"La Cina è
il nuovo centro della civiltà”. Dialogo con il sociologo peruviano Julio Roldán
Intervista di Geraldina Colotti
Questa intervista amplia le riflessioni avviate insieme al compagno Carlos
Aznárez nel nostro programma Abrebrecha Venezuela a proposito
del libro di Julio Roldán, Cina. Il nuovo centro della civiltà?. Con
l'autore, abbiamo qui ripreso alcuni nodi analizzati nel volume circa lo
sviluppo della Repubblica Popolare Cinese nello scenario multipolare
contemporaneo.
Il saggio di Julio Roldán, di taglio storico e materialista, si addentra in
uno dei dibattiti più complessi della sinistra rivoluzionaria attuale: la
natura della Cina del XXI secolo e il suo ruolo nella riconfigurazione dello scacchiere
globale.
Dalla rottura della Rivoluzione del 1949 guidata da Mao Tsetung, che
distrusse il giogo coloniale e la struttura feudale del "Secolo
dell'Umiliazione", fino alla complessa convivenza attuale tra la
pianificazione statale e l'estrazione di plusvalore da parte di miliardari
iscritti al Partito Comunista stesso, il libro pone una domanda: siamo davanti
a una ritirata tattica di lungo respiro o a una normalizzazione della logica
del capitale?
Nel contesto dell'aggressione imperialista anglo-statunitense e del
servilismo delle élite europee, dice l'autore, comprendere la portata della
proposta cinese — con le sue luci, le sue ombre confuciane e i suoi limiti
pragmatici — non è un esercizio accademico: è una necessità di classe.
Nel mese di agosto, Julio Roldán, peruviano di nascita ma oggi residente in
Germania, sarà in Italia per un giro di presentazioni del suo libro, con tappe
già confermate a Roma e Milano.
Dottor Roldán, nel suo libro lei sottolinea che il maggior risultato
storico della Rivoluzione del 1949 guidata da Mao Tsetung è stato la
ricostruzione di una sovranità nazionale assoluta, che ha spazzato via il
"secolo dell'umiliazione". Da una prospettiva materialista, qual
è il confine tra la semplice difesa della sovranità nazionale e una vera lotta
anti-imperialista orientata al socialismo?
In primo luogo, bisogna capire che la sovranità nazionale è una bandiera
della borghesia nazionalista, così come dei settori fascisti, anch'essi
nazionalisti. Il nazionalismo non è anticapitalista; si limita all'opposizione
anti-imperialista. Come sappiamo, l'imperialismo è la fase suprema del
capitalismo. Un autentico anti-imperialista deve essere indiscutibilmente
anticapitalista, nella misura in cui il capitalismo è la base dell'imperialismo.
In secondo luogo, al capitalismo e al suo genitore, l'imperialismo, si deve
opporre un nuovo sistema alternativo su tutti i piani e livelli, e questo non è
altro che il sistema socialista. Nel caso della Cina, la lotta anti-feudale e
anti-imperialista aveva come prospettiva il socialismo. È per questo che,
quando il 1° ottobre 1949 viene proclamata la Repubblica Popolare Cinese, si
pone la necessità di avviare ininterrottamente la costruzione del socialismo.
Trattandosi di un'attività che abbraccia tutti i livelli della società, si
sottolinea che il problema centrale da risolvere è quello ideologico e
politico. La politica ha a che fare direttamente con il Potere. I cinesi hanno
compreso perfettamente la frase attribuita a Plutarco (46-120), ripetuta da
Lenin (1870-1924), che recita: "Salvo il potere, tutto è illusione".
Mao Tsetung aggiunse: "Il potere nasce dalla canna del fucile".
Lei affronta in modo onesto l'esistenza di miliardari nella Cina
contemporanea e come il tessuto lavorativo sia stato subordinato alle esigenze
della competizione internazionale. Come va interpretata questa contraddizione?
Il capitalismo come sistema possiede due stili, due forme per la
riproduzione del capitale, il che in altre parole implica l'estrazione di un maggior
plusvalore. In determinati momenti, a seconda delle congiunture, ricorre
all'accumulazione privata, al libero mercato, al principio coniato dai francesi
del laissez faire, laissez passer. In altre circostanze, ricorre al ruolo dello
Stato come imprenditore per una nuova accumulazione o riproduzione del
capitale. Una di queste forme predomina a seconda delle congiunture: sono i
cosiddetti modelli economici. In fondo, queste due forme si combinano con la
prevalenza di una di esse; nel sistema capitalista non esiste una forma pura,
tutto è mescolanza. In sostanza, si può parlare di un'economia mista.
