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lunedì 16 novembre 2020

Joseph Mozart

Il padre (con la sua squadra, naturalmente) del vaccino che salverà molte vite, è Ugur Sahin, arrivato in Germania dalla Turchia a 4 anni, per ricongiungimento familiare; il padre era già lì che lo aspettava, era un operaio migrante. Per sapere come i poveri turchi venivano trattati dai civili tedeschi provate a leggere Faccia da turco, di Günter Wallraff.

L’altro giorno è morto, ucciso dal mare e non solo, Joseph, un bambino di sei mesi, che sarebbe stato italiano, e forse, come Ugur, avrebbe potuto studiare medicina, e magari salvare molti di noi.

Diceva qualcuno che ogni bambino che muore, in qualsiasi parte del mondo, avrebbe potuto essere un musicista come Mozart, o magari solo un operaio in una fabbrica, ma non lo sapremo mai.

 

 

 

Ugur Sahin arriva con la madre in Germania quando è ancora bambino. Mentre suo padre si spacca la schiena nella fabbrica della Ford, un destino da "Gastarbeiter" condiviso con miriadi di italiani o greci, lui passa ore e ore a leggere libri divulgativi sulla scienza che prende in prestito dalla biblioteca della chiesa…

da qui

 

 

A sei mesi da te - Alessandro Ghebreigziabiher

Mi chiamo Joseph, vengo dalla Guinea, vengo soltanto ma non arrivo, non accadrà mai, e anche questo era scritto. Ma non da me, mai da me. Sono morto, eppure sono qui, a sei mesi. A sei mesi dalla riva che ho lasciato e da quella che ho solo immaginato. Il mio ultimo respiro, quale unica consolazione, mi ha abbandonato mentre riposavo tra le braccia di qualcuno che mi ha cercato e trovato, a dispetto di coloro che mi hanno invano dimenticato e cancellato. Tra braccia aperte è tutto finito, figurativamente nell’inglese accezione, e assai di più nell’unica interpretazione che davvero conti, quando le luci si spengono e rimani solo dentro di te: umanamente, già avverbio ormai desueto nel virtuale vocabolario dove la parola più cliccata è indifferenza.

Ciò nonostante, le frasi non dette al momento che contava, ovvero prima, e le azioni necessarie e mai compiute allorché avrebbero davvero salvato il resto del racconto, trovano corpo lo stesso, a sei mesi da un sogno chiamato vita che è tale per tutti. O almeno così dovrebbe essere. Sai? È preoccupante se non capisci questo semplice concetto, che è premessa di ogni azzardo vivente. Questo vorremmo essere tutti, a sei mesi o a qualsiasi altra distanza dall’inizio come dalla fine: felici o anche solo talvolta sorridenti, sazi e realizzati, ovvero di tanto in tanto sollevati. È ciò che vorremmo tutti nelle prime pagine del rispettivo viaggio. E poi vada come vada, ma che possa andare al di là di un pugno di istanti.

 

Sei mesi, sto parlando di questo, mi comprendi? Mi vedi? E se non mi vedi e tanto meno mi comprendi, mi senti? No, non servono orecchie e occhi, intelletto sopraffino e anni di studi. Chiunque abbia cuore che ancora rintocchi nel silenzio del petto, vibrante del respiro più consueto al mondo, dovrebbe essere in grado di percepire cosa si provi a sei mesi dalla possibilità di superare tale inaccettabile confine. Ebbene, nel qual caso dovessi dimostrarti inaspettatamente cieco e sordo innanzi a tale essenzialità del vivere, sappi che di norma alla fine di una vita, come narrano nei romanzi o nei film che non leggerò e mai vedrò, capita che ti scorra davanti agli occhi l’intera esistenza.

Ecco, a sei mesi da ogni cosa, perfino dalla mera capacità di pronunciare il meritato discorso di commiato al mondo, quel tempo dura un secondo, ma in quell’istante è come l’esplosione della bomba più micidiale che si possa immaginare. L’indicibile collera di almeno metà di un intero pianeta deflagra contemporaneamente. No, non sei il solo a urlare in quel maledetto momento.

