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lunedì 2 marzo 2020

intervista a Zehra Doğan


Avremo anche giorni migliori - Mimmo Cortese

Nei dipinti stesi sugli asciugamani – come quello delicatissimo e straziante, dedicato a Muğdat Ay, un bambino di 12 anni ucciso a Nusaybin – l’uso del colore (una penna a sfera, il tè) si fonde magistralmente con la trama della spugna, il tessuto non è solo un supporto, da esso emana e trascolora una storia dolorosa e vitale, fatta dei radi incontri con i cari in parlatorio, del sudore amaro asciugato dalla fronte, del profumo pulito della cura, degli scambi clandestini per portare le opere fuori dal carcere. L’esile ordito di riccio, curato con maestria – come nelle biglie strette forti tra le mani del piccolo corpo esangue di Muğdat Ay, o nel piumaggio multiverso del rapace che scortica senza pietà uomini e donne innocenti in “Gever” – ondeggia lievemente davanti a noi, come una scultura vivente che irriducibile resiste ad ogni oltraggio, ogni sopruso, certa che “arriveranno anche giorni migliori”. Asciugamani, camicie, lenzuola, assieme a bucce di melograno, sangue mestruale, curcuma e caffè sono gli strumenti della resistenza. L’eros delle donne di Zehra, anche quando esse sono torte, violate e maciullate, è più forte, prorompente e vitale del thanatos brutale degli oppressori. I giornali dipinti, colorati e disegnati, sono una doppia voce, quella dell’arte e della denuncia, intrecciate assieme dall’amore, dal bisogno di giustizia e di libertà per il popolo curdo, per ogni popolo oppresso.

Nelle sue interviste lei ha affermato di trarre ispirazione dalle vicende e dagli avvenimenti del Medio Oriente. Secondo lei, quali sono i nodi principali della regione?
Il nodo principale è l’impossibilità di usare la nostra lingua. Soprattutto a livello scolastico (educativo), viviamo in una regione dove la lingua, la cultura e l’arte curda non sono valorizzate, quando non considerate proprio, mentre c’è una storia, una cultura artistica molto forte, che vorremmo semplicemente esercitare dove viviamo, in Turchia.

La Turchia preoccupa i paesi europei per le gravi restrizioni alla libertà personale e di espressione, per le incarcerazioni di intellettuali e di presunti oppositori. Come vede il futuro del suo paese?
Credo che, se non accadranno cambiamenti, il futuro sarà ancora più preoccupante e, soprattutto, riguarderà – e riguarda già – i paesi occidentali. Oggi in Turchia vige un sistema basato sul nazionalismo e su un’educazione a base religiosa che tende ad emarginare le opposizioni. Il radicalismo religioso porta a situazioni ed organizzazioni che conosciamo molto bene.

Il popolo curdo aspira a veder riconosciuta la propria identità nazionale, culturale e linguistica, ma da oltre un secolo si scontra con difficoltà politiche insormontabili. Pensa che un giorno potrà esistere uno Stato curdo indipendente?
Tutti i popoli hanno il desiderio di affermarsi, di potere amministrarsi, di avere un sistema scolastico e di parlare nella propria lingua. Purtroppo nella geografia del Medio Oriente, con amministrazioni così dure, come in Iran e in Turchia, tutto questo è impossibile. D’altra parte non è quello che vogliamo. Vorremmo un’autonomia e un sistema più democratico, in cui poter parlare, insegnare ed educare nella nostra lingua, dove soprattutto la componente femminile abbia un ruolo molto più forte. Non desideriamo che ciò avvenga separandoci da uno Stato. Chiediamo un’autonomia democratica all’interno dello Stato.

