Niente, non
è nemmeno colpa loro. Dei fatti di Amsterdam, in occasione della
partita di Europa League tra Ajax e Maccabi, abbiamo già dato conto su
InsideOver, in questo articolo di Valerio Moggia (Chi sono davvero i
tifosi del Maccabi) e in quest’altro del sottoscritto (Se Gaza irrompe nel
mondo del calcio), quindi
non serve ricapitolarli. Abbiamo parlato di “pogrom” perché era chiaro che si
trattava di violenze organizzate che avevano un preciso sfondo politico e
razziale. Quindi non abbiamo debiti con nessuno.
Resta però
un fatto. Come sempre, la narrazione corrotta dei fatti rischia di
diventare persino più importante dei fatti stessi. Per condannare lo
spregevole assalto ai tifosi del Maccabi (che a loro volta non si sono
risparmiati, in quel di Amsterdam, con le provocazioni) sono stati scomodati i
reduci dei campi di concentramento, sono stati chiamati a raccolta tutti gli
intellettuali di pronta beva, trombe, trombette, pifferi e primi violini hanno
provveduto al rumore di fondo. Netanyahu, che è una vecchia e cinica volpe, ha
approfittato della situazione per una splendida operazione di propaganda: due
aerei speciali sono decollati da Israele con squadre mediche a bordo, come nel
pieno di un’emergenza bellica. Alla fine il bilancio di questa tragedia è
stato: 5 feriti. Cinque. Feriti.
Eppure per
circa 36 ore la cosiddetta “stampa di qualità” ci ha parlato dei fattacci di
Amsterdam come di una seconda “notte dei cristalli”, come il segno evidente di
una persecuzione antiebraica in pieno svolgimento. Il tutto sugli
stessi media che delle stragi di Gaza parlano controvoglia, proprio perché non
se ne può fare a meno. Con il risultato di produrre (e non veniteci a dire
che è un caso) questa tesi: cinque fan del Maccabi feriti in una caccia al
tifoso israeliano in quel di Amsterdam sono un pogrom, una notte dei cristalli,
una congiura antisemita. Mentre 120 mila morti
palestinesi a Gaza sono vittime collaterali di una legittima azione di autodifesa. E si
badi bene: guai a parlare di genocidio o tentativo di genocidio per Gaza, come
fanno molti. Mentre di “notte dei cristalli” per 5 feriti (cinque. feriti) si
può serenamente parlare.
Come si
diceva, il problema ormai non sta più in questo o quell’episodio, per quanto
spiacevole o drammatico possa essere. Il problema, invece, sta ormai in questa
nuvola mediatica che, in simbiosi con i poteri oggi prevalenti, cerca di
“vendere” ai cittadini una pittura della situazione che è ormai quasi del tutto
di fantasia. Che con la realtà dei fatti, con la proporzione delle questioni
aperte, con la praticabilità delle soluzioni proposte ha un rapporto
labilissimo, in molti casi inesistente. È un racconto di comodo, di
interesse, che sempre più spesso va a spaccarsi le corna contro l’implacabile
muro delle cose.
La
conseguenza è questa: ogni volta che ci si trova ad affrontare una questione
controversa e importante, ogni volta che servirebbe un’analisi seria e profonda
per aiutarci a capire, molti dei media più diffusi sono largamente inutili,
quando non dannosi. Prendiamo la guerra in Russia seguita all’invasione russa.
Ci sono due livelli. Le pure e semplici balle: i russi combattono con le pale
perché non hanno più armi; i russi usano i microchip delle lavatrici per i
missili perché la loro industria bellica è a pezzi (indimenticabile copyright
di Ursula von Der Leyen); i russi scavano trincee nel terreno contaminato di
Cernobyl; i russi prendono pastiglie che consentono loro di combattere anche
quando sono feriti… Ma questa è la fuffa, la schiuma. La sostanza sta nel fatto
che tutte le previsioni importanti si sono rivelate sballate: l’effetto delle
sanzioni, il sostegno dei russi a Putin, la capacità dei russi di riarmare,
persino la possibilità di isolare la Russia nel contesto internazionale.
Abbiamo
fatto questo esempio perché è il più tragico, in primo luogo per gli ucraini, e
clamoroso. Ma vogliamo parlare delle elezioni presidenziali Usa? Prima
un tifo sfegatato per Kamala Harris, senza mai spiegare che cosa diavolo
volesse fare degli Stati Uniti la candidata improvvisata dopo la rinuncia di
Joe Biden. Poi, di fronte alla vittoria a valanga di Donald Trump che nessuno
aveva nemmeno lontanamente ipotizzato, un solo grottesco lamento sulla
fine della democrazia, degli Usa, della civiltà. La crisi di governo
in Germania, con le prossime elezioni anticipate? Il ruggito del vecchio leone
Scholz, come se non fosse il certificato di morte della “maggioranza
semaforo” (liberali, socialdemocratici e verdi) che ha governato
finora il Paese e che, incidentalmente, è la stessa maggioranza che governa la
Ue. Per non dire del fatto che se va in crisi la Germania andiamo in crisi un
po’ tutti, a partire dall’Italia come ci ha spiegato
bene qui Andrea Muratore in un recente articolo.
L’avanzata
della destra di Marine Le Pen in Francia? Ricordo perfettamente che, all’epoca
delle prime proteste dei gilet gialli, eravamo pochissimi a dire: guardate che
dietro tutto questo, vi piaccia o no, c’è un problema vero, concreto. Riassumibile
in una sola domanda: chi paga il costo della transizione energetica? Però
non si poteva, anzi non si doveva dire, guai a criticare le politiche di
Emmanuel Macron. E che pacchia quando le manifestazioni dei gilet gialli
diventarono occasione di scontro e di speculazione dei soliti black Block e
compagnia bella. E adesso? Che cosa ci diciamo adesso della transizione
energetica e della posizione di Macron all’interno del suo stesso Paese? Tutto
bene? Oppure vale la solita spiegazione, cioè che milioni di francesi (e
tedeschi e italiani) si sono rincoglioniti?
Qualcuno,
anzi, molti, credono che si possa vivere benissimo anche senza Tv e giornali.
Non è vero. Primo perché nessuna società, come già Omero dimostrava, riesce a
stare senza qualcuno che racconti il mondo. Secondo, perché l’informazione,
ormai, non sta più nei media comunemente detti. L’informazione, cioè il
racconto del mondo, è nell’aria, arriva dai telefoni, dagli schermi nelle
metropolitane, dai social, dai passaparola sui tram, dalle classifiche dei
libri di Amazon, dalle chat. E noi tutti cittadini abbiamo il
diritto/dovere ad avere un racconto del mondo non vero o falso, non
onesto o disonesto (categorie aleatorie se applicate all’informazione) ma
ancorato alla realtà dei fatti e non alle fantasie più o meno interessate.
Nessuno di noi vuole tornare ai tempi della peggior Unione Sovietica, quando il
motto era: se teoria e realtà non combaciano, la colpa è della realtà.
(cioè li fanno i coloni israeliani, con l'aiutino dell'esercito più "morale" del mondo)
Settlers are NOT innocent civilians
I nostri cuori sono con i sopravvissuti al
pogrom di Hawara - Gideon Levy
Quando ti trovi nella strada principale di Hawara –ora
sotto una sorta di coprifuoco–, mentre i coloni teppisti passano, fermandosi
solo per provocare i residenti, e i volti allarmati e spaventati di donne e
bambini fanno capolino dalle finestre sbarrate – il tuo cuore sa esattamente
con chi stai. Non c’è alcun dilemma. Nel tuo cuore, nella tua anima e per i
tuoi valori, sei con le vittime.
Non hai nulla in comune con i teppisti che scendono dalle loro auto con la loro andatura da padroni e le loro grandi
kippas, sputando frasi malefiche a una manciata di residenti che, dopo quella
notte, hanno paura anche solo a respirare di fronte a loro. L’ebraico è l’unica
cosa che rimane in comune tra un ebreo israeliano con un residuo di compassione
e coscienza e coloro che hanno organizzato un pogrom nella città la notte precedente. Non hai nulla in comune nemmeno con quelle donne con i
loro enormi copricapi che stanno all’ingresso di una città che non è la loro,
reggendo le bandiere israeliane –le uniche consentite qui–, sorvegliate da un
veicolo militare. Cosa sono loro per me, o io per loro?