L’incalcolabile pena di miliardi di famiglie il cui futuro viene ridotto in cenere con una chirurgica sistematicità, che attribuire al destino dovrebbe essere punibile con l’ergastolo, si fonde in un solo inaudito lamento. No, non sei il solo a piangere in quel dannato giorno. E il cocente rimpianto per ogni singolo secondo mancato per ogni vita mancata, la cui moltiplicazione batte di gran lunga l’infinito che finora avete conosciuto, si concentra in un assordante pugno sull’altare della moralità al quale sostieni di inginocchiarti. No, non sei il solo a protestare neanche in quell’attimo disgraziato.

Ora lasciami finire, finché ho ancora tempo nel tuo tempo. Sarò conciso, perché la brevità è la sola condizione che conosco. Lo spazio concesso tra un compagno di viaggio e l’altro in un vascello di sfortuna, più che il contrario. La quantità di aspettative sull’arrivo e anche oltre. Ecco, perfino oltre è una parola ardita e pericolosa, perché non ti puoi illudere quando sai che perfino a sei mesi dalla vita più normale corri il rischio di fermarti.

Mi chiamo Joseph, sono nato in Africa nella nazione chiamata Guinea. Ma ora è come se tutto ciò non fosse mai accaduto. Per poco. Per un pelo. A una manciata di chilometri dalla terra promessa a tutti, com’era nei patti mai rispettati da un’unica sopravvalutata specie. A un soffio da qualsiasi possibilità, giorno, ora, perfino il più insignificante e banalissimo frangente trascurabile a ogni latitudine. A sei mesi da tutto e tutti. Nessuno si senta sufficientemente lontano da me, a sei mesi da te.

da qui

 

 

Aveva 6 mesi, avete dormito? – Giulio Cavalli

Aveva sei mesi. A sei mesi hai una vita davanti, dopo il mare e a sei mesi sei anche ghiotto per farci un articolo di giornale. Ma il naufragio avvenuto l’altro ieri a circa 30 miglia a nord delle coste libiche di Sabratha ha fatto “poca” notizia. Sono subito diventati numeri. Accade così: se non ci sono corpi da fotografare e cadaveri tra i bagnanti la notizia scuote poco poco, interessa agli addetti del settore, dicono così. A proposito che sanno “gli addetti del settore” di 6 persone morte tra cui un bambino di sei mesi? Chi sono gli “addetti del settore”? Le persone, mica solo quelle di buone volontà, la morte di un bambino annegato è un peso anche per le persone di cattiva volontà, gli auguro di sentirlo, gli auguro di non riuscire a disfarsene appena farà capolino.

Si chiamava Joseph e veniva dalla Guinea. Una volta scriverne il nome almeno faceva un certo effetto. Ora nemmeno quello. Scivolano anche i nomi, scivolano le storie, scivola tutto in fondo al mare. Joseph era con più di 100 persone su un gommone stracarico, talmente stracarico, che ha ceduto il pianale. Un abisso che si apre sotto il pavimento. Visto da un aereo di Frontex sono stati salvati dalla nave di Open Arms, le Ong cattive, quelle che l’altro ieri ne hanno salvati 111 che stavano aggrappati ai galleggianti come ci si aggrappa al ciglio di un burrone, con quella paura che è talmente densa da diventare puzza. Voi le avete mai sentite le persone quando puzzano per la paura? È un odore rancido che non si riesce a staccare di dosso.

Articoli su articoli, editoriali su editoriali sui processi (giusti) a un ex ministro che ha lasciato persone a bordo di una nave militare italiana e chi processa chi per un bambino di 6 mesi rinsecchito dal mare? Chi è il colpevole? Chi sono i colpevoli? Dov’è la giusta indignazione? Perché si continua a morire ma non si continua più a raccontare con la stessa virulenza di prima? È una cosa che non mi fa dormire la notte.

A proposito: voi che avete responsabilità sul Mediterraneo e che lasciate intoccabile l’inferno libico avete dormito in queste ultime due notti? Vi siete riposati tra i guanciali del virus che ammorba anche tutto il resto rendendo soffici le tragedie? Siete soddisfatti che sia passato il cattivismo solo perché è cambiata l’aria? Perché il mare continua a uccidere. Annega e se li mangia. E uccide.

