessi ricercatori circolavano tra le riviste di race science anglosassoni e i movimenti identitari europei. L’eugenetica non ha mai smesso di esistere: ha cambiato editore e indirizzo.

Sul versante della Silicon Valley, il collegamento è ancora più esplicito. Peter Thiel – miliardario libertario presente nella rete di Epstein, finanziatore del transumanista Nick Bostrom e di una costellazione di think tank della destra radicale americana – ha incontrato nel 2016 esponenti del movimento alt-right e white nationalist americano, come documentato da BuzzFeed News. L’ex cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il politico europeo più vicino all’ambiente di Thiel, ha appena fondato un nuovo think tank chiamato Global Shift Institute. Sellner ha annunciato la creazione di un Institute for Remigration con ambizioni transnazionali, dichiarando di essere in contatto con esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia. La rete si estende e si consolida.

L’Italia laboratorio per politiche di ingegneria demografica

L’Italia è diventata un laboratorio privilegiato di questi fenomeni. Il Remigration Summit del maggio 2025 si è tenuto a Gallarate, in provincia di Varese, in un teatro messo a disposizione dal sindaco leghista Andrea Cassani. Sellner lo ha scelto perché l’Italia è considerata “un paese sicuro per un raduno dell’estrema destra”, come hanno riferito gli organizzatori. Tra i relatori: Jean-Yves Le Gallou (ex Front National), Eva Vlaardingerbroek (Olanda), Afonso Gonçalves del gruppo filonazista portoghese Reconquista. A gennaio 2026, la conferenza stampa alla Camera dei Deputati per il lancio della raccolta firme sulla “Remigrazione e Riconquista” – organizzata dal leghista Domenico Furgiuele con CasaPound, Veneto Fronte Skinheads e Rete dei Patrioti – è stata bloccata dall’opposizione. Ma in ventiquattr’ore la petizione aveva già raggiunto le 50.000 firme necessarie per l’esame parlamentare, come riportato da il manifesto.

La proposta di legge in 24 articoli è un documento rivelatore. Prevede la “remigrazione volontaria o coatta”, l’abolizione del decreto flussi, la revisione del ricongiungimento familiare, un Fondo per la Natalità Italiana riservato “ai veri italiani”, la priorità negli alloggi pubblici e negli asili nido per i soli cittadini italiani. È, nella sua interezza, un programma di ingegneria demografica di Stato – esattamente ciò di cui Barak discuteva con Epstein e Summers, ma con il segno invertito, come detto. La logica che li unisce è identica: la composizione etnica della popolazione vista come un problema tecnico da risolvere con strumenti di selezione.

La differenza tra remigrazione e pianificazione demografica è di metodo e di segno, non di principio. Entrambe condividono la premessa che certe categorie di esseri umani siano elementi di un’equazione demografica piuttosto che soggetti portatori di diritti inalienabili. È la stessa premessa che rendeva pensabile, agli occhi di Epstein, usare corpi di bambine come incubatrici per la propria stirpe. Quando si accetta che la composizione umana di una società sia una variabile da ottimizzare, le conseguenze si moltiplicano in direzioni che – come la storia ha già mostrato – tendono a convergere verso lo stesso punto.

Le registrazioni Epstein ci hanno dato qualcosa di raro: la possibilità di ascoltare i potenti quando credono di parlare tra sé. Senza le mediazioni del discorso pubblico, senza la prudenza del politicamente presentabile, senza la necessità di tenere conto degli “others”. E quello che emerge è un mondo in cui la gerarchia umana è data per scontata, in cui la selezione delle popolazioni è discussa come si discuterebbe di ottimizzare una catena di produzione, in cui il denaro e il potere conferiscono il diritto non solo di dominare gli altri, ma di decidere chi meriti di esistere e in che proporzione, e i cui corpi siano disponibili per essere usati.

Ehud Barak è il prodotto coerente di una cultura politica – il sionismo laburista ashkenazita – che ha costruito il suo Stato sull’esclusione sistematica e sulla gerarchia etnica, e che ha sempre trovato il modo di giustificarla come realismo, necessità, lungimiranza. Jeffrey Epstein era l’incarnazione della logica dell’orda – nel senso freudiano che Melinda Cooper ha riesumato –, il patriarca che usa i corpi delle donne e delle bambine per garantire l’immortalità della propria stirpe, mentre usa le menti degli intellettuali per legittimare il dominio della propria classe. Noam Chomsky è l’esempio paradigmatico di come il pensiero critico possa essere cooptato quando perde il contatto con la prospettiva degli esclusi e cerca il potere invece di organizzare chi ne è privo.

