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venerdì 17 aprile 2020

Marta Fana e Marco Revelli parlano di lavoro




Effetti della crisi nella nuova mappa del lavoro - Marco Revelli

Senza pudore, le Confindustrie del Nord continuano a ripetere lo stesso mortifero ritornello: riaprire, riaprire, riaprire. Come se il mezzo migliaio di morti che ogni giorno dobbiamo contare fosse un dettaglio trascurabile. E i 4.000 nuovi contagi che quotidianamente la protezione civile aggiunge ai propri grafici fossero minuzie di cui praetor non curat. Imperterriti, come d’altra parte hanno sempre fatto.
I nostri imprenditori continuano ad anteporre la borsa alla vita (dei propri dipendenti, in primis, e di ogni altro che sia d’impaccio nel conto profitti e perdite). Pretendendo che – vogliamo dirlo? – i disastri del bergamasco e del bresciano, da loro voluti, non insegnino nulla.
Eppure il messaggio del virus è chiarissimo. Col linguaggio feroce che la natura sa usare quando vuol farsi sentire, ci dice che l’ordine del discorso va cambiato. Che è già cambiato. Le mappe su cui orientiamo i nostri percorsi sociali, a saperle leggere così come la pandemia le ha ridisegnate, già ci disvelano paesaggi fino a ieri invisibili – seppur presenti -, gerarchie di valori rovesciate.
A cominciare dalla mappa del lavoro. Sono bastati pochi giorni di confinamento per tornare a separare, come il grano dal loglio, essenziale e superfluo: la composizione sociale messa al lavoro sul necessario, e quella posizionata sull’inutile, con la seconda confinata a casa, e la prima sottoposta a una mobilitazione totale simile a quella bellica: mandata al lavoro coatto come al fronte, senza protezioni e tutele nel peggior stile dell’”armiamoci e partite”.
Il francese Denis Maillard usa una coppia di grande efficacia per esprimere questa “rivelazione” della nuova frattura di classe: l’antitesi – e lo scambio di posto nella piramide dei ruoli – tra back office e front office. Tra chi “si trattiene nell’invisibilità del lavoro coatto al servizio degli altri” e chi sta “nella luce del lavoro visibile e riconosciuto socialmente”.
I secondi, quelli del front office, manager e professioni intellettuali, pubblicitari e intrattenitori mediatici, trionfanti fino a ieri come campioni del tout marché e dell’economia del loisir, ora “ritirati nei loro appartamenti”. Gli altri – non solo gli addetti ai “lavori di cura” ma tutti quelli che operano fisicamente, cioè “con le mani”, sulle filiere “della vita” – trascinati in prima linea dal rovesciamento imposto dal virus: back office “au front”, scrive con un gioco di parole.
Maillard – oggi contagiato anch’egli – è una bella figura di medico filosofo, autore di un libro forte su La colére francaise, in cui aveva offerto un’analitica descrizione di questa emergente costellazione del lavoro “di base” (già emerso con i gilet jaunes), fatto di “addetti alle consegne delle merci nelle grandi città alle 5 del mattino, magazzinieri che mettono sugli scaffali migliaia di prodotti, operai edili e addetti alla ristorazione”, padroncini e imprenditori di se stessi, artigiani, gestori di macelli e commessi di negozi, badanti e infermiere, paramedici e autisti d’ambulanza, pensionati talvolta, o disoccupati e interinali
Ad essi possiamo aggiungere ora tutti gli operai delle industrie che si “autocertificano” come parti delle filiere lunghe e fitte giudicate indispensabili per la popolazione, quei milioni di donne e uomini che gli imprenditori pretendono di mettere al lavoro come post-moderni servi della gleba. Anch’essi fino a ieri invisibili, e ora rivelati nella loro strategica centralità, nel momento in cui lo tzunami dell’epidemia ha spazzato via come cascame la barocca infrastruttura del superfluo.
Sarebbe interessante sapere quanti sono tra loro “i caduti” (tra i medici sappiamo che superano i 100, tra infermiere e paramedici decine e decine, come tra gli e le assistenti nelle RSA, ma quante sono le vittime contagiate sulle metropolitane e gli autobus presi per andare al lavoro coatto, quanti gli infettati sulle linee di assemblaggio?).
Il presidente dell’Unione industriale di Brescia ora dice che “tener chiuso sarebbe un suicidio” (sic!), e che l’”azienda è il posto più sicuro”. Lo dice con una faccia tosta senza precedenti, da una città trasformata in lazzaretto dalla febbre del fare dei suoi padroni. E questo ci porta a un’altra riscrittura delle mappe prodotta dal virus.
Perché la macelleria epidemica lombarda? Perché quella concentrazione di ammalati e deceduti là dove massimo è l’attivismo produttivo, la fibrillazione della vita activa, la densità del tessuto industriale oltre che dell’inquinamento?
Non è un fatto solo italiano: negli Stati Uniti le prime cartografie della Pandemia mostravano due epicentri, nella east e nella west coast. Nel Regno Unito a Londra. In Francia nell’Ile de France e nel Grand Est. I potenti hub del lavoro totale che mette sotto stress i territori. Ma qui è stato peggio. La tragedia lombarda non ha confronti.
Arrischio un’ipotesi: forse perché il nostro è un capitalismo double face, intenso nei suoi baricentri – e la Lombardia è tale – ma fragile. Iperattivo nella sua molecolare interazione ma debole nella sua struttura di fondo, tecnologica e finanziaria. Un po’ come quello spagnolo. E’ qui che il coronavirus ha trovato le proprie praterie…
Ora li chiamano “eroi”, questi che fanno “tenere” la società, che permettono “che questa sopravviva nonostante tutto, e che continui ogni mattina come un miracolo invisibile rinnovato quotidianamente“ (è ancora Maillard). Ma sono “eroi per un giorno”.
Gli altri, gli imboscati del front office sono pronti a riprendersi ruolo e privilegi. A tornare a pagare una miseria il back office, e disporne dei corpi e delle anime come prima, più di prima. Le mosse delle Confindustrie del Nord lo dicono a chiare lettere: niente deve cambiare. Si sono presi una bella sberla dal Governo, per ora. Ma non demorderanno.
Organizziamoci per impedire che questo accada. Da ora.
da qui