Siate maledetti.

da qui

 

 

“PERCHÉ C’È GENTE CHE NON VUOLE APRIRE GLI OCCHI?” – Luca (dal ponte della Open Arms)

“Non so da dove partire.
Martedì il primo salvataggio, circa 85 persone. A salvataggio concluso, c’era gioia sul ponte, cori, canti, ringraziamenti.
Poi ieri la seconda operazione: una volta raggiunta la zona del soccorso, ho capito che non sarebbe stato facile.
Il gommone che avevo davanti ai miei occhi era l’imbarcazione più fatiscente che avessi mai visto. D’improvviso uno squarcio: il gommone apre in due e 100 persone finiscono in acqua.
Naufragio. Panico generale.
Cominciamo a recuperare i migranti, uno ad uno. Poi arrivano a bordo loro, i due neonati. Una bambina di 3 mesi che si riprenderà poco dopo e lui, Joseph…
Sembrava quasi un bambolotto, ma aveva schiuma bianca che usciva da naso e bocca. Era freddissimo.
Insieme ad Ari, la dottoressa a bordo, abbiamo fatto di tutto perché si riprendesse. Fuori, i primi cadaveri ripescati.
Poi, finalmente, i primi gemiti di Joseph.
Lo staff viene ad avvisarmi: “Luca, terzo recupero in corso”. E Joseph che torna a stare male. Così riprendiamo a rianimarlo. Mezz’ora. Joseph non ce l’ha fatta. Solo sei mesi di vita.
Non sono mai stato in Afghanistan, eppure mi sembrava una guerra.
Ho trent’anni, faccio l’infermiere da dieci. Sono sempre stato molto calmo nel mio lavoro. Ma quelle appena passate sono state le giornate più intense, pesanti, odiose di tutta la mia vita.
Perché c’è gente che non vuole aprire gli occhi? Qui, in mezzo al mare, le persone muoiono. MUOIONO.”

Questa è la testimonianza del nostro infermiere Luca dal ponte della Open Arms.

La nave, dopo tre salvataggi avvenuti tra il 10 e l’11 novembre, sta ospitando a bordo oltre 250 persone, comprese 12 donne e 80 minori (76 di loro non accompagnati).
Provengono principalmente da Eritrea, Togo, Sudan, Guinea, Burkina Faso, Somalia, Burundi, Ghana, Etiopia e Costa d’Avorio.

11 persone in gravi condizioni di salute sono già state evacuate in seguito all’intervento della Guardia Costiera. Trasferito sulla terraferma anche il corpo del piccolo Joseph, di sei mesi. Mentre altri 5 corpi ripescati esanimi dalle acque continuano il loro viaggio insieme ai vivi.

Se non fossimo stati lì ad aiutarli, cosa ne sarebbe stato dei sopravvissuti?

da qui

 

 

Morire a sei mesi nel Mediterraneo - Annalisa Camilli

Si chiamava Joseph, aveva sei mesi, è morto dopo essere stato soccorso nel Mediterraneo centrale insieme a sua madre, una donna originaria della Guinea. L’imbarcazione sulla quale viaggiavano insieme a un altro centinaio di persone era partita dalla Libia ed è collassata, poco prima che arrivassero i soccorsi. La sua morte solleva più di un interrogativo ancora senza risposte sulle politiche migratorie dell’Unione europea e sull’assenza di un sistema comune europeo di soccorso. Alcuni si chiedono inoltre perché non siano intervenuti i mezzi militari della missione Mare sicuro, in attività in quell’area.

Dopo ore in mare, 88 persone sono state messe in salvo dalla nave spagnola Open Arms, l’unico mezzo di soccorso presente sul posto, mentre altre sei non ce l’hanno fatta. Molte persone tra quelle cadute in acqua erano in arresto cardiaco quando sono state portate a bordo della nave. La segnalazione dell’imbarcazione in difficoltà è arrivata per la prima volta da un aereo di Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea. La nave Open Arms dell’ong spagnola Proactiva Open Arms ha chiesto un’evacuazione medica, ma non c’erano altri mezzi di soccorso né governativi né non governativi nell’area. Il network di volontari Alarmphone, il giorno precedente, aveva allertato sulla presenza di circa duecento persone in pericolo di vita al largo della Libia.

