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giovedì 1 ottobre 2026

Il pensiero inetto. Intelligenza artificiale, tempo disponibile e decadenza occidentale - Pasquale Liguori

L’aspetto più inquietante nelle profezie sulla fine dell’uomo per mano dell’intelligenza artificiale non è il loro tono cupo, ma la familiarità con cui vengono accolte, quasi fossero la conferma di un desiderio segreto coltivato a lungo. Certo, nessuno che osservi il presente con un minimo di attenzione potrebbe liquidare quei pericoli come fantasie, dal momento che la concentrazione del potere tecnologico procede sotto i nostri occhi, la competizione fra imprese e apparati militari detta ormai il ritmo della ricerca, i sistemi automatici si mostrano capaci di sostituire porzioni crescenti dell’attività umana e una parte considerevole del sapere sociale rischia di essere sottratta alla capacità collettiva di orientarla. Ma proprio la gravità di questi processi dovrebbe imporre un pensiero capace di distinguerli, ricostruirne le cause e immaginarne la trasformazione. Accade invece sempre più spesso il contrario. La complessità storica viene compressa in una metafisica elementare nella quale la Macchina avanza, l’Uomo arretra e il futuro appare già deciso.

Il percorso di questo pensiero conosce di solito una sola direzione perché muove dall’invocazione della necessità storica e approda, con una puntualità che dovrebbe insospettire, alla figura dell’androide. Nel mezzo scompaiono molte cose. Scompaiono i proprietari delle infrastrutture, gli investimenti, gli Stati, le decisioni industriali, il lavoro che costruisce e alimenta i sistemi, i conflitti sulla loro destinazione. Scompare soprattutto quella possibilità di intervenire sul corso delle cose che un pensiero critico dovrebbe custodire anche nelle condizioni peggiori. Quando l’essere umano viene descritto come una creatura ormai cognitivamente inferiore perché soffre, dubita, si stanca e perde tempo a riflettere, mentre all’automa si attribuisce l’immunità da ciascuna di queste debolezze, la vittoria della macchina è già contenuta nelle premesse del ragionamento e al lettore viene lasciato soltanto il compito di attenderla con la gravità riservata ai riti funebri.

È difficile considerare radicale un pensiero che concede all’avversario una vittoria così completa. Più che anticipare la catastrofe, esso sembra documentarne una già avvenuta, meno spettacolare ma forse più profonda. È la catastrofe di una cultura che ha smarrito la capacità di riconoscersi come agente della storia e che converte questa perdita, con un gesto di singolare presunzione, in legge universale. Attraverso tale conversione la sconfitta di alcuni movimenti politici si dilata fino a coincidere con la sconfitta dell’emancipazione in quanto tale, così come l’impotenza dell’Occidente viene scambiata per l’impotenza dell’umanità intera e l’incapacità di governare la tecnica si rovescia nella favola di una tecnica autonoma e irresistibile, finché il pensiero, rimasto privo di una prospettiva, ne deduce con perfetta coerenza che a essere stato abolito sia il futuro.

C’è in tutto questo una forma tipica di provincialismo, tanto più tenace quanto più ama presentarsi come coscienza universale. Una cospicua parte dell’Occidente ha conservato il privilegio di poter trasformare la propria stanchezza in filosofia. Dispone tuttora del tempo e delle rendite culturali che le sue istituzioni continuano a garantirle per osservare il mondo da una distanza confortevole; ed è proprio da quella distanza, mentre miliardi di donne e di uomini continuano a cercare di modificare materialmente le condizioni della propria esistenza, che essa proclama l’impossibilità di qualunque modificazione. Singolare impiego, questo, del tempo sottratto alla produttività sociale, poiché per secoli il privilegio del non-lavoro, pur fondato sulla fatica altrui, aveva almeno restituito al mondo la scienza e la filosofia, l’arte e le forme dell’organizzazione politica, mentre una sua frazione contemporanea sembra dedicarlo soprattutto al paziente perfezionamento della teoria della propria impotenza.

