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mercoledì 3 dicembre 2025

Salvini ci vuole studiare! Noi musulmani siamo la sua ossessione - Shady Hamadi

 

Lanciamo l’osservatorio sull’islamizzazione, è la brillante idea del ministro dei Trasporti Matteo Salvini che, a corto di argomenti per fare consensi elettorali, riaccende la paura attraverso la creazione del nemico esterno. E chi può mai scegliere? Ma noi musulmani! E’ chiaro, siamo il suo capro espiatorio preferito. Incapace di produrre qualsiasi ragionamento o decisione politica che possa risolvere quelli che sono i problemi dell’Italia – disoccupazione, lotta alla mafia, ai femminicidi e all’emorragia che ha portato centinaia di migliaia di italiani a emigrare all’estero – ha annunciato in pompa magna un osservatorio.

Ci vuole studiare! Vuole monitorare, dice, il rischio di islamizzazione dell’Italia – non di bancarotta -, insieme alla cultura patriarcale che promuoviamo – peccato che le vittime di femminicidi in Italia siano moltissime, uccise da italianissimi compagni – e, in fine, far sì che le moschee illegali chiudano. Certo, il nostro obbiettivo è aprire sale di preghiera nascoste, dove possiamo prostrarci a Dio lontano da sguardi indiscreti. Attenti, ovviamente, che i carabinieri non ci vedano mentre sussurriamo le lodi a Dio.

Il pericolo islamico è tanto evidente, secondo Salvini, da dover dedicare risorse e soldi che, invece – facciamo i populisti – potrebbe dedicare ad un osservatorio per i giovani italiani all’estero – come li riportiamo a casa? O per capire come migliorare gli stipendi da fame. No, ahimè, siamo la sua ossessione. Però, ministro, io un osservatorio lo aprirei: quello sulla scemenza.

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venerdì 27 agosto 2021

Afghanistan, il silenzio dei musulmani - Tahar Ben Jelloun

C'è bisogno che gli islamici di tutto il mondo reagiscano a questa orribile deviazione della loro religione da parte di delinquenti e barbari.

Un silenzio assordante dei paesi musulmani ha accolto la vittoria dei talebani in Afghanistan. Indifferenza o semplice passività, o piuttosto una vecchia abitudine a non dire nulla, a non fare nulla quando l'Islam viene usato per un compito indegno dei suoi valori?

Il Qatar, che ha aiutato discretamente i talebani, si comporta come se non avesse nulla a che fare con loro. Non una parola. Né l'Arabia Saudita ha fatto alcun commento. Eppure c'è molto da dire sul modo in cui l'Islam viene deviato per diventare bandiera e ideologia del terrorismo talebano.

Perché i popoli musulmani di tutto il mondo non reagiscono a questa orribile deviazione della loro religione da parte di delinquenti e barbari? Perché un'istituzione come Al Azhar, al Cairo, non si esprime con fermezza e senza ambiguità contro queste bande di distruttori dell'Islam? Perché assistiamo quotidianamente al trionfo dell'orrore in Afghanistan come in alcuni Paesi africani, senza muoverci, senza gridare, senza manifestare nelle strade il rifiuto assoluto di questa barbarie arrogante e trionfante?

Boko Haram significa "libro proibito". Talebani significa "studenti". Sia il primo che i secondi si incontrano nel tunnel dell'oscurantismo. Entrambi i fenomeni sono segnati dall'odio per i libri e la cultura. Dall'odio e l'asservimento della donna.

Da molto tempo l'Islam è usato da dei criminali come ideologia e bandiera di un nuovo ordine, quello della sottomissione e della schiavitù dei bambini e delle donne. Inutile ricordare che niente di tutto questo esiste nell'Islam, ma si lascia aperta la porta alla possibilità che la gente creda che l'Islam sia questo.

I testi, letti con intelligenza, scagionano l'Islam da questi atti di violenza. Ma è necessario mobilitarsi ovunque nel mondo musulmano per rifiutare questi abusi che negano ogni civiltà, ogni cultura, ogni umanità.

In Nigeria, Boko Haram rapisce giovani liceali per indurre i genitori a non mandare più le loro figlie a scuola. I talebani fanno traffico di droga per comprare armi e conquistare un intero Paese. L'11 marzo 2001, il patrimonio culturale mondiale subì un danno irreparabile con la distruzione delle monumentali statue di Buddha a Bamiyan. Il mondo musulmano, contrariamente al mondo occidentale, non reagì.

Vent'anni dopo, gli insorti si sono impadroniti delle principali città senza nemmeno dover combattere. Kabul si è arresa. Nel frattempo, il presidente del Paese è fuggito all'estero. L'esercito regolare afghano è così corrotto che non ha opposto resistenza. Ha consegnato il Paese a una banda di uomini armati fino ai denti, pronti a imporre le proprie regole sul funzionamento di una società in cui le donne sono considerate schiave degli uomini.

Un abitante di Baghlan (una provincia del Nord) racconta: "Tutte le forze governative sono fuggite subito dopo l'arrivo dei talebani senza la minima resistenza".

Le donne fuggono prima che arrivino i talebani. Sanno che saranno violentate o costrette a sposare uno dei capi. Una giovane donna afghana ha detto all'Afp che "piange giorno e notte nel vedere i talebani costringere le ragazze a sposare i loro combattenti". Piange perché sa quale destino l'aspetta se cade nelle mani di questi individui.

Per ordine di Joe Biden, gli americani, dopo vent'anni di presenza, si sono ritirati da questo pantano. Ci si chiede perché si siano imbarcati in questa avventura. I vari leader americani non hanno tratto alcuna lezione dalla sconfitta in Vietnam.

Certo, c'è stato prima l'intervento sovietico, poi la lotta contro il comunismo e l'ateismo dell'Arabia Saudita e infine l'arrivo degli americani con l'intenzione di addestrare l'esercito afghano per difendere il Paese dalla barbarie. Un fallimento su tutti i fronti. La guerriglia urbana ha più risorse della guerra convenzionale. E così l'Afghanistan diventerà il centro del terrorismo su scala globale.

Gli europei temono un afflusso massiccio di rifugiati afghani. L'Iran ha già accolto 3,5 milioni di afghani in fuga e il Pakistan 1,4 milioni. Gli europei sono pronti a dare soldi a questi due Paesi perché accettino altri rifugiati. La paura di vedere arrivare sul suolo europeo delle famiglie afghane è reale. L'asilo politico per questi milioni di rifugiati non funziona più.

Il mondo ha assistito al crollo di un esercito e di uno stato in pochi giorni. Si dice che alcuni governatori abbiano negoziato con gli insorti per fuggire, lasciando le città aperte ai talebani. Il male viene da lontano. La corruzione e la mancanza di legittimità dei governanti hanno contribuito alla rapida vittoria dei talebani.

Il silenzio del mondo musulmano ha sorpreso tutti. Un paese, una società, sono caduti nelle mani di persone che non sanno nulla dell'Islam e della sua filosofia. La vittoria dei talebani è il trionfo dell'oscurantismo religioso, la sottomissione delle donne e la fine della cultura. E tutto questo viene imposto a un popolo in nome dell'Islam.


