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sabato 27 maggio 2023

Migranti espulsi dai centri di accoglienza perché troppo ricchi - Fabrizio Maffioletti

 

La nuova idea del Governo Meloni è quella di espellere dai centri di accoglienza straordinari i migranti che hanno una soglia di reddito che parte da 6.000 euro annui lordi

La soglia di povertà relativa, ovvero i poveri che sono tali anche se percepiscono un reddito è, secondo l’Istat, di oltre 600 euro netti al mese.

Queste persone, regolarmente presenti (se non lo fossero non sarebbero in accoglienza) e che lavorano (sennò non percepirebbero reddito), si trovano espulse dal CAS, messe letteralmente in mezzo alla strada in 24 ore. Il CAS riceve l’ingiunzione di espulsione con l’ordine di espellere la persona immigrata entro le 24 ore.

E’ di tutta evidenza che una persona che percepisce meno di 500 euro al mese netti non può che vivere in condizione di grave disagio.

Una persona, incolpevolmente espulsa dal sistema di accoglienza, si trova – letteralmente da un giorno all’altro – nella condizione di persona senza dimora e si troverà con notevolissime probabilità a perdere la residenza, con tutto ciò che ne consegue. Lasciamo al lettore il giudizio sull’etica di questa decisione.

L’emergenza abitativa è un problema gravissimo e ampiamente denunciato per gli autoctoni, l’aumento della platea di italiani sotto la soglia della povertà relativa aumenta di anno in anno. Problema che però in questo contesto si complica esponenzialmente perché agli immigrati, anche con reddito adeguato, è difficilissimo che vengano affittate delle abitazioni. E’ di tutta evidenza che si riverserebbero su Torino gran parte degli espulsi dai CAS della provincia.

In pratica viene creato un problema per la cittadinanza per poi, la narrazione non è certo cambiata, dire che c’è il problema e che è colpa delle persone immigrate che vagabondano per la città.

La patata bollente ricadrebbe su Lorusso. Torino già patisce i disservizi dell’ufficio stranieri della Questura, ora si troverebbe a gestire anche un problema causato dalla Prefettura. Se il Comune non agisce nei confronti della Prefettura per gestire il più possibile questa situazione, Torino vedrà aumentare sensibilmente il numero di persone senza dimora da gestire, con tutto ciò che ne consegue.

Per i “più fortunati” si aprono, come denunciato negli interventi: “Le porte delle mafie e dei vari sfruttamenti abitativi  che ci sono in questa città. Parliamo di Molino comproprietario di centinaia di alloggi, interi stabili che vengono affittati a stranieri. Alloggi in condizioni drammatiche, senza riscaldamento, in pessime condizioni igieniche. Questa situazione è conosciuta dalla Prefettura e dal Tribunale. Se si mandano persone via dai CAS dall’oggi al domani, potranno cadere nelle mani di Molino e dei tanti “Molino”, di tanti colori e nazionalità, che ci sono in questa città e che continueranno a lucrare grazie ad una situazione creata da un’istituzione”…

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lunedì 24 ottobre 2022

Processo Askatasuna, Avvocatura dello Stato: i lacrimogeni in dotazione alle forze dell’ordine sono dannosi per la salute - Fabrizio Maffioletti

 

Pongono un problema serio le dichiarazioni in aula da parte della rappresentante dell’Avvocatura dello Stato

Durante la prima udienza del processo, la rappresentante ha dichiarato che i Ministeri dell’Interno e della Difesa si sono costituiti parte civile, ovvero intendono essere risarciti, a causa degli effetti della prolungata esposizione ai lacrimogeni ai quali sono stati sottoposti gli agenti a causa delle azioni di protesta degli imputati.

La prima questione riguarda gli agenti: appare di tutta evidenza, stante la dichiarazione, che gli agenti non hanno dotazioni di sicurezza sufficienti a proteggerli dall’azione di strumenti regolarmente dati loro in dotazione.

Questo di fatto pone lo Stato nella condizione di essere chiamato a rispondere in una causa legale da parte degli agenti stessi, lavoratori dello Stato e dipendenti da quei ministeri.

Ma pone una questione ben più ampia: la tossicità, che appare a tutti gli effetti implicitamente dichiarata dall’Avvocatura dello Stato, implica che, per il mero mantenimento dell’ordine pubblico, quei ministeri hanno dotato gli agenti di strumenti pericolosi per la salute collettiva: degli agenti stessi, dei manifestanti e dei cittadini che, seppur non direttamente coinvolti nelle manifestazioni, per molteplici cause ne possono venire a contatto, giornalisti compresi.

Un altro “cortocircuito”? Parola sempre più ricorrente quando si parla dei fatti “di piazza” del torinese.

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martedì 24 maggio 2022

La polizia al servizio del cittadino

Misure cautelari in Italia. In carcere per una manifestazione studentesca

 

Il comunicato nazionale del Fronte della Gioventù Comunista che, dopo i fatti di Torino, invita alla mobilitazione “in tutte le scuole e luoghi di studio, nella direzione di tornare in piazza il prima possibile, a partire dallo Sciopero Generale del 20 maggio indetto dal sindacalismo di base e conflittuale”

Giovedì 12 maggio, a Torino la Questura ha effettuato un’operazione repressiva che ha portato all’attuazione di varie misure cautelari per 11 persone – di cui 3 arrestati, 4 ai domiciliari e 4 con l’obbligo di firma – per aver manifestato e protestato davanti alla sede di Confindustria durante il corteo che il 18 febbraio ha portato in piazza più 10.000 studenti.

È gravissimo che in Italia si finisca in carcere per una manifestazione studentesca. A maggior ragione se questo accade dopo mesi di silenzio da parte delle istituzioni riguardo alle rivendicazioni che centinaia di migliaia di studenti hanno portato nelle mobilitazioni e nelle occupazioni di questo inverno: salute e sicurezza nei luoghi di lavoro per fermare la strage che avviene quotidianamente tra le fila della nostra classe, salario e tutele orarie in alternanza con la possibilità della sindacalizzazione e di potere decisionale sui progetti, abolizione della seconda prova per l’anno scolastico in corso. Alle rivendicazioni degli studenti per un modello di scuola alternativo, nel paese in cui si sbandiera la natura democratica delle istituzioni, si assiste sempre più spesso a episodi come quelli di ieri mattina.

Questa operazione repressiva non ci stupisce, infatti Stato e Governo stanno dalla parte degli industriali responsabili del sistema di sfruttamento che ha portato alla morte di Lorenzo e Giuseppe. Gli studenti, con lucidità, hanno individuato come diretto responsabile Confindustria, l’associazione dei padroni, che è la più grande sostenitrice dell’alternanza scuola-lavoro e rappresenta questo sistema basato sui profitti degli industriali fatti sulle spalle dei lavoratori. Oggi, la Questura colpisce il movimento studentesco con impeto, non tanto per un’azione in particolare, ma per aver contestato direttamente gli interessi dei padroni, a dimostrazione di questo il GIP che ha emesso le misure cautelari ha giustificato alcuni arresti sulla base di una semplice megafonata. Questo dimostra il ruolo dello Stato che con celerità si è mosso a difesa degli industriali e segnala la giustezza delle rivendicazioni degli studenti che hanno toccato una corda sensibile di questo sistema basato sullo sfruttamento. Non potendo accettare una così vasta contestazione a Confindustria da parte di oltre 10 mila studenti, lo Stato attiva la macchina del fango e colpisce i settori militanti, cercando di ricondurre la contestazione ai settori politici, negando l’evidente partecipazione di massa alla mobilitazione.