Non c’è nulla di più confortevole, del resto, di una catastrofe davvero inevitabile. Quando l’automa viene assunto come soggetto della storia, la domanda su chi lo possieda perde consistenza. La guerra, presentata come destino necessario dell’intelligenza artificiale, lascia in secondo piano le decisioni che hanno orientato la ricerca verso i sistemi d’arma. La sostituzione dell’uomo, trasformata in essenza della tecnologia, fa apparire marginali le questioni più concrete, dalla distribuzione degli incrementi di produttività alle istituzioni chiamate a regolare l’adozione dei sistemi, dal costo della transizione all’appropriazione dei suoi rendimenti. La necessità storica ha sempre goduto di questo vantaggio, poiché alleggerisce la responsabilità dei soggetti storici fino a farli quasi scomparire.

Marx era consapevole di qualcosa di assai meno rassicurante quando osservava che lo sviluppo della conoscenza e della tecnica tende a ridurre il tempo di lavoro necessario alla riproduzione sociale e apre così la possibilità di una ricchezza che ha smesso di coincidere con l’accumulazione di merci o con l’estensione indefinita della giornata lavorativa, ossia la possibilità di quello che egli chiamava tempo disponibile. Il capitale genera questa possibilità e insieme la nega, perché tende incessantemente a riconvertire il tempo risparmiato in pluslavoro, e il pluslavoro in accumulazione e in nuova dipendenza. Una contraddizione di questo genere resta estranea a ogni favola che opponga un uomo buono a una macchina cattiva, dal momento che attraversa l’organizzazione sociale del tempo e passa, per così dire, all’interno di ciascuna delle ore che la tecnica rende superflue.

Per questo non basta promettere nuovi lavori ogni volta che una macchina ne rende superflui di vecchi. Una società che utilizzasse ogni incremento di produttività soltanto per inventare nuove forme di occupazione destinate a riempire nuovamente il tempo liberato avrebbe mancato la possibilità più radicale offerta dall’automazione. Se una macchina può svolgere in un’ora ciò che richiedeva dieci ore di lavoro umano, la questione politica non consiste soltanto nello stabilire quale diversa mansione debba occupare le nove ore restituite. Consiste nel chiedersi perché quelle nove ore debbano necessariamente tornare a qualcuno sotto forma di lavoro.

Su questo terreno il confronto con quanto accade in Cina diventa interessante, a patto di risparmiargli tanto l’apologia quanto la caricatura. La società cinese conosce forme dure di disciplina del lavoro e sarebbe grottesco trasformarla nel regno già realizzato del tempo disponibile; riesce tuttavia altrettanto difficile ignorare la differenza che la separa dalle scene occidentali, perché lì l’intelligenza artificiale viene discussa insieme alla formazione e alla struttura dell’occupazione, all’intensità del lavoro e ai diritti sui dati e la riflessione si estende fino alla responsabilità algoritmica, alle infrastrutture pubbliche e alla capacità di indirizzare l’innovazione verso settori determinati. L’emergere di nuove professioni si accompagna così alla costruzione di percorsi di qualificazione e di standard, mentre la trasformazione del rapporto di lavoro indotta dagli algoritmi apre una discussione sul modo in cui debba mutarne la governance e la centralità ormai decisiva della capacità di calcolo induce a pensarne l’organizzazione nei termini di un’infrastruttura.

Tutto questo può generare nuove forme di sfruttamento. Può persino rendere più efficiente un capitalismo che continui a divorare tempo umano. È precisamente la questione da tenere aperta. Ma una contraddizione aperta è già qualcosa di molto diverso da una necessità proclamata. Significa riconoscere che una tecnica può essere orientata, che il suo uso può essere conteso, che i suoi effetti sul lavoro non appartengono alla natura dell’algoritmo e che la società conserva almeno la pretesa di decidere.

