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sabato 15 agosto 2026

Pensioni, la bomba a orologeria: perché tra 20 anni milioni di italiani saranno vecchi e poveri - Federico Giusti

 

Oggi l’Italia può forse vantare presunti successi come il controllo della spesa pubblica e la riduzione del debito, ma la realtà è ben diversa: certi risultati sono il frutto di tagli e politiche antisociali. Nel tempo, le riforme del lavoro e della previdenza si sono dimostrate autentici disastri.

A oltre 30 anni dalla Riforma Dini, è tempo di tracciare un bilancio del sistema contributivo. Di fronte a una precarietà lavorativa dilagante, questo sistema è davvero socialmente sostenibile ed equo, o sta condannando una fetta crescente della popolazione a una vecchiaia in miseria?

Se l'obiettivo della riforma era contenere i costi previdenziali sul presupposto che ogni lavoratore si sarebbe pagato i propri contributi, come possiamo dormire sonni tranquilli in presenza di part-time involontari e profondi buchi contributivi? Come spesso accade in Italia, approvata una riforma si passa subito alla successiva, senza mai analizzare gli impatti e le ricadute reali delle norme precedenti.

Il confronto penalizzante con l'Europa

Il risultato è sotto gli occhi di tutti:

·         Età pensionabile teorica tra le più alte d'UE: 67 anni, che salgono verso i 68 con l'adeguamento all'aspettativa di vita.

·         Età di uscita effettiva ai vertici: 64,2 anni nel 2023, ben 8 mesi sopra la media UE (63,6 anni).

L'unico Paese allineato all'Italia per età di uscita reale è la Germania, che vanta tuttavia un welfare decisamente più ricco, assegni previdenziali più generosi e tutele contrattuali (come permessi e congedi retribuiti) nettamente migliori delle nostre.

                  ETÀ DI USCITA EFFETTIVA DAL LAVORO (2023)

                 

  Italia    ?????????????????????????????????????? 64.2 anni

  Media UE  ????????????????????????????????????   63.6 anni

Le colpe della politica e il nodo giovani

Non basta parlare di uscita teorica dal lavoro: occorre guardare all'uscita effettiva, presa atto dell'incapacità dei legislatori di valutare l'impatto distributivo delle varie controriforme. Si è scartato fin dall'inizio un principio guida tanto logico quanto socialmente avanzato: non siamo tutti uguali davanti alla pensione. Avere criteri differenziati in base alla gravità del lavoro e all'importo del futuro assegno dovrebbe essere la base per un'azione legislativa equa.

Esiste poi un problema strutturale mai affrontato dal mercato del lavoro: l'Italia non è un Paese per giovani, considerata l'entrata nel mondo dell'occupazione con anni di ritardo rispetto ai coetanei europei.

Se finora le pensioni italiane sono state relativamente generose, non è detto che lo saranno in futuro. Le crescenti disparità salariali si trasformeranno in vere e proprie disuguaglianze previdenziali. Il Governo ha accantonato l’idea di una pensione di garanzia per i lavoratori del contributivo puro, pur sapendo che molti di loro tra vent'anni saranno pensionati poveri, preferendo rinviare il problema a un'indefinita intesa con i sindacati.

Sperequazioni e soluzioni necessarie

Analizzando la spesa pensionistica emergono forti sperequazioni a favore dei redditi elevati:

·         780.000 pensionati percepiscono oltre 4.000 euro al mese.

·         400.000 pensionati superano i 5.000 euro al mese.

Oltre una certa soglia sarebbe doveroso stabilire un tetto redistributivo a favore dei redditi meno abbienti. La crescente sperequazione è stata spesso incoraggiata dalle direttive europee sul welfare: l'Italia, al netto delle imposte, spende meno di altri Paesi comunitari in protezione sociale e sostegno ai salari. Se si è poveri da lavoratori, lo si sarà ancora di più da pensionati.

Gli interventi previdenziali degli ultimi anni hanno ignorato due fattori decisivi:

  1. La precarizzazione strutturale del lavoro.
  2. La presenza di vuoti contributivi e la svalutazione dei contributi versati.

Queste "amnesie" hanno posticipato l'uscita dal lavoro per tutti (erga omnes) e allargato la forbice tra l'ultimo stipendio e il primo assegno pensionistico. Se un lavoratore con una busta paga di 1.600 euro percepisce una pensione pari al 60% dell'ultimo reddito, si ritrova di fatto alla soglia della povertà.

Per evitare il naufragio della tenuta sociale serve ciò che oggi viene rimosso dal dibattito pubblico: una riforma fiscale progressiva, una tassazione incisiva sui grandi capitali e interventi strutturali sul welfare. Non tutte le professioni possono usufruire della pensione alla stessa età: occorre intervenire subito con flessibilità e senza logiche punitive. Gli strumenti pratici esistono, ciò che manca è la volontà politica di attuarli.

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giovedì 30 luglio 2026

Stipendi PA, la riforma Meloni taglia gli accessori: ecco chi rischia di perdere soldi - Federico Giusti

Il Governo Meloni procede spedito con le modifiche al sistema di valutazione delle performance nella Pubblica Amministrazione. Il salario accessorio diventa una variabile dipendente dai cosiddetti "risultati certificati" da dirigenti e funzionari. È un argomento su cui ci siamo già soffermati, ma proprio perché rischia di cadere nell'oblio, torniamo ad esprimere alcune considerazioni. Analizzeremo il rapporto tra la performance e la costruzione di un'ideologia valutativa, fino ad arrivare ai contratti nazionali con aumenti inferiori al costo della vita e istituti contrattuali divisivi.

La Costruzione del "Demerito"

La riforma del Merito, alla fine, persegue due obiettivi rilevanti: ottenere valutazioni più basse e aumentare le differenziazioni tra dipendenti. Questo scenario porterà a penalizzazioni non solo economiche, ma anche sulle progressioni di carriera. Si sta costruendo un sistema in cui ottenere valutazioni elevate sarà assai più difficile rispetto al passato. In questo modo, si potranno spingere verso il basso le retribuzioni reali del personale, dopo aver esaltato la sottoscrizione, in tempi record (visti i ritardi cronici del passato), dell'ultimo contratto per scuola, statali e funzioni locali. Ma su questo torneremo più avanti.

La Retorica del Merito e la Gerarchia

La ratio di questo provvedimento si deduce dall'assenza di credibilità dei meccanismi premiali, delegittimati nel corso del tempo. Spesso la "performance" è una reale perdita di tempo, gli obiettivi conferiti al personale un mero rito, e la formazione una manna per quell'industria privata che banchetta attorno al Pubblico.

Differenziare le valutazioni a tutti i costi sembra essere la soluzione per restituire senso all'intero sistema, stabilendo il principio, di per sé illogico, che una valutazione non funziona se non presenta forti disparità. Si dimentica che, con le regole attuali, è sufficiente mezzo punto in meno per essere esclusi dalle progressioni di carriera; progressioni che, per intervento della Ragioneria Generale dello Stato, non possono comunque essere erogate a più del 50% degli aventi diritto.

