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giovedì 20 novembre 2025

Le lingue africane come resistenza: Ngũgĩ wa Thiong’o e la decolonizzazione delle menti

di Gianfranco Belgrano

Per ricordare la figura di Ngugi wa Thiongo, gigante della letteratura africana scomparso mercoledì 28 maggio, pubblichiamo una nostra intervista realizzata nel 2015, ancora attuale dopo un decennio. Ngũgĩ wa Thiong’o punta l’attenzione sulla sfida alla colonizzazione culturale attraverso la lingua, esortando a riscoprire le lingue africane come strumenti di libertà. L’Africa, dice, deve contribuire al proprio futuro, non solo a quello dell’Occidente.

Sottrarsi alla potenza dei poteri forti, dei vecchi e nuovi colonialismi, anche attraverso la lingua, perché la libertà, la cultura e l’uguaglianza tra le culture passa anche dal suono delle lingue parlate dai popoli. È uno dei punti su cui si è soffermato Ngũgĩ wa Thiong’o, presentando a Roma l’edizione italiana del libro ‘Decolonizzare le menti’. Scrittore, drammaturgo e saggista keniano, Ngũgĩ è una delle figure intellettuali di maggiore rilievo non solo del continente africano, ma del panorama culturale mondiale.
A Roma (nel 2015, ndr), su invito della casa editrice Jaca Book – che ha finalmente curato l’edizione italiana di ‘Decolonizzare le menti’, a 30 anni dall’uscita di un libro comunque ancora attuale – e della Libreria Griot, Ngũgĩ ha sottolineato la bellezza delle lingue, “depositarie di cultura”. Una bellezza nella diversità, ma che nel tempo è stata messa in discussione con la forza: “In certi momenti della storia c’è chi ha sostenuto che alcuni suoni sono più suoni di altri, la loro lingua è più lingua di altri…Invece dobbiamo pensare alle nostre lingue non come gerarchie, ma come reti. E in una rete si dà e si riceve in maniera paritetica”.

Alcuni anni dopo l’indipendenza del Kenya, lei decise di non scrivere più in inglese ma di utilizzare per i suoi scritti la lingua kikuyu. Fu una scelta dall’importante valore culturale e politico, ma fu anche una scelta ostacolata dal potere. Perché questa scelta e quale è il bilancio dopo tanti anni?

Fu una scelta politica, una cosciente decisione politica. Per questa decisione nel 1977 fui imprigionato in un carcere di massima sicurezza in Kenya. Andai in carcere per il lavoro fatto in campo teatrale. In prigione comincia a riflettere seriamente sull’ineguale bilaciamento di poteri tra la lingua inglese e le lingue africane.

Sono molto felice di aver preso allora quella decisione anche se questo mi costrinse a vivere fuori dal Kenya, paese in cui però oggi posso tornare. Certo è una contraddizione il fatto di aver vissuto in ambienti in cui si parla inglese, a Londra prima e negli Stati Uniti negli ultimi 20 anni. Ma è una contraddizione che ho vissuto come un modo per raggiungere ancora meglio il Kenya, la mia casa, attraverso la lingua kikuyu.

Come giudica in questo senso la scelta di riconosce il kiswahili come lingua ufficiale da parte dei paesi membri della Comunità dell’Africa orientale?

È una lingua parlata in Tanzania, Kenya, Uganda ma anche in altre regioni dell’Africa centrale e australe. È a tutti gli effetti una lingua africana.

È passato ormai mezzo secolo dall’indipendenza dei paesi africani. Cosa è rimasto nell’ideale politico che animava il movimento che portò alla decolonizzazione e quali sono i sogni che sono stati invece traditi? L’Africa è il continente del futuro?

Mi sorprende che ora che ho quasi 78 anni i temi di cui 30 anni fa parlavo, scrivevo siano ancora presenti, contino ancora. E di fatto hanno dato vita a scritti di cui ho gli armadi pieni a casa. Io penso che l’Africa costruisce il futuro di tutti gli altri continenti e in modo particolare di quello che si chiama Occidente. Questo avviene fin dal XVII secolo e attraverso mezzi diversi: con il commercio dei corpi degli africani, cioè con il traffico degli schiavi; traffico ricco che ha assicurato pingui profitti a chi ci ha investito; traffico di corpi messi sopra a navi, trasportati per svolgere lavori di ogni genere con dei profitti per l’investitore anche del 600%. Attraverso le piantagioni, che erano una variazione sul tema della schiavitù che sono state quelle che hanno consentito l’accumulo di capitale perché hanno alimentato la produzione industriale europea, in modo particolare dell’Inghilterra. Tra le prime fabbriche ci sono stati cantieri navali dove venivano costruite quelle navi che poi venivano in Africa a caricare schiavi. E ancora nel XIX secolo attraverso le colonie. La colonializzazione divenne così importante per la struttura economica del mondo occidentale che a un certo punto anche l’Italia, fatta l’unità, si rese conto di ‘essere in ritardo’. Non avere colonie a un certo punto significava non contare nulla.

E oggi secondo lei qual è la situazione?