Non è lavoro, è sfruttamento - Marta Fana

   

sabato 21 marzo 2020

Welfare State: una storia di civiltà


In uno Stato che si chiama Italia fino al 1982 esisteva un’imposizione fiscale sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) che era, come sancisce la Costituzione (all’art.53), ispirato a criteri di progressività, con 32 aliquote, dal 10% (la minima) al 72% (la massima).
Dal 1982 fino ad oggi c’è stata una riduzione del numero delle aliquote, per arrivare in questi anni a 5 aliquote, dal 23% (la minima) al 43% (la massima).
Traduzione: la progressività costituzionale la stanno facendo evaporare sempre più, anno dopo anno, i redditi medio bassi pagano un po’ meno, i redditi alti pagano molto meno (in percentuale e in euro).
Le giustificazioni teoriche erano queste: se si abbassano le imposte l’economia cresce e se si riducono soprattutto le imposte dei ricchi, magari togliendo anche le imposte patrimoniali (come quelle sull’eredità) l’economia crescerà ancora di più.
Anche chi ha fatto solo le scuole elementari sa che negli anni ’60 e ’70 l’economia andava molto bene (sarà un caso, ma le aliquote per i redditi alti di quegli anni erano molto più alte di quelle degli ultimi 20 anni) e sa anche che negli ultimi 20 anni l’economia ha fatto cilecca, anche tornando indietro (sarà un caso, ma le aliquote per i redditi alti di questi anni sono molto più basse molto più alte di quelle degli anni ’60 e ’70).*

Negli ultimi 40 anni (da Thatcher e Reagan) le politiche economiche dei paesi sviluppati sono state quelle di bastonare i lavoratori, liberalizzare e deregolamentare tutto, svendere i patrimoni pubblici ai privati (pubblico è male, privato è bello), in cambio veniva (e viene) promesso il sole dell’avvenire, non il socialismo, bensì il benessere, tutti sarebbero stati meglio. Intanto tutti hanno capito e visto che in questi 40 anni che quando il settore privato era in crisi il settore pubblico lo salvava (vedi le banche).
Quindi, dal 1982, le entrate fiscali sono diminuite, la spesa pubblica è cresciuta, e il rapporto debito/Pil da “inizio Anni 80 era intorno al 60%, esplode in soli dieci anni fino ad arrivare al 100% nonostante una buona crescita economica del Paese. Nel 1994 il debito pubblico italiano raggiunge il 124% del Pil, mentre a fine 2018, secondo Eurostat era pari al 134,8% del Pil” (dice il Sole 24Ore).

Passo successivo: per anni si racconta che il debito è insostenibile, e anziché far crescere le imposte, che continuano a diminuire, o a non crescere, con interessi sul debito in salita, si decide (tutti insieme, appassionatamente, nessuno escluso) di diminuire la spesa pubblica, e di coprire i buchi derivanti da imposte insufficienti vendendo banche e imprese dell’IRI (che producevano ricchezza collettiva, per l’erario, e per tutti noi), pezzo dopo pezzo, e anche quotandole in Borsa (mutatis mutandis lo stesso è successo in Russia dopo la caduta del muro di Berlino, venivanoo vendute, per pochi rubli, o regalate, le imprese pubbliche, nascono gli oligarchi, e crescono i ricconi, i furbetti e i mafiosi, come da noi).
Contemporaneamente vengono indeboliti i diritti dei lavoratori, addio scala mobile, vengono usate con sempre più frequenza le parole liberalizzazione e deregolamentazione, che fanno rima con precarizzazione, anno dopo anno, si continuano a diminuire, in maniera continua, gli investimenti e le spese per le strutture pubbliche, per gli investimenti pubblici, per gli organismi per il controllo della sicurezza sul lavoro, si pompa la sanità privata indebolendo la sanità pubblica, si fa il numero chiuso per medici e infermieri, per risparmiare sulla formazione (leggi qui), si tagliano gli investimenti per l’università, la ricerca, la scuola pubblica.
Invece crescono inquinamento e spese militari, si sostengono con un po’ di milioni (corruzione e vendita di armi) regimi terribili per i nostri standard europei, ma tanto molte di quelle risorse economiche che ci servono (petrolio e gas) stanno in Africa e nel Vicino Oriente, chi se ne frega.
Ormai è da troppi gli anni che lo Stato diventa più “leggero”.
I tagli alla sanità sono paragonabili a quello che accade a chi non paga ’assicurazione, fino a che va tutto bene se la gode, quando va male e ci sono danni enormi causati da qualche incidente piange miseria, e chiede la carità, la solidarietà, col cappello in mano, dopo aver venduto (a poco prezzo) i gioielli di famiglia.
E la carità arriva, appaiono i benefattori, che sono pieni di soldi, aspettavano di essere interpellati e pregati e ringraziati con tanti inchini.
Se lo Stato (cioè noi) avesse preteso aliquote più alte sui redditi e imposte patrimoniali non avrebbe avuto bisogno di quei soldi.
Come dice Marta Fana (qui) anche noi diciamo: Beato il popolo che non ha bisogno di mecenati.
Dice Nouriel Roubini, economista: Dal punto di vista dell’economia, questa è la peggior crisi della storia. E quindi bisogna avere il coraggio di lanciare misure assolutamente eccezionali. È il momento dell’helicopter money: semplicemente distribuire a tutti i cittadini, indipendentemente dall’età e dalla condizione sociale, una somma di denaro per far fronte almeno in parte alle esigenze immediate e tentare di rilanciare i consumi. (qui)
Gli effetti di questa crisi mondiale saranno gravissimi sull’economia, sul lavoro, sulla vita di chi sopravviverà...

lunedì 17 giugno 2019

Il benessere è solo collettivo - Marta Fana, Angelo Salento


I processi finanziari hanno ormai aggredito e assoggettato ai propri interessi anche ambiti storicamente rivolti a soddisfare i bisogni sociali, come la sanità, la cura, la previdenza, l’istruzione e le infrastrutture. A essere sotto attacco è la cosiddetta «economia fondamentale», costituita da tutti i beni e servizi necessari al benessere quotidiano della società che comprende ma non si riduce al concetto di welfare. In un recente saggio, Economia fondamentale – L’infrastruttura della vita quotidiana (Einaudi) un collettivo interdisciplinare di ricercatori e ricercatrici ripercorre i passaggi che hanno portato alla finanziarizzazione di questa parte dell’economia, che raccoglie in Europa circa il 40% della forza lavoro occupata, dalle esternalizzazioni alle privatizzazioni di infrastrutture come ferrovie e autostrade: «Seguiamo la pista dei soldi – dicono – Analizziamo i modi e gli strumenti con cui viene sviluppato il business». Gli autori evidenziano lo scontro politico, di classe, alla base di questi processi, provando a tracciare se non delle soluzioni almeno dei percorsi da seguire. «Suggeriamo di non coltivare l’idea che il reddito individuale sia la variabile decisiva per il benessere in quanto una gran parte delle infrastrutture e dei servizi indispensabili per il benessere sono necessariamente collettivi ma non possono spesso esser prodotti a livello ‘locale’, illudendosi che l’auto-organizzazione economica ‘dal basso’ possa in modo autosufficiente sostenere il benessere collettivo. Una parte consistente delle attività economiche fondamentali è di larga scala, e non è pensabile un’economia fondamentale robusta e sostenibile senza una regolazione di scala nazionale e internazionale».