Queste considerazioni ignorano che stiamo parlando di soldi dei lavoratori: quella "produttività" che di fatto sostituisce la quattordicesima e che non dovrebbe essere soggetta a una lotteria. Lotteria attraverso la quale si stabilisce anche il sistema di potere dirigenziale e dell'area quadri sul restante personale. Le valutazioni servono anche a rendere palese la gerarchizzazione dei ruoli e la catena di comando. Al resto pensano i codici etici e comportamentali, l'obbligo di "fedeltà aziendale" con regolamenti che possono penalizzare il dipendente anche per comportamenti pubblici tenuti fuori dal luogo di lavoro. Tutto questo non incide positivamente sulla macchina organizzativa e gestionale della PA; chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire.

La Nuova Disciplina e la Carenza di Risorse

La nuova disciplina modifica l’articolo 3 del d.lgs. n. 150/2009, cambiando anche i meccanismi di calcolo per proporzionare la retribuzione al punteggio ricevuto. La cultura della performance e la retorica del merito sanciscono il trionfo delle disparità di trattamento economico, spesso al solo fine di dare un senso burocratico all'intero ciclo valutativo.

L’organo di indirizzo politico-amministrativo (negli Enti locali, il Sindaco) definisce gli obiettivi insieme ai dirigenti. Spesso e volentieri si costruiscono obiettivi a immagine e somiglianza del Programma di mandato della Giunta, a discapito dell'autonomia tra politica e amministrazione. Questa autonomia è già fortemente minacciata dalla possibilità di nominare dirigenti di seconda fascia senza concorso pubblico.

In diverse occasioni, i Governi sono stati richiamati dalla Corte dei Conti a individuare obiettivi da perseguire improntati a una maggiore selezione. Tempo inutilmente perso in una PA che perde, specie in alcuni comparti, migliaia di dipendenti, con dinamiche salariali al ribasso e con strumenti di lavoro risibili se confrontati con altri paesi europei.

Facciamo un esempio concreto: in un ospedale con organici inferiori del 20%, doppi turni e ferie soppresse, il ruolo dei dirigenti dovrebbe essere quello di costruire un sistema che differenzia il punteggio di due infermieri che operano nello stesso reparto, fianco a fianco? Vi sembra possibile con un servizio sanitario al collasso?

La Demagogia del "Cittadino Valutatore"

La riforma introduce un modello di valutazione coinvolgendo nella performance la cittadinanza. Tuttavia, l'utente spesso non ha le conoscenze necessarie per distinguere eventuali errori o negligenze di un singolo lavoratore dalle inadempienze strutturali dei dirigenti e dei vertici amministrativi.

Se un cittadino protesta (legittimamente) per un disservizio, è certo di conoscerne la vera causa? È prodotto da una riduzione di spesa, da organici inadeguati o da scelte politiche che spingono verso la privatizzazione dei servizi? Invocare la valutazione dei cittadini serve per far credere all'opinione pubblica che il loro parere conti, quando invece le istanze sociali reali vengono calpestate. Se interessasse davvero l'opinione dei cittadini, oggi non avremmo i tetti di spesa che limitano fortemente le assunzioni nella PA, avremmo abbattuto le liste di attesa in sanità e avremmo maggiori interventi sociali.

L'Ideologia delle "Eccellenze" a Numero Chiuso

La riforma prevede che, in ciascun ufficio dirigenziale generale, i punteggi massimi non potranno essere attribuiti a più del 30% dei dipendenti appartenenti alla stessa categoria o qualifica. Si stabilisce per legge che solo pochi avranno il punteggio massimo e, di conseguenza, valutazioni più alte. La differenziazione e le disuguaglianze economiche diventano il faro guida dell'agire nella PA. Inoltre, tra quanti avranno ottenuto le valutazioni più elevate, solo il 20% potrà essere considerato "eccellente", con concrete opportunità di carriera e miglioramento economico.

Salari da Fame e Fuga verso il Privato

Il meccanismo che guida questa riforma dovrebbe essere chiaro: bloccare la dinamica salariale. Gli stipendi nella PA italiana continuano ad essere tra i più bassi d'Europa. I rinnovi contrattuali presentano forti sperequazioni tra i comparti del Pubblico e perfino tra Enti dello stesso comparto.

Avere sottoscritto un contratto in tempi accettabili non costituisce un'inversione di tendenza rispetto alle politiche restrittive intraprese da tempo, specie se poi gli istituti contrattuali risultano sempre gli stessi (divisivi e discutibili), e se la tendenza è quella di rafforzare la contrattazione di secondo livello a discapito di quella nazionale. Gli ultimi contratti non recuperano il potere di acquisto perduto. Trovare novità positive nei testi contrattuali è un'impresa ardua.

L'adeguamento dei salari al costo della vita è impossibile fino a quando vigeranno le attuali regole in materia di contratti. Regole che il Governo non cambierà perché, spingendo al ribasso i salari, punta a frenare ogni azione conflittuale. In questo scenario, si piegano i sindacati alla logica perdente del "contenimento del danno", mentre dipendenti formati e preparati scappano dal pubblico verso il privato dove, ironia della sorte, troveranno spesso condizioni retributive e lavorative migliori.

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giovedì 25 giugno 2026

La resa di CGIL, CISL e UIL: ecco come il nuovo accordo quadro svende i salari e apre alle gabbie leghiste - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 

Il 17 Giugno scorso, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno trasmesso alle associazioni datoriali una proposta di accordo quadro. «Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto».[^1]

Non è casuale che questo testo arrivi proprio mentre iniziano a farsi sentire i primi effetti dell’economia di guerra e della sostituzione dei lavoratori con l’Intelligenza Artificiale. A nostro avviso, infatti, i sindacati confederali puntano a ritagliarsi un ruolo nella gestione di questi processi,[^2] nel tentativo di arginare una serie di leggi che punta a marginalizzare e neutralizzare la contrattazione, dopo alcuni decenni di effettivo arretramento della rappresentanza.

I confederali, dunque, lottano per tenere in vita il vecchio modello concertativo di relazioni industriali, seppur con sfumature diverse: la CISL mostra un'aperta sudditanza al Governo; la UIL mantiene una posizione apparentemente critica ma spesso volutamente interlocutoria; la CGIL si barrica in una difesa a oltranza del passato, pur avendone subito finora solo gli effetti negativi a causa della delegittimazione operata da esecutivi e associazioni datoriali.

I pilastri dell’accordo sono tre: l’introduzione della tecnologia nei processi produttivi, la perdita del potere d’acquisto dei salari (accelerata dalle tensioni internazionali) e la rappresentanza sindacale.