La complicità delle istituzioni

Nel suo assieme, il caso Epstein è anche – forse soprattutto – una storia di impunità istituzionale. Un uomo condannato nel 2008 per crimini sessuali gravi continuò per un decennio a frequentare presidenti, accademici, capi di Stato, ex Primi Ministri. Continuò a finanziare ricerche universitarie. Continuò a discutere di eugenetica con premi Nobel e ministri. E le istituzioni – Harvard, il MIT, Arizona State University, la giustizia americana, i governi israeliano e americano – lasciarono fare.

Il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ha detto ciò che troppi commentatori ancora esitano a dire: non si tratta di storie di singoli criminali. I crimini furono commessi in un contesto ideologico preciso – suprematismo, razzismo, misoginia estrema – che ha reso possibile, per decenni, l’impunità. Le sopravvissute che hanno avuto il coraggio di denunciare, e le protagoniste del #metoo che le hanno precedute, hanno riconosciuto prima di tutti il mondo che stava rinascendo. 

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mercoledì 12 novembre 2025

Eugenetica e colonialismo. Nel cuore del dominio occidentale - Stefano Dumontet

La terribile situazione che stanno vivendo i gazawiti, da ormai quasi tre anni, è stata presentata dalla maggioranza dei media occidentali come la lotta di una democrazia (incarnata da Israele) per la sua sopravvivenza. Una lotta contro terroristi sanguinari di oggi e potenziali terroristi di domani (i bambini) oltre che contro le donne, fattrici di terroristi non ancora nati.  

L’unico, controverso, riferimento storico che si evoca è quello relativo alla lucida ferocia del terzo Reich, orientata contro gli ebrei. Gli israeliani, cittadini di uno stato confessionale ebraico, adopererebbero oggi mezzi e finalità analoghe a quelle utilizzate dai nazisti per portare avanti un programma di pulizia etnica attraverso un genocidio. In realtà, limitare il fenomeno dello sterminio dei palestinesi sulla contrapposizione genocidio sì / genocidio no, serve solo a distogliere l’attenzione dalla vera motivazione di tanta barbarie e della sua fanatica accettazione da parte delle élite occidentali.

Quello nazista fu un micidiale programma di pulizia etnica, sostenuto da una pseudoscienza, largamente condivisa nell’intero occidente, quella della “purezza della razza” o “eugenetica”. È bene ricordare che le teorie eugenetiche nacquero, almeno nella loro forma “scientificamente definita”, in Inghilterra in seguito al lavoro di Sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin. Alla Galton Society afferì, nel tempo, il fior fiore della società britannica rappresentato da aristocratici, prelati, premi Nobel, famosi scienziati, celebri intellettuali e ricchi imprenditori. Solo per fare alcuni nomi, particolarmente noti, tra i tanti che condivisero negli anni le idee eugenetiche di Galton, citiamo il celebre economista John Maynard Keynes, James Meade (premio Nobel per l’Economia nel 1977), Peter Medaware (premio Nobel per l’Immunologia nel 1987) ed il famosissimo statistico Charles Spearman (tra i padri dei test per la misura dell’intelligenza e dell’analisi fattoriale). Anche Winston Churchill era un estimatore delle teorie eugenetiche, insieme al commediografo George Bernard Shaw.

La Società Svedese per l’Igiene Razziale, fondata a Stoccolma nel 1906, mise le basi per la fondazione, nel 1922, di uno dei più influenti istituti europei per l’igiene razziale (Istituto Svedese di Biologia Razziale). Negli anni precedenti alla Seconda guerra mondiale, Alva e Gunnar Myrdal divennero i teorici del “nuovo umanesimo” definito dalle teorie eugenetiche. Gunnar fu poi insignito del premio Nobel per l’Economia nel 1974, mentre la moglie ottenne quello della Pace nel 1982, per il suo impegno a favore del disarmo. I Myrdal pensavano che “consentire a dei genitori non adatti di riprodursi è un argomento indifendibile, da qualsiasi punto di vista”. Furono loro a coniare il termine materiale umano, che ebbe una particolare fortuna nel lessico nazionalsocialista tedesco del Lebensborn (programma nazista di “arianizzazione”). Analoga fortuna ebbe tra i nazisti l’espressione soluzione finale, anche questa lungi dall’essere una prerogativa del terzo Reich. Cambell Scott, vice soprintendente del Dipartimento per gli Affari Indiani del Canada dal 1913 to 1932, in una sua lettera del 1910 indirizzata all’agente indiano della Columbia Britannica scrive: 

“È ben risaputo che i bambini indiani, frequentando queste scuole, perdono le loro doti naturali di resistenza alle malattie e, di conseguenza, muoiono in numero maggiore che nei loro villaggi. Ma ciò è in linea con la politica di questo Dipartimento, finalizzata alla soluzione finale del problema indiano.” 

