La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
lunedì 7 settembre 2026
venerdì 4 settembre 2026
La guerra della NATO in Ucraina: la vera storia, raccontata da Glenn Diesen nel febbraio 2023. Basta con la storia falsa! - Glenn Diesen
(raccolto da A. Volpi)
Ci viene
continuamente detto che l’invasione russa è stata non provocata e motivata
esclusivamente dal desiderio di annettere territori. La conclusione, quindi, è
che non sia possibile negoziare con Mosca e che il ruolo della NATO nella
guerra consista esclusivamente nell’aiutare l’Ucraina a difendersi. Con una
simile narrazione, siamo portati a credere che esista soltanto una soluzione
militare e che la Norvegia abbia dovuto abbandonare la propria tradizione di
non inviare armi nelle zone di guerra.
Ma se fosse
stata la NATO a provocare la guerra e a sabotare tutti i
tentativi di pace, allora le forniture di armi dovrebbero essere interpretate
come un cinico utilizzo degli ucraini in una nuova Guerra fredda contro la
Russia.
Riconoscere il coinvolgimento della NATO in questa guerra è
necessario per poter avviare negoziati e non deve essere confuso con un
sostegno all’invasione russa dell’Ucraina.
Nel 1990
avevamo costruito una nuova Europa inclusiva con la Carta di Parigi per una
nuova Europa. L’accordo si fondava sui principi della «sicurezza indivisibile»
e dell’«uguaglianza sovrana», in un’Europa senza linee di divisione. Quattro
anni dopo sviluppammo un’istituzione comune per la sicurezza con la Russia,
l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE),
fondata sugli stessi principi.
La decisione
di espandere la NATO comportò l’abbandono di quei principi.
Invece della «sicurezza indivisibile», la NATO accrebbe
la propria sicurezza a spese di quella russa. Invece di un’Europa senza linee di divisione, ci
troviamo oggi a combattere una nuova Guerra fredda per decidere dove tracciare
le nuove linee di demarcazione. Ucraina, Georgia, Bielorussia e Moldova sono
diventate così la nuova linea del fronte.
Nel 1994
persino il presidente Clinton avvertì che l’espansione della NATO avrebbe
potuto destabilizzare l’Europa, perché la creazione di una nuova linea di
separazione tra Est e Ovest avrebbe potuto trasformarsi in una profezia
autoavverante di una futura contrapposizione. Quando Clinton cambiò posizione,
il suo segretario alla Difesa, William Perry, prese in considerazione le
dimissioni per protesta. Perry sostiene che coloro che spingevano per
l’espansione della NATO sapessero che essa avrebbe distrutto
la pace con la Russia, ma ritenessero che ciò non fosse importante perché la
Russia era debole. Il loro atteggiamento, in sostanza, era: «Chi se ne
importa di quello che pensano?» Jack Matlock, ambasciatore statunitense in
Unione Sovietica che aveva partecipato ai negoziati per porre fine alla Guerra
fredda, condannò l’espansionismo della NATO come un tradimento
nei confronti della Russia, che aveva distrutto le basi per una pace duratura.
George Kennan, l’architetto della politica americana di contenimento
dell’Unione Sovietica, predisse che l’espansione della NATO sarebbe
stata una provocazione destinata a inaugurare una nuova Guerra fredda e che, se
la Russia avesse reagito alle provocazioni, la NATO avrebbe
erroneamente attribuito a Mosca tutta la responsabilità. Portare l’Ucraina
dalla nostra parte della nuova linea di divisione europea era una ricetta per
la guerra. William Burns, allora ambasciatore statunitense in Russia e oggi
direttore della CIA, aveva avvertito nel 2008 che l’ingresso
dell’Ucraina nella NATO avrebbe potuto provocare una guerra
civile e che la Russia sarebbe probabilmente intervenuta a sostegno
dell’Ucraina orientale, cosa che Mosca non avrebbe voluto essere costretta a
fare.
Angela
Merkel condivideva questa valutazione quando sostenne che concedere all’Ucraina
un Membership Action Plan per l’ingresso nella NATO sarebbe
stato interpretato da Mosca come «una dichiarazione di guerra». La NATO,
tuttavia, continuò a spingere gli ucraini verso un’adesione che essi non
desideravano. Nel 2011 la NATO pubblicò un rapporto nel quale
sosteneva che la principale difficoltà nelle sue relazioni con l’Ucraina fosse
proprio la forte impopolarità dell’adesione alla NATO: alcuni
sondaggi mostravano un sostegno inferiore al 20% della popolazione. Nel
2014 la NATO sostenne una «rivoluzione democratica» che non
godeva del sostegno della maggioranza degli ucraini e che violava la
Costituzione. Telefonate intercettate e successivamente rese pubbliche mostrarono
che gli Stati Uniti avevano scelto il nuovo gruppo dirigente già alcune
settimane prima di contribuire alla rimozione dal potere del presidente
democraticamente eletto. Dopo il colpo di Stato iniziò prevedibilmente la
guerra civile e la Russia intervenne. Il conflitto sembrò essere risolto nel
febbraio 2015 con gli Accordi di Minsk, ai quali si erano impegnate
tutte le parti, compreso l’Occidente. Da allora abbiamo appreso che Stati Uniti
e Gran Bretagna avrebbero sabotato l’accordo di pace per sette anni. Germania e
Francia hanno successivamente sostenuto che l’accordo fosse stato creato
soltanto per guadagnare tempo e consentire di armare «la loro» Ucraina. Nel
2019 Volodymyr Zelensky fu eletto con il 73% dei voti sulla base di un
programma di pace. Aveva promesso di attuare gli Accordi di Minsk per
raggiungere la pace con il Donbass e con la Russia. Ma successivamente
fece una completa inversione di rotta dopo che nazionalisti finanziati e
addestrati dagli Stati Uniti lo minacciarono di morte. Nel 2021 Mosca cercò
di negoziare con la NATO per fermare l’aumento della presenza
americana lungo i suoi confini, compresa la modernizzazione da parte
della NATO di due porti ucraini che avrebbero potuto essere
utilizzati dalle navi da guerra americane. L’ex responsabile dell’analisi
sulla Russia presso la CIA sostenne nel dicembre 2021 che la
Russia avrebbe potuto invadere l’Ucraina perché «il rischio dell’inazione» era
diventato troppo grande. La Russia invase l’Ucraina nel febbraio 2022 con
l’obiettivo di stabilire un nuovo status quo, dopo otto anni di guerra nel
Donbass e il progressivo rafforzamento delle forze armate ucraine da parte
della NATO. Tre giorni dopo l’invasione erano già iniziati i
negoziati. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett svolse un ruolo di
mediazione e sostiene che Russia e Ucraina volessero entrambe raggiungere
un accordo in base al quale l’Ucraina sarebbe rimasta fuori dalla NATO in
cambio del ritiro delle forze russe. Secondo Bennett, però, Stati
Uniti e Gran Bretagna sabotarono l’accordo di pace perché volevano utilizzare
contro la Russia l’esercito ucraino che avevano costruito. Anche il
Ministro degli Esteri turco confermò che le due parti erano arrivate molto
vicine a un accordo che prevedeva la neutralità dell’Ucraina in cambio del
ritiro russo.
Secondo la
Turchia e l’ex comandante delle forze armate tedesche, anche questo accordo di
pace sarebbe stato sabotato da Stati Uniti e Gran Bretagna, che volevano
combattere contro la Russia utilizzando gli ucraini.