L’occupazione da parte delle forze armate turche dell’area del Rojava ha come obiettivo principalmente i curdi di origini siriane. Quanto è grave questo ostacolo per le aspirazioni del popolo curdo nel suo complesso?
La Turchia parla sempre dei “nostri fratelli curdi”, ma non c’è alcun comportamento che giustifichi questa definizione, al contrario i curdi sono considerati terroristi, come pure la popolazione civile di cui Hevrin Kahlef faceva parte, anche se era una donna politica (Hevrin Khalef, 1984-2019, curda con cittadinanza siriana, segretaria generale del Partito della Siria del futuro, è stata uccisa da miliziani islamisti appoggiati dalla Turchia durante l’operazione militare turca contro le Forze democratiche siriane in Rojava il 12 ottobre 2019 – n.d.r.). Quello che è stato fatto a lei, e alla società civile, non rende ragione dell’espressione “i curdi sono nostri fratelli”. Infatti, non sono normalmente considerati tali. Ad esempio quello che stiamo cercando di realizzare in Rojava è un sistema non sessista, dove tutte le funzioni pubbliche siano assegnate a un uomo e a una donna, su un piano egualitario anzitutto rispetto al genere. Un sistema antisessista, dove tutte le religioni possano convivere, pensato non solo per i curdi del Rojava, ma per tutte le componenti e i popoli di quella regione, cosa inaccettabile per Stati come la Turchia e la Siria, i cui governi hanno una forte propensione ad uniformare il paese attorno ad un nazionalismo monocolore. Il Rojava invece propone un sistema completamente diverso, che cambierebbe anche le politiche con questi Stati confinanti.

L’arte è sempre stata un potente strumento di lotta contro le dittature e gli assolutismi. Quale ruolo potrebbe avere la sua? È immaginabile un’iniziativa di artisti turchi, siriani e di altri paesi, uniti – a livello internazionale – dalla lotta contro le dittature, le violazioni dei diritti umani, civili e delle libertà di parola, di espressione e di movimento di ogni essere umano del globo?
È una cosa che penso spesso e a cui credo molto. L’arte e gli artisti possono – anzi devono – assumere una posizione di resistenza insieme, perché solo così riusciranno a fare qualcosa contro i sistemi di estrema destra che stanno diffondendosi un po’ in tutto il mondo. La forza di un artista solo sicuramente non basta. Ci vuole una presa di posizione comune. I curdi non sono certo l’unico problema del mondo (magari fosse così). Basta vedere quello che sta succedendo in molte altre zone: in Cile, in Amazzonia e in molti altri luoghi. Quindi, certamente, è necessaria una comunità internazionale di artisti con una precisa presa di posizione, perché l’arte ha un’influenza più forte delle parole ed è capace di trasmettere dei valori in grado di cambiare le cose. All’arte viene attribuito un valore, per cui, ad esempio io sono entrata in questo momento nella storia dell’arte turca come un’artista politica. Il mio lavoro fra qualche anno diventerà, probabilmente, un archivio, che avrà appunto un’influenza documentale su ciò che è accaduto in quel momento storico.

Ha qualche artista di riferimento nella sua opera?
Sono molti i riferimenti artistici, in particolare penso all’opera di Nusaybin, che era stata accolta nell’ambiente curdo come una sorta di Guernica dei curdi, così anche quando mi sono ispirata all’Urlo di Munch. Ho adottato e trasformato nelle mie opere questi riferimenti più per quello che esprimono che sul piano artistico. Sono opere famose nel mondo che, pur realizzate decenni, o quasi un secolo fa, sono ancora attuali e purtroppo rappresentano situazioni per le quali c’è ancora bisogno di quel tipo di manifestazioni espressive.