Ancora oggi l’Africa è il principale donatore di risorse all’Occidente. L’Europa ha dato agli africani gli accenti: sapete che c’è un’Africa francofona, un’Africa anglofona, un’Africa lusofona; l’Africa ha dato all’Europa l’accesso alle proprie risorse. Accenti contro accessi. Così c’è oggi un ceto medio, una borghesia africana occupata a specchiarsi e a perfezionare i propri accenti nelle lingue europee e che si studia il modo di cambiare colore di pelle e di consistenza dei capelli; mentre gli europei si occupano attivamente di perfezionare gli strumenti di accesso alle risorse del nostro continente. Così è andato per secoli e così va ancora. Dunque l’Africa, tutt’oggi, continua a contribuire al futuro di tutti quanti gli altri. Il più grande continente del mondo, ancora ricchissimo di risorse, dona ancora oggi le risorse per costruire il futuro del resto del mondo.
Una vera svolta per l’Africa sarebbe quella di contribuire al proprio futuro piuttosto che al futuro di altri e dell’Occidente in particolare. Penso che l’Africa deve cominciare a trattare meglio se stessa.

Parliamo di Kenya. Negli ultimi mesi e anni abbiamo visto fatti tragici e cruenti far circolare una certa immagine del Kenya.

In un posto in cui ci sono cristiani, musulmani e indù sarebbe molto poco divino avere persone che sostengono che il proprio dio è superiore agli altri. La religione non può essere la scusa per uccidere innocenti.

da qui

sabato 8 novembre 2025

Palestina – Israele: quale solidarietà, quale avvenire? - Eyal Sivan

 

Eyal Sivan è un documentarista israeliano che ormai da molto tempo vive e lavora in Francia. Molti dei suoi lavori (Itzkor, schiavi della memoria, 1990, Route 181, frammenti di un viaggio in Palestina-Israele – con Michel Kleifi – 2003, La Meccanica dell’Arancia, 2009) hanno segnato in modo importante la chiave interpretativa degli aspetti meno indagati e meno noti del cosiddetto conflitto israelo-palestinese che ha per conseguenza determinato la “questione palestinese”.

Dopo il 7 ottobre 2023 e l’aggressione genocidaria di Israele contro la Striscia di Gaza, fin da subito Eyal Sivan si è impegnato non solo nella solidarietà con i palestinesi, ma anche smascherando sistematicamente gli alibi che la propaganda israeliana – e suoi megafoni di quella occidentale – ha sparso a piene mani per negare il genocidio, di fatto addossandone la responsabilità alle vittime.

L’analisi senza sconti o scorciatoie della società israeliana che ci offre in questa conferenza è di fondamentale importanza perché anche il movimento internazionale a sostegno del popolo palestinese per un verso non smarrisca la strada e per un altro non cada vittima esso stesso di “vittorie” che invece tali non sono. Tenendo presente che l’arma più efficace nelle lotte anticoloniali è sempre la reazione delle società degli stessi Paesi colonialistici e in questo Israele non fa eccezione.

 

Quando mi hanno invitato a tenere questa conferenza il compito più difficile era trovare un titolo, perché, come per molti di voi immagino, è difficile parlare di fronte a questa ecatombe, questo orrore che stiamo vivendo. Soprattutto perché nulla cambia ed ogni giorno è peggio.

Quindi ho scelto un titolo che corrisponde a due domande che probabilmente ci poniamo spesso: qual è il futuro in tutto ciò che accade e cosa possiamo fare. Nasce da qui il titolo: quale futuro quale solidarietà per la Palestina,

Vi avviso in anticipo che non farò della geopolitica e grandi analisi dei rapporti di forza, ecc. Penso che di questi argomenti è meglio ne parlino altri più indicati a farlo; inoltre, penso che non serva a granché.

Poi non sono uno storico anche se sono stato invitato a tenere dei corsi in un dipartimento di storia presso il Centro europeo di studi sulla Palestina all’università di Exter e molti miei film trattano di questioni storiche.

Vorrei evitare di entrare nella questione, perché la ritengo un anacronismo, se quello che stiamo vedendo oggi è inscritto da qualche parte nel passato, ossia nelle origini, nel DNA, nell’ideologia.

Sono un documentarista, quindi ho a che fare con il reale, certo ci sono delle messe in scena, ma il materiale è la realtà.

Per rispondere alla prima questione: quale futuro, non è necessario essere un indovino per immaginarlo. Per questo vi invito a guardare non alla vittima, i palestinesi, ma ai carnefici, gli israeliani. Ossia alla società da cui provengo, quello Stato di cui ho il passaporto.

Quando penso alla società israeliana, mi chiedo cosa pensano, al di là della questione dell’orrore, i soldati.

Ma i soldati sono legati alla società da cui provengono e l’esercito israeliano non è a ferma volontaria, quindi è più un esercito che ha un popolo che un popolo che ha un esercito.

Salto direttamente alle conclusioni: non penso che ci sia nessuna possibilità di una opposizione e una rottura all’interno della società israeliana. Da qui arriviamo alla seconda parte: cosa possiamo fare? Tenendo presente che non c’è alcuna volontà, desiderio e speranza nella società israeliana che cambi qualcosa.

Voglio soffermarmi sull’idea del “qualcosa cambi” e torno al 6 ottobre 2023. Quel giorno se avessimo fatto una riunione come questa, ci saremmo ritrovati in venti: perché la questione della Palestina non esisteva più, nessuno se ne interessava o manifestava. Questa, dal punto di vista della società israeliana, era la pace. Un momento in cui era possibile fingere agevolmente che la questione palestinese non esisteva più, sono calmi, nel loro ghetto di Gaza, dietro il muro e i checkpoint in  Cisgiordania: non ci disturbano. E se ne parla dopo il 7 ottobre, questo è il terribile paradosso, non perché sono morti dei palestinesi ma degli israeliani. Partendo da questo si è ricominciato a parlare della questione palestinese.

