articoli, appelli, musica e video di
Giorgio Agamben, John Pilger, AntiDiplomatico, Comunità di Base delle Piagge,
Angelo d’Orsi, Richard Falk, Manlio Dinucci, Elena Camino, Massimo Zucchetti,
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Stefano Orsi, Fabio Marcelli, Sahra Wagenknecht, Alessandro Orsini, Franco
Trincale, Guido Salerno Aletta
La terza guerra mondiale non è ancora finita – Giorgio
Agamben
«Viviamo in una crisi epocale. Io
credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi. Sempre
più ci sto pensando. Sono convinto che lo scenario culturale, intellettuale,
politico non ha ancora esplicitato tutte le sue potenzialità. Dobbiamo
considerarci alla fine della terza guerra mondiale». La guerra di cui Dossetti
parlava in questa intervista del 1993 è stata più devastante o altrettanto
devastante delle altre due, perché è stata combattuta solo dal male in nome del
male, fra potenze ugualmente malvage, anche se in apparenza con meno
spargimento di sangue. Ma questa guerra secondo ogni evidenza non è ancora
finita, ha preso altre forme e noi ci siamo dentro senza riuscire a vederne la
fine. Siamo dentro la guerra planetaria contro il virus, parte in causa nelle
mille guerre civili che dividono i popoli dall’interno e coinvolti nostro
malgrado nella guerra in Ucraina come occasione di una guerra mondiale bianca,
che viene cioè condotta innanzitutto nel linguaggio e nelle menti degli uomini.
È possibile, tuttavia, che
Dossetti avesse ragione e che questa interminabile guerra coincida in qualche
modo con la fine, che la fine sia, cioè, per così dire sempre in corso. «Siamo
dinnanzi all’esaurimento delle culture – aggiungeva ¬– non vedo nascere un
pensiero nuovo né da parte laica, né da parte cristiana. Siamo tutti immobili,
fissi su un presente, che si cerca di rabberciare in qualche maniera». Le
potenze che si battono non hanno infatti alcuna salvezza e alcuna verità da
proporre: solo una continua, incombente minaccia di malattia e morte e l’odio e
la guerra di ciascuno verso tutti. Sono, in questo senso, alla fine e l’atroce
guerra civile planetaria che conducono è la forma della loro fine.
Crisi energetica:
deindustrializzazione e fine dello Stato sociale
Deindustrializzare l’Europa serve ad americanizzarla.
La prossima crisi energetica, per
via delle sanzioni alla Russia che metterà in crisi la gran parte delle grandi imprese manifatturiere forzandole
alla sospensione della produzione per spostarla altrove nel mondo, concluderà
anche nel Vecchio Continente il processo di smantellamento del sistema di
produzione capitalistica fondata sul salariato di massa che aveva sopito il
conflitto di classe con la creazione dello Stato sociale.
Sin dalla metà degli Anni Trenta
cominciando dall’Inghilterra, e poi in modo generalizzato in tutta l’Europa
dopo la seconda guerra mondiale, l’esperimento socialdemocratico aveva portato
alla organizzazione da parte dello Stato di una serie di servizi pubblici a
fruizione universale cui corrispondevano altrettanti diritti sociali. Quattro erano i pilastri:
Istruzione, Sanità, Casa, Assicurazioneobbligatoria per
gli infortuni sul lavoro, la disoccupazione e la vecchiaia.
Questi interventi pubblici erano
e sono ancora oggi finanziati con il contributo fondamentale che
deriva dal prelievo fiscale sul
reddito da lavoro dipendente. Il costo del lavoro, che
rappresenta l’onere complessivo per l’impresa, viene ripartito in due porzioni:
da una parte, c’è il reddito monetario in busta paga, a disposizione del
lavoratore per i suoi consumi personali; dall’altra, ci sono il prelievo
fiscale dello Stato per la fornitura dei servizi pubblici ed i contributi
previdenziali obbligatori.