Lei è finita in carcere per aver fatto un disegno. Che cosa c’è di tanto spaventoso in un disegno per le autorità turche? Perché temono tanto l’arte?
Hanno avuto paura perché la foto di quegli attacchi, a cui si è ispirato il mio disegno, è stata scattata dai militari, mostrata nei media principali, i media ufficiali, come la foto della vittoria. Quando ho fatto il disegno della stessa situazione ho mostrato la distruzione, ho disegnato e illustrato la stessa immagine ma da dentro, dal lato di qualcuno che era vittima di ciò che era rappresentato – dall’altra parte – come una vittoria. È come se avessi tenuto uno specchio davanti a loro. È come se si facesse un discorso democratico, dando un’immagine pulita, senza fare vedere ciò che è stato fatto dietro. Allora ho messo uno specchio davanti ai loro discorsi e ho fatto vedere da dentro quello che realmente era accaduto, per questo hanno avuto così paura.

Lei ha pagato un prezzo altissimo alla libertà di espressione: tre anni di carcere, trascorsi in parte in un carcere di massima sicurezza. Dove ha trovato la forza di resistere e continuare la sua opera di artista?
Poiché sono stata arrestata a causa dell’arte, ho capito che era qualcosa che potevo fare. Quando ho disegnato il quadro per il quale sono stata arrestata, quello di Nusaybin, eravamo in una casa da cinque mesi, non potevamo uscire a causa del coprifuoco. Il disegno l’ho fatto con un’applicazione del telefono, il cellulare era caricato con un generatore perché non c’era la corrente. Forse anche per questo, una volta che sono entrata in carcere per me non è stato così drammatico riuscire a continuare a disegnare con mezzi limitati, era proprio così che ero riuscita a raggiungere un pubblico. Quando ho visto che quei disegni riuscivano ad avere una forte influenza e a raccogliere sostegno al di fuori del carcere, nell’opinione pubblica, ho continuato a farlo. Ho resistito in questa maniera.

Lei è un’artista famosa anche per il suo impegno politico e giornalistico: se potesse farlo, quale messaggio vorrebbe far giungere agli artisti, scrittori, intellettuali, giornalisti rinchiusi nelle carceri turche?
In carcere ho imparato molte cose, soprattutto dalle persone che erano con me, sia dal punto di vista artistico, sia da quello politico e femminista. Per me è stata come una scuola da cui sono uscita rinforzata. Tutto ciò che è accaduto ha dimostrato ancora una volta che tramite l’arte si possono buttare giù i muri. Questo voglio ricordare a chi è ancora in prigione. Col pensiero, con l’arte, si può raggiungere l’esterno.

Lei ha diretto un’agenzia di stampa di sole donne e in carcere ha collaborato con altre donne detenute: crede vi sia uno specifico femminile nella lotta per la libertà, la democrazia, la pace, la solidarietà?
Credo che senza la componente femminile la lotta sarebbe molto più oscura e stretta nella sua dimensione, quello che rende l’apporto femminile così importante è la fiducia, la fede, il credere. Sono vissuta lavorando cinque anni in un ambiente di guerra, di lotta, e ho visto – anche vivendo in carcere con loro – come le donne abbiano questo atteggiamento di fronte a qualunque cosa succeda loro, continuando a credere e a comportarsi come se non stesse accadendo nulla, pur essendo vittime delle peggiori tragedie. Pur avendo perso dei parenti, dei figli, riescono comunque a vedere l’orizzonte. Vorrei fosse chiaro che la fede di cui sto parlando non è una fede religiosa, è la fede nella propria forza, nel credere che ci sia un futuro. Vedere l’orizzonte è continuare a procedere verso la porta principale.

Oltre alla Francia e all’Italia, porterà il suo messaggio di libertà e pace in altri paesi?
Sì, in questo momento ci sono esposizioni in vari luoghi, negli Stati Uniti, a Washington, New York e in Svizzera. A febbraio ci sarà una mostra in Inghilterra. Ora vivo a Londra perché da lì ho ricevuto un invito, ma in realtà sono spesso in giro a presentare le mie opere. Soprattutto ho intenzione di costituire un atelier per sole donne e artiste in Rojava. Sto lavorando su questo, per continuare a diffondere queste esperienze di libertà e avere giorni migliori.

domenica 26 marzo 2017

un quadro che vale 2 anni e 9 mesi 22 giorni




(di carcere) è un quadro importante, pochi quadri valgono tanto, bisogna guardarlo con attenzione, studiarlo e diffonderlo, il giudice-perito che ha scelto un prezzo così alto sarà contento che tutti guardino un'opera così preziosa.