“Purtroppo nel 2020 c’è ancora bisogno di noi perché l’Europa intera non ha finora messo a punto un sistema davvero efficace di ricerca e di soccorso, c’è l’urgenza di sbloccare le barche delle organizzazioni che oggi sono impossibilitate a operare”, afferma l’operatrice legale di Open Arms Valentina Brinis. “Chi si trova in difficoltà, va salvato. Questo orienta l’azione dei medici, degli infermieri e di tutti quelli che a terra, in questi mesi, stanno affrontando una sfida epocale”, continua l’operatrice, che aggiunge: “La guardia costiera italiana in queste ore si è mostrata molto vicina al nostro equipaggio e alle richieste avanzate: sembrava quasi di essere tornati allo spirito di collaborazione che aveva contraddistinto la modalità operativa fino al 2017”.

Il 10 novembre sulla stessa rotta altre tredici persone sono annegate al largo della costa libica, secondo quanto riportato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il portavoce Flavio Di Giacomo ha detto che le undici persone sopravvissute al naufragio sono state tutte riportate in Libia, aggiungendo che nel 2020 “oltre 10.300 migranti sono stati intercettati in mare e rimandati in Libia”, nonostante il paese sia considerato non sicuro perché non riconosce la convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e permette la detenzione arbitraria degli stranieri. L’agenzia di stampa Associated Press ha detto che si è trattato del “quarto naufragio di migranti al largo delle coste libiche dall’inizio di ottobre”.

Il portavoce dell’Oim in Libia Safa Msehli ha specificato che l’imbarcazione aveva lasciato la città occidentale di Zuara lunedì sera. Gli undici sopravvissuti al naufragio del 10 novembre hanno detto al personale dell’Oim che “l’acqua aveva iniziato a entrare nel gommone dopo cinque ore di navigazione”. Secondo i dati dell’Oim, il bilancio complessivo dei morti nel Mediterraneo centrale dall’inizio del 2020 è di 575 persone, ma si teme che il dato sia fortemente sottostimato perché al momento non ci sono testimoni governativi e non governativi lungo la rotta.

Molte imbarcazioni di soccorso tra cui Sea-Watch 4, Alan Kurdi, Louise Michel e la Ocean Viking sono state bloccate nel corso degli ultimi mesi dalle autorità italiane per presunte irregolarità amministrative. Nonostante la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen abbia sostenuto la necessità di ripristinare un sistema europeo di soccorso in mare, lungo la rotta più pericolosa del mondo la situazione è sempre più drammatica.

Intanto in ventiquattro ore la Open Arms ha tratto in salvo 263 persone – tra donne, uomini e bambini – e sei sono state trasferite a causa di problemi medici. L’imbarcazione di soccorso al momento si trova a largo di Lampedusa e chiede urgentemente un porto di sbarco.

da qui

 

 

scrive Alessandra Ziniti (su Repubblica)

…alle 7.58 di mercoledi 11 novembre la Open Arms riceve un messaggio radio da un aereo di Frontex con le coordinate di un gommone in difficoltà e risponde di essere in grado di intervenire.

Alle 9.14 Open Arms trova il gommone

Alle 9.18  da bordo parte la segnalazione alle autorità libiche, italiane, maltesi e spagnole dell'evento Sar.

Alle 11 nuova segnalazione alle autorità marittime. Open Arms comunica che "si tratta di un gommone nero sgonfio con un centinaio di persone tra cui 7 donne, 3 bambini e un neonato. Il gommone è parzialmente affondato e sta entrando acqua. Le persone sono  molto stanche, disidratate e con un principio di assideramento. Stiamo distribuendo giubbotti di salvataggio per l'evacuazione".

Subito dopo il fondo dell'imbarcazione cede e i migranti finiscono in acqua. Iniziano le concitate operazioni di recupero con le due lance di Open Arms in mare e sei soccorritori che forsennatamente tirano su le persone.