La stessa Questura di Torino che il 28 gennaio ha fatto mangnellare centinaia di studenti e studentesse che si erano concentrati in piazza Arbarello nell’intento di protestare contro la morte di Lorenzo Parelli, avvenuta in alternanza scuola-lavoro, è la stessa che esegue le misure cautelari cercando di criminalizzare la giusta lotta degli studenti. I primi e unici responsabili delle violenze sono la polizia e più in generale le istituzioni che impediscono l’esercizio della libertà di manifestazione e di protesta: è grave il fatto che da ormai anni si assiste ad un incremento significativo del livello di repressione da parte dello Stato, che colpisce chi alza la testa contro questo sistema.

Questo incremento della repressione risponde ad una logica molto chiara. Complessivamente, le lotte degli studenti sono pericolose per il Governo Draghi perché spezzano la retorica dell’unità nazionale che ci dovrebbe essere tra capitalisti e proletari. La riconoscibilità di queste proteste, il fatto che si possano legare a quelle dei lavoratori e dei segmenti più avanzati di lotta in questo paese, rende necessaria una risposta da parte di un sistema in profonda crisi.

Il Governo, attraverso una repressione sempre più feroce, che si articola anche nel tentativo di dividere gli studenti in buoni e cattivi, prova a ridurre il problema politico ad una mera questione di ordine pubblico. Questo segnala ulteriormente come il Governo non abbia nessuna risposta reale e nessuna intenzione di affrontare i problemi degli studenti e delle studentesse.

In questo momento, la risposta migliore che possiamo dare è la massima mobilitazione, come dimostrato dopo la repressione subita il 28 gennaio. Le manganellate e la repressione non hanno fermato la nostra lotta: non nutriamo nessuna illusione circa la natura delle istituzioni e del loro ruolo nei confronti di chi contesta questo sistema. Sappiamo bene che compito dello Stato in questa società è quello di tutelare gli interessi della classe dominante: quello che è successo a Torino, ma anche nei mesi scorsi a Roma, Napoli, etc., esprime plasticamente qual è il ruolo delle istituzioni nei confronti di chi pretende un mondo diverso. Anzi, la dimensione di massa acquisita dalle proteste, dalle occupazioni e dalla mobilitazione nelle settimane successive, dimostrano come si deve parlare apertamente delle problematiche che come studenti si vivono, che certe problematiche sono endemiche e non possono essere liquidate come mere questioni generazionali. Sono problemi inerenti alla condizione di classe che viviamo e che ci lega sempre di più ai lavoratori e ai disoccupati. In questi mesi abbiamo dimostrato che si può ingaggiare una lotta per soddisfare i nostri bisogni e ottenere un sistema scolastico diverso: sta a noi in questo senso non arretrare se decidono di colpirci.

La lotta e chi lotta non si processano: solidarietà agli arrestati. Rilanciamo la mobilitazione in tutte le scuole e luoghi di studio, nella direzione di tornare in piazza il prima possibile, a partire dallo Sciopero Generale del 20 maggio indetto dal sindacalismo di base e conflittuale.

Un nemico, un fronte, una lotta!

Fronte della Gioventù Comunista

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Studenti arrestati a Torino, le mamme: “sono tutti incensurati, non hanno potuto interloquire con loro avvocati, rimandata l’udienza col GIP” - Fabrizio Maffioletti


Il corteo è sfilato ieri in tardo pomeriggio da piazza Solferino a Piazza Castello, per poi proseguire fino al liceo Gioberti, prima scuola di Torino occupata dagli studenti per la morti di Lorezo Parelli e Giuseppe Lenoci.

Presenti al corteo Potere al Popolo e i sindacati di base.

In tutto questo, al di là di qualunque considerazione, occorre ricordare il motivo scatenante di queste proteste, su scala nazionale, che hanno interessato il movimento studentesco: due morti di ragazzi in mano allo Stato. Anche i tre ragazzi portati in carcere sono ora nelle mani dello Stato.

Le mamme dei ragazzi arrestati hanno emesso un comunicato: i ragazzi, tutti incensurati, sono stati sottoposti a misure cautelari preventive per una manifestazione studentesca. S. è stata sottoposta ai domiciliari per aver parlato al microfono, denunciano i manifestanti.

S. è la stessa ragazza che abbiamo visto con i nostri occhi sanguinare dalla testa durante l’inqualificabile pestaggio del 28 gennaio operato dalle forze dell’ordine a danno degli studenti in piazza Arbarello. Non ci risulta, eravamo presenti, che abbia preso parte ad alcuno scontro durante i fatti all’Unione Industriali del 18 febbraio.

S.,un altro studente, secondo indiscrezioni, è sottoposto ad obbligo di firma per una presunta “regia”, anche lui non ci risulta aver preso materialmente parte ai fatti. Sarebbe il caso che la parola “regia”, ormai così spesso usata insidiosamente come sinonimo di “mandante”, scomparisse dal linguaggio ormai corrente in ambito giudiziario. Non si tratta di omicidi di mafia.

I ragazzi, denunciano le loro madri, sono incensurati. Sconcerta la durezza delle misure preventive, i 3 ragazzi detenuti al Lorusso sono in isolamento per Covid: l’udienza col GIP è stata rinviata, non hanno potuto sentire i propri avvocati, i ragazzi quindi sono in carcere, in isolamento, senza che ci sia stato un pronunciamento. Non avendo potuto parlare con i legali, verosimilmente non conoscono la loro situazione.

“Vivono in una bolla di sospensione in cui nessuno ha potuto vederli, parlare con loro“, afferma il comunicato delle madri, “uno di loro ha recentemente subito un intervento chirurgico per il quale dovrebbe effettuare controlli“.

“Emiliano, Francesco e Jacopo sono finiti in un buco nero“.

La sorella di uno dei ragazzi in carcere era anche lei in piazza, sostenuta dalle amiche, anche sul suo viso abbiamo letto l’angoscia per la situazione del fratello.

Questa mattina le mamme si sono recate al carcere per consegnare pacchi, i generi alimentari, il cibo delle madri dei ragazzi, per le complesse norme del sistema penale, non sono stati accettati.

Abbiamo assistito all’angoscia delle mamme degli studenti, al dolore sui loro visi, alla forza con cui una donna tenta di proteggere il proprio figlio partorito, che continua a sentire, inevitabilmente, come parte di sé.