Questo terribile paradosso ci interpella. Questa situazione che perdura da tempo è stata resa possibile perché è stata normalizzata dagli israeliani e dai loro amici e alleati. Si è quindi resa normale una situazione terrificante: occupazione accelerata, arresti arbitrari, uccisioni di persone, tortura, distruzione di infrastrutture, divieto di associazione e molto altro.

Gaza sotto blocco.

Il risveglio dopo il 7 ottobre perché sono morti degli israeliani mostra bene il loro valore mediatico, politico ed emotivo. Infatti, questi fanno i titoli, non i morti palestinesi.

Si sottolinea l’estrema violenza dell’attacco del 7 ottobre e quello che la simbolizza di più è ciò che è accaduto al festival organizzato a ridosso della barriera con Gaza. Coincidenza vuole che io abbia insegnato anni fa in un college israeliano, che si chiama Shapir, ad appena due chilometri da quella barriera e già all’epoca gli studenti, nel 2012 e nel 2013, facevano feste di quel genere e questo dimostrava il sentimento profondo di sicurezza e di pace degli israeliani. “Nulla ci può accadere”, anche se la musica della nostra festa arriva nelle case al di là della barriera Beit Hanun e altre città di Gaza, oggi tutte totalmente rase al suolo, che non esistono più sulla carta geografica.

Il 7 ottobre è stato prima di tutto, dopo le vittime, un attacco alla sicurezza israeliana, il ritorno dei profughi: arrivati dal nulla. Cosa è accaduto? Perché? Tutto andava bene…vivevamo bene, facevamo la festa, la borsa di Tel Aviv esplodeva… Oggi comprare una casa a Tel Aviv è più caro che a Parigi. Israele è un Paese carissimo. Secondo i sondaggi internazionali Israele è il terzo Paese dove la gente è più felice.

È stato chiesto, per un sondaggio agli israeliani come vedono il loro futuro economico, se peggiore, uguale o migliore e per la schiacciante maggioranza, il settanta per cento, la risposta è stata: migliore.

La società israeliana ha subito un colpo formidabile riguardo al suo senso di sicurezza; improvvisamente non si poteva più fingere che la questione palestinese non esistesse, malgrado quattro anni di manifestazioni gigantesche contro il governo Netanyahu ma non contro l’occupazione o la colonizzazione: contro la riforma giudiziaria in quanto attacco a quella che i manifestanti chiamavano “democrazia” …

Democrazia in un Paese nel quale il cinquanta per cento dei governati non godono di nessun diritto civile. Questo si chiama apartheid.

Tuttavia si lottava per la democrazia, certo quella che riguarda una parte della popolazione solo di poco maggioritaria che sono gli ebrei israeliani.

Questa è l’opposizione.

Per quattro anni si manifesta contro l’attacco alla democrazia, ma la questione palestinese non esisteva. Quindi si manifestava per preservare questo privilegio che è l’apartheid, una discriminazione legalizzata e praticata in quelli che vengono chiamati “territori occupati”.

Quindi è una situazione che ha l’aria del temporaneo in cui invece è stata creata una sequenza temporale definita “il provvisorio permanente”, cosa che permette da un lato di legittimare a priori e a posteriori di giustificare il fatto che “per il momento” (i palestinesi) non hanno diritti. Nonché giustifica il fatto che l’accaparramento di terre, la colonizzazione, la rapina, sono cose “provvisorie” …da sessant’anni. Quindi il provvisorio diventa perenne. Infatti, tra la proclamazione dello Stato di Israele, la Nakba, e la conquista dei Territori Occupati sono passati solo diciassette anni, durante i quali, fino al 1965/66, i palestinesi rimasti erano soggetti a un regime militare.

La pratica del regime militare imposto su una parte della popolazione del Paese e dei privilegi per l’altra, non è nata con l’occupazione del 1967, ma con la creazione stessa dello Stato, che la inscrive nella sua stessa definizione di Stato ebraico e democratico. Alcuni diranno che c’è autonomia tra “ebraico” e “democratico”. È come se dicessimo che uno Stato è “maschile” e “democratico” e legiferasse in quanto tale.

Questo è il paradosso israeliano: vivono in una democrazia esattamente come pensavano i sudafricani bianchi. Come una sorta di democrazia a due cerchi, che però non si incrociano. Questa è la differenza con la democrazia vera.

Di fronte a questa visione di se stessi, sistematicamente ribadita dai mass media, dalle leggi, ecc., la questione si riduce a come non vedere l’aberrazione della discriminazione, dell’apartheid…i palestinesi sono lo specchio di questo paradosso: è l’altro. Quindi si fa di tutto per non vederlo perché non rinvii l’immagine di ciò che io sono.

Tutto questo inizia, sicuramente nella fase che stiamo vivendo, paradossalmente con il cosiddetto processo di pace che porta all’inscrizione fisica della separazione tra due comunità presentata come un progresso.

La separazione che si materializza, per esempio, con il Muro che si vede solo da un lato, ossia dalla Cisgiordania, mentre dal lato israeliano lo stesso Muro non esiste perché nascosto da ornamenti floreali che lo nascondano complemente.