I. La tecnologia nel lavoro

I sindacati propongono il rafforzamento dei processi partecipativi per cogestire con le aziende l’ingresso delle nuove tecnologie: «La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo. [...] L’accordo quadro deve valorizzare il ruolo e l’estensione della contrattazione collettiva anche quale sede privilegiata di regolazione e sviluppo degli strumenti partecipativi».

Il testo prevede che tale sinergia si articoli attraverso «esperienze di partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva». Il riferimento esplicito è alla Legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa,[^3] un provvedimento che però disciplina queste dinamiche lasciando all'azienda la facoltà di scegliere i lavoratori da includere nei CdA, bypassando completamente le sigle sindacali.[^4] La proposta dei confederali è quindi quella di assorbire queste forme di partecipazione direttamente dentro gli istituti della contrattazione per blindare il proprio ruolo. In questo, l'accordo ricalca in parte la proposta originaria della CISL, uno dei pilastri da cui è scaturita la legge del Governo.

In tutto ciò, il grande assente resta un equo e sostanziale indennizzo (in termini salariali, orari o di welfare) per gli aumenti di produttività generati dalla tecnologia, una dinamica che investe ormai quasi tutta la forza-lavoro italiana.[^5] Siamo di fronte a una grave contraddizione: non si possono proporre forme di co-gestione senza stabilire adeguati rapporti di forza tra lavoratori e aziende, rapporti che in ambito lavorativo si articolano prevalentemente su base economica.

II. Il potere d’acquisto

L’accordo introduce il riconoscimento del Trattamento Economico Complessivo (TEC) all’interno del CCNL per standardizzare la stesura dei contratti. Si tratta di una buona proposta, mirata a semplificare la comparazione e a verificare l’equivalenza contrattuale, superando l'attuale prassi in cui i CCNL indicano solo il Trattamento Economico Minimo (TEM), lasciando che quello complessivo vada ricavato sommando le varie voci (scatti, tredicesima, premi).

Tuttavia, il valore del TEM, secondo il testo, andrebbe aggiornato «avendo a riferimento l’indice IPCA-NEI come calcolato dall’ISTAT». Significa che i sindacati accettano, ancora una volta, che il calcolo dell'inflazione escluda i beni energetici importati, proprio quelli che pesano di più sulle tasche dei lavoratori. Del resto, CGIL, CISL e UIL stanno firmando tutti i rinnovi del pubblico impiego legandoli a questo indice: fino a quando rimarrà in vigore l'IPCA, salvaguardare il potere d'acquisto rimarrà un'utopia.

Inoltre, l'accordo prevede che «i contratti avranno durata triennale o quadriennale». In un periodo di alta inflazione, non sarebbe preferibile tornare a un aggiornamento biennale della parte economica? Al momento i contratti quadriennali sono una rarità e non è auspicabile che aumentino.

Infine, la difesa del salario viene delegata in buona parte alla contrattazione decentrata, da estendere «per dare risposte in relazione alle caratteristiche e alle specificità dell’azienda o del territorio». Oltre alla nostra contrarietà a questo modello,[^6] salta all'occhio il riferimento al «territorio»: il sospetto è che si tratti di un’apertura mascherata alle gabbie salariali proposte dalla Lega, cercando un compromesso col Governo basato sull'ampliamento della quota retributiva legata alle specificità locali.

III. La rappresentanza e la sicurezza

Anche la proposta di elezioni RSU «nelle realtà di minori dimensioni», se legata alla contrattazione decentrata, rischia di prestare il fianco al progetto leghista delle gabbie salariali, nonostante sia positiva la previsione di meccanismi che permettano l'elezione delle RSU anche su iniziativa diretta dei lavoratori.

Si richiede poi una maggiore regolazione aziendale: i confederali propongono una procedura legalmente vincolante per la comunicazione delle deleghe di iscrizione, arginando il fenomeno delle trattenute sullo stipendio che restano nelle casse aziendali, e nuove modalità condivise di deposito dei contratti per favorire la trasparenza negli appalti.

Nota dolente sulla salute e sicurezza sul lavoro: CGIL, CISL e UIL si limitano a rivendicare l'aumento del numero dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Nella realtà sindacale è evidente che queste figure, prive di poteri coercitivi fattuali, non hanno reali prerogative: possono fare proposte e chiedere atti, ma si scontrano con ostacoli burocratici e forti pressioni datoriali non appena provano a far emergere gli infortuni. I confederali non sembrano interessati a dare agli RLS un effettivo potere contrattuale e di blocco su salute e organizzazione aziendale, preferendo mantenerli ancorati a un ruolo puramente istituzionale e, di fatto, inefficace.

Note

[^1]: G. Cremaschi, Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori, 19 Giugno 2026, Il Fatto Quotidiano.

[^2]: Forse per questo evitano di produrre un'analisi critica delle innovazioni, rinunciando a contrastarne l’utilizzo che ne viene fatto nel mondo del lavoro. E vogliamo ricordare che siamo davanti a un processo diverso da quello già conosciuto negli anni Ottanta del secolo scorso con l’automazione delle linee produttive e la sostituzione degli operai con i robot: stavolta, l’IA colpirà anche posti di lavoro non esecutivi.

[^3]: E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili dell’impresa, 25 Giugno 2025, Cub.it.

[^4]: Notiamo come la Legge non sia ancora stata applicata, se non dall’amministrazione comunale di Rieti. Questa, di centro-destra, ha ben pensato di escludere la partecipazione economica dalle forme di partecipazione previste. Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Legge partecipazione lavoratori, primo test a Rieti, 11 Maggio 2026, Diogene Notizie.

[^5]: In realtà un accenno alla questione viene fatto, laddove i confederali scrivono che «in ragione dei processi di transformação tecnologica, di innovazione organizzativa e professionale, degli andamenti specifici di settore potrà modificare il valore del Trattamento Economico Minimo». Tuttavia non si tratta di una formulazione vincolante per le imprese.

[^6]: Il trionfo della contrattazione di secondo livello ha favorito la nascita del sistema delle deroghe contrattuali e, più in generale, l’accrescimento della produttività in cambio di pochi spiccioli – segnando a suo tempo anche la vittoria di un sistema contrattuale che crea situazioni di crescente disparità e un generale contenimento dei salari.

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mercoledì 15 aprile 2026

Non solo armi: come la speculazione finanziaria sta riscrivendo il futuro di Leonardo - Federico Giusti

 

A pochi giorni dalla rimozione di Cingolani dal vertice di Leonardo abbiamo letto innumerevoli interpretazioni su questa sofferta decisione assunta dal Governo, sofferta perchè è ragionevole pensare, alla luce di tante dichiarazioni pubbliche, che il ministro della Difesa l'abbia in parte subita.