Duncan Campbell Scott fu nominato “national historic person” nel 1948. Appare dunque evidente che lo sterminio sistematico di oppositori politici, malati mentali, comunisti, socialisti, sindacalisti, rom, omosessuali, minoranze etniche e, dopo il 1940, degli ebrei, perde molto della sua originalità, anche nell’uso dei termini associati al genocidio plurimo portato avanti dai nazisti.

Come in un gioco di specchi, nell’America degli anni ’20, i difensori dell’eugenetica cercarono di sostenere il miglioramento di una razza nordica superiore a spese di razze inferiori come i nativi americani, i messicani, gli italiani e i portatori di handicap. La loro strategia prevedeva la sterilizzazione obbligatoria, restrizioni nella possibilità di sposarsi e confinamento in speciali colonie per tutti quelli dichiarati non adatti.

La campagna eugenetica americana non si fermò ai confini di quel paese, ma fu esportata in tutto il mondo, inclusa la Germania nazista dove divenne la base per le teorie sulla supremazia della razza ariana e la copertura “scientifica” del genocidio. I nazisti adottarono in pieno e senza restrizioni i principi eugenetici americani, che furono appoggiati apertamente da scienziati ed istituzioni americane sino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Hitler stesso definì “la mia Bibbia” il saggio The Passing of the Great Race (1916) dell’eugenista statunitense Madison Grant. Membri dell’élite sociale statunitense, presidenti di banche, rettori di Università, illustri scienziati, filantropici finanziatori della ricerca scientifica hanno desiderato, dai principi del ‘900 sino agli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, che tutti i membri “inaccettabili” della società venissero eliminati. Negli anni che precedettero la guerra e oltre, la Fondazione Rockfeller finanziò la creazione di una nuova specializzazione medica chiamata Psychiatric Genetics e finanziò i “Kaiser Wilhelm Institutes” tedeschi (oggi Max Planck Institute) per la Psichiatria e per l’Antropologia, l’Eugenetica e l’Eredità Umana.

Ancora oggi, Hilary Clinton spende parole estremamente elogiative nei confronti di Margaret Sanger, americana e membro, dal 1937 al 1957, dell’Eugenic Society fondata da Galton e dell’American Eugenic Society. La Sanger fondò nel 1942 la Planned Parenthood of America ed espresse idee razziste e fortemente eugenetiche nelle sue pubblicazioni e fu guidata da queste idee nelle sue attività.

La propaganda occidentale fa di tutto per nascondere il motivo profondo dell’accanimento contro il popolo palestinese in larghissima parte indifeso e, quando armato, in condizioni di evidente inferiorità rispetto a un esercito perfettamente equipaggiato con le armi più moderne e senza preoccupazioni di rifornimenti militari, forniti dagli USA e dai suoi alleati occidentali, Italia compresa.

L’intenzione del fanatico blocco di potere, schierato a difesa di Israele e dei suoi obiettivi, rappresentato dal cosiddetto occidente collettivo, ha una precisa definizione: si chiama colonialismo. È intorno alla bandiera del colonialismo che le potenze occidentali si riconoscono e si raccolgono. È lo spirito mai sopito del colonialismo che fa da collante a tutti i sostenitori di Israele. Lo stesso colonialismo che ha provocato, dal 1796 al 1900 circa 27 milioni di morti nella regione indiana del Bengala durante l’occupazione coloniale inglese, 10 milioni di morti dal 1885 al 1908 nel Congo controllato dal civilissimo Belgio. Dal 1943 al 1944 un’ennesima carestia colpì di nuovo il Bengala provocando tra 2 e 3 milioni di morti. Winston Churchill fu tutt’altro che estraneo a questa tragedia, lo stesso Churchill che, per sua diretta ammissione, non vedeva nulla di sbagliato nell’appropriazione di terre appartenenti a un popolo più primitivo da parte di un popolo più evoluto, che avrebbe potuto sfruttarle meglio. Circa 12 milioni di morti furono causati delle guerre “post-coloniali” sostenute dalle potenze occidentali in Africa dal 1962 al 2005. Almeno sette leader africani sono stati assassinati dal 1961 al 2011, direttamene o attraverso operazioni sotto copertura, dalle potenze occidentali.  Patrice Lumumba (primo ministro della Repubblica Democratica del Congo, ucciso nel 1961), Sylvanus Olympio (primo Presidente del Togo, ucciso nel 1963), Amilcar Cabral (leader rivoluzionario, Guinea Bissau, ucciso nel 1973), Murtala Mohammed (Presidente della Nigeria, ucciso nel 1976), Thomas Sankara (Presidente del Burkina Faso, ucciso nel 1987), Laurent-Désiré Kabila (presidente della Repubblica Democratica del Congo, ucciso nel 2001), Muammar Gheddafi (Presidente della Libia, ucciso nel 2011). Tutti questi leader, benché con ideologie differenti e in contesti differenti, erano accumunati dal loro rifiuto del colonialismo e dello sfruttamento dei loro paesi da parte di potenze straniere. L’occidente collettivo si è anche distinto nell’appoggio incondizionato a sanguinari dittatori come Idi Amin Dada in Uganda, Jean Bédel Bokassa nella Repubblica Centroafricana, Mobutu Sese Seko nello Zaire e Macias Nguema nella Guinea Equatoriale.