L’economia fondamentale e la sua centralità sono una questione politica, in che modo può essere compatibile con il capitalismo, sistema economico predatorio in cui pure i tentativi di «renderlo umano» vengono spiazzati ogni volta che le esigenze di accumulazione e profitto vengono messe a rischio?
Quel che oggi consideriamo economia fondamentale è emerso principalmente nel corso di due stagioni: una a cavallo fra Ottocento e Novecento, che ha prodotto innovazioni essenziali come le grandi infrastrutture fognarie, la distribuzione del gas, l’illuminazione pubblica; l’altra nel secondo dopoguerra, con lo sviluppo dei sistemi di welfare, la «provvidenza» pubblica. La prima è l’epoca delle grandi municipalità, nella seconda i protagonisti sono gli stati nazionali. Benché siano per molti versi frutto della lotta di classe, nessuna di queste due stagioni è estranea allo sviluppo capitalistico; per certi versi, hanno dato legittimazione al capitalismo generando livelli di benessere senza precedenti, almeno nell’Occidente. Per questo l’economia fondamentale resta sempre esposta al rischio di essere ridotta a spazio di accumulazione capitalistica, rischio che si sta trasformando in realtà. Assistiamo a un paradosso solo apparente: da un lato, l’economia fondamentale è trascurata dalla scienza economica, dall’altro è presa di mira dai grandi investitori come ambito ideale per la produzione di profitti e rendite. L’impatto è drammatico, in termini di produzione di disuguaglianze e di corrosione delle basi materiali della cittadinanza. Guardare che cosa accade nello spazio dell’economia fondamentale, capire come viene messo a valore, è indispensabile sia per comprendere questa sorta di nuova accumulazione originaria, sia per capire come reagire. A fronte di questa deriva, a noi sembra il caso di recuperare alcune grandi lezioni del passato, come l’idea che non esiste una sola economia, ma spazi economici diversi che devono essere governati da logiche differenti.

Sostenete che la politica ha sottovalutato l’importanza dell’economia fondamentale come oggetto collettivo. Ma questo appare in contraddizione quando dimostrate come la centralità dell’economia fondamentale è risultato di uno scontro politico. Delle due l’una: o la centralità dell’economia fondamentale è risultato di uno scontro di classe, oppure la questione politica si risolve non in una scelta di parte ma nella totale e disinteressata incompetenza.
La politica non si è affatto disinteressata dell’economia fondamentale. Se ne è occupata sempre, a tutti i livelli, ma in modi differenti. In alcune stagioni, per allargare le basi del benessere collettivo. Pensiamo, per fare un esempio italiano fra i tanti, all’elettrificazione nelle aree rurali, nei primi anni Sessanta. In altre stagioni, se ne è occupata per allargare le basi dell’accumulazione, per esempio attraverso la privatizzazione e l’esternalizzazione di servizi pubblici. Ma anche mettendo fine all’edilizia residenziale pubblica e agevolando la finanziarizzazione del mercato immobiliare. Oppure aziendalizzando la sanità e favorendo quindi l’ingresso delle assicurazioni nel mercato delle prestazioni sanitarie. L’economia fondamentale è un oggetto intrinsecamente politico, anche quando le questioni che la riguardano vengono presentate come questioni di ordine tecnico.

Puoi spiegare in che modo il processo di liberalizzazione e privatizzazione si intreccia con il comando del capitale finanziario nelle relazioni economiche?
La funzione dichiarata dei processi di privatizzazione è stata quella di incrementare l’efficienza, intesa come capacità di offrire beni e servizi. Tuttavia i protagonisti erano consapevoli di un altro scopo: la privatizzazione allarga gli spazi di controllo del capitale finanziario. Ancora oggi, più della metà della capitalizzazione di borsa, in Italia, è relativa a grandi imprese privatizzate. Una fetta consistente opera nell’economia fondamentale. Beninteso, anche le grandi imprese a controllo pubblico operavano secondo imperativi di carattere economico, sulla base di una razionalità tecnica che non sempre veniva a patti con le forze sociali. Ma la privatizzazione comporta un mutamento radicale: il principio di riferimento, la ragion d’essere dell’impresa, diventa la massimizzazione del valore per gli azionisti, cioè produrre il massimo rendimento possibile del capitale investito, nel più breve tempo possibile. Questo è radicalmente incompatibile con l’idea di un’economia fondamentale intesa come base materiale del benessere e della coesione sociale. L’attività economica inizia a estrarre valore, piuttosto che produrne; e lo fa a danno dei lavoratori e degli utenti, ma anche a danno dell’impresa intesa come ente che deve prosperare nel lungo periodo. Ogni impresa ha la sua storia e i suoi percorsi, ma non c’è impresa privatizzata che non abbia drasticamente tagliato la forza-lavoro, non ce n’è una che abbia ridotto prezzi e tariffe per gli utenti. L’accesso ai beni e ai servizi fondamentali è diventato sempre più costoso. Naturalmente questo pesa di più sul reddito delle famiglie più povere, perché la spesa per beni e servizi essenziali incide proporzionalmente di più al diminuire del reddito. Quindi ogni rincaro opera come una tassazione regressiva: per i poveri l’aliquota è più alta. Se sia migliorata la qualità dei servizi è difficile dirlo. Il disastro del ponte Morandi ci ha ricordato in chiave tragica che la qualità non è la preoccupazione principale dei grandi attori economici. Peraltro, molte delle imprese privatizzate continuano a basare il loro business su spese e investimenti pubblici. Pensiamo alle ferrovie: l’infrastruttura e l’innovazione tecnologica (che peraltro sostituisce lavoratori con macchine) si fanno con enormi quantità di denaro pubblico, ma indirizzando gli investimenti in chiave privatistica, cioè dove rendono di più anziché dove servono di più. Così oggi più che mai in Italia c’è chi viaggia su ferro, chi su ferraglia e chi resta isolato. Ai beni e ai servizi essenziali non si accede più sulla base di una condizione di necessità, ma sulla base della capacità di acquistarli a prezzi crescenti. Se c’è un’emergenza sociale per una morosità con le bollette, bisogna aspettare l’intervento del cardinale Krajewski, che toglie i sigilli e riarma l’interruttore, ricordando qual è il compito a cui devono assolvere certe attività economiche.
Per tornare in sintesi alla tua domanda, quindi, direi che i processi di privatizzazione sono, al tempo stesso, il prodotto di un capitale finanziario divenuto in grado di pretendere spazi di manovra nei quali non aveva libero accesso. Questo allargamento delle basi dell’accumulazione, però, oggi presenta un conto salatissimo. Il paradosso è che il pensiero economico dominante – che interpreta l’economia come una sfera unitaria, misurando qualsiasi cosa con lo stesso metro —– non è in grado di comprendere la portata di quanto sta avvenendo, è anzi pienamente partecipe di questa deriva. Le scienze sociali arrancano, anche perché fanno fatica a comprendere come funzionino le imprese contemporanee. E attualmente non abbiamo forze politiche in grado di farsene carico.