La strategia
di provocare un maggiore coinvolgimento russo in Ucraina era già stata indicata
tra le raccomandazioni di un rapporto RAND del 2019, commissionato
dall’esercito statunitense, su come indebolire la Russia.
Il
segretario alla Difesa americano dichiarò che l’obiettivo della guerra era
indebolire la Russia. Il senatore Mitch McConnell confermò che «i freddi,
duri e concreti interessi americani» erano alla base della
volontà di indebolire e sconfiggere la Russia. Il senatore Lindsey Graham
spiegò che gli Stati Uniti stavano ottenendo un buon affare: inviavano armi
mentre Zelensky prometteva che «avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo».
Se si fosse
trattato di un’invasione non provocata e opportunistica, le forniture di armi
avrebbero potuto indurre la Russia a ritirarsi, facendo aumentare i costi della
guerra oltre i benefici. Ma se la Russia considera la NATO una
minaccia esistenziale, le forniture di armi non faranno altro che intensificare
il conflitto, spingendolo verso una guerra nucleare.
Invece di
utilizzare l’Ucraina come pedina nella nuova Guerra fredda, dovremmo sostenere
i negoziati per fornire a Mosca le garanzie di sicurezza che aveva richiesto un
anno prima, basandoci sugli accordi esistenti degli anni Novanta che abbiamo
abbandonato.
domenica 30 agosto 2026
mercoledì 29 luglio 2026
Entrare nelle crepe: guida alla resistenza civile contro l’1% - Elena Basile
Continuiamo a scrivere fin quando e ovunque ce lo permettano! Se un giorno ci saranno degli storici che analizzeranno questi tristi giorni — nei quali la mancata risposta alla sfida climatica, robotica e nucleare comporterà inevitabili conseguenze —, essi potranno correggere, con la nostra versione, la narrativa criminale a cui lavora l’apparato mediatico. Sapranno che la società civile era in fermento; che molteplici voci si levavano nel deserto; che movimenti del dissenso nascevano come funghi; e che qualche formazione politica, come i 5 Stelle in Italia e alcune forze della sinistra radicale in Europa, aveva il coraggio di condannare il genocidio e di appellarsi a una mediazione con la Russia.
L’atlantismo
filoneoconservatore e il neoliberismo sono la cifra del mainstream. Tutto: da
destra al centro-sinistra. Vorrei che qualcuno mi spiegasse, su questi temi, la
differenza esistente tra politici come Renzi, Gentiloni, Tajani e la Meloni.
Non ne vedo alcuna, se non qualche sfumatura:
- Le destre, più pragmatiche nei confronti
della Russia e pronte a riconoscere la convenienza di una mediazione, sono
però fanatiche nell’odio verso l’Islam e i palestinesi.
- Il centro-sinistra, a volte più consapevole delle
ingiustizie sofferte a Gaza, è invece fanatico e in preda al delirio
contro la Russia, del tutto incurante del rischio nucleare.
- Le destre sono negazioniste della
minaccia climatica; il centro-sinistra si dichiara
falsamente consapevole, ma affossa la transizione ecologica con le guerre.
La
differenza tra questi due schieramenti, in Italia come in Europa e negli Stati
Uniti, riguarda unicamente i valori di facciata e il censo degli elettori.
Generalizzando,
possiamo affermare che le destre si rivolgono ai meno
abbienti, ai perdenti della globalizzazione, e cercano un ritorno ai principi
della tradizione, dell’identità nazionale, dell’ordine e dell’autorità.
Promuovono la più sfrontata accettazione delle gerarchie sociali ed etniche,
per cui il bianco ha sempre ragione rispetto all’”intruso” immigrato, il
gioielliere che uccide è una persona per bene, il criminale che ruba (senza
uccidere) va disumanizzato, il poliziotto violento va perdonato, l’israeliano è
“buono e amico” e si difende dal criminale palestinese. Uno sciorinamento di
luoghi comuni che deriva anche dalla mancanza di istruzione e cultura di parte
dell’elettorato di destra.
Il
centro-sinistra, i socialisti europei e i democratici americani (ma anche la Forza Italia
rivisitata dai figli di Berlusconi) si rivolgono invece a un ceto medio
arricchito, a una piccola borghesia impiegatizia e benestante, a una
popolazione più colta che viaggia e si professa progressista. Può quindi
sfoggiare una certa comprensione per il debole — immigrato, palestinese o
povero che sia — utilizzando i valori umanistici, le battaglie contro le
disuguaglianze, i diritti della donna e delle minoranze e la consapevolezza
climatica in modo puramente strumentale contro le destre.
Si tratta di
una manovra manipolatoria. A prescindere dalla retorica, il centro-sinistra, i
socialisti europei e i DEM restano espressione dello Deep State statunitense.
Quando si tratta di decidere, sono filo-israeliani e complici del genocidio
quanto le destre; sono anti-immigrati e spensieratamente dimentichi dei diritti
umani (si pensi alle politiche sull’immigrazione di Minniti); sono a favore
delle guerre e del progetto neoconservatore di dominio sulla Russia e sull’Iran
nello scontro contro le potenze del surplus. Affossano con il riarmo la
transizione climatica dopo averla difesa a parole, e continuano con le
politiche neoliberiste, le privatizzazioni, i trasferimenti finanziari dai più
poveri ai più ricchi, distruggendo lo Stato sociale a vantaggio del Keynesismo
militare.
È difficile
capire quale delle due destre — quella populista o quella tecnocratica — sia la
più pericolosa. Certamente la cancellazione dei principi costituzionali da
parte delle destre terrorizza: un autoritarismo provinciale e rozzo che
minaccia soprattutto l’Italia. Eppure credo che il centro-sinistra, i
socialisti europei e i DEM siano nel lungo periodo maggiormente deleteri, in
quanto manipolano quella parte di opinione pubblica che potrebbe invece
svegliarsi e opporre una sana e consapevole resistenza politica. Giocano il
ruolo del “poliziotto buono” e la piccola e media borghesia illuminata si fa
trascinare verso campagne militariste e fasciste, convinta di difendere la
democrazia, la libertà, i diritti sociali e quelli degli immigrati, che vengono
invece massacrati proprio dalla cosiddetta élite progressista.
Insomma, non
si sa più dove voltare la testa. Non so se personaggi come Picierno, Calenda,
Renzi, Quartapelle o Gentiloni possano davvero essere considerati difensori
della Costituzione italiana solo perché si sono schierati per il “No” al
referendum sulla giustizia. Sono gli stessi che difendono la censura contro i
media russi, che vogliono sanzioni esplicite per chi esprime un pensiero
diverso dalla narrativa NATO, che silenziano gli oppositori mettendo veti sulla
partecipazione a programmi come TG1/TV7 (ipocritamente
ritenuti liberi e progressisti), che cancellano l’Articolo 11 della
Costituzione contrario alla guerra. Hanno un potere radicato in Europa ed
egemonizzano la cultura, sponsorizzando operazioni che pompano autori letterari
del tutto incompetenti, per non parlare del teatro o del cinema.
In sintesi:
- Le destre sono espressione di un
vecchio potere fascistoide, rozzo, impreparato e non ancora del tutto
radicato, vicine all’anomalia inquietante di un pericoloso parvenu come
Trump.
- I socialisti europei sono vicini allo Deep
State americano (e finalmente ne possiamo parlare senza essere
considerati complottisti, visto che persino Mieli e Rampini hanno
recentemente fatto propria questa espressione): un potere radicato nelle
istituzioni, nell’intelligence, nella burocrazia, negli apparati mediatici
più sofisticati (come la CNN e la BBC), nella diplomazia, nei centri di
ricerca e nell’accademia.