Alle 15.26 Open Arms comunica alle autorità italiane di avere tratto in salvo dalle 100 alle 150 persone tra cui 7 donne, 4 bambini due dei quali neonati, 1 donna incinta di sette mesi e 2 persone in condizioni molto critiche, una di queste è un bambino ( è Joseph).

Alle 16.02 Open Arms chiede l'evacuazione per motivi sanitari di due bambini con la madre e di una donna incinta di 7 mesi. E chiede anche l'assegnazione di un porto di sbarco.

Alle 19.43 Open Arms effettua una terza operazione di salvataggio, dopo la prima di martedi, e salva altre 64 persone.

I soccorsi per l'evacuazione medica chiesti alle 16 non arrivano e alle 20.15 dalla nave parte una mail che comunica alla Guardia costiera di Roma che il bambino, "nonostante le necessarie manovre respiratorie e di supporto" è andato in arresto respiratorio ed è morto.
Alle 21.50, dunque quasi sei ore dopo la richiesta, arrivano i soccorsi. In aereo vengono portati d'urgenza a Malta una neonata di tre mesi, la madre e un ragazzo.

Alle 1.50 con una motovedetta arrivata da Lampedusa vengono portati sull'isola il corpicino del piccolo Joseph, la mamma e un'altra ragazza di 18 anni incinta.

La Open Arms con quasi 250 persone a bordo e con i cinque corpi dei migranti morti nel naufragio è ancora in mare in attesa dell'assegnazione di un porto sicuro.

da qui

giovedì 3 dicembre 2015

appello per la liberazione di Can Dundar e Erdem Gul, e di tutti i giornalisti turchi

Prima di tutto, come primo ministro e ora come presidente, Recep Tayyip Erdogan ha disposto una repressione metodica dei media in Turchia per anni. Erdogan sta perseguendo giornalisti di tutti i colori politici in maniera sempre più feroce nel nome della lotta al terrorismo e per la difesa della sicurezza dello stato. Gli arresti del regime di Erdogan, le minacce e intimidazioni non sono degni di una democrazia.
Can Dündar, direttore del quotidiano Cumhuriyet, e il capo-redattore del suo ufficio di Ankara, Erdem Gül, sono in prigione dallo scorso 26 novembre. Sono accusati di spionaggio e terrorismo perché lo scorso maggio hanno pubblicato le prove delle consegne di armi da parte dei Servizi di Intelligence turchi a gruppi islamisti in Siria. Sono entrambi giornalisti esemplari nella ricerca della verità e nella difesa delle libertà. Il presidente Erdogan ha detto pubblicamente che Dündar «pagherà per questo». Ma i giornalisti di Cumhuriyet hanno fatto solo il loro lavoro, pubblicando informazioni che erano di interesse generale.
In un momento in cui il terrorismo internazionale è al centro delle preoccupazioni di tutti, è inaccettabile che le accuse politiche siano usate per sopprimere il giornalismo investigativo.
L’arresto dei due giornalisti è l’esempio più estremo dell’uso della giustizia a fini politici per mano della magistratura turca.
Molti giornalisti sono in prigione con accuse pretestuose di propaganda terroristica e insulti al presidente Erdogan. Il regime usa anche leve economiche per mettere pressione crescente sui media, mentre vengono approvate leggi draconiane. Noi, in qualità di figure pubbliche, sindacati per la libertà di stampa e ong, rifiutiamo la clamorosa erosione delle libertà di stampa in Turchia. Il paese è al 149esimo posto su 180 nell’indice di libertà dell’informazione di Reporters Without Borders.
Facciamo appello alle autorità turche perché liberino Can Dundar e Erdem Gul senza indugio, di far cadere tutte le accuse a loro carico, e di liberare tutti i giornalisti al momento il prigione per la loro attività giornalistica e le opinioni che hanno espresso.
Sollecitiamo le istituzioni e i governi dei paesi democratici di prendersi le proprie responsabilità e rispondere agli eccessi sempre più autoritari del presidente Erdogan.
Primi firmatari:
Personnalités
Günter Wallraff, journaliste, Allemagne
Noam Chomsky, linguiste, Etats­-Unis
Edgar Morin, sociologue, France
Carl Bernstein, journaliste, Etats­-Unis
Zülfü Livaneli, écrivain, Turquie
Ali Dilem, caricaturiste, Algérie
Thomas Piketty, économiste, France
Claudia Roth, femme politique, Allemagne
Paul Steiger, journaliste, Etats­-Unis
Kamel Labidi, journaliste, Tunisie
John R McArthur, dirigeant de médias, Etats-­Unis
Fazil Say, pianiste, Turquie
Peter Price, dirigeant de médias, Etats-­Unis
Edwy Plenel, dirigeant de médias, France
Jim Hoagland, journaliste, Etats-­Unis
Ahmet İnsel, politologue, Turquie
Eric Chol, directeur de rédaction, France
Nedim Gürsel, écrivain, Turquie
Cem Özdemir, co­président du Parti Vert, Allemagne
Hakan Günday, écrivain, Turquie
Mikis Theodorakis, compositeur, Grèce
Dmitry Mouratov, journaliste, Russie
Per Westberg, écrivain, Suède
Louise Belfrage, journaliste, Suède
Ali Anouzla, journaliste, Maroc
John Hughes, journaliste, Etats-­Unis
Omar Bellouchet, journaliste, Algérie
Jack Lang, ancien ministre, France
Omar Brouksy, journaliste, Maroc
Pierre Haski, journaliste, France
James Schwab, dirigeant de médias, Etats-­Unis
Jay Weissberg, critique de cinéma, Etats-­Unis
Harald Stanghelle, directeur de rédaction, Norvège
Jean Daniel, journaliste, France
Khadija Ryadi, militante des droits de l’homme, Maroc
Mokhtar Trifi, militant des droits de l’homme, Tunisie
Maati Monjib, historien, Maroc
Nadia Salah, directrice de rédaction, Maroc
Gilles Raymond, dirigeant de médias, France
Bertrand Pecquerie, dirigeant d’organisation, France
James Schwab, dirigeant de médias, Etats-Unis
John Hughes, journaliste, Etats-­Unis

