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sabato 15 novembre 2025

Russofobia. Russofilia. Verità

 



La diretta dell’incontro “Russofobia. Russofilia. Verità”. Previsto inizialmente al Polo del ‘900, luogo simbolo della Resistenza torinese, il dibattito si tiene al circolo Arci “La Poderosa”, dopo le polemiche sollevate da Europa Radicale e rafforzate da politici nazionali come l’eurodeputata del Pd Pina Picierno e il leader di Azione Carlo Calenda. L’annullamento è stato avallato anche dal sindaco di Torino Stefano Lo Russo. I relatori sono il giornalista Vincenzo Lorusso, lo storico Angelo D’Orsi, insieme ad Alessandro Di Battista e Moni Ovadia.



QUI si si può vedere e ascoltare l'incontro


sabato 12 ottobre 2024

Il 7 ottobre: difendere il diritto contro la forza - Angelo d’Orsi

 

Nell’anno 416 a.C. una enorme flotta ateniese  (38 navi, con oltre tremila soldati), si presentò davanti al porto di Melo (oggi Milo, o Mylos), isolotto delle Cicladi, fino ad allora neutrale nello scontro fra Sparta e Atene. Dalla nave ammiraglia scesero ambasciatori che senza tanti giri di frasi misero i capi dell’isola davanti a una secca alternativa: porre fine alla neutralità, schierandosi con Atene, ossia sottomettendosi, oppure accettare di essere distrutti. I capi del Melii si appellarono al diritto (oggi aggiungeremmo “internazionale”) , tentando di respingere quell’aut aut. In risposta, gli Ateniesi li invitarono beffardamente a prendere atto dei rapporti di forza. Era inutile che i Melii si appellassero alla giustizia, o all’aiuto degli Dei dell’Olimpo (i quali, a detta degli ateniesi, usavano anch’essi il metro di giudizio della forza) , o anche al sostegno di Sparta  (che non si sarebbe impicciata, come in effetti fu).

I Melii, dopo aver invano scongiurato gli Ateniesi di rinunciare a punire la popolazione (inerme e innocente), decisero di resistere, salvando l’onore dell’isola, ma non la vita dei suoi abitanti, i quali  infatti vennero massacrati o ridotti in schiavitù, e l’isola saccheggiata e devastata, anche se per gli Ateniesi, pur di tanto superiori sul piano militare, l’impresa non fu affatto agevole, come avevano immaginato.

Proviamo ad attualizzare il racconto di Tucidide. Nelle cosiddette “nuove guerre” il tratto caratterizzante è la sproporzione delle forze: sono le “guerre ineguali” o asimmetriche. Ebbene, il genocidio in corso a Gaza, ma anche quello più sotto traccia nei Territori Occupati (la Cisgiordania), e i connessi omicidi di massa in Libano, con estensioni alla Siria, e via seguitando, sappiamo essere qualcosa che per la disparità dei mezzi militari, economici e propagandistici chiamiamo guerra asimmetrica, guerra “posteroica”. Che eroismo ci può essere quando dall’alto dei cieli o di lontano vengono scagliati migliaia di ordigni su una popolazione inerme e innocente? Che razza di guerra può mai essere quella in cui missili e bombe distruggono sistematicamente palmo a palmo un territorio, a tal punto che anche se i bombardamenti cessassero oggi, occorrerebbero anni e anni e anni, e miliardi di dollari per una ricostruzione, che di fatto è impossibile. L’Atene di oggi (non per la cultura, ma solo per la forza), Tel Aviv, non può accettare ribellioni al suo strapotere, anche se si sta accorgendo che sconfiggere Hamas (non parliamo di Hezbollah, molto più forte), da una parte implica uno sforzo che non era stato messo in conto, dall’altra produce un massacro indiscriminato di persone, a cominciare dalle più fragili: bambini, anziani, donne. Israele fa strame del diritto internazionale, proprio come gli Ateniesi con i Melii. La logica a cui si ispirano Nethanyau e i suoi complici rovescia qualsiasi civiltà giuridica, fondata sul principio che la forza nasce dal diritto, e mette davanti agli occhi del mondo il tremendo assioma che è il diritto ad essere subordinato alla forza. Quando qualcuno si comporta così, quando si mostrano i muscoli, e li si usa, per sostenere di aver ragione, quando si ricorre all’uso della forza a prescindere dalla legge, ossia non c’è più la legalità (nella quale è contemplato l’uso della violenza, ma appunto secondo la legge), ma soltanto la cieca violenza, si agisce secondo il principio che possiamo chiamare del “prepotente”. Che è colui che (copio dal Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia) “in contrasto e con danno della volontà, dell’interesse e dei diritti altrui, fa prevalere i propri ricorrendo alla forza, alla prevaricazione, all’offesa”.

Ecco, Israele da anni aspetta di impadronirsi delle misere frattaglie territoriali rimaste ai palestinesi, e con il pretesto del 7 ottobre (la cui spiegazione è sempre più distante da quella ufficiale, basti leggere il libro di Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Fazi Editore), sta usando la cieca forza in una misura che mai si era vista nel mondo dopo il 1945. Nessuna legge viene rispettata, né quelle umane, né quelle divine, potremmo dire, calandoci nell’antica Grecia: e Sparta, come oggi la cosiddetta “comunità internazionale”, non si impiccia, mentre gli dei (i potenti di oggi), condividono l’efferato principio della legge del più forte.

Forse è giunto il momento che i teorici del diritto internazionale, i paladini della legalità, i liberali e i democratici che respingono l’idea di un mondo fondato sulla prepotenza del forte ai danni del debole, coloro che continuano a ritenere che persino in guerra vadano rispettate delle norme e delle regole (come ci ha insegnato fin dal 1625 Ugo Grozio), ebbene tutti costoro dovrebbero alzarsi in piedi e gridare il loro sdegno e obbligare i rispettivi governi ad agire per isolare quello di Tel Aviv, espellendolo da ogni consesso, interrompendo ogni aiuto militare ed economico, additandolo, nei secoli dei secoli, all’ignominia della storia. E se lo facessero oggi 7 ottobre, sarebbe anche più efficace, anche per contrastare una narrazione obbligata, che viene usata come grimaldello per scardinare il diritto (quello internazionale, e quello umanitario che ne è stato generato), violare la legge, e criminalizzare un intero popolo, e di conseguenza, coloro che si battono per la sua liberazione.

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venerdì 5 gennaio 2024

Non in nostro nome

articoli, video, immagini di Andrea Catone, Angelo D’Orsi, Fabio Marcelli, Gaza,Vincenzo Barone,Patrizia Cecconi,Chris Hedges, Mr Fish, Lina Abojaradeh,Michele Santoro, Gaetano Colonna, Belisario, Giacomo Gabellini,Geminello Preterossi, Enrico Campofreda



Non in nostro nome: Lettera aperta al presidente Sergio Mattarella

Ebbene, in piena coscienza, e con il massimo rispetto per la carica che Ella riveste, noi sottoscritti ci permettiamo di osservare e di comunicarLe che Ella ha parlato non in nostro nome.

 Signor Presidente, 

noi sottoscritti cittadini e cittadine Suoi connazionali, impegnati nel mondo della cultura, dell’insegnamento, dell’associazionismo, ci permettiamo di ricordarLe la situazione in atto in Palestina: circa 30.000 vittime civili a Gaza, senza contare i presumibili 10.000 sotto le macerie. 70.000 feriti che non possono essere adeguatamente curati in ospedali distrutti da Israele.
1000 bambini che hanno perso uno o entrambi gli arti inferiori o superiori.
90% degli edifici rasi al suolo: “non è rimasto brandello di muro”, dichiarano i pochi osservatori ONU rimasti sul campo.