Durissimi gli interventi al microfono, anche di studenti medi giovanissimi, in un corteo che è stato davvero l’altra faccia di una Torino inebriata dall’Eurovision. Era palpabile lo stupore della gente a spasso per il centro, in molti hanno ascoltato, con un’attenzione che ci ha stupito, gli interventi al microfono dei manifestanti efficacemente diffusi dai watt dall’impianto montato sull’auto in testa al corteo.

Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso ha sfilato a fianco di queste mamme. La sorellanza è la cifra di queste donne, che in quanto mamme, ben comprendono la sofferenza della madri dei ragazzi, indagati per forme di dissenso, stringendosi a loro nel sostegno.

“Vogliamo che siano revocate queste gravi misure cautelari per tutte e tutti, che si riconosca il fatto che sono incensurati, che si permetta ai detenuti di interloquire immediatamente con i loro avvocati e di tornare a casa. Noi madri siamo qui, sempre saremo qui, non un passo indietro” hanno dichiarato le madri a chiusura del comunicato letto il piazza Castello.

da qui




Prima pestati e poi arrestati: lo Stato si accanisce sui ragazzi - Selvaggia Lucarelli


A gennaio gli studenti che protestavano contro le morti nell’alternanza scuola-lavoro hanno preso manganellate tra ferite e traumi. Ora l’accanimento con perquisizioni e indagini sulle vittime, non sui picchiatori

Giovedì mattina, ore 8,00. Sono sveglia da poco, sto rifacendo il letto. Mio figlio Leon è in gita da due giorni in Val Seriana, la prima gita dopo due anni, un ritaglio di leggerezza. Suona il citofono, non succede mai a quell’ora. Il mio fidanzato esce dal bagno e va a rispondere. Lo sento dire “Leon” e “sono i carabinieri”. Ho pensato a una disgrazia in gita, credo di aver detto “Leon è morto”.

Salgono, sono sei persone gentili, una in divisa. Deve essere qualcosa di gravissimo. No, Leon non è morto, anzi, lo stanno cercando. Hanno un mandato di perquisizione.

É quel momento in cui si pensa di non conoscere i propri figli, di aver sottovalutato qualcosa. Chiedo di spiegarmi cosa ha combinato, ma questa cosa che lui non sia in casa è un problema, dovranno andare a prenderlo in gita per perquisirlo.

Dico che mi sembra una misura molto invasiva, che sarà un evento traumatico, chiedo di nuovo che mi spieghino per quali fatti sono lì. Il capitano esce dalla porta per riferire la situazione al magistrato del Tribunale dei minori (Leon ha 17 anni).

Rientra e comunica che il magistrato ha compreso la delicatezza della situazione, per cui procederanno alla perquisizione della casa e poi il resto si vedrà al suo ritorno. Finalmente mi spiegano per quale grave crimine è indagato.

 

LA MANIFESTAZIONE DEGLI STUDENTI

Il 17 novembre durante un corteo per la giornata nazionale degli studenti, Leon avrebbe tirato un palloncino di vernice rossa (lavabile, pare) sulla vetrina di una banca.

Cercavano dunque le prove per inchiodarlo: un paio di Nike, dei pantaloni grigi, una felpa nera. Ho spiegato che essendo in gita aveva alcune scarpe e vestiti con sé ma che comunque a quella manifestazione era andato e possedeva i vestiti che cercavano. Hanno frugato un po’ in giro, mi hanno domandato se ci fossero volantini sulle sue idee politiche (quali?) e alla fine gli hanno sequestrato un tablet con cui disegna.

Il reato che gli viene contestato è quello di deturpamento e imbruttimento di cose altrui, punito dall’articolo 639 del codice penale che prevede una multa e, nei casi più gravi, da uno a sei mesi di reclusione.

LA PERQUISIZIONE

Dunque, una perquisizione, sei esponenti delle forze dell’ordine, la procura dei minori e, udite udite, il dipartimento Antiterrorismo che ha coordinato il tutto, per un uovo di vernice lanciato, forse, da un minorenne. Anzi, da più minorenni e maggiorenni, suppongo, che quel giorno hanno imbrattato la vetrina di una banca con la motivazione “Investe nelle armi e nei combustibili fossili” e che non hanno spaccato macchine, vetrine, non hanno fatto male a nessuno.

Due mesi dopo sono stati manganellati ferocemente nelle piazze di Milano, Torino, Napoli, Roma per aver gridato che nessun ragazzo deve più morire per colpa dell’alternanza scuola-lavoro.

Mio figlio è stato colpito da una manganellata in testa senza che avesse toccato nessuno o lanciato oggetti. Vista la violenza del colpo, l’ematoma dopo quattro mesi non è ancora riassorbito.

Ora, non sta a me ma a un giudice stabilire quale sia la giusta punizione (le cose altrui non si imbrattano, siamo d’accordo) ma la sproporzione tra un’azione così invasiva e traumatica e i fatti contestati è abnorme e preoccupante.

Preoccupante perché quello che è accaduto a mio figlio - l’ho scoperto dopo - è solo una piccola ma significativa parte di quello che sta accadendo in questi giorni agli studenti che hanno manifestato negli ultimi mesi e che hanno portato nelle piazze il dissenso per questioni politiche, sociali, ambientali.

E I MANGANELLATORI?

Senza che nessuno ci stia facendo troppo caso, infatti, a quattro mesi da quelle manganellate che hanno mandato ragazzi neo maggiorenni e minorenni all’ospedale con arti rotti e traumi cranici, non c’è stato alcun accertamento di responsabilità nei confronti dei manganellatori, nessun provvedimento disciplinare, nessuna sospensione del servizio.

In compenso, si sta provvedendo a punire tantissimi ragazzi tra i manganellati di Roma, Torino, Napoli e Milano. “L'intera documentazione visiva è stata messa immediatamente a disposizione dell'autorità giudiziaria come accade in tutti i casi per individuare ogni responsabilità, comprese quelle eventualmente riconducibili agli operatori di polizia”, aveva dichiarato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

Evidentemente i filmati hanno mostrato ragazzini che, in modalità Tafazzi, si picchiavano da soli e poi compivano atti così criminosi - lancio di uova di vernice e fumogeni- da meritare l’intervento dell’antiterrorismo…

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martedì 4 gennaio 2022

Europa contro i migranti: crudeltà e segregazione - Fabrizio Maffioletti

 

Le politiche europee stanno disvelando aspetti e modalità sempre più inquietanti

Sono passati 8 anni da quella tragedia nel Mediterraneo, da quella strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 dalla quale cominciammo a salvare vite con l’operazione Mare Nostrum.

Poi nel giro di 2 anni da Mare Nostrum, parola più usata dai giornali, si passò alla parola muri, in due anni le cose si capovolsero.

Minniti iniziò quella che a chi scrive (e non solo) appare come una persecuzione delle ONG, una persecuzione contro il soccorso.

Cosa stiamo facendo ai migranti? Li stiamo segregando. Stiamo impedendo loro di fare domanda d’asilo, contravvenendo non solo ai diritti umani, ma anche al diritto internazionale: il diritto alla richiesta di asilo è sancito per legge, italiana e internazionale.