La
direttrice dello IAI (che, sebbene porti avanti l’agenda dei Democratici
americani e dei neoconservatori alla Victoria Nuland, viene spudoratamente
chiamato “istituto di ricerca”) si è recentemente vantata di aver scritto un
articolo per The Economist in cui perora l’invio di truppe di
giovani europei in Ucraina per “forgiarne lo spirito guerriero”. La retorica
militarista più becera è diffusa non solo da Nathalie Tocci, ultima ruota del
carro, ma anche da intellettuali progressisti come Antonio Scurati, autore di
libri di grande successo in Europa basati su una ricostruzione volgarizzata del
fascismo, di cui finisce oggi per diffondere proprio i valori legati alla
virilità e al sacrificio per la Patria.
Per molti di
noi le domande ricorrenti sono:
- Come è possibile che le
marionette politiche e la classe servente non si preoccupino del futuro
riservato ai loro stessi figli e nipoti?
- Come è possibile che non temano
un’escalation militare con una potenza nucleare?
Se leggiamo
la dottrina militare americana, appare chiaro che la difesa dell’unipolarismo e
il confronto con le potenze del surplus (in primis la Cina) potranno portare a
una catastrofe nucleare e alla fine della vita sul pianeta. Come è possibile
che l’élite e i suoi colletti bianchi, per quanto corrotti, non capiscano cosa
c’è in ballo e non tutelino neanche i propri affetti?
Geopsichiatria. Mi ritornano in mente le
parole dell’antropologo Emmanuel Todd. Come fermare la follia di chi ormai
crede — o finge di credere — alla propria stessa propaganda e a luoghi comuni
che neanche la più standardizzata soap opera statunitense farebbe propri? “Israele
si difende come può” e “L’Ucraina combatte per la democrazia
occidentale”.
Bisogna
svegliare il popolo dei rassegnati: chi sa ma vota comunque per i soliti
perché “tanto non ci sono alternative”, o chi si rifugia nel
non-voto convinto (come in Iran) che nulla possa mai cambiare. Bisognerebbe che
il dissenso smettesse di frammentarsi, di inseguire identità ed assoluti
cedendo all’eterna irrilevanza. Sarebbe essenziale individuare dei mecenati in
grado di finanziare, in Europa, media alternativi che arrivino nelle case delle
tante persone ignare e turlupinate dalla propaganda rozza di Vespa o da quella
più sofisticata della Gruber.
Chi è bravo
e ha fatto storia in televisione come Santoro, insieme ai pochi media rimasti
che ospitano il pensiero libero (come Il Fatto Quotidiano o il
programma Accordi e Disaccordi, che purtroppo a volte sembra una
brutta copia dei talk show progressisti), dovrebbero unirsi per una causa
comune: la creazione di un’informazione veramente libera.
No, non ho
preso alcuna droga per sognare una simile utopia. Credo che la speranza possa
ancora salvare il genere umano: essa è la capacità di immaginare una realtà
differente e di cercare razionalmente una via d’uscita dalla trappola.
Purtroppo la
storia del povero Bernie Sanders negli USA, del laburismo anglosassone e delle
sinistre europee fino agli anni Ottanta ci insegna che, se si prova a cambiare
il centro-sinistra o il cosiddetto socialismo europeo dall’interno, si viene
ingoiati e si finisce per contribuire alla mutazione antropologica in corso.
Come non
essere silenziati e ghettizzati se si rifiutano i compromessi e le alleanze che
snaturano la lotta politica? Questa domanda cruciale dovrebbe aprire un
grande dibattito pubblico.
Oggi la
contraddizione tra popolo ed élite sta esplodendo. Dobbiamo entrare nelle crepe
che si stanno creando perché, come cantava Cohen, è proprio attraverso
di esse che entra la luce.
Il
capitalismo finanziario senza pianificazione, senza socialismo di mercato e
senza protezione dei diritti umani è sprofondato nel nichilismo, in guerre
suicide che rischiano di eliminare la civiltà occidentale. Non riesce più a
garantire l’accumulazione di capitale in Occidente. La concentrazione della
ricchezza in pochissime mani e l’impoverimento massiccio della popolazione sono
insostenibili. La distruzione dei beni comuni, a cominciare da istruzione e
sanità, è sotto gli occhi di tutti. La burocratizzazione della ricerca
scientifica, i rischi della rivoluzione robotica e la minaccia climatica sono
tali da rendere indispensabile la cooperazione in un mondo multipolare.
Dividere il
mondo in blocchi economici, monetari, militari e valoriali è il modo più rapido
per soccombere al disastro. Di questo l’opinione pubblica europea dev’essere
informata, affinché la pressione per cambiare la classe dirigente si rafforzi e
raggiunga il suo scopo.
Contro le
lobby della finanza, delle armi e di Israele, contro i diktat dell’intelligence
e degli apparati mediatici, la società civile del 90% può organizzarsi: non
dobbiamo restare schiavi degli interessi di quell’1% che, comunque vada,
riuscirà a subire meno danni di tutti gli altri.
mercoledì 22 luglio 2026
sabato 27 giugno 2026
Denazificare II – Sandra Russo
Quando l'Operazione Speciale in Ucraina iniziò nel 2022, Putin dichiarò che uno degli obiettivi era "denazificare" l'Ucraina. La parola scandalizzò. Era inaspettata. Quella caratterizzazione suonava ancora esagerata ed improvvisa. Putin continua a non gradire gli europei, che hanno una cattiva percezione storica della Russia. Georgy Zukov, maresciallo nella battaglia di Stalingrado, l'aveva avanzata: "Abbiamo liberato l'Europa dal fascismo, ma non ci perdoneranno mai." Ecco perché, a causa di quella vecchia tirannia, ci fu gioia e risentimento quando Cechov fu bandito, non era un grande sostenitore di Putin (Checov morì molto prima), ma catturò l'anima russa che l'Europa non può sopportare. Quella cosa sanguinosa, ancestrale, che non attraversa la brutalità ma la profondità. Un enorme paese ancorato alla fede. Religioso, esistenziale, politico.
Nel primo decennio del secolo scorso,
Lou Andreas Salomé viaggiò attraverso la Siberia con suo marito, il signor
Andreas, e il suo amante, Reiner Maria Rilke. Andavano a incontrare Tolstoj. Lei
era un'aristocratica russa che fin da giovane visse in Germania come
studentessa, e la sua famiglia sarebbe stata espulsa dalla Rivoluzione a venire.
E scrive nella sua autobiografia che in quel lungo viaggio capì che nell'intensa
fede dei contadini russi, nella loro ostinazione di fronte al clima, nel loro
stoicismo, nella loro gioia, il colpo di frusta rivoluzionario che aveva
portato alla fine del mondo in cui era nata era latente.
Oggi
l'Europa considera ancora Putin un tiranno. Ma si lascia abbindolare da Trump,
che è un fascista. Che usa algoritmi per far cadere il suo missile Tomahawk con
precisione su una scuola femminile. È l'Europa che sta diventando nazista. Sta
iniziando a vedere il vero volto di Israele, ma non fa nulla e si rifiuta di
vedere il volto del suo squilibrato partner transatlantico.
Chi
avrebbe mai pensato che, nel suo declino, nella sua agonizzante caduta,
l'Occidente avrebbe indossato un'ultima maschera, e che questa sarebbe stata
quella nazista?