Per rimanere sul continente africano, sono innumerevoli le guerre tra stati e le guerre civili fomentate dalle potenze occidentali nel loro tentativo di controllo post-coloniale, a cui si devono aggiungere i colpi di stato mirati a mettere fuori gioco i leader progressisti. Milioni di morti dimenticati causati da guerre dimenticate. Tanto per citarne solo alcune ricordiamo le guerre civili in Algeria (1992-2002I, in Libano (1975-1990), in Sudan (in varie fasi dal 1955ad oggi), in Biafra (1966-1970), in Etiopia (1974-1991), in Mozambico (1975-1992), in Angola (1975-1994), Uganda (1979-1986), Ruanda (1994), in Congo (1997-2003) che da sola ha causato, direttamente e indirettamente,  5,4 milioni di morti, in Siria (2011 – non ancora conclusa), Libia (2012 – non ancora conclusa), la guerra Iraq-Iran (1980-1988) e  la cosiddetta “Guerra del Golfo” contro l’Iraq (1990-2003) scatenata dagli USA. A questo proposito è opportuno ricordare una notissima intervista a Madeleine Albright, allora segretario di stato USA, a proposito delle morti dovute all’embargo strettissimo a cui fu sottoposto l’Iraq. Alla considerazione dell’intervistatrice, che osservava come a causa dell’embargo morirono più bambini di quanti ne fossero periti nei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, l’Albright candidamente affermò che ne era valsa la pena. Come ebbe a scrivere Conrad nel suo celebre romanzo Cuore di tenebra: “La conquista della terra, che fondamentalmente significa prenderla a coloro che hanno la pelle diversa dalla nostra o il naso leggermente più schiacciato, non è una cosa tanto bella da vedere, quando la guardi troppo da vicino”.

Ciò che sta avvenendo a Gaza è dunque il pieno dispiegamento della prepotenza coloniale in tutta la sua brutale efficacia. La pulizia etnica è l’ideologia soggiacente agli interessi coloniali, che considerano untermensch, secondo il vocabolario nazista, tutti coloro che si oppongono ai loro progetti di dominio, in piena continuità con teorie eugenetiche mai abbandonate.

Vi sono inquietanti assonanze fra la vicenda palestinese e gli eventi, in gran parte dimenticati, che videro protagonista il movimento del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino, attivo tra il 1954 e il 1962, anno della liberazione dell’Algeria dal dominio francese. La storia della lotta algerina per l’indipendenza è molto simile a quella a cui stiamo assistendo nella Striscia di Gaza e i metodi repressivi delle potenze coloniali sono sempre caratterizzati dalla stessa brutalità.

Gli antecedenti della nascita della lotta di liberazione possono essere individuati negli eventi sanguinosi avvenuti, nel 1945, nelle città di Setif e Guelma, quando nei giorni seguenti ai moti del 5 maggio, in cui gli indipendentisti chiedevano la fine dell’occupazione francese e sventolavano bandiere con la mezzaluna rossa su sfondo bianco e verde. Migliaia di algerini furono uccisi dalla polizia, dai soldati e dai coloni armati francesi. Il numero di vittime non è mai stato accertato con precisione. I servizi di informazione inglesi stimarono in circa 6.000 le vittime e in circa 14.000 i feriti. Oggi le stime sono state corrette, alcuni storici francesi ritengono che le vittime furono 20.000, mentre il governo algerino le stima in 45.000.

