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martedì 1 agosto 2023

Smemoranda: Niger, uranio ‘torta gialla’, SISMI e guerra bugiarda a Saddam - Ennio Remondino

  

Allora -venti anni fa- fu il ‘Nigergate’, lo scandalo dei falsi documenti su presunti traffici di minerale di uranio, la ‘torta gialla’, tra Niger e Iraq per la fabbricazione di armi nucleari. Documenti ‘fatti scoprire’ in Italia  e subito girato agli alleati Usa. ‘Patacca’ per l’intelligence, scusa utile per la politica per la guerra all’Iraq già decisa. Dopo la ‘guerra umanitaria’ sulla Jugoslavia, la ‘guerra necessaria’ e sempre giusta.

La ‘yellowcake’ dal Niger

A metà del 2002 l’amministrazione Usa  reduce dal terribile 11 settembre delle Torri gemelle dell’anno prima, e a caccia di nemici a cui farla pagare, sosteneva che Saddam Hussein fosse in possesso di uranio e altro materiale necessario per la costruzione di una bomba atomica. In quel periodo il SISMI, il servizio segreto estero italiano (oggi Aise), era molto impegnato accanto alla Cia nella guerra al terrorismo, tra al Qaeda e altro. E ‘da quell’ambiente’ (ambiente di spie) -formula Wikipedia-, «sarebbero stati prodotti o rivelati i documenti che attestavano tentativi da parte di Saddam Hussein in Iraq di acquistare polvere di uranio, ‘yellowcake’ dal Niger». Sulla base di quei documenti e di altri falsi, i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito (Bush jr, e Tony Blayr), accusando l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa, nel 2003 scatenarono la seconda guerra occidentale contro l’Iraq che ci concluse con la conquista del Paese, la cattura e la condanna a morte di Saddam Hussein e il caos ancora irrisolti in tutta l’area.

Le origini del falso

Con carte intestate e timbri dell’ambasciata nigerina a Roma, fu realizzato un falso protocollo d’intesa fra Niger e Iraq sull’uranio. Secondo le ricostruzioni di stampa (Financial Times, Sunday Times), il SISMI fu il primo ad avere l’informazione, ma l’aveva archiviata perché ritenuta inattendibile. L’informazione era arrivata da un faccendiere italiano, ex spia, Rocco Martino, che avrebbe poi venduto il documento ai servizi segreti francesi, ma anche lì ritenuta spazzatura. Nel 2001 Martino aveva consegnato il suo fascicolo al MI6 a Londra, con ‘qualche interesse politico in più’ sull’argomento. Dopo l’11 settembre 2001, l’informativa fu passata a Greg Thielmann della CIA.

Informativa tra Langley e Foggy Bottom

L’informativa passò da una scrivania all’altra: molti analisti della CIA denunciarono l’inconsistenza della storia. I servizi statunitensi cercavano prove e collegamenti tra gli attentati di New York e l’Iraq di Saddam Hussein, per cui ogni documento in qualche modo legato all’allora rais iracheno era attentamente studiato, compreso il fascicolo di Martino. Ne nacque un ‘dossier’ che ipotizzava un accordo fra Iraq e Niger sulla fornitura di 500 tonnellate di uranio l’anno. Il dossier venne subito contestato, sia per incongruità interne (prima l’incapacità delle miniere nigerine a produrre più di 300 tonnellate all’anno), sia per riscontri diretti sul campo.

A George Tenet, la ‘Torta gialla’ piaceva

Ma George Tenet, allora direttore della CIA, decise di non ignorare il ‘dossier’ (Tenet, di origine albanese, era già stato decisivo nell’intervento Nato contro la Jugoslavia per il Kosovo). Nonostante la diffidenza sul dossier all’interno della CIA fosse forte, una ‘torta di disinformazione’ finita sulle pagine del New York Times. E persino una ‘dissenting opinion’ della ‘National Intelligence Estimate’ e una del dipartimento di Stato, secondo cui «tutta la questione era altamente sospetta», perché l’uranio del Niger era controllato direttamente dalla Francia. Nel momento in cui la CIA frenava, il falso documento di Martino fu pubblicato sul settimanale Mondadori ‘Panorama’ (di proprietà dell’allora premier Berlusconi).

