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lunedì 14 settembre 2026

LA SINISTRA “BRAMINICA” CHE ABBAIA ALLA LUNA - Salvatore Minolfi


La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni). 

Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).

Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti. 

Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.

No, non sto dicendo che la sinistra braminica fa così perché non vuol vedere, nel voto in Sassonia, la crisi della socialdemocrazia, il suo ideale eterno, astorico, atemporale. 

Sto dicendo che il voto sassone concede un’ultima possibilità (anche ai più duri di comprendonio) per capire che la sconfitta della socialdemocrazia (la fine della sua parabola storico-politica) si è consumata più di trent’anni fa. Il voto in Sassonia è come la scia luminosa di quelle stelle cadenti, che testimoniano di un evento veramente rilevante, avvenuto però molto ma molto tempo prima. 

Il guaio è che la sinistra braminica si è persa un’intera fase storica ed anche oggi continua a comportarsi come quell’esercito francese che – si rammaricava Marc Bloch ne “L’Étrange Défaite “ – stava sempre una guerra “indietro”.

La sinistra braminica ha un problema con la comprensione del proprio tempo storico. 

Nelle sue coordinate mentali, populismo e nazionalismo hanno smesso di essere categorie analitiche utili alla comprensione di fenomeni storico-sociali, per diventare pure etichette morali che urtano i “nostri valori”, la nostra coscienza “postmoderna” e “norm oriented”.

In questo approccio, il nazionalismo – trattato come un amalgama indistinto – viene interpretato come un mero “residuo arcaico” o come il semplice risultato della pura “manipolazione retorica”.  

E già solo questo ci rende incapaci di distinguere tra il nazionalismo che riemerge nelle società declinanti (introverso, difensivo, anti-globalista, centrato sulla protezione della comunità nazionale contro élite cosmopolite, immigrati, istituzioni sovranazionali) e quello che si afferma nelle società emergenti  (espansivo, ottimista, orientato a costruire sempre nuove connessioni, rivolto verso il riconoscimento esterno e la revisione dello status). 

Ora è il caso di smetterla di guardare un albero alla volta. La foresta esiste. E urge fare un bilancio. 

In Italia Meloni regna indisturbata ormai da quattro anni. La classe dirigente britannica è alla frutta (e forse anche il paese intero). Quella francese è appesa a un tenue filo, che prima o poi si spezzerà. Ed ora viene allo scoperto la gravità e la profondità della crisi tedesca: la fine di un modello che ha accumulato i suoi successi contribuendo agli squilibri globali (vent’anni fa i surplus tedeschi erano superiori a quelli cinesi), imponendo la deflazione salariale all’intera area euro e alimentando quella che alcuni definirono la “mezzogiornificazione” (il termine lo inventò Paul Krugman) delle aree della ex-DDR. Più in generale, da circa quindici anni l’economia tedesca era desincronizzata dai ritmi di crescita di quella europea: d’altra parte non puoi considerare veramente come un tuo mercato un’area che devasti sistematicamente con le politiche deflattive.

Nel contesto di un crollo generale degli equilibri mondiali, la crisi europea è appena al suo esordio. 

Il peggio deve ancora venire. Il fallimento non è di questo o quel paese. Ad essere fallito è l’intero progetto continentale. 

D’altra parte, se il delirante obiettivo di costruire l’homo europaeus attraverso la moneta unica (non avrai altro Dio!) non fosse già fallito, Bruxelles non si sarebbe convertita all’idea di una guerra permanente con la Russia, come ultimo tentativo di costruire un cemento comune tra 27 paesi che passano il loro tempo a farsi una spietata concorrenza fiscale. 

Qualcuno, nella foga della polemica, questo “segreto di Pulcinella” se l’è pure lasciato scappare: prima Mario Monti, giusto due anni fa (Assolombarda, 8 settembre 2024); poi recentemente Nathalie Tocci (sulle pagine di “The Economist”).

Nella più elementare delle dinamiche sociologiche, quando tutto è fallito, la sola evocazione di un nemico esterno può ridarti identità “in negativo”: tanto più se ha i caratteri grotteschi (l’eterno “trinariciuto”) che, con inquietante uniformità e serialità, una sempre più piccola, piccola, piccola (poiché culturalmente sempre più miserabile) borghesia europea – nel suo imbarazzante ‘orientalismo’ – evoca come responsabile di ogni disavventura (nel mentre protegge con tenacia e perseveranza il grande genocida che regna a Tel Aviv). 

Il mondo crolla e la sinistra braminica abbaia alla luna.

Il risultato sociale di questo ripiegamento involutivo è il declino politico-cognitivo delle classi dirigenti e la loro incapacità di affrontare i problemi reali. 

Saltando (per carità d’Europa) sul fatto che le nullità che stanno crollando una ad una si sono autoproclamate “coalizione dei volenterosi”, minacciando di trascinare in guerra proprio quegli elettori che a stento le sopportano, rimaniamo sul terreno delle questioni “interne”:

• riflessioni sulla parabola venticinquennale dell’economia europea: zero;

• riflessioni sulla polarizzazione sistemica dei redditi e dei patrimoni: zero;

• riflessioni sulla sistematica precarizzazione dei mercati del lavoro: zero;

• riflessioni sul declino sociale e sulla spirale del declassamento: zero;

• riflessioni sul declino dei sistemi educativi: zero;

• riflessioni sul degrado dei sistemi sanitari: zero;

• riflessioni sul declino della partecipazione politica: doppio zero (perchè poi, se la gente va a votare…).

Otto anni fa, Thomas Piketty – autore del memorabile volume “Il capitale nel XXI secolo” (2014)  – si chiedeva come fosse mai possibile che l’aumento vertiginoso della disuguaglianza dagli anni Ottanta in poi non avesse prodotto una corrispondente radicalizzazione della domanda politica di redistribuzione, ma fosse coinciso, invece, con l’indebolimento del voto di classe e con l’ascesa dei conflitti identitari, migratori e “populisti”. In breve: come spiegare la fine della socialdemocrazia europea e il suo totale annichilimento all’interno del sistema neoliberista. 

