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martedì 30 giugno 2026

La vittoria di Prosfygika: dopo una lotta fra la vita e la morte

 

Prosfygika, Aristotelis Chantzis ricoverato dopo 138 giorni di sciopero della fame

da Osservatorio Repressione



Pesa appena 35 chili, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare. Mentre la sua vita è appesa a un filo, Amnesty International, l’ONU e il Parlamento europeo chiedono di fermare lo sgombero della storica comunità autogestita di Atene.

C’è un uomo che sta morendo nel cuore dell’Europa. Si chiama Aristotelis Chantzis, vive nella comunità autogestita di Prosfygika, ad Atene, e da 138 giorni rifiuta il cibo per impedire che quattrocento persone vengano cacciate dalle loro case. Il 22 giugno è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Georgios Gennimatas dopo aver manifestato gravi sintomi neurologici.

Le sue condizioni sono drammatiche. Pesa appena 35 chilogrammi, ha perso il 44% del proprio peso corporeo, presenta un indice di massa corporea di 13,3, soffre di edemi agli arti inferiori, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare. Nei giorni precedenti il suo stato di salute era precipitato: episodi di ipotensione, tachicardia, forti vertigini, disturbi del sonno, anomalie elettrocardiografiche che possono provocare aritmie fatali, problemi neurologici e metabolici, ipoglicemia, alterazioni epatiche e sintomi compatibili con la denutrizione estrema.

Il gruppo di medici solidali che lo segue non usa mezzi termini: ogni ventiquattro ore che passano aumentano i rischi cardiovascolari e metabolici e le complicazioni potenzialmente mortali. Eppure Aristotelis non intende interrompere lo sciopero della fame finché le richieste della comunità non saranno accolte. A rendere ancora più inquietante la vicenda è quanto accaduto al suo arrivo in ospedale. Secondo quanto denunciato dalla comunità di Prosfygika, i neurologi di turno avrebbero inizialmente rifiutato di visitarlo, mentre alla polizia sarebbe stato consentito di entrare nel reparto di emergenza. Una situazione definita “inaccettabile” dagli abitanti del quartiere, che si sono immediatamente radunati davanti all’ospedale in segno di solidarietà.

Dietro questo corpo consumato dalla fame c’è una battaglia che riguarda molto più di un singolo quartiere di Atene.

Prosfygika è un complesso di edilizia popolare costruito nel 1933 per ospitare i profughi dell’Asia Minore. Negli ultimi quindici anni, dopo decenni di abbandono da parte dello Stato greco, è diventato una delle più importanti esperienze di autogestione e mutualismo del Mediterraneo. Oggi ospita oltre quattrocento persone: rifugiati, migranti, famiglie a basso reddito, anziani, persone con patologie croniche, donne e più di cinquanta bambini. La comunità ha costruito ventidue strutture sociali autorganizzate dedicate alla distribuzione del cibo, all’assistenza sanitaria, all’infanzia, all’istruzione e al sostegno alle donne. Vi sono una farmacia sociale, spazi educativi, cucine solidali, una biblioteca e persino alloggi per pazienti oncologici e i loro familiari.

Tutto questo rischia di essere cancellato.

Nel giugno 2025 la Regione dell’Attica ha approvato un accordo per la “ristrutturazione” di quattro blocchi abitativi di Prosfygika, inizialmente finanziato con fondi europei e successivamente sostenuto da risorse regionali. Il progetto prevede, però, lo sgombero dell’intera comunità. I residenti denunciano che il piano descrive gli edifici come “vuoti”, cancellando deliberatamente l’esistenza delle centinaia di persone che vi abitano. Nessuna garanzia concreta di rialloggio è stata presentata. Secondo gli abitanti e i giuristi che li sostengono, il progetto viola il diritto all’abitazione, il principio di non discriminazione, il diritto alla dignità e alla tutela della casa. Vengono inoltre contestate numerose irregolarità: dubbi sulla proprietà degli edifici, modifiche al piano originario, problemi nelle procedure di finanziamento e incompatibilità con i vincoli storici e architettonici del complesso, riconosciuto come monumento protetto per il suo valore storico e per l’architettura Bauhaus.