Una economia, una società, un paesaggio annichilati.
Oltre 2 milioni di persone sono senza un tetto, né acqua, né cibo, né medicinali, né carburanti, e sono spinte dall’esercito israeliano in una piccola sacca a Gaza sud, che peraltro continua ad essere bombardata.


Intanto si susseguono dichiarazioni di governanti israeliani sulla necessità di espellere dal territorio di Gaza i palestinesi sopravvissuti, e sul progetto di ricolonizzazione di Gaza da parte dei coloni israeliani, mentre addirittura si pubblicano annunci di lussuosi villaggi turistici da costruire sulle macerie e sui corpi insepolti della popolazione palestinese.


In Cisgiordania (secondo l’ONU, “Territori Occupati”) gli oltre 700.000 coloni israeliani, che hanno occupato illegalmente il territorio e rendono molto problematica, per non dire impossibile, la soluzione “due popoli, due Stati”, spalleggiati dall’esercito di Israele attaccano quotidianamente e uccidono i contadini palestinesi, compresi donne, anziani, adolescenti.
Israele ha ucciso 138 funzionari dell’ONU e continua a bombardare i convogli dell’agenzia per i rifugiati dell’ONU. Colpisce le ambulanze che trasportano i feriti.


Cattura, e umilia denudandoli e ingiuriandoli, centinaia di cittadini colpevoli semplicemente di essere palestinesi.
Israele ha trucidato un centinaio di giornalisti e fotografi nell’esercizio del loro lavoro.

Il segretario generale dell’ONU Guterres ha denunciato ripetutamente la “catastrofe umanitaria”, l’Assemblea generale dell’ONU approva la risoluzione che chiede l’immediato cessate il fuoco.Alcuni stati, come il SudAfrica deferiscono Israele alla Corte penale internazionale per violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario e di fronte alla Corte internazionale di giustizia per genocidio. Migliaia chiedono alla Corte penale internazionale di arrestare, giudicare e condannare Netanyahu e la cupola politicomilitare israeliana per questi motivi. Altri Paesi della UE annunciano varie azioni contro Israele, mentre il nostro governo appare silente o complice dei crimini in corso.

Quando l’Armata Rossa sovietica liberò Auschwitz il 27 gennaio 1945 e vennero alla luce gli orrori della Shoah, alcuni giustificarono il loro silenzio e la loro inazione dicendo di ignorare cosa stesse accadendo nei lager nazisti. Oggi assistiamo in diretta alla pulizia etnica e all’olocausto del popolo palestinese. Nessuno può dire “non so”.


È per noi grave che Ella nel Suo messaggio riduca il genocidio in corso a “un’azione militare [di Israele] che provoca anche [evidenziazione nostra] migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti”. Nient’altro. Ella, Signor Presidente, avrebbe potuto, e riteniamo dovuto, riprendere le dichiarazioni del segretario dell’Onu, le risoluzioni dell’Assemblea generale e levare una voce per l’immediato cessate il fuoco in Palestina. Come anche alcuni leader europei hanno chiesto.

Ella, invece, ha taciuto, Signor Presidente.

Nelle sue parole il genocidio del popolo palestinese in corso (è la definizione dello storico israeliano Ilan Pappé, costretto ad abbandonare il suo paese e la sua università per le minacce di cui è stato oggetto) è stato ridotto alla reazione israeliana “che provoca anche migliaia di vittime civili”. Durante la Resistenza antifascista i massacri operati dai nazifascisti si chiamavano “rappresaglia”; alle Fosse Ardeatine i nazisti applicarono la formula del “10 italiani per un tedesco”. La rappresaglia di Israele (se di rappresaglia si può parlare e non di un piano preordinato di svuotare Gaza della popolazione palestinese e riportarla sotto il diretto controllo israeliano) supera di molto il criterio nazista delle Fosse Ardeatine.

Tra l’altro, Ella evita di dare un nome al popolo vittima del massacro: nel Suo discorso sono “moltitudini di persone”. NO, non sono “moltitudini”, “volgo disperso che nome non ha”: è il popolo palestinese che subisce da 75 anni l’occupazione di Israele, è il popolo che si oppone e resiste all’occupazione, come fecero i nostri patrioti nel Risorgimento e i partigiani nella Resistenza antinazifascista italiana.


Ella dice che i giovani vanno educati alla pace, ma non si educa se non si compie un’operazione di verità, e la verità non è solo non dire il falso, ma dare un quadro completo delle cose. Il Suo discorso – un discorso ufficiale, a reti televisive unificate a tutto il Paese – per quel che dice e per quello che NON dice, viola i principi cui pure Ella dichiara di ispirarsi, non educa alla verità, né alla giustizia, in difesa morale di ogni popolo oppresso.


La parte del Suo discorso dedicata al conflitto in Medio Oriente è in definitiva schiacciata sulla politica bellicistica e disumana del governo di Israele, che annuncia un 2024 di guerra. Legando mani e piedi il nostro Paese alla politica oltranzista di Israele, Ella rompe con quella politica mediterranea di apertura ed equilibrio con i paesi arabi e di riconoscimento delle ragioni del popolo palestinese, promossa tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso da statisti come Moro, Andreotti, Craxi, o da un sindaco eccezionale testimone di pace e costruttore di ponti fra i popoli, come Giorgio La Pira.

Il Suo discorso, Signor Presidente, non è solo un inaccettabile silenzio sul genocidio palestinese in corso, è anche un tradimento della storia italiana, e un colpo ai nostri interessi nazionali.

Ebbene, in piena coscienza, e con il massimo rispetto per la carica che Ella riveste, noi sottoscritti ci permettiamo di osservare e di comunicarLe che Ella ha parlato non in nostro nome.

 

Angelo D’Orsi, Torino; già Ordinario di Storia del pensiero politico, Universita degli Studi di Torino, Direttore di “Historia Magistra. Rivista di storia critica” e di “Gramsciana. Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci”.

Fabio Marcelli, Roma, giurista, copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia

Andrea Catone, Bari, direttore editoriale edizioni Marx Ventuno

 

Inviare firme di adesione a:

italiapalestina2024@gmail.com

e in copia a segreteria@invictapalestina.org

indicando Nome Cognome – attività – città

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Il Genocidio di Israele tradisce l’Olocausto - Chris Hedges

Oscurando e falsificando gli insegnamenti dell’Olocausto perpetuiamo il male che lo ha definito.

 

Il piano generale Lebensraum (Spazio Vitale) di Israele per Gaza, preso a prestito dallo spopolamento nazista dei ghetti ebraici, è chiaro. Distruggere le infrastrutture, le strutture mediche e i servizi igienico-sanitari, compreso l’accesso all’acqua potabile. Bloccare le spedizioni di cibo e carburante. Scatenare la violenza di massa indiscriminata per uccidere e ferire centinaia di persone al giorno. Lasciamo che la fame, secondo le stime delle Nazioni Unite più di mezzo milione di persone stia già morendo di fame, e le epidemie di malattie infettive, insieme ai massacri quotidiani e allo sfollamento dei palestinesi dalle loro case, trasformino Gaza in un cimitero. I palestinesi sono costretti a scegliere tra la morte per bombe, malattie, freddo o fame o essere cacciati dalla loro Patria.

Presto si raggiungerà un punto in cui la morte sarà così onnipresente che la deportazione, per coloro che vogliono vivere, sarà l’unica opzione.