da qui

lunedì 29 maggio 2017

La storia dei tre eroi di Portland

Venerdì 26 maggio due uomini sono stati accoltellati e uccisi su un treno a Portland, in Oregon, mentre cercavano di intervenire contro un altro passeggero che gridava insulti anti-islamici verso due giovani donne. Un terzo uomo coinvolto nella difesa delle due adolescenti è stato gravemente ferito ed è attualmente ricoverato in ospedale. L’aggressore si chiama Jeremy Joseph Christian, ha 35 anni, e comparirà per la prima udienza in tribunale domani, martedì 30 maggio. Nel frattempo, più di 600 mila dollari sono stati raccolti e messi a disposizione delle famiglie dei tre difensori che, sui giornali sono definiti degli “eroi”. Il sindaco di Portland, il governatore dell’Oregon ma anche altre importanti figure politiche come Hillary Clinton hanno commentato questa storia, mentre non lo ha fatto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Nel pomeriggio di venerdì due ragazze di 16 e 17 anni, una delle quali indossava un hijab, hanno preso un treno a Portland. Appena salite sul loro vagone l’uomo successivamente identificato come Jeremy Joseph Christian ha iniziato a pronunciare delle frasi razziste contro di loro dicendo ad esempio, secondo i testimoni, che tutti i musulmani sono dei «criminali». Ha detto loro di «scendere dal treno» e di andarsene dal paese, «perché qui non pagate le tasse». A quel punto alcuni passeggeri sono intervenuti in difesa delle ragazze e sono stati aggrediti con un coltello. Taliesin Myrddin Namkai-Meche, un ragazzo di 23 anni da poco laureato in economia, e Ricky John Best, 53 anni, padre di quattro figli ed ex soldato sono morti: il primo mentre veniva trasportato in ospedale, il secondo sul colpo, dopo essere stato ferito da Christian. Un terzo uomo di 21 anni, Micah David-Cole Fletcher, è stato invece colpito al collo ed è attualmente ricoverato in ospedale, ma non è in pericolo di vita. Apparentemente inconsapevoli di quanto gravemente feriti fossero gli uomini che le avevano difese, le due ragazze sono scappate terrorizzate dal treno e hanno telefonato alla madre di una di loro. Anche Jeremy Joseph Christian ha cercato di fuggire, ma è stato arrestato poco dopo essere sceso dal treno.
Il sergente Pete Simpson, portavoce della polizia di Portland, ha detto che non si sa ancora se l’aggressore «abbia problemi di salute mentale o se fosse sotto l’effetto di droghe o alcol». Su di lui non ci sono molti dettagli: si sa che ha 35 anni, che è di Portland, e una sua fotografia è stata diffusa dalla polizia dopo l’arresto.

Giornali e tv locali hanno scritto che la pagina Facebook di Christian aveva dei contenuti razzisti e estremisti, altri hanno detto che era un «noto suprematista bianco», altri ancora che aveva recentemente partecipato a una marcia di estrema destra. La polizia si è però finora rifiutata di condividere i dettagli della sua storia. Il sindaco di Portland Ted Wheeler ha detto che le «azioni coraggiose e disinteressate» dei tre uomini «dovrebbero servire da esempio e ispirazione per tutti noi». Ha anche aggiunto che «l’attuale clima politico offre molto spazio a coloro che diffondono fanatismo». La madre di uno degli uomini uccisi lo ha definito «un eroe», così come la madre di una delle ragazze aggredite, che ha anche parlato pubblicamente ringraziando le tre persone che le hanno salvato la vita.
Nello scorso fine settimana, in onore dei tre difensori c’è stata una veglia a cui hanno partecipato circa mille persone e a loro sono stati dedicati molti tributi online. Il tweet del giornalista di un giornale locale, in cui chiedeva a Donald Trump di fare qualche commento sull’attacco, è stato condiviso più di 4.000 volte. E il giornalista veterano di guerra Dan Rather ha scritto una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti condivisa più di 100.000 volte su Facebook in cui gli chiede di parlare della morte dei due uomini: «Due americani sono morti lasciando famiglia e amici. Sono compianti da milioni di persone che sono anche profondamente preoccupate di ciò che potrebbe avvenire nel futuro

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martedì 22 novembre 2016

Fratelli ebrei, come fate a stare con Trump che vuole schedare i musulmani? – Stefano Jesurum

Chissà se i trumpisti nostrani si rendono davvero conto di quanto profonda sia la lacerazione che il nuovo Presidente sta provocando tra gli americani. E con rammarico, ma senza eccessivo stupore, registro la presenza tra gli sfegatati seguaci italiani di Donald di un buon numero di correligionari: una realtà ben differente da quella statunitense dove è intorno al 23 per cento la quota ebraica che lo ha sostenuto.
Non a caso pochi giorni fa infatti Jonathan Greenblatt, CEO dell’Anti-Defamation League (ADL), una delle più potenti associazioni ebraiche americane, ha fatto una affermazione che fino a pochissimo tempo (e forse ancora oggi) sarebbe suonata come qualcosa di inconcepibile. Ha detto che se la nuova amministrazione imporrà una schedatura dei musulmani, loro, ebrei dell’ADL, saranno i primi a etichettarsi come musulmani. «Se un giorno i musulmani-americani saranno costretti a registrare le loro identità, allora quello sarà il giorno in cui ogni ebreo orgoglioso del proprio ebraismo si dirà musulmano».
Il popolo ebraico conosce bene dove portino le schedature e le discriminazioni. Chiunque abbia a cuore la lotta all’antisemitismo e al razzismo non può che rendere onore all’impegno preso dai vertici dell’Anti-Defamation League. D’altronde la storia ci insegna quanto rari siano comportamenti così fermi e coraggiosi. E la memoria corre a Re Cristiano X di Danimarca che durante l’occupazione nazista uscì a cavallo da Palazzo portando la stella gialla appiccicata sulla giacca – marchio imposto dai nazisti ai cittadini ebrei. Ma già i trumpisti&simili di casa nostra alla storia non badano poi tanto.

lunedì 31 ottobre 2016

La tratta arabo-islamica e l'odio per gli africani neri - Antonella Sinopoli

Il termine inglese rende bene, uncomfortable truth. E di verità sgradevoli, scomode ce ne sono a bizzeffe. Soprattutto le verità storiche. Una di queste riguarda la schiavitù, la tratta degli schiavi. C'è però una sottile e immensa questione, perché della tratta europea non si fa fatica a parlare mentre molto meno accade per quella perpetrata dal mondo arabo/islamico? Sembra - almeno nella memoria di molti - che addirittura non sia mai esistita. Molti ne ignorano l'entità, le motivazioni, i luoghi. E spesso, appunto, che sia mai avvenuta. Qualcuno dice che c'entri la religione, appunto, passi del libro sacro dell'Islam - che toccherebbe così disconoscere - ma anche la scarsità di gruppi di opinione e di lobby per la sua condanna e, soprattutto, il fatto che ancora venga perpetrata... Tempo fa John Azumah- religioso e studioso di origini ghanesi, da anni residente e docente negli States - ha pubblicato un libro dal titolo che non lascia spazio a dubbi, The legacy of Arab-Islam in Africa, colmando di fatto un vuoto esistente in materia. Se centinaia, migliaia di testi sono stati pubblicati e discussi riguardo alla tratta atlantica, molto meno esiste invece sull'"esercizio" della schiavitù a cui il mondo arabo si è dedicato a partire dall'epoca dell'Impero romano e fino al Ventesimo secolo. Quattordici secoli - non 400 anni quanto più o meno durò la schiavizzazione da parte degli europei - e che avrebbe prodotto secondo gli studiosi tra i 20 e i 30 milioni di schiavi. A partire dal Nord Africa, poi verso Occidente e, infine, verso Est, nel momento in cui i mercanti europei presero il controllo delle coste a ovest del continente.



Una storia fatta di abusi, violenze inenarrabili, conversioni forzate. Ovviamente sotto l'egida della fede - e come fanno notare gli studiosi - del libro sacro dell'Islam, che riconosce la presenza degli schiavi e il loro possesso. Del resto accadeva lo stesso per l'altra parte - l'Europa cattolicissima o protestante - che a furia di bolle papali e di diritti presunti di superiorità sui neri primitivi si arrogava le loro vite. Basta andare in uno qualunque dei forti lungo le coste dell'Africa occidentale - ultima tappa per gli schiavi che sarebbero poi stati imbarcati - per vedere le belle e curate chiesette o cappelle all'interno di ognuno di essi. Qui si pregava, forse per il buon esito delle trattative sulla pelle nera. Del resto la religione ha finito per essere motivo, arma e anche scusa e giustificazione per i crimini più efferati, compreso - appunto - quello di ridurre in schiavitù altri esseri umani e farne oggetti privati. Nonostante le "dimenticanze" di chi preferisce non sapere, i documenti a portata di mano sono infiniti - garantiti, da una certa epoca in poi, anche dalle nuove tecniche di registrazione degli eventi, come macchine fotografiche e cineprese. Su YouTube ne circolano non pochi di docufilm che hanno un grande valore testimoniale.