Organisations non gouvernementales
Reporters sans frontières (RSF)
Comité de protection des journalistes (CPJ)
PEN International
International Press Institute (IPI)
Association mondiale des journaux (WAN­IFRA)
Index on Censorship
World Press Freedom Comittee (WPFC)
Fédération internationale des journalistes (FIJ)
Fédération européenne des journalistes (FEJ)
Ethical Journalism Network (EJN)
Global Editors Network (GEN)
Association des journalistes de Turquie (TGC)
Union des journalistes de Turquie (TGS)
DISK Basin­İş

giovedì 24 aprile 2014

Germania anni dieci. Faccia a faccia con il mondo del lavoro - Günter Wallraff

leggere Günter Wallraff è appassionante, come un ottimo libro giallo.
dietro c'è tanto lavoro, preparazione, studio, nulla, o quasi, è lasciato al caso.
Günter Wallraff è un eroe, per il giornalismo e per noi, non è tipo che alla sua scrivania fa il copia-incolla delle notizie d'agenzia, lui le notizie le provoca, le crea, le misura.
qui ci sono cinque reportages, in prima persona, di pochi giornalisti puoi dire che quello che scrive è vero, lui racconta il mondo com'è, non come qualcuno vorrebbe farci credere.
ci sono diversi libri in italiano, iniziate da dove volete, ma non privatevene, poi capirete perché - franz