Negli Stati Uniti, nonostante gli
interventi assunti sin dagli Anni Trenta con il sistema previdenziale della
Social Security e con la Sanità pubblica del Medicare e del Medicaid, il
sistema si è sempre più orientato verso forme di assicurazione privata. In
fondo, anche con l’Obamacare non si era fatto altro che rendere obbligatoria la
sottoscrizione di una polizza assicurativa da parte di compagnie private alla
stregua di quanto accede anche in Italia per coprire i rischi della
Responsabilità Civile Auto. Negli Usa, il sistema scolastico superiore, quello
sanitario e quello previdenziale sono sostanzialmente gestiti da compagnie
private e da Fondazioni senza fine di lucro.
Nel corso degli ultimi
trent’anni, anche in Europa si è fatta sempre più forte la spinta verso la
privatizzazione dei servizi pubblici, accusandone la gestione di inefficienza.
Siamo in una fase di erosione dello Stato sociale, di crescente terziarizzazione
e di progressiva esternalizzazione della fornitura dei servizi. Le formule del
Partenariato-Pubblico-Privato e della complementarietà tra servizi di base ed
accessori, sono state usate un po’ dappertutto, dalla Sanità alla Previdenza.
Ora arriva l’ultima spallata: da
una parte, la crisi energetica in corso porterà alla insostenibilità di una
serie di produzioni industriali; dall’altra, essendo già fortemente indebitati,
gli Stati si troveranno sempre più in difficoltà nel finanziare la spesa
pubblica sociale.
Dopo la chiusura negli scorsi
decenni delle miniere, dei grandi complessi industriali chimici e metallurgici,
e poi anche delle fabbriche dedicate alla meccanica fine ed agli apparati
elettronici e di telecomunicazioni, è arrivato il turno degli impianti
automobilistici. La transizione verso l’auto elettrica farà a meno della gran
parte dei componenti tradizionali, dal motore a combustione interna ai sistemi
frizione/cambio/trasmissione. Centinaia di migliaia di lavoratori diventeranno
inutili.
C’è anche un dato storico,
ineliminabile: spostare i grandi complessi manifatturieri fuori dall’Occidente,
verso la Cina o il Vietnam, la Turchia o l’India, ed in prospettiva anche in
Africa, significa delocalizzarli in aree in cui il conflitto di classe non ha alcuna
tradizione, né socio-culturale, né politica. D’altra parte, per contrastare il
fenomeno della ingovernabilità delle fabbriche automobilistiche ed il
terrorismo che si era insinuato pericolosamente, anche in Italia negli anni
Ottanta si scelse la strada della delocalizzazione interna, con nuovi
insediamenti realizzati ex-novo in aree prive di qualsiasi tradizione operaia.
Ai partiti tradizionali che in
Europa hanno costruito lo Stato Sociale si sostituiscono sempre nuove
formazioni: la modificazione dei sistemi produttivi e dell’organizzazione
sociale comporta anche quelle della rappresentanza politica e della
organizzazione delle funzioni pubbliche.
Come è successo negli Usa a
partire degli anni Ottanta con lo spostamento delle produzioni verso il Messico
ed il Brasile, e poi a partire dal Duemila verso la Cina, in Europa ci
troveremo di fronte ad una nuova riorganizzazione economica.
L’industria europea aveva
resistito finora, rimanendo competitiva a livello internazionale, solo a costo
di ridurre continuamente i costi del lavoro e contemporaneamente anche la
copertura dello Stato sociale, beneficiando dei bassi costi dell’energia. La
crisi in atto, in termini di elevati costi e di scarsa disponibilità, le darà
una potente spallata.
Niente più Scuole pubbliche
gratuite, niente più Sanità universale, niente più Sistema pensionistico
pubblico. E, naturalmente, c’è chi non aspetta altro per fare finalmente tanti
soldi: sempre meno Stato, sempre più Mercato.
Europei, Americanizzatevi!
Crisi energetica: deindustrializzazione
e fine dello Stato sociale.
qui il sito di Franco
Trincale qui37 canzoni di Franco Trincale
Trincale,
ecco il mandante - Fulvio Abbate
Trincale, il cantastorie Franco Trincale,
abbracciato alla sua immancabile chitarra tutta scarabocchiata, lo ricordo
popolare, quasi un Beatles o il santo patrono, sul finire degli anni Sessanta.
