lunedì 3 agosto 2026

in Cina, intanto



 

"La Cina è il nuovo centro della civiltà”. Dialogo con il sociologo peruviano Julio Roldán

Intervista di Geraldina Colotti

 

Questa intervista amplia le riflessioni avviate insieme al compagno Carlos Aznárez nel nostro programma Abrebrecha Venezuela a proposito del libro di Julio Roldán, Cina. Il nuovo centro della civiltà?. Con l'autore, abbiamo qui ripreso alcuni nodi analizzati nel volume circa lo sviluppo della Repubblica Popolare Cinese nello scenario multipolare contemporaneo.

Il saggio di Julio Roldán, di taglio storico e materialista, si addentra in uno dei dibattiti più complessi della sinistra rivoluzionaria attuale: la natura della Cina del XXI secolo e il suo ruolo nella riconfigurazione dello scacchiere globale.

Dalla rottura della Rivoluzione del 1949 guidata da Mao Tsetung, che distrusse il giogo coloniale e la struttura feudale del "Secolo dell'Umiliazione", fino alla complessa convivenza attuale tra la pianificazione statale e l'estrazione di plusvalore da parte di miliardari iscritti al Partito Comunista stesso, il libro pone una domanda: siamo davanti a una ritirata tattica di lungo respiro o a una normalizzazione della logica del capitale?

Nel contesto dell'aggressione imperialista anglo-statunitense e del servilismo delle élite europee, dice l'autore, comprendere la portata della proposta cinese — con le sue luci, le sue ombre confuciane e i suoi limiti pragmatici — non è un esercizio accademico: è una necessità di classe.

Nel mese di agosto, Julio Roldán, peruviano di nascita ma oggi residente in Germania, sarà in Italia per un giro di presentazioni del suo libro, con tappe già confermate a Roma e Milano.

 

Dottor Roldán, nel suo libro lei sottolinea che il maggior risultato storico della Rivoluzione del 1949 guidata da Mao Tsetung è stato la ricostruzione di una sovranità nazionale assoluta, che ha spazzato via il "secolo dell'umiliazione". Da una prospettiva materialista, qual è il confine tra la semplice difesa della sovranità nazionale e una vera lotta anti-imperialista orientata al socialismo?

In primo luogo, bisogna capire che la sovranità nazionale è una bandiera della borghesia nazionalista, così come dei settori fascisti, anch'essi nazionalisti. Il nazionalismo non è anticapitalista; si limita all'opposizione anti-imperialista. Come sappiamo, l'imperialismo è la fase suprema del capitalismo. Un autentico anti-imperialista deve essere indiscutibilmente anticapitalista, nella misura in cui il capitalismo è la base dell'imperialismo.

In secondo luogo, al capitalismo e al suo genitore, l'imperialismo, si deve opporre un nuovo sistema alternativo su tutti i piani e livelli, e questo non è altro che il sistema socialista. Nel caso della Cina, la lotta anti-feudale e anti-imperialista aveva come prospettiva il socialismo. È per questo che, quando il 1° ottobre 1949 viene proclamata la Repubblica Popolare Cinese, si pone la necessità di avviare ininterrottamente la costruzione del socialismo. Trattandosi di un'attività che abbraccia tutti i livelli della società, si sottolinea che il problema centrale da risolvere è quello ideologico e politico. La politica ha a che fare direttamente con il Potere. I cinesi hanno compreso perfettamente la frase attribuita a Plutarco (46-120), ripetuta da Lenin (1870-1924), che recita: "Salvo il potere, tutto è illusione". Mao Tsetung aggiunse: "Il potere nasce dalla canna del fucile". 

 

Lei affronta in modo onesto l'esistenza di miliardari nella Cina contemporanea e come il tessuto lavorativo sia stato subordinato alle esigenze della competizione internazionale. Come va interpretata questa contraddizione?

Il capitalismo come sistema possiede due stili, due forme per la riproduzione del capitale, il che in altre parole implica l'estrazione di un maggior plusvalore. In determinati momenti, a seconda delle congiunture, ricorre all'accumulazione privata, al libero mercato, al principio coniato dai francesi del laissez faire, laissez passer. In altre circostanze, ricorre al ruolo dello Stato come imprenditore per una nuova accumulazione o riproduzione del capitale. Una di queste forme predomina a seconda delle congiunture: sono i cosiddetti modelli economici. In fondo, queste due forme si combinano con la prevalenza di una di esse; nel sistema capitalista non esiste una forma pura, tutto è mescolanza. In sostanza, si può parlare di un'economia mista.