Il contrasto con certe scene occidentali assume allora i contorni della commedia. Da un laboratorio della Silicon Valley un giovane ricercatore esce annunciando che le macchine alla cui costruzione ha partecipato potrebbero sterminarci entro pochi anni; poche ore dopo, nel rassicurante salottino televisivo di Forum, la presidente del Consiglio ci informa che l’intelligenza artificiale offre straordinarie opportunità ma comporta enormi rischi e che, naturalmente, occorrerà mantenere “la persona al centro”. Da una parte l’Apocalisse, dall’altra il centrotavola umanistico. Fra le due rappresentazioni, che si spartiscono il pubblico come due generi dello stesso palinsesto, resta curiosamente pochissimo spazio per domandare a chi appartengano la capacità di calcolo e i dati, e con essi i modelli che ne derivano, quale organizzazione del lavoro tutto ciò produca e soprattutto chi abbia il diritto di stabilire quale porzione della vita umana debba ancora essere consegnata alla necessità del lavoro.

Il problema dell’Occidente risiede allora, con ogni probabilità, assai meno nell’intelligenza eccessiva delle macchine che nella rapidità con cui una parte della sua intelligenza ha rinunciato a essere politica. Un pensiero incapace di accrescere la possibilità di agire, che contempla le proprie sconfitte fino a trasformarle in destino e chiama lucidità la diminuzione della propria potenza, usurpa il nome di pensiero tragico, perché la tragedia conosce la lotta con il destino e ne misura il prezzo, mentre esso si limita a rinunciarvi in anticipo; il nome che gli spetta è piuttosto quello, meno nobile e più esatto, di pensiero inetto.

La questione dell’intelligenza artificiale comincia precisamente dove esso si ferma. Non nel decidere se amare o temere la macchina, ma nel sottrarle quella falsa sovranità che le attribuiscono insieme i suoi apologeti e i suoi profeti di sventura. Dietro la macchina rimangono uomini, interessi, istituzioni, proprietà e conflitti. E davanti a essa rimane una possibilità che nessun algoritmo può risolvere al nostro posto: decidere se la capacità accumulata dalla società servirà a moltiplicare ancora il tempo subordinato oppure, finalmente, a convertirlo in tempo disponibile.

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venerdì 21 agosto 2026

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro - Pasquale Liguori


Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata. Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi. Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

da qui

sabato 21 febbraio 2026

L'IGNAVIA AL QUADRATO: GOVERNO OSSERVATORE, “MOVIMENTO” SPETTATORE - Pasquale Liguori

 

Il governo italiano appone la propria firma - o meglio, la propria ombra - accanto a quella di Donald Trump. Si premura di precisare che non aderisce, ma “osserva”. Siede, insomma, nella stanza Board of Peace, ma con le mani nascoste sotto il tavolo. Senza assumere vincoli, senza responsabilità. 

Ora, partecipare a questa iniziativa crudele è di per sé ripugnante. Ma, per un momento, mettiamoci in una prospettiva più “nazionale”. Dante Alighieri avrebbe identificato la scelta di Meloni senza esitazioni. Nel Canto III dell'Inferno, Virgilio guida il poeta attraverso l'Antinferno, quel luogo liminare e ignobile popolato da coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. Non abbastanza coraggiosi da schierarsi col bene (figuriamoci!), né abbastanza onesti da confessare di avere scelto il male più infame. Anime sospese, che per sé fuoro: calcolatori del proprio meschino tornaconto. Dante li disprezza al punto da non concedere loro nemmeno la dignità dell'Inferno vero. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, dice Virgilio.

Purtroppo, la storia non passa. Accusa.

 Il Board of Peace - lo strumento ideato da Donald Trump, formalizzato in uno statuto di tredici articoli e costruito sui paradigmi del diritto societario privato - è qualcosa di più di un'atroce idea “diplomatica”. Tra l'altro, istituisce un Chairman a vita (Trump, con diritto di designare il proprio successore) rendendo tale opaca organizzazione una monarchia ereditaria. Un seggio permanente si acquista versando un miliardo di dollari nel primo anno: una sottoscrizione per miliardari.

Chi gestisce concretamente questo consesso? Jared Kushner, Steve Witkoff, Tony Blair: costruttori, speculatori, notabili e intermediari di lusso del potere globale. Il popolo palestinese - quello sul cui sangue e sulle cui ossa si edifica la retorica della “ricostruzione” - è l'oggetto del progetto, non il suo soggetto. È il terreno da edificare. Non è certo la voce da ascoltare: si tratta, infatti, di un esproprio collettivo, di un grande progetto immobiliare calato sulle macerie di Gaza.