A
Trincale, pensandoci bene, personalmente, devo perfino qualcosa. Certo, gli
devo una bella lezione di stile e di civiltà. E' il 1971: e ci troviamo a
Palermo durante la festa meridionale dell'Unità. Ed eccolo, Trincale, sta in
piedi sotto il palco del comizio, vestito come un autentico blouson noir, o
piuttosto un operaio che sta per tornarsene definitivamente in paradiso. A un
certo punto, un ragazzino gli chiede un autografo. Trincale lo squadra e
sbotta.: "Ma a che ti serve l'autografo?". Non c'è cattiveria, né
falsa modestia nella sua reazione, Trincale sta semplicemente spiegando al
ragazzetto che il tempo dei divi stronzi che se la tirano è per sempre morto
grazie alla nascita di un nuovo tipo d'artista: tipo lui, insomma.
D'altronde,
in quel contesto, Trincale ha tutte le carte in regola per essere trattato
perfino dai piccoli come un protagonista, un beniamino, meglio, come un papa.
Un anno prima, infatti, durante il "Festival di Palermo Pop 70", il
nostro, per il solo fatto di aver cantato la sua ballata sulla guerra del
Vietnam, se l'è vista brutta. I suoi versi contro "Nixon boia" hanno
reso idrofobo il questore che, dapprima gli ha staccato il volume, poi, sempre
più gonfio di livore, ha ringhiato così: "Farò di tutto per dargli delle
noie!".
Trincale
non ci ha fatto caso e, qualche anno dopo, in un libro che documenta tutte le
sue imprese canore e militanti, ha incollato anche il ritaglio de
"L'Ora" dove quella vicenda viene raccontata nei particolari. Il
testo che inviperì il questore? Ah, sì, eccolo: "Per ogni Coca Cola che tu
bevi/un proiettile all'America hai pagato". Il fatto è che la stessa
canzone non piacque a Giancarlo Pajetta, all'epoca direttore del
"L'Unità", che infatti prese carta e penna e gli scrisse: "Mi
pare eccessivo dire a chi beve (del resto molto innocentemente) la Coca Cola o
a chi mangia una banana, che aiuta a pagare una pallottola per uccidere un
vietnamita...". Non è tutto, se infatti sfogli ancora la sua autobiografia
del 1979, Dieci anni in piazza, scopri ancora una storia di militanza che
affastella la Ballata di Pinelli, le lotte, operaie, l'emigrazione, lo scandalo
Lockeed, la vita in famiglia senza molte lire, la sua uscita dal Pci.
Trincale,
il cantastorie Franco Trincale, in questo nostro fiammante 2002, pensavo che
esistesse ormai soltanto nel magazzino irreale del ricordo di certi tempi
politici scaduti, quelli appunto in cui i militanti più fortunati potevano
esibire al dito un prestigioso anello realizzato nel paese di Ho Chi Minh,
grazie al metallo ricavato dai B-52 abbattuti dalla contraerea vietcong. E
invece? Invece, Trincale me lo sono ritrovato pochi giorni fa di nuovo stampato
sul giornale più contemporaneo che mai. E' successo che Trincale, il
cantastorie Franco Trincale, come già era accaduto con quel questore più di
trent'anni prima, stavolta è riuscito a far incazzare addirittura Berlusconi o
piuttosto qualche suo aiutante di campo. In questo modo, Trincale, è proprio il
caso di dirlo, è entrato di diritto nella contemporaneità della seconda
repubblica.
I fatti?