Da questa domanda nacque un interessante saggio storico-politologico, cui non fece seguito alcuna discussione pubblica. 

La sinistra braminica – preoccupata unicamente dei rendimenti del proprio “capitale educativo”, ha sistematicamente imposto un’agenda politico-culturale che ci ha condotti, anno dopo anno, a giungere intellettualmente e politicamente impreparati dinanzi a quella che potrebbe diventare una delle crisi più serie della storia europea.

da qui

giovedì 13 agosto 2026

Avidità vince, Piketty perde - Maurizio Onnis

 

Peter Thiel ci fa paura. Perché fonda, accumula, consuma società a ritmo forsennato, con fame insaziabile. Per quel suo apparire e sparire improvvisamente nei luoghi più lontani del pianeta. Perché parla con noncuranza di “Anticristo” e “Apocalisse”, risvegliando paure antichissime. Perché la sua identità politica è una minaccia: conservatore, ultrareazionario, convinto che la democrazia sia instabile e pericolosa. Perché è potentissimo e detta le decisioni ai governi. Perché non è mai stanco di accentrare a sé ogni cosa.

Se l’avidità di vita, denaro, forza, ha un nome, il suo nome è Peter Thiel. Soprattutto, Peter Thiel non è un personaggio da romanzo, da fumetto, da film, da serie televisiva. È una persona in carne e ossa. Esiste davvero. E non siamo affatto sicuri che abbia concepito Palantir per migliorarci la vita.

La politica si fa sul terreno, nelle condizioni date.

Per applicare una politica si parte da idee e programma, nella consapevolezza che idee e programma incontrano un limite, forse un ostacolo, qualche volta un brusco stop, nella pratica concreta. Nutrirsi di astrazioni fa bene solo fino a che si resta a livello di teoria. Cioè molto in alto. Non appena si scende a terra, le astrazioni mostrano il loro vero volto: ipotesi, che nove volte su dieci non superano il vaglio del reale. Tra le “condizioni date”, la più vincolante è incarnata dalle persone. Non c’è sogno o utopia che esoneri la politica dal misurarsi con uomini e donne in carne e ossa: storia raggrumata di passato, presente e futuro, speranze e paure, pregiudizi radicati anche quando assurdi, prepotenza e benevolenza. Tutto mescolato in una pozione impossibile da maneggiare senza ustionarsi.

Anche avidità. E l’avidità va presa sul serio. Perché sottacerla, fingere che non esista, che non sia costitutiva nostra, porta inevitabilmente al fallimento. Nessuna promessa di un radioso avvenire ha successo se pretende di espungere l’avidità dal novero delle passioni che vanno accettate, comprese, semmai instradate.

Non è antropologia, sociologia, psicologia. È prima di tutto politica.

Ancora più chiaramente: è il problema di una parte politica, la più progressista, la più a sinistra dello schieramento, che non trova sbocchi concreti nel mondo reale perché si rifiuta di conoscere e riconoscere le dinamiche del mondo reale.

Ecco qua: «Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso». Articolo recentissimo del “Fatto Quotidiano”.

Probabilità che un piano come quello di Piketty e soci si traduca in solide misure legislative, approvate dal Parlamento di un qualunque Paese occidentale in un futuro anche solo vagamente prevedibile? Nessuna. 

Si individua il problema, che esiste ed è dolorosamente concreto: ingiustizia sociale e crisi climatica. Si ipotizza una soluzione agli squilibri planetari logica e legittima ma per niente nuova: la redistribuzione della ricchezza. Si disegna un futuro globale fatto di percentuali: togli un tot dalle tasche di qualcuno e lo infili nelle tasche di qualcun altro. Il mondo migliora, sta scritto, come per incanto.

Realismo? Nessuno. Praticabilità? Nessuna. Aderenza ai rapporti di forza che sul terreno vincolano i rapporti sociali? Nessuna. Scarsissima stima, si direbbe, per le pulsioni che muovono gli uomini. Pulsioni buone, per fortuna, ma anche pulsioni poco eleganti: l’avidità, appunto, che spinge chi ha a volere di più. Rendendolo, a occhio e croce, non molto favorevole a cedere il 90% del reddito. Quei soldi sparirebbero, si nasconderebbero, diverrebbero inaccessibili, e la natura egoistica del capitale distruggerebbe il meccanismo stesso dell’equazione fiscale riparativa.

Bisogna dirlo, volendo fare l’avvocato del diavolo.

L’avidità non è solo una passione orrenda, che porta a schiacciare il prossimo nel nome del proprio tornaconto. È anche un motore potente. E a volte, quasi per caso, insieme a profonde disuguaglianze crea opportunità. Pretendere di vederci solo il male è segno di cecità ideologica.

Henry Ford faceva soldi a palate, ma voleva anche che i suoi operai avessero i salari migliori d’America (così poi si sarebbero comprati il Modello T). La Cina, quasi cinquant’anni fa, ha realizzato la fusione fredda: comunismo di Stato e capitalismo individuale riscritti e riversati nel capitalismo di Stato. È stato boom economico, anche se al prezzo di massicce e terribili migrazioni interne. Poi: qualcuno vuole negare che le socialdemocrazie europee abbiano fatto bene? Ma come altro si può definire il welfare occidentale se non una raffinata forma di “avidità controllata”? Ne abbiamo beneficiato tutti.

Non è vero che, a causa dell’avidità, pochissimi ci guadagnano e moltissimi, la stragrande maggioranza, ci rimettono. È storicamente falso. A meno di voler smentire le statistiche che dicono: negli ultimi due secoli, nel mondo, la percentuale di persone in povertà estrema è crollata dal 90% a meno del 10% attuale.  Perciò: giustificare l’avidità, nel nome dei suoi benefici, più o meno larghi, è sbagliato. Fingere di non vederla è un errore ancora più grande. Chi la elimina dall’orizzonte, chi costruisce interi palinsesti politici senza tenerla in conto, si allontana semplicemente dal pensiero della maggioranza.

La maggioranza magari ha torto, ma senza maggioranza non si arriva al potere, non si governa, non si fanno leggi che deroghino all’avidità. Per incanalarla o per stroncarla alla radice. Ma non per decreto.