Questo accade nei territori occupati. Le spalle ai
manifestanti, il viso ai soldati: i soldati sono gli amici dei
tuoi figli e i figli dei tuoi amici, ma il tuo cuore è con coloro che stanno
dietro a te. Loro sono le vittime e sono nel giusto. Bianco e nero. Gli
americani dicono: “Le tue idee dipendono da dove ti trovi”. Ma ad Hawara è il
contrario: Il posto in cui ti trovi dipende dalle tue idee. Ti trovi ad Hawara,
o in qualsiasi città o villaggio palestinese occupato, perché così ti dice il
cuore.
Non ha più senso fingere buoni sentimenti. Non ha senso
diffondere slogan contro la “violenza da ambo le parti“.
La violenza nei territori non è simmetrica, né lo è la giustizia. Se i coloni e
i loro fiancheggiatori non provano compassione verso le loro vittime quando le
sfrattano, le saccheggiano o le sottopongono a un pogrom, allora non si può
provare compassione o solidarietà con i persecutori e i loro atti. Anche quando
subiscono sacrifici difficili da sopportare [come la perdita di due giovani
fratelli], non si può dimenticare chi è la vera vittima e da che parte sta la
giustizia.
A volte è anche difficile simpatizzare con i soldati.
Non si può simpatizzare con il soldato che assalta, anche se è uno della tua
gente. La nazionalità, l’eredità, la lingua e la cultura comuni perdono il loro
significato alla luce delle azioni compiute. L’uniforme e l’esercito che hai
venerato nella tua infanzia sono stati gravemente macchiati. Anche gli atti di
coraggio che ti sono stati raccontati da bambino non appartengono più a loro. I
combattenti palestinesi che li affrontano sono più coraggiosi di loro e più
disposti al sacrificio. Chiunque sia pronto a morire sotto il “rullo
compressore” israeliano, ad affrontare comportamenti più che barbari, è una
persona coraggiosa pronta a sacrificare tutto. Come si può non ammirarlo, anche
quando è diretto contro di te e il tuo popolo?
La destra ha attaccato coloro che hanno organizzato raccolte di fondi per le vittime del pogrom di Hawara. La sinistra sionista, essendo la sinistra sionista, ha
immediatamente macchiato il nobile gesto con lo spregevole tentativo di far
controllare ai pensionati dello Shin Bet il ‘record di sicurezza’ di coloro che
hanno ricevuto le donazioni. Non importa. Il gesto rimane nobile, nonostante la
grottesca sinistra sionista.
Come ci si può opporre alle donazioni ai sopravvissuti di
un pogrom perpetrato dal proprio popolo? Israele, che ha inviato aiuti ai sopravvissuti di un terremoto in Turchia, non è disposto a inviare un aiuto anche minimo alle
vittime dei suoi stessi facinorosi, che hanno ottenuto il plauso implicito ed esplicito di tutta la destra dello spettro? Nemmeno un bulldozer per
liberare le centinaia di scheletri di auto bruciate? Nemmeno un risarcimento per
coloro che sono rimasti senza casa a causa degli occhi deliberatamente chiusi
dell’esercito, che pensa che il suo compito sia quello di proteggere i
rivoltosi?
Quando si hanno davanti le vittime dell’occupazione, non ci
sono dubbi morali. La scelta tra Haroun Abu Aram e il soldato che gli ha sparato al
collo, paralizzandolo per il resto della sua breve vita, perché cercava di
recuperare un generatore, è assolutamente chiara. Il tuo cuore è con Haroun,
che nel frattempo è morto.
Perché non ci sono due facce nel pogrom
di Huwara - Haggai Matar
Domenica mattina 26 febbraio, un uomo palestinese ha ucciso due coloni
israeliani – i giovani fratelli Hillel e Yagel Yaniv – che percorrevano in auto
le strade della città palestinese di Huwara, nella Cisgiordania occupata. Più
tardi, in giornata, centinaia di coloni hanno scatenato una furia di alcune ore in
Huwara e in diversi villaggi vicini, bruciando decine di auto e di case (alcune
con persone all’interno), lanciando sassi contro le ambulanze, ferendo
palestinesi e uccidendo bestiame. Un uomo palestinese, Sameh Aqtash, è stato ucciso da colpi
di arma da fuoco sparati dai coloni o dai soldati che li proteggevano.
L’attacco a Huwara, che molti definiscono un pogrom, ha generato in
Israele una protesta pubblica contro i coloni che lo hanno commesso. Migliaia
di persone sono scese in strada lunedì
sera in diverse città, per protestare contro l’occupazione e in solidarietà con
la popolazione di Huwara. Gli israeliani hanno raccolto oltre un milione di
shekel in 24 ore per sostenere le vittime. I commentatori dei telegiornali e i
membri della Knesset appartenenti all’opposizione hanno criticato aspramente i
coloni, l’esercito che non ha agito per fermarli e gli alti ministri del
governo che hanno incoraggiato la
distruzione della città (uno di questi ministri, il Ministro delle Finanze
Bezalel Smotrich, ha raddoppiato i suoi messaggi di pulizia etnica anche dopo
l’evento). I leader politici di tutto il mondo hanno subito seguito l’esempio.
Mercoledì, durante le massicce proteste della ‘Giornata di Rottura’ in tutto il
Paese, i manifestanti hanno cantato “Dov’eri a Huwara?” di fronte agli agenti
di polizia.
In risposta, molti esponenti della destra israeliana e i
loro lacchè nel mondo hasbara hanno sostenuto che è tendenzioso ‘preoccuparsi
solo’ degli attacchi degli ebrei contro i palestinesi e ignorare l’uccisione
dei due fratelli israeliani da parte di un palestinese. C’è molto da dire in
risposta a questa affermazione, e quanto segue è un tentativo di farlo. In
breve:
1. È tragico che vengano uccise delle persone. Tutte le
persone. Essere umani significa preoccuparsi e soffrire quando si perdono delle
vite. Questo è sempre vero, e certamente lo è nel caso dei giovani fratelli. Il
mio cuore va ai genitori che hanno perso due figli in un solo colpo. Se questo
non è chiaro a tutti –come dovrebbe– e se si sostiene che qualcuno “non si
preoccupa” di queste morti significa voler disumanizzare gli altri.
L’affermazione è ancora più scandalosa quando proviene, come spesso succede,
dagli stessi politici che giustificano gli assalti israeliani contro i
palestinesi e mostrano poco o nessun rimpianto per le morti di questi ultimi.
2. Esiste un intero sistema progettato per prevenire e
rispondere alle uccisioni di ebrei israeliani. C’è un esercito, una forza di
polizia, una polizia di frontiera, uno Shin Bet, persino un Mossad se
necessario, e un intero Stato costruito esclusivamente per proteggere gli
ebrei. I palestinesi, invece, non hanno nessuno che li protegga. L’esercito
spesso tace di fronte agli atti di terrore dei coloni, oppure si unisce a loro e li appoggia, come abbiamo
dimostrato in passato nel caso di milizie congiunte di coloni e soldati che attaccano e uccidono i palestinesi.
In casi rari ed estremi, come nel caso di Huwara questa
settimana, è possibile che i soldati intervengano e salvino i palestinesi dalle
loro case in fiamme per evitare che muoiano. Tuttavia, quegli stessi soldati
non penserebbero mai di sparare ai rivoltosi, come avrebbero fatto senza dubbio
se fossero stati palestinesi, o di effettuare arresti di massa; solo cinque
coloni delle centinaia che hanno partecipato all’attacco sono stati arrestati –
tra l’altro, non per aver attaccato i Palestinesi, ma per aver attaccato i
soldati – e tutti sono stati rapidamente rilasciati (per fare un paragone, più
del doppio di questo numero è stato arrestato durante la protesta nonviolenta
di sabato scorso contro il Governo a Tel Aviv, e più di quattro volte questo
numero è stato arrestato durante le manifestazioni di mercoledì).