Il 1° novembre 1954, i guerriglieri dell’FLN effettuarono attacchi organizzati in diverse parti dell’Algeria contro installazioni militari, posti di polizia, magazzini e strutture di comunicazione. Dal Cairo, il FLN invitò alla radio il popolo algerino e gli attivisti della causa nazionale a sollevarsi per “la restaurazione dello Stato algerino, sovrano, democratico e sociale, nel rispetto dei principi dell’Islam e del rispetto di tutte le libertà fondamentali, senza distinzioni di razza e religione”.

Le forze armate francesi iniziarono una guerra senza quartiere applicando spietatamente il principio della responsabilità collettiva ai villaggi sospettati di ospitare, rifornire o collaborare in qualsiasi modo con la guerriglia. Numerosi villaggi furono sottoposti a bombardamenti aerei, anche con bombe al fosforo, e furono distrutti campi e frutteti per privare i contadini di ogni mezzo di sussistenza. I francesi concentrarono gran parte della popolazione rurale, a volte interi villaggi, in campi speciali sotto sorveglianza militare per impedire la collaborazione con i ribelli o – secondo le dichiarazioni ufficiali – per proteggerli dalla violenza del Fronte di Liberazione Nazionale. Oltre due milioni di algerini furono sradicati dai loro luoghi di origine.

La “Battaglia di Algeri” scoppiò il 30 settembre 1956, quando tre donne piazzarono bombe in tre diversi luoghi frequentati da civili francesi, uccidendo tre persone e ferendone cinquanta. La risposta francese fu violenta e brutale. Agli attacchi terroristici contro civili algerini perpetrati da gruppi di coloni francesi, assistiti dalla polizia, fece fatto seguito il dispiegamento di un corpo d’élite di 5.000 paracadutisti, che agirono al di fuori di ogni regola, uccidendo, torturando e violentando. Si stima che per l’uso della tortura da parte delle forze francesi, dei 24.000 algerini arrestati durante la battaglia, ne morirono circa 3.000.

Oltre alle innumerevoli tipologie di tortura utilizzate, gli stupri delle donne algerine furono veri e propri strumenti di una strategia di guerra repressiva e brutale. Sempre negato dalle autorità militari, lo stupro è stato uno strumento di punizione e di terrore utilizzato dalle truppe francesi contro la popolazione femminile algerina. Il picco si è verificato tra il 1959 e il 1960, soprattutto nelle zone rurali. Le truppe francesi commisero anche un’altra infamia, quella di utilizzare alcune donne rinchiuse nei campi di detenzione come schiave sessuali per soldati e ufficiali.

Il 17 ottobre 1961, l’FLN organizzò una manifestazione pacifica a Parigi, alla quale parteciparono circa 30.000 algerini. La polizia francese disperse la manifestazione sparando sulla folla. 14.000 persone furono arrestate e 200 uccise, molte delle quali furono gettate nella Senna. Il governo francese ha riconosciuto solo 32 vittime.

L’Algeria ottenne l’indipendenza nel 1962. Il prezzo della guerra fu enorme. Su una popolazione di 10 milioni di abitanti, si stima furono uccisi tra 300.000 e 1.000.000 di civili algerini (1.500.000 secondo il governo algerino) e circa 3.000.000 furono internati nei campi di concentramento. Inoltre, ci furono 28.500 morti tra i soldati francesi, da 30.000 a 90.000 morti tra i soldati algerini fedeli alla Francia, da 4.000 a 6.000 morti tra i civili europei e circa 65.000 feriti.

Va ricordato che che i partiti francesi socialisti e comunisti sostennero, di fatto, la guerra dell’imperialismo francese contro la rivoluzione algerina. Il premier socialista dell’epoca, Guy Mollet, gestì politicamente l’inasprimento della repressione in Algeria e i deputati comunisti non fecero nulla per fermare il massacro. L’unica eccezione fu Jean-Paul Sartre, il quale, con coerenza e senza compromessi, si schierò dalla parte degli indipendentisti algerini. Nel gennaio 1956, partecipò a un incontro per la pace in Algeria dove tenne un discorso che diventerà uno dei suoi testi più celebri: “Il colonialismo è un sistema”. Oggi è ricordato in Francia come un “cattivo maestro”. Morto un filosofo se ne fa subito un altro, ed ecco che il “buon maestro” Bernard Henry-Lévy ci regala un’intervista, pubblicata su La Stampa nella quale afferma che occupazione, carestia, genocidio a Gaza sono tre bugie che vanno smontate.