Lo stato di vita di una persona migrante si può riassumere in una parola: sofferenza. Non abbiamo rispetto per questa sofferenza: rispetto umano, rispetto istituzionale.

Siamo stati prede di una lurida propaganda che ha fatto di queste persone dei delinquenti, degli approfittatori, degli invasori.

Etichette, continue etichette di cui noi che operiamo nell’informazione siamo diretti responsabili. Etichette anche nei confronti delle persone solidali.

Stiamo segregando le persone in cammino nei campi turchi, libici, greci, bosniaci, bielorussi, presto forse anche tunisini. Ma anche sotto casa: negli hotspot, nei centri per rimpatri (CPR), che vengono fatti passare per “centri di accoglienza”. Un’inacccettabile ipocrisia, nei CPR i detenuti vengono chiamati “ospiti”. Quegli stessi poliziotti, che ti correggono se li chiami detenuti, se non lasciassero più uscire una persona ospitata a casa loro verrebbero denunciati per sequestro di persona. Un ospite è libero di andarsene.

“Detenzione amministrativa” la chiamano: un ossimoro, in Italia non c’è detenzione se non si ha commesso un reato penale. “Segregazione amministrativa” la si dovrebbe chiamare, persone che vengono concentrate tra muri e una matrioska di gabbie alte 5 metri. Dove è assicurata la mera sopravvivenza, limitata alle elementari funzioni vitali.

Tutto questo avviene nell’opacità, che può favorire l’illegalità. Anche quando fai un accesso agli atti in base alle norme di legge sulla trasparenza non ottieni risposte, vieni rimbalzato da un un’istituzione all’altra, non riesci a capire se norme di legge e regolamenti vengono applicati. Ci sono luoghi di segregazione in Italia dove i giornalisti non hanno mai il permesso di entrare. Luoghi nascosti all’opinione pubblica.

Eppure sentiamo decisori continuare a parlare di diritti umani.

L’Europa ha istituito Frontex, un corpo militare “a guardia” dei confini europei, come se davvero fossimo invasi. Eppure queste persone non hanno armi: solo sofferenza, spesso moglie e figli, a volte sono minori non accompagnati.

A Trieste c’è Linea d’Ombra, cura le persone che arrivano in cammino dalla Slovenia, che da anni viaggiano sulla rotta balcanica, che portano su di sé le ferite del viaggio. Non c’è in quella piazza uno Stato che informi le persone giunte da lontano sui loro diritti, sul diritto di richiedere asilo, e qualora non vogliano richiederlo in Italia – come biasimarli? – si adoperi attraverso canali opportuni per inoltrare la richiesta nello Stato di loro destinazione, spesso per ricongiungimento familiare, anche questo previsto per legge.

Preferiamo lasciarli fuori, e ancora: abbiamo preferito “ributtarli” in Slovenia, anche se è illegale farlo.

Non li soccorriamo quindi, ci voltiamo dall’altra parte sperando che escano dalle nostre frontiere, ma dall’altra parte ci sono l’Austria, la Francia, che in entrata usano i nostri stessi metodi. Di fatto respingimenti collettivi, condannati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Solo una pervicace Torino solidale sta ottenendo un minimo di aiuto, di assistenza per le persone in cammino, aiuto concesso da uno Stato che sembra ben contento che le persone varchino in uscita le nostre frontiere, senza assistenza, rischiando, specialmente in inverno, ancora una volta, la vita. Sì, senza assistenza, perché se gli dai una mano a varcare la frontiera vai in galera.

Se sei una persona solidale sei sempre sul filo del rasoio, devi essere attentissimo, perché rischi in prima persona: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non, quindi, meritevole di aver dato aiuto, soccorso, di esserti fatto carico di un problema, di aver contribuito ad alleviare una sofferenza: colpevole di reato penale.

Un inferno, le persone in cammino sembrano condannate ad un Ade di sofferenza di cui siamo interamente responsabili, in particolare quando bussano alla nostra porta e gliela sbattiamo in faccia.

L’Europa non è nata per questo. Come non vergognarsi di ciò che è diventata? Come non vergognarsi di queste politiche e di coloro che le stanno attuando? Come possono dormire la notte questi decisori?

Pensavamo che la segregazione fosse ormai lontana, figlia di un periodo storico ignobile, pensavamo che i campi in cui venivano concentrati gli indesiderati, perché non degni di vivere tra noi, fossero ormai un brutto ricordo scritto sui libri di storia. Siamo stati imprudenti e poco lungimiranti.

E’ ora di uscire dall’ipocrisia, le parole sono importanti. Crudeltà, segregazione.

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martedì 21 dicembre 2021

in memoria di Wissem Abdel Latif

 

Wissem Abdel Latif: morto “di respingimento”, un altro squarcio sugli orrori delle politiche italiane sull’immigrazione - Fabrizio Maffioletti

 

Lo abbiamo già scritto, la drammatica vicenda di Wissem Abdel Latif, 26 anni, ha scosso, come fu per la morte di Moussa Balde, 23 anni, l’opinione pubblica

La storia di Wissem è storia di ordinaria “tunisinità”: arrivo, nave quarantena, CPR, Palermo (così ci risulta), decollo charter per il rimpatrio, in manette, come denunciato dal Garante Nazionale. Una macchina costosa e perfettamente oliata: un giro di giostra e via.

Questa non è solo storia di CPR, questo è un aspetto più ampio e finora forse non trattato: è una morte “di respingimento”, noi, di fatto, li stiamo uccidendo. Lo stiamo facendo in Libia, nel Mediterraneo, ai confini con la Croazia, ai confini con la Polonia e nella nostra “civilissima” Italia. Questi sono i risultati delle politiche europee e italiane sulle migrazioni.

Nei CPR il “compenso” pro-capite riconosciuto agli Enti gestori per ogni migrante detenuto è mediamente superiore di oltre 10 euro alla ridicola somma riconosciuta ai centri di accoglienza, che avviano all’integrazione i richiedenti asilo.

Questa morte rappresenta un altro insidioso squarcio di verità su un sistema che si basa su carte, procedure, firme, nomi storpiati che cambiano di documento in documento: cosa manca? Manca la cosa fondamentale: mancano loro, le persone, gli esseri umani.

E quindi Wissem dalla nave quarantena si è visto titolare di una richiesta di rimpatrio immediato da parte dell’Autorità, “Dottoreeeee, c’è da firmare”, e quindi pronto per il “trattamento” che gli spetta: una detenzione a fini di rimpatrio all’inferno, il CPR. Trattenimento prontamente convalidato da un mero Giudice di pace. Ci risulta da fonte attendibile che a Milano uno di questi giudici fotocopiasse le sentenze con i nomi in bianco. 300 secondi e via. 300 secondi: questa, secondo studi indipendenti, è la media del tempo delle udienze di convalida e proroga delle detenzioni nei CPR.