Questa è la situazione di questa società che improvvisamente riceve un colpo in faccia: questo è il 7 ottobre.

Poi c’è l’altra faccia del 7 ottobre: la terrificante sconfitta di quella che è considerata la quarta potenza militare a livello mondiale e la più forte della regione, capace di sapere cosa pensano i palestinesi prima che loro stessi lo pensino, che conosce dove si trova un qualunque dirigente (palestinese, NDT). Una società in cui i sistemi di allarme, di spionaggio con droni e alta tecnologia, che costano miliardi di dollari, sono stati polverizzati in una sequenza storica: la guerra trai mezzi senza tecnologia e l’high-tech. Ciò che ha salvato alcuni israeliani è che la serratura della loro porta chiudeva bene. Dall’altra parte si è potuto polverizzare il sistema di sorveglianza israeliana utilizzando i motori delle macchinine per bambini trasformandoli in piccole bombe…poi quarantott’ore di caos totale: non si riesce a mobilitare le unità militari che a volte non trovano le chiavi dei posti dove ci sono le armi, gli elicotteri che sparano su chiunque si muova. L’esercito israeliano: invincibile.

Certo, si può ironizzare, ma questa è una sconfitta fondamentale dell’idea stessa della costituzione (non in senso giuridico) di questo Stato.

Questa disfatta è quella del movimento che ha costruito questo Stato e di chi lo sostiene come risposta al genocidio ebraico in Europa, quello che alcuni chiamano Shoah (spiegherò dopo perché io non uso questo termine), che è stato possibile perché gli ebrei europei non avevano mezzi di autodifesa. Quindi bisognava dare loro questi mezzi, fondando uno Stato che avrà un esercito, quello degli ebrei, che sarà lo scudo per prevenire un altro giudeocidio.

Che il 7 ottobre rappresenti la sconfitta dello Stato e del movimento sionista che lo ha fondato ce lo hanno detto loro stessi e i loro amici fin dal giorno dopo parlando del 7 ottobre come del giorno più sanguinoso dopo la Shoah. Una specie di “mini Shoah”, ma questo gli si è rivoltato contro perché lo Stato ha perso legittimità o comunque agli occhi dei suoi cittadini lo Stato non può più difendere la sua stessa ragion d’essere. Il paradosso più straordinario è che il posto più pericoloso per gli ebrei in tutto il mondo è nello “Stato ebraico”. Questo ha innescato un sentimento di sfiducia terribile rispetto all’educazione che abbiamo ricevuto, anche perché nella storia di Israele non c’era stata mai una battaglia all’interno delle sue frontiere riconosciute dal diritto internazionale. In più, contro una popolazione e una resistenza armata su cui dall’inizio dell’occupazione sono state scritte pagine e pagine di definizioni spregiative: animali, bestiali, vermi, ecc. Contemporaneamente, questi riescono a sfidare l’esercito e attaccare la ragion d’essere stessa dello Stato.

Una parte della popolazione si fa presto i conti e dopo il 7 ottobre decine di migliaia di israeliani abbandonano il Paese, che non è poco su un totale di cinque milioni e mezzo di ebrei israeliani. L’altra forma di sfiducia è il rafforzamento della visione apocalittica molto presente nel discorso pubblico israeliano, innanzitutto con il mito di Masada la città assediata dove, durante l’occupazione dell’impero romano della Palestina, quando di fronte all’arrivo delle truppe si sceglie il suicidio collettivo. Lo slogan è: “Masada non cadrà una seconda volta”.

Il grande programma nucleare israeliano, costruito grazie alla Francia, si chiama “Opzione Sansone”, questo personaggio catturato dai filistei, ormai cieco e legato alle colonne del Tempio, decide, con le ultime forze, di far crollare il Tempio suicidandosi insieme ai filistei.

Quindi, nel discorso israeliano è inserita l’autodistruzione violenta, ossia una parte degli ebrei israeliani si rifugiano nella visione apocalittica. Si attacca l’Iran, lo Yemen, ecc., tutto il mondo è antisemita, non ci importa se siamo isolati…infatti la settimana scorsa il primo ministro ha detto: “saremo Sparta”. E lui sa di cosa parla e condanna Israele a trentatré anni di isolamento. Su questa scia c’è chi vede nel 7 ottobre un segno di redenzione come una estrema legittimazione dell’eliminazione fisica e totale del nemico. Questo argomento, peraltro, non è stato usato solo dai religiosi, ma da tutti i leader politici israeliani.

Questa tendenza è rappresentata nel governo, da Smotrich (ministro dell’economia) e Ben Gvir (ministro dell’interno), poi c’è anche il vicepresidente del parlamento e altri.

In mezzo c’è la società israeliana che vorrebbe che tutto questo finisse per non fare i riservisti all’infinito e inoltre si rischia di perdere gli ostaggi che è l’altra cosa che interessa.

Alla società israeliana non interessano le vittime, rispondendo in modo immediato a qualunque questione: “è Hamas che usa la popolazione come scudo”, “sono le organizzazioni internazionali che impediscono l’ingresso del cibo”, ecc. Tutti argomenti molto conosciuti perché ripetuti come un ritornello su tutti i mass media.