Tornando al World Inequality Lab e a chi altro disegna scenari futuri per un mondo più giusto.

Nel Novecento, abbiamo avuto anche in Occidente molti esempi di misure redistributive parziali di successo. Ma elevare a sistema la redistribuzione della ricchezza non ha mai funzionato. Chi ci ha provato ha fallito. Nella cassetta degli attrezzi bisogna infilare, prima di iniziare a muoversi, alcune convinzioni fondamentali. Premesse necessarie a calarsi nella realtà senza ipocrisia e senza timore di chiamare le cose con il loro nome.

La natura umana esiste, se per “natura umana” intendiamo l’insieme delle pulsioni, emozioni, sentimenti, consapevoli o no, razionali o meno, che ci spingono ad agire. Siamo capaci, allo stesso tempo, di amare alla morte i nostri figli e di odiare a morte uno sconosciuto solo perché è nato troppo più a sud di noi. Per rimettere le cose a posto, vale dire per incamminarci verso un mondo che dia a tutti le stesse opportunità, non basta invocare giustizia e solidarietà. Questo significa vedere solo un pezzo del problema, chiudere gli occhi davanti al reale.

Non serve nemmeno illuminare graziosamente chi non ha capito, spiegandogli la questione e facendo pesare il nostro vago senso di superiorità. Questo è paternalismo. Che diventa elitarismo quando ci si rifugia nella convinzione che gli altri non ci arrivino per malafede, ignoranza o qualsiasi altra causa serva ad affossare loro e giustificare noi. 

Non servono nemmeno formule solo meccaniche. Degli economisti si può dire un gran male ma bisogna ammetterlo: a qualunque scuola si siano formati, molti di loro sanno ormai che non si riduce tutto ad un’equazione legata al mercato, alla moneta, agli investimenti. C’è molto di più da contemplare, dato l’animo umano, e questo “molto” non entrerà mai in una formula prescritta e di sicuro successo. Non funziona così.  

Per giocarsela con l’avidità, bisogna prima di tutto conoscerla e riconoscerla. Ammettere che l’uomo può fare cose buone e cose cattive, essere egoista e allo stesso tempo solidale. Serve evitare di sovrastimare le potenzialità emulative del bene: non illudersi che chi vede il bene sia spinto a fare il bene. Solo dopo, elaborare proposte che affrontino il problema.

Cosa ce ne facciamo di un progressismo che volta la faccia davanti a Pat Bateman?

A moltissimi piacerebbe ancora oggi indossare, con eleganza disinvolta, completi Canali, camicie Ike Behar, cravatte Bill Brass e scarpe Brooks Brothers. Proprio il tipo di abbigliamento, segno di successo naturale, da predestinati, che copre il corpo giovane e muscoloso di Pat Bateman e dei suoi amici. Naturalmente, senza gli allucinati omicidi notturni, perché siamo persone pacifiche. Ma questo è il sogno.

È probabile che Bateman non incontrerà mai Rousseau. Se lo incontrerà, ascolterà distrattamente le sue idee sull’origine sociale dell’avidità. Per poi dileggiarlo, parlandogli alle spalle. Quindi: chi ha un’idea su come trasformare l’avidità in un fattore positivo per tutti?

Si faccia avanti.

da qui

venerdì 5 giugno 2026

Tassare i grandi patrimoni

Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso - Alfonso Gianni

Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Ce lo spiega con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un piccolo, quanto prezioso, libro recentemente uscito anche in edizione italiana (I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi, 2026). In realtà la questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una giustizia fiscale.

La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit – ProPublica – ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere. Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro) ha chiarito come anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale – che pure esiste e va ovviamente combattuta – cioè da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza possono accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione.

I dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli – non sto rivelando segreti di Stato – dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo la cosiddetta curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo nazionale di storia americana, possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva per convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con il presidente George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che – prendendo sempre ad esempio gli Usa – nel 1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per cento. Eppure il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.

Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione – storicamente dimostrata – che l’estrema diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società.

Nel caso italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, impossibilitati sia ad evadere quanto ad eludere, e la capacità di spesa dei governi è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione, all’articolo 81, nel 2012). Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta facendo il Governo Meloni, ricevendo finora risposte negative.

È chiaro che ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso, che tuttavia potrebbe bene entrare nel programma di un Governo alternativo a quello attuale. In attesa che maturino le condizioni perché ciò accada, abbiamo sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli europei. Abbiamo quindi previsto di istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro. Non è la rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello Stato di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. È evidente che tale misura non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia sociale basata sui bisogni dei cittadini e la difesa dell’ambiente.

Perché la proposta di legge possa essere discussa dal Parlamento servono almeno 50mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli. Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di tempo precisi una Lip venga discussa e votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo integrale della Lip e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it. Per raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid o Cie: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014 .

da qui



La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi - Chiara Brusini

Il Global Justice Report degli economisti del World Inequality Lab, tra cui Thomas Piketty, propone una radicale trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100 per evitare la catastrofe ambientale: "La compressione delle disuguaglianze è condizione necessaria". Il reddito medio mensile di tutti gli Stati convergerebbe a 5mila euro.

Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso. Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in occasione dell’inizio della World Inequality Conference 2026, sono ben lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100. Vasto programma, a dir poco.

Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per evitare il collasso

La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la stabilità climatica. E senza una drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la catastrofe ambientale. “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico – dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4% l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5% l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.

Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo sovrano mondiale

Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico), soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori – tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione.

A ogni Paese dividendi in base alla popolazione

Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi, riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”, sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.

Cinquemila euro al mese per tutti

Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie condizioni.

Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la settimana cortissima

Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce “sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000 all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.

La camera di compensazione sognata da Keynes

Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie ricche.

Utopia o scelta politica?

Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità. Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione – che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste consolidate.

“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’ che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i suoi danni climatici.