Anche ora, tre giorni dopo, l’esercito continua a parlare
di “caccia al terrorista”, cioè all’uomo palestinese che ha sparato ai due
fratelli israeliani, ma nessuno parla della caccia a chi ha ucciso Sameh
Aqtash, o a chi ha dato fuoco alle case delle famiglie di Huwara. Ecco perché
dobbiamo gridare con forza soprattutto contro i terroristi ebrei.
3. C’è una differenza tra le azioni di singoli individui di
un gruppo oppresso che uccidono persone del gruppo potente, e la violenza della
parte forte che viene impersonata dallo Stato o sostenuta da esso. I pogrom
come quelli che abbiamo visto a Huwara, così come i bombardamenti dell’aviazione
israeliana a Gaza che distruggono intere famiglie,
non sono un’anomalia, ma una caratteristica del regime che abbiamo creato in
questo paese.
4. Di conseguenza, la nostra responsabilità come israeliani
per le azioni di altri israeliani, cioè di chi detiene tutto il potere, non è
la stessa della nostra responsabilità per le azioni dei palestinesi.
5. C’è qualcosa di ingannevole nell’inquadrare questa
storia esclusivamente intorno all’uccisione dei due fratelli israeliani a
Huwara, come se le azioni dei coloni fossero una mera “reazione”, un botta e
risposta iniziato dai palestinesi. Solo pochi giorni prima, l’esercito
israeliano ha ucciso 11 persone a
Nablus, alcune armate e altre no, in un brutale raid alla luce del giorno; non
c’è motivo di “far partire l’orologio” solo dall’uccisione dei fratelli Yaniv.
Inoltre, ai palestinesi sono stati negati per decenni i diritti fondamentali
dal regime israeliano – ma questo raramente, se non mai, influisce sul modo in
cui questi eventi vengono inquadrati.
6. Il che mi porta al mio punto finale: questa non è la
storia di “due parti che si combattono”. Non c’è uguaglianza sotto l’apartheid.
C’è una superpotenza regionale che possiede uno degli eserciti più forti e
sofisticati del mondo e che gode di un enorme sostegno internazionale, mentre
calpesta milioni di persone emarginate dal suo regime militare razzista. La
responsabilità ultima per tutto ciò che accade in questo Paese, compresa
l’uccisione dei due fratelli, è dello Stato che perpetua questa ingiustizia e
oppressione, e di tutti noi come suoi cittadini.
I Palestinesi come popolo, e persino l’Autorità
Palestinese, che per anni ha operato come subappaltatore dell’occupazione
israeliana, non hanno modo di prevenire il prossimo attacco da parte di
Palestinesi singoli, o quello successivo. Anche Israele non può prevenire tutti
gli attacchi, ma ciò che può e deve fare è scegliere un percorso basato
sull’uguaglianza e sulla giustizia per tutti.
Grazie a Sol Salbe per l’assistenza nella traduzione
dall’ebraico.
Case bruciate, auto carbonizzate, alberi
distrutti. C'è ancora un intenso odore acre nella città di Hawara, a nord della
Cisgiordania. Per più di cinque ore, domenica scorsa, la furia dei coloni
israeliani si è abbattuta armata di pistole, spranghe di ferro, pietre, taniche
di benzina in uno dei più gravi episodi di violenza di massa commessi da loro
negli ultimi anni, all'indomani dell'omicidio di Hillel e Yagel Yaniv,
residenti dell'insediamento di Har Bracha, uccisi da un uomo palestinese.
«I coloni hanno attaccato la nostra casa,
hanno sfondato le finestre, bruciato le auto e i camion di mio nipote. Hanno
cercato di entrare nel mio autosalone e di dargli fuoco», ha raccontato a BBC
News Abdel Nasser al-Junaidi, residente della cittadina che si trova a circa
sei chilometri da Nablus.
«L'esercito non ha fatto nulla per
difenderci. Ha sostenuto i coloni e li ha protetti. Gli spari provenivano sia
dai coloni che da loro. Eravamo terrorizzati. È stato un attacco orribile e
barbaro», ha proseguito al-Junaidi.
L'esplosione di violenza – avvenuta
nello stesso giorno in cui Israele si è impegnato a fermare la creazione di
nuove unità di insediamento per quattro mesi e a bloccare l'approvazione di
qualsiasi nuovo insediamento per sei – è ancora sotto gli occhi di tutti.
Abitazioni distrutte, negozi dati alle fiamme insieme a decine e decine di
auto. Lunedì Hawara si presentava come una città fantasma, sotto assedio. Con
negozi chiusi e strade vuote. Solo i coloni potevano transitare per le strade
della città e la maggior parte lo ha fatto con aria di sfida e con 'rozza
provocazione': suonando i clacson, mostrando il dito medio e urlando slogan
come “morte agli arabi”. Lo racconta Gideon Levy sulle pagine di Hareetz.
Questa rabbia incontenibile ha provocato
una vittima. Due persone sono state colpite e ferite, una terza è stata
pugnalata e una quarta picchiata con una spranga di ferro. Altre 95 sono state
soccorse a causa dell'inalazione di gas lacrimogeno. Un'escalation d'ira che,
forse, avrebbe potuto essere fermata perché prevedibile. Avvenuta in uno dei
territori più militarizzati al mondo, tra l'altro.
Chiudere un occhio come è stato fatto
nei giorni scorsi – dice l'ex presidente della Knesset, Mickey Levy,
parlamentare del partito centrista Yesh Atid – rievoca ricordi dimenticati.
Quando le forze di difesa israeliane fecero altrettanto nel 1982, nei campi
profughi palestinesi di Sabra e Shatila, consentendo alle milizie falangiste
libanesi di commettere terribili massacri. Fortunatamente, domenica, non c'è
stato nessun massacro, perché i coloni si sono accontentati di seminare
distruzione, ma nessuno poteva sapere anticipatamente come sarebbero andate le
cose. Se i rivoltosi avessero voluto massacrare anche la popolazione, nessuno
si sarebbe opposto. Nessuno ha fermato i falangisti a Sabra e Shatila, e
nessuno si è opposto ad Hawara. Si rimane in attesa della prossima azione
ritorsiva, dopo che nessuno verrà assicurato alla giustizia e punito per il
pogrom di domenica. Per Levy, una nuova versione di Sabra e Shatila è solo
rimandata e nessuno sta facendo nulla per fermarla.
Editoriale di Haaretz : Il mondo intero
ha visto i coloni israeliani bruciare Hawara
La violenta furia di
centinaia di coloni palestinesi della Cisgiordania a Hawara, sulla scia
dell'attacco terroristico in cui sono stati uccisi Hillel e Yagel Yaniv,
residenti dell'insediamento di Har Bracha, è andata avanti per più di cinque
ore.
Centinaia di coloni hanno
lanciato pietre e incendiato case e veicoli. Un uomo di 37 anni è stato ucciso
e circa 100 persone sono rimaste ferite. “Sono entrati ovunque , hanno
incendiato case e vandalizzato auto”, ha detto ad Haaretz Abed
al-Rahman, un residente di Hawara. Ha chiarito che alcuni degli aggressori
portavano pistole e altri hanno lanciato bombe molotov nelle case . “Dall'interno
delle case si sentivano solo grida. Molte famiglie sono corse fuori per paura
di essere bruciate vive".
Non commettere errori sull'identità
dei rivoltosi. Yesh Atid MK Yoav Segalovitz ha capito bene quando ha
specificato : "Queste non sono persone che sono impazzite, sono
sostenute dai politici". Non è una questione di interpretazione.
Questo è ciò che il deputato parlamentare Zvika Fogel di Otzma Yehudit ha
ritenuto opportuno dire lunedì in risposta al pogrom .Alla domanda se
fosse soddisfatto dei risultati della rivolta, ha risposto: "Sono molto
contento, anche, perché ad Hawara hanno capito che esiste un equilibrio del
terrore . Le forze di difesa israeliane non lo stanno raggiungendo al
momento".