Dalla guerra in Ucraina in poi ogni azienda di armi ha visto crescere a dismisura il valore delle azioni, i dividendi tra gli azionisti sono considerevoli, tutte le principali aziende europee produttrici di sistemi d'arma portano a casa risultati importanti per quanto concerne l'aumento dei profitti, del fatturato e delle vendite.

La guerra genera guerra ma anche speculazione finanziaria, se nel periodo pandemico erano le case farmaceutiche ad accrescere i fatturati oggi sono invece le grandi e piccole aziende di armi che si portano dietro filiere complicate nelle quali ritroviamo anche app e piccole aziende. Anche gli occupati crescono ma non in misura tale da ipotizzare la sostituzione della manifattura civile con quella militare.

La defenestrazione di Cingolani non può essere spiegata con motivazioni ufficiali, dichiarazioni scritte (non ve ne sono) o interviste a esponenti del Governo (abbottonati a dir poco) 

Una delle spiegazioni plausibili potrebbe essere legata allo Scudo spaziale, il Michelangelo Dome, che rappresenta una minaccia per analoghi prodotti israeliani e statunitensi e per quello  scudo tedesco, in fieri, con  vari paesi eccezion fatta per Italia e Francia.

Nel 2018 la filiera di produzione della Leonardo era di 21,4 miliardi di euro e di questi solo 8,7 erano ascrivibili alla azienda Leonardo vera e propria, il resto invece veniva dall'indotto e dalla filiera.  Leonardo sta a capo di un sistema assai complesso formato da migliaia di imprese  con quasi 100 mila dipendenti a cui aggiungere  il progetto Leap (Leonardo empowering advanced partnership) che vede coinvolte importanti banche ad esempio Unicredit, Banca Intesa fino alla Cassa Depositi e Prestiti.

E' quindi ipotizzabile che Cingolani abbia pestato i piedi a Israele e agli Usa con lo scudo italiano, la cui realizzazione è prevista nel 2030, un Governo, quello italiano, arrendevole verso Usa ed Israele potrebbe aver subito delle pressioni, poi abbiamo letto anche altre ipotesi, ad esempio la critica alla indipendenza dell'ex Ad rispetto al Governo.

Resta il fatto che la supremazia non si gioca più attraverso la potenza  militare convenzionale, l'esercito tradizionale con tutte le armi novecentesche,  i rapporti di forza si giocano sulla  capacità di unire sistemi tradizionali con processi tecnologici innovativi, IA con gestione dei dati, spazio e cyberspazio in un’unica filiera di guerra. Non può esserci innovazione bellica senza Il digitale o la IA, senza coordinare sistemi complessi,  in questo genere di guerra preventiva, ritenuta strategica da ogni analista, Leonardo gioca un ruolo importante.

Nel non libello del Ministro Crosetto si parla di proteggere dati e infrastrutture critiche, di interconnettere tra loro i vari domini– terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico , ebbene la idea di sicurezza integrata è stata assunta come prioritaria dalla Difesa italiana insieme a un gruppo di imprenditori e managers tra i quali spiccava  Cingolani.

Qualunque sia la ragione della sua defenestrazione, gestire Leonardo significa assicurare elevati dividendi agli azionisti, partecipare attivamente alla costruzione del complesso industrial militare europeo, giocare un ruolo di avanguardia ma anche saper indirizzare le scelte industriali verso le tecnologie duali, la competizione tecnologica globale, l’Intelligenza    artificiale    (Ai)    fino alla quantistica, al digitale nelle sue molteplici accezioni.

Quanti sostituiranno Cingolani e la sua squadra dovranno operare delle scelte, magari ridimensionare alcuni progetti a vantaggio di altri,  in ogni caso non potranno esimersi dal portare avanti buona parte dei progetti intrapresi, se non lo facessero si metterebbero contro parte della finanza e dei poteri forti.

La posta in gioco è elevata, riguarda la speculazione finanziaria che molto dipende dal successo delle imprese di armi, dalla capacità di innovazione del complesso industrial militare, i prossimi mesi ci diranno intanto se la Ue sarà in grado di emanciparsi dalla dipendenza dagli Usa e forse questa è la stessa domanda a cui rispondere quando si parla di Leonardo e delle sue future strategie. Il polo imperialista europeo ha bisogno di imprese all'avanguardia anche quando le stesse entrano in competizione con i disegni Usa. Vedremo nelle prossime settimane quali interessi prevarranno.

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lunedì 5 gennaio 2026

Capodanno armato, masochismo antistatalista e Università sotto assedio - Federico Giusti e Valentina Salada

Premessa

In questi giorni di festa, per molti popoli e ampi strati delle società capitaliste c’è ben poco da celebrare, tra guerre, politiche coercitive, erosione del potere di acquisto, precarietà e tagli al welfare sociale. Non si tratta della consueta retorica buonista di sinistra, di quella solidarietà rivolta alle classi meno abbienti o ai popoli oppressi che talvolta cozza con le pratiche quotidiane: è piuttosto la constatazione di un equilibrio irrimediabilmente infranto. Oltre quarant’anni di neoliberismo hanno prodotto contraddizioni ormai insanabili, che il ritorno al bellico di certo non potrà sanare. Anzi…

In qualunque modo la si voglia leggere e catalogare, la realtà che osserviamo oggi appare, se vista con gli occhi del passato, del tutto paradossale. Quegli stessi alfieri dello Stato forte sono ora divenuti acerrimi antistatalisti.

Ciò è evidente nel settore dell’istruzione: criticano genitori e studenti impegnati politicamente, praticano repressione contro iniziative educative nel pubblico e nel privato, pur avendo in passato disprezzato le teorie pedagogiche dei nidi e delle scuole materne a contatto con la natura, si ergono a difensori di ogni esperienza pur di gettare discredito sulla gestione pubblica dei servizi educativi e non e sul ruolo stesso dello Stato.

Masochismo antistatalista e contabile nelle Università

È ormai evidente che la legge di bilancio 2026 assegnerà risorse esigue per il reclutamento di ricercatori nelle Università e negli Enti pubblici di ricerca. Un’assurdità inconcepibile, un po’ come la barzelletta delle norme sul riscatto degli anni di laurea che rischiano di penalizzare chi ha il maggior numero di anni di studio computabili: investire somme ingenti senza possibilità di anticipare l’uscita dal lavoro si configura come una beffa, confermando la linea imposta dalla riforma Fornero e la accettazione della stessa da parte di chi aveva spergiurato di abrogarla.

Così come le uscite per pensionamento (facendo pesare assai meno il riscatto della laurea e allungando la durata delle finestre di uscita dal mondo del lavoro alla pensione), allo stesso modo le assunzioni saranno estremamente limitate e del tutto inadeguate a garantire la continuità dell’azione amministrativa e dei percorsi della ricerca pubblica. Manca insomma un adeguato processo di stabilizzazione che avrebbe avuto bisogno di risorse economiche ben maggiori che a loro volta avrebbero prodotto numeri adeguati ai reali fabbisogni. Ma una operazione del genere necessitava in partenza di due presupposti: il coraggio politico delle scelte (ad esempio andare in deroga ai tetti di spesa per il personale anche limitatamente alla ricerca) e la volontà di difendere l’università pubblica senza cedere alle lusinghe del privato e dei corsi di laurea telematici.