Il Fronte di Liberazione Nazionale, in un famoso volantino, scriveva: “il colonialismo si arrende solo con un coltello alla gola”. Mai affermazione fu più appropriata. Per questo, ogni piano di pace a Gaza è destinato a fallire. Il colonialismo che alimenta questa tragedia non ha il coltello alla gola, lo ha dalla parte del manico.

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domenica 28 aprile 2024

Sterilizzazione forzata: l’ultima arma contro i Nativi Americani - Raffaella Milandri*

 

Tra il 1970 e il 1980, il 42% delle donne native americane fu sterilizzato contro il proprio consenso. Al piano governativo statunitense diede il via, il 16 marzo 1970, la firma dell’allora Presidente Richard Nixon.

Eugenetica e selezione della razza dominante

Tra i diversi strumenti usati dal Governo statunitense per risolvere il cosiddetto “problema indiano” abbiamo visto, nei miei precedenti articoli, l’istituzione delle riserve e le scuole residenziali indiane. Ma ce ne sono altri, recenti e malefici. Il più subdolo, la sterilizzazione forzata, ci fa tornare subito in mente l’eugenetica e i laboratori nazisti.

 

L’arrivo del darwinismo esaltò le correnti razziste e sessiste che avevano preso piede all’inizio del XIX secolo. Lo studioso statunitense E. D. Cope identificò quattro gruppi inferiori nella scala evolutiva dell’uomo: i non-bianchi, le donne, i bianchi del sud Europa, inclusi Italiani ed Ebrei, e le classi sociali inferiori. Queste correnti di pensiero crearono il movimento eugenetico. Sir Francis Galton, un cugino di Darwin, decretò che la riproduzione umana doveva essere regolamentata per assicurare ai “migliori”, specialmente delle classi alte, la possibilità di dominare. Nel 1912 a Londra si tenne il primo Congresso Internazionale sulla eugenetica, cui parteciparono anche Winston Churchill e scienziati italiani ispirati dalle teorie degenerazioniste di Lombroso.

Sebbene le tendenze di Churchill siano state rimosse dalla sua biografia, oggi molte fonti citano i suoi discorsi: “Non sono d’accordo che il cane nella mangiatoia abbia il diritto finale alla mangiatoia, anche se vi è stato per un tempo molto lungo. Non ammetto quel diritto. Non ammetto, ad esempio, che un grande male sia stato fatto ai Rossi Indiani d’America o al popolo nero d’Australia. Non ammetto che un male sia stato fatto a questa gente perché una razza più forte, una razza di più alto livello, una razza più saggia nel mondo è arrivata e ha preso il loro posto” (Discorso alla Peel Commission 1937). In gran parte dell'Europa occidentale e negli Stati Uniti furono applicati provvedimenti di carattere eugenetico, a partire dalla fine dell'Ottocento: sia con una legislazione volta a indirizzare le scelte riproduttive, sia attraverso la sterilizzazione forzata e la rimozione degli “elementi negativi” per la razza. In Italia la sterilizzazione forzata non fu mai approvata, grazie all’opposizione della Chiesa Cattolica.

Nel movimento eugenetico americano, in quegli anni, Carl Brigham faceva notare come l’immigrazione nel paese “scendesse” di qualità: meno sangue superiore nordico, “ariano”, e più sangue inferiore mediterraneo. Le razze inferiori furono additate come parassiti umani e “schifosi, non-Americani e pericolosi”. Il movimento eugenetico promosse a quel punto la sterilizzazione degli “inadatti” e Harry Laughlin disegnò una proposta di legge per la sterilizzazione, che fu adottata in diversi stati americani. Grazie a queste leggi, che erano espressamente rivolte a “epilettici, disabili mentali, alcolizzati, drogati e criminali”, almeno 50.000 sterilizzazioni furono eseguite negli Stati Uniti entro il 1940. Ma il peggio doveva ancora venire.

Anche se le azioni di Hitler avrebbero dovuto far impallidire e vergognare qualunque simpatizzante dell’eugenetica. In merito alla tempesta di sterilizzazioni che travolse migliaia di donne americane e migliaia di donne native americane, così dichiarava nel 1978 il Dipartimento della Salute americano: “La sterilizzazione volontaria è legale in tutti gli stati. Pur se la maggior parte degli stati non ha uno statuto che regola questa pratica, più della metà autorizza la procedura attraverso l’opinione degli avvocati, o le decisioni dei giudici, o regole del Dipartimento della Salute, o implicitamente attraverso il consenso degli interessati”. Proprio l’IHS, Indian Health Service, che avrebbe dovuto prendersi cura della salute dei Nativi Americani, ebbe una parte fondamentale nella sterilizzazione delle donne native americane; solo le ripetute grida di denuncia di genocidio poterono fermare questo abominio.