La giornalista Zera Doğan, che era stata rilasciata dal carcere chiuso di tipo E di Mardin il 9 dicembre 2016, è stata condannata a 2 anni e 9 mesi di carcere per aver condiviso le sue immagini disegnate a Nusaybin e di aver reso notizia gli appunti di Elif Akboğa di 10 anni.
Zehra Doğan, che era stata posta in detenzione il 23 luglio a Mardin e incarcerata con un processo pendente per “essere membro di una organizzazione illegale” e di “aver svolto propaganda per organizzazione illegale” sulla base di testimonianza di testimoni la cui identità è stata mantenuta riservata, era stata rilasciata dal carcere il 9 dicembre 2016 da parte del giudice in attesa di processo. Il processo a Zerha si è svolto oggi al tribunale penale di Mardin. Il processo è iniziato con l’identificazione.
Poi il difensore di Zehra ha affermato:” Non ci sono commenti nelle mie condivisioni sui social media. Ci sono solo condivisioni basate sulle notizie. Ho cercato di trovare le foto che avevo condiviso sui social media; tuttavia non ho potuto fare il login.  Ho postato le condivisioni, ma  non ho prodotto gli oggetti condivisi. Li ho condivisi a scopo di notizie. Chiedo il proscioglimento…



qui, qui e qui si era parlato di Zehra

mercoledì 19 ottobre 2016

Appello alla Commissione Europea per la liberazione di Zehra Doğan, e non solo



All'attenzione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza / Vicepresidente della Commissione europea, signora Federica Mogherini