La torta avvelenata e le 16 parole della vergogna

Il 24 settembre 2002, guerra pronta a partire, Tony Blair annuncia di essere in possesso di un dossier secondo il quale l’Iraq si era dotato di strumenti per fabbricare armi di distruzione di massa, pur senza citare l’uranio del Niger. Il 26 settembre è Colin Powell al Senato Usa a rinforzare la menzogna. Il 28 gennaio 2003 George W. Bush nel discorso ‘State of the Union’ annuncia che il governo britannico era in possesso di prove sulla presenza, in Iraq, di uranio utile per armi di distruzione di massa. «The British government has learned that Saddam Hussein recently sought significant quantities of uranium from Africa». Sedici parole per una menzogna storica.

A guerra ancora in corso le prime inchieste giornalistiche statunitensi e, alla fine del 2003, l’amministrazione ammise che le prove a sostegno della dichiarazione presidenziale del gennaio «erano inconcludenti e che quelle sedici parole non avrebbero mai dovuto essere incluse nel discorso presidenziale», addebitandone l’errore alla CIA.

Bonini e D’Avanzo su Repubblica

La vicenda fu raccontata in Italia nel 2004 e i fatti furono ricostruiti l’anno seguente da un’inchiesta svolta dai giornalisti Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, del quotidiano La Repubblica (ottobre 2005). Il 31 ottobre 2005 l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dopo l’incontro con il presidente George W. Bush alla Casa Bianca, affermò che Bush aveva confermato di non aver ricevuto alcuna informazione dall’Italia. Tuttavia, il presidente statunitense non si è mai espresso apertamente sulla vicenda. Inoltre, Berlusconi allora premier, ha sostenuto che l’informazione sarebbe arrivata dagli inglesi, i quali, però, l’avrebbero ricevuta dagli italiani.

Operazione disinformazione

Brani di una inchiesta. «Silvio Berlusconi e George W. Bush. Dopo l’11 settembre la Casa Bianca chiese a tutti gli alleati, e in particolare all’Italia, notizie e prove che evidenziassero la pericolosità sociale di Saddam Hussein».

  • «ROMA – L’intervento militare in Iraq è stato giustificato da due rivelazioni: Saddam Hussein ha tentato di procurarsi uranio grezzo (yellowcake) in Niger per arricchirlo con centrifughe costruite con tubi di alluminio importati dall’Europa. Alla costruzione delle due ‘bufale’ collaborano il governo italiano e la sua intelligence militare».
  • «La farina di questo sacco è romana. Il coinvolgimento italiano negli eventi che precedono l’invasione dell’Iraq ha, sin qui, trovato nella distrazione generale un solitario e grottesco protagonista in un tale che si chiama Rocco Martino, ‘di Raffaele e America Ventrici, nato a Tropea (Catanzaro) il 20 settembre 1938’».
  • «Smascherato dalla stampa inglese (Financial Times, Sunday Times) nell’estate del 2004, Rocco Martino vuota il sacco: ‘E’ vero, c’è la mia mano nella disseminazione di quei documenti (sull’uranio nigerino), ma io sono stato ingannato. Dietro questa storia ci sono, insieme, americani e italiani. Si è trattato di un’operazione di disinformazione».

Bonini e D’Avanzo e altra stampa allora impegnata, approfondirono e svelarono, toccando il tema scottante del rapporto tra disinformazione truffaldina (Martino) e disinformazione di Stato con avallo politico, mai risolta. Disinformazione anche italiana oltre che statunitense per una guerra feroce.

da qui

domenica 24 aprile 2022

Il ciclo di vita degli imperi



 Gli uomini hanno i riflessi lenti; in genere capiscono solo nelle generazioni successive – Stanislaw J. Lec

 

In economia c’è uno strumento di analisi per capire e studiare un certo prodotto, si chiama ciclo di vita del prodotto, e suddivide la vita di un prodotto in quattro fasi, introduzione, crescita, maturità, declino.

In realtà si ispira al concetto di ciclo di vita dell’essere umano, e può essere utile per osservare non solo i prodotti, ma tante manifestazioni che con l’umano hanno a che fare.

Proviamo a utilizzare questo modello per analizzare la vita degli imperi e interpretarne i comportamenti.

Quello che ci interessa per gli imperi è quella fase chiamata declino. Nel sistema capitalistico, in economia, il declino porta poi alla sostituzione di un prodotto con un altro (di una stessa impresa o di un‘altra, adesso non è importante), faccio un esempio, quando era in declino l’auto che si chiamava Uno, la Fiat stava già studiando la Punto, che poi ha sostituito la Uno. Questo passaggio non ha causato grandi problemi, per quello che sappiamo.