Un anno fa, con carenze di personale già macroscopiche, si decise il blocco del turnover al 75%, con l’annunciata ghigliottina sui ricercatori fin dal prossimo anno, privando così gli atenei di circa 50 milioni di euro. Per non tacer del fatto che i nuovi contratti di lavoro in base al CCNL prevedono incrementi del 6%, mentre il costo della vita è cresciuto tra il 17 e il 18%. Questo dimostra come i contratti futuri, atipici o contrattualizzati che siano, difetteranno di equità: il personale continua, infatti, a essere penalizzato dalla erosione del potere di acquisto, i salari cresceranno in misura assai minore dell’aumento del costo della vita, la promessa di stabilità poi, che al momento nemmeno intravediamo, non garantirebbe un roseo futuro, trasformandosi in uno scherzo amaro figlio del costante e onnipresente definanziamento.

Precariato diffuso e ignorato

Ignorare i problemi è diventata una prassi politica consolidata. Lo sciopero delle Università del 12 maggio scorso, che ha abbracciato il personale precario e esternalizzato, ha visto una robusta partecipazione ponendo all’ordine del giorno questioni importanti. Ci si era attivati per contrastare la più grande espulsione della storia dell’Università, con circa 30.000 contratti di lavoro in scadenza. E proprio alla luce delle potenzialità della mobilitazione, il Governo era subito corso ai ripari con l’emendamento Occhiuto – per sostituire i precari con altri precari – inserito in extremis nel decreto d’urgenza varato per la Scuola.

La precarizzazione nella Pubblica Amministrazione e nelle Università continua a essere un dato incontrovertibile, responsabile anche della fuga dei ricercatori all’estero. Solo poche centinaia di precari legati al PNRR avranno la possibilità di stabilizzazione. Cinquanta milioni in due anni, tra FFO (= Fondo di Finanziamento Ordinario, principale finanziamento statale alle università) e FOE (= Fondo Ordinario per gli Enti e le Istituzioni di Ricerca, finanzia enti di ricerca pubblici, non le università), rappresentano una goccia nel mare. Secondo i dati ministeriali, i ricercatori coinvolti, tra PNRR e no, vanno oltre le settemila unità, mentre le assunzioni previste non supereranno le 1.600 in due anni. Senza la rimozione dei tetti di spesa per il personale, ogni risultato rimane illusorio. Alla fine il problema insormontabile è dato da un fatto incontrovertibile, ossia il definanziamento reale, silenzioso e devastante dell’Università e della ricerca.

Privatizzazione e reclutamento armato

Nelle Università, il progressivo definanziamento pubblico ha reso inevitabile il ricorso a fondi privati, comprese collaborazioni con finalità militari. Molti Rettori hanno scelto di aderire all’agenda governativa, limitando la partecipazione democratica di studenti e personale tecnico-amministrativo. La logica dei finanziamenti privati condiziona la ricerca e la didattica, orientandole verso interessi esterni e a discapito della missione pubblica dell’Ateneo.

Di recente, il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna ha respinto la proposta di costruire un corso di laurea destinato esclusivamente all’Accademia militare di Modena, difendendo la libertà accademica e l’uso responsabile dei fondi pubblici.

Tuttavia, questo rifiuto non risolve i problemi strutturali del sistema universitario: carichi di lavoro insostenibili, salari stagnanti, tagli ai diritti e appalti al massimo ribasso rendono paradossale discutere di riforme o strategie per intercettare finanziamenti, mentre ciò che serve davvero è stabilizzare, assumere e finanziare chi ogni giorno tiene in piedi le università. La qualità dell’istruzione pubblica dipende dalla dignità riconosciuta a tutto il personale — chi insegna, chi ricerca, chi gestisce laboratori e biblioteche, chi mantiene i servizi — e non dai documenti strategici.

E mentre mancano risorse per le attività ordinarie e si penalizzano decine di migliaia di ricercatori precari, il corso sarà comunque attivato all’Università di Modena, attraverso il Dipartimento di Giurisprudenza, con modifiche all’ordinamento didattico per l’anno accademico 2026-2027.

In modo sincrono, in tutti gli altri atenei alcune collaborazioni con aziende e istituzioni israeliane, pur formalmente civili, comportano rischi concreti di applicazioni militari, dimostrando come proprio il finanziamento esterno possa influenzare l’ autonomia e la stessa reputazione della Università stessa.

Sanità e Università: un parallelismo evidente

Le difficoltà delle Università italiane, tra finanziamenti insufficienti e precarietà, trovano un parallelo evidente nella Sanità pubblica, anch’essa alle prese con carenze croniche e spesa ridotta nel tempo. Nelle Università, la logica è analoga: risorse pubbliche insufficienti e finanziamenti privati vincolati a interessi specifici orientano ricerca e didattica. E alla militarizzazione…

Gli scioperi di fine autunno, in particolare quello del 28 novembre promosso dal sindacalismo di base, hanno cercato di evidenziare questa imminente e grave situazione, ma, ancora una volta, invece di unire le lotte, qualcuno ha scelto di rompere l’unità delle piazze, depotenziando la mobilitazione.

Non hai soldi per vivere dignitosamente? Tranquillo, aumentano le spese militari.

Mentre le Università e il welfare soffrono per mancanza di fondi, la spesa militare continua a crescere, evidenziando le priorità del governo. «1,1 miliardi per la Difesa non bastano, la spesa crescerà ulteriormente nel 2026», ha dichiarato il Ministro Crosetto. I fondi previsti saranno superati, con una crescita costante dal 2021, che porterà la spesa militare a 32,4 miliardi nel 2026. Tagli all’Università e al welfare, combinati a incrementi della spesa bellica, si profilano a partire dalla prossima primavera con il DEF.

Conclusione

La nostra organizzazione sindacale, la CUB, continuerà a lottare per un’Università pubblica, stabile, dignitosa e adeguatamente finanziata, con assunzioni e aumenti salariali significativi, contro la precarietà e le ingerenze esterne, e per rafforzare ogni forma di resistenza accademica a politiche di guerra e sfruttamento. Solo così il sapere potrà restare un bene comune, libero e democratico, a servizio di tutti. Ma per difendere concretamente questo modello pubblico del sapere non basterà una sola, e piccola, organizzazione sindacale, urge acquisire piena consapevolezza che certi obiettivi, specie se stridono con interessi economici e politici oggi dominanti, necessitano di sostegni ben maggiori, dentro e fuori l’università. Se il sapere è un bene della collettività, come possiamo abbandonarlo al destino delle privatizzazioni o piegarlo alle ragioni della guerra?