Questi due modelli principali di accumulazione e riproduzione del capitale
hanno la loro espressione a livello politico: alcuni si dicono liberali, altri
socialdemocratici e altri ancora liberali di sinistra. I primi vengono
tipizzati come di destra conservatrice, i secondi e i terzi come progressisti.
Nella Cina attuale si dà questa combinazione. Sia l'impresa privata che
l'impresa statale si intendono e si alimentano a vicenda. La particolarità è
che i grandi miliardari esistenti in Cina negli ultimi 30 anni sono militanti
del partito, che continua a chiamarsi Comunista. Questa esperienza è
normalizzata, legalizzata. Sicuramente gli autentici comunisti cinesi, che
ancora non si manifestano ideologicamente e politicamente, dovranno ripetere
l'impresa della Lunga Marcia sotto altre condizioni: non più dalla campagna
alla città, ma dalla città alla campagna.
Nel dibattito della sinistra occidentale, molti liquidano l'esperienza
cinese etichettandola semplicemente come "Capitalismo di Stato. Qual è la
differenza, in termini di proprietà e potere politico, tra il controllo statale
in Cina e il capitalismo di Stato per come lo si intende in Occidente?
Le differenze sono pochissime. Una di queste sarebbe che i cinesi chiamano
il loro partito "Comunista". Ufficialmente affermano di stare
costruendo il socialismo con caratteristiche cinesi. Sostengono di guidarsi,
sul piano filosofico, dal pragmatismo di Confucio (551-479 a.C.) e di Mencio
(372-289 a.C.). Il partito cinese proviene da una lunga esperienza di lotta
storica iniziata quando era Comunista.
Le somiglianze sono più visibili. Il capitalismo ha leggi valide a tutte le
latitudini: la produzione di merci, il plusvalore, la riaccumulazione e la
riproduzione del capitale, per citare alcuni argomenti. A livello
politico-sociale, il modello del "socialismo con caratteristiche
cinesi" è nettamente imparentato con l'esperienza prussiana ai tempi di
Otto von Bismarck (1815-1898), il cosiddetto "socialismo da caserma".
In quel modello, lo Stato aveva un ruolo fondamentale in tutti gli aspetti
della vita della società.
Lei analizza il peso della tradizione culturale. Menziona il testo di Liu
Shao-chi degli anni '50, in cui si equiparavano Marx e Lenin a Confucio e
Mencio, una tendenza che sembra essere ritornata con il pragmatismo di Deng
Xiaoping. Come deve intendersi oggi questo "neo-confucianesimo"?
Quelli che menziona sono due fenomeni che si combinano contemporaneamente.
Uno permette di mantenere e sviluppare l'orgoglio e il nazionalismo cinese, che
in molti casi confina con il fascismo. L'altro è l'ideologia che orienta lo
sviluppo del piano della Nuova Via della Seta a medio termine e, a lungo
termine, punta a convertire la Cina nel centro della civiltà mondiale. A
predominare è la seconda.
Tornare consapevolmente alla tradizione, cioè al neo-confucianesimo,
significa tornare alle idee dei tempi dello schiavismo e del feudalesimo. La
diffusione delle idee di Confucio nelle scuole, la creazione di istituzioni per
diffondere tale ideologia, la fondazione degli Istituti Confucio in tutti i
paesi del mondo in cui la Cina ha ambasciate ne sono una dimostrazione. Con
questo nuovo rilancio delle idee di Confucio comprendiamo meglio perché la
Rivoluzione Culturale (1966-1976) ebbe come bersaglio proprio il
confucianesimo.
Lei riscatta la celebre tesi di Mao secondo cui l'imperialismo statunitense
è una "tigre di carta" dal punto di vista strategico, ma deve essere
preso sul serio dal punto di vista tattico. Di fronte al dispiegamento delle
oltre 800 basi militari statunitensi e all'accerchiamento dell'Eurasia, come
gioca la Cina con quelli che lei chiama i suoi "3 generali" — il
tempo, la storia e la popolazione — per costruire la multipolarità senza cadere
in una conflagrazione nucleare?
Quella cinese è una cultura che ha 5.000 anni di esistenza. In Cina la
civiltà umana è nata 3.000 anni fa. È il popolo inventore e creatore per
eccellenza; possiede la prima popolazione al mondo. È un paese-continente che
può vivere 1.000 anni chiuso all'interno dei suoi confini. Queste sono le
ragioni che hanno generato quella sicurezza in se stessi: la cosiddetta
pazienza orientale. Avanzano senza fretta e senza sosta nel loro progetto della
Nuova Via della Seta per diventare il centro della civiltà umana.