Dunque, in questo banchetto osceno, Meloni si sente a suo agio e ha scelto di sedersi. A capotavola siede Trump. L’Italietta infame è osservatrice: testimone silenziosa che assiste e legittima. Come l'ignavo che, gramscianamente, rappresenta il peso morto della storia.

 

Sempre Gramsci scriveva il noto Odio gli indifferenti. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria. Parole non di rado abusate in eventi e commemorazioni, ma che a quanto pare nessuno ha l'intenzione di applicare.

Perché, se l'ignavia crudele del governo è almeno coerente con ciò che è - e cioè una destra nazionalista, atlantista, che serve fedelmente il proprio padrone d'oltreoceano elevando la subalternità a politica estera e nascondendosi dietro tecnicismi per partecipare al banchetto senza sporcarsi formalmente le mani - c’è da chiedersi: e la “sinistra”? E l’epico “movimento”? Dov'è quella galassia di sindacati, partiti progressisti, collettivi, piattaforme, sudari, hashtag, lampadine intermittenti che incarnava la risposta morale e politica al baratro? Dove sono le voci che per mesi hanno riempito i social di analisi, calcato palchi colorati, preso parte ad assemblee infuocate? Sappiamo che una parte è impegnata, in attesa di tempo buono, nella fase organizzativa di una più ampia regata mediterranea a favore di tintarella.

C'è una mitologia che ha avvolto gli enormi cortei italiani degli ultimi tempi. Una narrativa - molto alimentata da intellettuali organici - secondo cui esisterebbe in Italia un soggetto politico diffuso, trasversale, intersezionale, capace di rispondere alla destra con la forza della partecipazione di massa. Un movimento che sarebbe la vera risposta globale della società alle derive autoritarie.

Se quel movimento avesse davvero coscienza politica e a cuore il futuro del popolo palestinese, le piazze italiane in questi giorni sarebbero inondate: la decisione del governo italiano di presenziare al Board of Peace non è una sfumatura di politica estera, è una scelta di campo. È la normalizzazione del monopolio privato sulle relazioni internazionali. È la complicità più grave e sfacciata con la cancellazione di un popolo.

Così, si assiste al quasi niente. O, meglio, al niente. Qualche dichiarazione svogliata, qualche rituale intervento parlamentare. Qualche post. Il consueto, rassicurante ronzio di una protesta che non disturba nessuno. I sindacati che facevano a gara per proclamare e intestarsi scioperi, quieti come non mai, proprio nel momento in cui il governo italiano offre legittimità diplomatica a un consesso plutocratico nato per liquidare la questione palestinese come una pratica fallimentare. Già, il palestinese, chi per lui grida o il vituperato antagonista non portano voti, iscritti. 

Questo sostanziale silenzio rivela qualcosa di strutturale, non di contingente. Rivela che il movimento - quello celebrato e che si autorappresentava come alternativa sistemica - ha costruito la propria identità più sulla performance della protesta che sulla capacità di incidere. Ha saputo mobilitarsi quando la causa è visibile, emotivamente accessibile, socialmente premiante. Fatica tremendamente quando la posta in gioco è complessa e la battaglia richiede continuità, e non soltanto il brivido dell'evento.

Gramsci parlava di guerra di posizione: la conquista paziente, sistematica, capillare degli apparati culturali e politici della società. Ciò che vediamo, invece, è una guerra di apparizione: ci si mostra quando fa effetto, ci si ritira quando costa. 

Domani, a Washington, l'Italia siederà - da osservatrice, certo, ma siederà - al tavolo di chi sta costruendo l'architettura istituzionale e amministrativa della prosecuzione del genocidio. Di chi trasforma le macerie di un popolo in asset immobiliari, escludendo i palestinesi dalla discussione sul loro futuro.

Siamo dunque di fronte a una struttura di complicità a doppio strato: governo e (pseudo)movimento.

L'ignavia al quadrato. Una vergogna nella vergogna. Perché almeno, in Dante, questi soggetti avevano la coerenza di stare fermi. Qui abbiamo chi si muove, parla, scrive, twitta, pubblica, fa convegni e non combina nemmeno il resto di niente.