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giovedì 5 agosto 2021

Come rispondere alle sfide della Cina - Thomas Piketty

 

Mentre il Partito comunista cinese (Pcc) celebra i suoi cento anni di esistenza, i paesi occidentali faticano a definire il loro atteggiamento nei confronti del regime di Pechino. Diciamolo chiaramente: bisognerebbe smetterla con l’arroganza occidentale e promuovere un nuovo orizzonte di emancipazione e di uguaglianza a livello mondiale, attraverso una nuova forma di socialismo democratico e partecipativo, ecologista e postcoloniale. Se invece i paesi occidentali continueranno a sentirsi superiori e a difendere un modello di capitalismo esasperato e fuori dal tempo, avranno difficoltà a rispondere alla sfida cinese.

Il regime di Pechino ha molte fragilità. Secondo il Global Times, quotidiano legato al Pcc, la democrazia in versione cinese sarebbe superiore al supermercato elettorale occidentale perché affida il destino del paese a un’avanguardia motivata e determinata, al tempo stesso selezionata e rappresentativa della società (il Pcc ha 90 milioni di iscritti, il 10 per cento della popolazione), e quindi più impegnata a servire l’interesse generale rispetto all’elettore occidentale, volubile e influenzabile.

Di fatto, però, il regime si avvicina sempre di più a una dittatura digitale, talmente perfetta che nessuno vuole somigliarle. Il modello di governo all’interno del partito è ancora meno convincente visto che non lascia alcuna traccia all’esterno, mentre tutti possono osservare il sistema di sorveglianza generalizzata attivo sui social network, la repressione dei dissidenti e delle minoranze, lo stravolgimento del processo elettorale a Hong Kong e le minacce contro Taiwan.

A tutto questo bisogna aggiungere la forte crescita delle disuguaglianze, e il sentimento d’ingiustizia sociale non potrà essere sempre risolto con qualche eliminazione mirata. Ma, nonostante queste debolezze, Pechino ha dei punti di forza: quando arriveranno le catastrofi climatiche potrà facilmente sottolineare le responsabilità delle vecchie potenze, che rappresentano una parte ridotta della popolazione mondiale ma hanno prodotto quasi l’80 per cento delle emissioni di anidride carbonica accumulata dall’inizio dell’era industriale.

Inoltre la Cina ricorda che si è industrializzata senza fare ricorso allo schiavismo e al colonialismo, di cui ha subìto le conseguenze. Non ha l’eterna arroganza dei paesi occidentali, sempre pronti a dare lezioni al mondo in materia di giustizia e di democrazia ma incapaci di affrontare disuguaglianze e discriminazioni, e disposti a compromessi con gli oligarchi. Dal punto di vista economico e finanziario, lo stato cinese ha risorse considerevoli, molto superiori ai suoi debiti, cosa che gli permette di avere una politica ambiziosa sul piano interno e su quello internazionale, in particolare sugli investimenti nelle infrastrutture e nella transizione energetica.

 

Attualmente il potere pubblico ha il 30 per cento di tutto quello che si può possedere in Cina (controlla il 10 per cento del settore immobiliare e il 50 per cento delle aziende), il che corrisponde a una struttura di economia mista non lontana da quelle viste in occidente durante gli anni del boom economico, tra il 1945 e il 1975. Al contrario è incredibile constatare che i principali stati occidentali si ritrovano oggi con risorse patrimoniali quasi nulle o addirittura in debito. Incapaci di far quadrare i conti pubblici (serviva una maggiore pressione fiscale sui contribuenti più ricchi), questi paesi si sono indebitati sempre di più e hanno messo in vendita una parte crescente delle risorse pubbliche.

Chiariamo un punto: i paesi ricchi sono ricchi nel senso che i patrimoni privati non sono mai stati così grandi, ma gli stati sono poveri. E se continuano così avranno un patrimonio pubblico sempre più ridotto, e i proprietari di titoli pubblici avranno non solo l’equivalente di tutti i beni pubblici (edifici, scuole, ospedali, infrastrutture, eccetera), ma anche il diritto di prelevare una quota crescente delle imposte dei futuri contribuenti. Al contrario si potrebbe fare come è stato fatto nel dopoguerra, ridurre il debito pubblico rapidamente aumentando le imposte sui patrimoni privati più grandi, dando allo stato un certo margine di manovra. Solo a questo prezzo infatti si potrà portare avanti un’ambiziosa politica d’investimento nell’istruzione, nella sanità, nell’ambiente e nello sviluppo.

Inoltre bisogna togliere i diritti di copyright sui vaccini, condividere le entrate delle multinazionali con i paesi del sud del mondo e mettere le piattaforme digitali al servizio dell’interesse generale. Bisogna promuovere un nuovo modello economico fondato sulla condivisione del sapere e del potere a tutti i livelli. Il neoliberismo, lasciando il potere ai più ricchi e indebolendo i poteri pubblici, non ha fatto altro che rafforzare il modello cinese. È tempo di passare a qualcosa di diverso.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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martedì 29 giugno 2021

Un reddito di base e un’eredità per tutti - Thomas Piketty

 

La crisi del covid-19 ci obbliga a ripensare gli strumenti della ridistribuzione e della solidarietà. Un po’ ovunque fioriscono proposte: reddito di base, lavoro garantito, un’eredità per tutti. Diciamolo subito: queste proposte sono complementari e non alternative. A lungo termine dovranno essere applicate tutte, per gradi e in quest’ordine. Cominciamo dal reddito di base. Oggi questa misura è insufficiente, soprattutto nel sud del mondo, dove in assenza di un salario minimo le persone non possono rispettare il lockdown. In India durante le elezioni del 2019 i partiti d’opposizione avevano proposto d’introdurre un reddito di base, ma i nazionalisti-conservatori al potere a Delhi continuano a rimandare.

In Europa esistono molte forme di reddito minimo, ma con inadeguatezze di vario tipo. In particolare è urgente renderlo accessibile anche ai cittadini più giovani e agli studenti (come succede già da tempo in Danimarca) e soprattutto alle persone senza domicilio o senza conto in banca, che spesso devono affrontare un percorso a ostacoli insormontabile.