Günter Wallraff è un'icona del giornalismo internazionale, celebre per il suo impegno politico e per le sue inchieste nei più disparati ambienti sociali. Nato nel 1942 a Burscheid, in Renania, nel cuore di uno dei più importanti distretti industriali e minerari tedeschi, dopo il diploma intraprende la formazione come libraio, conclusasi nel 1962. In seguito lavora come operaio in varie industrie metallurgiche ed estrattive. Dal reiterato contatto con le asprezze e le ingiustizie del mondo del lavoro, nel 1966 nasce una prima serie di reportage, "Wir brauchen dich. Als Arbeiter in deutschen Industriebetrieben", a cui fa seguito, nel 1969, la raccolta dal titolo "13 unerwünschte Reportagen" ("Tredici reportage scomodi"). Il suo principio investigativo consiste nell'esperire in prima persona la realtà che intende mettere in luce, lavorando il più possibile sotto copertura. Il metodo diventa talmente popolare che il Dizionario dell'Accademia di Svezia introduce tra le proprie voci il lemma «wallraffa», proprio con il significato di «condurre un'inchiesta giornalistica sotto falsa identità». Nel corso degli anni Settanta firma popolarissimi reportage sui senza tetto, sugli immigrati e gli extracomunitari, fino all'inchiesta-scandalo sui metodi giornalistici praticati dalla "Bild Zeitung", uno dei quotidiani più letti della Germania. Nel 1985 mette a segno un altro servizio epocale spacciandosi per Ali, un operaio turco dell'industria pensante, e denunciando i soprusi subiti dai lavoratori immigrati ("Faccia da turco"). Nei decenni successivi seguono ulteriori inchieste, sia in patria che all'estero. "Germania anni Dieci" raccoglie alcuni dei suoi ultimi contributi dedicati al tema del lavoro.

Nel suo ultimo libro, Germania anni dieci (L’orma editore, 13 euro, 198 pagine) in uscita il 5 settembre, il cronista, ospite sabato 7 settembre al Festivaletteratura di Mantova (ore 17, teatro Ariston), ha raccolto cinque storie di lavoro contemporaneo nella ricca Germania. Storie diordinario sfruttamento, di sistematica negazione dei diritti e di normale precarietà. Si è fatto assumere, nell’amena regione renana dell’Hunsrück, da un panificio industriale totalmente assuefatto alle politiche “antisindacali e di sfruttamento”, si legge nel libro, imposte da Lidl, il colosso tedesco dei discount molto diffusi anche in Italia.
Wallraff ha lavorato nel panificio Weizheimer come addetto allo smistamento dei panini prodotti esclusivamente per Lidl. Ha potuto constatare ritmi di lavoro disumani, stipendi da fame (6 euro l’ora) nessuna tutela sindacale dei lavoratori, precarie condizioni igieniche e scarsissime misure di sicurezza. Lui stesso si è spesso ustionato con teglie roventi che si staccavano dal forno e volavano, letteralmente, in mezzo agli operai poiché la catena di distribuzione aveva un difetto meccanico mai riparato dai proprietari. “Tutti gli operai con cui ho parlato – scrive il giornalista autore anche di libri-inchiesta di successo quali Faccia da turco e Notizie dal migliore dei mondi – sono d’accordo: le condizioni di lavoro e il clima generale sono drasticamente peggiorati da quando Weinzheimer ha cominciato a fornire esclusivamente Lidl. Il panificio si è consegnato mani e piedi a quest’unico grande committente. Quando Lidl aumenta le ordinazioni, capita che si lavori di fila per due o tre settimane, senza nemmeno un giorno di riposo. Una volta i miei colleghi si sono spaccati la schiena per 420 ore in un mese”.
Lidl è diventato leader mondiale dei discount, facendo del basso prezzo un cavallo di battaglia. E a spiegare questo risultato e fatturati di quasi 60 miliardi di euro (nel 2008) possono concorrere politiche come quelle applicate nei confronti del panificio del Basso Reno: “Il sistema Lidl verso i fornitori – scrive Wallraff – è di oppressione totale. Una confezione di dieci panini costa al colosso dei discount 49 centesimi, comprese le spese di spedizione a carico del panificio, e viene poi venduta al pubblico a 1,05 euro. In questa filiera gli unici a guadagnarci sono i proprietari di Lidl. Tutti gli altri ci rimettono”. E del sistema Lidl, scrive sempre il giornalista tedesco, fa parte anche la sistematica soppressione dei consigli aziendali. “La grande multinazionale dei supermercati – prosegue – è riuscita a far sì che solo sette delle sue 3250 filiali tedesche abbiano un consiglio aziendale”. Nel panificio dove Wallraff ha lavorato sotto copertura, il proprietario ha minacciato “licenziamenti indiscriminati e la cessazione dell’attività per fomentare malumori contro le elezioni del consiglio della società”.
Ma il giornalista ha anche scandagliato altri fondali dell’inquinato mare del mondo del lavoro in Germania. Ha raccolto le testimonianze dei baristas (così sono chiamati coloro che servono al banco) di Starbucks in Germania, la catena di caffè sparsi in tutto il mondo dove lavorare 14 ore al giorno per poco più di mille euro mensili è la regola. Si è addentrato nelle logiche di mobbing di grandi aziende come quella ferroviaria fedesca, la Deutsche Bahn, registrando le confidenze dimanager sull’orlo del suicidio. Ha messo in risalto, sempre supportato da prove documentali e testimonianze, l’avvento di una nuova figura di avvocati: quelli che lavorano per le multinazionali e le grandi aziende “capaci – si legge nel libro – di dare dall’alto un giro di vite alla lotta di classe. Con determinazione, senza scrupoli e mantenendo una parvenza di legalità”. Pagati lautamente, questi uomini di legge hanno il compito di far apparire legale lo smantellamento continuo dei diritti dei lavoratori che si cela dietro a parole magiche come flessibilità e deregolamentazione.
Infine, Wallraff, con parrucca e baffi si è fatto assumere da uno dei più grandi corrieri espressi europei, Gls, dove gli autisti e i fattorini si sobbarcano turni di lavoro dalle 12 alle 15 ore giornaliere. Senza pause, quando le normative sui tempi di guida e le soste prevedono una sosta di tre quarti d’ora ogni 4,5 ore al volante. Condizioni disumane, con autisti che per tenere botta si imbottiscono di energy drink e medicine contro il mal di stomaco. Il tutto per stipendi tra i mille e i milleduecento euro. Un’impresa redditizia, però, per la Gls che vede aumentare il proprio fatturato ogni anno e diminuire i rischi. Questo grazie al fatto che autisti e fattorini sono assunti in outsourcing, da ditte esterne, le quali si sobbarcano tutti i rischi d’impresa.