Danny Danon, ex ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite e stretto alleato del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha dichiarato alla radio israeliana Kan Bet di essere stato contattato da “Paesi dell’America Latina e dell’Africa che sono disposti ad accogliere i rifugiati dalla Striscia di Gaza”. “Dobbiamo rendere più facile per gli abitanti di Gaza partire verso altri Paesi”, ha detto. “Sto parlando della migrazione volontaria dei palestinesi che vogliono andarsene”.

Il problema per ora “sono i Paesi che sono disposti ad accoglierli, e stiamo lavorando su questo”, ha detto Netanyahu ai parlamentari del Likud.

Nel ghetto di Varsavia i tedeschi distribuivano tre chilogrammi di pane e un chilo di marmellata a chiunque si registrasse “volontariamente” per la deportazione. “Ci sono stati momenti in cui centinaia di persone dovevano aspettare in fila per diverse ore per essere deportate”, scrive Marek Edelman, uno dei comandanti della rivolta del Ghetto di Varsavia, in: “Il Ghetto di Varsavia Lotta”. “Il numero di persone ansiose di ottenere tre chilogrammi di pane era tale che i trasporti, che ora partono due volte al giorno con 12.000 persone, non potevano accoglierle tutte”.

I nazisti spedivano le loro vittime nei campi di sterminio. Gli israeliani spediranno le loro vittime in squallidi campi profughi in Paesi al di fuori di Israele. I vertici israeliani stanno anche pubblicizzando cinicamente la proposta di Pulizia Etnica come un gesto volontario e umanitario per risolvere la catastrofe che hanno creato.

Questo è il piano. Nessuno, specialmente l’amministrazione Biden, intende fermarlo.

La lezione più inquietante che ho imparato come corrispondente dai conflitti armati per due decenni è che tutti abbiamo la capacità, con poca difficoltà, di diventare volontariamente dei carnefici. Il confine tra vittima e carnefice è sottile come un rasoio. Le oscure concupiscenze della supremazia razziale ed etnica, della vendetta e dell’odio, dello sradicamento di coloro che condanniamo perché incarnano il male, sono veleni che non sono circoscritti dalla razza, dalla nazionalità, dall’etnia o dalla religione. Tutti possiamo diventare nazisti. Ci vuole pochissimo. E se non vigiliamo costantemente sul male, il nostro male, diventeremo, come coloro che hanno commesso le uccisioni di massa a Gaza: dei mostri.

Il grido di chi sta morendo sotto le macerie a Gaza è il grido dei ragazzi e degli uomini giustiziati dai serbi bosniaci a Srebrenica, del milione e mezzo di cambogiani uccisi dai Khmer Rossi, delle migliaia di famiglie Tutsi bruciate vive nelle chiese e delle decine di migliaia di ebrei giustiziati dagli Einsatzgruppen a Babi Yar in Ucraina. L’Olocausto non è una reliquia storica. Vive, in agguato nell’ombra, in attesa di innescare il suo feroce contagio. (Le Einsatzgruppen erano speciali reparti tedeschi, composti da uomini delle SS, della polizia e della Wehrmacht che operavano sotto il controllo di Reinhard Heydrich.)

Siamo stati avvisati. Raúl Hilberg. Primo Levi. Bruno Bettelheim. Hanna Arendt. Aleksandr Solženicyn. Comprendevano gli oscuri meandri dello spirito umano. Ma questa verità è amara e difficile da affrontare. Preferiamo il mito. Preferiamo vedere nella nostra specie, nella nostra razza, nella nostra etnia, nella nostra nazione, nella nostra religione, virtù superiori. Preferiamo santificare il nostro odio. Alcuni di coloro che hanno testimoniato questa terribile verità, tra cui Levi, Bettelheim, Jean Améry, l’autore di “Ai Limiti della Mente: Contemplazioni di Un Sopravvissuto su Auschwitz e le Sue Realtà” e Tadeusz Borowski, che ha scritto: “Signore e Signori, Da Questa Parte Per le Camere a Gas”, si sono suicidati. Il drammaturgo e rivoluzionario tedesco Ernst Toller, incapace di risvegliare un mondo indifferente per assistere le vittime e i profughi della guerra civile spagnola, si impiccò nel 1939 in una stanza del Mayflower Hotel di New York. Sulla scrivania della sua stanza c’erano foto di bambini spagnoli morti.

“La maggior parte delle persone non ha immaginazione”, scrive Toller. “Se potessero immaginare le sofferenze degli altri, non li farebbero soffrire così. Che cosa distingue una madre tedesca da una madre francese? Slogan che ci hanno assordato al punto da non farci sentire la verità”.

Primo Levi si scagliò contro la narrazione falsa e moralmente edificante dell’Olocausto che culmina nella creazione dello Stato di Israele, una narrazione abbracciata dal Museo dell’Olocausto di Washington D.C. La storia contemporanea del Terzo Reich, scrive, potrebbe essere “riletta come una guerra contro la memoria, una falsificazione orwelliana della memoria, falsificazione della realtà, negazione della realtà”. Si chiede se “noi che siamo tornati” siamo stati “in grado di capire e far capire agli altri la nostra esperienza”.

Levi ci vedeva riflessi in Chaim Rumkowski, il collaboratore nazista e tiranno dispotico del ghetto di Łódź. Rumkowski vendette i suoi compagni ebrei per privilegi e potere, anche se fu mandato ad Auschwitz con l’ultimo trasporto dove il Sonderkommando ebraico, prigionieri costretti ad aiutare le vittime nelle camere a gas e a smaltire i loro corpi, in un atto di vendetta, secondo quanto riferito, lo picchiarono a morte fuori da un crematorio.

“Siamo tutti Rumkowski”, ci ricorda Levi. “La sua ambiguità è la nostra, è la nostra seconda natura, noi ibridi plasmati dall’argilla e dallo spirito. La sua frenesia è la nostra, la frenesia della civiltà occidentale, che scende agli inferi con trombe e tamburi, e i suoi miseri ornamenti sono l’immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale”. Noi, come Rumkowski, “siamo così accecati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra essenziale fragilità. Volenti o nolenti facciamo i conti con il potere, dimenticando che siamo tutti nel ghetto, che il ghetto è murato, che fuori dal ghetto regnano i signori della morte, e che lì vicino c’è il treno che aspetta”.

Levi insiste sul fatto che i campi “non potevano essere ridotti ai due blocchi di vittime e carnefici”. Egli sostiene: “È ingenuo, assurdo e storicamente falso credere che un sistema infernale come il nazionalsocialismo santifichi le sue vittime; anzi; le svilisce, le fa somigliare a sé stesso”. Racconta quella che ha definito la “Zona Grigia” tra corruzione e collaborazione. Il mondo, scrive, non è bianco e nero, “ma una vasta zona di coscienze grigie che si frappone tra i fautori del male e le vittime innocenti”. Abitiamo tutti in questa Zona Grigia. Tutti noi possiamo essere indotti a diventare parte dell’apparato di morte per ragioni futili e ricompense irrisorie. Questa è la terrificante verità dell’Olocausto.