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martedì 18 novembre 2025

La par condicio di Valditara

 .. per la par condicio si potrà scrivere Tara Valdi?

articoli di Federico Giusti, Alex Corlazzoli e Francesco Masala. A seguire una lettera al ministro di Raffaele Mantegazza.

sabato 12 luglio 2025

Nel 2024 firmati numerosi contratti nazionali, in diversi casi con paga oraria inferiore a un ipotetico salario minimo

di Emiliano Gentili e Federico Giusti

Il Rapporto Annuale ADAPT sulle dinamiche contrattuali indica un quadro per nulla confortante, in cui il welfare aziendale cresce[1] e i salari reali calano. Una lettura diversa rispetto alla consueta narrazione della Cgil, autentico Giano bifronte del panorama sindacale, che conferma di muoversi all’interno di perenni contraddizioni.

Veniamo ad evidenziarne le principali:

·         è fin troppo facile parlare del ritorno a una buona regolarità nei rinnovi contrattuali rispetto al decennio precedente, se la firma di tanti contratti conviene alla parte datoriale e avviene con il sostegno di un Governo che mira direttamente alla pacificazione dei luoghi di lavoro. Inoltre, ogni Ccnl rinvia alla contrattazione decentrata sia parti economiche piuttosto rilevanti che la definizione e l’applicazione di un vasto sistema di deroghe. In tutto ciò l’atteggiamento della Cgil non è limpido: da un lato va a sottoscrivere intese deprecabili che comportano erosione del potere di acquisto e della capacità di contrattazione, mentre gestisce previdenza e sanità integrative con la Cisl, ma dall’altro vorrebbe ergersi a sindacato diverso, conflittuale e dalla parte dei salariati;

·         in merito ai contenuti della Legge delega sulla contrattazione decentrata, registriamo una incredibile attinenza tra i temi trattati nei tavoli della contrattazione nazionale e i punti salienti della stessa legge… come se la contrattazione decentrata, anche per volere della Cgil, seguisse pedissequamente i dettami del Governo attraverso la mediazione delle associazioni datoriali.

Stando ad una ricerca Adapt, il lavoro a tempo determinato è stato trattato nel 35% degli accordi, facendo particolare attenzione alle causali (che giustificano l’utilizzo del contratto precario), che non a caso vorrebbero rimuovere; nel 20% dei rinnovi considerati si è parlato della retribuzione degli apprendisti e della loro formazione, tirando sempre in ballo gli Enti bilaterali; nel 36% degli accordi di rinnovo si è parlato di orari di lavoro all’insegna della flessibilità e degli interessi aziendali; in 8 casi su 10 esiste un Capitolo del Contratto appositamente dedicato a salute e sicurezza, anche se poi tutto si riduce a tutele individuali per gli ammalati a lungo termine o alla gentil concessione di uno smart che sovente è pure accompagnato da carichi di lavoro aggiuntivi; e, per chiudere, la formazione, che dovrebbe essere tra i capitoli più gettonati da imprese che lamentano di non trovare professionalità sul mercato… ebbene, solo nel 20% dei contratti il capitolo formativo ha trovato spazio; solo in pochi casi si è parlato di inquadramento e di professionalità, come se da questi elementi non dipendesse anche la corretta attribuzione di adeguati livelli in base alle prestazioni erogate e alle conoscenze acquisite. Ancora una volta è evidente quali siano gli interessi delle aziende: abbattere il costo del lavoro, ottenere aiuti fiscali generosi dallo Stato, accrescere la flessibilità e le deroghe, rinviare gran parte delle decisioni alla contrattazione di secondo livello, dove hanno maggiore forza;

·         è emblematica l’esclusione della disabilità da quasi tutti i nuovi contratti stipulati. Prima si diceva che una certa sinistra privilegiasse i diritti civili al posto di quelli sociali, ma oggi non tutela più nemmeno quelli;

·         il tema in assoluto più gettonato è il welfare aziendale. Questo conviene sia alle aziende che allo Stato, perché permette di ridurre il welfare universale, favorisce la privatizzazione con pacchetti di servizi offerti nelle strutture sanitarie private, agevola la contrattazione di secondo livello (che porta con sé tutte le agevolazioni fiscali possibili e deroghe peggiorative rispetto ai Ccnl);

·         in quasi la metà dei contratti nazionali siglati si parla di coinvolgimento dei lavoratori sui processi decisionali. Insomma, il modello Cisl – che è stato avallato, fino a questo punto, anche dalla Cgil – è già vigente; bisogna solo perfezionarlo e migliorarlo, cercando di pettinarlo al punto giusto per scongiurare sul nascere ogni elemento di conflittualità e di estenderlo – cosa ancor più difficile – dalle grandi alle piccole aziende, dove il padroncino non è avvezzo a discutere ma solo ad imporre le proprie decisioni. Parleremo in un altro articolo della Legge sulla partecipazione dei lavoratori (L. 76/2025), che sul tema introduce molte novità.

In conclusione, leggendo il Rapporto ADAPT non serve essere un fine giuslavorista o un analista di altro tipo per rendersi conto di come il nodo focale sia lo scambio tra aumenti contrattuali e benefit. Uno scambio che conviene alla parte datoriale sia sotto il profilo fiscale e sia perché in molti casi il datore – quando non anche il sindacato – ha anche degli interessi specifici nell’ambito di elargizione dei benefit stessi (strutture sanitarie “amiche” e via dicendo…). E, dunque, «Focalizzando l’attenzione sulle dinamiche salariali, si nota come la quasi totalità degli accordi in materia retributiva affronti il tema dalla prospettiva del salario premiante. Tra gli obiettivi più ricorrenti per la retribuzione di risultato si rilevano la produttività e l’efficienza economica, che rappresentano il criterio predominante insieme alla redditività e, in misura minore ma comunque significativa, alla qualità. Più della metà degli accordi in materia di premio di risultato prevede l’opzione di welfarizzazione del premio»[2].

Amen.

 

 



[1] Cfr. F. Giusti, Il welfare aziendale non compenserà la distruzione dello stato sociale, 05 Giugno 2025, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_welfare_aziendale_non_compenser_la_distruzione_dello_stato_sociale/42819_61235/.