Tuttavia questa società ha un problema: non vuole essere riservista militare o collaborare con l’esercito…e questo è il problema di quella che viene chiamata l’opposizione israeliana. La quale malgrado rimproveri a Netanyahu il rifiuto delle proposte per la liberazione degli ostaggi, quando si tratta di assumere una posizione attiva, pur potendolo fare non lo fa.

Da qui nasce la domanda: cosa si può fare in queste condizioni?

L’unica via è spingere una parte della società israeliana a non avere scelta. Spingerla a fare delle azioni perché tutto questo finisca. Ossia: disobbedire, rifiutare, scioperare…qualunque cosa per fermare la guerra.

Fermare quello che anche loro chiamano genocidio.

La solidarietà non è solo quella con le vittime palestinesi, ma deve essere anche con tutti coloro che parlano in nome del diritto internazionale. La solidarietà è composta da diversi elementi, il primo dei quali, chiaramente, è il soccorso delle vittime – è importante – , ecc. , sono quindi importanti le pressioni delleorganizzazioni internazionali.

Un altro fattore è la consapevolezza che l’aspetto politico è riassunto da quello umanitario. Sapendo che gli israeliani hanno l’interesse a ridurre la questione palestinese a un caso umanitario. Per questo motivo affamare la popolazione non ha il solo scopo di farli morire (cosa che sarebbe anche poco efficace), ma soprattutto quello di cancellare la questione palestinese come problema politico.

La distruzione dei campi di rifugiati in Cisgiordania, sistematica dopo il 7 ottobre, spingendo gli abitanti verso le periferie delle città. Quindi i rifugiati da politico diventano un problema di quartieri di periferia.

Il terzo elemento è la parte maggioritaria della società israeliana che non si mobilita, anzi partecipa attivamente perché hanno dei privilegi da difendere.

Il più importante però sono le sanzioni internazionali che in definitiva sono uno strumento banale nelle relazioni internazionali. Ci sono circa trentasei Paesi sotto sanzioni o sotto embargo da parte dell’Unione Europea. Ma le sanzioni contro Israele che potrebbero andare dalle forniture di armi fino alla dipendenza economica (il settanta per cento delle esportazioni israeliane va in Europa, non in America), non vengono mai decise. Non le possiamo decidere né io né voi, ma si può chiederle.

Le sanzioni non sono una punizione, ma la difesa del diritto internazionale. Ossia: oggi c’è un Paese che più di ogni altro se ne frega del diritto internazionale e anzi da ordini agli altri e questo va contro i nostri interessi, al di là della questione palestinese. Perché se si dovesse prendere ad esempio il rapporto di Israele con il diritto internazionale, per esempio, si potrebbe di dire buttiamo a mare Taiwan perché Israele ha fatto altrettanto. Quindi, le sanzioni sono lo strumento per difendere l’ultimo strumento rimasto, ma se queste tardano ad arrivare è necessario scendere di livello.

Far sì che i cittadini stessi, la massa, mettano in pratica le sanzioni. Certo, non penso che tra voi ci sia qualcuno che compra dei droni dall’industria militare per controllare il proprio giardino…e se c’è invito a non farlo.

Ma Israele ha bisogno di esportare i propri avocado, ma noi possiamo non comprarli per il buon motivo che poi con quei soldi viene comunque finanziata la guerra. Questo vale per molti settori e l’effetto comincia a farsi sentire, ma bisogna rafforzare l’azione.

Più complicato è fare pressione su coloro che collaborano col genocidio. Ma tuttavia, Microsoft oggi impedisce di usare il cloud da parte dell’esercito israeliano, usato per immagazzinare ottomila megabyte di conversazioni telefoniche dei palestinesi della Cisgiordania e Gaza. Questo è successo grazie alle manifestazioni contro Microsoft e perché dei lavoratori si sono rifiutati di collaborare e ha perso contratti con piccole aziende che si sono rivolte ad altri, anche perché la rappresentante speciale dell’ONU per i Territori Occupati ha pubblicato una lista di grandi aziende che collaborano attivamente con il genocidio.

Ma c’è una questione più importante: la normalizzazione delle relazioni culturali, universitarie e sportive con una società che ne ha bisogno per rivendicarsi “normale” e allo stesso livello degli altri.

Il boicottaggio in questi settori è fondamentale perché tocca la classe più privilegiata degli israeliani, quelli che hanno più da perdere.

Ostracizzare gli israeliani, poiché è inutile attendersi che accada qualcosa all’interno, è necessaria una pressione esterna perché i cittadini ebrei israeliani facciano il collegamento diretto tra ciò che gli succede e non la politica del loro regime, ma delle loro azioni. Per questo è importante che i soldati israeliani sappiano di essere ricercati (per i crimini che commettono) da varie organizzazioni internazionali, quando vanno all’estero o che, per esempio, vengano annullati i concerti di cantanti israeliani nella regione e altrove. Perché questi artisti devono essere messi di fronte ad una scelta: non possono cantare per l’esercito e poi fare tournée come se niente fosse. Questo non può più essere normale.

Stessa cosa per il cinema e per il mondo universitario.

In questi ambienti ci sono persone formidabili, ma ai convegni non possono rappresentare le loro università, come nel caso del Technion di Haifa che ha sviluppato i droni da combattimento. Queste azioni sono efficaci quando diventano molte, perché l’idea di fondo è: noi agiamo perché i governi non lo fanno. E a coloro che obiettano su queste azioni, si risponderà che finché l’Unione Europea non sospenderà gli accordi con Israele, lo faremo noi con i nostri atti.