È difficile non essere cinici di fronte alla moltitudine di corsi universitari sull’Olocausto, data la censura e il divieto di gruppi come Students for Justice in Palestine (Studenti per la Giustizia in Palestina) e Jewish Voices for Peace (Voci Ebraiche per la Pace), imposti dalle amministrazioni universitarie. Che senso ha studiare l’Olocausto se non per capire la sua lezione fondamentale: quando si ha la capacità di fermare il Genocidio e non lo si fa, si è colpevoli? È difficile non essere cinici sugli “interventisti umanitari”: Barack Obama, Tony Blair, Hillary Clinton, Joe Biden, Samantha Power, che parlano in rime ipocrite circa la “responsabilità di proteggere” ma tacciono sui crimini di guerra quando parlare apertamente minaccerebbe il loro status e la loro carriera. Nessuno degli “interventi umanitari” da loro sostenuti, dalla Bosnia alla Libia, si avvicina a replicare le sofferenze e i massacri di Gaza. Ma difendere i palestinesi ha un costo, un costo che non intendono pagare. Non c’è nulla di morale nel denunciare la schiavitù, l’Olocausto o i regimi dittatoriali che si oppongono agli Stati Uniti. Tutto ciò significa che si difende la narrativa dominante.

L’universo morale è stato capovolto. Coloro che si oppongono al Genocidio sono accusati di sostenerlo. Si dice che coloro che compiono il Genocidio abbiano il diritto “all’autodifesa”. Porre il veto al cessate il fuoco e fornire a Israele bombe da 2.000 libbre (900 kg) che lanciano frammenti di metallo per centinaia di metri è la strada verso la pace. Rifiutarsi di negoziare con Hamas libererà gli ostaggi. Bombardare ospedali, scuole, moschee, chiese, ambulanze e campi profughi, insieme all’uccisione di tre ostaggi israeliani, a torso nudo, che sventolano una bandiera bianca improvvisata e invocano aiuto in ebraico, sono normali atti di guerra. Uccidere oltre 21.300 persone, tra cui più di 7.700 bambini, ferirne oltre 55.000 e rendere sfollati quasi tutti i 2,3 milioni di persone che vivono a Gaza, è un modo per “deradicalizzare” i palestinesi. Niente di tutto ciò ha senso, come si rendono conto i manifestanti di tutto il mondo.

Un nuovo mondo sta nascendo. È un mondo in cui le vecchie regole, spesso onorate nella violazione che nell’osservanza, non contano più. È un mondo in cui vaste strutture burocratiche e sistemi tecnologicamente avanzati realizzano davanti al pubblico vasti progetti di sterminio. Le nazioni industrializzate, indebolite, timorose del caos globale, stanno inviando un messaggio minaccioso al Sud del Mondo e a chiunque possa pensare alla rivolta: vi uccideremo senza riserve.

Un giorno saremo tutti palestinesi.

“Temo che viviamo in un mondo in cui la guerra e il razzismo sono onnipresenti, in cui i poteri di mobilitazione e legittimazione del governo sono potenti e crescenti, in cui il senso di responsabilità personale è sempre più attenuato dalla specializzazione e dalla burocratizzazione, e in cui un gruppo di pari esercita enormi pressioni sul comportamento e stabilisce norme morali”, scrive Christopher R. Browning in Ordinary Men (Uomini Comuni), a proposito di un battaglione di polizia riservista tedesco nella Seconda Guerra Mondiale che alla fine fu responsabile dell’assassinio di 83.000 ebrei. “In un mondo del genere, temo, i governi moderni che desiderano commettere omicidi di massa raramente falliranno nei loro sforzi per non essere in grado di indurre uomini comuni a diventare volontariamente i loro esecutori”.

Il male è mutevole. Trova nuove forme e nuove espressioni. La Germania orchestrò l’assassinio di sei milioni di ebrei, nonché di oltre sei milioni di zingari, polacchi, omosessuali, comunisti, testimoni di Geova, massoni, artisti, giornalisti, prigionieri di guerra sovietici, persone con disabilità fisiche e intellettuali e oppositori politici. Subito dopo la guerra ha deciso di espiare i suoi crimini. Ha abilmente trasferito il suo razzismo e la sua demonizzazione sui musulmani, mantenendo la supremazia razziale saldamente radicata nella psiche tedesca. Allo stesso tempo, la Germania e gli Stati Uniti riabilitarono migliaia di ex nazisti, soprattutto provenienti dai servizi segreti e dalla comunità scientifica, e fecero poco per perseguire coloro che avevano diretto i crimini di guerra nazisti. La Germania oggi è il secondo più grande fornitore di armi di Israele dopo gli Stati Uniti.

La presunta campagna contro l’antisemitismo, interpretata come qualsiasi dichiarazione critica nei confronti dello Stato di Israele o che denuncia il Genocidio, è in realtà la difesa del Potere Bianco. È per questo che lo Stato tedesco, che ha di fatto criminalizzato il sostegno ai palestinesi, e i suprematisti bianchi più radicali negli Stati Uniti, giustificano il massacro. Il lungo rapporto della Germania con Israele, compreso il pagamento di oltre 90 miliardi di dollari (81,4 miliardi di euro) dal 1945 in risarcimenti ai sopravvissuti all’Olocausto e ai loro eredi, non riguarda l’espiazione, come scrive lo storico israeliano Ilan Pappé, ma il riscatto.

“L’argomento a favore di uno Stato Ebraico come compensazione per l’Olocausto era un argomento potente, così potente che nessuno ascoltò il rifiuto totale della soluzione delle Nazioni Unite da parte della stragrande maggioranza del popolo palestinese”, scrive Pappé. “Ciò che emerge chiaramente è un desiderio europeo di espiazione. I diritti fondamentali e naturali dei palestinesi dovrebbero essere messi da parte, sminuiti e dimenticati del tutto in nome del perdono che l’Europa stava cercando dal neonato Stato Ebraico. Era molto più facile riparare al male nazista nei confronti del movimento sionista che affrontare gli ebrei del mondo in generale. Era meno complesso e, cosa più importante, non comportava il confronto con le stesse vittime dell’Olocausto, ma piuttosto con uno Stato che pretendeva di rappresentarle. Il prezzo di questa espiazione più conveniente è stato quello di derubare i palestinesi di ogni diritto fondamentale e naturale di cui disponevano e di permettere al movimento sionista di effettuarne la Pulizia Etnica senza timore di alcun rimprovero o condanna”.

L’Olocausto è stato utilizzato come arma fin dal momento stesso in cui è stato fondato Israele. È stato snaturato per servire lo Stato dell’Apartheid. Se dimentichiamo le lezioni dell’Olocausto, dimentichiamo chi siamo e cosa siamo capaci di diventare. Cerchiamo il nostro valore morale nel passato, piuttosto che nel presente. Condanniamo gli altri, compresi i palestinesi, a un ciclo infinito di massacri. Diventiamo il male che condanniamo. Consacriamo l’orrore.

Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell’Ufficio per il Medio Oriente e dell’Ufficio balcanico per il giornale. In precedenza ha lavorato all’estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello spettacolo RT America nominato agli Emmy Award On Contact.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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venerdì 16 giugno 2023

Rutto nazionale



Silvio Berlusconi, il corruttore - Angelo d’Orsi

“Un fenomeno di folklore paesano, destinato a passare alle storie nell’ordine delle diverse maschere provinciali italiane più che nel l’ordine dei Cromwell, dei Bolivar, dei Garibaldi”.

Con queste parole, Antonio Gramsci, nell’agosto 1924, dipingeva Benito Mussolini, naturalmente, ma sono parole che possono identificare a pieno Silvio Berlusconi. Il duce trascinò il paese verso la catastrofe, da cui esso è poi faticosamente, dolorosamente rinato grazie all’impegno, l’abnegazione e le sofferenze di decine di migliaia di antifascisti, e dal ’43 al ’45 di migliaia di partigiani. Berlusconi non ci ha portato in guerra, ma ha corrotto l’anima di questo paese, una colpa non meno grave. In sintesi, Silvio Berlusconi era un corrotto che ha passato la sua esistenza a corrompere. Certo, ha creato, ha costruito, ha vinto, in tanti campi, ma sempre con il sistema della corruzione, che esaltava la sua indubbia capacità “creativa”, fino all’estrema spregiudicatezza.