Inoltre non dobbiamo sottovalutare l’importanza delle discussioni sulle valute digitali delle banche centrali, che idealmente dovrebbero portare alla creazione di un servizio bancario pubblico e gratuito, agli antipodi dei sistemi sognati dai privati (Bitcoin, Facebook, le banche). Tra l’altro è fondamentale estendere il reddito di base a tutti i lavoratori a basso salario, con un sistema di versamenti automatici in busta paga e sui conti bancari, senza che le persone coinvolte debbano farne richiesta, e collegati al sistema di tassazione progressiva.

Il reddito di base è uno strumento essenziale ma insufficiente. Il suo importo, in particolare, è sempre limitato: generalmente è compreso tra la metà e i tre quarti del salario minimo dei lavoratori a tempo pieno. Questo significa che, fin dalla sua concezione, può essere solo uno strumento parziale di lotta alle disuguaglianze. Per questo è preferibile parlare di reddito di base e non di reddito universale (un concetto che promette più di quanto possa garantire).

Quando si studiano le disuguaglianze, l’elemento più sorprendente è il persistere della concentrazione della proprietà

Uno strumento più ambizioso, che potrebbe essere istituito a complemento del reddito di base, è il sistema di garanzia dell’impiego proposto nel quadro delle discussioni sul new deal verde. L’idea è di proporre a tutte le persone un impiego a tempo pieno, con un salario minimo decente (15 dollari all’ora negli Stati Uniti). Il finanziamento sarebbe garantito dallo stato e i posti di lavoro nel settore pubblico e nelle associazioni (comuni, amministrazioni locali, enti senza scopo di lucro) sarebbero proposti dalle agenzie pubbliche per l’impiego. Un simile sistema potrebbe contribuire al processo di demercificazione e di ridefinizione collettiva dei bisogni, in particolare in materia di servizi alla persona e di transizione energetica. Permetterebbe anche di rimettere al lavoro i disoccupati durante le recessioni a costi limitati.

L’ultima misura che potrebbe completare questo insieme, accanto al reddito di base, alla garanzia dell’impiego e ai diritti derivanti da uno stato sociale esteso (istruzione e sanità gratuite, pensioni e sussidi di disoccupazione, diritti sindacali), è garantire un’eredità a ogni cittadino.

Quando si studiano le disuguaglianze, l’elemento più sorprendente è il persistere della concentrazione della proprietà. Il 50 per cento più povero della popolazione mondiale non ha praticamente mai avuto niente: oggi in Francia possiede il 5 per cento del patrimonio totale, mentre il 55 per cento è nelle mani del 10 per cento più ricco dei francesi. L’idea secondo la quale basta aspettare che la ricchezza si diffonda non ha senso: se fosse vero, sarebbe successo già da tempo.

La soluzione più semplice è una ridistribuzone delle eredità che permetta alla popolazione nel suo insieme di ricevere una somma minima. Per dare un’idea, questa eredità potrebbe essere di 12omila euro (ovvero il 60 per cento del patrimonio medio di ogni adulto). Versata a tutti i cittadini di 25 anni, sarebbe finanziata da un misto di tassazione progressiva sui patrimoni e sulle successioni. Chi oggi non eredita niente avrebbe 120mila euro, mentre chi eredita un milione di euro ne avrebbe 600mila. Siamo ancora lontani da una situazione di pari opportunità, un principio spesso difeso a livello teorico, ma che le classi privilegiate vedono come la peste.

L’obiettivo dell’eredità universale è aumentare il potere di contrattazione di chi non ha niente, permettendogli di rifiutare alcuni lavori, di avere una casa e di fare progetti. Questa libertà spaventa i ricchi e i datori di lavoro perché renderebbe i loro dipendenti meno arrendevoli, ma fa felici tutti gli altri. Ci stiamo riaffacciando sul mondo dopo essere stati a lungo in isolamento. Un motivo in più per rimetterci a pensare e a sperare.

 

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1411 di Internazionale.

 