Il declino e la morte di un impero invece lascia infiniti lutti e l’umanità ancora non ha saputo gestire la caduta degli imperi, che è prevedibile e prevista (qui).

Adesso vorrei provare a capire e spiegare il declino dell’impero americano (che non è solo il titolo di un bel film di Denys Arcand, canadese del 1986), a partire dal dollaro.

Nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods (qui) fu deciso che i commerci internazionali avvenissero in dollari e che ci fossero rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.

Erano delle regole, ma gli Usa – il Paese più terrorista del mondo, in tanti sensi – non hanno mai seguito le regole, gli indiani d’America furono i primi a scoprirlo.

La regola era che ogni Paese potesse stampare moneta in un rapporto con l’oro, cioè ogni Stato doveva avere riserve d’oro che garantissero il valore della sua moneta.

Gli Usa, contro gli accordi di Bretton Woods, che loro stessi avevano “imposto”, battevano molta più moneta di quanto avrebbero potuto sulla base dell’oro che stava nelle riserve di Fort Knox.

Se avete visto qualche film western ricorderete che il problema dell’oro era spesso presente, in quelle banche che emettevano dollari, o moneta bancaria.

I dollari erano (e sono) pezzi di carta in cambio dei quali venivano comprate merci ovunque nel mondo: un affare, così pagavano le guerre e il loro tenore di vita.

Il primo ad accorgersene fu De Gaulle, che dal 1965 volle convertire i dollari che possedeva la Francia in oro, non riuscendoci.

Nel 1971 Richard Nixon (cioè il governo degli Usa) decise il 15 agosto (qui)di dichiarare l’inconvertibilità del dollaro, cioè un dollaro valeva un dollaro, senza nessuna convertibilità in oro; traduzione: se qualcuno ha qualcosa in contrario si rivolga all’esercito degli Usa, ma sappiamo che non lo farete.

Disse allora John Connally, segretario di stato al Tesoro, “E’ la nostra moneta, ma il vostro problema!”.

Dal Vietnam in poi tutte le guerre a stelle e a strisce sono state finanziate con pezzi di carta chiamati dollari in cambio di merci e servizi.

Dal 15 agosto 1971 gli Usa resero pubblico il loro essere bari, banditi*, “paria” della comunità economica internazionale, ma nessuno fiatò (De Gaulle ormai era fuori dai giochi).

Quello fu il momento dell’inizio del tramonto dell’impero Usa (e di tutto l’Occidente, che ne è parte integrante).

Tecnicamente quando un’impresa comincia a non pagare i debiti l’orizzonte è il fallimento.

Per un impero il fallimento non è previsto; un impero per definizione è eterno, fino a prova contraria.

Se è un impero a non pagare i debiti, e di questo tutti sono a conoscenza, allora la strada è segnata, è iniziato il declino.

Un’impresa può rallentare il declino di un prodotto in diversi modi, per esempio aumentando di molto la pubblicità o facendo variazioni tecniche ai prodotti per convincere i clienti che si tratta di prodotti ancora concorrenziali.

Anche un impero si comporta in modi non troppo diversi: la pubblicità si trasforma in spettacolo, si usano anche la corruzione, il soft power e l’hard power, con nuove guerre e punizioni, per chi si smarca, dissente o si oppone all’Impero.

Chi ha provato ad alzare la testa contro il potere imperiale deve essere messo fuori gioco, senza esclusione di colpi, Julian Assange e Leonard Peltier lo sanno bene, e non ci si ferma fino alla morte dei nemici (in Italia, secondo alcuni Enrico Mattei e forse anche Aldo Moro fecero e dissero le cose sbagliate, e pagarono con la morte).

Se è uno Stato a mettersi di traverso contro l’impero, ci sono molti modi per zittirlo, dalle rivoluzioni “arancioni” fino alla guerra: molti golpe e milioni di morti, in tutto il mondo lo dimostrano.

Saddam Hussein e Gheddafi avevano in mente di utilizzare una valuta alternativa al dollaro per le vendite dl petrolio, ma – che coincidenza – hanno fatto una brutta fine, loro e i loro Paesi: il dollaro non si può discutere, che ci prova muore (**).

Chavez voleva fare lo stesso per il petrolio del Venezuela: un cancro, pare, se lo è portato via, senza bisogno di un’invasione.