Ricorda queste
osservazioni la prossima volta che una persona "pienamente giusta"
pronuncia le parole "deterrenza" e "governabilità".
Questo è esattamente ciò che intendono. “In qualsiasi posto dove i
terroristi escono per uccidermi, sì, voglio vedere quel posto bruciare. Brucia
metaforicamente”, ha detto Fogel per spiegare la sua visione della
governabilità. In effetti il mondo intero ha visto bruciare Hawara. Non
metaforicamente.
Anche il ministro della
sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha affermato di "capire i
sentimenti" dei rivoltosi. Sebbene sia passato
attraverso la formalità di sintetizzare "Questo non è il modo",
non ha lasciato dubbi sui suoi veri sentimenti riguardo a ciò che è accaduto. Un
kahanista dichiarato , conosce sicuramente molto bene il testo della canzone
"May Your Village Burn".
In modo preoccupante,
anche l'IDF e la polizia sembravano aver perso il controllo degli eventi
domenica e non sono stati in grado di fermare il pogrom. Questo è motivo di
grave preoccupazione, dal momento che gli eventi nell'area di Nablus potrebbero
molto probabilmente innescare uno scontro più ampio in Cisgiordania, di cui
l'establishment della difesa ha a lungo avvertito.
E tutto questo sta
accadendo quando il governo israeliano è guidato da un imputato criminale
controllato da sfrenati estremisti nazionalisti e razzisti. Un governo che,
invece di curare la sicurezza dei suoi cittadini e dei soggetti sotto il suo
controllo, sta smantellando la democrazia, incendiando la regione e minando le
fondamenta dello Stato.
A Jenin, aiutare i feriti significa rischiare la vita
- Amira Hass
Alle squadre di soccorso è stato
vietato l'accesso all'area dei raid militari a Jenin per soccorrere i feriti
senza un precedente coordinamento, cosa che secondo i palestinesi non è
fattibile durante i raid di arresto 16 febbraio 2023 Dall'inizio di gennaio,
i residenti del campo profughi di Jenin e le squadre di soccorso palestinesi
della città sanno che le forze di difesa israeliane impediscono alle ambulanze
di accedere in tempo reale all'area dei raid militari per soccorrere i feriti.
L'esercito ha ordinato ai dipendenti dell'Autorità palestinese di inviare un
messaggio in tal senso alle squadre di soccorso durante i raid di gennaio a
Jenin, hanno riferito ad Haaretz i residenti del campo. Per esperienza, i residenti sanno anche
che chiunque si avvicini ai feriti per prestare i primi soccorsi sta rischiando
la vita: un cecchino israeliano probabilmente gli sparerà. È così che un
cecchino ha ucciso Jawad Bawaqneh, 57 anni, il 19 gennaio. È anche il modo in
cui un soldato o un cecchino dell'IDF ha sparato e colpito il parabrezza
anteriore di un'ambulanza guidata dal 51enne Fadi Jarrar il 26 gennaio.
I portavoce delle forze armate e il coordinatore delle attività governative nei
territori hanno affermato in risposta ad Haaretz che non c'è nulla che
impedisca il salvataggio dei feriti, ma che deve essere coordinato per
"prevenire danni a passanti innocenti". Tuttavia, rispondono i palestinesi, il
coordinamento richiede tempo e non è fattibile in una situazione di urgenza
medica dove contano le vite umane.
La Croce Rossa, che a volte funge da intermediario tra l'IDF e i
medici palestinesi, non affronta direttamente questa disparità. Il 26 gennaio,
il giorno in cui un raid a Jenin ha provocato la morte di 10 palestinesi,
l'organizzazione ha pubblicato un avviso generale in cui si afferma che
l'evidente atto di accedere ai feriti non è stato onorato. “Il personale medico, le unità e le
strutture mediche devono essere protette e rispettate in ogni circostanza per
garantire alle comunità colpite il continuo accesso alle cure”, si legge
nell'insolito avviso inviato ad Haaretz in sostituzione di una risposta diretta
alla
nostra
domanda.
Grida
di aiuto
Jawad
Bawaqneh era
stato un insegnante di educazione fisica in un liceo di Jenin, amato da
generazioni di studenti, un uomo sorridente, “un amico dei suoi figli”. Nella
casa di famiglia sulla strada principale a nord del campo profughi di Jenin,
era il più anziano degli 11 che vivevano lì. La più piccola è sua nipote di 18
mesi.
Giovedì 19 gennaio la famiglia è stata svegliata verso le 2:30, come gli altri
residenti del campo, al suono della sirena. Quando i rumori delle
esplosioni e degli spari sono aumentati , la famiglia si è riunita in una
camera da letto interna appartenente ai genitori. Hanno esperienza, ha spiegato
il figlio maggiore Farid Bawaqneh. Una volta, durante una delle
precedenti incursioni dell'esercito, i proiettili hanno colpito la stanza dei
bambini.
Verso le 4 del mattino del 19 gennaio, hanno sentito grida di aiuto dalla
strada. Nonostante il pericolo, sbirciarono dalla finestra e hanno visto che
sulla strada sul lato orientale della loro casa d'angolo, accanto a un piccolo
negozio di telefonia mobile, giaceva un uomo che gemeva per il dolore. La prima
ad accorrere da lui è stata Jawad, Alaa, 34 anni, anche lei insegnante di
educazione fisica.
Tenendosi vicino al muro esterno, Alaa lo ha percorso per tutta la sua
lunghezza fino a raggiungere il ferito, che secondo lei giaceva a circa otto
metri dalla porta della loro casa. Successivamente si è scoperto che l'uomo era
Adham Jabareen, un membro della Jihad islamica. Non conosceva l'uomo, come
avrebbe detto in seguito all'investigatore sul campo di B'Tselem Abd al-Karim
al-Sa'adi. E' riuscita a trascinarlo per due o tre metri prima che suo padre si
unisse ad aiutarla, in pigiama.
Farid, che era accanto a suo padre, ha detto ad Haaretz la scorsa settimana che
"In seguito ci siamo resi conto che la grande quantità di sangue che
si era accumulata sotto la schiena di Adham, rendeva più facile
trascinarlo". Il padre si è inginocchiato, ha afferrato l'altra
mano del ferito e insieme alla figlia ha continuato a tirarlo. Farid pensa che
suo padre sia riuscito a tirare il ferito per non più di 40 centimetri quando
all'improvviso, davanti ai suoi figli sconvolti, la sua testa è caduta
all'indietro e la schiena si è piegata , lentamente, verso il gradino fuori
dall'ingresso.
Un proiettile lo aveva colpito alla spalla sinistra e gli aveva perforato il
petto. La sparatoria proveniva da est, dall'alto. Farid ha trascinato il padre
ferito sulla soglia. Quando la testa e il petto di Jawad erano già all'interno
della tromba delle scale e i suoi piedi erano ancora fuori dalla soglia, altri
colpi sono stati sparati contro di lui ed è stato ferito di nuovo, ha detto
Farid. Alcuni buchi , causati da quella sparatoria, sono già visibili
all'ingresso della farmacia accanto e del ficus lì vicino.
Un'ambulanza della Mezzaluna Rossa che cercava di raggiungere il sito è stata
ritardata di circa 45 minuti, ha detto Mahmoud al-Saadi, il direttore
dell'equipaggio dell'ambulanza dell'organizzazione. L'auto della famiglia
Bawaqneh era parcheggiata nel cortile interno . Così Alaa ha
accompagnato suo padre all'ospedale, dove è stato dichiarato morto.
Successivamente, anche il corpo di Jabareen è stato portato in ospedale. Farid
dice di non essersi accorto se, mentre giaceva ferito, accanto a lui c'era una
pistola. Era buio e c'è stata un'interruzione di corrente, ha detto.
