sabato 15 agosto 2026

Pensioni, la bomba a orologeria: perché tra 20 anni milioni di italiani saranno vecchi e poveri - Federico Giusti

 

Oggi l’Italia può forse vantare presunti successi come il controllo della spesa pubblica e la riduzione del debito, ma la realtà è ben diversa: certi risultati sono il frutto di tagli e politiche antisociali. Nel tempo, le riforme del lavoro e della previdenza si sono dimostrate autentici disastri.

A oltre 30 anni dalla Riforma Dini, è tempo di tracciare un bilancio del sistema contributivo. Di fronte a una precarietà lavorativa dilagante, questo sistema è davvero socialmente sostenibile ed equo, o sta condannando una fetta crescente della popolazione a una vecchiaia in miseria?

Se l'obiettivo della riforma era contenere i costi previdenziali sul presupposto che ogni lavoratore si sarebbe pagato i propri contributi, come possiamo dormire sonni tranquilli in presenza di part-time involontari e profondi buchi contributivi? Come spesso accade in Italia, approvata una riforma si passa subito alla successiva, senza mai analizzare gli impatti e le ricadute reali delle norme precedenti.

Il confronto penalizzante con l'Europa

Il risultato è sotto gli occhi di tutti:

·         Età pensionabile teorica tra le più alte d'UE: 67 anni, che salgono verso i 68 con l'adeguamento all'aspettativa di vita.

·         Età di uscita effettiva ai vertici: 64,2 anni nel 2023, ben 8 mesi sopra la media UE (63,6 anni).

L'unico Paese allineato all'Italia per età di uscita reale è la Germania, che vanta tuttavia un welfare decisamente più ricco, assegni previdenziali più generosi e tutele contrattuali (come permessi e congedi retribuiti) nettamente migliori delle nostre.

                  ETÀ DI USCITA EFFETTIVA DAL LAVORO (2023)

                 

  Italia    ?????????????????????????????????????? 64.2 anni

  Media UE  ????????????????????????????????????   63.6 anni

Le colpe della politica e il nodo giovani

Non basta parlare di uscita teorica dal lavoro: occorre guardare all'uscita effettiva, presa atto dell'incapacità dei legislatori di valutare l'impatto distributivo delle varie controriforme. Si è scartato fin dall'inizio un principio guida tanto logico quanto socialmente avanzato: non siamo tutti uguali davanti alla pensione. Avere criteri differenziati in base alla gravità del lavoro e all'importo del futuro assegno dovrebbe essere la base per un'azione legislativa equa.

Esiste poi un problema strutturale mai affrontato dal mercato del lavoro: l'Italia non è un Paese per giovani, considerata l'entrata nel mondo dell'occupazione con anni di ritardo rispetto ai coetanei europei.

Se finora le pensioni italiane sono state relativamente generose, non è detto che lo saranno in futuro. Le crescenti disparità salariali si trasformeranno in vere e proprie disuguaglianze previdenziali. Il Governo ha accantonato l’idea di una pensione di garanzia per i lavoratori del contributivo puro, pur sapendo che molti di loro tra vent'anni saranno pensionati poveri, preferendo rinviare il problema a un'indefinita intesa con i sindacati.

Sperequazioni e soluzioni necessarie

Analizzando la spesa pensionistica emergono forti sperequazioni a favore dei redditi elevati:

·         780.000 pensionati percepiscono oltre 4.000 euro al mese.

·         400.000 pensionati superano i 5.000 euro al mese.

Oltre una certa soglia sarebbe doveroso stabilire un tetto redistributivo a favore dei redditi meno abbienti. La crescente sperequazione è stata spesso incoraggiata dalle direttive europee sul welfare: l'Italia, al netto delle imposte, spende meno di altri Paesi comunitari in protezione sociale e sostegno ai salari. Se si è poveri da lavoratori, lo si sarà ancora di più da pensionati.

Gli interventi previdenziali degli ultimi anni hanno ignorato due fattori decisivi:

  1. La precarizzazione strutturale del lavoro.
  2. La presenza di vuoti contributivi e la svalutazione dei contributi versati.

Queste "amnesie" hanno posticipato l'uscita dal lavoro per tutti (erga omnes) e allargato la forbice tra l'ultimo stipendio e il primo assegno pensionistico. Se un lavoratore con una busta paga di 1.600 euro percepisce una pensione pari al 60% dell'ultimo reddito, si ritrova di fatto alla soglia della povertà.

Per evitare il naufragio della tenuta sociale serve ciò che oggi viene rimosso dal dibattito pubblico: una riforma fiscale progressiva, una tassazione incisiva sui grandi capitali e interventi strutturali sul welfare. Non tutte le professioni possono usufruire della pensione alla stessa età: occorre intervenire subito con flessibilità e senza logiche punitive. Gli strumenti pratici esistono, ciò che manca è la volontà politica di attuarli.

da qui

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