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sabato 27 giugno 2020

La lotta delle ideologie secondo Thomas Piketty - Annamaria Testa




“L’intero modello economico deve essere ripensato, in modo più equo e sostenibile dopo la pandemia”, dice Thomas Piketty, intervistato dal Manifesto a proposito del suo nuovo, monumentale libro Capitale e ideologia (La Nave di Teseo, traduzione di Lorenzo Matteoli e Andrea Terranova).
“Monumentale” è la parola giusta. Sono 1.200 pagine, stampate su una carta patinata sottile e consistente, simile a quella che si usa per i dizionari.
Appoggio l’edizione di carta sulla bilancia per gli spaghetti. Sono quasi 1.100 grammi. Il corrispondente di una (assai abbondante) spaghettata per dieci persone.
Qui non provo nemmeno a commentarvele, le 1.200 pagine: ne verrebbe fuori un consommé scipito.
Vi offro invece, su un ideale vassoio, una serie di assaggi che provo, per quanto è possibile, a impiattare connettendoli tra loro, e che vi danno conto, anche, del linguaggio limpido usato da Piketty. Poiché si tratta di un libro di economia, di storia e di scienze sociali, la limpidezza è un attributo tutt’altro che scontato.
L’incipit è folgorante. E incrocia strutture socioeconomiche, sovrastrutture ideologiche e narrazioni.
Ogni società umana deve giustificare le sue disuguaglianze: è necessario trovarne le ragioni, perché in caso contrario è tutto l’edificio politico e sociale che rischia di crollare. Ogni epoca produce, quindi, un insieme di narrative e di ideologie contraddittorie finalizzate a legittimare la disuguaglianza, quale è o quale dovrebbe essere…
Nelle società contemporanee, si tratta in particolare della narrativa proprietarista, imprenditoriale e meritocratica: la disuguaglianza moderna è giusta, perché è la conseguenza di un processo liberamente scelto nel quale ognuno ha le stesse opportunità di accesso al mercato e alla proprietà e nel quale ciascuno gode naturalmente del vantaggio derivante dal patrimonio dei più ricchi, che sono anche i più intraprendenti, i più meritevoli e i più utili.
Ma questa narrazione è adesso diventata fragile. Una “favoletta meritocratica”. Cioè un modo molto comodo, per i privilegiati del sistema economico attuale, di giustificare qualunque livello di disuguaglianza senza nemmeno doverlo analizzare, stigmatizzando allo stesso tempo chi soccombe per le sue mancanze: di merito, di capacità e di diligenza. Questa ‘colpevolizzazione’ dei più poveri non esisteva o, almeno, non era così esplicita nei precedenti regimi basati sulla disuguaglianza, che sottolineavano invece la complementarità funzionale dei diversi gruppi sociali.
La disuguaglianza, insomma, non è “naturale”, e varia nel tempo e nello spazio: ci sono sempre state e sempre ci saranno molte alternative per regolare il sistema della proprietà, il sistema dell’istruzione e il sistema fiscale, le tre maggiori fonti della disuguaglianza.
È tutta questione di scelte, politiche e, prima ancora, ideologiche. In altre parole: a configurare le scelte è la struttura delle idee del mondo, della giustizia e della legittimità (appunto: l’ideologia) che ciascuna società adotta, attraverso un costante, conflittuale processo di sperimentazione storica.
Lo fa scegliendo di volta in volta (e giustificando ideologicamente) l’alternativa più favorevole a chi ha l’effettivo potere di scegliere, e scartando tutte le altre alternative possibili, in un costante, doloroso e conflittuale processo di creazione narrativa.
Il genere umano vive oggi in condizioni di salute mai godute prima nella sua storia: lo stesso vale per l’accesso all’istruzione e alla cultura.
Il reddito, nei limiti della possibilità di misurarlo, è passato da un potere d’acquisto medio (espresso in euro 2020) di 80 euro al mese per abitante del pianeta nel 1700, a circa 1000 euro al mese nel 2020. Questi importanti incrementi quantitativi, che – è bene ricordarlo – corrispondono a ritmi di crescita annuale media di appena lo 0,8%, accumulati in più di tre secoli, rappresentano comunque dei ‘progressi’ incontestabili dello stesso ordine di grandezza di quelli che si sono verificati per la salute e per l’istruzione; e provano che forse non è indispensabile una crescita del 5% annuo per garantire il benessere sul pianeta.
Dobbiamo ricordare che tra il 1700 e il 2020 la popolazione mondiale è passata da circa 600 milioni di persone a più di sette miliardi. Dobbiamo però anche stare attenti a non lasciarci ingannare dalla”media del pollo”. Il progresso esiste, ma è fragile e iniquo, e in ogni momento può essere cancellato dalle derive identitarie e dalla rinnovata crescita delle disuguaglianze, che si sono enormemente accentuate a partire dagli anni ottanta.
Nei capitoli centrali del suo testo, Piketty interpreta, alla luce delle disuguaglianze e dei sistemi di relazioni che si sono via via prodotti per giustificarle, le strutture sociali che si sono sviluppate non solo nell’Europa cristiana, ma anche “in moltissime società extraeuropee e nella maggior parte delle religioni, in particolare nel caso dell’induismo e dell’islam sciita e sunnita”.
(Immagino che trascuri la breve ma fiorente età comunale proprio perché sta andando in cerca delle disuguaglianze maggiori, mentre – se i miei modesti ricordi di storia non mi tradiscono – la società comunale coinvolge una consistente parte della cittadinanza nel governo, nella difesa e nell’amministrazione cittadina. È socialmente fluida e vede la nascita di un embrione di borghesia artigianale e mercantile).
Piketty si concentra, invece, sulla società trifunzionale, o ternaria, e sul grande sforzo di “astrazione, di concettualizzazione e di formalizzazione giuridica” cha dà luogo a un sistema che lascia tracce importanti nel mondo moderno. È un sistema in cui due classi distinte per legittimità, funzione e organizzazione – i nobili e il clero – controllano singolarmente una quota importante delle risorse e dei beni (tra un quarto e un terzo circa per ciascun gruppo delle proprietà totali disponibili, ovvero tra metà e due terzi per i due gruppi insieme, e talvolta ancora di più, nel caso del Regno Unito), fatto che permette a queste due classi di svolgere pienamente un ruolo sociale e politico dominante. Come tutte le ideologie basate sulla disuguaglianza, l’ideologia ternaria rappresenta un regime politico e un regime di proprietà e, al tempo stesso, una specifica realtà umana, sociale e materiale.
Per Piketty, la rottura definitiva con la società trifunzionale coincide con la rivoluzione francese del 1789, che tenta di ridefinire radicalmente le relazioni di potere e di proprietà, e consolida il perimetro della proprietà privata traducendolo in un’ideologia proprietarista. La quale abolisce i privilegi di nobiltà e clero e garantisce stabilità sociale, ma non riduce certo le disuguaglianze.
La concentrazione della proprietà privata è rimasta a un livello estremamente elevato tra il 1789 e il 1914. La sacralizzazione della proprietà è in qualche modo una risposta alla fine della religione come ideologia politica esplicita