Perché se c’è un film che è bellissimo e molto critico sulla società israeliana, ma sono prodotti con denaro israeliano, va boicottato. E all’autore va posta una domanda: perché se sei un dissidente prendi i fondi dal ministero della cultura israeliano?

L’obiettivo è “de-normalizzare” Israele per smascherare l’aspetto forse più perverso della situazione che stiamo vivendo e che riguarda coloro che sono solidali con i palestinesi: il fatto che riconoscere il genocidio in corso sia un grande successo e per questo ci si consideri soddisfatti. Ciò comporta il pericolo che la lotta si fermi a questo.

Il riconoscimento del genocidio rischia di soppiantare la lotta contro questo.

C’è un altro esempio: il riconoscimento dello Stato palestinese. Ci sono organizzazioni che lo chiedono da anni, ma ora che questo passo è stato fatto, cosa faranno dopo?

Il fatto è che anche il riconoscimento della Palestina non ha cambiato nulla. Questo è il punto dell’articolazione della solidarietà, perché occorre fare attenzione a vincere sul terreno della retorica: l’obiettivo non è vincere su questo piano ma sui fatti concreti. Far cambiare strada alla società israeliana è più importante del riconoscimento dello Stato palestinese, perché è molto attenta a quello che fanno gli altri Paesi nei suoi confronti. Ovviamente gli israeliani urleranno contro il riconoscimento dello Stato di Palestina, infatti avete visto che per una settimana si è parlato del riconoscimento e non del genocidio a Gaza.

Riguardo al futuro si può prevedere un percorso apocalittico della società israeliana e non abbiamo ancora visto tutto. Il problema più grave non è il primo ministro che rappresenta l’interpretazione più autentica dei sentimenti di una gran parte della popolazione, anche di coloro che sono all’opposizione e lo detestano come persona e lo considerano molto corrotto, ma non si oppongono assolutamente alla sua politica verso i palestinesi, compresa quella che mira a rendere la Striscia di Gaza invivibile, e alla creazione di uno stato di guerra permanente in tutta la regione. Tutto questo Netanyahu lo ha promesso fin dagli anni ottanta nel suo libro contro il terrorismo in cui spiega che gli errori dello Stato di Israele, fin dalla sua fondazione, sono stati, primo credere di poter vivere in pace nella regione e, secondo, aver creato un esercito di difesa e non di attacco.

Netanyahu e tutta una tendenza che va dalle posizioni apocalittiche fino al centro sinistra, pensa che la pace non sia assolutamente possibile e che non sia negli interessi di Israele. Questo per delle ragioni puramente economiche, infatti quella israeliana è un’economia di guerra.

Non è un caso che la prima industria israeliana sia l’high-tech e rappresenta la privatizzazione di tutto un sistema che ha al centro l’esercito. Infatti ci sono due grandi unità che sono esclusivamente impegnate nella guerra cyber e fornisce l’ottanta per cento dell’industria dell’alta tecnologia. I territori Occupati sono un grande laboratorio della repressione, a questo è legata l’industria high-tech come la filiera universitaria dell’ambito scientifico-tecnologico.

In questo senso, lo stato di guerra permanente rende Israele un Paese interessante per l’industria militare statunitense e non solo, perché se è vero che vende molto compra anche molto.

Israele ha però l’ossessione dei palestinesi e finora a guardare alle reazioni quello che è stato fatto a Gaza va bene. Sono stati destabilizzati Egitto e Giordania e non ci sono state grandi reazioni, quindi si pensa ci si potrà sbarazzare dei palestinesi a danno di questi Paesi senza troppi problemi.

Non posso prevedere il futuro, ma ilmodo in cui agiscono i politici israeliani assomiglia a un sondaggio: si fa un azione, per esempio, si uccidono tremila bambini e non accade nulla, quindi si procede al passo successivo uccidendone diecimila; si bombarda ogni giorno il libano? Stessa cosa…

L’altra possibilità è che il movimento di solidarietà con i palestinesi riesca a isolare Israele in un modo tale da rendere necessaria un’azione da parte degli israeliani.

La terza possibilità, la più pericolosa, è appunto la normalizzazione di questa situazione che ha polverizzato il diritto internazionale e in cui qualunque istituzione internazionale è bloccata e non prende nessuna decisione. Tutto questo può portare allo sfinimento coloro che si mobilitano contro Israele e anche a un sempre minor interesse mediatico. In altri termini, un ritorno al 6 ottobre 2023.

In conclusione penso che oggi l’urgenza si ponga non sulla questione della pace, ma sul fermare il genocidio a Gaza, la pulizia etnica nel resto della Palestina e impedire la polverizzazione del diritto internazionale.

Perché la conseguenza pericolosa è continuare a considerare Israele un Paese democratico, malgrado le sue derive genocidarie. Se ciò avverrà, bisognerà pensare a come definire la democrazia e per questo motivo penso che tutti noi siamo in una bruttissima situazione.