Facciamoceli raccontare da lui stesso, da un Trincale quasi settantenne con
barba bianca natalizia e sito internet www.trincale.com che nel
frattempo canta così: "Vanna Marchi qua e là, Bruno Vespa bla bla
bla...". "Ho bisogno di voi!" denuncia infatti il cantastorie:
"Quello che mi sta accadendo è una cosa che non mi aspettavo. Una cosa
volgare, di basso profilo politico e morale. Berlusconi coinvolge anche me nel
suo contesto di bugie e allarmismo per fare spostare da Milano il processo a
carico suo e di Previti. Il 10 febbraio scorso mentre mi esibivo nei pressi di
piazza Duomo a Milano mi è accaduto un fatto...". Insomma, prosegue
Trincale, "nelle 66 pagine del Dossier-Denuncia, che Berlusconi ha
presentato al Tribunale di Milano, per dimostrare che Milano è una sede
"inquinata" ed influenzata da fatti, tra i quali anche quello di
questo semplice e "povero" cantastorie. Il 10 di febbraio scorso,
mentre cantavo nei pressi di piazza Duomo, tra l'altro una ballata di satira
non su Berlusconi, ma sul matrimonio di Monsignor Milingo, un giovane ed una
giovane del pubblico smorfiavano continuamente ed esageratamente la mia musica,
facendo balletti e rivolgendomi parole offensive, io li ho invitati più volte
ad allontanarsi, perché distraevano il pubblico, ma la loro insistenza ha
richiesto l'intervento della polizia, chiamata da alcuni cittadini, poiché nel
mentre quel giovane che continuava ad offendermi, mi aveva aggredito,
causandomi anche ferite sanguinanti alla fronte, alla gamba destra, e una
contusione al costato sinistro, come appunto hanno potuto constatare i
cittadini presenti e successivamente l'ambulanza e la volante intervenuta".
Il resto
è cosa nota, un uomo poco incline alla commozione come Francesco Merlo, sul
"Corriere della Sera", è addirittura intervenuto in sua difesa, segno
che qualcosa non va proprio per il verso giusto, segno che la preoccupazione di
un cantastorie nato a Militello Val di Catania, che alle elementari fu compagno
di classe di uno che ce l'ha fatta come Pippo Baudo, non sono poi così campate
in aria, se poi tieni conto che gli amici de "Il Giornale" si sono
messi invece lì a dargli addosso perfino su una storia di licenza per cantare
sul suolo pubblico, vuol dire forse che nuove nubi si addensano sul cielo della
repubblica.
Trincale,
alla fine, ne approfitterà per scrivere nuove implacabili ballate da intonare
nella sua Milano. Sempre lì, davanti alla Rinascente. Lo confesso senza nessuno
disagio: mi sono divertito, ho provato gioia e perfino un senso di lugubre
leggerezza ritrovando, come se non fosse trascorso neppure un anno, la sagoma
di Trincale. Dico lugubre perché le sue storie, spesso e volentieri, parlano di
miseria e di calci presi sui denti dai più sfigati, da chi lavora, da chi non
ha neppure una casa che non sia di quelle che vengono occupate nottetempo, ma
parlo anche di leggerezza perché in fondo in fondo i giorni di lotta trascorsi
tutti insieme, magari davanti a un braciere, davanti a una fabbrica altrettanto
occupata danno comunque l'idea dell'esserci al mondo, di stare lì a fare
qualcosa che serva a potersi dire "compagni". Fra le foto, fra i
ritagli, fra i "retablo", ovvero i cartelloni, fra i trafiletti che
Trincale ha tenuto da parte in tutti questi anni ce ne sono alcuni, anzi, molti
che parlano di stragi, di misteri di stato, di cose oscure che nonostante il
tempo, come diceva il suo conterraneo Sciascia, aggiungono "nero su
nero". Storie di ieri, ma anche storie di oggi, se è certo che anche
quest'ultimo delitto oscuro di Bologna assai presto troverà posto nell'infinita
ballata civile di Trincale Francesco, il cantastorie, il mandante.
Beffeggiare il potere
A colloquio con Franco Trincale, il cantastorie che infastidisce Berlusconi
La libertà d'espressione subisce di questi tempi forti attacchi da parte
del potere.
Pubblichiamo in merito un'intervista a Franco Trincale, denunciato da
Berlusconi per la sua attività di cantastorie e l'appello di Indymedia per la
manifestazione del 16 a Roma "Reclaim your media!".
Abbiamo incontrato Franco Trincale, cantastorie siciliano attivo da
quarant'anni, vive a Milano ed è molto conosciuto dai compagni. Silvio
Berlusconi, a causa delle sue canzoni, lo ha citato come elemento di disturbo
per lo svolgimento del processo SME
Per motivi di spazio, abbiamo dovuto sintetizzare la conversazione che
abbiamo avuto con lui.
Tu che sei l'ultimo dei cantastorie, in cosa consiste il tuo ruolo?