La
Mezzaluna Rossa e la famiglia presumono che la fonte del proiettile letale che
ha ucciso Bawaqneh fosse su un alto edificio a circa 250 metri a est
della casa di famiglia, dove i soldati dell'IDF avevano occupato un
appartamento al quinto piano la notte della sparatoria. Gli inquilini
dell'appartamento hanno visto i soldati posizionare un fucile su un treppiede
nel soggiorno, dalla cui finestra si vede il campo e la casa dei Bawaqneh, e
hanno sentito gli spari da una stanza adiacente dove i soldati li avevano
rinchiusi. Blocco di un'ambulanza
Una
settimana dopo, il 26 gennaio, l'esercito e la polizia israeliana hanno
nuovamente invaso, e inaspettatamente, in pieno giorno. Fadi Jarrar,
proprietario di una modesta compagnia privata di ambulanze e lui stesso autista
di ambulanze, stima di aver sentito la sirena alle 6:55 o alle 7:00. La
sua casa, sopra l'ufficio, è vicina al campo. Lui e il paramedico che lavora
con lui, Mohammad Balawi, hanno subito preso una delle tre ambulanze della
compagnia e sono stati raggiunti da un volontario, un infermiere dell'ospedale.
Volevano avvicinarsi il più possibile a chiunque avesse bisogno di cure e
soccorsi all'interno del campo.
La Mezzaluna Rossa aveva già riferito della prima vittima, Iz al-Din Salahat,
22 anni, un poliziotto delle forze palestinesi e un membro della sua squadra di
calcio. Quando Salahat ha notato i soldati israeliani sotto copertura, ha
sparato contro di loro, hanno detto i residenti del campo. È stato
immediatamente colpito alla schiena, hanno aggiunto. I soldati stessi non sono
stati visti nei vicoli. Alcuni sono rimasti in jeep blindate e altri sono stati
collocati in alcune postazioni di tiro ai piani superiori degli edifici che
avevano occupato all'inizio.
Ad ogni entrata del campo c'era un mezzo militare che bloccava l'ambulanza di
Jarrar, così ha fatto una deviazione, guidando lungo il pendio della collina su
cui è costruito il campo. “Gli shabab [i giovani palestinesi e i loro aiutanti]
ci hanno indirizzato verso un vicolo che scende al Jorat al-Dahab ”. In
questo quartiere si trovava la casa dove vivevano gli attivisti della Jihad
islamica ricercati dall'esercito israeliano. L'esercito l'ha bombardata con
nove missili LAU dopo che gli uomini si erano apparentemente rifiutati di
uscire. Quando si salvano vite, ogni minuto è importante. Per noi, come équipe mediche,
nel momento in cui un uomo armato viene ferito smette di essere armato e
diventa una vittima che deve essere salvata”. Jarrar ha parcheggiato la sua ambulanza in un posto sicuro, come ha detto
lui – in altre parole, non nell'area tra le jeep corazzate dei soldati e i
giovani del campo armati di fucili o sassi. Come sempre, lui e il suo team si
sono preparati per il momento in cui sarebbero stati informati che qualcuno era
stato ferito, avrebbero prestato i primi soccorsi o si sarebbero precipitati in
ospedale.
Dopo un po' qualcuno ha infatti gridato che c'era un ferito. Jarrar è avanzato
un po', sul pendio del vicolo, e i due paramedici sono scesi dall'ambulanza,
tornando con un uomo leggermente ferito. "Ci sono state molte
sparatorie", ha detto Jarrar. Mentre i suoi colleghi curavano l'uomo, ha
notato un giovane che era stato colpito ed è crollato. Alcuni giovani lo hanno
portato verso Jarrar, che ha fatto avanzare l'ambulanza di circa mezzo metro
verso di loro. La parte anteriore del veicolo sporgeva un po' oltre il muro
della casa ed entrava nel vicolo perpendicolare a loro. Poi due colpi hanno perforato il parabrezza anteriore davanti al sedile del
passeggero, creando due fori . Non ha avuto il tempo di avere paura o di
pensare al paramedico Balawi, che stava curando il primo ferito. Il
secondo uomo portato per le cure è rimasto gravemente ferito. Mentre i due
paramedici cercavano di fermare l'emorragia, Jarrar ha iniziato a guidare in
retromarcia. Pensa che fossero circa le 9:00, ma non ne è sicuro. All'uscita hanno incontrato un bulldozer militare, che non ha permesso loro
di proseguire in direzione dell'ospedale (a circa tre o quattro minuti di
distanza). Invece la deviazione è durata circa 15 minuti. Hanno
appreso il giorno successivo che l'uomo ferito aveva ceduto alle sue ferite. Se
il bulldozer non avesse bloccato l'ambulanza, se non fosse stato loro richiesto
di fare una lunga deviazione, la sua vita sarebbe stata salvata? Non lo
sappiamo. Poi i tre sono tornati nello stesso angolo del campo per curare gli
altri. Due settimane dopo, Jarrar non aveva ancora sostituito il parabrezza
dell'ambulanza con buchi. "Costa 2.000 ($ 565) shekel, e non abbiamo
quella somma", ha detto.
Erano
ben consapevoli del rischio quando si sono recati al campo. La Mezzaluna Rossa
a Ramallah li aveva informati che l'esercito non permetteva alle ambulanze di
entrare nell'area del conflitto. Collegato o no, ha detto Jarrar, "Il 19
gennaio, due jeep dell'esercito proprio accanto al mio ufficio ci hanno
impedito di uscire o salire sulle ambulanze".
I soldati che ritardano il lavoro delle squadre mediche palestinesi, anche
sparando e colpendo le ambulanze, non è una novità, a Jenin e altrove. La
differenza, ha detto Mahmoud al-Saadi, “è che questa volta ci hanno
ufficialmente informato che le ambulanze non possono entrare nell'area degli
incidenti”. La Mezzaluna Rossa lo ha appreso per la prima volta da un membro
del comitato di collegamento militare palestinese, circa 15 minuti dopo
l'inizio del raid del 19 gennaio.
Ecco come funziona: qualche ufficiale israeliano – di solito dell'ufficio di
collegamento e coordinamento distrettuale – contatta la sua controparte
palestinese e gli dà l'ordine oralmente (mai per iscritto), che dovrebbe
trasmettere al pubblico palestinese. Al-Saadi non ricorda esattamente chi ha
chiamato il 26 gennaio, "Ma sapevamo con certezza che gli israeliani
stavano vietando ancora una volta l'ingresso delle ambulanze al campo".
Circa un'ora e un quarto dopo, la Croce Rossa gli comunicò che le ambulanze
potevano viaggiare, ma "con cautela".
La Mezzaluna Rossa ha 25 dipendenti e sei ambulanze che lavorano a turni.
Quando ci sono irruzioni, circa l'80% del personale lavora, alcuni su base
volontaria. All'interno del campo, i volontari portano i feriti alle ambulanze
indipendentemente dal pericolo e dalla distanza. "Non vogliamo
trovarci direttamente all'interno della scena della sparatoria", dice
al-Saadi. “Lavoriamo con attenzione, ma il nostro obbligo di salvare vite viene
prima di tutto, e questa è la nostra missione. A volte, durante i raid,
evacuiamo anche persone che soffrono di ansia o addirittura di infarto dovuto
alla paura. È successo che i soldati ci hanno impedito di raggiungerli. Quando si salvano vite, ogni minuto è importante. Per noi, come équipe mediche,
nel momento in cui un uomo armato viene ferito smette di essere armato e
diventa una vittima che deve essere salvata. Il divieto ufficiale israeliano,
impostoci, di operare correttamente durante un raid è nuovo per noi e mi
preoccupa. Ho paura sia per la squadra che per i feriti.