Questi due modelli principali di accumulazione e riproduzione del capitale hanno la loro espressione a livello politico: alcuni si dicono liberali, altri socialdemocratici e altri ancora liberali di sinistra. I primi vengono tipizzati come di destra conservatrice, i secondi e i terzi come progressisti.

Nella Cina attuale si dà questa combinazione. Sia l'impresa privata che l'impresa statale si intendono e si alimentano a vicenda. La particolarità è che i grandi miliardari esistenti in Cina negli ultimi 30 anni sono militanti del partito, che continua a chiamarsi Comunista. Questa esperienza è normalizzata, legalizzata. Sicuramente gli autentici comunisti cinesi, che ancora non si manifestano ideologicamente e politicamente, dovranno ripetere l'impresa della Lunga Marcia sotto altre condizioni: non più dalla campagna alla città, ma dalla città alla campagna. 

 

Nel dibattito della sinistra occidentale, molti liquidano l'esperienza cinese etichettandola semplicemente come "Capitalismo di Stato. Qual è la differenza, in termini di proprietà e potere politico, tra il controllo statale in Cina e il capitalismo di Stato per come lo si intende in Occidente?

Le differenze sono pochissime. Una di queste sarebbe che i cinesi chiamano il loro partito "Comunista". Ufficialmente affermano di stare costruendo il socialismo con caratteristiche cinesi. Sostengono di guidarsi, sul piano filosofico, dal pragmatismo di Confucio (551-479 a.C.) e di Mencio (372-289 a.C.). Il partito cinese proviene da una lunga esperienza di lotta storica iniziata quando era Comunista.

Le somiglianze sono più visibili. Il capitalismo ha leggi valide a tutte le latitudini: la produzione di merci, il plusvalore, la riaccumulazione e la riproduzione del capitale, per citare alcuni argomenti. A livello politico-sociale, il modello del "socialismo con caratteristiche cinesi" è nettamente imparentato con l'esperienza prussiana ai tempi di Otto von Bismarck (1815-1898), il cosiddetto "socialismo da caserma". In quel modello, lo Stato aveva un ruolo fondamentale in tutti gli aspetti della vita della società. 

 

Lei analizza il peso della tradizione culturale. Menziona il testo di Liu Shao-chi degli anni '50, in cui si equiparavano Marx e Lenin a Confucio e Mencio, una tendenza che sembra essere ritornata con il pragmatismo di Deng Xiaoping. Come deve intendersi oggi questo "neo-confucianesimo"?

Quelli che menziona sono due fenomeni che si combinano contemporaneamente. Uno permette di mantenere e sviluppare l'orgoglio e il nazionalismo cinese, che in molti casi confina con il fascismo. L'altro è l'ideologia che orienta lo sviluppo del piano della Nuova Via della Seta a medio termine e, a lungo termine, punta a convertire la Cina nel centro della civiltà mondiale. A predominare è la seconda.

Tornare consapevolmente alla tradizione, cioè al neo-confucianesimo, significa tornare alle idee dei tempi dello schiavismo e del feudalesimo. La diffusione delle idee di Confucio nelle scuole, la creazione di istituzioni per diffondere tale ideologia, la fondazione degli Istituti Confucio in tutti i paesi del mondo in cui la Cina ha ambasciate ne sono una dimostrazione. Con questo nuovo rilancio delle idee di Confucio comprendiamo meglio perché la Rivoluzione Culturale (1966-1976) ebbe come bersaglio proprio il confucianesimo. 

 

Lei riscatta la celebre tesi di Mao secondo cui l'imperialismo statunitense è una "tigre di carta" dal punto di vista strategico, ma deve essere preso sul serio dal punto di vista tattico. Di fronte al dispiegamento delle oltre 800 basi militari statunitensi e all'accerchiamento dell'Eurasia, come gioca la Cina con quelli che lei chiama i suoi "3 generali" — il tempo, la storia e la popolazione — per costruire la multipolarità senza cadere in una conflagrazione nucleare?

Quella cinese è una cultura che ha 5.000 anni di esistenza. In Cina la civiltà umana è nata 3.000 anni fa. È il popolo inventore e creatore per eccellenza; possiede la prima popolazione al mondo. È un paese-continente che può vivere 1.000 anni chiuso all'interno dei suoi confini. Queste sono le ragioni che hanno generato quella sicurezza in se stessi: la cosiddetta pazienza orientale. Avanzano senza fretta e senza sosta nel loro progetto della Nuova Via della Seta per diventare il centro della civiltà umana.