Sottolineate come esternalizzazione e privatizzazione di beni servizi e infrastrutture sia un processo che impoverisce la maggioranza della società in termini di qualità ma anche in termini di quantità dei beni forniti. Nel dibattito marxista torna con forza il tema della nazionalizzazione e della pianificazione democratica. Che ne pensate?
Negli anni Ottanta, quando l’economia fondamentale era largamente sotto il controllo pubblico, la privatizzazione è stata presentata come la soluzione. Oggi si può essere tentati di pensare che, se il privato non funziona, la soluzione sia tornare alla gestione statale. Credo che andare avanti alternando polarità non produca buoni risultati. Anche perché quelle polarità rischiano di essere solo apparenti: l’impresa nazionalizzata ha avuto sempre relazioni col capitale privato; l’impresa privata ha sempre avuto relazioni con la politica e il capitale pubblico; e non mancano imprese che operano in regime prettamente privatistico, come Ferrovie dello Stato, pur rimanendo interamente di proprietà pubblica. Piuttosto che cambiare radicalmente rotta, a noi pare che si debbano cercare soluzioni nuove, magari radicate in quel che di buono ci ha consegnato la storia dell’economia fondamentale, che non è poco. Non c’è dubbio che alcune attività economiche fondamentali dovrebbero restare sotto il controllo pubblico. Certamente quelle ad alta intensità di capitale, nelle quali comunque il business privato continua a fondarsi su denaro pubblico o incassi garantiti. Pensiamo ancora al caso delle autostrade, per le quali il privato non rischia sostanzialmente nulla, quindi praticamente ottiene una rendita pagata da utenti e contribuenti. Questo però non vuol dire che la nazionalizzazione sia “la soluzione” ai mali dell’economia fondamentale. Peraltro, ci sono settori fondamentali, come la produzione e la distribuzione alimentare, che nessuno proporrebbe di sottrarre all’iniziativa privata. Qui veniamo al punto: esistono molte varietà possibili di iniziativa privata. Per restare al settore alimentare, si va dal piccolo produttore con cinque ettari di terra, alla produzione industriale, fino alle multinazionali finanziarizzate, che fanno un’accumulazione prettamente capitalistica.
È per questo che insistiamo sull’insegnamento di Braudel: un conto è il mercato, un altro conto è l’alto capitalismo. Il punto è: quanto spazio lasciamo all’accumulazione prettamente capitalistica nell’economia fondamentale? Come vogliamo che si comporti l’impresa, privata o pubblica che sia? Che tipo di accumulazione le lasciamo perseguire? Entro quali vincoli e con quali controlli? Da un lato, è una questione che solleva la necessità di un’analisi a grana fine delle attività economiche fondamentali, per individuare specifiche modalità d’azione alternative. Dall’altro, è una questione politica, che rimanda alla necessità di un quadro di regole rinnovato, a una vera e propria costituzione dell’economia fondamentale. Oggi, quello che Braudel chiamava alto capitalismo ha in larga misura occupato lo spazio dell’economia fondamentale e continua a guadagnare terreno. Il problema è che, come si dice, ha catturato il regolatore. Ci rendiamo conto che le regole devono cambiare, ma bisogna anche capire chi possa farlo.

In Italia, ampie fette del sistema di cura sono state esternalizzate al terzo settore in un’ottica né stato né mercato. Eppure la mercatizzazione della spesa pubblica e la corsa al ribasso ha reso questo settore esempio lampante di autosfruttamento e estrazione di valore anche in ambito no profit. Come se ne esce in un contesto in cui il compromesso tra autogestione e spesa pubblica è saltato?
Rispetto ai contesti anglosassoni, in Italia nel settore della cura la grande impresa è penetrata molto meno, almeno sinora. La specificità italiana è, da un lato, lo sviluppo del lavoro informale delle badanti, consapevole e pianificato; dall’altro, la forte presenza del privato sociale. Le situazioni sono diverse di caso in caso, ma nel complesso la delega al privato sociale ha creato una sfera di quasi-mercato, nella quale gli operatori sono soffocati dalla penuria di risorse economiche e la redditività si fonda sul contenimento dei costi del lavoro. Col paradosso che i lavoratori accettano precarietà e bassi salari in cambio di una sorta di ricompensa morale, cioè la gratificazione dell’essere utili al prossimo. In questo modo, per curare i bisogni di una parte di popolazione, si prepara una coorte di bisognosi.

