Oggi l’Italia può forse vantare presunti successi come il controllo della spesa pubblica e la riduzione del debito, ma la realtà è ben diversa: certi risultati sono il frutto di tagli e politiche antisociali. Nel tempo, le riforme del lavoro e della previdenza si sono dimostrate autentici disastri.
A oltre 30 anni dalla Riforma Dini, è tempo di tracciare un
bilancio del sistema contributivo. Di fronte a una precarietà lavorativa
dilagante, questo sistema è davvero socialmente sostenibile ed equo, o sta
condannando una fetta crescente della popolazione a una vecchiaia in miseria?
Se l'obiettivo della riforma era contenere i costi previdenziali sul
presupposto che ogni lavoratore si sarebbe pagato i propri contributi, come
possiamo dormire sonni tranquilli in presenza di part-time involontari e
profondi buchi contributivi? Come spesso accade in Italia, approvata una
riforma si passa subito alla successiva, senza mai analizzare gli impatti e le
ricadute reali delle norme precedenti.
Il confronto penalizzante con l'Europa
Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
·
Età pensionabile teorica tra le più alte d'UE: 67 anni, che
salgono verso i 68 con l'adeguamento all'aspettativa di vita.
·
Età di uscita effettiva ai vertici: 64,2 anni nel
2023, ben 8 mesi sopra la media UE (63,6 anni).
L'unico Paese allineato all'Italia per età di uscita reale è la Germania,
che vanta tuttavia un welfare decisamente più ricco, assegni previdenziali più
generosi e tutele contrattuali (come permessi e congedi retribuiti) nettamente
migliori delle nostre.
ETÀ DI USCITA
EFFETTIVA DAL LAVORO (2023)
Italia ?????????????????????????????????????? 64.2
anni
Media UE ???????????????????????????????????? 63.6 anni
Le colpe della politica e il nodo giovani
Non basta parlare di uscita teorica dal lavoro: occorre guardare all'uscita
effettiva, presa atto dell'incapacità dei legislatori di valutare l'impatto
distributivo delle varie controriforme. Si è scartato fin dall'inizio un
principio guida tanto logico quanto socialmente avanzato: non siamo
tutti uguali davanti alla pensione. Avere criteri differenziati in base
alla gravità del lavoro e all'importo del futuro assegno dovrebbe essere la
base per un'azione legislativa equa.
Esiste poi un problema strutturale mai affrontato dal mercato del lavoro:
l'Italia non è un Paese per giovani, considerata l'entrata nel mondo
dell'occupazione con anni di ritardo rispetto ai coetanei europei.
Se finora le pensioni italiane sono state relativamente generose, non è
detto che lo saranno in futuro. Le crescenti disparità salariali si
trasformeranno in vere e proprie disuguaglianze previdenziali. Il Governo ha
accantonato l’idea di una pensione di garanzia per i
lavoratori del contributivo puro, pur sapendo che molti di loro tra vent'anni
saranno pensionati poveri, preferendo rinviare il problema a un'indefinita
intesa con i sindacati.
Sperequazioni e soluzioni necessarie
Analizzando la spesa pensionistica emergono forti sperequazioni a favore
dei redditi elevati:
·
780.000 pensionati percepiscono oltre 4.000 euro al
mese.
·
400.000 pensionati superano i 5.000 euro al mese.
Oltre una certa soglia sarebbe doveroso stabilire un tetto redistributivo a
favore dei redditi meno abbienti. La crescente sperequazione è stata spesso
incoraggiata dalle direttive europee sul welfare: l'Italia, al netto delle
imposte, spende meno di altri Paesi comunitari in protezione sociale e sostegno
ai salari. Se si è poveri da lavoratori, lo si sarà ancora di più da
pensionati.
Gli interventi previdenziali degli ultimi anni hanno ignorato due fattori
decisivi:
- La
precarizzazione strutturale del lavoro.
- La
presenza di vuoti contributivi e la svalutazione dei contributi versati.
Queste "amnesie" hanno posticipato l'uscita dal lavoro per tutti
(erga omnes) e allargato la forbice tra l'ultimo stipendio e il primo
assegno pensionistico. Se un lavoratore con una busta paga di 1.600 euro
percepisce una pensione pari al 60% dell'ultimo reddito, si ritrova di fatto
alla soglia della povertà.
Per evitare il naufragio della tenuta sociale serve ciò che oggi viene
rimosso dal dibattito pubblico: una riforma fiscale progressiva,
una tassazione incisiva sui grandi capitali e interventi strutturali sul
welfare. Non tutte le professioni possono usufruire della pensione alla stessa
età: occorre intervenire subito con flessibilità e senza logiche punitive. Gli
strumenti pratici esistono, ciò che manca è la volontà politica di attuarli.
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