La cosiddetta “pianificazione familiare” degli Stati Uniti, il Family Planning

Il programma di sterilizzazione forzata, presumibilmente, fu scoperto da membri dell'American Indian Movement durante l’occupazione del Quartier Generale del Bureau of Indian Affairs nel 1972. Nel 1974 uno studio condotto dal WARN (Women of All Red Nations) concluse che fino allora il 42% delle donne native americane in età fertile fosse stato sterilizzato senza consenso.

 

Il 16 marzo 1970 Nixon firmò il Family Planning Services and Population Research Act. Si intende con Family Planning (pianificazione familiare) la progettazione del controllo delle nascite, nel presupposto di aiutare una coppia ad avere bambini nel modo migliore, o a non averli se così decidono. La legge fu richiesta dalla amministrazione del governo nel luglio 1969, per siglare un impegno nazionale che provvedesse un adeguato servizio di pianificazione familiare a tutti coloro che lo richiedessero, ma non potessero permetterselo. Il Presidente Nixon dichiarò pubblicamente che però era contrario all’aborto e in questo programma non ci sarebbero stati fondi o servizi per l’aborto come soluzione al controllo delle nascite.

Dal 1970, la sterilizzazione è divenuta il più comune sistema di controllo delle nascite per donne oltre i 25 anni negli Stati Uniti. Tra il 1970 e il 1980, le sterilizzazioni triplicarono. Nel 1982, il 15% delle donne bianche, il 24% delle afro-americane, il 35% delle donne portoricane e, in vetta alla triste classifica, il 42% delle donne native americane era stato sterilizzato. Nei primi anni '70, una stima di 100.000/ 150.000 individui, inclusi uomini a basso reddito, venivano ogni anno sterilizzati sotto i programmi finanziati dal governo statunitense. Come in passato, i pregiudizi sociali e l’ideologia di una classe prevalentemente razzista consentirono che ciò avvenisse. 

Il National Women’s Law Center (NWLC) denuncia in un report del 2022 che in oltre 30 stati americani è tuttora legale la sterilizzazione forzata. Si autorizza la procedura sulla base dell’opinione del giudice, o del Procuratore Generale, o leggi dell’Health and Welfare Department, o attraverso il consenso dell’interessato. Negli anni '70 la sterilizzazione fu praticata attraverso scappatoie: “consensi” strappati o giocati su poca chiarezza, ricatti, bugie. Quindi sterilizzazione non consensuale. Molte donne erano classificate come “cattive ragazze”, o diagnosticate come “focose”, “maniache assatanate” o “sessualmente difficili”. La sentenza del caso Buck vs. Bell deliberò che, se lo statuto di uno stato permetteva la sterilizzazione obbligatoria sugli inabili, inclusi i “ritardati mentali”, per la protezione e la salute dello Stato, non violava il Quattordicesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti in difesa dei diritti civili. La “Eugenetica Negativa” intendeva migliorare la razza umana eliminando “difetti” dal patrimonio genetico. E spalancò le voragini per migliaia di persone che furono sterilizzate contro la propria volontà o perseguitate come sub-umani.

Il “trapianto di utero”

Una giovane donna indiana di ventisei anni entrò nello studio della dott.ssa Connie Pinkerton-Uri, a Los Angeles, in un giorno di novembre del 1972. E chiese un “trapianto di utero”, per poter avere dei bambini con suo marito. Un medico del Servizio Sanitario Indiano le aveva praticato un’isterectomia completa sei anni prima, quando lei aveva avuto problemi di alcolismo. E le aveva assicurato che l’isterectomia era reversibile. La dottoressa Pinkerton dovette dire alla donna piangente la verità: non esisteva nessun “trapianto di utero”.

 

Due giovani donne indiane entrarono nell’ospedale del Servizio Sanitario Indiano del Montana per appendicite, in un giorno di ottobre del 1970, e ricevettero un “servizio extra gratuito”: la legatura delle tube. Bertha Medicine Bull, membro della tribù dei Northern Cheyenne, riporta: “Le due ragazze sono state sterilizzate all’età di quindici anni, senza consenso e senza dir loro nulla. Né avvisare i loro genitori”.