Cercate La moneta, di John Kenneth Galbraith e capirete quanta verità c’è nella frase di Falcone “segui i soldi ì e troverai la mafia”.

Russia, Cina e India stanno per introdurre una nuova moneta per gli scambi delle loro merci e materie prime, e sanno quello che rischiano.

Quando inizia il declino di un impero ci sono tre modi per arrivare alla fine: una caduta ordinata, controllata e concordata col resto del mondo, magari con gli imperi nascenti (mai successo); il crollo improvviso e la lotta per impossessarsi di territori e ricchezze dell’impero crollato (sempre successo);  e infine la guerra, in tutti i modi possibili e impossibili, leciti e illeciti, per continuare a essere i padroni del mondo (***), ovvero quel “secolo americano” che alcuni vorrebbero eterno.

Come avete capito non si parla solo degli Stati Uniti, ma di tutto l’Occidente, Europa inclusa, che ormai si trova dalla parte sbagliata della storia, fra quelli che il resto del mondo percepisce come oppressori.

Due frasi sono il terreno su cui poggiano le guerre passate, presenti e future.

Le parole sono pietre, dicevano ai tempi in cui la pietra era l’arma più micidiale. Noi continuiamo a usare dell’espressione, in realtà le parole possono essere (e a volte, come oggi sono) mine anticarro, missili, bombe atomiche.

Leggete queste frasi, sono dichiarazioni di guerra permanente.

“Il nostro tenore di vita non è in discussione” disse tanti anni fa Ronald Reagan

e, se non si era capito,

George Bush senior (1989) affermò che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”

 

Traduzione:

dato un pianeta con risorse finite, se negli ultimi cinquant’anni gli abitanti dell’Occidente sono sempre un miliardo e la popolazione totale è passata da 4 a 8 miliardi, gli Usa e l’Occidente faranno la guerra al resto del mondo, se qualcun altro pretende più delle briciole.

Noi Usa – dicono in tutti i modi – siamo i più furbi, prepotenti e terroristi del mondo, con l’aiuto concreto e necessario dell’Occidente (che coincide con la Nato) vi costringeremo ad attaccare, oppure vi attaccheremo uno ad uno: vi distruggeremo.

Iniziamo dalla Russia: un Paese con petrolio, gas, minerali preziosi.

E siccome siamo furbi, una volta che riusciremo a far sciogliere i ghiacci artici, potremo lasciare quelle ricchezze a quei russi poco democratici? Certo che no.

E poi toccherà ai cinesi.

La Cina ha lavorato per 30 anni per le imprese Usa ed europee, ha tanti di quei dollari (in cambio di lavoro schiavistico per produrre merci a prezzi stracciati) da comprarsi una parte importante degli Stati Uniti d’America.

Prima che la Cina incassi il suo credito, secondo le regole di San Capitalismo, ci sarà la guerra, i banditi non pagano i debiti, fanno e disfano le regole, stampano altri dollari, creano inflazione e scatenano guerre.

Qualche illuso si ostina a credere che gli europei siano meglio degli statunitensi, che abbiano una qualche superiorità morale.

La guerra durante un attacco di gas – Otto Dix

Gli statunitensi erano europei sul Mayflower, e le ondate di esseri umani che arrivavano laggiù erano europei, all’inizio.

Chi erano questi europei?

Erano i pacifisti della guerra dei trent’anni, o quelli della guerra dei cent’anni?

Gli Stati europei e gli Usa (e tutto l’Occidente, aggiungiamo Canada e Australia, e l’America Latina, non sono anch’essi nati da europei migranti?) si capiscono bene: i loro governi sono razzisti, compiono genocidi (verso gli indigeni, ma non solo), la loro economia è quella degli scambi ineguali (qui uno scambio che ha fatto scuola). Sono colonialisti e neocolonialisti, amano le guerre, odiano gli immigrati (che loro stessi creano con le guerre che scatenano, usando soldati, droni, direttamente o per procura, o con inique “guerre economiche”, ecco da dove nascono i migranti, altrimenti chi vorrebbe lasciare la sua casa?), odiano i poveri. Sono Paesi “maccartisti”, imperialisti, schiavisti, non amano i sindacati liberi, la loro legge è il capitalismo, hanno gli stessi valori: sono stati (e sono ancora, troppo spesso) fra i governi più spregevoli del mondo.