La vicenda ha ormai assunto una dimensione internazionale.

Amnesty International Grecia ha chiesto la sospensione immediata del piano di sgombero. Il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’abitazione adeguata ha aperto un dossier sul caso. Il Consiglio comunale di Atene ha adottato una risoluzione per fermare la procedura di riqualificazione e avviare una consultazione pubblica. Quattro interrogazioni sono state già presentate al Parlamento greco e il Centro per i Diritti Umani dell’Università di Padova ha aperto uno studio formale sulla vicenda. Una delegazione di Prosfygika si è inoltre recata a Bruxelles, ottenendo il sostegno di oltre venti eurodeputati. Nonostante ciò, le autorità regionali hanno finora ignorato tutte le richieste di dialogo e si sono rifiutate persino di discutere la questione nel Consiglio regionale dell’Attica.

Le richieste degli scioperanti sono semplici e precise: revoca immediata del contratto di riqualificazione, garanzia che tutti i residenti possano restare nelle proprie case e riconoscimento del progetto di restauro autogestito elaborato dalla comunità stessa, senza utilizzare denaro pubblico per un’operazione che porterebbe alla sua distruzione.

La lotta di Aristotelis Chantzis e di Prosfygika parla all’intera Europa. Parla di cosa accade quando la rigenerazione urbana diventa sinonimo di espulsione sociale, quando le città vengono trasformate in spazi di rendita e chi costruisce solidarietà e mutualismo viene considerato un ostacolo da rimuovere.

Ma soprattutto pone una domanda politica e morale che non può più essere ignorata: quanta sofferenza e quanta vita umana sono disposte a sacrificare le istituzioni europee e greche per cancellare un’esperienza di autogestione che da anni offre casa, cura e dignità a centinaia di persone?

Mentre Aristotelis Chantzis lotta tra la vita e la morte in un letto d’ospedale, la risposta a questa domanda non può più essere rinviata.

da qui


La vittoria di Prosfygika: dopo una lotta fra la vita e la morte

di Mikis Mavropulos e Comunità di Prosfygika Occupati

Negli ultimi 5 mesi, si è svolta una lotta sovrumana tra la vita e la morte, per difendere Prosfygika di via Alexandra dallo sgombero, dallo spostamento forzato e dallo smantellamento del più grande progetto autogestito di edilizia sociale, solidarietà e pubblica utilità in Grecia e in Europa.

In prima linea δι questa lotta ci sono stati il ​​compagno Aristotelis Chantzis (in sciopero della fame dal 5/2/2026) e la compagna Suzon Doppagne (in sciopero della fame dal 1/5/2026).

È una lotta che si è vinta fin dall’inizio, perché l’unica lotta persa è quella che non è mai stata combattuta. È una battaglia giusta, altruistica e collettiva, non solo per i circa 400 residenti di Prosfygika, ma per l’intera società. Per tutti noi. Per il diritto alla casa, la vita, la dignità, il diritto delle persone di organizzarsi, di auto-organizzarsi, di dare un senso alla propria vita-designare la propria vita in tempi bui.

Il Comune di Atene ha emanato la sua seconda decisione, che da un lato rappresenta una lapide per il piano Hardalia, già fallito sotto ogni aspetto – tecnico, politico, economico – e dall’altro copre in gran parte le nostre giuste ed evidenti rivendicazioni, in base alle proprie possibilità:

1. Ha chiesto alla Regione dell’Attica di sospendere l’attuazione della decisione di riqualificare la Comunità di Prosfygika, ad Atene, e, al contempo, alla Comunità di Prosfygika di interrompere lo sciopero della fame.