Una delle domande che gli storici si sono posti è come mai le discendenze degli schiavi sono assai visibili negli USA, in Brasile e - ovviamente - nella Repubblica Dominicana e Haiti - ma lo stesso non è accaduto nei Paesi del Medio Oriente, Iraq, Iran, Arabia Saudita, ect. Nonostante la tratta da parte degli arabi sia durata molti secoli e aveva preceduto di 700 anni quella europea. Mentre ai "neri d'America" e alle loro donne era consentita in un certo qual modo una vita "privata", le donne nei regni arabi e orientali venivano utilizzate come concubine per accrescere gli harem - dunque solo a fini sessuali o di servizio - e per gli uomini era largamente praticata l'evirazione. Uno su cinque rimaneva in vita. Quelli che sopravvivevano non avrebbero potuto "nuocere" al loro padrone. Molti poi venivano usati negli eserciti e anche lì la loro vita non durava certo a lungo. Solo una minima parte aveva funzione di forza lavoro in piantagioni. Il Maafa, l'olocausto africano è durato un tempo infinito e per alcuni - a dire il vero - non è mai veramente terminato. Non è finito perchè generato non da motivi economico-commerciali (che nel caso della tratta da parte degli arabi era un elemento secondario) ma dall'odio, dal disprezzo, dalla convinzione profonda dell'inferiorità degli africani neri. Basta riflettere sul modo in cui vengono trattati non solo nei Paesi arabi, ma anche in Cina e in India, per esempio. Mentre nulla di nuovo sotto il sole avviene nel Nord Africa - in Libia ad esempio - dove gli africani costretti oggi a transitarci per cercare lavoro o per tentare il passaggio del Mediterraneo, finiscono per diventare vittime di soprusi, stupri, rinchiusi a marcire nelle carceri e trattati come delinquenti. E non si tratta di politiche per frenare l'immigrazione, no, si tratta di odio e disprezzo che continua ad alimentarsi. I neri rimangono Adb, schiavi, inferiori. Nessuna umanità concessa o riconosciuta. Quindi, non è storia passata, purtroppo. È oggi, adesso, continua. La tratta di esseri umani - dei neri - è ancora in atto, praticata sotto gli occhi di tutti. Ma nel denunciare - nel raccontare la storia - non basta e non serve accusare. John Azumah non ha scritto solo la storia della schiavitù perpetrata tra gli arabi per secoli sul suo continente, ha scritto libri sul dialogo, la conciliazione, l'incontro tra le due religioni. Salire su un pulpito e proporre la Storia in modo manicheo distoglie dal centro e il centro è questo: chi ha fatto e fa queste cose sono gli uomini, non le loro religioni. Sono i fatti che contano. Sentirli raccontare da Marcus Gravey è una grande lezione di Storia, elaborata con ironia e ancora ricorrendo alle fonti cartacee, i libri. È una lunga conferenza questa di Garvey, un documento prezioso fatto di competenza, misura e orgoglio. L'odio sarebbe stato di troppo e pare non appartenere a questa "razza inferiore" che sono i neri.

domenica 16 ottobre 2016

“Che schifo il diario con il velo islamico”: genitori che educano all’odio - Silvia Cotta Ramusino


Una scuola vicentina ha distribuito a mille alunni un diario che in copertina ritrae una bambina con lo hijab, il velo islamico. Un disegno in stile pop art, colorato, percepito dai genitori come un grave affronto alla decenza. Il fatto che quel disegno fosse una rappresentazione di Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana vincitrice del premio Nobel per la Pace, passa in secondo piano. Insorgono quei genitori, scatenano un vespaio su Facebook, ormai irrinunciabile teatro di qualsiasi tipo di scontro sociale, politico e culturale.
 “Io sono senza parole – scrive Giulia – E anche qui sarebbero solo insulti… Vergognatevi! I comunisti sono pregati di non commentare con moralismi, storie di integrazione di sto c***o e altre M***”. È poi un susseguirsi di hashtag: #loschifo #èoradibasta #vergogna e commenti indignati: “Ma i genitori tutti zitti? non ho capito l’obbligo di avere una cosa che non condivido…deghe fogo!!!!!!!”, “A me sale l’omicidio” fino all’exploit delle foto di Benito Mussolini e proposte di roghi davanti alle scuole.
È tanto lo sconcerto, a partire da quello della preside Luciana Bassan che si dichiara sorpresa e amareggiata. “Sorpresa perchè nessuno si è lamentato di persona e amareggiata perché quella copertina e tutti gli altri 11 disegni contenuti nel diario sono frutto di un lungo lavoro di due classi V di Zanè sul tema “Gesti famosi, donne semplici”, che ha portato loro a vincere un concorso scolastico. Oltre a Malala sono state ritratte anche Anna Frank, Rita Levi Montalcini, Indira Ghandi. Amereggiati sono anche gli insegnanti ma soprattutto i ragazzi, che si sono impegnati tanto su temi come la libertà e il diritto all’istruzione per tutti i bambini. Cari genitori, forse è il caso che facciate una riflessione sulla vostra reazione anziché su quel bel disegno di cui ignoravate il significato”.
Sono anche questi i genitori d’oggi. Chi plasma le menti di esseri innocenti rischiando di trasformarli in mostri a loro immagine e somiglianza. Possiamo quindi meravigliarci per le manifestazioni di violenza? Per gli atti di bullismo? Per gli stupri fra i banchi di scuola? Per i suicidi dettati dalla disperazione della persecuzione? Chi dovrebbe educare ai valori e insegnare il rispetto è solo in grado di spingere a respingere il diverso, alla critica sterile, battezzando nell’odio. Il fatto che per ogni cattivo genitore ce ne sia un altro capace di educare e crescere in modo adeguato i propri figli non è sufficiente, perché l’odio si diffonde con maggiore facilità della comprensione e del rispetto.
Malala ha lottato mettendo a rischio la propria vita e lotta ancora affinché in ogni luogo le bambine e ragazze come lei abbiano il diritto all’istruzione, perché possano ricevere un’adeguata educazione scolastica. In Italia siamo ancora più indietro, a rischio non è tanto (o solo) l’educazione a scuola, ma quella che si respira nelle case.

venerdì 9 settembre 2016

GRAZIE HABIBUL, FRATELLO MUSULMANO – Il terremoto per imparare ad essere popolo – Don Nandino

Vedo sul cellulare che è il numero di Habibul ma sono in Palestina e non posso rispondere ora. “Chissà cosa vorranno chiedermi loro…”.

Solo ora capisco e mi interrogo, incrociando il mio fratello Imam della Cita qui in quartiere: “Don Nandino, ti avevo cercato perché volevamo pregare insieme per le vittime del terremoto.”
Quella frase e quella proposta, come una mano tesa che non ho stretto, un desiderio rimasto disatteso, mi hanno fatto tanto pensare. Grazie, fratello Habibul, perché devo farne di strada per imparare ad abitare insieme a te la nostra stessa città e per capire una volta per tutte che non siamo “NOI” e “VOI”, NOI cristiani e VOI musulmani, NOI italiani e VOI stranieri.

Ma che fatica a capirlo! Anche stavolta è stato un fratello musulmano a ricordarmi che siamo parte della stessa famiglia perché abitiamo da cittadini la stessa Italia e lo stesso quartiere. Quante volte continuo a ragionare come se voi foste sempre e comunque “altro” da me, “stranieri” rispetto alla “mia” terra, “ospiti” anche se siete qui da una vita. D’altra parte arriviamo perfino all’assurdo di non riconoscere come italiani perfino i ragazzi che sono nati qui e quindi sono esattamente italiani come lo sono io.
Quant’è profonda e radicata in me questa idea razzista che mi fa continuare a pensare che debba essere sempre io ad insegnare a “voi”, secondo quell’odioso ritornello: “siete voi che dovete integrarvi e stare alle nostre regole!”, invece di sforzarmi di rispettarvi nella ricchezza di tradizioni e culture diverse dalla mia. Al massimo rendete più “etnica” una bella cena o più “interreligiosa” e “internazionale” una iniziativa. Ma continuo a pensare che siate “voi” a frequentare i “nostri” negozi e i “vostri” figli le “nostre” scuole.

E’ terribile pensare che mi ci voleva un terremoto per capirlo. Ma quando stamattina, carissimo fratello Habibul, con la più grande naturalezza mi hai confidato il desiderio dei fratelli musulmani di “pregare insieme” per i terremotati, davi per scontato che io non ragionassi come se le vittime del terremoto fossero “dei nostri”, cioè italiani. Voi che da decenni vivete in Italia, dovrebbe esser logico che vi sentite italiani.