Ormai gli Stati occidentali sono diventati una minaccia per l’umanità, anche per i loro stessi cittadini, quando fanno capire in tutti i modi che il tenore di vita degli occidentali (intendono gli occidentali ricchi, per quelli poveri ci sono le ultime briciole del welfare) non è negoziabile.

Quando la maggior parte dei Paesi presenti nell’Onu non vota a favore delle sanzioni verso la Russia sarà perchè quegli Stati avranno avuto qualche brutto ricordo e si saranno fatti una domanda.

Come mai nelle guerre precedenti i Paesi (occidentali) invasori mettevano le sanzioni contro i Paesi invasi – Iraq e Afghanistan, per esempio – e adesso la “regola” è che chi invade (la Russia) deve subire le sanzioni?

Gli imperi in declino possono cambiare le regole secondo le loro convenienze, finchè ne hanno la forza. Intanto altri Paesi – che rappresentano anche la maggior parte della popolazione mondiale – possono dissociarsi dagli ordini dell’impero, o contro di loro si farà la guerra?

Il declino degli imperi che si credono eterni sarà sempre più doloroso quanto più dura la caduta. (****)

 

(*)  E, come nei film western, quando i banditi hanno molte pistole, e scelgono lo sceriffo e il giudice, e quando gli impiccati dondolano al vento, quei banditi diventano rispettabili.

 

(**) Leggi qui e qui

 

(***)  Nel suo discorso di commiato del 17 gennaio 1961, trasmesso per radio e televisione, il presidente Dwight Eisenhower avvertì il popolo degli Stati Uniti riguardo al pericolo costituito dal “complesso militare-industriale”. (da qui )

 

(****) cfr questo video:


venerdì 9 luglio 2021

Il j’accuse di Del Boca: “quella era l’Italia peggiore” - Gianfranco Pagliarulo

  

Revisionismi e faziosità non hanno permesso al nostro Paese di fare i conti con il passato. Nel 2009 in una intervista di Gianfranco Pagliarulo tratta da “Italiani brava gente? Viaggio nel cuore di tenebre degli italiani”, Itsos Albe Steiner Comunicazioni multimediali, lo storico Angelo Del Boca sfata il mito di “tutti brava gente” che ha accompagnato le vicende del Regno a partire dal 1861 con l’Unità fino al secondo dopoguerra.

Del Boca: “Uno dei progetti del fascismo in Etiopia era la sostituzione etnica: gli italiani al posto della popolazione locale”

Lo studioso ripercorre i fatti: genocidi, deportazioni, maltrattamenti dei prigionieri, uso massiccio dei gas in Africa autorizzato direttamente da Mussolini, campi di concentramento, numeri dei morti e nomi dei generali complici dei massacri. Documenta il perché, con stereotipi e falsità, intere generazioni di classi dirigenti si sono autoassolte e quei crimini spaventosi contro civili (bambini compresi) e oppositori, sono sempre rimasti impuniti.

Una parte della conversazione è dedicata alle foibe, dramma dalle radici lontane. Del Boca racconta lo sterminio di un intero popolo in Slovenia, le condizioni inumane in cui vennero costrette le persone recluse, addirittura peggiori di quelle dei lager nazisti.

Le foibe furono la reazione di una popolazione che per anni aveva dovuto subire soprusi e violenze e che si “vendicò” in due momenti, nel 1943 e nel 1945. Senza dimenticare i 350mila italiani costretti a lasciare quelle terre pagando per responsabilità prima sabaude poi fasciste. “Solo conoscendo la storia – spiega Del Boca –si può comprendere il perché di tanto odio”. Infine affronta il tema della rimozione collettiva,  alimento della marea montante di revisionismi e della pericolosa riabilitazione dei fascismi.

Buona visione.