La
mappa politica dell'America Latina sta andando in quella direzione. Non è un
caso che la scorsa settimana l'UE abbia approvato il proprio ICE per deportare
gli immigrati, e che questa settimana in Colombia ci siano state elezioni
palesemente truccate che hanno proclamato vincitori un fascista, un fan di
Milei, un avvocato dei narcotrafficanti, un tizio che sostiene che il cervello
delle donne sia troppo debole per ricoprire cariche pubbliche. C'è già un
intero cast di personaggi con i baffetti. Milei, Kast, Bukele, Paz, Noboa, De
la Espriella, costituiscono il realismo sadico di un suprematismo autoctono che
si articola con i nazisti, i quali a loro volta sono superiori, ovviamente, a
quest'ultimo Occidente.
Per
quanto riguarda questo Paese (l’Argentina),
questa settimana la ripugnante maggioranza ha giocato la sua parte anche al
Congresso. Nessuno degli enormi danni che Milei ha causato e continua a causare
dal dicembre 2023 sarebbe stato possibile senza il sostegno dei sostenitori di
Macri, dei radicali e dei peronisti traditori. Lo hanno accompagnato in tutto.
Milei è l'inferno alimentato da tutto il purgatorio.
Questa
settimana hanno ceduto il nostro territorio, la nostra sovranità e la nostra
indipendenza. Letteralmente. È questa intera banda di mascalzoni, gangster e
ladri, insieme a giudici, pubblici ministeri e ai media mainstream, che sta
gestendo, in modo caotico ma inarrestabile, la macchina della nostra
distruzione.
Questa
è la vera divisione che dovrebbe essere inevitabile se fossimo sani di mente.
giovedì 28 maggio 2026
giovedì 14 maggio 2026
Se Cappuccetto Rosso sceglie il lupo come nonna? - Ennio Remondino
L’Unione europea aveva il gas russo in abbondanza e a
basso prezzo. Poi, a causa dell’invasione dell’Ucraina proclama la ‘ferrea
determinazione a rinunciare all’energia russa’, scavando di fatto la fossa
all’industria europea, denuncia qualcuno. Mentre l l’Unione che moltiplica le
sanzioni a Mosca aumenta di nascosto l’importazionie di gas naturale liquefatto
russo. Ed ecco che la nota fiaba citata da Analisi Difesa ci propone un
Cappuccetto Rosso che il Lupo se lo cerca.
Ursula anti
Merkel sul fronte baltico anti russo
«La seconda
Commissione von der Leyen, promette e decreta da anni il pieno affrancamento
dalla dipendenza dal gas russo, che dovrebbe essere totale entro la fine del
2027». Bugia politica, con 91 spedizioni e via nave in Europa dal terminale
russo di Yamal, mare di Kara, Artico russo, tra gennaio e aprile. +17,2%
rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 5,71 milioni di tonnellate a
6,69 milioni di tonnellate. Bruxelles, in evidente imbarazzo, ammette un
‘leggero aumento’. E a conti fatti scopri che la Ue ha imposto lo stop al gas
russo via gasdotto, in quantità enormi e a prezzo concordato, per incrementare
l’importazione di GNL, trasportato via nave, scaricato nei porti, rigassificato
e più costoso del gas via tubo e il cui approvvigionamento è molto più
problematico e soggetto a oscillazioni di mercato dei prezzi e condizioni
geopolitiche, tipo blocco dello stretto di Hormuz. Astuzia doppia, con Donald
Trump l’accordo in conto Ue a comprare 750 miliardi di dollari di costosissima
energia made in USA in tre anni.
Fobia anti
russa
Questione
democrazia sul fronte ucraino, tra il dire e il fare. Oggi la Russia è il
secondo fornitore di GNL ai paesi dell’Unione con una quota del 17 per cento.
Costosa scelta di principio? ©l gas che andiamo ad acquistare a prezzi di
mercato in nazioni sinceramente democratiche e rispettose dei diritti umani,
politici, gender (mica come la Russia di Putin) quali Azerbaigian, Algeria,
Congo…». Risultato di fatto: l’incremento dei costi per luce, gas, carburanti e
beni alimentari verso una maggiore spesa per una famiglia media intorno ai
mille euro nel 2026, con punte fino a 1.200-1.300 euro per nuclei con figli e
maggiore intensità di consumi energetici. «Quasi 29 miliardi di euro il conto
che famiglie e imprese italiane dovranno sostenere quest’anno per far fronte ai
rincari di luce, gas e carburanti, dopo lo choc energetico legato alla crisi
mediorientale».
Flop Europa
sul fronte energetico
Fronte
energetico da incubo, unito al fallimento della politica industriale e
ambientale, della politica estera e dei programmi di riarmo ormai palesemente
insostenibili, per qualsiasi analista onesto. Con l’attuale Commissione già
alle prese con le conseguenze dell’attacco all’Iran di Stati Uniti e Israele.
L’emergenza imporrebbe massimo pragmatismo e non ideologie da guerra fredda. Ci
credete? Ed ecco la favola di Cappuccetto e il Lupo in versione aggiornata, con
gli Stati Uniti ormai incontestabilmente contro gli interessi dell’Europa i cui
vertici attuali alla vigilia di elezioni nazionali a perdere si ostinano ad
affidarsi all’alleanza con Washington che non esiste più. E nonostante Trump
ostenti disprezzo e minacce nei confronti degli europei che non obbediscono
immediatamente alle sue disposizioni o osino criticare le sue discutibili e
spesso confuse iniziative politiche, diplomatiche e militari.
America Lupo
e Ue Cappuccetto Rosso
Ma non è da
oggi cge Stati Uniti colpiscono duro gli interessi dell’Europa: «dal sostegno
alle primavere arabe alla guerra alla Libia, all’insurrezione in Siria fino al
golpe del Maidan del 2014 a Kiev in cui gli USA investirono 5 miliardi di
dollari (lo disse al Congresso il sottosegretario Victoria Nuland)». Le
diplomazie lo sanno, ma i governi fanno finta di non sapere perché non sapendo
come poter reagire. «Eppure, nonostante questi esempi e i numerosi altri che si
potrebbero elencare, in quasi tutta Europa ci si preoccupa paradossalmente di
difendere la storica intesa strategica con gli Stati Uniti. La pavida Europa
novella Cappuccetto Rosso, si ostina a voler vedere la nonna (o il “paparino”
per dirla con il segretario generale della Nato Mark Rutte) anche quando il
lupo ha smesso di nascondersi dentro i suoi abiti e si palesa apertamente per
quello che è», denuncia il severo Giandomenico Gaiani.
Mosca Europa
rispetto alla Russia asiatica
La
riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti un orizzonte
necessario non solo per chiudere il conflitto ma soprattutto per ristabilire
una cornice di sicurezza con Mosca che consenta di riprendere le forniture di
energia russa, unica speranza per salvare l’economia europea. Putin, nella
conferenza stampa dopo la parata sulla Piazza Rossa, ha affermato che la guerra
in Ucraina «si avvia alla conclusione». Un’Europa debole ed economicamente in
ginocchio non può aiutare l’Ucraina sull’orlo del tracollo. Non a caso
dall’inizio del conflitto nel Golfo le offensive russe sono proseguite in modo
blando. Accenni di dialogo. «Quali frutti daranno queste aperture al dialogo lo
vedremo presto ma appare evidente che l’improvvisa esigenza degli europei di
negoziare con Mosca è una conseguenza diretta della crescente consapevolezza
che gli Stati Uniti non sono più nostri alleati».
La riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti, in modo
esplicito o meno, un orizzonte necessario non solo per chiudere il
conflitto ma soprattutto per ristabilire una cornice di sicurezza con Mosca che
consenta di riprendere le forniture di energia russa, unica speranza per
salvare l’economia europea.
giovedì 23 aprile 2026
Soloviev insulta Meloni: geopolitica degli insulti internazionali - Alessandro Orsini
Il caso degli insulti di Soloviev a Giorgia Meloni è molto interessante ai fini dei miei studi sulla manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali. Definisco la manipolazione dell’opinione pubblica come segue: la manipolazione dell’opinione pubblica è l’estrazione del consenso dalla classe governata da parte della classe governante mediante l’inganno. Detto più semplicemente, la manipolazione dell’opinione pubblica è la classe governante che induce i cittadini a credere il falso per ricavare consensi elettorali mediante l’inganno e la menzogna.
Meloni ha
stretto un accordo con Zelensky per costruire droni e Soloviev l’ha insultata.
È intervenuto persino il presidente Mattarella in difesa di Giorgia
Meloni.
Apparentemente,
è incredibile e surreale che in Italia scoppi un putiferio istituzionale perché
un giornalista russo offende il presidente del Consiglio. I giornalisti
italiani che insultano e offendono Putin sono moltissimi. Nel mio libro Casa
Bianca-Italia, ho raccolto alcuni degli insulti violentissimi dei
giornalisti italiani contro Putin. Eppure, le massime cariche dello Stato russo
non sono mai intervenute per difendere Putin dagli insulti dei giornalisti
italiani perché quegli insulti non hanno alcuna importanza per la classe
politica russa.
La domanda
che dobbiamo porci, in sede di analisi della manipolazione dell’opinione pubblica,
è la seguente: se la classe politica russa non attribuisce nessuna importanza
agli insulti dei giornalisti italiani contro Putin, perché la classe politica
italiana attribuisce un’importanza enorme agli insulti dei giornalisti russi
contro Meloni?
La risposta
richiede di andare oltre l’apparenza.
Tutto è
radicato nelle relazioni internazionali tra l’Italia e la Russia e nella natura
di Stato satellite dell’Italia.
Le relazioni
Italia-Russia sono state ottime, fino al 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione
russa dell’Ucraina L’Italia era un Paese talmente amico della Russia che, il 3
giugno 2017, Carlo Calenda, all’epoca ministro, si recò in Russia a stringere
le mani di tutti i gerarchi di Putin alla ricerca di intese economiche e
commerciali, nonostante la Russia fosse già sotto sanzioni per l’invasione
della Crimea del 2014. Tutti potranno trovare in rete la foto di Calenda che
stringe la mano del ministro dell’energia russa. Nel governo Renzi dell’epoca,
Calenda era il capo della componente più filo-russa del governo, come dimostra
il suo atteggiamento ossequioso verso Putin e il ministro dell’energia russo.
Ma poi è scoppiata la guerra in Ucraina. Biden decise di sconfiggere la Russia
sul campo di battaglia e la classe politica italiana ebbe improvvisamente
bisogno di cancellare alcuni decenni di storia per convincere gli italiani che
la Russia odia l’Italia. Il modo migliore di persuadere gli italiani a odiare
la Russia consiste nel convincere gli italiani che la Russia odia
l’Italia. Il problema è che la Russia non odia l’Italia e, infatti, la
Russia non ha mai assunto atteggiamenti ostili verso il popolo italiano. I
grandi media italiani, non riuscendo a trovare prove dell’odio dei russi verso
gli italiani, devono inventarle, ingigantendo qualunque cosa accada, ad
esempio, Soloviev che insulta Meloni.
Riassumo il
mio pensiero in tre punti.
1) La
Russia non promuove politiche ostili nei confronti dell’Italia.
2) Siccome
l’Italia promuove politiche di guerra contro la Russia, i grandi media devono
indurre gli italiani a credere che la Russia odia l’Italia.
3) Siccome
non esistono prove dell’odio della Russia contro l’Italia, queste prove devono
essere inventate, ingigantendo avvenimenti di nessuna importanza come gli
insulti di un giornalista russo contro Meloni.
venerdì 17 aprile 2026
Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo - Enrico Grazzini
L’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente
Licenziamo
Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle
folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno
facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il
capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la
Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia
Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele
e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i
pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli
europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare
contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è
diventata un problema per la sicurezza europea.
In una
recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla
possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che
gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in
Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono
mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di
carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra
intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non
sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro
molto… è una strada a senso unico”.
Nella fase
post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero
rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero
quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia,
con Israele, i Paesi arabi e l’Iran. Dovrebbero comprendere che gli Stati Uniti
e la Cina sono e saranno rivali strategici dell’Europa, mentre la Russia, se
l’Europa avesse coraggio e intelligenza strategica – che purtroppo allo stato
attuale non ha –, potrebbe diventare il partner migliore per l’Europa. Da sola
l’Europa non risalirà mai dal suo declino; ma, in prospettiva, con la Russia
come partner economico e commerciale, potrebbe diventare prospera e
indipendente. Purtroppo l’Europa procede ancora, con una pervicacia degna di
miglior causa, in una direzione opposta al suo interesse.
Trump in
rotta di collisione con l’Europa
È chiaro che
l’amministrazione Trump è in rotta di collisione con l’Europa. Trump, il
suprematista bianco, ha attaccato gli europei perché non hanno sostenuto la sua
guerra a sorpresa contro l’Iran, una guerra che ha voluto iniziare innanzitutto
per fare piacere al suo amico suprematista ebraico Benjamin Netanyahu: una
guerra che sta perdendo e che sta gravemente danneggiando l’Europa,
strozzandola sul piano energetico ed economico. Ormai gli interessi dell’Europa
e quelli degli USA sono completamente disallineati: Trump stesso ha distrutto
il sistema imperiale di alleanze costruito dall’America dopo la Seconda Guerra
Mondiale. Trump vuole perfino conquistare la Groenlandia, territorio autonomo
della Danimarca, membro dell’UE e della Nato; il governo danese ha già minato
le strade e le piste aeree del Paese artico per respingere un eventuale attacco
americano. Trump ripudia l’Unione Europea nata, secondo lui, “per fregare
l’America”, e vuole stringere accordi sull’Ucraina direttamente con la Russia
di Putin; la UE, al contrario, vorrebbe sostenere il conflitto ucraino “fino
alla vittoria” (??). Trump appoggia Israele nella sua guerra infinita contro i
Paesi arabi e sostiene l’imperialismo sionista che vorrebbe espellere tutti i
palestinesi dalle terre che l’ONU ha loro assegnato e in cui vivono da secoli
per realizzare la biblica “Grande Israele”. Gli europei invece, almeno
formalmente, puntano alla soluzione “due popoli, due Stati”.
In questo
contesto la Nato è già finita: gli europei non possono più delegare la loro
difesa all’America. Del resto è estremamente improbabile che, se la Russia o
qualsiasi altro Paese attaccasse un Paese europeo, l’America di Trump verrebbe
in soccorso.
Le guerre
illegali della Nato: l’Europa in cerca della sua autonomia
Trump vuole
distanziarsi o uscire dalla Nato; ma allora dovremmo prendere la palla al
balzo! Se le amministrazioni americane non vogliono più “difenderci”, bisogna impedire
che, grazie alla Nato, continuino a determinare la politica estera europea e a
procurarci guai a non finire. La Nato diretta dagli americani ha finora
perseguito una strategia fallimentare, illegale e gravemente dannosa per gli
interessi europei.