Che lezione straordinaria, mi hai dato, fratello Habibul! Non ci avevo pensato quando tanti musulmani sono venuti a luglio a Messa, nella nostra chiesa, per pregare contro il terrorismo, ma ci ho pensato quando il veleno razzista è stato iniettato nei social, pochi minuti dopo le prime scosse:
“Prima «noi», poi «loro». «Noi» non siamo razzisti. Anzi, «noi» siamo fin troppo buoni e «loro» se ne approfittano. Mettiamoci «loro» nelle tende», «noi» andiamo nelle strutture dove sono ospitati; prendiamo per «noi» i 34 euro e i fondi stanziati per «loro»”
Un brivido di disgusto mi aveva preso leggendo questo odio per l’altro (profugo o musulmano poco conta). E mi scandalizzavo che usassero il lutto dell’intero popolo italiano per giocare a «noi» e «loro». Ma ora prendo atto che il virus mi ha attaccato ed anche un habituè del pulpito non è immune da quel senso di superiorità che ci sta distruggendo.

Non basterà allora constatare che venendo giù un pezzo d’Italia la falce implacabile del terremoto ha mietuto le sue vittime senza chiedere il passaporto o il permesso di soggiorno. Non sarà sufficiente leggere nei giornali che tanti richiedenti asilo sono stati tra i volontari della prima ora a scavare e soccorrere. Adesso che gli sfollati siamo noi, tutti noi, cioè con «noi» anche «loro», adesso è il tempo di sconfiggere il razzismo con la reciproca cura, ad Amatrice come a Marghera, a Parigi come in medioriente.

Dio misericordioso, che noi cristiani nel vangelo di questa domenica ti riconosciamo come un padre sempre e solo buono e che i miei fratelli della moschea del quartiere invocano come il padre di tutti i credenti, o Dio padre di tutti abbi pietà di noi e convertici insieme alla gioiosa appartenenza all’unica famiglia umana.
Don Nandino


mercoledì 27 luglio 2016

Appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam - Tahar Ben Jelloun

L'Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome "Islam" è contenuta la radice della parola "pace". Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all'assassinio di innocenti. Un'aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.

Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un'altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.

Perciò dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che "questo non è l'Islam". Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l'Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l'Islam - o piuttosto - se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l'Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l'Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l'inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l'Islam è in Europa.

Se l'Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all'immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.

Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell'innocente sul volto dell'Islam.

Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.

Apparteniamo alla stessa nazione, ma non per questo siamo "fratelli". Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.

(traduzione di Elisabetta Horvat)

lunedì 18 luglio 2016

Caro Gramellini, tu non sei mio fratello - Sabika Shah



Eccomi. Sono qui. Sono uscita. Sono uscita giorni, mesi, anni fa. Sono uscita tutti i giorni dall'11 settembre in poi. Forse non mi hai vista. Forse non mi hai voluta vedere, ma io sono uscita ed insieme a me sono usciti i miei fratelli, musulmani e non, italiani e non. Gente figlia dell'amore, gente che crede nell'unità del popolo, nella libertà e nell'uguaglianza.
Hai ragione quando dici che servono gesti che cambino la trama di questa storia, ma sbagli ad aspettarteli solo da me. Sbagli a pensare che tu puoi permetterti il lusso di “restare sull'uscio ad osservare”, mentre io combatto la nostra battaglia: quella di tutti noi cittadini europei che crediamo nella pace e nella convivenza tra popoli, religioni, etnie. Quella che già combatto da tempo, ma che non posso vincere senza di te.
Un fratello condivide il tuo dolore. Un fratello ti sostiene. Un fratello scende in piazza accanto a te, non ti lascia solo. Tu mi hai lasciata sola. Tu non sei mio fratello.
Da un lato mi dici che questi farabutti sono nati e cresciuti qui, insieme a me e te, dall'altro dici che parlano la “mia” lingua, frequentano i “miei” negozi, che i loro figli vanno a scuola con i “miei”. E i tuoi, caro Gramellini? Dove vanno a scuola i tuoi figli? Che negozi frequenti tu? Che lingua parli? Dici che sono “una di voi”, ma continui a parlare di “nostri” e “vostri”.
 
Gli attentatori non sono mai ragazzi religiosi, non frequentano quasi mai le moschee e io non ho mai a che fare con loro. Proprio come te. Sono ragazzi disturbati, che provengono dalle periferie dimenticate delle grandi città; sono degli emarginati con precedenti penali, e non c'entrano niente con me.
 
La solidarietà religiosa e razziale che mi accusi di provare non esiste, anche perché non provo solidarietà per i fomentatori di odio e i violenti. Se provo solidarietà è solo per i miei fratelli europei che, loro malgrado, sono diventati il bersaglio di una violenza indiscriminata e ingiustificabile.
L'Italia è la mia casa. Non mi ha accolta e non mi ha offerto nulla. Ogni cosa che ho in questa terra, me la sono guadagnata con il sacrificio, la fatica e il lavoro, miei e dei miei genitori, che sono arrivati qui ormai più di 40 anni fa. Un italiano che credeva nella ricchezza della diversità ha saputo guardare oltre il loro essere giovani musulmani pakistani, e gli ha voluto bene. Tanto, da dare loro il suo cognome e convincerli a restare.
Le tue parole feriscono l'anima di persone come loro, di persone come mio nonno e dei tuoi un milione di concittadini musulmani da cui hai tante pretese, forse anche giuste, ma al fianco dei quali non vuoi combattere, e che accusi di essere complici di barbarie come quella commessa da un folle a Nizza. Non è giusto.
 
Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il populismo dall'islamofobia.
E per questo, io non voglio fare nessun patto con te, anche perché il tuo mi sembra più una minaccia che un patto. I nostri razzisti li terremo lontani dal governo io e i miei fratelli, con il nostro voto e il nostro impegno. Siamo già passati all'azione, abbiamo già preso le distanze dagli invasati e contraddetto punto su punto chi si è avvicinato a noi con idee distorte, e continueremo a farlo.
Sai, è perché stiamo giocando senza di te che stiamo perdendo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che se ci sconfiggeranno, sarà stata anche colpa tua.

lunedì 2 maggio 2016

Dalia Mogahed: Cosa pensate quando mi guardate?



dice anche: L'ISIS ha con l'Islam lo stesso legame che il Ku Klux Klan aveva con il cristianesimo.