(*) articolo e traduzione curati da RProject

§  La redazione di Rproject ringrazia Eyal Sivan per il consenso dato alla trascrizione, alla traduzione e all’adattamento per il pubblico italiano della conferenza del 25 settembre 2025, svoltasi a Aix en Provence, organizzata dal collettivo Pace e Giustizia in Medio Oriente, insieme alla Ligue fes Droits de l’Homme, sezione Pays en Provence e BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) Provence.

da qui

venerdì 26 settembre 2025

La critica va fatta a tempo, scrive il saggio cinese



bisogna disfarsi del brutto vizio di criticare dopo, continua Mao Tse Tung (sembra che parli di chi, solo adesso, dopo il genocidio a Gaza, dice che Israele ha un pochino esagerato)

di Francesco Masala

C’era una volta un popolo eletto, non si sa bene da chi. Chi legge Mauro Biglino (1) sa che nella Bibbia non si parla mai di dio, ma di un altro soggetto (Elohim), amante del Potere, dei Sacrifici animali (e umani), e del Genocidio.

 

Anche i paesi occidentali si sono eletti da loro stessi (si credono superiori, ed è conseguente che gli altri popoli sono inferiori, “esportavano” la civiltà, adesso esportano la democrazia) hanno ucciso, a partire dalla “scoperta” dell’America, decine o addirittura centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo, portando la (loro) civiltà, fatta di genocidi, stragi, guerre, razzismo, sfruttamento, fra l’altro. I popoli dell’America, dell’Asia, dell’Africa sono stati invasi, sterminati, colonizzati, violentati, rapinati (2).

 

dio ci salvi dai popoli eletti!

 

Il governo italiano (e molti governi europei) ha creato il reato di antifascismo (3) e quello di palestinismo (4), senza mai fare ammenda delle immani tragedie causate dal fascismo a cui s’ispirano (5 e 6).

 

Forse non tutti sanno che i bersaglieri del Regno di Sardegna nel 1855 combatterono in Crimea (7) e che l’Italia, dal 1902 al 1943 ebbe in concessione un pezzo di Cina (7).

 

Il premier Merz, senza smentita di Meloni, (quella che piange perchè la Samud Flotilla è un complotto contro di lei), dice che Israele fa il lavoro sporco per noi (8). La strana coppia Merz-Meloni vorrà fare la guerra alla Russia, ancora più che adesso. Forse non sanno, magari a scuola in storia sono arrivati al 1938, che i loro predecessori, chiamati Führer e Duce, dopo la guerra intrapresa (e persa) contro l’Urss, hanno fatto una gran brutta fine. Della loro personale fine non ci interessa molto, il dramma è che trascinano i popoli nella miseria.

 

Alla fine, sotto la spinta dei propri popoli, molti stati europei hanno riconosciuto (o stanno per farlo) lo stato palestinese, naturalmente dovranno essere i paesi imperialisti e colonialisti e genocidi a decidere chi governerà la Palestina, e sottointeso, ma non troppo, Hamas deve sparire. Se qualcuno si è distratto in questi anni può capire come mai Hamas no e Isis sì, basta vedere come il capo dell’Isis in Siria, Al Golani, sia osannato dall’Occidente all’ONU, e non solo. È che l’Isis (Daesh) è sempre stato agli ordini dell’Occidente, una creatura degli Usa. Anche Hamas era al soldo di Israele, ma forse (9) qualcosa è andato storto (oppure no, dipende dai punti di vista).

 

A proposito di ONU, il coraggio dell’ONU sarebbe quello di dire (sarebbe bello se lo facesse un paese dei Brics), a prescindere dai paesi occidentali, che i confini di Israele sono quelli definiti dall’ONU nel 1948, , tutto il resto va restituito alla Palestina, che fonderà il proprio stato. Tutti i territori occupati da Israele vanno liberati, subito, sul modello della Libia che ha espulso gli italiani e dell’Algeria che ha espulso i francesi.

 

1 https://www.maurobiglino.com/perche-la-bibbia-non-parla-di-dio/

1 https://www.youtube.com/watch?v=nBohmulHYMA

2 https://markx7.blogspot.com/2022/07/exterminate-all-brutes-raoul-peck.html

3 https://www.lettera43.it/scala-loggionista-viva-italia-antifascista-identificato-digos-marco-vizzardelli/

4 https://www.pressenza.com/it/2025/09/arrestate-attiviste-di-ultima-generazione-in-sciopero-della-fame-per-gaza/

4 https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/16/foglio-di-via-agli-attivisti-puniti-per-aver-protestato-contro-i-militari-israeliani-in-sardegna-la-denuncia-di-avs/8128678/

5 https://www.labottegadelbarbieri.org/le-atrocita-di-mussolini-i-crimini-di-guerra-rimossi-dellitalia-fascista-michael-palumbo/

6 https://www.labottegadelbarbieri.org/debre-libanos-lo-sgozzatore-degli-etiopi-e/

6 https://www.labottegadelbarbieri.org/il-monumento-al-boia-graziani-e-ancora-li/

7 https://www.historiaregni.it/cavour-spiega-lintervento-in-crimea/

7 https://societageografica.net/wp/2020/09/16/storie-coloniali-la-concessione-italiana-di-tientsin/

8 https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/18/merz-iran-israele-lavoro-sporco-aggressore-aggredito/8031107/

9 https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-7_ottobre_2023_un_soldato_israeliano_rivela_uno_strano_ordine_per_annullare_le_pattuglie_di_confine_di_gaza/45289_62263/

sabato 16 agosto 2025

A che punto è la colonizzazione dell’Europa. Un aggiornamento - Andrea Balloni

 

Mancanza assoluta di una prospettiva futura, totale assenza di una visione collettiva, accettazione acritica di un contesto di perenne disomogeneità sociale e di eterno precariato.