La multipolarità, la bipolarità o la guerra nucleare saranno la conseguenza
di come evolveranno gli avvenimenti nelle altezze del potere dominante e anche
di come i popoli, le classi subalterne e il proletariato si politicizzeranno e
si organizzeranno per contrapporre un progetto alternativo ai padroni attuali
del mondo.
L'Europa, e in particolare la Germania, sembra disposta a compromettere i
propri interessi economici con la Cina pur di seguire gli Stati Uniti. Come
legge questa scelta della borghesia europea?
L'Europa, dalla caduta dell'Impero Romano, è stata opera dei popoli
germanici. Dal Rinascimento in avanti, con l'eccezione dell'apogeo delle
quattro Repubbliche Marinare del Nord Italia (Genova, Milano, Venezia,
Firenze), questa tendenza si mantiene fino all'attualità. I tre paesi che
orientano la vita economico-politica, sociale e ideologico-culturale sono
Inghilterra, Francia e Germania.
L'Europa ha perso la sua egemonia ed è cessata dall'essere il centro della
civiltà mondiale tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Come conseguenza di
ciò, si è trasformata in una sorta di provincia dell'imperialismo/Impero
statunitense. Alle borghesie europee restano quattro alternative per continuare
a mantenere una qualche presenza nel concerto economico-politico mondiale:
- Continuare
a essere i partner minori degli Stati Uniti;
- Dare
una svolta e legarsi alla vicina Russia;
- Rafforzare
i legami con la Cina;
- Raggiungere
una vera unione europea e tentare un confronto da pari a pari con le altre
potenze citate.
E come interpreta la politica generale della Repubblica Popolare Cinese
verso l'America Latina in questo momento di inasprimento dell'aggressione
imperialista Usa in cerca di una nuova Dottrina Monroe?
La Cina ha un progetto economico a medio termine: la Nuova Via della Seta.
In questa direzione, l'America Latina è molto importante per la Cina per via
delle materie prime che importa e per il controllo dell'Oceano Pacifico; tutto
in funzione del suo progetto strategico che consiste nel diventare il nuovo
centro della civiltà mondiale. Non dimentichiamo che il capitalismo non ha
amici, ha interessi. Il suo santo è il profitto e la sua parola d'ordine è la
sicurezza. Il resto sono canti di sirene.
La Cina è uno dei pilastri fondativi del blocco dei BRICS, una piattaforma
che si presenta come l'alternativa finanziaria e politica all'ordine unipolare.
Tuttavia, abbiamo visto come al Venezuela sia stato vietato o reso difficile
l'ingresso a pieno titolo. Inoltre, dopo il gravissimo attacco dello scorso 3
gennaio, in cui le forze militari degli Stati Uniti hanno sequestrato il
Presidente Nicolás Maduro e la primera combatiente e deputata
Cilia Flores, la risposta diplomatica globale è stata sommessa. In questo
quadro, qual è la sua lettura dei BRICS?
I BRICS sono un progetto a medio termine: non hanno ancora la capacità di
intervenire attivamente nella problematica economico-sociale e
politico-ideologica mondiale. I cinesi non supportano le lotte dei popoli del
mondo nei loro processi di liberazione o rivoluzionari come facevano ai tempi
in cui Mao Tsetung era in vita. È per questo che è facile comprendere il loro
atteggiamento di fronte agli eventi che lei menziona in Venezuela, per citare
un caso.
Coloro che credono che la Cina stia costruendo il socialismo e che, di
conseguenza, sosterrà i popoli nella loro lotta contro l'imperialismo, sono
avvisati. La pratica è il miglior criterio di verità: osserviamo ciò che fanno
con le mani e non solo ciò che dicono con la lingua.
Infine, nonostante questa difficile situazione che stanno attraversando i
popoli del mondo, in particolare la classe operaia, bisogna ricordare che il
sistema capitalista è un sistema storico. Questo modo di produzione sociale è
nato in un momento dato e, per logica deduzione, in un momento dato dovrà
morire. Nessun sistema è eterno. Quel che è certo è che non si sfascerà da
solo: deve essere abbattuto, storicamente superato. Questa è la sfida dei
popoli consapevoli del mondo, e in particolare della classe operaia.
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