A causa
dell’articolo 5 della Nato – che obbliga alla difesa comune nel caso che un
membro venga attaccato – invocato dopo l’attacco alle Torri Gemelle da George
W. Bush junior, i nostri soldati sono (malauguratamente) andati in guerra in
Afghanistan per combattere (e morire) contro il terrorismo. Tuttavia oggi
l’Afghanistan è in mano ai talebani e il terrorismo si è diffuso in Africa e ha
raggiunto pure l’Europa. Nel 1999 gli europei, seguendo le direttive Nato,
hanno bombardato illegalmente la Serbia, separando inoltre la regione del
Kosovo e riconoscendola come Stato; poi sono intervenuti militarmente, oltre
che in Afghanistan, in Iraq, e poi ancora in Libia e in Siria, e infine hanno
armato fino ai denti l’Ucraina. Le guerre della Nato hanno colpito soprattutto
la popolazione civile, con decine di migliaia di morti innocenti; hanno
provocato ondate di immigrazione selvaggia e la diffusione del terrorismo. Le
guerre della Nato sono state tutte, o quasi, perdute e fallimentari, e non
hanno portato vantaggi all’Europa ma l’hanno colpita. In questo contesto la
Nato cambia completamente natura: serve ad affermare l’egemonia politica
americana sul vecchio continente e come canale per la vendita delle armi
statunitensi; oppure, peggio ancora, serve a dividere ancora di più l’Europa
dalla Russia o a fare dei Paesi europei possibili bersagli per eventuali
attacchi russi. Il problema consiste nel fatto che gli europei hanno finora
combattuto al servizio degli americani contro il loro stesso interesse.
L’esempio più recente è l’Ucraina.
La fine
della neutralità militare è stata la rovina dell’Ucraina
La Nato ha
scatenato la guerra in Ucraina aprendo le sue porte a Kiev e illudendo gli
ucraini che sarebbero potuti entrare nell’Alleanza Atlantica: ma gli americani
sapevano benissimo che Putin non avrebbe mai potuto accettare basi Nato alle
sue frontiere. Infatti, in pochi secondi, i missili sparati dall’Ucraina
arriverebbero a Mosca quasi senza difesa. Gli americani hanno perfino
organizzato un colpo di Stato antirusso nel 2014, durante le manifestazioni di
Euromaidan a Kiev, perché i governi ucraini aprissero le porte del loro Paese
alle basi Nato. E così hanno colpevolmente e consapevolmente provocato
l’illegale invasione russa.
Il
presidente ucraino Volodymyr Zelensky, eletto nell’aprile 2019, si è illuso del
sostegno americano e, abolendo la neutralità militare del suo Paese, ha
trascinato alla rovina il suo popolo. Oggi l’Ucraina è distrutta, ha perso
circa il 50% della popolazione e milioni di cittadini sono emigrati all’estero
e difficilmente ritorneranno. Il Paese è da ricostruire in tutte le
infrastrutture essenziali ed è sovraindebitato. Decine di migliaia di soldati
ucraini sono morti, ma i russi, seppure con forti perdite, stanno vincendo la
guerra. Comunque finirà questo conflitto, il Paese sarà sommerso dai debiti per
la ricostruzione e dovrà lavorare sotto il comando dei creditori. Zelensky
voleva la Nato nel suo Paese, ma il risultato delle sue politiche avventuriste
è tragico. L’Ucraina non sarebbe stata aggredita dalla Russia se avesse
mantenuto la neutralità militare che l’ha caratterizzata per oltre trent’anni,
dal 1991, dalla sua indipendenza. La Russia infatti non ha mai attaccato la
Finlandia e la Svezia, Paesi vicini neutrali. Purtroppo Zelensky, dimostrandosi
un politico ucraino più vicino agli americani che agli interessi del suo
popolo, ha insistito perché il suo Paese fosse accettato nell’Alleanza
Atlantica – un’organizzazione militare d’attacco, come la storia ha
ripetutamente dimostrato, nata proprio per contrastare la Russia –, e quindi ha
inevitabilmente scatenato l’illegale invasione russa. Putin non poteva
accettare che la Nato arrivasse ai suoi confini e inglobasse l’Ucraina, un
Paese ex URSS, dove la Russia è nata, dove esistono numerose e folte minoranze
russe e russofone, e dove ha sul Mar Nero la sua più importante base navale per
l’accesso al Mediterraneo.
La guerra
per procura in Ucraina, con l’accondiscendenza dell’Europa
Gli europei
(che pure avevano già condannato l’invasione dell’Iraq, e che oggi condannano
la guerra in Iran) hanno stupidamente seguito la Nato nell’avventura ucraina,
armandola fino ai denti e alimentando una folle e inutile guerra contro la
prima potenza atomica mondiale; una guerra che Kiev non avrebbe potuto e non potrà
mai vincere. Gli ucraini sono stati sacrificati dagli americani ma anche dagli
europei per combattere una guerra per procura. Una guerra che cinicamente gli
europei vogliono continuare a sostenere con il sangue degli ucraini, anche se
l’Ucraina non potrà mai vincere il conflitto con una potenza industriale molto
più forte, e che dispone, tra l’altro, di quasi 5000 bombe atomiche.
Sacrificando gli ucraini per i suoi interessi, l’Europa ha perso la sua
coscienza morale.
L’Europa,
seguendo la politica americana, ha finanziato Kiev per 200 miliardi e i
contribuenti europei ne sborseranno altri 90 nei prossimi due anni: ma la
guerra ha ormai rovinato l’Ucraina e ha trascinato tutto il continente europeo,
Germania compresa, verso una grave recessione. L’America ha invece tratto
vantaggio dal conflitto che ha alimentato. L’Europa è cornuta e mazziata.
USA e Cina
sono rivali strategici dell’Europa, la Russia no!
Ora Trump
vorrebbe colpirla nuovamente trascinandola nella guerra in Iran. L’Iran ha
scoperto, grazie a Trump, di avere una nuova arma formidabile per contrastare
l’aggressore americano e sconvolgere l’economia mondiale: la chiusura dello
Stretto marino di Hormuz, dove via nave passa il 20% dei rifornimenti
energetici e un terzo dei fertilizzanti. Mentre scriviamo (primi giorni di
aprile 2026), l’avventura di Trump in Iran sta bloccando l’economia mondiale e
sta alimentando l’inflazione in tutta Europa. Gas e petrolio scarseggiano, i
prezzi aumentano rapidamente e molte aziende rischiano il fallimento, mentre
gli speculatori brindano a champagne. I Paesi europei dovrebbero cominciare a
comprare il petrolio russo per non rimanere strozzati dalle dilettantesche
iniziative guerresche del loro “alleato” americano in Iran.
La Russia
non ha alcun interesse ad aggredire l’Europa
Il crollo
della Nato trumpiana dovrebbe suggerire agli europei di attuare un cambiamento
radicale nella loro politica estera. I Paesi europei non hanno alcun interesse
a scontrarsi con la Russia, così come la Russia non ha alcun interesse a scontrarsi
con l’Europa. Solo una falsa ma martellante propaganda europea, condotta in
prima persona dal capo della Nato Rutte e dalla capa dell’UE Ursula von der
Leyen, continua a volerci fare credere che la Russia di Putin voglia
conquistare tutta l’Europa e aggredire Londra, Parigi, Roma e Madrid. La Russia
non ha alcun interesse territoriale sull’Europa ma ha invece molto interesse a
fare affari con l’Europa. Solo la cecità masochistica dei governi europei fa sì
che gli europei cerchino di continuare lo scontro con la Russia mentre Trump si
sta mettendo d’accordo con Putin per spartirsi l’Ucraina e altre risorse.