Cosa intendete esattamente per «innovazione sociale» e in che modo questa può essere sperimentata dall’alto senza che sul piano politico si sia aperto ed affermato uno scontro tra esigenze sociali e interessi particolari al governo?
Capisco il tuo scetticismo sulla categoria di innovazione sociale, visto che viene usata per indicare idee e pratiche molto diverse, quindi ha un valore analitico molto limitato. Però è in questi termini che tendono a percepirsi anche soggetti che sviluppano iniziative radicali nello spazio dell’economia fondamentale. Quando dico radicale mi riferisco a pratiche che mettono in gioco finalità (potremmo dire: concezioni del valore) non coincidenti o non consonanti con quelle del rendimento del capitale investito. Ad esempio, un conto è fare rigenerazione urbana lasciando che il valore prodotto sia catturato dalla rendita; un altro conto è sperimentare modalità di uso dello spazio urbano che ostacolino l’estrazione di rendita. Un conto è recuperare una coltura tradizionale per posizionarsi nel mercato del lusso alimentare, altra cosa è trarne il reddito che occorre per remunerare il lavoro e allargare la base produttiva con tecnologie sostenibili. Come Collettivo per l’Economia Fondamentale, collaboriamo con gruppi che hanno approcci decisamente innovativi. Impariamo molto osservando il farsi di queste esperienze, qualche volta anche il loro disfarsi e rifarsi; e proviamo a restituire un contributo in termini di riflessività.
Una questione specifica e molto importante è la presenza crescente di attori finanziari nel vasto mare dell’innovazione sociale. In Italia, la questione per adesso riguarda principalmente le fondazioni bancarie. C’è una contraddizione evidente: da un lato le banche detengono il debito pubblico; dall’altro utilizzano una piccola parte di quel denaro per attività in senso lato sociali. In alcune grandi città, la loro sistematica presenza nelle operazioni di riqualificazione e rigenerazione urbana ha prodotto un’intersezione molto forte fra finanza e politica. Si fa fatica a individuare il confine, e non si sa più quale dei due debba rispondere all’altro. Per quanto il loro intervento possa e voglia essere lungimirante, resta pur sempre affidato alla loro discrezionalità. Fra l’altro, benché il debito pubblico lo paghino tutti i contribuenti, il Mezzogiorno riceve appena il 6% delle erogazioni delle fondazioni bancarie.
Questo ci porta alla questione di come finanziare l’economia fondamentale, che peraltro è una cosa enormemente più grande degli esperimenti di innovazione sociale. Se gli ultimi trent’anni sono stati gli anni dell’innovazione finanziaria, bisognerà che i prossimi siano gli anni dell’innovazione tributaria, per recuperare risorse dai grandi patrimoni, dalle rendite finanziarie, dagli extraprofitti. Da un lato, c’è un’enorme quantità di ricchezza immobilizzata, nelle mani di pochi; dall’altro, una distesa di bisogni da soddisfare e di capacità da promuovere, nello spazio dell’economia fondamentale.
Se mi domandi quale attore politico possa mettere all’ordine del giorno una prospettiva del genere, una risposta non ce l’ho. Però il quadro politico, oggi, forse permette configurazioni che cinquant’anni fa non erano pensabili. Non è una consolazione, ma un invito al pragmatismo. Come ci insegnano molti innovatori sociali radicali, le alleanze si costruiscono sulla base di esigenze comuni, e salvare l’economia fondamentale è una necessità che diventa sempre più chiara.

*Marta Fana, PhD in Economics, si occupa di mercato del lavoro. Autrice di Non è lavoro è sfruttamento (Laterza). Angelo Salento è membro del Collettivo per l’Economia fondamentale, una rete di studiosi, prevalentemente europei che hanno retroterra disciplinari diversi: sono economisti, sociologi, geografi, urbanisti, politologi, giuristi. Tra le pubblicazioni del Collettivo: The End of the Experiment? From Competition to the Foundational Economy (Manchester University Press, 2014), Il capitale quotidiano. Un manifesto per l’economia fondamentale (Donzelli, 2016) ed Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana(Einaudi, 2019).