Di fronte al Board of Peace, di fronte alla partecipazione italiana a questo consorzio affaristico costruito sulle macerie palestinesi, non esistono posizioni neutre. O ci si oppone, o si è complici. Tertium non datur.

Questo vale per il governo - che dovrebbe ritirare la propria penosa presenza di osservatore, denunciare pubblicamente la natura mafiosa del neonato consesso e portare la questione alle sedi competenti.

Ma vale, con uguale forza morale, per la sinistra e per movimenti genuinamente tali. Che devono scegliere: o la piazza - vera, capace di alzare il costo politico - o la comoda nicchia della protesta simbolica. Si può scegliere da che parte stare, ma non si può scegliere di non scegliere, diventando l’ombra più innocua del sistema. L'Antinferno è già pieno.

da qui

martedì 10 febbraio 2026

Troppi Epstein files non vedranno mai la luce

articoli di Maura Benegiamo, Sara Reginella, Chris Hedges, Loretta Napoleoni, Pasquale Liguori, video di Matteo Saudino e Santiago Armesilla (in spagnolo)

Sulla fatica di elaborare politicamente gli Epstein files – Maura Benegiamo

Le accuse di pedofilia e di sevizie che coinvolgono una classe dirigente — bianca, ricca, maschile — non sono una deviazione mostruosa dal capitalismo, ma il suo volto più coerente.Quello di un sistema di potere economico, politico e culturale dove il corpo dei più vulnerabili può, come correlato di questo stesso potere, diventare terreno di appropriazione: non solo forza lavoro, ma vita a disposizione. Genocidio, stupri, repressione, tossicità.

Antonio Gramsci diceva che il potere è egemonia corazzata di coercizione. E siamo davanti a un’egemonia tanto profonda da trasformare l’orrore in rumore e le vittime in dettaglio. Una società che percepisce la gravità, ma fatica ad elaborarla politicamente. Dove la gran parte dei media minimizza e frammenta la notizia, spostando l’attenzione sul “mostro” individuale, sul singolo evento, invece che sulle reti di comando che coprono i colpevoli e che da vent’anni e più si sono strutturate anche – o soprattutto – attorno alla connivenza su stupri e abusi.

Finché tali violenze saranno narrate come perversioni individuali e non come esiti di rapporti di classe, la classe dominante potrà continuare a presentarsi come garante della società mentre ne consuma, ancora una volta, – nelle sue case di lusso, in isole private, tra Wall street e la Silicon Valley, passando per le tasche dei sovranisti europei – la negazione più radicale.

Due ricostruzioni della vicenda molto utili (grazie a chi le ha condivise):

La fabbrica dei corpi: #1 – l’orologio di Epstein

Epstein files, l’Italia emerge come laboratorio politico di Steve Bannon negli scambi con il finanziere

Ripreso dalla pagina facebook dell’autrice

da qui

 

La “normalizzazione” di Epstein – Sara Reginella

Dopo la normalizzazione della guerra e del genocidio, parte della stampa italiana è ora alle prese con la normalizzazione della pedofilia.

E dunque, leggo che Jeffrey Epstein non era un pedofilo ma un “finanziere”, o al massimo un “faccendiere”; leggo che gli stupri erano “feste orgiastiche”, le bambine abusate e torturate “donne minorenni”, mentre i crimini delle “élite” vengono derubricati a “bassezze”.

Inutile spiegare a chi non ha coscienza che Epstein era un sadico pedofilo, che gli stupri non sono feste, che le bambine non sono donne e che i crimini non sono bassezze, ma è grazie all’uso di questa terminologia, che non è casuale, che la realtà viene deformata, la massa rimane assopita e quei criminali appartenenti a parte della leadership mondiale, seppur ricattabili, restano impuniti.

“Le immagini di abusi sessuali, pedopornografia, morte, abusi fisici e ferite sono state escluse dagli Epstein file”, ha affermato il vice procuratore aggiunto Todd Blanche, nei giorni scorsi.