Nel raid più recente, le squadre della Mezzaluna Rossa hanno aiutato 20 feriti
e altri due che stavano soffocando per l'inalazione di gas lacrimogeni. Se
avessimo iniziato a coordinarci con l'esercito su come raggiungere ogni
individuo ferito, coordinamento che richiede tempo, avremmo perso almeno
quattro dei feriti gravi". Al-Saadi è combattuto tra la dedizione professionale e la
responsabilità nei confronti dei feriti e la paura per il benessere delle sue
squadre, non solo a causa della sua posizione di direttore. Nel 2002, durante i
raid dell'IDF nel campo profughi durante la seconda intifada, ha lavorato come
paramedico a Jenin insieme a un medico della Mezzaluna Rossa, il dottor Khalil
Suleiman. Il 4 marzo è stato coordinato con l'esercito. Nonostante ciò, i
soldati hanno sparato un missile LAU contro l'ambulanza, che ha preso fuoco.
Al-Saadi e un altro paramedico sono riusciti a districarsi, ma i
soldati hanno continuato a sparare contro di loro. Il dottor Suleiman è morto
in ambulanza e l'ospedale governativo di Jenin è stato intitolato a lui.
L'ambulanza bruciata si trova ancora oggi nel cortile della Mezzaluna Rossa di
Jenin.
"Mia moglie non mi ha riconosciuto quando è venuta in ospedale", ha
detto al-Saadi. Le numerose operazioni su tutto il corpo che ha subito per
quasi cinque anni sono visibili sulle mani e sul viso. Quando parla del grave
infortunio, delle ustioni e dei dolori, non sembrano passati 20 anni.
Il 24 gennaio di quest'anno, in altre parole, due giorni prima del grande raid
a Jenin, il sito di informazione palestinese Sada News ha riferito
che “le forze di occupazione israeliane hanno informato il Comitato di
collegamento palestinese del divieto di ingresso di giornalisti, squadre di
soccorso e ambulanze durante gli attacchi delle forze di occupazione”. Il
rapporto aggiunge che il motivo della decisione è “salvaguardare il benessere
dei giornalisti e delle squadre di soccorso”, e che in
pratica ciò significa l'esecuzione dei feriti, che non saranno curati in tempo.
I fotografi palestinesi hanno detto ad Haaretz che l'esercito ha davvero
impedito loro di entrare nel campo il 26 gennaio.
Alla domanda di Haaretz se il rapporto fosse corretto, il 24 gennaio il
portavoce del coordinatore delle attività governative nei territori ha risposto
che “l'IDF consente il libero accesso alle équipe mediche e dei
media in tutta la Giudea e la Samaria. Nel corso dell'attività operativa per prevenire il terrorismo, c'è un
colloquio con le entità palestinesi interessate, al fine di renderle
consapevoli dei possibili rischi, e quindi di aiutare a prevenire danni a
spettatori innocenti, comprese le squadre mediche e dei media". Il
portavoce dell'IDF e il COGAT non hanno risposto a un'altra domanda dettagliata
di Haaretz riguardante l'apparente processo di coordinamento che dovrebbe
esistere tra palestinesi e israeliani, al fine di garantire il rapido ingresso
delle squadre di soccorso.
Il portavoce dell'IDF e del COGAT hanno inviato la stessa risposta di prima,
aggiungendo la frase: "L'affermazione secondo cui le forze
israeliane impediscono alle squadre mediche di somministrare cure mediche non è
corretta". Il portavoce dell'IDF ha risposto che "le circostanze
della morte delle persone uccise [incluso Bawaqneh] il 19 gennaio 2023 sono in
fase di esame". Una fonte della difesa ha affermato che non è stata
presentata alcuna denuncia in merito allo sparo sull'ambulanza di Jarrar e, se
ce n'è una, "sarà esaminata come al solito".
Jarrar ha specificato di aver presentato una denuncia dopo che i soldati
hanno sparato sull'ambulanza al checkpoint di Jalameh l'anno scorso, e
che non ne è venuto fuori nulla. "So che non ha senso
presentare un reclamo."
100 ANNI FA IL MASSACRO RAZZIALE DI TULSA - Claudio Geymonat
Fra il 31 maggio e il 1° giugno 1921, cento
anni fa, nella città di Tulsa in Oklahoma, si compì
uno dei peggiori episodi di violenza razziale nella storia degli Stati Uniti, a
lungo poco conosciuto visti i grandi sforzi messi in atto per mettere a tacere
le voci che intendevano raccontare un massacro costato la vita a centinaia di
persone e la distruzione di migliaia di abitazioni.
Tulsa aveva all’epoca centomila abitanti,
diecimila dei quali afroamericani confinati nel prospero quartiere di
Greenwood. Il 30 maggio in città si diffonde la notizia di una presunta
violenza sessuale perpetrata da un ragazzo di colore a una giovane bianca,
violenza mai provata. Al calar della sera una folla inferocita si riunisce
all’esterno del carcere cittadino in cui il ragazzo è stato relegato, con la
volontà di linciarlo. L’isteria collettiva cresce e si scatena una violenza
inaudita, una caccia all’uomo degna del far west. Secondo una
stima successiva furono bruciate 1256 abitazioni di afroamericani, altre 215
furono saccheggiate. Vennero distrutti un ospedale, una scuola, due giornali,
varie chiese, negozi e molte altre attività. Il governatore Robertson istituì
la legge marziale e venne inviata in Oklahoma la Guardia Nazionale.
Nelle ore successive tutte le accuse contro il
giovane furono ritirate.
L’Oklahoma Bureau of Vital Statistics ha
registrato ufficialmente 36 morti. Tuttavia, vari storici stimano che il
bilancio delle vittime potrebbe essere stato di molto superiore, di 300 unità,
mai denunciate o mai registrate.
Negli anni a venire, mentre i Black
Tulsans lavoravano per ricostruire le loro case e attività
commerciali in rovina, la segregazione in città aumentò e il nuovo ramo del
KKK, il Ku Klux Klan dell’Oklahoma crebbe in forza. Per decenni, non ci furono
cerimonie pubbliche, memoriali per i morti o qualsiasi tentativo di commemorare
gli eventi del 31 maggio-1 giugno 1921. Invece, ci fu uno sforzo deliberato per
insabbiarli.
Il Tulsa Tribune, il principale
giornale locale, ha rimosso dai suoi volumi rilegati la prima pagina del 31
maggio che aveva contribuito in maniera determinante a scatenare il caos in
città, cavalcando con forza la notizia dello stupro, e gli studiosi hanno
scoperto che mancano anche notizie negli archivi della polizia e della milizia
statale. Di conseguenza, fino a poco tempo fa il Tulsa Race Massacre è
stato raramente menzionato nei libri di storia, insegnato nelle scuole (compare
nei testi dei libri di testo solo dal 2009) o addirittura ricordato.
Gli studiosi iniziarono ad approfondire la
storia della rivolta negli anni ’70, dopo che era trascorso il 50° anniversario.
Nel 1996, in occasione del 75° anniversario della rivolta, si tenne una
funzione presso la Mount Zion Baptist Church, che i rivoltosi avevano raso al
suolo, e fu collocato un memoriale di fronte al Greenwood Cultural Center.
L’anno successivo, dopo la nomina di una commissione ufficiale del governo
statale per indagare su quei fatti, scienziati e storici hanno iniziato a
esaminare le vicende, comprese l’analisi delle numerose vittime sepolte in
tombe senza nome.
Nel 2001, il rapporto della Race Riot
Commission ha concluso che tra 100 e 300 persone sono state uccise e
più di 8.000 persone sono rimaste senza casa in quelle 18 ore di follia
collettiva.
La commissione ha raccomandato che lo stato
e la città di Tulsa risarcissero i sopravvissuti al massacro e i loro
discendenti. Una campagna per la giustizia legale costituita nell’aprile dello
stesso anno, la Tulsa Reparations Coalition, iniziò a guadagnare
risalto nazionale. Nel 2003, un team legale composto da eminenti leader dei
diritti civili ha intentato una causa civile, Alexander v. Oklahoma, contro la
città di Tulsa, il dipartimento di polizia di Tulsa e lo stato dell’Oklahoma
per conto di oltre 200 sopravvissuti e discendenti di vittime del massacro. Il
distretto federale e le corti d’appello dell’Oklahoma hanno respinto le
richieste perché i reati erano caduti in prescrizione.
La chiesa metodista afroamericana Vernon di
Tulsa è uno degli attori che hanno presentato una querela per chiedere alla
città e ad altri imputati federali di risarcire i parenti delle vittime.
