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mercoledì 23 gennaio 2019

E questa sarebbe l’Europa cristiana? - Ottavio Olita


Sarà per vergogna, sarà per opportunismo politico, ma nessuno più ricorda il tempo, non troppo lontano, nel quale un tema centrale di dibattito politico era se tra i documenti costitutivi dell’Unione Europea dovesse figurare un preciso, diretto, vincolante collegamento al Cristianesimo.
Se almeno qualcuno provasse vergogna di fronte a quel che l’Europa è stata capace di NON fare per i 49 immigrati africani sballottati per tre settimane in mare sulla Sea Watch e sulla Sea Eye si potrebbe concedere il beneficio del senso di colpa rispetto ai sacrosanti valori allora sbandierati come principi irrinunciabili in chiave antislamica. Rimane dunque l’opportunismo politico; meglio definirlo cinismo.
Così è successo che l’Unione Europa, così sollecita in materia di finanze, di agricoltura, di quote latte, di aggregare purché sia – anche chi vara leggi definite ‘schiaviste’ da chi le subisce – e tanto altro (purché ci sia di mezzo il denaro), sia stata completamente afona su una questione umanitaria fondamentale, lasciando la parola ai più beceri ‘sovranisti’ tra i quali – manco a dirlo – ha fatto la sua degna figura il nostro ministro dell’Interno.
Alla fine “non l’Europa – ha tenuto a precisare il primo ministro maltese – ma alcuni stati europei (alla fine se ne sono contati otto, ndr) hanno trovato una soluzione” per ricollocare gli immigrati sbarcati su quell’isola negli ultimi mesi.
Ora, tra questi otto stati europei, nonostante l’irritato strillare di Salvini, figura anche l’Italia. Non si sa ancora quanti immigrati arriveranno (chissà se in aereo, come nella tragicomica sortita del premier Conte) ma speriamo non con la singolare formula scelta che è quella di ospitare solo donne e bambini. E i papà di quei bambini, e gli sposi di quelle donne?
Dalla memoria collettiva è stato presto cancellato Aylan, il bimbo siriano il cui corpo venne trovato riverso sulla battigia di una qualunque spiaggia mediterranea. Tanta commozione ed emozione, allora, perché forse non c’è cosa più tremenda della morte solitaria di un bambino costretto dal suo nucleo familiare ad affrontare un rischio mortale. Ora, perché incarognirsi con altri bambini, con altri nuclei familiari?
Il sospetto più forte nel valutare questi comportamenti è che le forze politiche che si preparano alle europee della prossima primavera si siano convinte che paghi molto di più il cattivismo che il buonismo. E a dar credito ai sondaggi che ci vengono sbandierati ogni settimana con la Lega trionfante e con Salvini che crea alleanze in Europa con gente come Le Pen, Orban, i nazionalisti polacchi, sembra che siamo inesorabilmente avviati alla costituzione di una confederazione di Stati dominati da sciovinismi autoritari. Altro che la democratica Europa dei popoli.
Come è stata possibile l’incubazione di questi fenomeni in anni nei quali, grazie a governi e formazioni politiche che avrebbero dovuto richiamarsi a principi egualitari e di solidarietà, si sarebbero dovute costruire società più giuste, più attente ai bisogni delle persone. Il risultato ottenuto è, al contrario, una rabbia diffusa che non fa ragionare sul fatto che negando i diritti al tuo prossimo, qualunque esso sia, prima o poi li negherai a te stesso. E la rabbia è colpa dei ciarlatani che a parole, ma solo a parole, hanno creato lavoro, benessere, equità
Gli slogan parlano alle pance delle persone. Bisogna con urgenza rimettere in funzione i cervelli. Ecco perché alla sparate propagandistiche bisognerebbe rispondere con le valutazioni concrete di quel che accadrà se i grandi annunci troveranno o no attuazione. Non solo. Bisognerebbe già essere in grado di proporre politiche  e percorsi alternativi, non limitarsi a lanciare invettive.
E la ricostruzione di un forte tessuto politico, culturale, sociale, non può certo partire dai salotti televisivi tanto cari ai leader. Occorre creare  una nuova partecipazione che veda i cittadini realmente protagonisti.
Davvero si può credere che l’unico esercizio di democrazia possa essere il deposito di una scheda nell’urna elettorale?