domenica 14 febbraio 2016

Le grida di guerra - Orhan Pamuk

Ho sempre pensato che le catastrofi rafforzassero il senso della comunità. Subito dopo i terribili incendi ad Istanbul della mia infanzia e il terremoto di due anni fa, il primo pensiero che ho avuto è stato quello di condividere i sentimenti che provavo, discutere con gli altri del disastro. Ma questa volta, seduto di fronte al televisore in un piccolo caffè di Istanbul, vicino al molo, frequentato da carrettieri, malati di tubercolosi e scaricatori, mentre le torri gemelle di New York crollavano bruciando, mi sono sentito disperatamente solo.
Immediatamente dopo lo schianto del secondo aereo i canali della televisione turca hanno cominciato a trasmettere programmi in diretta. Una piccola folla riunita nel caffè guardava quelle incredibili immagini sullo schermo con distaccato stupore, sorpresa ma apparentemente non intaccata in profondità. Ad un certo punto stavo quasi per alzarmi di scatto e gridare: "ho passato tre anni della mia vita a Manhattan. Ho vissuto in mezzo a quei palazzi. Ho camminato tra quelle vie senza un soldo in tasca. Ho incontrato delle persone dentro quelle torri.". Ma, come in quei sogni in cui ci si sente sempre più soli, non ho potuto fare altro che rimanere in silenzio.
Ho deciso di uscire in strada perché non potevo più sopportare quelle immagini e soprattutto perché volevo condividere con altre persone ciò che avevo visto. Pochi istanti dopo, sul molo, tra la folla che aspettava il traghetto, ho incrociato con lo sguardo una donna in lacrime. Dalla sua espressione e dalle facce di quelli che la circondavano, ho capito che non stava piangendo perché aveva un parente a Manhattan ma perché pensava che stesse per arrivare la fine del mondo. Da bambino, nel periodo in cui si temeva che la crisi di Cuba avrebbe scatenato la terza guerra mondiale, ho visto donne altrettanto sconvolte disperarsi e gridare mentre le famiglie della classe media di Istanbul facevano rifornimento di maccheroni e lenticchie.
Sono tornato nel caffè e ho ripreso ad osservare le scene in televisione, intrappolato dalla stessa irresistibile ossessione che stava ipnotizzando il resto del mondo.
Più tardi, camminando nuovamente in strada, ho incontrato uno dei miei vicini di casa. "Signore, ha visto, hanno bombardato l'America," ha detto, aggiungendo con ferocia, " hanno fatto bene."
Questo anziano signore non è affatto religioso. Fatica a guadagnarsi da vivere facendo piccole riparazioni e del giardinaggio; di sera si ubriaca e litiga con la moglie. Non aveva ancora visto le quelle scene spaventose, ma solo sentito dire che qualcuno aveva fatto qualcosa di orribile all'America. Ho ascoltato anche altre persone esprimere una rabbia simile a quella della sua reazione iniziale (della quale successivamente si sarebbe pentito). In un primo momento, in Turchia, molti parlavano della brutalità del terrore e di quanto l'attacco fosse spregevole e spaventoso. Poi, però, hanno fatto seguire alla loro denuncia alcuni "ma", criticando in modo ora contenuto ora risentito il potere politico ed economico dell'America. Dibattere del ruolo degli Stati Uniti nel mondo all'ombra del terrorismo che si basa sull'odio verso l' "Occidente" e che uccide brutalmente persone innocenti è estremamente difficile, oltre che moralmente discutibile. Ma nel vivo della legittima collera verso i malvagi atti di terrore, per qualcuno sarà facile pronunciare parole che potrebbero condurre al massacro di altre persone innocenti. In previsione di questo, sono necessarie alcune riflessioni.
Ognuno dovrebbe essere consapevole del fatto che quanto più dureranno i bombardamenti e quante più persone innocenti moriranno in Afghanistan o in qualsiasi altra parte del mondo per soddisfare le esigenze degli americani, tanto più crescerà e s'inasprirà la tensione fittizia che alcuni gruppi stanno cercando di creare tra "Oriente" e "Occidente" o tra "Islam" e "Civiltà Cristiana"; e questo servirà soltanto ad appoggiare il terrorismo che l'azione militare si sta predisponendo a punire. 
Ora è moralmente impossibile discutere del dominio dell'America sul resto del mondo di fronte alla spietatezza dei terroristi responsabili dell'uccisione di migliaia di innocenti. Allo stesso tempo, dovremmo provare a capire perché milioni di persone nei paesi poveri che sono state messe da parte e private del diritto di decidere anche delle loro stesse vite, provino così tanta rabbia verso l'America.
Non siamo sempre obbligati, d'altra parte, a guardare con comprensione a questo rancore. Inoltre, in molti paesi del terzo mondo e in molti paesi islamici, il sentimento anti-americano non è tanto una vera e propria rabbia, quanto uno strumento impiegato per dissimulare la mancanza di democrazia e rafforzare il potere dei dittatori locali. I comportamenti tipici e diffusi in alcune società dalla mentalità assai arretrata - come l'Arabia Saudita, che sembra far di tutto per dimostrare i suoi significativi legami con l'America fossero stati stretti per provare al mondo che l'Islam e la democrazia sono termini inconciliabili - non sono d'incoraggiamento per chi lavora a costituire democrazie secolari nei paesi musulmani. Allo stesso modo, una superficiale ostilità verso l'America, come nel caso della Turchia, consente agli amministratori del paese di sperperare, attraverso la corruzione e l'incompetenza, il denaro che ricevono dalle istituzioni finanziarie internazionali e di nascondere il divario tra ricchi e poveri che in Turchia ha raggiunto proporzioni intollerabili.
C'è chi oggi, negli Stati Uniti, appoggia incondizionatamente l'attacco allo scopo di dimostrare la forza militare dell'America e di dare ai terroristi "una lezione". Alcuni discutono allegramente in televisione sugli obiettivi che gli aerei dovrebbero bombardare, come se si trattasse di un videogame. Certi commentatori dovrebbero rendersi conto del fatto che la decisione di attaccare prese impulsivamente e senza le dovute considerazioni, non faranno che intensificare l'ostilità verso l'Occidente già assai diffusa in milioni di persone che vivono nei paesi islamici e nelle regioni del mondo oppresse dalla povertà - gente che vive in condizioni tali per cui inevitabilmente finise per maturare un forte senso di inferiorità e umiliazione. Non sono l'Islam o la povertà in sé a generare direttamente supporto a terroristi la cui ferocia e ingenuità non hanno precedenti nella storia dell'umanità; il nucleo del problema è la schiacciante umiliazione che ha infettato i paesi del terzo mondo.
In nessun'altra epoca storica l'abisso tra ricchi e poveri è stato così ampio. Si potrebbe rispondere che la ricchezza dei paesi sviluppati è un'obiettivo che si sono conquistati da soli, e che non dovrebbe incidere sul destino dei poveri del mondo; mai come ora, tuttavia, l'esistenza dei ricchi è stata così fortemente sottoposta all'attenzione dei poveri attraverso le immagini globali della televisione e dei film hollywoodiani. Bisogna anche ricordare, del resto, che i racconti delle vite dei re hanno sempre costituito il divertimento principale dei poveri. Ma la cosa peggiore è che in nessun'altra epoca le società ricche e potenti del mondo sono state così chiaramente giuste e "ragionevoli".
Oggi un comune cittadino di un paese musulmano non democratico e povero, oppure un impiegato statale in un paese del terzo mondo o in una vecchia repubblica socialista, che lotta per sbarcare il lunario, è consapevole di quanto inconsistente sia la porzione di ricchezza di cui dispone; sa perfettamente di vivere in condizioni più dure e devastanti di un abitante medio degli stati occidentali e di essere condannato ad una vita più breve. Nel contempo avverte in un angolo della sua mente che la povertà è in parte responsabilità della sua stessa follia e inadeguatezza, o di quella di suo padre o suo nonno. Il mondo occidentale non riesce a capire questo opprimente senso di umiliazione, che pervade gran parte delle popolazioni del mondo; è un sentimento che le persone devono provare a superare senza perdere il proprio buon senso, e senza lasciarsi sedurre dai terroristi, i nazionalisti estremisti, o dai fondamentalisti. Questa è la spietata, tormentata sfera privata che né i romanzi fantastico-realistici in cui la povertà e l'inconsapevolezza vengono circondate da un'aura di fascino né l'esotismo della letteratura popolare di viaggio possono comprendere fino in fondo. Ed è per il fatto di vivere in una sfera privata del genere che molte persone nel mondo oggi sono afflitte da miseria spirituale. Il problema che l'Occidente deve affrontare non è solo scoprire quale terrorista stia preparando la prossima bomba, in quale tenda, in quale grotta, in quale città, ma anche comprendere la misera, disprezzata, 'ingiusta' maggioranza che non appartiene al mondo occidentale.
Le grida di guerra, i discorsi nazionalistici, e le impetuose azioni militari vanno nella direzione opposta. Invece di accrescere la comprensione, molte azioni attuali intraprese dall'Occidente e molte linee di condotta stanno rapidamente conducendo il mondo più lontano dalla pace.
Tra queste vi sono le restrizioni per il nuovo visto d'ingresso imposte da molti paesi occidentali europei nei riguardi dei viaggiatori che non provengono dall'UE; le misure d'applicazione della legge hanno contribuito ad ostacolare lo spostamento dei musulmani e delle popolazioni delle nazioni povere; al sospetto verso l'Islam e tutto ciò che non è occidentale; e al linguaggio crudo e aggressivo che identifica l'intera civiltà islamica con il terrore ed il fanatismo. Cosa spinge e corrode un anziano signore di Istanbul ad esultare per il terrore di New York in un momento di rabbia, o un giovane palestinese che non ne può più dell'oppressione israeliana ad ammirare i talebani, che cospargono le donne di acido nitrico perché hanno mostrato il volto? Non è l'Islam o ciò che viene stupidamente descritto come il contrasto tra Est e Ovest, e neppure la povertà in sè. E' il sentimento d'impotenza che deriva dal degrado, dall'impossibilità d'essere compresi e dall'incapacità di far sentire la propria voce. I membri della classe ricca e modernizzata che ha fondato la Repubblica Turca hanno reagito all'antagonismo dei settori poveri e arretrati della società non tentando di capirli, ma piuttosto inasprendo le leggi, limitando le libertà nei comportamenti individuali e affidando all'esercito il compito di reprimerere. Alla fine lo sforzo di modernizzazione si è fermato a metà, e la Turchia è diventata una democrazia limitata, in cui ha prevalso l'intolleranza. Ora, quando sento persone che invocano la guerra tra Oriente e Occidente, ho paura che gran parte del mondo possa tramutarsi in un luogo simile alla Turchia, governato da leggi marziali in vigore quasi permanente. Ho paura che il presuntuoso e tronfio nazionalismo occidentale possa portare il resto del mondo a sostenere con aria di sfida che due più due fa cinque -come l'uomo del sottosuolo di Dostoevskij - scagliandosi contro il "ragionevole" mondo occidentale. 
Nulla può alimentare il sostegno agli "islamici" che gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento dell'Occidente nel comprendere i dannati della terra.