Il CPR di Roma funziona secondo standard minimi previsti, l’Azienda sanitaria è intervenuta tramite il Dipartimento di Salute Mentale, anche questa, circostanza tutta da chiarire. Wissem, schiacciato da questa catena di montaggio per indesiderati, muore.

Wissem non era un “pericoloso pregiudicato”, era solo un ragazzo tunisino, eppure, anche lui, è morto nelle mani di uno Stato che non lo voleva. Morte per “arresto cardiaco”, chiunque muore per arresto cardiaco, si muore perché il cuore si ferma, ma il perché il cuore del ragazzo tunisino si sia fermato, ovvero la reale causa della morte, resta tutt’ora da chiarire.

Il Ministero dell’Interno, che gestisce “fattivamente” le politiche sull’immigrazione è davvero nell’occhio del ciclone, la storia di Wissem, avvenuta nella Capitale, è un aspetto estremamente insidioso, come lo è la storia che ha travolto l’ex Prefetto Michele Di Bari, che, come tale, era funzionario del Viminale.

Squarci di verità che stanno minando l’ossessivo silenzio istituzionale che permette alle istituzioni di tentare di muoversi “agevolmente” nelle pieghe di supposti e purtroppo, talvolta reali, vuoti normativi. Ma le norme non prevedono la violazione del diritto alla richiesta d’asilo, il diritto della persona migrante di essere scrupolosamente, e comprensibilmente per lui, informata su diritto e modalità di richiesta di protezione internazionale.

Purtroppo, in assenza di competenze, soldi, e contatti in Italia, i richiedenti non fanno ricorsi e lo Stato agisce “indisturbato”. Inascoltate le raccomandazioni del Garante Nazionale delle persone private della libertà personale.

Il CPR di Torino è travolto da un’inchiesta giudiziaria, vedremo se la Procura di Roma eserciterà fino in fondo la propria indipendenza dagli altri poteri dello Stato facendo piena luce su responsabilità dirette e indirette.

La questione sta diventando rilevante anche in Tunisia, partner di un accordo bilaterale di rimpatrio che permette questa efficiente e oliata macchina dei respingimenti. E’ possibile che la triste morte di Wissem possa rappresentare il “granello di sabbia” che inceppa la “macchina”.

Se non avverranno cambiamenti radicali, le morti continueranno, così come la vergogna di essere italiani.

da qui



Dal Cpr alla morte in contenzione. Gli ultimi giorni di Wissem Ben Abdellatif - giulia beatrice filpi

(con la collaborazione di ibrahim ezzat)

Wissem Ben Abdellatif era arrivato a Lampedusa il 3 ottobre scorso, mentre sull’isola si celebravano le cerimonie istituzionali dedicate alla “Giornata della memoria e dell’accoglienza”, in ricordo delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013.  Il 28 novembre successivo, a ventisei anni, Wissem è morto in un ospedale romano, legato mani e piedi al letto di un reparto di psichiatria, in seguito a circa un mese di detenzione amministrativa nel centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria. Veniva dalla città di Kebili, nel sud tunisino povero e battagliero da cui partì la rivoluzione del 2011, ma che resta tra le aree meno sviluppate del paese. Chi lo conosceva lo descrive come un ragazzo sportivo, semplice, bravo a giocare a calcio, convinto di poter fare fortuna in Europa. Dopo aver perso il lavoro in un supermercato, Wissem aveva deciso di imbarcarsi per l’Italia alla volta della Francia, partendo con un barchino salpato il 2 ottobre dal porto di Kerkennah.

Una volta in Italia, Wissem viene portato nell’hotspot di Lampedusa, in quel momento stracolmo. A causa del sovraffollamento, secondo gli attivisti di LasciateCIEntrare, è costretto a dormire a terra, circondato da una rete. Il giorno stesso dello sbarco viene trasferito nel porto di Augusta per una quarantena obbligatoria che dura due settimane, a bordo della nave GNV Atlas, anch’essa al massimo della capienza, con quasi un migliaio di persone a bordo. A questo periodo di confinamento vengono sottoposti tutti i migranti, anche quelli che, come Wissem, risultano negativi al Covid-19. Se nell’hotspot presentare domanda d’asilo è estremamente difficile, nell’isolamento della GNV Atlas è del tutto impossibile. 

«Sulla nave quarantena stava ancora bene», racconta Houssam Ben Fraj, uno dei due cugini del ragazzo che in questi giorni stanno tenendo i contatti con i media. I problemi inizieranno più tardi, a Ponte Galeria, quando il giovane comincia a denunciare maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine.  

Già a bordo della nave, tuttavia, la situazione è causa di non poche preoccupazioni: «Alcuni sono stati rilasciati ma noi siamo ancora in quarantena», dice Wissem nel primo di una serie di video che ha girato lui stesso e che poi sono circolati su Facebook. «Dio solo sa cosa ci succederà. Per favore, cercate delle informazioni e rassicurateci», continua la sua voce fuori campo, mentre la telecamera inquadra il porto di Augusta. Siamo intorno al 13 ottobre. Niente, in quel momento, fa pensare che Wissem possa avere problemi psichiatrici, tanto che prima del trasferimento a Ponte Galeria gli viene rilasciato un certificato di “idoneità al trattenimento”. Documenti come questo, spiega Yasmine Accardo di LasciateCIEntrare, dovrebbero escludere qualsiasi patologia che possa essere aggravata dalla reclusione, compresi disturbi psichici o psichiatrici. Di fatto, però, si tratta di passaggi meramente formali che accertano che i migranti non abbiano contratto malattie contagiose.  

Una volta a Ponte Galeria Wissem registra altri video con il cellulare che è riuscito a portare, di nascosto, all’interno del centro. Racconta di essere stato diviso da altri sessantotto compagni di viaggio e di essere stato portato prima a Catania, poi nella prigione romana. «Siamo stati scortati in aereo da tre osservatori, ci hanno preso i telefoni, ci hanno lasciato senza cibo e senza nulla per coprirci. Le nostre famiglie non sanno niente di noi», afferma, mentre la telecamera inquadra le sbarre del centro.  

In un terzo video Wissem racconta delle proteste iniziate insieme ad altri compagni di reclusione, con cui dice di avere indetto uno sciopero della fame per chiedere di essere scarcerati e fare richiesta d’asilo. Nel quarto e ultimo video parla anche dei rischi a cui si espone facendo le riprese, vietate all’interno della struttura: «So che mi metto in grave pericolo, ma voglio dire la verità». Nel frattempo, i familiari spendevano centinaia di euro per assicurare la tutela legale di Wissem in Italia, ma sembra che l’avvocata li abbia contattati soltanto dopo la morte del ragazzo, senza fornire nessun supporto reale durante la sua detenzione. A Ponte Galeria, raccontano i testimoni, Wissem continua a fare esercizio fisico, viene descritto come una persona tranquilla. La documentazione medica acquisita dal garante per i detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, parla di “buone condizioni psico-fisiche” all’indomani dell’arrivo. Dieci giorni più tardi, tuttavia, una psicologa del centro riferisce di sofferenza e disagio psichico, e richiede una visita con uno specialista in psichiatria della Asl. Il consulto si svolge circa due settimane dopo e Wissem inizia una terapia farmacologica che probabilmente sortisce effetti indesiderati. Passano altri dieci giorni, e lo psichiatra chiede il ricovero in ospedale. Il giovane tunisino viene portato al pronto soccorso del Grassi di Ostia, il 23 novembre. Due giorni dopo, al momento del trasferimento di Wissem nel servizio psichiatrico della Asl Roma 3, all’ospedale San Camillo, un documento sanitario parla della necessità di “contenere” il paziente perché “aggressivo”. La durata della contenzione non viene specificata, ma le informazioni a disposizione fanno supporre che Wissem possa essere rimasto legato ininterrottamente per oltre sessanta ore.  