Eppure, nonostante manchino all’appello migliaia di questi file, le descrizioni delle atrocità e torture su innocenti, che molti di noi hanno già potuto leggere consultando la prima parte dei documenti, sono atroci e disumane.

Oggi, chi non ha ancora perso la propria coscienza grida giustizia per queste anime abusate, torturate e uccise, poiché è solo ribellandoci a tanta disumanità che resteremo umani.

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Noam Chomsky, Jeffrey Epstein e la politica del tradimento – Chris Hedges

Non mi aspetto molto da politici, magnati aziendali, rettori di prestigiose università, filantropi miliardari, celebrità, reali o oligarchi. Vivono in bolle narcisistiche ed edonistiche che alimentano la loro egocentrismo e la loro depravazione morale. Ma mi aspetto molto da intellettuali come Noam Chomsky. La spiegazione data da sua moglie Valéria – Noam ha avuto un grave ictus nel giugno 2023 ed è inabile – della loro relazione con Jeffrey Epstein è piena delle scuse fatue usate da tutti coloro che sono stati smascherati nelle email e nei documenti di Epstein.

Secondo Valéria, lei e Noam erano “eccessivamente fiduciosi”. Questo ha portato a “scarsa capacità di giudizio”. Scrive che lei e Noam furono irretiti da cene con personaggi illustri nella villa di Epstein, voli sul suo jet privato soprannominato “Lolita Express”, un riferimento letterario allo sfruttamento sessuale di ragazze che Noam avrebbe riconosciuto, assistenza finanziaria, viaggi al ranch di Epstein e l’uso di uno degli appartamenti di Epstein a New York. Come tutti gli altri denunciati nei fascicoli su Epstein, lei e Noam “non hanno mai assistito ad alcun comportamento inappropriato da parte di Epstein o di altri”.

Il consiglio di Noam a Epstein su come gestire le inchieste della stampa sui suoi crimini, così come la lettera di raccomandazione di Noam per Epstein, è stato, insiste, il risultato del fatto che Epstein ha “approfittato delle critiche pubbliche di Noam verso quella che è diventata nota come ‘cancel culture’ per presentarsi come una vittima”. Dopo il secondo arresto di Epstein nel 2019, lei e Noam “sono stati negligenti nel non aver indagato a fondo sul suo passato”. Conclude esprimendo “solidarietà illimitata con le vittime”.

La sua lettera rigurgita la formula di tutti coloro che sono stati smascherati nei fascicoli di Epstein. Conosco e ammiro da tempo Noam. È, probabilmente, il nostro intellettuale più grande e di sani principi. Posso assicurarvi che non è così passivo o credulone come sostiene sua moglie. Sapeva degli abusi sui minori da parte di Epstein.

Lo sapevano tutti. E come altri nell’orbita di Epstein, non gli importava. Dalla corrispondenza via email tra Epstein e Valéria sembra che lei apprezzasse particolarmente i privilegi derivanti dall’essere nella cerchia di Epstein, ma questo non assolve Noam dall’acquiescenza. Noam, più di chiunque altro, conosce la natura predatoria della classe dirigente e la crudeltà dei capitalisti, dove i vulnerabili, soprattutto ragazze e donne, vengono mercificati come oggetti da usare e sfruttare. Non è stato ingannato da Epstein. È stato sedotto. La sua associazione con Epstein è una macchia terribile e, per molti, imperdonabile. Infanga irreparabilmente la sua eredità.

Se c’è una lezione da imparare, è questa: la classe dirigente non offre nulla senza aspettarsi qualcosa in cambio. Più ci si avvicina a questi vampiri, più si diventa schiavi. Il nostro ruolo non è socializzare con loro. È distruggerli.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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Dietro Epstein un’élite marcia e disonesta. Un sistema di potere tutto occidentale  – Loretta Napoleoni

Anni fa, un banchiere che gestiva i grandi patrimoni mi disse che i ricchi, quelli veri, ed i potenti vivono in un ghetto. Hanno paura di mischiarsi con la gente comune, il loro isolamento non dipende dalla paura di essere bersaglio di delinquenti o pazzi (vedi uccisione di John Lennon) ma di dover interagire con noi. Si fa shopping nelle boutique da soli, nelle ore di chiusura; si vola solo ed esclusivamente con il jet privato e si socializza solo con gente che vive nello stesso ghetto.