La Russia
potrebbe diventare un partner indispensabile per l’Europa
Cerchiamo di
allargare lo sguardo. La Russia di Putin è per l’Europa più affidabile
dell’America di Trump, non perché sia più democratica o più “buona”, ma perché
ha tutto l’interesse a commerciare pacificamente con i Paesi europei – come ha
fatto senza problemi dalla caduta dell’URSS –, anche per sganciarsi
dall’opprimente “fratellanza” con la Cina. La Russia non ha intenzione di
attaccare l’Europa e la Nato, mentre Trump intende attaccare la Groenlandia.
Inoltre la Russia ha un’economia assolutamente complementare a quella europea:
è un fortissimo esportatore di energia e di materie prime, mentre è
relativamente arretrata sul piano tecnologico e industriale.
In
prospettiva, sul piano strategico, è lampante che gli USA e la Cina, le prime
potenze mondiali, sono fortemente interessate a subordinare economicamente e
tecnologicamente l’Europa, e hanno la forza di farlo. La Russia invece no. Per
questi motivi Mosca potrebbe, in prospettiva, diventare un partner di
fondamentale importanza per l’Europa, sia sul piano energetico e commerciale
sia su quello geopolitico. In una prospettiva strategica, nello scacchiere
mondiale, l’Europa non può e non potrà avere altri grandi partner se non la
Russia.
La
conseguenza è che è nell’interesse strategico dei governi europei, a meno che
non siano ciechi e non vogliano suicidarsi – come purtroppo sembra che vogliano
attualmente –, concludere quanto prima una pace dignitosa con i russi: una pace
che garantisca la neutralità militare dell’Ucraina, che ne assicuri
l’indipendenza dalla Russia e dalla Nato, e che preveda anche qualche forma di
associazione di Kiev all’Unione Europea (senza però concedere a Kiev il diritto
di voto prima di una decina d’anni, e prima che abbia dimostrato di essere uno
Stato pacifico, uno Stato di diritto senza pretese revansciste).
La Casa
Comune Europea dall’Atlantico agli Urali
Se avesse un
minimo di senso strategico – che purtroppo oggi non ha minimamente – l’Europa
dovrebbe finalmente decidersi, senza la Nato e senza gli americani, non solo a
trattare la pace in Ucraina con la Russia, ma ad avviare anche negoziati per un
disarmo bilanciato, sia per quel che riguarda le armi convenzionali sia per
quelle atomiche. In effetti Francia e Gran Bretagna, le due potenze atomiche
continentali, non hanno mai voluto trattare direttamente con la Russia sul loro
arsenale atomico.
In
prospettiva conviene all’Europa riprendere con forza il progetto di costruire
la Casa Comune Europea dall’Atlantico agli Urali, proposto inizialmente dal
presidente francese Charles de Gaulle negli anni ’60 e ripreso da Michail
Gorbaciov. Se non vogliono essere spazzati via alle prossime elezioni, occorre
che i governi europei e la UE abbandonino la politica di riarmo contro Mosca e
propongano finalmente un cammino di deconflittualità, di pace e di cooperazione
con la Russia. Occorre perseguire la realizzazione di una zona di libero
scambio tra l’Europa e la Russia. Questo è l’unico progetto geoeconomico e
geopolitico che può salvare l’Europa dal declino economico e dal disastro
geopolitico.
È ormai
chiaro che gli interessi delle nazioni europee non saranno mai convergenti con
quelli americani o cinesi: America e Cina sono e saranno competitor
dell’Europa, non suoi amici. L’unica possibilità per l’Europa di ricominciare a
prosperare è fare la pace con la Russia, anche con il despota Putin, e
promuovere una cooperazione economica e di sicurezza stretta con Mosca. La
partnership euroasiatica è proprio ciò che le amministrazioni americane hanno
sempre temuto fin dalla caduta dell’URSS, e ciò che le ha spinte a espandersi
nell’Est Europa e a intervenire in Ucraina. Solo con la Russia l’Europa
potrebbe finalmente diventare prospera e sicura.
Sanzionare
il governo Netanyahu e riconoscere lo Stato palestinese
Detto
questo, è oggi indispensabile che l’Europa riesca a distinguere i suoi
interessi non solo da quelli americani, ma anche e soprattutto da quelli dei
governi israeliani. Occorre sanzionare Israele come abbiamo sanzionato la
Russia, e punirla per la sua politica guerrafondaia e criminale che danneggia
enormemente gli interessi di tutti gli ebrei del mondo e dello Stato stesso di
Israele. Sembra che il governo Netanyahu voglia fare la guerra a tutto il mondo
islamico senza prevedere alcuna forma di compromesso e di diplomazia, e questo
solo per mantenere il potere personale del premier, l’occupazione illegale delle
terre palestinesi e l’egemonia e il dominio di tutta l’area mediorientale.
Occorre dunque interrompere i rapporti politici e militari con il governo
Netanyahu e procedere invece con coraggio e determinazione a costruire due
Stati per i due popoli. La nuova Europa post-Nato dovrebbe realizzare in Medio
Oriente una politica di pace sia con gli Stati arabi sia con l’Iran, anche in
collaborazione con la Cina, che già nel marzo 2023 aveva fatto cessare le
ostilità tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Solo così l’Europa potrà garantirsi i
rifornimenti energetici. Se invece i governi europei continueranno, come hanno
fatto finora, a seguire la Nato, Washington e Tel Aviv e a giocare alla guerra
con la Russia, o verranno cacciati dai loro cittadini alle prossime elezioni o
riusciranno a mandare in rovina i loro Paesi.
sabato 7 marzo 2026
Aggressione all’Iran: le parole per dirlo - Domenico Gallo
Le parole
sono importanti, la parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso
l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione,
rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione
collettiva e di manipolazione delle masse. Dal 24 febbraio del 2022
siamo stati sommersi da un diluvio di parole di finta indignazione. L’aforisma:
“c’è un aggredito e un aggressore” è stato condito in tutte le salse.
L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata costantemente qualificata come
brutale, ingiustificata e non provocata. Fiumi di inchiostro sono stati
versati nelle dichiarazioni dei vertici dell’Unione Europea e nelle Risoluzioni
del Parlamento europeo, per esternare l’indignazione verso un’azione militare
che calpestava il diritto internazionale e per esecrare i crimini di guerra
della Russia, che sono stati finanche numerati (40.000). L’Ucraina è stata
istigata a combattere e a sacrificare la vita dei suoi figli – invece di
cercare la pace attraverso un compromesso – perché non si poteva
deflettere dal mantra di “un mondo basato sulle regole”, anche a costo di
qualche milione di morti. I documenti che hanno inflitto diciannove ordini di
sanzioni alla Russia sono stati tutti lastricati da richiami ai principi e alle
norme della Carta dell’ONU e delle Convenzioni internazionali sui diritti umani
e sul diritto bellico.
Invece, di
fronte al genocidio a Gaza prima e all’attacco all’Iran oggi, le parole
d’indignazione delle élites europee stranamente non hanno
trovato voce e di sanzioni non si è nemmeno parlato. Anzi si è tirato fuori
lo spettro dell’antisemitismo per fare da schermo alle atrocità indicibili
commesse da Israele. Dopo il bombardamento del Venezuela e il rapimento
di Maduro, ci ha pensato Trump a spazzare via il feticcio del
“mondo basato sulle regole” che la NATO e l’Unione Europea avevano agitato contro la Russia,
disvelandone la falsità. Alla domanda dei giornalisti del New
York Times «C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale
che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», l’8 gennaio Donald Trump ha
risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria
moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va
benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il
mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla
forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni». Siamo, purtroppo
abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da
parte degli USA e di altri attori internazionali, ma dopo le azioni e le
dichiarazioni di Trump c’è qualcosa in più. Adesso le
regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate
sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo
Statuto dell’ONU, sono state apertamente ripudiate e sostituite dalla restaurazione
della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle
regole”, l’imperatore dell’Occidente ci informa che l’unica regola che
riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza.