Si potrebbe tuttavia osservare che per ogni corruttore esiste qualcuno disposto a lasciarsi corrompere, per ogni compratore c’è chi – uomo o donna – è pronto a vendersi. In fondo Berlusconi, con le sue mille attività (dall’edilizia ai media, dalla finanza al calcio), tutte ai confini della legalità, e spesso fuori da quei confini, ha sollecitato gli istinti peggiori del popolo italiano. Così come ha “sdoganato” il neofascismo, Berlusconi ha sdoganato parimenti la tendenza nascosta di larga parte degli italiani alla illegalità, e ha trasformato in virtù i peggiori vizi nazionali, dall’evasione fisale, teorizzata ancor prima che praticata, al maschilismo, dal sessismo al razzismo, dalla insofferenza per le regole e le norme all’esasperato individualismo, dal servilismo all’opportunismo, e così via: quello di Berlusconi è un classico esempio (per servirsi ancora di Gramsci) di “sovversivismo delle classi dirigenti”.

Con lui, l’illegalità è assurta a illegalismo, come una vera e propria dottrina non soltanto politica, ma esistenziale: i rapporti con “Cosa nostra” diventano leciti; la compravendita di politici e magistrati prassi normale; l’uso (teorizzato, ostentato e praticato) delle donne come oggetti sessuali viene presentato alla stregua di un gioco divertente che suscita ammirazione; l’affarismo spregiudicato una pratica inevitabile e persino necessaria, il denaro teorizzato come un metro per tutte le cose; la ricchezza esagerata, il lusso ostentato, oltre ogni limite, il pansessualismo cinico e volgare, sono proposti come obiettivi che tutti devono perseguire a costo di sentirsi esclusi dalla comunità nazionale, diventando dei paria, dei reietti, degli esclusi, ossia la base antropologica dei “comunisti”, che, nella narrazione tossica berlusconiana, sono mossi da “invidia”, che nasce dalla loro impotenza a diventare ricchi, in sintesi. Vorrebbero, ma non possono; e dunque “odiano”. Il lessico sentimentale, accanto a quello calcistico, sono state le due grandi innovazioni introdotte nel discorso politico da Berlusconi, divenuto leader di Forza Italia.

Quando Berlusconi ascese per la prima volta al governo della nazione, tuonò contro “i lacci e lacciuoli” che impediscono di governare, promettendo (meglio: minacciando) di eliminarli, in nome di efficienza e funzionalità, ossia di quella sciagurata “governabilità” che era stata la chiave di volta del potere di Bettino Craxi, grande sponsor politico di Silvio Berlusconi. In realtà, con quella espressione, il “Cavaliere” (era stato insignito del titolo giovanissimo, per avere edificato “Milano 2”), si riferiva a un ambito assai più ampio: stava annunciando che avrebbe governato al di fuori (ossia al di sopra, nel suo egotismo bonapartistico) delle leggi. Tutto diveniva lecito, in nome della “libertà”: è significativo che molti commentatori berlusconiani abbiano ripreso e rilanciato questo concetto, nelle ore successive alla ferale notizia. Libertà in tutto, di fare tutto, di creare e distruggere, di appropriarsi qualunque oggetto del desiderio, palese o oscuro, con qualsiasi mezzo; anche quando si trattava di donne belle e impossibili, che per il Cav dovevano diventare possibili; anche quando si trattava della casa editrice di cultura, fondata da Giulio Einaudi, o della “grande” editrice generalista Mondadori: in fondo la conquista di una bella donna o di un editore importante (grande o piccolo, purché degni di attenzione), erano obiettivi particolarmente desiderabili per il miliardario che voleva ostentare una cultura che non possedeva, per il maschio privo di attrattive  fisiche, a cui sopperiva con assegni e gioielli e villette in grazioso omaggio, che finivano per renderlo “attraente”, più del rialzo delle scarpe o del capello tristemente catramato sul cranio. La casa dello Struzzo o la “biondona mozzafiato” erano per lui medaglie da appuntarsi sul petto, elementi che conferivano prestigio al Berlusconi conquistador, nella sua psiche malata. Non so se avesse in animo di comprarsi anche la Ferrari (la casa automobilistica di Maranello, non una vettura!), ma certo sapeva che non era in vendita, per la medesima ragione per la quale lui avrebbe potuto desiderarla: era un brand.

Aveva annunciato la “rivoluzione liberale” (povero Gobetti!), ma sebbene sia stato il più longevo presidente del Consiglio (lui provò a ribattezzare la carica come “capo del governo”, ma gli fecero notare che era la dicitura mussoliniana, anche se troviamo ancora pseudogiornalisti che se ne servono, gongolanti, non importa a quale governo si riferiscano), è stato anche, indubitabilmente, il più inconcludente. Delle mille “riforme” messe in cantiere, soltanto una – per nostra fortuna – andò in porto, la “riforma Gelmini” che ha devastato letteralmente la scuola italiana.

Ma quella berlusconiana è stata a ben vedere una rivoluzione, ma una “rivoluzione passiva” (ricorro ancora a Gramsci): una rivoluzione sulle masse, non delle masse, una rivoluzione che ha, in verità,  trasformato le masse in folle (e qui il confronto con Mussolini si impone), una rivoluzione senza rivoluzione, nella quale la “gente” da lui osannata era coacervo passivo, in cui il cittadino ritornava suddito e consumatore. “Ma dov’è questa crisi?”: così in uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana, il Cavaliere esorcizzava la paura di essere cacciato dal governo: “I ristoranti sono sempre pieni”…, eccetera. La grande narrazione di Silvio e del suo esercito di lanzichenecchi della penna e dello schermo, faceva grancasssa ad ogni baggianata, si sganasciava ad ogni sua pietosa barzelletta, rideva anche quando le sue parole suscitavano moti di fastidio o di pena.  

L’Italia, si sa, è paese-laboratorio, e dopo aver inventato il fascismo, abbiamo inventato il berlusconismo, che, in tutta evidenza, è diventato senso comune, e sono state in fondo poche le proteste per questa incredibile, quanto incresciosa sceneggiata governativa, con l’avallo di Mattarella (funerali di Stato, una settimana di lutto, sospensione di ogni attività del Parlamento e dell’Esecutivo, bandiere abbrunate, e una serie di circolari di complemento che somigliavano ai “Fogli di disposizione” del Minculpop, negli anni Trenta). L’Italia perbene, l’Italia che non si riconosce nell’illegalismo e nel cialtronismo, avrebbe dovuto insorgere, contro questo ultimo scempio, che anche da morto, Silvio Berlusconi ha fatto a quel paese che nell’incipit del suo primo discorso, quello della “discesa in campo”, dichiarava di “amare”. E lui era un piacione, uno che voleva piacere a tutti, anche agli avversari, pronto a distribuire prebende: forse il suo desiderio più grande, inconfessabile, era di potere sovvenzionare qualche “comunista”, o quanto meno invitarlo a cena, coccolarlo, mostrargli la sua collezione di opere d’arte, e magari offrirgli persino la scelta di una delle ragazze che lui pagava “per sottrarle alla prostituzione” (sic, nei verbali del tribunale di Milano). Voleva riuscire “simpatico” a tutti (tutte, specialmente): e rideva, gesticolava, sciorinava sorrisi e barzellette, ma forse coloro che oggi ricordano quel volto ridente  (qualcuno gli appioppò l’etichetta “iena ridens”), dimenticano come quello stesso volto si tramutasse in faccia minacciosa, e le battute diventavano anatemi contro la sinistra: a un gruppo di contestatori a un suo comizio urlò, con il volto devastato dalla rabbia, “siete solo dei poveri comunisti!”: dove “poveri” aveva un duplice significato, quello economico, e quello morale.