La Vernon, fondata nel 1905, è l’unica chiesa
rimasta parzialmente in piedi durante la caccia all’uomo.
Il pastore della chiesa Vernon, Robert
Turner, arrivato in città nel 2017 , è d’accordo con tutte le
raccomandazioni della commissione e spera in un’indagine penale completa. La
sua petizione per le riparazioni è stata firmata da più di 26.000 persone.
Robert Givens è pastore della Christ Temple Christian Methodist Episcopal
Church, una congregazione fondata a Greenwood ma che dopo i fatti del 1921 si è
trasferita. La sua costruzione originaria era ancora nuova quando fu distrutta
nel massacro.
«Non è mai stato fatto nulla per le vittime e
i loro parenti», ha detto alla stampa in questi giorni.
Alcuni di coloro le cui famiglie sono
sopravvissute al massacro sono diventati figure chiave nella storia nera della
città. Il defunto John Hope Franklin, il famoso storico, era un membro di
Christ Temple, e suo padre, l’avvocato B.C. Franklin, ha contribuito a
estinguere l’ipoteca della chiesa sull’edificio in mattoni costruito dopo il
massacro.
Jim Winkler, presidente e segretario generale del Consiglio
nazionale di chiese cristiane negli Stati Uniti ha ricordato:
«Sono nato in Oklahoma e ho ancora una famiglia lì. I miei nonni hanno vissuto
appena fuori Tulsa dagli anni ’50 agli anni ’80. Ma non ho mai sentito una
parola sugli eventi del 1921. Tuttavia, appena due anni prima c’è stato un
altro massacro di neri intorno a Elaine, Arkansas nel 1919. A quel tempo, mio
nonno, allora adolescente, viveva a circa 40 miglia di distanza, a DeWitt. È
facile per i bianchi pensare a tali eventi come a una storia antica a cui non
hanno alcun collegamento, ma a volte se ci si ferma a considerare vari fattori:
dov’era la mia famiglia a quel tempo? Quali atteggiamenti razziali avevano?
Potrebbero aver sentito parlare di questi terribili incidenti? Ne hanno
discusso con la famiglia e gli amici? Come li ha formati e cosa hanno
raccontato ai loro figli di quei giorni? Sono abbastanza certo che mio nonno,
un devoto razzista, non abbia raccontato ai suoi figli di quei massacri. Dubito
che fosse infastidito da quello che è successo, ma grazie a mia nonna e
all’influenza della sua fede e del suo coinvolgimento nelle United Methodist
Women, i suoi figli sono diventati tutti devotamente antirazzisti e hanno
trasmesso quell’eredità a me, ai miei fratelli e ai nostri figli. Spero che in
ogni casa si possa parlare di simili tragedie per dirsi “Mai Più”».
TULSA 1921. REALIZZAZIONE E MASSACRO D’UN SOGNO (AMERICANO) -Andrea Sartori
Esattamente un secolo fa, un intero quartiere
(Greenwood) abitato da circa 10.000 afroamericani nella città di Tulsa, in
Oklahoma, venne dato alle fiamme, causando morti e devastazione. Gli aggressori
erano una folla inferocita di uomini bianchi, risentiti e insofferenti del
fatto che una popolazione di colore avesse raggiunto, tramite l’impegno e il
lavoro, un livello di prosperità economica e sociale superiore al loro. A neanche
sessant’anni dall’abolizione della schiavitù (1865), Greenwood era infatti
conosciuta come l’America’s Black Wall Street.
In un lungo reportage interattivo e a
più mani del 24 maggio 2021,[1] il
New York Times sottolinea come, per la white mob di Tulsa, il
colore scuro della pelle non potesse combinarsi con una condizione di
benessere. La violenza dei bianchi infuriò per due giorni, dal 30 maggio all’1
giugno, diede alle fiamme 35 isolati e più di 1.250 abitazioni, uccise 300
persone poi sepolte in fosse comuni, distrusse chiese, negozi, banche e altre
fiorenti attività commerciali. La dinamite lanciata dagli aerei in volo,
secondo gli storici, rappresenta il primo attacco dal cielo sul suolo
statunitense, il precedente – per mano americana – di Pearl Harbor e dell’11
settembre. All’atroce danno si sommò la beffa, quando i residenti di colore,
accusati d’aver incitato le sommosse, vennero detenuti in campi di prigionia.
Dopo che per 80 anni il massacro di Tulsa ha
galleggiato in una zona grigia della coscienza tra memoria,
inconsapevolezza e rimozione, lo State Commission Report del 2001 ha
quantificato in 27 miliardi di dollari odierni i danni economici di un massacro
che ha alterato per sempre le storie famigliari d’una intera città.
Nel 1921, gli Stati Uniti persero l’occasione di
sviluppare una storia possibile. Una storia che, anzi, era già la realizzazione
dell’American dream: la messa in opera, perfettamente riuscita, d’un
sogno d’integrazione e successo personale e imprenditoriale, da parte di ex schiavi
e di loro discendenti, nel cuore del Nord America.
Nella sua inchiesta, il New York Times insiste nel
mettere l’accento non sulla questione identitaria della blackness di
per sé, ma sul successo economico del quartiere di Greenwood. In questo modo il
giornale mostra che quella del massacro non era una comunità incline a
vittimizzarsi, a identificarsi con un passato d’oppressione e sfruttamento e ad
appiattirsi su di esso. Tutt’altro: i neri di Greenwood incarnavano i tratti
migliori del sogno americano, quelli dell’iniziativa e dell’entusiasmo. Questi
tratti non erano più accompagnati, nel caso degli anni d’oro di Greenwood, da
violenza, schiavitù e segregazione razziale, ovvero da ciò che, in linea con il
genocidio delle popolazioni indigene, costituisce l’origine stessa degli Stati
Uniti (Roxanne Dunbar-Ortiz, An Indigenous Peoples’ History of the
United States, Beacon Press, Boston, 2015). Nell’analisi di Dumbar-Oritz,
infatti, la vera fondazione degli USA entra in dissonanza con le retoriche
della scoperta e della conquista di terre ‘selvagge’, ma anche con la narrativa
dell’indipendenza dei coloni e della loro presunta missione civilizzatrice.
Quelle retoriche e quella narrativa hanno definito e definiscono il
racconto mainstream riguardo alla genesi degli USA e al ruolo
che essi hanno poi avuto a livello internazionale.
Ebbene, all’inizio del ‘900, la comunità afroamericana
fiorita intorno a Greenwood Avenue nella città di Tulsa aveva efficacemente
sfatato, per almeno due decenni, un destino che la voleva vittima delle
circostanze della propria origine. Questo non ha impedito che, l’1 giugno 1921,
quella comunità dovesse piegarsi a una violenza e a un razzismo i quali, da
tratto originario della fondazione d’uno Stato, sono divenuti elemento strutturale d’una
forma di vita.
Il New York Times ha intervistato i famigliari delle
vittime di Tulsa e Star Williams, 40 anni, nipote di Otis Grandville Clark, 18
anni all’epoca del massacro, sottolinea che suo nonno “spesso parlava di come
ci si potesse godere la vita a Greenwood, e di come tutto quello di cui si
aveva bisogno fosse presente nel quartiere […]. Il nonno diceva che il successo
dei neri era visibile e che il senso della sua stessa identità e il suo
orgoglio provenivano proprio da Greenwood”.
Quel che è sorprendente, in racconti come questo, è
che l’identità dei neri non viene radicata dalle
stesse persone di colore innanzitutto in un passato ancestrale, nel mito d’una
terra e d’una cultura da difendere, ma in un presente operoso. Il presente, per
Grandville Otis, era quello di un luogo nel quale i suoi avi erano stati
deportati, ma che a quel punto, nel 1921, era vissuto come accogliente, come
serbatoio di opportunità. Il massacro di Tulsa andò pertanto ad attaccare
proprio questa modalità positiva e aperta del pensare, ormai estranea alla
mitologizzazione reattiva del passato e dell’origine, e quindi
autenticamente progressiva.