martedì 23 aprile 2019

Beati i popoli che non hanno bisogno di mecenati - Marta Fana



L’incendio non era ancora stato domato del tutto quando il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron annunciava una colletta per la ricostruzione della cattedrale di Notre-Dame. A distanza di poche ore, i giornali potevano titolare sulle ingenti donazioni che i milionari francesi hanno subito messo a disposizione. Il giorno dopo Le Monde annunciava che le donazioni provenienti da imprese e “fortune” francesi avevano già raggiunto gli 800 milioni di euro, poche ore dopo la cifra è di un miliardo di euro. Un coro di applausi nei confronti della magnanimità e filantropia di questi miliardari a cui è tanto cara la cultura e la storia.
C’è chi titola “Notre-Dame, così il capitalismo salverà la Cattedrale”affermando che  «Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione che quando le imprese vengono lasciate libere di creare, possono essere anche meglio dello stato». La banalità dell’ideologia neoliberale è racchiusa in questa frase. Lasciare le imprese e i milionari la libertà di decidere dove, come, quanto, quando e come partecipare al benessere collettivo è solo una atto di subalternità della politica al capitale. La storia e la cultura sono beni pubblici, collettivi, la cui cura e promozione non possono essere delegate all’arbitrio privato (si sarebbe donato allo stesso modo se a prendere fuoco non fosse stata una chiesa cattolica, peraltro molto visitata?), ma devono rientrare negli interessi democratici dello Stato. Lasciare la libertà alle imprese e ai milionari di decidere quando donare senza che sia imposta loro la responsabilità sociale, di redistribuzione delle ricchezze, è esattamente la causa di quel terribile incendio. Una scelta politica di fronte alla quale, la costernazione non può prevalere sulla ragione. Se lo Stato piuttosto che favorire la libertà delle imprese, detassandole pesantemente, avesse dato priorità al restauro, alla manutenzione, probabilmente non ci troveremmo in questa situazione. La scelta sta tutta qui: dare priorità alla ricchezza di pochi o assumersi la responsabilità di proteggere e migliorare il benessere sociale, di cui la cultura fa parte.
A Notre-Dame, come in un’infinità di altri siti del patrimonio artistico-culturale, manca manutenzione e messa in sicurezza, forme sì queste di degrado giustificate col “non ci sono soldi”. Guarda caso i soldi arrivano in un batter d’occhio quando c’è da pulirsi la coscienza. Vengono da quei milionari cui proprio il Presidente Macron ha ridotto quelle che eufemisticamente in Francia erano chiamate “imposte di solidarietà sulla ricchezza” (ma che altro non è se non una vera patrimoniale, non sulle prime case, ma su patrimoni oltre il milione di euro), scatenando l’ira della società francese che ha preso forma nel movimento dei gilets gialli. Non guasta ricordare che la recente riforma fiscale ha ridotto il numero dei milionari soggetti all’imposta sulla fortuna, applicata solo a chi ha un patrimonio immobiliare netto superiore a 1,3 milioni di euro, del 40% – parola di Bruno Le Maire, ministro dell’Economia del governo in carica – riducendo il gettito per le casse dello Stato di 3,2 miliardi di euro (in un solo anno).
Oggi, una manciata di milionari prova a mostrare il volto pulito, solidale. Anche questa volta però, siamo di fronte al gioco delle tre carte: le donazioni, infatti, sono deducibili dall’imposta sul reddito delle persone fisiche ma anche dall’imposta sulla fortuna immobiliare così come su quelle delle società. In particolare, come si legge sul sito della Fondazione del patrimonio che gestisce teoricamente la colletta, la deduzione dell’imposta sul reddito delle persone è pari al 66% della donazione, al 75% nel caso di imposta sulla fortuna nel limite di 50.000 euro e del 60% nel caso delle società entro il limite dell’0,5% del fatturato. Insomma, chi dona 66 mila euro si vedrà riconosciuta una deduzione di 50 mila euro sulla tassa sulla fortuna immobiliare. Senza alcuna sorpresa, il beneficio fiscale avvantaggia le donazioni delle grandi imprese: come riporta France Inter, tra i grandi donatori c’è il gruppo Lvmh della Famiglia Arnaud che ha fatturato 48,8 miliardi di euro nel 2018. Della donazione promessa di 200 milioni, lo stato cioè i contribuenti, gliene restituiranno 120 in deduzione. Mentre nella realtà dei fatti è ancora una volta la collettività a  sostenere i costi della ricostruzione, i ricchi potranno attribuirsene il merito. Non una novità per il capitalismo.
Il nodo politico di fondo non è la deduzione fiscale, pertanto a ben poco serve lo slancio di generosità di François-Henri Pinault – tra gli uomini più ricchi di Francia – che vi rinuncia. Dal punto di vista politico il governo francese sta ancora una volta mostrandosi orgogliosamente subalterno ai grandi magnati. Gli stessi che usano la politica per proteggere i propri interessi e aumentare i propri privilegi, in modo più spietato ma non dissimile nelle forme della vecchia aristocrazia, quella che ha sempre accumulato le proprie ricchezze sullo sfruttamento delle maggioranze e le ha poi trasmesse ai propri eredi, meritevoli di aver avuto la fortuna di nascere da quei genitori. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: crescenti diseguaglianze, compressione degli spazi democratici e tendenza al sempre maggiore elitismo delle istituzioni democratiche, come il sistema di istruzione o quello sanitario. Al contrario della subalternità, rivendicare la sovranità politica, cioè il ruolo di controllo sul capitale e la possibilità di governare a favore della maggioranza, è oggi l’unico mezzo per difenderci dall’ineluttabilità del capitalismo rapace dal volto generoso e allo stesso tempo mantenere come obiettivo la giustizia sociale. In questo senso, la sovranità politica deve essere intesa come ribaltamento dei rapporti di forza e non come perseguimento degli interessi dei capitalisti.
Se abolire la classe dei miliardari rimane un obiettivo generale, la transizione attraverso cui ciò è possibile parte dal rifiuto del mecenatismo e della filantropia liberale, da sostituire con un progetto che, partendo dalla redistribuzione e dal riconoscimento universale dei diritti sociali, restituisca alla politica il senso profondo della democrazia. Rivendicare un processo riformista che aumenti radicalmente la progressività fiscale e assoggetti a tassazione soprattutto i redditi da capitale, in ogni forma, così come i redditi di quell’1% più ricco è un primo passo per restituire dignità alla maggioranza. La stessa che invece ha oggi bisogno della filantropia di un calciatore per godere del diritto alla mensa. È il caso della decisione da parte del centrocampista dell’Inter Candreva di contribuire al pagamento della mensa per una bambina veronese la cui famiglia non poteva pagare; gesto umano, che mostra ancora una volta la disumanità e la grettezza delle politiche leghiste (e non solo), però inutile sul piano sociale. Finché le mense scolastiche saranno a pagamento perché la fiscalità generale ha deciso di risparmiare i ricchi, esisterà sempre qualcuno più povero che non potrà permettersela, lontano dai riflettori e senza un calciatore a cui dire grazie. E sarà umiliato. Sacrificare qualche privilegio di pochi è il minimo prezzo che la politica deve imporre per assicurare i diritti ai molti, finché certo i primi non saranno aboliti.