 

da qui


mercoledì 26 giugno 2019

TROPPI SMEMORATI SUL DOSSIER LIBICO - Gad Lerner





Sono passati dieci anni dacché il parlamento italiano ratificò, a larghissima maggioranza, il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione con la Libia, firmato a Bengasi nell’agosto 2008 da Berlusconi e Gheddafi. Già allora la finalità dichiarata che accomunava le principali forze politiche italiane era il contenimento del flusso migratorio dall’Africa alle nostre coste, attraverso il Canale di Sicilia, le cui rotte di navigazione erano monopolizzate da organizzazioni illegali di scafisti.
Per l’appunto, quando si trattò di ratificare il trattato che destinava fondi al regime libico sotto forma di indennizzi di guerra, finanziamenti per infrastrutture e fornitura di motovedette, il Partito democratico – nonostante si trovasse all’opposizione – per coerenza votò a favore: le grandi linee di quell’accordo erano state delineate, infatti, negli anni precedenti da Romano Prodi.
Solo due parlamentari democratici – sia detto a loro onore: Furio Colombo e Andrea Sarubbi – votarono contro il trattato, in dissenso dal loro gruppo e d’intesa con la pattuglia di sei parlamentari radicali. Né Colombo né Sarubbi furono più ricandidati.
Ho ricordato questo episodio per sottolineare come l’idea, cinica e spregiudicata, di fermare il viaggio dei migranti affidandosi a gendarmi senza scrupoli dall’altra parte del nostro mare, è un’idea che ha molti padri.
Due anni dopo quella disonorevole ratifica, nel 2011, il principale contraente del trattato, Muammar Gheddafi, verrà destituito e ucciso. La sua dittatura era iniziata nel 1969, per un totale di quarantadue anni (più del doppio di quella di Mussolini). Il che non ha impedito di rimpiangerlo a molti esponenti della politica e del giornalismo italiano, evidentemente convinti che per convenienza si possa essere democratici in casa e illiberali con i vicini di casa. Così hanno fatto in fretta a dimenticarsi chi guidava il governo al momento di muovere guerra a Gheddafi, chi lo aveva tradito poco dopo avergli baciato la mano (sul serio, non metaforicamente), e adesso ci ritroviamo circondati di nostalgici del rais.
Da Minniti a Salvini, il dossier libico è rimasto appannaggio del ministero dell’interno, salvo consultazioni riservate con l’Eni. Scarseggia l’informazione sull’attività dei nostri servizi di intelligence che appaltano smistamento e custodia dei migranti ai capitribù, fino al giorno prima trafficanti in proprio.
L’unica lezione della storia che questi politici spregiudicati paiono avere appreso è che non conviene replicare una spedizione militare italiana sul “bel suol d’amore” come quelle susseguitesi dal 1911. Facciamo finta di restare fuori dalla guerra di Libia, ma temo che non ci riusciremo ancora per molto.