L’idea di fondo è che il “vaso di Pandora” della redistribuzione della proprietà non dovrebbe mai essere aperto, e che se si comincia a parlare di redistribuzione non si sa dove si può andare a finire. Questo timore dell’instabilità e del caos è ancora ben presente nel dibattito odierno, e sostiene regimi fiscali che hanno poca valenza redistributiva, e offrono condizioni ideali per l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza.
Traiettorie analoghe, anche se differite nel tempo, si ritrovano nel Regno Unito (e guidano, per esempio, il risentimento irlandese nei confronti dei proprietari terrieri britannici assenteisti) e in Svezia, dove fino ai primi del novecento è rimasto in vigore un regime proprietarista basato sulla disuguaglianza più estrema.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, nel Regno Unito il 10 per cento dei proprietari più ricchi possedeva il 92 per cento del patrimonio privato totale, rispetto al ‘solo’ 88 per cento in Svezia e all’85 per cento in Francia. Dato ancora più significativo, nel Regno Unito l’1 per cento più ricco possedeva il 70 per cento del patrimonio privato totale, rispetto al 60 per cento in Svezia e al 55 per cento in Francia (anche se a Parigi il valore era superiore al 65 per cento).
Tutto questo accade proprio nel momento in cui per lo sviluppo sociale ed economico ci sarebbe bisogno di uguaglianza nell’istruzione, e non di sacralizzazione della proprietà, così iniquamente distribuita da minacciare la stabilità sociale e da “far emergere, alla fine del diciannovesimo secolo e nella prima metà del ventesimo, prima le contronarrazioni e poi i controregimi comunisti e socialdemocratici”.
A proposito di narrazioni: Piketty compie poi un ampio esame delle narrazioni che giustificano la disuguaglianza estrema delle società schiaviste, la distribuzione del potere e le diverse traiettorie seguite dalle società coloniali, fino ad arrivare al Giappone dello shogunato, e alla Cina imperiale, “diseguale e gerarchizzata, percorsa da continui conflitti di élite intellettuali, proprietariste e guerriere”. La sua conclusione è netta.
Tutte queste esperienze storiche hanno tuttavia un tratto comune: dimostrano come la disuguaglianza sociale non abbia mai nulla di ‘naturale’ ma sia, al contrario, sempre profondamente ideologica e politica. Ogni società non ha altra scelta che dare un senso alle proprie disuguaglianze; e le narrazioni che vengono elaborate in merito al bene comune non possono rivelarsi efficaci, se non sono dotate di un minimo di plausibilità e se non si concretizzano in istituzioni durature.
Il ventesimo secolo cambia la struttura delle disuguaglianze, ma le riduce solo per un breve periodo, e in seguito a eventi traumatici.
Nel 1914, alla vigilia della guerra, la prosperità del sistema di proprietà privata sembrava assoluta e inalterabile, esattamente come quella del sistema coloniale. Le potenze europee, al tempo stesso proprietariste e coloniali, sono al culmine del potere. I proprietari britannici e francesi detengono nel resto del mondo portafogli finanziari di dimensioni a tutt’oggi ineguagliate. Poco più di trent’anni dopo, nel 1945, la proprietà privata scompare nel sistema comunista (assurto al potere prima in Unione Sovietica e poco più tardi in Cina e nell’Europa orientale), e perde gran parte del suo potere anche in paesi che sono rimasti nominalmente capitalisti, ma che in realtà stanno diventando società socialdemocratiche, con combinazioni varie di nazionalizzazioni, sistemi pubblici d’istruzione e di assistenza sanitaria, e imposte fortemente progressive sugli alti redditi e sui grandi patrimoni. Gli imperi coloniali saranno di lì a poco smantellati.
Se osserviamo le diverse situazioni all’interno dell’Europa, scopriamo che tutti i paesi per i quali esistono dati disponibili registrano un crollo delle disuguaglianze tra il 1914 e il 1945-1950.
I grandi patrimoni vengono distrutti, espropriati, o subiscono gli effetti dell’inflazione. Vengono attuati prelievi eccezionali e progressivi sui capitali. Inoltre, “per la prima volta nella storia, e quasi negli stessi anni in tutti i paesi, le aliquote applicate ai redditi più alti e alle successioni più importanti raggiunsero livelli consistenti e stabili nel tempo, nell’ordine di alcune decine di punti percentuali”. Ma non solo.
All’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso, in Europa, gli elementi fondanti dello Stato sociale erano già in essere, con entrate totali superiori al 30% del reddito nazionale e un programma diversificato di spese sociali e per l’istruzione che assorbivano i due terzi del totale, in sostituzione delle spese sovrane che un tempo avevano la parte del leone. Questa spettacolare evoluzione è stata possibile solo dopo un radicale mutamento dei rapporti di forza politico-ideologici negli anni 1910-1950, in un contesto nel quale guerre, crisi e rivoluzioni denunciavano in modo plateale i limiti del mercato autoregolamentato e la necessità di integrazione nel sociale dell’economia.
Lo stallo degli investimenti in materia di istruzione registrato nei paesi ricchi a partire dagli anni ottanta-novanta del secolo scorso può spiegare non solo l’aumento delle disuguaglianze, ma anche il rallentamento della crescita.
A partire dagli anni ottanta, la speranza in un mondo più giusto e i progetti di trasformazione anche radicale si sono di fatto dovuti scontrare con il triste bilancio del comunismo sovietico (e le sue disuguaglianze fondate non sul patrimonio, ma su status e conseguenti privilegi) e con il disincanto.
A partire dagli anni novanta, un mondo iperconnesso e legato da un’infinità di relazioni fa da riscontro a una società ipercapitalista. Le disuguaglianze assumono forme anche nuove: per esempio, la disparità nelle emissioni di anidride carbonica. Gli stati competono anche in termini di concorrenza fiscale. I patrimoni non sono solo più concentrati, sono anche più opachi.
Le strutture sociali continuano ad avere una forte impostazione patriarcale, e le disuguaglianze di genere non si sono certo risolte. “L’ideologia meritocratica dell’attuale narrazione sociale si accompagna a una glorificazione di imprenditori e miliardari”, che sono “così presenti nell’immaginario contemporaneo da essere anche entrati con ruoli di spicco nel romanzo e nella finzione”.
Infine: le classi popolari, che in precedenza si riconoscevano nei partiti comunisti, socialisti, laburisti, socialdemocratici che componevano la sinistra elettorale, si sono ritrovate deluse dall’incapacità di quei partiti di promuovere programmi convincenti a proposito di istruzione, fisco, politiche internazionali.
Oggi “i partiti e i movimenti politici della sinistra sono diventati quelli maggiormente votati dagli elettori più istruiti e – in alcuni contesti – stanno per diventare i partiti con gli elettori più ricchi in termini di reddito e di patrimonio”.