sabato 1 luglio 2017

I denti di #Farinetti e il sorriso di Marta Fana - Alberto Prunetti

Non guardo quasi mai la televisione e ci ho messo almeno un giorno per vedere il finto duello, con colpi telefonati, tra Porro e Farinetti, con l’irruzione – questa vera e tagliente – di Marta Fana, ricercatrice di economia a Scienze politiche a Parigi, che affonda accuse al padrone di Eataly. Accuse già comparse su libri, articoli e volantini sindacali, ma che nessuno aveva avuto il coraggio di scagliargli contro in diretta televisiva: sottomansionamenti, formazione pagata dai fondi europei e altre furbate a tutele decrescenti.
Com’è andata potete vederlo qui sotto. Porro ha dovuto ammettere che in realtà di fronte a una critica vera tocca prendere le parti di Farinetti mentre la conduttrice dava l’impressione di voler arginare un torrente che rifiutava di stare nelle briglie di contenimento.
E poi il miracolo: mentre Marta parla, il sorriso di Farinetti si spenge. Il sorriso hungry and foolish si irrigidisce in una smorfia e gli occhi del padrone si fanno piccoli. Farinetti capisce che stavolta non c’è il solito tappeto rosso steso dalla Langa fino allo studio televisivo. E non trova altra via d’uscita che la minaccia, l’uso della querela per imbavagliare l’incauta ricercatrice che continua a snocciolare cifre e fatti. Cifre che parlano di diritti violati, di tutele ridotte, di operai sfruttati.
Il sorriso di Farinetti è d’ordinanza. È il sorriso del nuovo ricco, del padrone. È un po’ come il sorriso del self made man d’un tempo. Una dentatura che mi aveva già colpito, ingrandita quasi a sgranarsi, quando l’avevo vista sulla copertina de La danza delle mozzarelle, il saggio di Wolf Bukowski che passava sotto il rasoio della critica il progetto di Eataly: dietro allo storytelling renziano l’innovazione celava la valorizzazione di una merce per una nicchia di ricchi, a scapito dello sfruttamento di una classe di poveri. Poveri costretti a lavorare con tutele sempre più decrescenti nelle boutique del cibo, dove i denti del padrone manducano diritti. Diritti operai che si deterioravano con la stessa velocità di una crudité lasciata a languire sotto il sole spietato di ferragosto. In quel libro di Bukowski, le accuse di Marta Fana erano già state illustrate con dovizia di particolari. E nessuno degli avvocati di Farinetti si era mai fatto vivo per querelare.
Solo che i libri li legge poca gente. A togliere il sorriso di dosso al padrone, serviva qualcuno capace di fissarlo in televisione. Un bagno di realtà che a Farinetti non deve aver fatto piacere. Sempre più nervoso, si è rivolto a Marta Fana con modi paternalisti e autoritari (signorina, non ricordo il nome ecc.) mentre la ricercatrice replicava, candidamente, dicendo: «Io non ho niente.»
Qui Marta si sbaglia. Marta Fana e tutti quelli come lei, costretti ad andarsene da un paese che negli ultimi lustri ha distrutto lavori veri per sostituirli con lavoretti pagati col voucher dal tabaccaio, hanno ancora qualcosa da perdere. Hanno un sorriso sincero, che è la speranza di un mondo dove lavorare senza essere sfruttati o irrisi dal padrone di turno. Che al solito è un maschio che usa la propria autorità contro una giovane donna. «Una signorina», dice lui.
Ma il sorriso di Marta non è quello di Farinetti e del ceto imprenditoriale italiano da Briatore in avanti, non è lo strato artificiale di smalto che copre lo sfruttamento con lo storytelling abbagliante dell’innovazione. Non è il molare che macina le vite degli operai. Quel sorriso è bello come il movimento che abolisce lo stato di cose presenti. E nel video quel sorriso buca la cortina di minacce di querele di Farinetti.
A quel punto il programma si è risolto mettendo a nudo i veri rapporti di forza: dietro al paravento ideologico Porro e Farinetti vanno d’accordo come il gatto e la volpe. Porro usa la metafora dei soldi che non si trovano sugli alberi, già cara a Theresa May. Certo, i soldi non si trovano sugli alberi, si trovano nelle tasche dei ricchi, che li accumulano sottraendoli a ogni ora lavorata da dipendenti sottopagati e sfruttati. Mai vista tanta sincerità in tv.
Questa pagina della televisione italiana rimarrà, perché mette a nudo le contraddizioni dei nostri giorni che la fuffa dell’innovazione renziana aveva mascherato. E dietro il duello truccato e l’affabulazione dell’imprenditore simpatico e alla mano, ci fa vedere l’autoritarismo piccato del ceto padronale nell’epoca delle camicie bianche e dei collegamenti dalla Langa. Il capitale è sempre quello, non importa quale cipria usi. Marta Fana ha messo a nudo il re e gli ha tolto la maschera e il sorriso.–
Non saranno invece le querele a togliere il sorriso a Marta. Il suo sorriso è un contrabbasso che spara sulla faccia del potere la contraddizione sociale. E più Farinetti aggrediva Marta, facendo finta di non sapere il suo nome e dandole paternalisticamente della signorina, come forse fa con i “suoi” operai, più le persone, i lavoratori sfruttati, i precari si riflettevano nello sguardo e nel sorriso di Marta. Più Farinetti perdeva le staffe, evitando di entrare nel merito delle accuse e usando la minaccia della querela come una museruola, più quelle accuse passavano di bocca in bocca, in un pubblico inorridito dall’arroganza padronale.
La Peggior Destra (PD) fa quadrato per difendere il ricco e potente e schiacciare chi ha osato criticarlo. 
Lo spettacolo è finito e lo storytelling pure. Il duello era truccato e il re ormai è nudo.
Adesso sappiamo cosa mangiamo. Chiediamo il pane e le rose, i diritti sul lavoro e il sorriso della lotta.
Perché delle due l’una: o sorride Marta o ride Farinetti.
Se sorride la classe lavoratrice, si spenge il riso sulla bocca del padrone.
Alla fine la lotta di classe è tutta qui. E per farla ripartire, a volte basta un sorriso.

venerdì 7 aprile 2017

Alla Coca-Cola di Nogara i rapporti tra azienda e lavoratori sono sempre più spietati - Marta Fana, Simone Fana