Nel libro The Hungher Game, i privilegiati vivono nella Capitale sfruttando tutti gli abitanti dei distretti. Chi vive nella Capitale non mette in discussione questa diseguaglianza ed ingiustizia perché si sentono migliori degli altri e quindi hanno più diritti. Virginia Giuffre aveva detto che per il principe Andrew fare sesso con lei adolescente era un suo privilegio, un diritto legato, molto probabilmente, al suo sangue blu.

Il sistema di diseguaglianze e sfruttamento descritto in The Hungher Game sembra proprio essere identico alla società occidentale dove un cerchio di uomini, e donne ad essi collegati, sfrutta adolescenti e bambini per i loro desideri e piaceri sessuali e così facendo si fanno affari, ci si arricchisce con l’insider trading, si scambiano favori politici, in altre parole si gestisce quella parte di mondo che si autodefinisce libera e democratica.

È impressionante costatare che questi individui provengano da tutte le professioni e discipline possibili e che il comune denominatore è sempre lo stesso: il sesso con le ragazzine, la pedofilia. In The Hungher Game è la guerra tra i poveri, gli abitanti della Capitale godono nel vedere gli adolescenti dei Distretti uccidersi a vicenda per sopravvivere. Vince chi riesce ad ammazzare tutti.

L’adolescenza affascina sempre. È un periodo che nella memoria di chi invecchia diventa magico e quindi la si vuole riconquistare in qualche modo. È quello che questi porci ricci e potenti facevano con le ragazzine di Epstein? Oppure, come in tutte le civiltà arrivate alla fine, la decadenza si manifesta nella perversione sessuale?

Poco importa perché dietro il paravento del sesso, come spiegava decenni fa Pasolini, c’è una realtà egualmente agghiacciante: la nostra celebrata élite, che consideriamo superiore a tutte le altre, a quelle di regimi politici diversi da noi, è marcia e disonesta. Certo, ci sono sforzi da parte di una certa stampa di farci credere che dietro Epstein ci fosse la Russia per ricattare i suoi seguaci pedofili. Ma si tratta di accuse indifendibili, il fenomeno Epstein è tutto occidentale.

Ma non basta, non emerge dai file alcun ricatto, chi lo frequentava non aveva bisogno di essere ricattato per dargli ciò che voleva, si cooperava con lui per riconoscenza! Difficile imbattersi in qualche nome maschile famoso che non sia negli Epstein File, pochissimi infatti hanno resistito al fascino del master della massoneria pedofila. Ed anche chi non si intratteneva con le ragazzine e dopo un primo incontro aveva deciso di non frequentarlo, sapeva bene cosa facesse, ma nessuno ha avuto il coraggio di denunciarlo. Sono anche loro colpevoli? A mio parere sì.

Tutte queste vite spezzate, queste adolescenze traumatizzate non solo domandano giustizia da parte dello Stato, ci chiedono di cancellare dalla nostra vita questi individui, di bruciare il ghetto dove vivono con la nostra indifferenza. Non si guardano più certi film, non si comprano più alcuni prodotti, non si ascoltano più tante voci, non si votano più certi partiti e politici e così via.

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LA VILLA DI SALÒ, EPSTEIN E GAZA – Pasquale Liguori

Salò o le 120 giornate di Sodoma non era un requiem sul fascismo morente. Pasolini ci stava consegnando una diagnosi clinica, terrificante e profetica, sul futuro che ci attendeva. In quell’opera, l’orrore non risiede soltanto nella tortura, ma nella meticolosa selezione delle vittime: partigiani, figli del popolo, adolescenti rapiti per essere consumati da quattro dignitari – il Duca, il Vescovo, il Presidente della Corte d’Appello, il Presidente della Banca Centrale – pilastri del potere politico, ecclesiastico, giudiziario e finanziario. Quella villa non ha mai chiuso i battenti. È il luogo dove la legge viene sospesa affinché il capriccio dell’élite diventi l’unica norma vigente.