Questa è la condizione psicologica zombie dei popoli europei, dopo cinquant’anni di applicazione del programma didattico neocoloniale e neoliberista angloamericano, dove ogni ascensore sociale è fuori uso e i cittadini sono ormai incapaci di immaginare un piano sociale migliore di quello che gli è stato assegnato nel condominio; incapaci dell’ottimismo volitivo necessario alla propria emancipazione.¹

Correva l’anno 1987, quando Margaret Thatcher pronunciò le seguenti parole: “La società non esiste, esistono solo gli individui”, riassumendo con rara capacità di sintesi e con altrettanto rara potenza profetica la direzione che l’Occidente aveva preso e il cammino che i ceti dominanti volevano imporre anche al resto del mondo. Un punto di vista che prevedeva di pensare a se stessi prima che alla comunità, che dissolveva e negava la percezione della società come unione, oltre che di individui, di cultura, sentimenti, rispetto e solidarietà; un punto di vista, infine, che mortificava inevitabilmente e definitivamente l’immagine positiva, costruttiva e progressiva che per necessità informa il pensiero socialista: l’immagine dell’uomo, in altre parole, come animale sociale, come essere che si realizza nelle relazioni interpersonali e nella costruzione della propria società.²

Ma il capitale comprende tutto e si prende tutto: il monopolio del sistema informativo, il controllo e la riduzione culturale dei temi, la distruzione lenta e dissimulata dell’istruzione pubblica e, nel contesto di una manipolazione delle menti e delle masse che trasforma gli antagonismi in fiancheggiamento e gli antagonisti in intrattenitori chiusi nei centri sociali, il continuo e implacabile passaggio dello stesso comunicato che ci annuncia che l’essere umano si realizza appieno solo nella costruzione della propria individualità.

Ecco creati eserciti di semicolti pronti a tutto, che conoscono gli slogan ma non riescono ad applicarli³, ceti interi imbevuti, come le spugne per i piatti, del grasso di un pensiero orizzontale che accetta le disuguaglianze individuali come fatalità inopponibili, in un mondo percepito come immutabilmente precario.

Il 22 luglio scorso, il Dipartimento di Stato americano esce con un post nel quale attacca duramente la normativa europea in materia di sicurezza e responsabilità in ambiente digitale, parlando addirittura di “censura orwelliana”, dicendo che il “Digital Services Act protegge i leader europei dai loro stessi cittadini”, che è un atto che priva della libertà di parola i cittadini europei e che va contro i criteri della democrazia.⁴

Ora, questo è assai vero e ogni cittadino europeo un po’ attento era già al corrente della torsione autoritaria e censoria, e dunque manipolatoria, che si cela nella normativa europea. Tuttavia, è almeno singolare che sia l’amministrazione americana a dire queste cose.

In ogni caso, registriamo: “censura orwelliana”. E questa è obiettivamente la situazione in Europa.

Chi gioca dunque nel grande prato verde europeo oggi? Un gruppuscolo di pirati senza alcuna visione prospettica cui è stato affidato il comando, una piccola élite di amici, affiliati, clienti e ruffiani di vario tipo, mossi da egoismo e dal tornaconto immediato e personale, moralmente coperti dal verbo del capitale, così come incarnato e diffuso da apostoli di quella che ci viene propinata ormai da cinquant’anni come legge naturale: la legge della finanza internazionale e neoliberista; gruppi di sodali e servi che muovono grandi masse di denaro in cerca del profitto, in nome e per conto delle vere e sempre più ristrette oligarchie al comando.

Tuttavia, la cura non può essere in eterno un’altra dose del veleno che ci uccide.

Ma la matrigna Europa questo non lo sa e non lo vuole sapere, e così la Presidente della Commissione, il 27 di luglio scorso, prova a tirare un altro po’ la corda e conclude con l’amministrazione americana accordi commerciali criminali che, senza andare nel dettaglio, legano l’economia europea in un cappio che rischia di annientarla, e che dimostrano, una volta di più, il legame di sudditanza coloniale con gli Stati Uniti e le oligarchie capitaliste che il loro governo rappresenta.⁵

Un’altra dose di povertà, di disparità sociale, di ingiustizie elargite ai propri cittadini, ma anche di belligeranza perenne con il resto del mondo, in un sistema di suprematismo culturale e commerciale non più tollerabile.

Quanto ancora potrà aspettare pazientemente il proprio turno questa parte della nostra società, e come riuscirà a organizzare una seria resistenza umana fatta di dignità sociale e politica, ce lo dirà la storia.

Ma dove la fame diventa una casa e la miseria il minore dei mali, la guerra si annida ovunque e aspetta in ogni istante solo di riprendere vita.

Fonti

1 -Emmanuel Todd -La sconfitta dell’Occidente. Fazi Editore, 2024

2 -Aristotele, “Politica” 1253a

3 -T.W. Adorno, Teoria della semicultura, in Scritti sociologici, Torino, Einaudi, 1976

4-https://www.politico.com/news/2025/07/22/state-department-attacks-europe-free-speech-00468916 

5-https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2025/07/27/raggiunto-laccordo-usa-ue-suoi-dazi-tariffe-al-15_6cdd4298-e97c-48a4-a840-6b10847f0706.html

 

da qui