Il cantastorie è colui che nelle piccole comunità portava le notizie che
altrimenti non sarebbero giunte: il suo compito era fondamentale. Nel suo
lavoro è più importante il testo che la musica. Io oggi non ho notizie nuove da
raccontare, perché questo è compito di altri tipi di informazione. Allora cosa
faccio? Avendo maturato una coscienza comunista/libertaria, nella notizia colgo
l'essenza critica da rimarcare. Cioè quello che i giornali non dicono.
Berlusconi dice di te: ".... Francesco Trincale che si porta presso la
piazza del Duomo ogni fine settimana per vendere materiale diffamatorio,
altresì arringando i numerosi presenti con ulteriori diffamatorie
prospettazioni....." e ti considera uno dei motivi per cui il suo processo
debba essere spostato da Milano. Tu che ne pensi?
Io credo che se al posto di Berlusconi ci fosse D'Alema le cose non
cambierebbero.
Il cantastorie beffeggia il potere ed io ho fatto sempre questo. Ancora
adesso, come ho fatto con Craxi, D'Alema, beffeggio Berlusconi: se lui ha una
serie di processi in ballo non è certo colpa mia. Io canto le
"berlusconate": nel 1994 ho fatto il "berluschino", cioè il
bambinello apprendista, preso per la manina da Craxi che lo porta nell'orto
della politica.
"Berluschino piccolin,
già attaccato al cadreghin,
già muovevi i primi passi,
attaccato all'orto Craxi....."
Io canto qualsiasi notizia: nel '69 ho cantato la morte di Pinelli ed oggi
canto contro la guerra, canto la morte di Carlo Giuliani a Genova...
Uno dei pericoli è quindi, secondo te, quello di togliere spazi di libertà?
Questo è molto importante: adesso diranno che la zona del Duomo è
"sacra". Già ora vengono i vigili varie volte al giorno a cercare di
farmi smettere o intimidirmi.
L'arte di strada è molto importante: ho ricevuto solidarietà da tutte le
parti del mondo.
Io canto le notizie mentre accadono... Io sono con la classe operaia....e
sono stato dovunque fosse necessario cantare contro il potere: ho cantato
Piazza Fontana, ho cantato per Pinelli sotto la questura, per Ustica.
Per adesso voi siete l'unico giornale che è venuto ad intervistarmi: nessun
altro ha considerato importante venire a parlare con me.
In questo momento io ho bisogno che venga riconosciuto il ruolo dei
cantastorie, un valore culturale.
Io sono dalla parte della gente che lotta per la libertà, questo vorrei che
fosse chiaro. L'attacco alla mia figura è un attacco alla libertà di
espressione. Questo fatto va chiarito e denunciato perché è un fatto politico
grave.
Io credo che il fatto politico è grave perché si attacca un cantastorie che
è impegnato da sempre ed è, in qualche modo, la cattiva coscienza del potere.
Il tuo modo di esprimerti piace alla gente e questo è pericoloso.
È fondamentale quindi esprimerti in questo momento una forte solidarietà.
Insieme possiamo quindi concludere che la cosa più importante è difendere
tutti gli spazi di libertà, lottare affinché la strada, le piazze siano luoghi
liberi in cui ognuno possa esprimere il proprio pensiero.
Il noto
cantautore sociale, ancora iscritto al P.C.I., contesta la linea del partito e
si dichiara fautore dell’autogestione – Fino a quando Berlinguer & C.
saranno disposti a tollerarlo?
Due grandi A
cerchiate e la scritta “La casa è di chi l’abita” tracciate sul muro, davanti
al quale lui sta in piedi con la sua fida chitarra: questa la copertina
dell’ultimo l.p. di Franco Trincale, intitolato “canti libertari”.