martedì 21 agosto 2012

Günter Wallraff

Günter Wallraff è un monumento del giornalismo, qui si è finto somalo per più di un anno, ha fatto questo film documentario verità, ha scritto dei libri, qualcosa si trova in italiano, forse ancora si trova "Faccia da turco", il reportage di quando si era travestito da turco, e il razzismo c'era e c'è.
(da noi Fabrizio Gatti lavora così, non seduto in ufficio, o a casa, a fare i riassunti o i copia-incolla delle agenzie).
il film sotto è tratto da Arte, e per buona parte è sottotitolato in francese.
provate a vederlo, merita - franz





Nel film-documentario dall’azzeccato titolo "Nero su bianco" vediamo il povero Kwami girare solo e pensoso per le campagne della Sassonia a cercare, inutilmente, lavoro fra casali e contadini tedeschi (dell’est) non proprio illuminati. E comunque sospettosi nei confronti di Kwami (e delle sue sgargianti camicie). In un altro triste episodio ecco lo sfigatissimo Ogonno prender posto, in treno, in mezzo alla tifoseria più aggresiva di tutti gli stadi di Germania: gli scatenati Fans del Dynamo Dresden. Lo fa apposta il sedicente somalo a cacciarsi ovunque in Germania, dal nord al sud del paese, in mezzo ai guai? 
Certo che lo fa apposta, visto che sotto quella pelle esageratamente scura del baffuto africano si nasconde il solito Günter Wallraff, il giornalista probabilmente più noto di tutta la Germania che da circa 4 decenni altro non fa che calarsi nei panni della povera gente, o dei poveri idioti. Per „mettere così alla prova“, come spiega il giornalista, o insomma ‚sputtanare’, diremmo noi, la mentalità e soprattutto la moralitá dei suoi connazionali. Sono allora dei ‚razzisti’, gente eticamente squallida questi 82 milioni di tedeschi al centro d’Europa? E sará  poi ‚valido’ il Test morale che un irreprensibile professionista come Wallraff ha stavolta realizzato producendo dopo un anno di duro lavoro (e dopo esser sgaiattolato nei panni di Kwami Ogonno e di altri sfigatissimi personaggi) sia un film che un libro?...