lunedì 26 marzo 2018

23 Marzo del 2011. La guerra in Libia e gli sporchi affari petroliferi europei - Fiorenzo Caterini



L’inchiesta scottante, di questi giorni, in mano ai giudici francesi che coinvolge pesantemente l’ex Presidente Sarkozy dimostra che la Francia ha attaccato la Libia, su avallo degli americani e la complicità britannica, per ragioni che hanno molto poco di umanitario. Nel suolo libico, infatti, si è giocata una sporca guerra petrolifera tra le multinazionali europee, in particolare per scalzare l’Italia che aveva quasi l’esclusiva del petrolio libico, imporre un governo favorevole, e gestire i flussi di petrolio a proprio vantaggio.
Alla fine anche l’Italia, com’è noto, insieme alla Nato, il 23 marzo, fu costretta, in un certo senso, ad entrare in guerra contro la Libia. Un paradosso, ma non poteva restare fuori dai paesi “vincitori” e perdere quel poco che poteva rimanere. Osservatori autorevoli sostengono, addirittura, che la Nato avrebbe potuto persino colpire “per sbaglio” i terminali petroliferi dell’Eni, se l’Italia non avesse accettato.
http://notizie.tiscali.it/…/articoli/Sarkozy-soldi-Gheddafi/
Questa è la nostra democratica Europa. Dobbiamo farcene una ragione e comprendere che, da che mondo è mondo, i rapporti politici, anche quelli apparentemente amichevoli, nascondono sempre rapporti di forza.
Del resto, quello che accadde in Libia nella guerra del 2011 è esattamente quello che sta ora accadendo con Assad in Siria, e che è accaduto con Saddam in Iraq. Il trucco è ormai noto, spiegato da osservatori, studiosi ed analisti di tutto il mondo. Si impone un dittatore a comandare un paese strategico per le risorse. Finché fa comodo, lo si sostiene, e permane il silenzio sulla sua politica interna. Se per caso quel dittatore non persegue più gli interessi dell’Occidente, parte la campagna denigratoria sul suo conto. Poi, inevitabile, arriva la guerra.
Che una una volta si faceva direttamente con gli eserciti. Ora si fa più furbescamente finanziando ipotetici eserciti di liberazione guidati da “ribelli”.
Giova ricordare che quegli stessi ribelli, quando poi arrivano impazziti in Europa a portare la distruzione, sono definiti “terroristi”.
Ma la distinzione semantica tra terroristi e ribelli a seconda del luogo in cui compiono le loro azioni spiega solo in parte la capacità della propaganda di manipolare l’opinione pubblica.
Tutti sapevamo chi fosse Gheddafi, non propriamente uno stinco di santo, come si suol dire. Tuttavia è corretto dire anche che la Libia era il paese africano con il maggior tasso di crescita economica e di sviluppo umano. E sappiamo anche che le intemperanze del folle dittatore, con il tempo, si erano affievolite, dopo i bombardamenti americani del 1986 e dopo la distruzione dell’Iraq del 2004. Ma, soprattutto, c’era in corso il tentativo libico di creare una moneta africana che scalzasse la valuta francese, il Franco francese FCA, in uso in molti paesi ex colonie.
E tutti sappiamo quanti affari e quanti finanziamenti i petrodollari libici procuravano in Europa e in particolare in Italia. Nell’agosto del 2010 fu Berlusconi, come vi ricorderete, ad accogliere in pompa magna Gheddafi a Roma, con la sottoscrizione di lauti affari tra le due nazioni.
Forse troppo per Sarkozy e i militari francesi. Il fatto che l’Italia facesse grossi affari con la Libia, e che l’Eni ricavasse flussi di petrolio in misura nettamente maggiore delle multinazionali francesi, oltre al ruolo che la Libia andava a ricoprire di leadership nel contesto africano.
Ora che è scoppiato lo scandalo, e l’inchiesta ha investito l’ex Presidente Sarkozy, si ha la conferma di quello che già era apparso chiaro dalle cosiddette “lettere” di Hillary Clinton.
Questa storia ricorda il periodo dell’Eni di Mattei: in quegli anni ’60, le capacità diplomatiche degli italiani avevano messo in crisi l’intero sistema petrolifero mondiale. La storia, come andò a finire, è nota.
Si potrebbe dire che la distruzione della Libia abbia trascinato con sé anche l’indebolimento politico e sociale dell’Italia. Infatti le conseguenze della guerra non sono soltanto la perdita di commesse per miliardi di euro, ma anche la destabilizzazione di uno stato, la Libia appunto, che aveva un ruolo fondamentale nel controllo dell’emigrazione clandestina nel Mediterraneo, che ora si riversa in Italia provocando i conflitti sociali e la situazione di instabilità politica che stiamo vivendo.
Volendo essere maligni, e concepire l’Europa come una entità dove le rivalità economiche spesso travalicano i buoni rapporti tra gli stati, si potrebbe dire che con la guerra libica si è ottenuto il duplice scopo di distruggere un paese africano scomodo per le politiche coloniali francesi e inglesi, e indebolire l’Italia.
Si potrebbe anche dire, cinicamente, che fino alla seconda guerra mondiale gli stati europei si scannavano tra di loro in guerre devastanti. Da allora, da quel terribile conflitto, l’Europa preferisce combattere le proprie guerre, portando distruzione, morte e destabilizzazione, sul suolo altrui.

domenica 6 agosto 2017

Sulla Libia dopo le bombe piovono balle - Alberto Negri



L’Italia non si oppose nel 2011 all’intervento della Francia e si è unita ai bombardamenti perché i nostri alleati minacciavano di colpire anche i terminali Eni come testimoniano l’ex ministro degli Esteri Frattini e l’ex capo di stato maggiore Camporini, come del resto dichiarato pubblicamente dal primo.

L’allora capo del governo Berlusconi rimise al presidente della repubblica Napolitano la decisione dell’intervento.

La Germania di rifiutò di intervenire, l’Italia lo fece per difendere i suoi interessi minacciati dall’eventuale caduta di Gheddafi.

Il 30 agosto 2010, sei mesi prima dei raid francesi, inglesi e americani, Gheddafi era stato ricevuto in pompa magna a Roma per firmare contratti miliardari: erano tutti contenti maggioranza e opposizione, tutti egualmente responsabili, perché l’alleanza con Gheddafi è stata sostenuta sia dai governi di destra che da quelli di centro-sinistra.

Amen

*Post Facebook del 3 agosto