Allora – chiedo
subito a Trincale, venutoci a trovare in redazione – si può ormai parlare di
Franco Trincale anarchico?No,
non si può ancora parlare di me come di un anarchico, e questo per due motivi:
innanzitutto per il fatto che io sono e resto tuttora iscritto al P.C.I. per il
fatto opportunistico (ma questo tipo di “opportunismo” mi sembra giustificato)
che il P.C.I. egemonizza di fatto quegli spazi di espressione culturale che
bene o male ti permettono di sbarcare il lunario. Ma questo è pur sempre un
fatto secondario; ciò che veramente conta per me è la coscienza che il termine
“anarchico” è ancora qualcosa di troppo grande per chi, come me, ha avuto si
una sua maturazione in senso libertario, ma resta pur tuttavia limitato da
tante contraddizioni nella vita pubblica e privata. Sono poi convinto che gli
anarchici pensano – ed io sono d’accordo con loro – che al di là dell’etichetta
conta che quel che si fa sia consono agli interessi delle masse.Una domanda mi sorge spontanea:
allora, perché questa copertina così chiaramente anarchica?Alla base della mia scelta– spiega Trincale –vi è una valutazione dell’attuale
situazione politica italiana. In primo luogo, il P.C.I. si avvia oggi in fretta
verso quel compromesso storico che altro non è se non una pura e semplice
spartizione del potere con socialisti, democristiani, repubblicani, ecc. Di
fronte a questa politica del P.C.I. vi sono continuamente frange che si
staccano dal partito e si organizzano alla sua sinistra, pronte però a
ripercorrerne le tappe di avvicinamento al potere, innanzitutto con l’abbandono
del terreno extra-parlamentare per quello parlamentare. Il che è logico, poiché
sappiamo che il potere inquina. A questo punto io ritengo che l’unica
alternativa a questo ripetersi della storia, che vede i partiti egemoni della
classe operaia tendere continuamente al potere, sia l’autogestione,
autogestione in tutti i campi della società. E poiché sono convinto che anche
all’interno del P.C.I. vi siano tanti compagni di base che sentono le mie
stesse esigenze, considero il mio disco (con la sua copertina) come uno degli
strumenti validi per far crescere anche in loro quella maturità di coscienza
libertaria che io ho, seppur contraddittoriamente, già raggiunto.
È cosa nota che
il centralismo democratico del P.C.I. non ammette che i militanti del partito
sgarrino e si permettano di criticare in pubblico le scelte ufficiali di organi
direttivi. Lo faccio osservare a Trincale, che pure queste cose le sa meglio di
me avendo militato per tanto tempo nel P.C.I. e che, per esperienza, sa quante
volte i burocrati gli hanno censurato o vietato canzoni, perché ritenute
“troppo estremiste”, inopportune, ecc.Io
mi rendo conto che la copertina del mio ultimo disco assume per il P.C.I. un
valore provocatorio: infatti io sono preparato, bene o male, a ricevere
l’espulsione ufficiale dal partito o perlomeno l’emarginazione da quegli spazi
di espressione culturale che, come ho detto prima, sono egemonizzati dal P.C.I.
A questo proposito, permettimi di fare i miei complimenti a quella compagna Claudia
V. per il suo ottimo articolo sull’A.R.C.I.(c.f.r. “A” 44).
A questo punto
il discorso cade sulla validità della musica e del canto quali strumenti di
intervento sociale sulla attuale realtà italiana. Trincale ha una sua opinione
ben precisa, che gli deriva dalla sua ventennale esperienza nel contempo
artistica e sociale. Ha infatti cominciato a cantare fin da ragazzo nella sua
terra di Sicilia, andando in giro per le strade ad interpretare canzoni
tradizionali incentrate sui temi dell’amore, del tradimento, della nostalgia,
ecc. La sua maturazione culturale e sociale, iniziatasi già in quegli anni a
contatto con la cultura delle classi subalterne siciliane (delle quali Trincale
è fiero di essere un componente e, in un certo senso, un interprete), si è
andata consolidando dopo la sua venuta al Nord, con i relativi problemi comuni
a tutti gli immigrati. Impostosi all’attenzione del mondo musicale per le sue
tre vittorie consecutive alla sagra dei cantastorie italiani (a Piacenza),
Trincale si è sempre più buttato sulla tematica sociale, verificata
quotidianamente a contatto con i lavoratori, con il popolo. I suoi “teatri”
sono stati infatti per lo più le strade, le piazze, le fabbriche, le
dimostrazioni; il suo pubblico (ed i suoi critici più validi) sono sempre stati
i lavoratori, gli studenti, tutti coloro che nelle loro lotte lo hanno
ritrovato a fianco della comune battaglia di emancipazione sociale. Le “noie”
con l’autorità giudiziaria non sono mancate: basti qui citare il clamoroso
episodio di Palermo, quando, nel corso del I Festival Pop (1971), il suo
spettacolo fu bruscamente interrotto dall’intervento del vice-questore che
bloccò l’impianto microfonico, trattenne per un’ora Trincale nel suo camerino e
successivamente lo denunciò. La sua grave colpa era stata quella di cantare due
sue canzoni particolarmente sgradite ai signori questurini: “La ballata di
Pinelli” e “L’orologio del dottor Guida” . Un mese fa si è tenuto
il processo e Trincale è stato assolto.