La notizia della morte arriva il 2 dicembre, quando la famiglia contatta il deputato tunisino Majdi Karbai per chiedere spiegazioni in merito a una telefonata ricevuta dal consolato tunisino a Roma, in cui si fa riferimento alla morte di Wissem per cause naturali. È Karbai stesso, dopo una serie di verifiche, a informare la famiglia sulle circostanze del decesso. Alcuni familiari sprofondano nella disperazione, mentre la sorella Rania, una studentessa di vent’anni, inizia uno sciopero della fame a oltranza nel tentativo di ottenere verità e giustizia. 

Nelle ore immediatamente successive alla morte del ragazzo, le persone recluse nel Cpr che potrebbero testimoniare vengono rimpatriate rapidamente, in una prassi già collaudata in altri casi, come quello di Vakhtang Enukidze, georgiano morto nel Cpr di Gradisca all’inizio del 2020. Alcuni riescono comunque a testimoniare, parlando agli attivisti delle violenze che Wissem avrebbe subito dalla polizia all’interno del Cpr.

Il 4 dicembre, l’ingresso nel centro viene negato all’avvocato Francesco Romeo, che difende la famiglia di Wissem, a Majdi Karbai e al senatore Gregorio De Falco. Per giorni i familiari attendono di capire cosa ne sarà della salma, senza sapere se ci sarà un’autopsia o meno. Solo ieri l’avvocato Romeo comunica in una nota che la perizia medica è già stata svolta, all’insaputa sua e dei familiari, senza la possibilità di nominare un medico legale di parte. Un nuovo esame potrà essere eseguito soltanto adesso da un consulente della famiglia, ma a oltre dieci giorni dal decesso e dopo una prima autopsia, la sua attendibilità rischia di essere compromessa. 

Intanto in Tunisia e nella comunità tunisina in Italia la notizia sta suscitando grande attenzione. Si organizzano manifestazioni a Kebili e Tunisi, e diverse persone che hanno subito il respingimento dall’Italia raccontano la loro esperienza tra hotspot, navi quarantena, Cpr e rimpatri, trovando il coraggio di mettere da parte la vergogna che spesso accompagna il fallimento dei progetti migratori. Nella capitale, un presidio dell’associazione La terre pour tous si svolge davanti all’ambasciata d’Italia. La protesta non è rivolta però solo alle istituzioni italiane, ma anche a quelle tunisine, criticate per non essersi attivate né aver preso posizione sulla vicenda, e più in generale complici dell’Italia nella politica sui rimpatri. “A uccidere Wissem sono stati gli accordi sulle migrazioni”, denuncia Imed Soltani, fondatore di La terre pour tous. 

Dopo avere assunto pieni poteri e sospeso il parlamento, a luglio il presidente tunisino Kais Sayyed si è assicurato il sostegno italiano anche attraverso la sua politica di cooperazione sulle migrazioni, che del resto si fonda su oltre vent’anni di accordi in materia. Negli ultimi due mesi sono state rimandate in Tunisia quasi cinquecento persone, più di mille e cinquecento dall’inizio dell’anno, a fronte delle circa quattromila totali che sono state rimpatriate ogni anno, negli ultimi anni. Molto più dei numeri, però, dicono le parole di Wissem, rinchiuso a Ponte Galeria, che parla di nascosto dal suo cellulare: «Vogliamo solo essere liberati. I rischi a cui volevamo sfuggire nel nostro paese li stiamo vivendo qui, ora. Dove sono i diritti umani? Sono tutte bugie. Non torneremo in Tunisia. Resteremo qui, oppure moriremo».

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martedì 2 novembre 2021

Centro per rimpatri Torino (CPR): 26 tentativi di suicidio - Fabrizio Maffioletti

 

L’assistenza psichiatrica nei CPR, in particolare quella continuativa, sta diventando un aspetto di omissione di assistenza medica

Sul quotidiano La Stampa di Torino sono comparsi due articoli: martedì 21 scorso il quotidiano torinese ha pubblicato un articolo a firma di Luigi Manconi che denuncia tra i 20 e i 30 tentativi di suicidio all’interno della struttura di detenzione per migranti di Torino, ieri è comparso un altro articolo che specifica che i tentativi di suicidio sono 26.

Nel secondo articolo viene inoltre dichiarato che non esiste alcuna legge che stabilisca un protocollo (stabilito dalla Prefettura competente di zona per il CPR e l’Azienda Sanitaria) per la cura psichiatrica all’interno dei CPR.

Abbiamo, come nostra abitudine, approfondito la questione.

L’art. 2 comma 1 del Dlgs 286/98 (Testo unico sull’immigrazione) sancisce: “Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti“.

Questo non per buonismo, ma semplicemente per coerenza con la Costituzione, il Diritto europeo e internazionale, che costituiscono fonte giuridica più elevata e quindi non eludibili o contraddicibili.

Quel “comunque presente” implica anche chi è non regolarmente presente, volutamente non usiamo in termine “irregolare” perché lesivo della dignità.

L’art. 35 comma 3 sancisce: “Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all’ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorche’ continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva. Sono, in particolare, garantiti”.

L’assistenza psichiatrica, ancor più in caso di atti di autolesionismo o di dipendenza da stupefacenti o psicofarmaci, rientra a pieno titolo nelle cure essenziali e continuative.

Nella Circolare 5 del 24 marzo 2000 del Ministero della Salute (allora Ministero della Sanità) alla pag. 8 leggiamo:
“per cure urgenti si intendono le cure che non possono essere differite senza pericolo per la vita o danno per la salute della persona;
per cure essenziali si intendono le prestazioni sanitarie, diagnostiche e terapeutiche, relative a patologie non pericolose nell’immediato e nel breve termine, ma che nel tempo potrebbero determinare maggiore danno alla salute o rischi per la vita (complicanze, cronicizzazioni o aggravamenti).
E’ stato, altresi’, affermato dalla legge il principio della continuita’ delle cure urgenti ed essenziali, nel senso di assicurare all’infermo il ciclo terapeutico e riabilitativo completo riguardo alla possibile risoluzione dell’evento morboso“.