(Tratto dal New Your review of Books, del 15 novembre 2006. Traduzione di Noemi Cuffia) 

lunedì 11 gennaio 2016

Colonia e i tentati linciaggi degli islamici: quel che davvero censura la stampa italiana - bortocal

ho aspettato a pubblicare questo post, stamattina, per verificare prima il silenzio dei nostri media, che oramai confina con una specie di censura di regime; ma era troppo facile prevedere che queste notizie riportate dalla stampa tedesca, troppo scomode rispetto al clima isterico che si vuole creare, non avrebbero avuto spazio da noi.
. . .
la stampa online tedesca e’ di ben altra qualita’ rispetto a quella italiana e, in apertura della mia personale rassegna mattutina, il quadro delle notizie di oggi e’ questo:
Attacchi nel centro di Koeln. Sconosciuti feriscono diversi stranieri. 
Domenica sera nel centro di Koeln ci sono stati diversi attacchi contro stranieri. Un gruppo di sconosciuti ha aggredito sei pakistani  vicino alla stazione centrale: due sono dovuti andare al Pronto Soccorso dell’ospedale; poco piu’ tardi e’ stato ferito un siriano.
questa notizia viene data dal progessista Der Spiegel in terza posizione; in prima posizione e con rilievo viene riportato che su alcuni giornali americani sono state chieste le dimissioni della Merkel, rivelando il vero obiettivo di questa campagna politica internazionale: il desiderio di alcuni circoli americani di liberarsi di questa leader scomoda.
unica vera donna vittima predestinata della violenza a Koeln, verrebbe da sorridere ironicamente, se tutto non fosse cosi’ squallido e allo stesso tempo scontato.
. . .

gia’, perche’ i temi sotterranei agitati dai media in questi giorni non sono nuovi: si sono gia’ visti settant’anni fa, nei manifesti razzisti della Repubblica di Salo’:

e non e’ impressionante che qui la descrizione fisica dell’ebreo fatta dai filo-nazisti del tempo sia assolutamente identica all’immagine del musulmano divulgata oggi?
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anche il conservatore Die Welt da’, in quarta posizione, la notizia degli attacchi contro gli immigrati a Koeln e delle gravi ferite riportate da due aggrediti; inoltre pone il problema del collegamento fra gruppi di hooligan e attivisti politici di estrema destra.
per la FAZ, portavoce quasi istituzionale di gruppi di potere economico di Frankfurt, questa e’ addirittura la notizia di apertura:
http://faz.met.vgwort.de/na/cb6eee61ed4d45f2808f9f3f937a36b5Lesioni pericolose. Sconosciuti attaccano stranieri a Koeln. Diversi pachistani e siriani sono stati attaccati nei pressi della stazione centrale di Koeln. Secondo una fonte, prima gli hoolingan si erano messi d’accordo per una “caccia all’uomo”.
quanto sia funzionale in Italia la gestione della faccenda Koeln alla creazione di un clima razzista, in vista di disegni di destabilizzazione e forse anche guerra ben piu’ gravi, lo si vede dal fatto che chiunque avesse letto di fatti simili senza la premessa propagandistica costruita dai media avrebbe pensato al pericolo neo-nazista in Germania…
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ma voglio chiudere in bellezza, con qualche altra informazione che non leggerete di certo sulla nostra stampa:
Hooligan: rissa di massa a Willingen – diversi feriti
Prima e’ scorso l’alcool, poi sono volati i pugni: due gruppi di hooligan di Bielefeld ed Hannover se le sono date di brutto nella stazione di sport invernali di Willingen, alla stazione di partenza di una funivia. La polizia ha arrestato 7 persone.
una piccola notizia di cronaca, che non merita, neppure lei, nessuna particolare risonanza mediatica, ma serve a capire bene la politica dei due pesi due misure che viene praticata oggi dai neonazisti d’Occidente.
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postscriptum.
non e’ vero che tutta la stampa online ignora la caccia all’immigrato scatenata da una settimana e passa di appelli isterici.
Il Giornale ne parla, ed esattamente nei termini entusiasti che si indovinano gia` dal titolo:
Colonia anti-immigrati: tre musulmani picchiati. Raid di vendetta.
Tra i promotori di una “caccia all’uomo” che impazza anche su Facebook ci sarebbero hooligans, buttafuori e rocker, organizzatisi per ritrovarsi nel centro storico della città tedesca e scatenare una vera e propria caccia allo straniero.
sono le radici cristiane, vero?
idioti criminali.

mercoledì 6 gennaio 2016

Gentrification e jihad - Nicola Bozzi

Perché i quartieri gentrificati delle città europee possono diventare un obiettivo del radicalismo e cos'hanno da dirci Molenbeek e Slotervaart

Penso di non sbagliare se scrivo che i fatti parigini di novembre hanno colpito ancora più forte di quelli di Charlie Hebdo, per ragioni che vanno oltre il numero dei morti. Come tanti, anche io ho amiche e amici che quella sera erano nella capitale francese, non troppo lontani dai teatri della strage. Dopo averli messaggiati mi sono stupito di come quasi tutti avessero un proprio punto di vista pericolosamente vicino alla tragedia: si sono fatti ospitare da sconosciuti, hanno visto corpi, hanno sentito rumori. Non è così strano, fin da subito è stato notato come i bersagli scelti rappresentassero i ritrovi di quella gioventù cosmopolita che forse più di ogni altro crede nel multiculturalismo. La gente che a Parigi, Londra o Berlino (così come in qualsiasi grande città) di solito ama vivere in quartieri dove a piccoli negozi gestiti da immigrati si mischiano ristoranti, bar e club. La gente come me e, probabilmente, come voi.
A proposito di quartieri, durante la caccia al sospetto terrorista Salah Abdeslam si è fatto un gran parlare di Molenbeek, area di Bruxelles descritta un po’ ovunque come terreno fertile per la radicalizzazione, nonché nascondiglio ideale per il ricercato. L’ipotesi che ci siano zone più a rischio di altre è ampiamente condivisa, ma geograficamente Molenbeek non è molto lontano dal centro di Bruxelles. Si tratti o no di ghetto, a esplorarla con Google Street View la zona ha poco a che vedere con l’estetica delle banlieue parigine o degli hood americani: pochi i palazzoni, paesaggio relativamente vario e quel mix di negozi tipico dei quartieri ad alta percentuale di immigrati. Gli edifici sembrano avere prevalentemente dai due ai quattro piani e la palette delle facciate di mattoni è nordeuropea, cosa che mi ricorda tante zone di Amsterdam che aspettano solo la scusa per gentrificarsi e, di solito, lo fanno nell’arco di pochi anni.