La storia di Tulsa ci dice qualcosa d’importante per
l’oggi, perché mette in evidenza come la fuoriuscita dalla povertà sia il
principale mezzo di contrasto alla subalternità, molto più di campagne
identitarie astratte, che spesso se lasciate a sé stesse trascurano i problemi
reali e non divisivi. Questi ultimi sono comuni a interi gruppi d’individui e
sono indipendenti dall’origine etnica, dal sesso, dall’identità di genere e
culturale: il lavoro, la sanità, l’istruzione sono tutti aspetti della vita
ordinaria ai quali dà accesso uno status economico-sociale
decente, come quello degli abitanti di Greenwood prima del massacro.
Da tale punto di vista, l’elezione e l’insediamento di
Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti hanno fornito segnali ambivalenti.
Le perplessità riguardano, come spesso accade nelle società televised,
la modalità spettacolare della comunicazione politica, che sembra concentrarsi
sugli effetti sensazionali dei messaggi e meno sui contenuti reali.
Il 20 gennaio 2021, venti giorni dopo i tragici fatti
di Capitol Hill, sul lato ovest della stessa Capitol Hill s’è
svolta infatti la cerimonia per l’incarico del nuovo presidente. Questi ha
invitato l’afroamericana di Los Angeles Amanda Gorman a leggere una propria
poesia, The Hill We Climb. Con questo gesto, in una cornice non
poco hollywoodiana, Biden ha inteso ribaltare, in una sede istituzionale, le
dinamiche escludenti del razzismo. Gorman non solo è di colore, ma è anche la
più giovane poetessa e attivista di sempre scelta per questo ruolo. I lavori di
Gorman, inoltre, trattano di oppressione, femminismo, razzismo, emarginazione e
il loro venire ora in primo piano è – almeno nelle intenzioni manifeste e pubblicizzate –
un segnale di rottura rispetto a un tipo di mentalità che per cento anni ha
relegato un fatto come quello di Tulsa in un punto cieco della coscienza a
stelle e strisce.
Alcune polemiche sono però sorte quando, a seguito del
successo ottenuto da Gorman a Capitol Hill e quindi in tutti gli Stati Uniti,
la casa editrice e la poetessa hanno ritirato i diritti di traduzione in Europa
di The Hill We Cilmb, inizialmente concessi a una traduttrice per
l’olandese e a un traduttore per il catalano. Le motivazioni addotte per il
ritiro dei diritti sono state che la traduttrice non era una donna di colore e
che il traduttore era un uomo bianco, non più giovane. L’assunto implicito alla
base di queste decisioni, è che solo una giovane donna di colore può tradurre
il testo d’una giovane donna di colore, in virtù d’una immediata similarità
delle rispettive esperienze di vita, in virtù, cioè, della loro reciproca identificazione.
La traduzione, si potrebbe tuttavia replicare, esiste perché è un tentativo
di commensurare l’incommensurabile, di trovare un’altra lingua
che getti dei ponti tra le culture anziché ribadire la medesimezza dell’identità.
Naturalmente, per quanto riguarda gli Stati Uniti, il ritiro dei diritti di
traduzione è più che comprensibile se si considera quanto è accaduto a seguito
delle ricorrenti violenze perpetrate dalla polizia a danno degli afroamericani,
sino all’evento simbolo dell’uccisione di George Floyd il 25 maggio 2020 a
Minneapolis.
Ci si deve quindi esonerare dal pensare criticamente
il nesso tra identità e politica, e tra politica e spettacolarizzazione dei
messaggi istituzionali?
Forse no. Va allora notato che, sull’onda del significato politico-sociale che
la figura di Gorman ha rapidamente assunto dopo la cerimonia a Capitol Hill,
Vogue Magazine ha deciso di dedicare a Gorman la sua copertina del numero di
maggio 2021. La foto è stata scattata da Annie Leibovitz ed è titolata: The
rise and rise of Amanda Gorman. Poet, activist, phenomenon.
La parola phenomenon fa riflettere, poiché è coerente con il
tratto spettacolarizzato e hollywoodiano della stessa cerimonia d’insediamento.
Nella fotografia multicolore di Leibovitz, in cui il colore della pelle di
Gorman risalta tra quelli accuratamente scelti e sgargianti dei suoi vestiti e
dello sfondo esotizzante, è infatti la dimensione manifestativa (fenomenica)
della percezione a essere valorizzata. Il mondo fashion lancia
cioè il messaggio che la molteplicità dei colori che s’offrono alla percezione,
è quel che rende bella la multiculturalità americana, la quale è presentata
innanzitutto come una questione di sollecitazione percettiva, una
sollecitazione che per di più evoca, con il tratto esotico della cover di
Vogue, l’origine africana di Gorman. La copertina, tramite il colore verde
brillante dell’abito immortalato da Leibovitz, sembra anche alludere a una
svolta green o eco della nuova
amministrazione. In tutto ciò non v’è ovviamente spazio per soffermarsi sul
gesto paternalistico e fors’anche patriarcale di Biden (la scelta strategica
d’una giovane afroamericana per il reading dell’insediamento),
men che meno per i dubbi sul rapporto tra politiche identitarie e traduzione.
La percezione d’un evento sensazionale (‘fenomenale’), infatti, sostenuta da
una solida cultura dell’immagine e dall’inclinazione per le narrazioni edificanti,
è più immediata, più d’impatto, più eloquente d’ogni altra cosa.
La sensazionalità d’una cerimonia e della copertina d’un magazine prestigioso
non è però sufficiente ad andare incontro alle esigenze d’una popolazione
strutturalmente sottoprivilegiata. Quella sensazionalità non è abbastanza
per fondare nella realtà le speranze di cambiamento di molti
americani, i quali cercano rassicurazioni sul piano del lavoro, della salute,
dell’istruzione, un tipo di rassicurazioni che gli abitanti di Greenwood erano
riusciti a ottenere tramite condizioni favorevoli di prosperità e tramite il
proprio lavoro.
La politica di Biden per fortuna non è tutta nell’evento di Capitol Hill, ed è
proprio questo fatto a far ben sperare, molto più della spettacolarizzazione,
di per sé, del colore della pelle, una spettacolarizzazione che rimane
confinata al piano ineffettuale della percezione.
L’American Rescue Plan Act è d’altra natura e Simon
Kuper sul Financial Times (15 aprile 2021) ha osservato che i
suoi duemila miliardi di dollari servono non tanto alle battaglie identitarie,
ma a frenare davvero il cambiamento climatico e soprattutto a sostenere
l’economia e il lavoro, con inevitabili vantaggi anche riguardo alla diversity etnica.
Quindi: Forget Idenity Politics: Economics Is What Matters Now.
Kuper, d’altra parte, evidenzia che il motivo per cui gli afroamericani vivono
in media sei anni in meno dei loro compatrioti, non è l’orribile violenza di
cui la polizia ha dato troppe volte prova, ma la povertà. Questa
richiede una spesa pubblica funzionale a tagliarla, come nella proposta di
legge di Biden.
Lavoro e lotta alla povertà sono temi che non hanno il
potenziale divisivo e identitario della mera percezione dell’altro.
Al di là di come percepiamo qualcuno, v’è chi quel qualcuno è.
Una politica comune e davvero non razzista dovrebbe attingere
questo chi, ovvero una dimensione dell’esperienza in cui ognuno può
vedere anche tratti di sé stesso a dispetto delle proprie, soggettive,
percezioni e delle proprie origini culturali: a dispetto, cioè, della
propria identità – la quale, come ogni identità, è
irriducibile e in fondo apolitica.
Se così non fosse, il bel sogno di Amanda Gorman
pubblicizzato da Vogue e subito amplificato su Instagram, non sarebbe tale
anche per chi non è stato invitato a Capitol Hill il 20 gennaio di quest’anno –
inclusi tutti gli altri afroamericani, i discendenti delle popolazioni
indigene, gli asiatici, i latinos, le minorities di
diversa provenienza, i bianchi poveri.