La legge
della giungla è restaurata a livello planetario. Come ha osservato Luigi Ferrajoli, «l’umanità è regredita allo stato
di natura, per di più nucleare, dominato da pochi despoti, tutti armati,
violenti, esaltati e spregiudicati». Il paradosso è che i nostri leader
e i leader europei, che si sono stracciati le vesti mostrando di voler
punire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia, di
fronte a questo atto di aggressione, brutale, ingiustificata e pilotata dallo
Stato terrorista di Israele, non hanno le parole per dirlo, per uscire
fuori dalla finzione e chiamare questo attacco per quello che è: un atto di
aggressione ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, un crimine
internazionale ai sensi dell’art. 5 dello Statuto della Corte penale
internazionale. Giorgia Meloni, come Ursula von der Layen, come Roberta
Metsola, come la Kaja Kallas si sono limitate a qualche pigolio, mostrandosi
preoccupate per lo sviluppo della situazione (e ne hanno ben motivo!). La
Kallas ha aggiunto che l’UE sta coordinandosi con Israele e paesi arabi per
lavorare verso una soluzione negoziata, notando che i programmi nucleari e
missilistici dell’Iran sono considerati una minaccia alla sicurezza
globale. In altre parole, l’Alta rappresentante della politica estera
dell’UE non ha trovato niente di meglio, per mascherare la connivenza con USA e
Israele, che riesumare la falsa foglia di fico delle armi di
distruzione di massa che gli Usa invocarono nel 2003 per giustificare
l’aggressione all’Irak.
A questo
punto, poiché tutte le finzioni sono cadute, bisogna ridare alle parole
quel senso di cui sono state spogliate e chiamare le cose con il loro nome.
Le sanzioni che l’UE ha imposto alla Russia non sono atti emanati a garanzia
del rispetto del diritto internazionale, bensì sono una forma di partecipazione
alla guerra contro la Russia con altri mezzi. Sono atti di ostilità che si
inquadrano in un confronto fra potenze fondato sulla forza. Abbiamo visto come
questo confronto in Europa abbia causato una catastrofe di stragi senza fine,
di distruzioni fisiche ed ambientali e una crescente insicurezza a cui nessun
processo di riarmo può mettere rimedio. Adesso si è aperto un nuovo
fronte di guerra in Medio Oriente che renderà sempre più insicura la vita della
Comunità internazionale, come ha insegnato la dolorosa esperienza della guerra
all’Irak. Dobbiamo denunciare il servilismo delle classi dirigenti europee
verso il delirio di potenza di Trump, cominciando a smascherare la
falsità delle loro parole.
mercoledì 7 gennaio 2026
Quanto costerà il conflitto in Ucraina ai contribuenti europei? - Giuseppe Masala
Per comprendere la gravità della situazione europea credo aiuti fare una sommaria (e certamente non esaustiva) elencazione dei costi relativi al conflitto ucraino.
1) Per mandare avanti lo stato ucraino nelle annualità 2026 e 2027 abbiamo concesso 90 miliardi di euro di prestito in realtà risorse finanziarie a fondo perduto perchè l'Ucraina non sarà mai in grado di restituirle. A queste risorse andranno aggiunti i fondi per l'acquisto di armi, cura dei feriti, ma anche acquisto di gas, carburante ed energia elettrica (l'Ucraina dal punto di vista energetico è totalmente dipendente dalla EU). Siamo su cifre astronomiche.
2) L'Europa ha perso il mercato russo per la vendita dei suoi prodotti con un costo opportunità altissimo considerato che l'export europeo in Russia nel 2021 era di circa 90 mld di euro e ora è al lumicino. Per quanto riguarda l'import abbiamo perso le materie prime russe a basso costo. Pensate solo che il costo dell'energia elettrica al Kw/h in Europa è diventato il 150% più alto di quello cinese e di conseguenza la competitività europea nei mercati mondiali è semplicemente ridotta al lumicino.
3) Il costo della ricostruzione dell'Ucraina è secondo uno studio della Banca Mondiale del 2024 pari a 600 mld di euro. Tutti a carico della UE che ha voluto la guerra contro la Russia. Il sangue si paga e si paga carissimo come è giusto che sia. Tra l'altro nel frattempo nel 2025 la Russia si è levata i guantoni di velluto e ha iniziato a sparare come non ci fosse un domani demolendo ponti, porti, ferrovie e centrali elettriche ucraine. Quindi la cifra ipotizzata dalla Banca Mondiale va rivista notevolmente al rialzo.
In definitiva la folle avventura ucraina ci costerà solo di spese vive oltre 1000 miliardi di euro ai quali vanno sommati la perdita di competitività e la chiusura dei mercati russi per i prossimi anni. Oltre a quello americano a causa dei dazi e degli accordi commerciali a noi sfavorevoli. Cifre incommensurabili e fuori portata per i paesi europei.
L'alternativa
al devastante tracollo economico che ci attende è l'entrata diretta in guerra
contro la Russia nella speranza folle di ribaltare l'esito disastroso del
conflitto. Se pensate che il provvedimento legislativo che chiarisce che le
riserve auree italiane (le secondo in Europa) sono del popolo italiano sia
stato un capriccio non ci avete capito nulla. A Roma sono arrivate certamente
voci d'oltralpe su appetiti relativi ai caveau di Banca d'Italia, figuriamoci.
O ci muoviamo adesso o sarà inutile piangere dopo.
mercoledì 17 dicembre 2025
Poteva l’Unione Europea essere da meno degli Usa?
nel peggio, naturalmente – di Francesco Masala
Gli Stati Uniti d’America applicano sanzioni ad personam a chi denuncia il genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza (e in Cisgiordania) contro i componenti della Corte Penale Internazionale e Francesca Albanese per aver osato dimostrare che sta commettendo un GENOCIDIO a Gaza (leggi qui e qui).
Secondo me, se non fosse morto, anche papa Francesco sarebbe stato sanzionato.
L’Unione Europea applica sanzioni ad personam “contro 48 persone fisiche e 35 entità o associazioni ritenute responsabili di interferenze politiche e “azioni destabilizzanti” legate all’invasione russa dell’Ucraina e alla sicurezza euro‑atlantica” (leggi qui)
Tra i sanzionati c’è Jacques Baud, ex colonnello svizzero della Nato.
Lo ascolto con interesse tutte le volte che posso, vedi qui:
e qui:
e mi trovo d’accordo con le cose comprensibili e condivisibili che dice.
Della sanzione a Jacques Baud ha parlato Giacomo Gabellini qui:
Sanzionare significa che alcune persone impresentabili, che un giorno saranno rottamate (in altri tempi si usavano metodi molto più radicali), decidono e fanno di tutto perchè il sanzionato sia visto come un paria e per tappargli la bocca, che sia un esempio per tutti quelli che pensano che la Nato sia la causa della guerra in Ucraina e che in Palestina il genocidio non si è fermato.
Gli europei verranno ricordati per i segretari della Nato Stolto e Rutto, e per Kaja Kallas, che tutte le volte che apre bocca è molto stonata, qui un ritratto di Gianandrea Gaiani.
Il prossimo sanzionato dall’Unione Europea potrà essere John Mearsheimer:
e chissà se anche labottegadelbarbieri rischia qualche sanzione?