Se il conflitto politico degli anni 1950-1980 era “classista”, ora siamo in uno spazio politico complesso, e in un sistema di “élite multiple”, distinte per istruzione, o per reddito e patrimonio.
È una trasformazione radicale, che ricorre in tutte le democrazie, e che porta a ridefinire le categorie stesse di “sinistra” e “destra”, e a trascurare il tema cruciale della redistribuzione del reddito.
“La sinistra, che era il ‘partito dei lavoratori’, si è trasformata nel ‘partito dei laureati’ (che propongo di chiamare la ‘sinistra intellettuale benestante’), senza averlo di fatto voluto e senza che nessuno l’abbia veramente deciso”.
In sostanza, sembra essere “il partito dei vincitori della globalizzazione”. E le classi popolari? Be’, quelle si ritirano dalla competizione politica e non vanno a votare.
‘Sinistra intellettuale benestante’ e ‘destra mercantile‘ incarnano valori ed esperienze in qualche modo complementari. E condividono anche non pochi tratti comuni, a cominciare da una certa dose di ‘conservatorismo’ di fronte all’odierna situazione di disuguaglianza. La sinistra crede nell’impegno e nel merito nello studio; la destra, nell’impegno e nel merito negli affari. La sinistra si prefigge l’acquisizione di titoli di studio, di sapere e di capitale umano; la destra, l’accumulazione di capitale monetario e finanziario. Possono anche presentare delle divergenze su alcuni punti. La ‘sinistra intellettuale benestante’ può volere più imposte, rispetto alla ‘destra mercantile’, per esempio al fine di finanziare i licei, le grandes écoles e le istituzioni culturali e artistiche a cui è legata. Ma entrambe le parti condividono una netta adesione al sistema economico attuale e alla globalizzazione nel suo assetto attuale, che di fatto avvantaggiano sia le élite intellettuali sia quelle economiche e finanziarie.
Se alla sinistra intellettuale e alla destra pro-mercato si affiancano una sinistra più “radicale” e una destra nativista e nazionalista, ecco che abbiamo l’attuale sistema del confronto politico, che si identifica secondo le due discriminanti principali della tutela della proprietà e dei confini: sono quattro blocchi ideologici, ciascuno dei quali è contraddistinto da una propria narrativa, a cui si aggiunge il quinto di chi non va a votare.
Le traiettorie di sviluppo, a partire da questa situazione instabile, sono numerose, e comprendono il possibile, ed “enormemente dannoso” successo elettorale dei ‘nazionalisti’, soprattutto se questi riusciranno a sviluppare una forma di socialnativismo, vale a dire un’ideologia che abbina obiettivi sociali ed egualitari, ma riservati ai soli ‘nativi’, a forme violente di esclusione nei confronti dei ‘non nativi’.
Solo con la riapertura del dibattito sulla giustizia e sul modello economico conseguente si potrà fare in modo che il tema fondamentale della proprietà e della disuguaglianza prenda il sopravvento sulle questioni dei confini e dell’identità.
Il punto essenziale consiste nell’istituire uno spazio di deliberazione e di decisione democratica che consenta di adottare a livello europeo dispositivi efficaci di giustizia fiscale, sociale e climatica.
Il caso di Israele offre probabilmente l’esempio più estremo di democrazia elettorale in cui il conflitto identitario ha preso il sopravvento su tutte le altre dimensioni.
Il problema delle relazioni con il popolo palestinese e con gli arabi israeliani è diventato quasi l’unica questione politica significativa.
Nel periodo 1950-1980, il partito laburista israeliano aveva un ruolo centrale nel sistema dei partiti e promuoveva la riduzione delle disuguaglianze socioeconomiche e lo sviluppo di forme cooperative originali. Ma, non avendo saputo elaborare in tempo una soluzione politica praticabile e adatta alle comunità umane in gioco – soluzione che avrebbe implicato la creazione di uno Stato palestinese o lo sviluppo di una forma originale di Stato federale binazionale –, il partito laburista oggi è quasi scomparso dal panorama elettorale israeliano, e ha lasciato il campo a lotte senza fine tra fazioni interessate solo alle questioni securitarie.
Piketty sostiene che oggi la disuguaglianza estrema deprime lo sviluppo, e delinea un nuovo “socialismo partecipativo”: bisogna tornare a usare la leva fiscale (reddito, patrimonio o successioni) secondo una regolamentazione al livello sovranazionale.
Le imprese devono essere cogestite (esistono già diversi esempi europei). Un fisco più equo deve finanziare la riconversione ecologica, un reddito universale di base e una dotazione universale di capitale, che ogni cittadino riceve al compimento dei 25 anni. L’accesso universale e paritario all’istruzione, che è cruciale, deve essere non solo promosso, ma garantito. Insomma: la proprietà privata rimane (e deve rimanere) ma il suo impatto viene mitigato dalla presenza di forti meccanismi redistributivi. E, soprattutto, non è un diritto permanente ed ereditario. Tutto ciò sembra essere, tra l’altro, una condizione necessaria, anche se non ancora sufficiente, per poter contrastare con efficacia il cambiamento climatico.
Si tratta di proposte che potrebbero sembrare radicali, ma in realtà sono in linea con un’evoluzione iniziata alla fine del diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo, per quanto riguarda sia la condivisione del potere nelle imprese, sia l’aumento della tassazione progressiva. Questa dinamica evolutiva si è interrotta negli ultimi decenni, da un lato perché la socialdemocrazia non è stata in grado di rinnovare e internazionalizzare il suo progetto; dall’altro perché il drammatico fallimento del comunismo di stile sovietico ha inaugurato in tutto il mondo, a partire dagli anni ottanta e novanta del secolo scorso, una fase di deregolamentazione incontrollata e di rinuncia a ogni ambizione egualitaria (della quale la Russia attuale e i suoi oligarchi costituiscono senza dubbio il caso più estremo).
Come ci si arriva, senza che il mondo esploda? Piketty non è troppo esplicito su questo punto ma, nelle conclusioni, riformula l’affermazione che Marx ed Engels fanno nel Manifesto (la storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta di classe) in questi termini: “La storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta delle ideologie e della ricerca di giustizia”.
Ha ripetuto mille volte che molteplici traiettorie, segnate da infinite biforcazioni, sono sempre possibili. E ora invita i mezzi d’informazione e i cittadini a formarsi un’opinione indipendente, senza dar troppo retta agli economisti.
Questa sintesi è il mio contributo per voi.
In questi tempi di somma incertezza politica, economica e sociale, speriamo solo, tutti quanti, di saper capire in tempo quali sono la traiettoria e la biforcazione giusta. Forse non sono esattamente quelle indicate da Piketty, ma vale di sicuro la pena di parlarne e di cominciare, proprio a partire da cambiamento climatico e contrasto alle disuguaglianze, a farsi qualche domanda.

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