Cara signora Mogherini, vice presidente / Alto rappresentante,
Zehra Dogan, pittrice e giornalista premiata per l'agenzia di stampa delle donne Jinha è sotto custodia cautelare dal 21 luglio. La data del processo è ancora sconosciuta dopo 2 mesi di reclusione.
Gli articoli e i quadri di Dogan sono usati come "prova di adesione al PKK" dalla magistratura, il che rende il suo caso unico nella storia della Turchia. Lei è l'unica pittrice in prigione accusata di terrorismo, a causa dei suoi dipinti. Due di quelle "prove di terrorismo "sono allegate alla fine di questo documento.
Dogan ha seguito il coprifuoco nella città di confine Nusaybin per 5 mesi, producendo dipinti e articoli sugli scontri tra l'esercito turco e il PKK. In un periodo nel quale i media turchi hanno riferito di rado le notizie provenienti dalla regione, i suoi dipinti da Nusaybin hanno ottenuto ampia diffusione sui social media.
"Come altri giornalisti della regione, ho scampato la morte in molte situazioni. una volta sono stata presa di mira da cecchini, altre volte la mia casa è stata bombardata e colpita da armi automatiche. Ho ricevuto molte minacce e insulti sul social media. E alla fine sono stata arrestato "dice Zehra Dogan, in una lettera che ha scritto dalla sua prigione al Parlamento europeo". “Oltre alle arbitrarie ispezioni corporali preso gli uffici della polizia, ho subito molestie verbali e insulti pesanti da parte della polizia e delle forze speciali. Mi è stato chiesto in continuazione “Perché fai la giornalista? Perché dipingi? Stai prendendo ordini dal PKK? "
Dogan è detenuta in una prigione sovraffollata. E 'stata portata in un reparto che aspits 30 persone, oltre la sua capacità. Dopo 2 mesi, ci sono più di 45 persone nel reparto di Dogan e la popolazione è in aumento ogni settimana. A causa del sovraffollamento i prigionieri sono costretti a tenere le porte e le finestre aperte, per poter respirare meglio, ma questo rende freddo carcere soprattutto nelle ultime settimane in cui le temperature iniziano a scendere.
"Mi sono ricordata la famosa citazione di Pablo Picasso quando la polizia mi ha chiesto se fossi stata a dipingere il quadro che raffigura la città distrutta di Nusaybin: un ufficiale nazista-agente gli chiese se lui avesse dipinto il quadro di Guernica e Picasso rispose: 'No, l'avete fatto voi'. Solo che il regime nazista non ha imprigionato Picasso, ma il regime  di Erdogan mi ha imprigionato ", ha detto Zehra Dogan al Parlamento europeo, "Ho cercato di fermare i cannoni puntati sulla mia gente, con il mio pennello e la penna. Siccome sono considerata una'terrorista' da parte del regime, devono essere considerato armi pennelli e penne. È stato lo stesso presidente Erdogan che ha definitoil libro di Ahmet Sik 'più pericoloso di una bomba', durante il suo discorso nel 2011 al Consiglio d'Europa, mentre difendere la detenzione dello scrittore. Io adesso sono in prigione, ma non dimenticate che ho ancola penna e pennelloI può essere imprigionato ora, ma non dimenticate che ho ancora il mio pennello e la mia penna! "
Zehra Dogan ha vinto molti premi per il suo giornalismo in Turchia, tra cui il prestigioso premio Metin Goktep per il giornalismo. I suoi quadri sono esposti in Turchia e Francia e stampati in molti altri paesi. Lei continua a dipingere e scrivere le storie delle donne in carcere.
Dogan è solo una dei giornalisti e artisti imprigionati. Ad esempio, Asli Erdogan, una scrittrice che ha vinto numerosi premi a livello nazionale ed internazionale,  è sotto custodia cautelare dalla fine di agosto. I suoi articoli sul giornale Ozgur Gundem sono utilizzati come prove dell’ "'appartenenza del PKK". Necmiye Alpay, una famosa linguista, è sotto la custodia cautelare dalla dalla fine di agosto. La settantenne linguista è accusata di essere un membro del PKK, perché è nel "Consiglio consultivo" del giornale Ozgur Gundem. Atilla Tas, vecchio politico del CHP e articolista del giornale di Meydan , è sotto custodia cautelare dall'inizio di settembre con l'accusa di essere un membro dell’organizzazione islamista Gulenista.
Secondo Reporters without Borders, la Turchia è diventata il leader mondiale, per quanto riguarda i giornalisti imprigionati, più di 120.
Il regime di Erdogan sta usando i poteri conferiti gli dallo stato di emergenza, dichiarato dopo il tentativo fallito di colpo di stato, per aumentare la pressione sulla stampa e voci indipendenti.
Due mesi fa, subito dopo il fallito tentativo di colpo di 45 giornali, 23 stazioni radio, 18 canali televisivi, 15 rivista, 29 case editrici e 3 agenzie sono state chiuse da parte dello Stato.
All'inizio di ottobre 12 canali televisivi e 11 stazioni radio che sono stati per lo più di sinistra, canali curdi o aleviti , sono stati chiusi da parte dello stato, lasciando 3.000 lavoratori dell’informazione disoccupati.
Il regime non solo opprime i media, ma anche molti altri elementi della società. I sindaci delle municipalità locali della regione kurda che sono stati eletti nelle elezioni amministrative sono stati sollevati dall’incarico, per decisione del governo turco. Circa 10.000 insegnanti, membri del sindacato dei lavoratori Egitim Sen (di sinistra),sono stati licenziati. Più di 3 mila accademici sono stati licenziati dai loro posti di lavoro presso le università, 234 di loro sono stati arrestati e 8 sono messi in detenzione preventiva.
Come parlamentari europei,  condanniamo questi atti di oppressione verso tutti gli oppositori. Siamo preoccupati della tendenza totalitaria in cui un uomo, il Presidente Recep Tayyip Erdogan, sta cercando di plasmare ogni aspetto dello stato e della società secondo i suoi obiettivi politici. Siamo solidali con il popolo turco, sia contro il tentativo di colpo di stato e anche contro le decisioni del regime. Esortiamo la Turchia . a revocare immediatamente lo stato di emergenza, a fermare le pressioni su stampa libera, a rilasciare Zehra Dogan e tutti i prigionieri giornalisti, artisti, politici e civili che non hanno legami con il tentativo di colpo di stato.
Ci appelliamo a lei, signora Mogherini, di intraprendere azioni positive a favore del le suddette personalità, nei vostri colloqui con le autorità turche.
Cordiali saluti.
da qui (traduzione mia)