[2] La contrattazione collettiva in Italia (2022), XI Rapporto ADAPT. Adapt University Press, 2023, p. XXIII.

domenica 25 maggio 2025

Riarmo: se lo sostieni non hai capito che lo finanziano con i soldi destinati a pensioni, sanità e salari – Federico Giusti

 

Quello che non ti dicono ma che invece la Bce scrive


La storia dovrebbe averci insegnato che, quando i lavoratori abbracciano le tesi del nazionalismo e del riarmo dimenticando di migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro, diventano carne da macello in qualche guerra o gendarmi della reazione contro le poteste sociali e sindacali.  L’odio per la storia e la contemporanea costruzione di una società omologata agli interessi di chi la dirige vanno di pari passo, riarmo europeo significa maggiori risorse alla difesa, meno spese sociali e forse anche più tasse per i salariati dopo averci fatto credere che gli sgravi avrebbero superato la progressiva erosione del potere di acquisto dei salari. Il militarismo è da sempre lo strumento privilegiato anche per contrarre gli spazi di libertà e democrazia. Anche a non volere rivolgere lo sguardo a 100 anni or sono, è sufficiente qualche rimembranza del passato per far scattare una associazione di carattere storico tra il novecento e i nostri giorni. L'uscita dalla crisi economica fu una svolta autoritaria e invece di suggestionarsi sulle zone rosse bisognerebbe guardare al pacchetto sicurezza per quello che è ossia un insieme di norme necessaria per la repressione preventiva quando le contraddizioni emergeranno facendo riempire le piazze. Ma ancora una volta alla analisi oggettiva della realtà si preferisce la retorica non sapendo che questa attira ceto politico ma non determina una presa di coscienza di massa.

 

Bisogna far sentire la nostra voce partecipando alle mobilitazioni di Giugno contro il Riarmo e farlo con parole d’ordine semplici e dirette ma il vero problema sta proprio nella incapacità di costruire delle mobilitazioni serie e di massa privilegiando la visibilità di singoli organizzazioni. 

 

Un po' come accaduto con Il pacchetto sicurezza, qui si sta a rievocare zone rosse e terminologie di 20 anni fa senza far capire che la contrazione degli spazi di agibilità e di libertà collettiva accompagnano la costruzione della società del riarmo. Sul Riarmo assistiamo a fughe in avanti, pacchetti di mobilitazioni precostituite per la visibilità di singole aree politiche e sindacali. Gli scioperi ad indirli si fa presto ma poi quando falliscono, come in tanti casi, l'effetto boomerang arriva su tutte le realtà conflittuali. Nulla di nuovo sotto il cielo italico ma il Riarmo invece rappresenterebbe un autentico salto di qualità.

 

Proviamo allora  a sintetizzare un ragionamento su alcuni punti

 

·         l’aumento delle spese militari mette a rischio la stabilità finanziaria europea, indebita i paesi in una fase storica in cui le economie sono ferme e minacciate dai dazi Usa, spese che presto graveranno sulle finanze costringendo ad alcuni tagli che riguarderanno le spese sociali ossia sanità, scuola, salari e pensioni

·         Sospendono alcune regole della Ue per favorire in una certa misura l'indebitamento ma restano pur sempre vigenti, spostati di qualche anno magari, gli obiettivi di riduzione del deficit e contenimento del debito, a breve per far tornare i conti arriveranno nuove tasse (“nuove entrate”) o tagli di spesa.

·         Più cannoni e meno burro, i tempi bui stanno tornando

·         Ricordate i fondi del Pnrr? Dovevano servire in buona parte a progetti sociali e di manutenzione del territorio ma poi li hanno indirizzati ad altro e oggi sperano nelle “ricadute tecnologiche sulle industrie civili”, un po’ come quando dicevano che la ricchezza esponenziale di pochi avrebbe portato qualche beneficio a tutti gli altri che invece sono diventati sempre più poveri.

 E Riarmo significa privatizzazioni (pardon liberalizzazioni) ma anche il perdurare di un sistema fiscale che non chiede ai redditi elevati un contributo proporzionale

 

Per l’aumento “necessario” delle spese militari serviranno “nuove entrate e la ridefinizione delle priorità di bilancio” quindi nel nome del Riarmo taglieranno le spese sociali imponendo contratti al ribasso, i nostri salari perderanno potere di acquisto, come anche le pensioni, curarsi diventerà un lusso.

 

Fermiamo la macchina del riarmo prima che depredi le ricchezze sociali di ogni paese Ue, questa dovrebbe essere la sola parola d'ordine comune

 

E visto che anche nella sinistra radicale l'analisi delle fonti sembra essere un tabù si rinvia a quanto scritto dalla Bce

 

I necessari aumenti della spesa per la difesa potrebbero avere un impatto significativo sui bilanci, richiedendo un maggiore margine di bilancio. Con l'evoluzione dei parametri di sicurezza europei, alcuni governi mirano a rafforzare l'autosufficienza nel settore della difesa. Data l'ampia gamma di spese correnti per la difesa e il nuovo obiettivo di spesa attualmente in discussione nelle sedi europee e internazionali, alcuni paesi potrebbero dover apportare aumenti sostanziali. La capacità a breve termine di soddisfare tali esigenze varia notevolmente in quanto le esigenze di rifinanziamento e i livelli di debito non sono omogenei tra i paesi . Di conseguenza, la maggior parte dei paesi più indebitati non si è finora impegnata ad aumentare notevolmente la spesa per la difesa. Per creare lo spazio fiscale necessario, il "ReArm Europe Plan/Readiness 2030" della Commissione europea[3] suggerisce di attivare la clausola di salvaguardia nazionale del patto di stabilità e crescita e di erogare prestiti da nuovi prestiti congiunti utilizzando lo strumento dell'azione per la sicurezza per l'Europa (SAFE). Inoltre, il piano suggerisce di riutilizzare parte dell'attuale bilancio dell'UE e di mobilitare capitali privati accelerando la formazione di un'Unione del risparmio e degli investimenti. Anche la Banca europea per gli investimenti potrebbe svolgere un ruolo.

 

Revisione della stabilità finanziaria, maggio 2025

domenica 18 agosto 2024

Il mondo sconosciuto - Federico Giusti

 

Luoghi comuni e oblio attorno agli istituti penitenziari italiani nell’ignavia della politica

 

Con l’arrivo di Ferragosto arriveranno le solite visite di parlamentari nelle carceri italiani, eppure sono proprio le aule parlamentari l’ambito nel quale si dovrebbe parlare della condizioni di vita dei detenuti.

Il carcere è un luogo dimenticato, se ne ricordano i parlamentari di destra invocando organici maggiori per la Polizia penitenziaria ma è del tutto assente una inchiesta che permetterebbe di comprendere un mondo avvolto nell’oblio ed evocato solo per imporre logiche securitarie e repressive.

In carcere si entra sani e si esce malati, i centri medici sono pochi e al collasso, investire in operatori culturali appare ormai uno spreco di denaro pubblico.

La soluzione prospettata è sempre la stessa: accrescere il numero della Polizia penitenziaria e costruire nuovi istituti di pena per non affrontare il sovraffollamento che scaturisce dalla carenza di misure alternative alla pena, di luoghi ove potrebbe avvenire un pieno recupero del detenuto.

Manca insomma una risposta complessiva di natura sociale, è assente la volontà di rivedere i codici penali che condannano alla detenzione uomini e donne per reati che potrebbero essere espiati con misure alternative.