Tutte queste norme a tutela delle persone straniere non regolarmente presenti sul territorio nazionale non sono state fatte per buonismo, ma perché la Costituzione, dalla quale non si può derogare, nell’art. 32 sancisce: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Da tutto ciò si evince che nei confronti di persone straniere non regolarmente presenti sul territorio nazionale vige l’obbligo di cura e che dev’essere erogata gratuitamente in caso di indigenza, circostanze nelle quali rientrano a pieno titolo le persone detenute nei CPR, a meno che non si stabilisca arbitrariamente che i CPR non rientrino nel territorio nazionale o, addirittura, si collochino al di fuori dall’alveo costituzionale.

Quest’obbligo di cura, stante la circolare del Ministero della Salute, spetta al servizio sanitario nazionale (SSN), e sottolineiamo: non a volontari o quant’altro, al SSN. Ove ciò non avvenga si tratta di fatti omissivi.

Ove si obbligasse il Gestore privato del CPR (le strutture sono gestite da privati, ma si tratta di terreni e fabbricati di proprietà dello Stato, quindi pubblici) ad ottemperare con medici contrattualizzati alle cure specialistiche, si determinerebbe una prassi arbitraria, non prevista dalle norme, che travalicherebbe il diritto/dovere del SSN ad esercitare le proprie prerogative di cura.

Il fatto che non ci sia una legge che stabilisca specificatamente un “protocollo” tra la Prefettura e l’Azienda Sanitaria competente, non esclude che corra l’obbligo delle cure specialistiche all’interno dei CPR.

Non si può quindi omettere la cura gratuita (data la condizione di indigenza) da parte del SSN alle persone migranti detenute, che ripetiamo: vengono recluse senza che abbiano commesso reati, e detenute inutilmente nel 50% dei casi perché non rimpatriate.

Emblematico è proprio il caso di Moussa Balde, guineiano, che lo scorso maggio si è tolto la vita nel CPR Brunelleschi di Torino, sottoposto a detenzione (a fini di rimpatrio) nonostante da anni non si effettuino rimpatri nella Repubblica di Guinea (Guinea Conakry).

Inoltre nel Regolamento CIE (ora CPR) 2014 che disciplina (con gravissime carenze normative) la detenzione nei CPR a pag. 3 leggiamo: “Il Prefetto provvede al coordinamento con strutture sanitarie pubbliche per la prestazione delle cure e dei servizi specialistici previsti dall’art. 35 del Dlgs 286/98 e successive modificazioni attraverso la stipula di protocolli d’intesa“, “provvede” dice il regolamento, e non “può provvedere”: la stipula non è quindi, secondo il regolamento, soggetta a discrezionalità, ma non solo, implica che venga portata a compimento.

Il Sen. Gregorio de Falco (Gruppo Misto), dopo la sua visita ispettiva al CPR Corelli di Milano, ha presentato un esposto di sequestro della struttura proprio per la mancanza di un protocollo per la cura delle persone migranti all’interno della struttura detentiva.

Nel video della conferenza, realizzata in collaborazione con la rete Mai più lager – No ai CPR, tenuta all’Università Statale di Milano e che abbiano pubblicato in questo articolo, al minuto 1:34:30 de Falco dichiara: “Abbiamo chiesto il sequestro per una mancanza, una specifica mancanza (un protocollo d’intesa stilato con l’Azienda Sanitaria per le cure delle persone migranti recluse nei CPR n.d.r.) rispetto alla quale loro (la Prefettura di Milano, competente territorialmente per il CPR di Milano, n.d.r.) oggi fingono (sarebbe stato “avviato” un protocollo a fronte dell’istanza di sequestro n.d.r.) di aver posto rimedio“.

In questo convegno organizzato da API Onlus è stato dichiarato: “E’ possibile curare con la mano destra chi si vuole opprimere con la sinistra“? No, ove si eluda la legge.

Nello stesso convegno il CPR è stato definito un luogo nel quale la legge si applica disapplicando sé stessa.

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martedì 23 febbraio 2021

il buon samaritano sarebbe marcito in galera per l'eternità, per la magistratura e la polizia di Trieste

  


Lorena e Gian Andrea sotto accusa per reato di solidarietà

Questa mattina all’alba la polizia ha fatto irruzione nell’abitazione privata di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, nonché sede dell’associazione Linea d’Ombra ODV.

Sono stati sequestrati i telefoni personali, oltre ai libri contabili dell’associazione e diversi altri materiali, alla ricerca di prove per un’imputazione di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che noi contestiamo, perché utilizzata in modo strumentale per colpire la solidarietà.

Siamo indignati e sconcertati nel constatare che la solidarietà sia vista come un reato dalle forze dell’ordine.

Oggi, in Italia, regalare scarpe, vestiti e cibo a chi ne ha bisogno per sopravvivere è un’azione perseguitata più che l’apologia al fascismo, come abbiamo potuto vedere il 24 ottobre scorso sempre in Piazza Libertà.

Condanniamo le azioni repressive nei confronti di chi è solidale, chiediamo giustizia e rispetto di quei valori di libertà, dignità ed uguaglianza, scritti nella costituzione, che invece lo Stato tende a dimenticare.

Chiediamo la solidarietà di tutta la società civile, per tutte le persone attaccate perché solidali.

Sarà nostra premura comunicare informazioni più precise appena ne entreremo in possesso.

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Nessuna legge ci convincerà mai che alcune donne e alcuni uomini rispetto ad altri sono illegali.

Nessuna legge ci convincerà mai che il diritto a spostarsi è solo di alcuni e non di altri.

Nessuna legge ci convincerà mai che le persone sono divise in due categorie: chi ha diritto a vivere e chi no.

Per questo, senza alcun dubbio, esprimiamo piena e totale solidarietà a Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi e a tutto il collettivo di Linea d’ombra.

Donne e uomini attivisti che da anni sostengono concretamente e quotidianamente le persone migranti attraverso la rotta balcanica e ammassate nei campi in Bosnia. Che cercano di denunciare e far luce su quanto avviene al di qua e al di là dei confini dell’Unione Europea.

Luoghi troppo spesso teatro di violenze, abusi e violazioni delle leggi e dei trattati internazionali.

Per questo oggi non abbiamo nessun dubbio: totale solidarietà a Lorena, Gian Andrea e Linea d’Ombra.

Saremo sempre con voi.

Forum Antirazzista Palermo

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COMUNICATO STAMPA

  

Questa mattina forze di polizia hanno occupato la casa di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, attivisti dell'associazione di solidarietà triestina "Linea d'Ombra", accusandoli paradossalmente di favorire l'immigrazione clandestina, sequestrando loro oggetti personali e di lavoro.

E' sconcertante che, in questo paese dove dilaga la delinquenza organizzata e gran parte delle risorse pubbliche sono rapinate sotto gli occhi di tutti dall'evasione fiscale, la magistratura e le forze dell'ordine siano impegnate a perseguitare chi è colpevole solo del "reato di solidarietà", cercando di lenire con il proprio, gratuito, impegno personale alla gravissime condizioni di "vita" dei migranti. D'altronde, pochi anni fa abbiamo assistito ad un caso analogo, quello del sindaco di Riace Mimmo Lucano: delegittimato, cacciato dalla sua carica e costretto ad assistere allo smantellamento del suo imponente piano di accoglienza e rinascita civica ... finché tutte le accuse si sono sgonfiate.