Davanti a questo grottesco tripudio di Stato, questo pianto imposto per decreto, forse lui avrebbe esitato, e recalcitrato. Troppa grazia, forse avrebbe detto.  Il suo trionfo lo aveva già avuto, e si chiama “post-democrazia”. Non è un caso che lo stesso termine (in inglese: post democracy) fu usato e inventato da uno studioso britannico, Colin Crouch, dopo un soggiorno di studio in Italia nel primo periodo berlusconiano. La postdemocrazia è il prodotto finito, l’espressione compiuta del berlusconismo, la sua traduzione politico-istituzionale: la democrazia rappresentativa sostituita dal rapporto diretto tra il capo e la massa, attraverso un predellino di un’auto, un palco imbandierato, uno schermo televisivo, o da ultimo un’app sullo smartphone (Tik Tok, per essere precisi). Le elezioni non sono state eliminate ma si è generata l’idea che “il teatrino della politica” (formula berlusconiana poi accettata da concorrenti, sodali e avversari) sia superfluo, e che la vera novità, la vera essenza della modernizzazione d’Italia sta nel “fare” (“io sono uomo del fare”, quante volte l’abbiamo sentito?!), e chi meglio di un imprenditore di successo può dare garanzie di fare e fare bene? La polemica contro “il politichese”, era funzionale al “superamento” della democrazia, e alla rottamazione dei partiti, come erano stati intesi fino agli anni Ottanta, pur nel loro degrado a macchine di potere, come aveva denunziato lucidamente Enrico Berlinguer. Nasceva il partito azienda: non a caso il personale politico di Forza Italia era tutto o quasi proveniente da Fininvest, e c’è stata poi una osmosi continua tra Mediaset e il partito, due “cose” di proprietà del Cavaliere. La coincidenza con il sorgere del berlusconismo, la crisi del sistema dei partiti, e l’implosione della sinistra, trascinata dal vergognoso suicidio del PCI guidato da Occhetto, non è casuale. E la fortuna dell’uno (il berlusconismo) è direttamente legata alla scomparsa dell’altro (la sinistra). Il PCI che abdicava a se stesso, e si fustigava per le colpe storiche del comunismo, era già una vittoria ante litteram di Berlusconi.

Il collante anticomunista su cui spesso si è insistito e che abbiamo veduto persino ai funerali, con manifestazioni fascistoidi (“chi non salta comunista è”), era in realtà solo la facciata. Il vero collante, e la spiegazione del successo di B. risiede nell’illegalismo: la libertà da lui teorizzata e messa in atto era il sogno venduto a basso prezzo al popolo italiano (B. è stato fondamentalmente un piazzista), incrociava il sogno inespresso di milioni di uomini e donne: essere ricchi, possedere e ostentare auto di lusso, ville al mare, donne e uomini da set cinematografico, spendere un “pacco di bigliettoni” per una serata in un locale “top”, fino al sogno più segreto di tutti, partecipare a una “cena elegante” in una delle tante, troppe dimore di quest’uomo che non ha segnato la storia d’Italia, ma ha riempito le sue cronache. Prima rumorosamente, poi via via sotto tono, fino alla mesta uscita di scena, con lacrime vere di alcuni, finte di tutti gli altri, pronti ora a scannarsi per l’eredità politica ed economica, per l’impero Mediaset come per Forza Italia, o quel che ne rimane.

Sic transit gloria mundi.  

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mercoledì 1 febbraio 2023

La NATO è una pillola suicida per il mondo

 


…ogni persona amante della pace, indipendentemente dalla nazionalità, dovrebbe pregare affinché la Russia vinca questo conflitto in Ucraina e sconfigga l’agenda della NATO…(Scott Ritter)

articoli, immagini, musica di Matteo Saudino, Umberto Franchi, Donatella Di Cesare, Alessandro Orsini, Tommaso Cerno, Fulvio Scaglione, Stefano Orsi, Nicolai Lilin, Jeffrey Sachs, Agata Iacono, Antonio Mazzeo, Andrés Manuel López Obrador, Douglas McGregor, Andrei Raevsky, Caitlin Johnstone, Giacomo Gabellini, Enrico Tomaselli, Lucio Caracciolo, Davide Malacaria, Andrea Zhok, Antonio Gramsci, Angelo D’Orsi, Fabrizio Marchi, Scott Ritter, Lucio Dalla, Luca Fazzi, Leonardo Tricarico, Francesco Masala, Thierry Meyssan, George Soros, Big Serge Thought, Paolo Ferrero, Atlantic Council, Richard Kemp, Vincenzo Brandi, Fabrizio Verde


Dockers calling: per una grande manifestazione nazionale a Genova il 25 febbraio contro la guerra e l’invio di armi – Gregorio Piccin

L’assemblea di ieri convocata dal Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) per organizzare a Genova una mobilitazione nazionale il prossimo 25 febbraio contro la guerra e il traffico di armi ha visto una partecipazione straripante e forse inaspettata. La sala messa a disposizione dal Calp presso il Circolo dell’autorità portuale di Genova non ha potuto contenere le oltre cento persone che hanno partecipato all’assemblea.

Presenti in video conferenza anche gruppi e collettivi da Torino, Padova, e Cagliari. Centri sociali della città come il Zapata (che sta battagliando contro lo sgombero) e l’Askatasuna di Torino si sono alternati negli interventi con esponenti di Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Rete dei comunisti, Unione popolare e di sigle del sindacalismo di base come Usb, molto attive nel contrasto diretto alla “logistica di guerra”.

Tutti hanno confermato l’adesione all’iniziativa del Calp per costruire insieme una grande manifestazione nazionale il prossimo 25 febbraio.

Tra le proposte avanzate l’apertura alle realtà cattoliche di base e il dialogo con chiunque sia contrario all’economia di guerra in cui il governo Meloni, in continuità con Draghi, ha precipitato il Paese aggravando la crisi sociale in atto.

“Siamo maggioranza” è stato detto riferendosi ai recenti sondaggi che vedono il 70% degli italiani contro l’invio di armi all’Ucraina, Leopard compresi.

“Sempre al fianco del Calp” hanno dichiarato gli studenti medi dell’Opposizione studentesca d’alternativa in un applauditissimo intervento in cui hanno ricordato come la militarizzazione nelle scuole passi anche attraverso l’alternanza scuola lavoro presso la sede genovese di Leonardo.

Il coordinamento nazionale porti di Usb (presente oltre che a Genova anche a Livorno e Civitavecchia) ha annunciato uno sciopero generale a copertura della manifestazione.

Condivisa da molti interventi la critica a un pacifismo troppo generico, che non ha il coraggio di affrontare le trasversali responsabilità di guerra del nostro Paese, prima fra tutti l’invio di armi con l’unico effetto di prolungare l’inutile strage.

“Guardarsi allo specchio” e combattere la co-belligeranza dell’Italia è stato infatti il senso comune emerso dalla gran parte degli interventi, anche perché questa belligeranza sta affossando l’economia e viene fatta pagare principalmente a lavoratori e lavoratrici. Intanto il governo non fa nulla per mettere la museruola alle speculazioni sulle bollette che stanno producendo extra-profitti stellari per le multinazionali di bandiera.