In un caso di molestie sessuali in Oklahoma, nella struttura di Claremont, a una donna nativa fu detto da assistenti sociali e da altro personale dell’ospedale che era una cattiva madre, e che le avrebbero portato via i suoi bambini. Avrebbero dato in affidamento i suoi bambini se non avesse accettato di sottoporsi alla sterilizzazione. Ho avuto modo pochi anni fa di raccogliere dal vivo testimonianze di native vittime della sterilizzazione forzata, giovanissime negli anni Ottanta (per approfondire: “La mia Tribù. Storie autentiche di Indiani d’America”, Raffaella Milandri, Mauna Kea Edizioni).

Mentre, sull'onda dei movimenti pacifisti del '68 e post-vietnam degli anni '70, il cinema americano iniziava a "riscattare” gli indiani con pellicole come Soldato Blu e Un uomo chiamato cavallo, rendendo finalmente giustizia laddove i ”pellirosse” erano sempre stati “i cattivi”, veniva attuato il Family Planning Act del 1970. Un piano di efferata sterilizzazione forzata e contro la volontà delle donne native americane, e non solo, tra i 15 e i 44 anni. Dopo ripetute proteste e segnalazioni, nel 1976 il Government Accounting Office condusse un’inchiesta che sfociò nel GAO Report. Il GAO Report non verificò se fossero state praticate sterilizzazioni forzate, ma attestò che vi erano stati difetti procedurali, che i moduli di consenso non erano a norma, e che i medici non avevano “compreso” le disposizioni. Diversi moduli di consenso, inoltre, erano stati firmati il giorno dopo la sterilizzazione. Nessuna nativa americana fu chiamata a testimoniare.

Perché avvennero queste sterilizzazioni in tempi non sospetti, a cavallo tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80? Non solo su donne indiane, ma in gran misura anche su afro-americane e di razza ispanica. Le ragioni del Governo degli Stati Uniti furono sociali ed economiche. Limitare le nascite in famiglie povere e appartenenti alle minoranze razziali era un “bene” per la società e un aiuto per le famiglie povere, che potevano sopravvivere meglio senza troppi bambini. E si limitavano le spese del Medicaid, il programma di assistenza sanitaria statunitense per i meno abbienti. Vari studi, tra cui quello della dott.ssa Choctaw-Cherokee Connie Pinkerton-Uri rivelano che l’Indian Health Service tra il 1970 e il 1976 sterilizzò dal 25 al 50% di donne native americane, di età compresa fra i 15 e i 44 anni. Prediligendo le donne di puro sangue indiano. E usando spesso minacce e ricatti, o facendo firmare moduli durante il dolore del travaglio. Il giudice tribale Marie Sanchez interrogò 50 donne Cheyenne e scoprì che 26 di esse erano state sottoposte a sterilizzazione forzata dai medici dell’IHS. L’abuso di sterilizzazioni non consensuali afflisse l’intera comunità degli Indiani d’America: un’epidemia di divorzi, alcolismo, abuso di droghe, depressione mise i Nativi Americani per l’ennesima volta in ginocchio, oltre a metterne a rischio la sopravvivenza.

Emily Moore nei suoi studi mette in risalto come, tra i Nativi Americani, i figli siano vitali per la famiglia, ma anche per la sopravvivenza del gruppo e dell’identità tribale. La politica di “controllo delle nascite” dell’IHS produsse una serie di effetti che non sono certo secondari: le comunità tribali, diminuendo di popolazione, ebbero assistenza e servizi ridotti, numero di votanti per le elezioni limitato e un numero minore di rappresentanti che potessero tutelarli. Quindi potere politico minore sia ai consigli tribali e sia al governo. Torna sempre, di fronte a tutto ciò, lo spettro della prima ragione per gli stermini di Nativi Americani: la terra e il denaro. Farli fuori una volta per tutte, tagliare i costi assistenziali e prendere le risorse naturali delle riserve. Un crimine perpetrato con lucidità e determinazione, per “stemperare” il sangue indiano in una tonalità sempre più “bianca.”

 

 

*Scrittrice e giornalista, attivista per i diritti umani dei Popoli Indigeni, è esperta studiosa dei Nativi Americani e laureata in Antropologia.

Membro onorario della Four Winds Cherokee Tribe in Louisiana e della tribù Crow in Montana. Ha pubblicato oltre dieci libri, tutti sui Nativi Americani e sui Popoli Indigeni, con particolare attenzione ai diritti umani, in un contesto sia storico che contemporaneo. Si occupa della divulgazione della cultura e letteratura nativa americana in Italia e attualmente si sta dedicando alla cura e traduzione di opere di autori nativi.

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