Evidentemente viviamo in un mondo che funziona alla rovescia.

Come associazione di cooperative sociali, che hanno come finalità la promozione del benessere pubblico, ed in particolarità delle categorie più deboli della società umana, protestiamo vivacemente ed esprimiamo la nostra solidarietà a Lorena, Gian Andrea ed alle altre ed altri volontari/e di "Linea d'Ombra".

Il Presidente

Gian Luigi Bettoli




Un ponte di corpi - Lorena Fornasir

  

C’è un carrettino verde che tutti i giorni si porta sulla piazza del mondo[1] per accogliere chi riesce a varcare il bordo mortifero del confine. Conserva storie di corpi e di dolore e, tra le sue bende e pomate, la memoria di una pratica della cura che le donne conoscono bene. La donna, con il suo corpo pensante, è l’anticonfine per eccellenza. Contiene in se stessa la negazione del confine poiché è un corpo naturalmente aperto alla generatività, alla creatività, al pensiero sorgivo, al perturbante che la abita come intima estraneità. Il carrettino della cura ha scritto un manifesto per convocare donne e uomini a chiedere l’apertura delle frontiere.

Le donne, soprattutto loro, ma non solo, sono chiamate ad assumere il mandato che altre donne, madri, sorelle amiche, compagne, hanno trasmesso in modo tacito alle donne di questo altro mondo che noi abitiamo. Si tratta di una eredità che scorre sul filo del legame che accomuna la nascita, la vita, la sopravvivenza, purtroppo anche la morte ma dove l’amore tiene assieme i legami spezzati da una parte all’altra del mondo. Chi è mandato in salvezza, il figlio o uomo di altre terre, bimbo o minore solo, può trovare altre mani che lo accolgono e lo accompagnano nel desiderio di una vita degna di essere vissuta.

Perché corpi di donne sui confini? Perché il corpo femminile è il corpo attraverso cui si ri-produce la vita e il confine è uno di principali dispositivi che la controlla e la violenta. Perché il confine è profondamente androcentrico, dato che l’antica inferiorizzazione della donna dipende dalla volontà di controllo del maschio che nasce dalla paura della vita e quindi dal bisogno di dominarla.

Il gesto del carrettino verde, in verità una carrettina dedita alla cura, è un gesto che rimanda alle radici arcaiche del dominio dell’uomo sulla donna, di cui il confine è oggi un dispositivo caratteristico in quanto impedisce il libero movimenti dei corpi che vengono da luoghi di morte, di cui l’Occidente porta la responsabilità.

Noi vogliamo portare un segno di vita sul confine e contemporaneamente in molti luoghi in cui donne e uomini si riconoscono nella pratica della cura. Dopo più di un anno passato a curare centinaia di corpi, di piedi di cammino, feriti dal cammino, dall’impedimento del cammino, dall’inseguimento di chi cammina proveniente da luoghi di morte per cercare di vivere una vita degna, il carrettino verde ha pensato di fare il gesto simbolico e concreto di invitare un gruppo di donne sul confine più violento, più mortifero, quello della Croazia che si erge ad antemurale dell’Europa contro l’estraneo, contro il migrante, il profugo, che viene spinto dal suo bisogno-desiderio di vita, a dirci, ben al di là della sua consapevolezza, che anche noi non viviamo se abbiamo paura di lui, che la nostra vita agiata è ben misera cosa se non sa aprirsi all’altro, se non è un tessuto di solidarietà.

 

Con il nostro corpo di donne su un confine di morte vogliamo dire che il migrante è portatore di vita, ciò che va ben oltre la ricerca di un luogo in cui poter lavorare e vivere tranquillamente e che l’accoglienza è un gesto di vita non solo verso i migranti ma verso di noi, verso tutti.

Noi siamo coloro che dicono no alla paura e all’odio per lo straniero, per il diverso, per l’altro, perché da sempre noi donne siamo state considerate inferiori all’uomo.

Noi siamo coloro che maledicono i confini perché quelle strisce di terra o di mare sono bagnate di sangue, selezionano chi può passare e chi no, chi può vivere e chi può morire, chi può essere torturato e chi può essere deportato.
Noi siamo coloro che vogliono gridare la voce della maternità, che è la voce della solidarietà, della vita che donne di altre terre hanno generato, consegnandola alle donne di questo mondo affinché la conservino e la promuovano

Il 6 marzo “Un ponte di corpi” attraverserà l’Italia dal sud al nord, dall’est all’ovest, dentro l’Europa, fra le frontiere, mentre una farfalla gialla volerà sopra i reticolati.


[1] Piazza Libertà di fronte alla stazione di Trieste è il luogo dove arrivano i migranti dalla rotta balcanica

 

Manifesto del carrettino verde   Download

 

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Lorena Fornasir, la donna che cura i piedi dei migranti giunti a Trieste: denunciato il marito - Fabrizio Maffioletti

 

Lavare i piedi, lenire le ferite, qualcosa che è profondamente radicato nella nostra cultura: un simbolo di bontà

Ho avuto occasione di ascoltare Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi solo una volta, naturalmente mi era nota la loro attività a favore degli immigrati giunti a Trieste dalla rotta balcanica.

Gli articoli di Nello Sclavo di Avvenire hanno avuto il pregio di portare all’attenzione del grande pubblico ciò che in molti non sapevano: quella che è difficile non definire come crudeltà istituzionalizzata, ovvero il trattamento riservato ai migranti sulla rotta balcanica.

C’è una pena per coloro che dalla Libia “osano” sfidare i confini europei: la morte, la morte in un Mediterraneo nel quale nessuno ti salverà.

Ci sono altre pene per coloro che “osano” sfidare i confini europei via terra da est, la famosa rotta balcanica, sono i campi minati, la sottrazione di documenti, telefono, scarpe, e botte: pestaggi feroci.

Le istituzioni non si preoccupano di infliggere sofferenza, la discriminazione tra cittadini europei e extra-europei supera ogni possibile immaginazione.

Ora questa, che è dolorosamente difficile non chiamare violenza istituzionale, colpisce… cosa? L’empatia, la bontà, l’immedesimazione, o se preferiamo il senso di carità, di compassione delle persone, definendolo “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Uno Stato che colpisce, anzi che criminalizza, la bontà dei propri cittadini.

Sbalordisce la debolezza di uno Stato che nell’incapacità di governare un fenomeno che non finirà, ma aumenterà, colpisce i propri cittadini con tutta la forza di cui dispone.

Preoccupa quella che pare una paralisi attonita delle Istituzioni che sembrano ripararsi dietro ai Corpi dello Stato scagliati contro cittadini letteralmente inermi.

Ci ricordiamo quando favorire qualcuno era reato? Ora quelle persone sono ricordate come eroi, vedremo cosa racconterà la storia tra 80/90 anni.

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