Stoccate nel merito anche alla Fiom-Cgil che sulla questione centrale del comparto militare industriale marca uno schiacciamento tendenzialmente corporativo (come del resto le altre sigle confederali) sulle politiche industriali del management, che da Moretti a Profumo hanno trasformato Finmeccanica in una holding dell’hi-tech militare. Nessuna prospettiva alternativa alla trasformazione dell’industria militare in un finanziatissimo pilastro della politica estera italiana. Una contraddizione gigantesca che pesa come un macigno perché il ricatto guerra-lavoro e ambiente-lavoro deve essere spezzato. L’ultimo “brindisi” dei confederali per una grossa commessa militare è peraltro arrivato proprio qualche giorno fa a Palermo, dove è stata consegnata una nave da guerra nuova di zecca realizzata da Fincantieri e consegnata alla marina del Qatar.

Senza il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori dei settori dell’industria e della logistica, cruciali per la belligeranza voluta da un trasversale ceto politico guerrafondaio, il movimento pacifista non sarà mai in grado di imporre un’inversione di rotta.

In questo senso, hanno detto i camalli genovesi, il 25 febbraio sarà allo stesso tempo “proseguimento e tappa di un percorso che viene da lontano”.

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Russia, Italia e gli (inutili) insegnamenti della storia – Angelo D’Orsi

Nel pieno dello scontro fra rivoluzione e controrivoluzione nella Russia dopo la vittoria di Lenin, le potenze imperialistiche occidentali, e il Giappone, intervennero militarmente per dare manforte ai “Bianchi”, ossia i controrivoluzionari, guidati dall’ammiraglio Kolciak, il quale costituì un suo governo antibolscevico, in Siberia, che venne prontamente riconosciuto dalle potenze occidentali, compresa l’Italia. Commentava il giornalista socialista Antonio Gramsci (il 21 giugno 1919, su “L’Ordine Nuovo”): “questo riconoscimento equivale a una dichiarazione di guerra al popolo russo. Che la guerra non sia condotta direttamente da soldati italiani, ma sia combattuta dai giapponesi, è quistione che non esonera lo Stato italiano dalle terribili responsabilità che si è assunto. Politicamente e moralmente lo Stato italiano sostiene la reazione antiproletaria in Russia; il sangue che sarà versato nella guerra infame ricadrà anche sul popolo italiano, se esso non scinde ogni sua responsabilità dall’atto del presidente del Consiglio”.

Non è peregrino leggere queste parole alla luce dell’attualità davanti ai nuovi, incessanti “pacchetti” di aiuti militari economici e “umanitari” che l’Italia, paese guidato da una classe politica pronta a chinare la testa davanti ai potenti della finanza nazionale o internazionale, un paese che forse meriterebbe di meglio, un paese che vorrebbe, nella larga maggioranza dei suoi abitanti, vivere in pace ed essere lasciato in pace, come d’altronde prescrive la sua Grundnorm, la sua legge fondamentale, quella Costituzione che da troppi anni, governi di ogni orientamento negligono, ignorano, violano, tranquillamente. Lo stesso paese reale, che sta affrontando una crisi economica gravissima, una crisi che colpisce i poveri, le classi medie, e arricchisce i ricchi, e soprattutto le multinazionali, del farmaco, dell’energia, delle armi… Lo stesso paese da quasi un anno, subisce sempre più sgomento l’effetto non solo del rialzo di prezzi ingiustificato, ma anche delle sanzioni imposte alla Russia, che sono sanzioni contro l’Europa e contro l’Italia, e a vantaggio soltanto degli Stati Uniti. La Russia che non è più quella bolscevica di Lenin, ma che rimane un secolo dopo la bestia nera degli occidentali. E che gli occidentali hanno spinto a questa guerra, che rischia di essere infinita. E dalle conseguenze imprevedibili, quanto angosciose. Lascio ancora la parola a Gramsci:

“Intanto anche in Italia è ricominciata l’ascesa dei prezzi dei consumi: i salari sono precipitati. Mancano le materie prime, mancano i viveri. L’Italia, più di ogni altro paese, avrebbe bisogno della pace effettiva nel mondo, di una immediata ripresa dei traffici coi mercati di materie prime e di viveri”. Sì, sarebbe interesse vitale dell’Italia, più di altri paesi, la pace, la ripresa degli scambi commerciali, e aggiungiamo pure, delle relazioni culturali e umane. E invece, che accade? Si succedono i governi, trascorrono i mesi, militari e civili muoiono nei campi fangosi della “terra di confine” (questo significa Ucraina), gli edifici crollano, quelle che erano città qualche mese fa, ora appaiono ammassi di ruderi, la fame si aggiunge alla distruzione, l’odio degli uni non placa il risentimento degli altri. E i governanti italiani, come quelli di quasi tutti gli Stati dell’Unione, sottomessi alla volontà di Washington, ripetono: “armi all’Ucraina, denaro all’Ucraina, aiuti all’Ucraina”, ma soprattutto, armi sempre più pesanti, essendo venuta meno la ridicola distinzione tra armi offensive e difensive, che per i primi mesi del conflitto ci veniva ammannita.

“Sarebbe interesse vitale dell’Italia che il governo russo dei Soviet si consolidi”, scriveva Gramsci: togliamo il riferimento ai Soviet e possiamo leggere questo articolo, del giugno 1919, come una cronaca dei nostri giorni. Un monito, anche, a pensare a costruire le condizioni della pace, e non a portare avanti un massacro, che colpisce anche noi sul piano economico, mentre, grazie a schiere di di giornalisti al soldo delle verità prefabbricate, di commentatori asserviti al mainstream, la grande menzogna si è impadronita di noi tutti. Lottare contro di essa è ogni giorno più difficile, ma non possiamo non farlo, se non altro per salvare le nostre coscienze.

E invece il nostro paese, oggi come cento anni or sono, scrive Gramsci, “si associa all’Inghilterra, all’America, alla Francia e al Giappone per far sorgere in Russia una nuova formidabile guerra, che taglierà, per un tempo indeterminato, la Russia dai traffici mondiali. Consente a che gli Stati Uniti continuino a esercitare il monopolio del grano e impongano ai viveri prezzi di monopolio; consente a che la Francia e l’Inghilterra esercitino il monopolio del carbone e del ferro; consente a che il Giappone sottoponga al suo controllo le riserve minerarie e agricole della Siberia”. E l’azione del nostro governo, oggi come allora, “è rivolta a rovinare l’economia italiana, ad affamare il popolo italiano, a dare il popolo italiano in preda alle oligarchie finanziarie internazionali”.

La storia insegna, ma, sempre come scriveva Gramsci, “non ha scolari”.

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Perchè l’Occidente odia e ha paura della Russia – Fabrizio Marchi

Stavo riflettendo, giorni fa, sul fatto che la Russia è forse l’unico paese che non sia mai stato colonizzato e occupato militarmente – se non per brevi periodi ai quali hanno fatto seguito ritirate disastrose – dall’Occidente. Quest’ultimo ci ha provato a più riprese con aggressioni dirette (guerre napoleoniche, guerra di Crimea, guerra civile post rivoluzione del ’17, attacco nazista nella seconda guerra mondiale) e indirette (il tentativo degli USA di colonizzazione economica e politica subito dopo il crollo dell’URSS), ma tutti questi tentativi sono sempre clamorosamente e fragorosamente falliti (e negli ultimi vent’anni, naturalmente, l’espansione ad est della NATO e il colpo di stato in Ucraina nel 2014).