ps: dalla Francia mandano cartoline a Zehra Doğan (http://www.kedistan.net/2016/10/15/cartes-postales-solidaires-zehra-dogan/)

lo facciamo anche noi?


ecco l'indirizzo:

Zehra Doğan
Mardin E Tipi Kadın Cezaevi
47100 Mardin Mardin TÜRKİYE

giovedì 13 ottobre 2016

Chiacchierando con Xerip, fixer* in Turchia


Ho avuto la fortuna di parlare con Xerip, fixer e giornalista, che ha anche girato recentemente un documentario, “Ne kuje” (Non uccidere), nella città di Silvan.
Xerip è di Silvan (nella provincia di Diyarbakir), una delle città nel mirino dell’esercito turco, una delle città sotto assedio, in questi mesi, come Cizre (vedi qui e qui, per esempio), e non solo, purtroppo.
Si tratta di città che hanno dichiarato l’autogestione dopo le elezioni del 7 giugno 2015 (vedi qui).
Dall’agosto del 2015 all’aprile del 2016 ci sono stati continui scontri, senza testimonianze di giornalisti stranieri, con numerosi morti e feriti, e anche qualche uccisione di massa. Anche sulla stampa turca se n’è parlato poco, pochi giornalisti erano lì, giornalisti curdi, soprattutto.
Fare il giornalista in Turchia è pericoloso, dice Xerip, sai che se non sei di quelli allineati rischi la galera, come è successo, recentemente, anche a Zehra Dogan.
Xerip ha conosciuto Zehra Dogan, sono stati compagni all’università, ricorda bene di aver ricevuto spesso suoi disegni, che a volte erano come articoli, senza parole raccontava quello che vedeva e sentiva.
In Turchia attualmente sono imprigionati più di cento giornalisti (come Narin Capan, sempre di Silvan). almeno 50 mezzi d’informazione sono stati chiusi dopo il fallito colpo di stato, e anche questo è parte della strategia della paura di Erdogan, spaventare e punire, poi la paura spingerà sempre più all’obbedienza.
Erdogan ormai è l’uomo solo al comando, gli manca solo scettro perché la Turchia diventi anche formalmente una monarchia.
Infine Xerip racconta cosa succede ai puffi in Turchia, semplicemente sono stati eliminati dalla televisione che trasmette i cartoni animati in curdo pe ri bambini curdi (leggi qui); forse, dice Xerip, quei personaggi di montagna, dal colore strano, che si riuniscono interno a un fuoco, discutono e decidono qualcosa nascondono un messaggio subliminale, quei puffi sono curdi e quelle riunioni intorno al fuoco invitano al comunitarismo democratico.


*fixer = guida e/o giornalista del luogo che accompagna i giornalisti stranieri

giovedì 29 settembre 2016

Zehra Doğan in galera



Il nostro alleato turco svuota le prigioni dai delinquenti per mettere gli oppositori.
Un modello per i nostri governi europei?