Proprio qui ad Amsterdam ho vissuto due anni a Slotervaart, il quartiere dove è cresciuto Mohammed Bouyeri, assassino del regista Theo van Gogh e membro del network terroristico Hofstad. A partire dal 2007, per qualche anno in città sono stati avviati programmi anti-radicalizzazione, sia islamica che di estrema destra, oltre che vari studi sul tema terrorismo. Slotervaart era un punto di interesse. Facendo un po’ di ricerca su Internet mi sono imbattuto in una ricerca di Ralf Brand e Sara Fregonese, finanziata dall’Economic and social research council (ESRC) nel 2009 e poi diventata un libro dal titolo The Radicals’ City: Urban Environment, Polarisation, Cohesion. Gli autori hanno analizzato il rapporto dello spazio urbano con le dinamiche conflittuali specifiche di diverse città. «Il punto era mettere in evidenza come i problemi di polarizzazione non riguardino solo le città in una situazione post-conflitto, come Beirut o Belfast, ma anche quelle a prima vista pacifiche come Amsterdam», mi spiega Sara via Skype. «Si dice che l’architettura rispecchia il processo sociale, ma può anche influenzarla. È un po’ come la teoria delle finestre rotte: se ci sono, il degrado tenderà ad aumentare. Proprio per il messaggio che comunicano».
Slotervaart si trova appena fuori dal “ring”, l’autostrada che costeggia la capitale olandese, ed è il primo quartiere della parte occidentale a non beneficiare dell’affascinante tono mattone e dei dettagli vernacolari della Scuola di Amsterdam, tipici di altre aree appena più centrali. Insomma, è in gran parte noioso e residenziale, ma ci sono piazzette o isolati contornati da negozi (pochi bar, molti kebabbari e fruttivendoli) che rendono il tutto più vivace e vivibile. Nonostante la relativa tranquillità, delle tensioni esistono e si manifestano visibilmente a livello architettonico. Un esempio emblematico è Augustus Allebéplein: teatro di scontri tra polizia e giovani marocchini nel 1998, oggi la piazza ospita sia una moschea, ampliata in anni recenti, che una chiesa cristiana. Le due sono separate da una stazione di polizia, eretta dove fino al 2009 c’era un cinema.

Tra interviste con architetti e workshop di fotografia partecipata con studenti locali, Sara e Ralf hanno cercato di capire come i giovani di Slotervaart vivano queste contrapposizioni. «Mi hanno rivelato dei confini spaziali molto subdoli, che all’osservatore esterno non darebbero da pensare, ma che hanno una valenza », spiega lei. Quanto agli olandesi autoctoni: «È venuto fuori che criticano molto la creazione delle moschee, non solo dal punto di vista della retorica dell’invasione, ma proprio da un punto di vista architettonico». E in effetti la recentemente ultimata Westermoskee, la più grande in Olanda, è stata concepita in uno stile architettonico molto influenzato dalla già citata Scuola di Amsterdam, proprio a scanso di equivoci.
Quanto ad Allebéplein, i progetti futuri promettono spazi pubblici più curati e nuovi progetti residenziali. Un’evoluzione in linea con quella di Slotervaart in generale, visto che ne è passata di acqua sotto i ponti (sì, qualche canale c’è pure a Slotervaart) dai tempi di Bouyeri. Ad Amsterdam Nieuw West stanno iniziando ad aprire locali – tra cui il Radion, club successore del leggendario Trouw che stava a Est – e non fatico a immaginare che tra una decina d’anni, ma forse anche meno, l’abitante medio della zona somiglierà più al giovane parigino che si svaga nell’11me piuttosto che alla famiglia immigrata di Molenbeek. Ecco, la gentrificazione è un processo organico che interessa le nostre città da molto prima che parlarne diventasse cool, ma ho il sospetto che, quando il concetto di “città creativa” reso popolare da Richard Florida non era ancora sulla bocca di tutti, ci volesse molto più tempo. Adesso la direzione di investimento e hype è sistematica e, specialmente in città dense e relativamente piccole come Amsterdam, il cambiamento può essere piuttosto brusco.
La forza degli attentati si è dimostrata essere la capacità di innescare psicosi urbana laddove il conflitto era invisibile
Il quartiere dove abito adesso, l’Indische Buurt, una volta somigliava a Slotervaart come composizione demografica e tutt’ora è evidentissima la presenza delle comunità turca e marocchina. Nei neanche due anni che ci vivo ho visto aprire non meno di una quindicina di bar in uno spazio di poche centinaia di metri quadrati, mentre l’affitto mi è già aumentato una volta. In una delle poche conversazioni in olandese che abbia mai fatto, il mio barbiere marocchino mi spiegava la frustrazione dell’essersi dovuto trasferire ad Ijburg – un sobborgo nuovo di zecca e architettonicamente ambizioso, ma noioso e lontano dal centro – perché le giovani coppie olandesi continuano a comprare casa in zona. Sicuramente il relativamente rapido allontanamento delle comunità di immigrati verso quartieri meno vivaci e più alienanti è un elemento di frustrazione, soprattutto per i giovani, ma non so quanto sia sufficiente a giustificare come mai la diversità di Slotervaart debba essere considerata a rischio radicalizzazione mentre quella dell’Indische Buurt meno. Un’ipotesi è che sia probabilmente più facile indirizzare investimenti statali per combattere la propaganda jihadista se il target si porta addosso un’etichetta e un hype che funzionano da branding al contrario (ma nemmeno tanto al contrario: vedi la recente ondata di turismo “terrorista” a Molenbeek).

Insomma, se vogliamo interpretare il jihadismo a livello urbanistico, il profilo dei quartieri è un aspetto importante, ma non è l’unico. La forza degli attentati si è dimostrata essere proprio la capacità di innescare psicosi urbana laddove il conflitto era invisibile, ridisegnando con fluidità lo spazio urbano attivamente e indirettamente. Non solo gli assassini del Bataclan sono riusciti a trasformare l’11me in un teatro di guerra in pochi minuti, ma hanno causato il “lockdown” (termine usato nelle prigioni e, appunto, in guerra) dell’intera Bruxelles come effetto collaterale. Tornando alla mia conversazione con Sara, lei cita anche il caso di Boston, subito dopo gli attentati alla maratona nel 2013, e mi dice che secondo lei questo stato di emergenza sarà una tecnica sempre più usata dalle autorità in futuro. Le chiedo anche se, dopo tutto quello che è successo ultimamente, pensa che il ruolo del design urbano sia cambiato nel contesto della lotta alla polarizzazione. Nonostante sia convinta che l’approccio da seguire riguardi più i problemi delle nostre città e dei loro cittadini che un’analisi discorsiva dell’islam, Sara ammette che il design urbano è un elemento, ma non la soluzione. «Se hai un muro per vent’anni, come a Belfast, non risolvi il problema semplicemente abbattendolo. Ci sono delle divisioni che vanno più in profondità e sulle quali bisogna lavorare sul terreno, creando fiducia e contatti».
A proposito di questo, pochi giorni dopo gli attentati di Parigi è uscito My Jihad, un documentario di Rudi Vranckx che parla di Vilvoorde, sobborgo vicino all’aeroporto di Bruxelles, e della lotta della comunità musulmana locale contro la radicalizzazione. La premessa del film è che un forte problema interno ad ambienti come Vilvoorde esista davvero («Tutti qui conoscono qualcuno che è partito per la Siria», dice un ragazzo) e infatti dei 400 giovani belgi che hanno lasciato le proprie case per la jihad ben 28 sono di lì. Gran parte dell’attenzione del regista è però rivolta alle risposte al suddetto problema, anch’esse interne. C’è una madre che, dopo aver perso un figlio in Siria, riunisce altre madri in situazioni simili per discutere le cause della preoccupante diaspora verso il campo di battaglia; c’è Sulayman Van Ael, un belga convertitosi all’islam e diventato imam che cerca di trasmettere i messaggi pacifici della propria religione a bambini e ragazzi in età “a rischio”, tramite colloqui in privato o discorsi in pubblico; c’è Imad, un attivista che con la propria associazione pensa a portare cibo e soccorso in Palestina e Giordania («È questa la nostra jihad», dice un suo collega).
Queste storie sono proprio il tipo di esempi che, dopo gli attentati, vengono regolarmente chiesti alla comunità musulmana dai suoi detrattori. Purtroppo non se ne parla mai abbastanza, soprattutto perché tracciare il profilo di una comunità o di un quartiere è molto più facile e accessibile rispetto alle storie individuali e ai tentativi di affrontare difficoltà, tensioni e stereotipi. Esistono quartieri a rischio? Direi di sì. L’ambiente, anche architettonico, influisce sulla radicalizzazione? Anche. È utile affrontare la questione da un punto di vista urbanistico? Sì, ma fino a un certo punto.
da qui