Il carcere è da tempo una discarica sociale dove la dignità umana viene calpestata. Sarebbe utile riflettere sui vantaggi derivanti dalla istituzione di percorsi di avviamento lavorativo, di mera inclusione sociale per offrire la opportunità di acquisire un titolo di studio, sarebbero scelte importanti ma inconciliabili con quella logica securitaria e repressiva che la fa da padrona.

Il supporto psicologico non è banale in contesti nei quali ogni anno decine di detenuti si suicidano, nei primi sette mesi del 2024 i suicidi sono più numerosi di quelli del 2023, frutto della perdita di ogni speranza e fiducia in un domani al di fuori dalle sbarre.  Se poi guardiamo alla liberazione anticipata per molti detenuti ci imbattiamo nel muro eretto dal Governo per il quale scelte del genere sarebbero solo una sorta di resa dello Stato, quello Stato implacabile con le classi subalterne ma assai conciliante con quelle benestanti.

Uno Stato che vorrebbe eliminare il reato di tortura e rendere impuniti i reati commessi dalle forze dell’ordine, si disattendono sistematicamente i principi guida della Carta dimenticata da chi, fino a prova contraria, dovrebbe metterli in pratica.  E così il diritto penale si trasforma in stato penale, le condizioni “inumane e degradanti” non appaiono mai sufficientemente severe e si cercano nuove leggi per rendere ancora più efferata la gestione delle carceri affermando una logica solo punitiva e non di rieducazione, di vendetta dello Stato.

La condizione di vita degli ex detenuti non è certamente migliore, nel corso degli anni sono quasi scomparse cooperative pensate un tempo per la inclusione lavorativa e sociale di quanti hanno espiato le loro pene. Questa è la condizione penitenziaria nel 2024, non c’è da esserne fieri, ci sarebbero motivi sufficienti per indignarsi ma anche la rabbia e la indignazione possono diventare motivo di ulteriore repressione, basti pensare alle misure adottate contro le proteste dentro il carcere e alle azioni di solidarietà fuori dalle sbarre, iniziative considerate alla stregua di rivolta contro uno stato implacabile verso gli ultimi ma sempre più passivo davanti ai reati fiscali, ai disastri ambientali e alle morti sul lavoro

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mercoledì 10 luglio 2024

La trappola dei Lep, come l’autonomia differenziata seppellirà definitivamente i diritti sociali - Federico Giusti

 

I Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) saranno determinanti per la sorte non solo dell’autonomia differenziata ma di quel federalismo fiscale che perfino la Banca d’Italia critica giudicandolo pericoloso per la tenuta dei conti dello Stato in presenza di un debito pubblico sempre più alto. I Lep sono giudicati una sorta di compromesso con quanto resta della Carta la cui dissoluzione è stata avviata con la revisione del titolo V sotto il governo del centro sinistra.

Non parliamo solo dei diritti civili da salvaguardare su tutto il territorio nazionale ma dei diritti sociali che ormai sono ridotti al lumicino, istruzione, salute e sanità dovrebbero rappresentare un insieme di diritti da tutelare erga omnes, se parliamo di prestazioni sociali dovrebbe essere lo Stato, e non le regioni, a garantirne l’erogazione senza alcuna differenza su base territoriale.

Ora in teoria l’autonomia differenziata non avrebbe dovuto riguardare materie rilevanti e attinenti ai diritti civili e sociali ma sono proprio queste materie ad essere oggetto di spasmodica attenzione perché rappresentano uno snodo determinante per far passare la contro riforma. Esistono ragioni economiche e politiche molto forti alla base della rivendicazione di alcune regioni di gestire direttamente materie fino ad oggi di competenza statale, questa richiesta altro non è che la conseguenza di quella ideologia federalista alimentata da interessi economici e finanziari presenti nelle aree geografiche più forti del paese.

Ci sono ben 14 materie la cui gestione è demandata alle Regioni previa la definizione dei Lep che dovranno essere determinati dallo stesso Governo.

Ma siamo certi che il federalismo fiscale e una competenza assoluta delle regioni su innumerevoli materie non siano invece la premessa per aggirare in sostanza questi livelli minimi?

Del resto la legge prevede un sistema alquanto farraginoso proprio per la definizione dei Lep e uno Stato privo dei poteri che li competono sarà in grado di farlo assicurando a ogni cittadino italiano i medesimi diritti?

I diritti sociali saranno determinati da commissioni tecniche e non da principi assoluti, in questo modo perfino i pronto soccorso un domani potrebbero essere a pagamento adducendo la motivazione della sostenibilità economica, tanto che gli stessi Lep dovranno essere sempre e comunque compatibili con gli equilibri di bilancio e i fabbisogni standard decisi a tavolino senza alcuna verifica sulla loro reale efficacia.

La scelta del federalismo fiscale è in sintonia con i patti di stabilità e il contenimento della spesa pubblica, a mero discapito dei diritti sociali, del resto gli stessi Lep sono strettamente connessi con  tutti i meccanismi di finanziamento delle cosiddette funzioni fondamentali relative ai livelli territoriali di governo. Il calcolo dei costi standard sarà una ulteriore trappola perché molto dipende dalla composizione anagrafica della popolazione, dal loro reddito e anche dalla ricchezza del territorio visto che le aree con minore capacità fiscale potrebbero anche trovarsi in condizioni talmente precarie da indurli a tagliare i servizi. E non è sufficiente, almeno per noi, parlare di meccanismi perequativi a favore delle regioni meno ricche perché dentro un modello federale le spinte all’egoismo dei ricchi diventano preponderanti.

La definizione dei Lep dovrebbe assicurare poi un nucleo minimo di servizi essenziali a tutela dei diritti civili e sociali, è proprio questo nucleo minimo ad indurci a serie preoccupazioni perché una area geografica ricca potrà aggiungere servizi e prestazioni superiori che poi magari scopriremo essere semplicemente in linea con i reali fabbisogni, al contrario una area depressa potrà erogare servizi assai inferiori e del tutto inadeguati.

E ogni intervento perequativo dovrà superare le colonne d’Ercole della appropriatezza e della efficienza delle prestazioni anche in relazione alle risorse economiche disponibili, se ad esempio il Bilancio dello Stato dovrà effettuare qualche riduzione di spesa è scontato che a rimetterci saranno proprio i diritti sociali e le somme da devolvere alle aree depresse.

 E, ironia della sorte, ogni Regione potrà accrescere a suo piacimento le tasse, o anche a ridurle, con un sistema fiscale sempre più caotico e approssimativo.

Perfino il quotidiano confindustriale mette in guardia il Governo dall’autonomia differenziata, lo invita ad andare avanti ma salvaguardando livelli minimi ed essenziali delle prestazioni, ora ammesso che ciò sia possibile resta innegabile che autonomia differenziata e federalismo fiscale rappresentino sic et simpliciter una minaccia all’insieme dei diritti sociali.

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