Le cronache dal mondo del lavoro emergono nel racconto quotidiano solo quando si trasformano in tragedia, come quella dell’operaio che si è suicidato a Torino per la troppa fatica. Il disagio collettivo viene ridotto a questione privata.
Molto meno raccontati sono i rapporti di forza – spietati per lo più – tra grandi
imprese e lavoratori, e che si esprimono spesso attraverso aziende di comodo, il più delle volte appaltatrici di attività funzionali a quella strettamente produttiva. Come nel caso della Coca-Cola di Nogara in provincia di Verona, sede del più grande stabilimento del sud Europa della multinazionale statunitense.
La vicenda che ha interessato lo stabilimento di Nogara svela la struttura della nuova organizzazione del lavoro e del ruolo della logistica nella catena globale del valore. La Coca-Cola è infatti una multinazionale che produce in tutto il mondo, attraversa i confini territoriali dei singoli stati e avalla lungo la filiera nuove regole di organizzazione della produzione, in aperto contrasto con gli assetti contrattuali e le norme vigenti in materia di occupazione.
Il settore della logistica diventa l’ambito privilegiato in cui avvengono queste trasformazioni, proprio perché si colloca tra la produzione e il consumo.
Nuovi contratti e licenziamenti
Quella di Nogara è una storia come molte altre che è bene raccontare per esteso. Dall’inizio di marzo 45 lavoratori sono in sciopero per le conseguenze del cambio d’appalto del servizio di logistica dello stabilimento. Il cambio ha comportato il licenziamento di quattordici lavoratori e la modifica del contratto a tempo indeterminato nella versione a tutele crescenti introdotta dal jobs act nel 2015. Dal momento che avrebbero perso le tutele dell’articolo 18, una trentina di operai (su 77) hanno deciso di non firmare l’accordo. Per questo il precedente appaltatore li ha messi in mobilità, compromettendone di fatto la riassunzione da parte di Vega
Tra le ragioni dello sciopero c’è anche la solidarietà tra lavoratori e l’opposizione alla deriva antisindacale del consorzio. I quattordici lavoratori licenziati in tronco con il cambio d’appalto formano una vera e propria lista di proscrizione: sono i più attivi nelle battaglie portate avanti negli ultimi anni da AdlCobas, le battaglie che hanno garantito ai lavoratori – gli stessi di oggi – la piena applicazione del contratto nazionale della logistica, la cacciata di un caporale che fino ad allora aveva gestito in maniera illegale le assunzioni, il riconoscimento dell’inquadramento al terzo livello invece che al sesto come voleva l’azienda (questi lavoratori usano, per la movimentazione delle merci, dei carrelli a sei forche e dunque hanno diritto a una qualifica elevata, che porta con sé un aumento della retribuzione).
Sta di fatto che l’incalzante attività sindacale a tutela dei diritti dei lavoratori non pare essere accettata dal subappaltatore, e il miglior modo per disfarsene sono i licenziamenti, senza alcuna ragione economica, durante il cambio d’appalto. Tutti i lavoratori in stato di agitazione sono iscritti all’Adl Cobas. Dai primi di marzo scioperano per se stessi ma anche in solidarietà con i colleghi licenziati in tronco.
Da parte della Coca-Cola e del consorzio Vega nessun cedimento: i licenziamenti così come la mobilità per chi non vuole firmare il contratto rimangono. Rifiutano addirittura un incontro con le istituzioni locali, pur di non ammettere che l’economia non c’entra nulla.
Ovviamente i lavoratori e le loro famiglie non sono disposti ad accettare, dopo anni di lotte e vittorie conseguite, un arretramento nei loro diritti, consapevoli dei profitti della Coca-Cola, di una produzione mai entrata in crisi. Il giro di vite con l’introduzione del contratto a tutele crescenti permette invece al consorzio Vega di esercitare con maggior discrezione la sua autorità facendo leva sul ricatto occupazionale: sarà più facile licenziare, senza l’obbligo del reintegro, tutti coloro che si oppongono alle disposizioni dell’azienda, qualsiasi esse siano.
Pistole elettriche contro chi sciopera
Dall’autorità alla violenza il passo è breve come raccontano le vicende dell’ultima settimana. Il 29 marzo, il presidio dei lavoratori decide di occupare il piazzale del magazzino e uno dei due cancelli da cui escono i camion per la distribuzione delle merci. La Vega sa e raccoglie fin dalle prime ore della mattina tutto il personale di sicurezza, quelli del turno di notte e i colleghi che avrebbero dovuto garantire il cambio la mattina; con loro però ci sono degli altri “vigilantes” mai visti prima dai lavoratori.
In tutto sono una ventina – come raccontano i lavoratori – contro i sette che normalmente garantiscono la sicurezza (privata).
La tensione sale e, come riportano i lavoratori nonché i segni sui loro corpi, la sicurezza privata reagisce al presidio utilizzando le pistole elettriche, i taser, su una donna e su un lavoratore che tentava di raggiungere la donna – moglie di un altro operaio (nota bene: i taser sono un’arma illegale secondo la legge italiana).
Ma se finora la Coca-Cola aveva declinato ogni responsabilità, dal momento che i lavoratori sono in appalto, durante il weekend ha voluto pronunciarsi. L’intenzione dell’azienda, come riporta il quotidiano L’Arena, è quella di interrompere la produzione e mettere in cassa integrazione i 450 lavoratori al fine di “ristabilire la legalità” che viene ostacolata creando un danno economico all’azienda. L’attività illegale sarebbe la protesta dei lavoratori della logistica, non l’utilizzo dei taser o la lista di proscrizione. Inoltre, l’accusa di danno economico è relativamente infondata dal momento che i camion del trasporto merci non sono stati finora bloccati.
Si tratta di una reazione intransigente dell’azienda madre di fronte alle rivendicazioni operaie, e di un sostegno incondizionato al subappaltatore. Allo stesso tempo la minaccia della cassa integrazione per gli operai del comparto produzione indica una strategia precisa che tende a mettere l’uno contro l’altro i lavoratori: quelli della logistica e quelli della produzione.
La risposta di alcuni sindacati è stata debole.
La Uil, sindacato sottoscrittore dell’accordo previsto dal nuovo appalto, sostiene che per i quattordici lavoratori licenziati è prevista comunque la “ricollocazione in altri appalti della stessa cooperativa, entro un raggio di 40-50 chilometri e a parità di retribuzione”. Oltre al danno – ossia il licenziamento strettamente legato a motivi politici prima ancora che economici – si aggiunge così la beffa di lavorare più lontano a parità di salario. E, sottolineano i lavoratori, un ulteriore cambio di appalto potrebbe determinare il licenziamento di tutti.
Appare ambigua anche la posizione della Filt-Cgil di Verona che definisce le proteste di Nogara strumentali agli interessi di pochi mentre difende i diritti dei lavoratori di Mondo Convenienza, vittime anche loro dell’ennesimo cambio d’appalto al ribasso.
Il caso Nogara è esemplare di un capitalismo contemporaneo, in cui il settore della logistica assume dimensioni via via sempre più rilevanti. Intermediazione di manodopera, filiera di cooperative, subappalti, frammentazione: tutto questo porta a eludere i contratti collettivi e a scindere le responsabilità degli imprenditori nei rapporti di lavoro dipendenti.
Nel caso della Coca-Cola questa tendenza è evidente in tre passaggi: il primo livello di appalto è affidato dalla Coca-Cola alla Kuehne Nagel che gestisce dal 2011 tutta la logistica, che però è a sua volta appaltata al Consorzio soluzioni globali, il quale, specializzato in movimentazione merci, agisce come consulente della prima e subappalta a una cooperativa del consorzio Vega servizi.
Libertà e disciplina
Un assetto produttivo legato strettamente al ruolo delle multinazionali e dei monopoli privati nell’economia globale. Si assiste infatti alla concentrazione a monte del capitale produttivo e finanziario, e alla dispersione a valle delle tensioni nella catena produttiva e nell’organizzazione del lavoro. È la rottura del nesso tra lavoro e impresa, in cui quest’ultima rompe gli oneri contrattuali che la legano al lavoro, scaricando il rischio connesso all’attività d’impresa sulle spalle del lavoratore.
La proprietà dei mezzi di produzione è concentrata in mani diverse per assicurare il massimo profitto senza rispondere di norme fiscali e contratti di lavoro. Grande libertà per le imprese e tanta disciplina sul lavoro per garantire il massimo di redditività. Quando la disciplina sugli orari e il controllo dei tempi di lavoro non sono direttamente assegnati alle piattaforme digitali, il ricorso alle cooperative e ai rapporti di intermediazione di manodopera sono l’unica strada per garantire lauti profitti sulla pelle dei lavoratori.
Un quadro che è ulteriormente rafforzato dai rapporti tra la multinazionale e le istituzioni politiche. Nel caso dello stabilimento di Nogara, la Coca-Cola ha ottenuto dalla regione Veneto una concessione per utilizzare tre pozzi d’acqua, pagando una cifra notevolmente più bassa (13.406 euro) rispetto alla tariffa normale che ammonta a 600mila euro: uno sconto enorme con cui la regione ha consentito alla multinazionale di aumentare i suoi profitti a discapito della comunità e dei lavoratori.
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