Non c’è che
dire: Trincale è un cantautore sui generis, uno di quelli per cui l’impegno
sociale non è un comodo alibi da esibire nelle discussioni salottiere. Quel è
la sua opinione sulla cosiddetta musica alternativa?Secondo me– risponde Trincale –non si può parlare di “musica
alternativa” o di “alternativa musicale” come se si trattasse di novità: essa è
sempre esistita, infatti, e si identifica con tutta quella musica che il
sistema ha sempre escluso dai suoi canali di diffusione. Pensiamo un attimo a
quando non c’era ancora nemmeno la radio: il padrone si rompeva i coglioni
perché le mondine cantavano le loro canzoni, canzoni di protesta e di lotta, e
cercava già allora di imporre un’altra musica, di “far passare” altre canzoni
(quelle d’amore, tanto per intenderci). Le canzoni delle mondine, in quella
situazione, erano così strumento ed azione di lotta dei lavoratori, non
riuscendo i padroni a monopolizzare il “mondo della canzone”. È il sistema che
ha imposto la credenza secondo la quale per cantare sarebbe necessario
studiare, servirsi di strumenti, ecc., mentre la realtà è che la voce –
strumento umano che ci ha dato madre natura – non abbisogna di niente per
essere utilizzata nel canto. Facendo credere, invece, che c’è bisogno di tutto
un apparato “tecnico”, il sistema non ha voluto far altro che crearsi isuoiinterpreti, al suo
servizio, strozzando così la voce diretta del popolo che è l’unica vera “musica
alternativa”. È proprio per difendere i loro interessi che i padroni hanno
sempre escluso e combattuto la libera espressione delle masse.Il discorso si fa attuale:
Trincale mette in luce l’illusione di quei giovani che credono di “fare” della
musica alternativa solo perché si recano ad ascoltare i nuovi idoli della
musica pop, senza accorgersi della nuova manovra dei grossi discografici che,
fiutando il guadagno, stanno cavalcando la tigre di questa musica
pseudo-alternativa e pseudo-impegnata che, in sostanza, non scalfisce di certo
i loro interessi e non contribuisce a far maturare la coscienza delle masse.
Le ultime
battute del mio colloquio con Trincale riguardano il suo ultimo disco. Gli
faccio osservare che mal si conciliano con il titolo del disco (“Canti
libertari”) almeno due punti: l’inno “Bandiera rossa” (intonato al termine di
una bella canzone sui morti di Reggio Emilia) e soprattutto “Le quattro
bandiere”, che si apre con un perentorio Bandiera nera la vogliamo no!: quale
militante di un gruppo richiamantesi esplicitamente alla “Bandiera nera” e, più
in generale, quale militante del movimento anarchico non posso certo apprezzare
che venga salutata la bandiera rossa dei bolscevichi e venga rifiutata quella
nera di Machno e degli anarchici in genere. È pur vero che la bandiera nera cui
la canzone fa riferimento è quella dei fascisti, ma proprio in disco libertario
andava prolungato quest’odioso equivoco sul quale – ce n’ha fornito
testimonianza lo stesso Trincale – più di una volta hanno speculato i burocrati
comunisti per confonderci con i fascisti? Trincale riconosce la
contraddittorietà dei pezzi citati con il titolo e lo spirito del disco. Una
contraddizione in più, a mio avviso, in questo “compagno libertario” ancora
iscritto al P.C.I.