La villa esisteva realmente: si chiamava Little St. James, l’isola di Jeffrey Epstein. Inutile a dirsi che bisogna smettere di guardare al caso Epstein come a una storia di devianza individuale o di gossip. Epstein è stato l’architetto di una “Salò moderna”, un ingranaggio essenziale di quella tracotanza imperialsionista che oggi vediamo esplodere ovunque. La sua rete non era un circolo vizioso, ma un sofisticato dispositivo di controllo politico fondato sul ricatto incrociato, un punto di convergenza dove l’élite occidentale e i vertici dell’intelligence e del business israeliani si incontravano nel comune denominatore del vizio. Lì, esattamente come nel film di Pasolini, la pedofilia trascendeva la perversione sessuale per farsi celebrazione del potere assoluto. Consumare corpi giovani, vergini e indifesi è l’affermazione suprema della sovranità: “Io posso tutto. Tu sei carne, io sono il macellaio”. I quattro dignitari non sono spariti. Hanno solo esteso il perimetro delle recinzioni, trasformando il mondo intero nel loro teatro di caccia.

Quel meccanismo di predazione, un tempo nascosto nelle alcove private, ha rotto gli argini ed è diventato genocidio a Gaza, prosecuzione dell’isola di Epstein con altri mezzi. La villa di Salò ha trovato la sua architettura globale: da un lato la privatizzazione del vizio a Little St. James, dove il consumo dei corpi avveniva al riparo dagli sguardi; dall’altro Gaza, il “cortile esterno”, il luogo dove il Potere Sovrano esercita la sua violenza con una spettacolarità oscena, trasmettendo al mondo il messaggio definitivo di impunità. Pasolini indicava la natura anarchica del vero potere. I signori di Salò stilano regolamenti maniacali solo per il piacere sadico di violarli.

Israele incarna oggi questa figura del sovrano assoluto nel suo eccezionalismo. La circolazione virale di video in cui soldati israeliani posano ghignanti con la biancheria intima di donne palestinesi uccise o sfollate, o ballano invocando la colonizzazione sulle macerie di intere città, non è un incidente di percorso disciplinare. È la manifestazione politica dell’orgia sadiana. È quel “surplus di godimento” che accompagna ogni genocidio: non basta eliminare il nemico, bisogna umiliarne la nuda vita, celebrare la propria vitalità suprema banchettando sul cadavere dell’Altro. La scena più insostenibile di Salò, quella in cui le vittime sono costrette a nutrirsi di merda, trova oggi la sua tragica eco politica. Il colonialismo nella sua fase terminale costringe i popoli sottomessi a ingoiare gli scarti della produzione di morte occidentale: fame, sete, malattie, macerie. È la distruzione metodica non solo dei corpi, ma della dignità umana, ridotta a rifiuto.

Questa “tracotanza” – l’impunità sfacciata, farsi beffa di istituzioni e diritto cavalcandone i loro doppi standard, i soldati che frugano nell’intimo delle case sventrate – è figlia diretta di quella stessa cultura che proteggeva i frequentatori dell’isola. È il messaggio del marchese de Sade elevato a dottrina di Stato: il forte ha il diritto naturale di godere della sofferenza del debole. Di fronte a questo abisso, non ci è risparmiato uno spettacolo forse ancora più grottesco: la recita di sedicenti progressisti che, invece di analizzare l’orrore, si premurano di agitare la clava preventiva dell’antisemitismo contro chiunque osi nominare la realtà confrontandosi oggettivamente con l’abisso dei tempi. Un’accusa, ormai svuotata di ogni significato storico e trasformata in un manganello retorico, che serve a un solo scopo: proteggere il potere da ogni critica strutturale. È la stessa ipocrisia dei collaborazionisti che, nella villa di Pasolini, suonavano il pianoforte per coprire le urla delle torture. Chi oggi grida all’antisemitismo di fronte alla critica politica del sionismo e del massacro sistematico che produce, sta difendendo il diritto dei Signori di disporre dei corpi a loro piacimento. Riconoscere il legame oscuro tra libido, potere e sterminio è il primo passo per non essere complici.

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