La multipolarità, la bipolarità o la guerra nucleare saranno la conseguenza di come evolveranno gli avvenimenti nelle altezze del potere dominante e anche di come i popoli, le classi subalterne e il proletariato si politicizzeranno e si organizzeranno per contrapporre un progetto alternativo ai padroni attuali del mondo.

 

L'Europa, e in particolare la Germania, sembra disposta a compromettere i propri interessi economici con la Cina pur di seguire gli Stati Uniti. Come legge questa scelta della borghesia europea?

L'Europa, dalla caduta dell'Impero Romano, è stata opera dei popoli germanici. Dal Rinascimento in avanti, con l'eccezione dell'apogeo delle quattro Repubbliche Marinare del Nord Italia (Genova, Milano, Venezia, Firenze), questa tendenza si mantiene fino all'attualità. I tre paesi che orientano la vita economico-politica, sociale e ideologico-culturale sono Inghilterra, Francia e Germania.

L'Europa ha perso la sua egemonia ed è cessata dall'essere il centro della civiltà mondiale tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Come conseguenza di ciò, si è trasformata in una sorta di provincia dell'imperialismo/Impero statunitense. Alle borghesie europee restano quattro alternative per continuare a mantenere una qualche presenza nel concerto economico-politico mondiale:

  1. Continuare a essere i partner minori degli Stati Uniti;
  2. Dare una svolta e legarsi alla vicina Russia;
  3. Rafforzare i legami con la Cina;
  4. Raggiungere una vera unione europea e tentare un confronto da pari a pari con le altre potenze citate. 

 

E come interpreta la politica generale della Repubblica Popolare Cinese verso l'America Latina in questo momento di inasprimento dell'aggressione imperialista Usa in cerca di una nuova Dottrina Monroe? 

La Cina ha un progetto economico a medio termine: la Nuova Via della Seta. In questa direzione, l'America Latina è molto importante per la Cina per via delle materie prime che importa e per il controllo dell'Oceano Pacifico; tutto in funzione del suo progetto strategico che consiste nel diventare il nuovo centro della civiltà mondiale. Non dimentichiamo che il capitalismo non ha amici, ha interessi. Il suo santo è il profitto e la sua parola d'ordine è la sicurezza. Il resto sono canti di sirene. 

 

La Cina è uno dei pilastri fondativi del blocco dei BRICS, una piattaforma che si presenta come l'alternativa finanziaria e politica all'ordine unipolare. Tuttavia, abbiamo visto come al Venezuela sia stato vietato o reso difficile l'ingresso a pieno titolo. Inoltre, dopo il gravissimo attacco dello scorso 3 gennaio, in cui le forze militari degli Stati Uniti hanno sequestrato il Presidente Nicolás Maduro e la primera combatiente e deputata Cilia Flores, la risposta diplomatica globale è stata sommessa. In questo quadro, qual è la sua lettura dei BRICS?

I BRICS sono un progetto a medio termine: non hanno ancora la capacità di intervenire attivamente nella problematica economico-sociale e politico-ideologica mondiale. I cinesi non supportano le lotte dei popoli del mondo nei loro processi di liberazione o rivoluzionari come facevano ai tempi in cui Mao Tsetung era in vita. È per questo che è facile comprendere il loro atteggiamento di fronte agli eventi che lei menziona in Venezuela, per citare un caso.

Coloro che credono che la Cina stia costruendo il socialismo e che, di conseguenza, sosterrà i popoli nella loro lotta contro l'imperialismo, sono avvisati. La pratica è il miglior criterio di verità: osserviamo ciò che fanno con le mani e non solo ciò che dicono con la lingua.

Infine, nonostante questa difficile situazione che stanno attraversando i popoli del mondo, in particolare la classe operaia, bisogna ricordare che il sistema capitalista è un sistema storico. Questo modo di produzione sociale è nato in un momento dato e, per logica deduzione, in un momento dato dovrà morire. Nessun sistema è eterno. Quel che è certo è che non si sfascerà da solo: deve essere abbattuto, storicamente superato. Questa è la sfida dei popoli consapevoli del mondo, e in particolare della classe operaia.

da qui

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