sabato 3 novembre 2018

Omicidi e droga in Sardegna - Ottavio Olita



Due drammatiche vicende di cronaca, quasi contemporanee, stanno dando la misura del grave disagio sociale vissuto dalle giovanissime generazioni che risiedono in paesi del centro Sardegna alle prese con la chiusura dei servizi essenziali, lo spopolamento, la massiccia diffusione di droga, la perdita di credibilità della scuola, l’abbandono degli studi.
In entrambe le vicende tutti i protagonisti, vittime e responsabili, hanno poco più o poco meno di vent’anni.
Partiamo dalla scomparsa di un diciottenne, Manuel Careddu, avvenuta l’11 settembre scorso. Quaranta giorni più tardi il suo corpo, massacrato a colpi di vanga o di piccone, viene trovato sepolto sulle sponde di un lago. Dalle intercettazioni i carabinieri scoprono che quella è la sua seconda sepoltura. In manette finiscono quattro ventenni e due minorenni. Avrebbero ucciso Manuel perché pretendeva il saldo, per alcune centinaia di euro, di una partita di marijuana venduta a uno o più componenti del branco.
La seconda vicenda ha per vittime un diciannovenne, Gianluca Monni, ucciso tre anni fa, ad Orune, a colpi di fucile, mentre attendeva l’autobus per andare a scuola a Nuoro; e un ventottenne di Nule, Stefano Masala, scomparso il giorno prima dell’assassinio di Monni e il cui corpo non è mai stato ritrovato. Nei giorni scorsi si è chiuso il processo a carico di un ventiduenne ritenuto corresponsabile, con un cugino all’epoca dei fatti minorenne, del duplice omicidio. Il ragazzo è stato condannato all’ergastolo; al cugino, giudicato dal tribunale dei minori, è stata inflitta una pena di vent’anni. I due delitti risalgono a tre anni fa, quindi tra i due cugini, con sorti così diverse, la differenza d’età è di pochi mesi. Monni sarebbe stato ucciso per vendicare un precedente sgarbo; Masala perché non avrebbe accettato l’idea della spedizione punitiva e quindi rischiava di diventare un teste scomodo.
Dai due moventi emerge la spaventosa solitudine e l’assenza in quei giovani di forti valori etici di riferimento. Se i modelli proposti e riproposti in tv e sui social sono sempre e solo quelli delle realtà metropolitane, come possono essere tradotti nel vissuto quotidiano da ragazzi inseriti in realtà sociali, economiche, culturali, completamente diverse? Realtà nelle quali chiudono gli uffici postali e i presidi sanitari, le scuole vengono accorpate, i trasporti sono carenti. Se sono solo gli amministratori locali a supplire alla lontananza dello Stato, in che modo, con quali mezzi possono intervenire?
E poi la scuola. Un dato diffuso nei giorni scorsi da Openpolis assegna alla Sardegna il primato nazionale di abbandono scolastico da parte di studenti nella fascia d’età compresa tra i 18 e 24 anni. La percentuale è del 21,2 %. Seguono Sicilia, Campania, Puglia e Calabria. Semplicistico scaricare esclusivamente sulla diffusione incontrollata dello spaccio di droga (non solo hascisc, anche cocaina ed eroina) il dramma che si sta vivendo. E’ indispensabile compiere analisi approfondite, avendo la capacità di proporre modelli educativi, di istruzione, che tengano conto delle diverse realtà nelle quali si opera.
E infine bisogna con urgenza intervenire in nome dell’assoluta necessità di offrire prospettive di lavoro e di vita a tanti giovani che, disamorati di una scuola nella quale non credono più, privati della speranza di un futuro degno di essere vissuto, condannati a rapportarsi a modelli lontanissimi dal loro quotidiano, si illudono di affermare se stessi o con la violenza o con i facili guadagni dallo spaccio di droga. Che differenza c’è tra i drammi che vivono questi ragazzi e quelli dei loro coetanei delle periferie urbane gravemente degradate?