E’ questa forse una delle principali ragioni della atavica ostilità occidentale nei confronti di quel paese. Insieme probabilmente all’ incapacità di comprendere lo spirito di quel popolo che non c’è stato verso di addomesticare. Probabilmente è un’ostilità che ha radici ancora più antiche, essendo la Russia l’erede del grande scisma che ha dato vita alla chiesa ortodossa.

E poi naturalmente la prima grande rivoluzione socialista della storia con tutto quello che ne è conseguito. E ancora la sua estensione e la sua cultura, intrinsecamente irriducibile a quella anglosassone, dominante in Occidente.

Ed è forse proprio quella incapacità di comprensione che ha generato e continua a generare nel mondo occidentale quella sorta di mistero frammista a inquietudine che a sua volta genera inevitabilmente la paura. La Russia non ha mai attaccato l’Occidente – dal quale è stata invece ripetutamente aggredita, anche ferocemente, come nel caso dell’invasione nazifascista – eppure viene percepita da una gran parte della cosiddetta opinione pubblica occidentale come un pericolo costante, come una minaccia perennemente incombente, come una forza bruta pronta in qualsiasi momento a scatenarsi.

Al di là delle considerazioni di ordine politico e geopolitico che si sono verificate di volta in volta e che naturalmente hanno le loro cause e ragioni concrete, credo che sia questo sentimento – in larga parte alimentato ad arte ma comunque profondamente radicato – a generare quell’ostilità.

da qui

 

Quando un impero declina la qualità dei governanti diventa sempre più bassa – Francesco Masala

Fra 100 anni, se esisterà il mondo, nessuno si ricorderà di Biden, Stoltenberg, Ursula Van der Leyen, Zelensky, e compagnia cantante, se non nelle pagine di cronaca nera della storia o nelle note.

Fra qualche anno nessuno vorrà più il dollaro negli scambi commerciali, se non sotto la minaccia delle armi, sarà per questo che tutti vorranno disfarsi del biglietto verde (tranne i servi, naturalmente).

Quando la Nato, se continuerà ad esistere, vorrà combattere per liberare i territori occupati verrà in Sardegna per eliminare basi e servitù militari (è uno scherzo!, le loro occupazioni sono sante)

Quando hanno assassinato Allende e il Cile, Biden era senatore, come quando sosteneva l’invasione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, e quando sosteneva e sostiene Zelensky (che assassinava l’Ucraina) era ancora senatore e poi 46° presidente Usa, che coerenza, sempre dalla parte dei cattivi.

La prossima volta toccherà al cavallo di Caligola, chiunque potrà far di meglio della classe politica della nostra epoca.



venerdì 29 aprile 2022

Continua la guerra tra l’invasore russo e gli esportatori della democrazia



articoli, immagini, video e musica di Gianni Lixi, Manlio Dinucci, Angelo D’Orsi, Enrico Euli, Francesco Masala, Marco Travaglio, Roberto Massari, associazione Laudato si’, Bruna Bianchi, Giorgio Gaber, Sara Reginella, Andrea Pubusa, Antonio Mazzeo, Vauro, Carlo Bellisai, Maramotti, Claudia Vago, Pepe Escobar, Miguel Martinez



Ognuno ha la Resistenza che si merita – Francesco Masala

 

Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale ma la Quarta Guerra Mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni – Albert Einstein

 

La Resistenza italiana fu un movimento contro il fascismo (e il nazismo) per ottenere un sistema politico-economico libero e democratico, per quella libertà che mai prima era esistita.

La Resistenza ucraina vuole tornare a un sistema precedente all’invasione russa, e la Nato  e la civile Europa lo vogliono a tutti i costi, whatever il takes, per tornare a una guerra (in)civile in una parte del paese, con milizie paramilitari di chiara impronta nazifascista, con una polizia segreta che punisce il dissenso, anche con l’omicidio politico (leggi qui), con laboratori per la guerra biologica, poco raccomandabili (tranne che per la famiglia Biden), disseminati in tutta l’Ucraina.

 

A proposito di quei laboratori, la Comunità Europea non ha neanche fatto finta di indignarsi, quello che fa il padrone è sempre ben fatto, lui sa il perché (leggi qui), e baciamo le mani.

 

Uno può scegliere contro chi resistere e sopratutto verso quali obiettivi e quali ideali, anche la repubblica di Salò era una forma di resistenza contro i partigiani e gli eserciti alleati, anche in Val di Susa c’è una resistenza popolare contro l’occupazione e la distruzione del territorio, tutte le resistenze sono uguali e tutto fa brodo?

 

Sapevate che la coalizione dei buoni, alla quale appartiene l’Italia manda le mine antiuomo, gli Usa le mandano in allegria, e quelle mine ammazzeranno anche i bambini nei prossimi anni? L’Italia farà la sua parte, manderà gambe di legno e sminatori.

 

Vi siete accorti che di quel razzo cattivo che ha ammazzato 50 persone alla stazione di Kramatorsk (con quella scritta in russo che ha fatto tanto scandalo e ribrezzo fra tutte le persone del mondo) non se ne è più parlato, dopo che si è saputo che è stato lanciato dall’esercito ucraino?

 

Scrivono i compagni dei Cobas:

“Manifestiamo la nostra solidarietà al popolo ucraino aggredito e siamo al fianco di quella parte del popolo russo che, nonostante migliaia di arresti, si oppone all’invasione dell’Ucraina.” (da qui).

si sono dimenticati di essere al fianco anche degli ucraini messi in galera o ammazzati dalla polizia segreta ucraina perché non raccontano le verità non negoziabili di Zelensky e dell’occidente, o non gli interessano gli ucraini sbagliati (vedi qui)?

 

Un pacifista deve essere contento quando saltano in aria le armi che arrivano dall’Europa e dagli Usa prima di essere usate, o deve essere dispiaciuto che quelle armi esplose prima di essere usate non ammazzeranno i cattivi russi e i bambini ucraini?

 

L’Impero dispone, l’ordine è colpire il nemico in una guerra infinita, la Russia deve essere distrutta, gli stati satelliti sull’attenti obbediscono.

Dopo la bruciante umiliazione della disfatta in Afghanistan questa volta non si può perdere, dicono a Washington, dove non hanno digerito che i russi vogliano essere pagati in rubli, dove andremo a finire.

 

Qualche mese fa abbiamo visto, al cinema o in casa, un film, Don’t look up, nel quale i padroni del mondo, sempre siano maledetti, fuggono dai disastri epocali che hanno contribuito fortemente a creare, ma poi a loro non va troppo bene.

La gentaglia che (s)governa il mondo vivrà qualche anno in un rifugio atomico, magari a più piani, ma poi tutti creperanno, noi per primi, che grande passo per l’umanità.

 

E se un missile italiano gentilmente offerto da Draghi e Guerini, magari di produzione leonardesca autarchica, colpisse, naturalmente per sbaglio, una stazione ferroviaria in Russia ammazzando 50 persone e in Italia arrivasse una bombetta atomica di riscaldamento, naturalmente per sbaglio, magari a Venezia? sfiga o causa-effetto?

 

Ma l’hanno spiegato che il prezzo di tutte queste armi di pace mandate in Ucraina sarà pagato nei prossimi anni da milioni di italiani che non potendo permettersi di pagare cure e operazioni mediche creperanno non potendo aspettare le liste d’attesa di 750 giorni, sfiga o causa-effetto?

continua qui