La pittrice e giornalista turca Zehra Doğan arrestata, di Helen Stoilas*
L'artista e giornalista turca Zehra Doğan è tra gli arrestati questa settimana nel giro di vite del presidente Tayyip Erdogan dopo il colpo di stato militare fallito. Mercoledì 27 luglio, oltre a chiudere tre agenzie di stampa, 16 canali televisivi, 45 giornali, 15 riviste e 29 case editrici, secondo i dati ufficiali del governo, 47 giornalisti sono stati arrestati dalla polizia.
Negli ultimi cinque mesi, Doğan, che è il direttore del l'agenzia di stampa femminista Jinha, ha fatto reportages e ha dipinto dal quartiere Nusaybin della provincia di Mardin, una regione in gran parte kurda in cui è stato recentemente imposto un rigido coprifuoco. Secondo i suoi amici su Facebook, è stata arrestata dalla polizia mentre stava seduto in un caffè.
Giovedi, 21 luglio. Doğan è stata portato in tribunale, sulla base di una testimonianza anonima, l’ha descritta e identificata come "una signora minuta con un anello al naso" - Doğan è stata accusato di essere un "membro di un'organizzazione illegale", secondo l’agenzia Jinha.
La sua arte e la scrittura sono state usate contro di lei dalla procura come prova della sua appartenenza al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un gruppo di sinistra militante che si batte per i diritti dei curdi in Turchia, che il governo ha etichettato come "organizzazione terroristica". La corte ha stabilito che deve essere tenuta in custodia in attesa del processo, che potrebbe richiedere mesi.
"L'arte e dipinti non possono mai essere utilizzati in tal modo," l'avvocato di Doğan, Asli Pasinli, ha detto ai media dopo il suo arresto. "Questo è un attacco all’arte e all’espressione artistica."
*(traduzione mia)

Zehra Dogan: “…è la mia mano che tiene il pennello!” (Free Collective)
Zehra Dogan, giornalista e artista, incarcerata per il suo lavoro di informazione e denuncia sul regime oppressivo turco che la ragazza raccontava attraverso i servizi e i suoi dipinti.
Negli anni Zehra, attraverso la copertura di notizie offerta e il suo tocco artistico, ha riportato la realtà di città assediate come Cizre, Derik, Dargetic e Nusaybin, ritraendo la devastazione portata dai conflitti, la disperazione di mamme che cercano di recuperare i figli minori e le urla delle donne.
Zehra, dopo essere stata arrestata proprio nella città di Nusaybin, in attesa di essere processata per aver mostrato al mondo la realtà dei fatti, ha diffuso una lettera attraverso la quale traspare tutto il coraggio di chi non si piega alle discriminazioni e alle violenze subite da tutta la vita, esprimendo la ferma volontà di continuare la lotta anche dall’interno di uno dei simboli dell’oppressione.
Ho sempre cercato di esistere attraverso i miei dipinti, le mie notizie, e la mia lotta come una donna. Ora, anche se sono intrappolata tra le quattro mura, io continuo a pensare che ho fatto assolutamente il mio dovere in pieno. In questo paese, buio come la notte, dove tutti i nostri diritti sono stati incrociati con sangue rosso, sapevo che stavo per essere imprigionata.
Voglio ripetere l’insegnamento di Picasso: pensi davvero che un pittore è semplicemente una persona che usa il suo pennello per dipingere insetti e fiori? Nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori. Nemmeno i soldati nazisti hanno cercato Picasso a causa dei suoi dipinti, e tuttavia io sono a giudizio a causa dei miei disegni.
Terrò disegno. Quando una donna rilascia fiumi di colori, è possibile lasciare la prigione. Ma sono solo pennellate …. Non dimenticate mai, è la mia mano che tiene il pennello!

parla Zehra Dogan, alla consegna di un premio (solo per chi sa il turco):

ecco alcuni suoi quadri, arte degenerata secondo la procura, da mettere in galera anche loro, e buttare la chiave ("La corte ha stabilito che Zehra Doğan deve essere tenuta in custodia in attesa del processo, che potrebbe richiedere mesi")