lunedì 21 dicembre 2015

Dopo Parigi che fare? - Franco Cardini

Primo: l’IS – prendendo come buona la sua rivedicazione di responsabilità – non è un vero stato riconosciutocome tale a livello internazionale, per quanto si stia dotando di molti strumenti istituzionali che vorrebbero abilitarlo a comportarsi come tale: è un’organizzazione criminale che sta comportandosi in modo terroristico all’interno di due stati internazionalmente riconosciuti e legittimi, la Siria e l’Iraq, per quanto le loro istituzioni siano a loro volta compromesse e il loro funzionamento problematico. Se la Francia o l’Unione Europea, ritenendosi attaccate direttamente e in modo così brutale, volessero reagire, non potrebbero certo dichiarargli guerra; né attaccare militarmente territori che appartengono a due stati diversi, salvo compiere prima tutta una serie di atti politici e diplomatici. In territorio irakeno agisce una coalizione militare che contrasta – poco e male – l’IS con il consenso del governo di Baghdad. In Siria, l’intervento militare russo si è svolto – con efficacia – su richiesta del governo di Damasco. I propositi belluini manifestati adesso da vari politici (“andar lì e attaccare”, o baggianate del genere) sono fuori della realtà.
Secondo: all’IS non si può attribuire a tutt’oggi (qualunque siano l’entità e la frequenza delle sue minacce e delle sue vanterie) il controllo e la gestione di alcuna rete terroristica. Ammesso che nel mondo occidentale vi siano cellule terroristiche ad esso affiliate, nulla sappiamo sulla qualità e sulle modalità dei loro rapporti di dipendenza con la supposta centrale. Per quanto a tutt’oggi ne sappiamo, per i territori che esso non controlla direttamente,l’IS agisce “in franchising”: vi sono gruppi che adottano la sua sigla e la sua bandiera, insomma il suo trade mark,ma agiscono dove si trovano in piena autonomia. Quelle eventuali reti terroristiche e i loro fiancheggiatori, sostenitori e complici vanno individuati e contrastati in loco: con adeguate operazioni d’intelligence e d’infiltrazione. Chi parla di “colpire le centrali del terrorismo” non sa quelle che dice. Contro questo tipo di nemico, in questa “guerra asimmetrica”, non servono né divisioni corazzate, né missili, né aerei, né droni.
Terzo: criminalizzare con un’indiscriminata ostilità e con un’ingiustificata presunzione di complicità associazioni o centri di cultura musulmani è illegittimo sul piano civico e giuridico, insensato su quello tattico-strategico. Le stragi parigine non sono un episodio di alcuna “guerra di religione”, di alcuno “scontro di civiltà”: sono il risultato delle mosse di un’organizzazione criminale che sta facendo proselitismo sulla base di una tesi ideologica, quella che tratta l’Islam non come una fede religiosa bensì come un’ideologia e postula arbitrariamente la necessità che tutti i musulmani sunniti del mondo (un miliardo e mezzo circa) si riuniscano in una sola umma (“matria”, comunità) per combattere sia gli “atei”, gli “idolatri”, i “crociati” (cioè i vari non-musulmani del pianeta), sia gli sciiti (perché la fitna,la guerra civile antisciita, fa parte del programma del califfo esattamente come di quelli arabo-saudita e qatariota). La stragrande maggioranza dei musulmani di tutto il mondo è del tutto estranea a questa follìa: ne è anzi concettualmente parlando la prima vittima, in quanto le azioni criminali dell’IS si riflettono in termini di sospetto e di ostilità da parte dei non-musulmani proprio su di loro.
Quarto: i migranti non c’entrano. Tutti i “servizi” d’intelligence del mondo concordano sul fatto che non esiste alcun legame sistematico e strutturale fra il movimento di migrazione, nelle sue varie e diverse componenti, e le centrali terroristiche. Casi isolati d’infiltrazione o d’indottrinamento sono sempre possibili, così come sappiamo bene che none siste alcuna città, alcuna installazione che non sia in linea teorica “a rischio”. E’ una delle leggi di base delle “guerre asimmetriche”. Ma il reclutamento di simpatizzanti o di aspiranti terroristi non avviane nei centri di raccolta o di smistamento dei profughi: vi sono luoghi specifici, come le prigioni oppure certe aree urbane o suborbane (lebanlieues parigine, ad esempio), dove gli agenti provocatori e i “predicatori” dell’IS raccolgono possibili adepti. Prendersela con i migranti serve solo, semmai, a facilitare il sorgere in alcuni di loro di simpatìe filoterroristiche “di reazione”. I veri complici dell’IS non sono i “buonisti”, bensì quelli che se la prendono senza criterio alcuno con chiunque appaia loro un possibile fiancheggiatore dei terroristi e quelli che contribuiscono a spargere timori e ostilità infondate. Né serve “chiudere le frontiere”, a meno che non si voglia impedire l’espatrio clandestino di qualche sospetto.
Quinto: cerchiamo di capire le ragioni che possono aver indotto gli organizzatori degli attentati parigini a un tanto grave crimine. Non certo “punire la Francia”: il governo francese ha sostenuto i guerriglieri jihadisti sia in Libia contro Gheddafi sia in Siria contro Assad e non ha mai fatto nulla di concreto contro l’IS (a differenza della Russia, sulla quale dopo i raids di qualche giorno fa si è puntualmente abbattuta la vendetta terroristica con l’attenatto all’aereo partito da Sharm al-Sheykh). L’azione terroristica cruenta e spettacolare serve, nelle intenzioni del califfo (se è davvero lui il diretto mandante) per concentrare contro di lui l’azione dei “crociati” occidentali: in tal modo egli potrà presentarsi nei confronti dei tanti musulmani disorientati e incerti che sono la potenziale area d’espansione dei suoi fedeli e/o simpatizzanti come il vero paladino del puro islam, l’autentico martire designato contro cui si sia abbattuta la rabbia degli infedeli. E’ un vantaggio mediatico e propagandistico ch’egli cerca: seminare paura e provocare reazioni inconsulte che si abbattano su innocenti e indirizzino su di lui le simpatie di questi ultimi. Non dobbiamo fare il suo gioco. Le armi delle quali disponiamo sono le seguenti: intelligence,infiltrazione, informazione corretta, massima collaborazione tra musulmani e non musulmani contro il comune avversario terrorista, mantenimento della calma e svolgimento di una normale, serena vita civile nelle nostre città.
Sesto: un po’ di equità non guasterebbe. All’attentato contro l’aereo russo in Occidente si è reagito con noncuranza, in qualche caso quasi con soddisfazione. Eppure la Russia aveva dimostrato da poco di prendere la minaccia dell’IS molto più sul serio della maggior parte dei paesi occidentali. Inoltre, non troppo tempo fa c’è stato un grave attentato terroristico all’aeroporto di Beirut: e della stessa presumibile matrice di quelli di Parigi del 13 scorso; ma da noi non ne ha parlato quasi nessuno. Infine – e ciò sia detto con forza – gli occidentali blaterano sempre sul fatto che “la comunità musulmana moderata” non condanna i terroristi. Contro l’attentato di Parigi si sono espressi con la massima durezza, tra l’altro, l’Associazione Mondiale delle Comunità musulmane, l’università di al-Azhar, il dottor Ezzeddin, presidente dell’unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII), e anche Hamas ed Hezbollah. I nostri media non hanno accordato alcuna attenzione a quelle voci. Andiamo avanti così, continuiamo a farci del male…
Settimo: questa tragedia ci ha ricordato una volta di più che per essere dei militanti dell’IS non c’è bisogno di essere arabi, né di venire da chissaddove. Bisogna abituarci all’idea che i terroristi li abbiamo fra noi, che possono essere dei ragazzi nati anche a Liverpool, a Bordeaux, oppure – perché no? – a Pontassieve. Non facciamo la politica dello struzzo, non nascondiamoci dietro la virtù pelosa della nostra cattiva coscienza (noi pacifici, noi razionali, noi democratici…), piantiamola di buttar sempre la colpa tutta addosso agli altri. Perché l’altroieri i ragazzi di vent’anni partivano volontari in camicia nera, perché ieri altri ragazzi di vent’anni sognavano il “Che” e la guerriglia, perché oggi altri ragazzi ancora – allevati in famiglie nelle quali sono magari stati riempiti di computers, di telefonini, di capi firmati e altre belle cose ancora – scelgono la Bella Morte nel nome di Allah? Ci ha mai sfiorato il dubbio che la società dei consumi e dei profitti possa apparire a qualcuno vuota e inutile e viziosa, che qualcuno dei nostri ragazzi voglia guardare oltre, anche a prezzo della vita propria e altrui? Sbaglieranno, certo, questi “fanatici”: ma quali sono stati i disvalori che noi abbiamo offerto loro, e che tali li hanno fatti divenire?