2. Ha riconosciuto la Comunità dei Prosfygika, da un lato, come entità autonoma e soggetto sociale collettivo e, dall’altro, come interlocutore alla pari con un ruolo decisivo in qualsiasi futuro sforzo di riabilitazione di Prosfygika.

3. Ha accettato che tutti i residenti di Prosfygika rimarranno nelle loro case e che, anche in caso di lavori di restauro, si trasferiranno all’interno del quartiere, accettando quindi il restauro parziale degli edifici che proponiamo.

Sulla base di quanto sopra, come Comunità, ieri, mercoledì 24 giugno, abbiamo discusso con gli scioperanti della fame Aristo e Suzon e abbiamo deciso collettivamente di sospendere lo sciopero della fame e di continuare la lotta parallela con altri mezzi, fino alla definitiva vittoria.

L’esito positivo della lotta finora e il soddisfacimento della maggior parte delle nostre richieste ci permettono di concludere lo sciopero della fame con successo e quindi di non rischiare di perdere due persone preziose per noi e per l’intera società, ma anche di non gravare con delle morti un movimento e gente che o non ha familiarità con le lotte di sacrificio o considera questa lotta già vinta.

PER PROFYGIKA – PER LA VITA – PER LA DIGNITÀ !

LA LOTTA CONTINUA !

O VINCEREMO O VINCEREMO !

Comunità di Profygika Occupati

Michele Mavropulos

da qui

giovedì 4 maggio 2023

Dal 18 marzo 2023, Eda Deniz Haydaroglu è in sciopero della fame a tempo indeterminato per ottenere giustizia!

 

Il testo riportato qui sotto è una dichiarazione dei motivi che hanno spinto la ventiduenne Eda Deniz Haydaroglu ad interaprendere – il 18 marzo 2023 a Berlino – uno sciopero della fame a tempo indeterminato e un appello alla solidarietà di tutte e tutti. Tra le richieste dello sciopero compare il nome di Alfredo Cospito, prigioniero anarchico in sciopero della fame dallo scorso 20 ottobre per protesta contro il regime del 41 bis: si chiede che le sue richieste vengano accolte dallo Stato Italiano e che venga liberato dal 41 bis.

Lo sciopero della fame di Eda Deniz Haydaroglu è il più recente atto di una protesta, che prosegue ormai da parecchi mesi, contro il paragrafo 129, 129 a e b del Codice Penale della Repubblica Federale Tedesca. Anche in Germania – come nel caso di Alfredo in Italia – la lotta politica ha dovuto ricorrere a questo mezzo radicale per far sentire la voce della giustizia alle autorità dello Stato Borghese.

Il paragrafo 129 rappresenta già da due secoli una minaccia per tutti gli oppositori politici di sinistra. Nel corso dell’ultimo anno, 4 antifascisti di origine turche sono stati arrestati sulla base della sua estensione a “organizzazioni terroristiche straniere”, il paragrafo 129 b. Perciò, lo sciopero della fame è principalmente rivolto alla revoca della custodia cautelare in cui i prigionieri sono detenuti e all’abolizione in toto del paragrafo 129, 129 a e b.

Dal 18 marzo 2023, Eda Deniz Haydaroglu è in sciopero della fame a tempo indeterminato per ottenere giustizia!

VIA IL PARAGRAFO 129,129A&B DEL CODICE PENALE!

LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI ANTIFASCISTI E RIVOLUZIONARI!

Il 16 maggio dello scorso anno sono stati arrestati gli antifascisti di origini turche Özgül Emre, Serkan Küpeli e il musicista del gruppo musicale Grup Yorum, Ihsan Cibelik. Quest’anno è stato arrestato anche Hasan Unutan, padre di famiglia e antifascista. Tutti e quattro sono stati arrestati sulla base del paragrafo 129b del Codice Penale della Repubblica Federale Tedesca (RFT) e da allora si trovano in custodia cautelare in varie carceri in Germania, nell’attesa – da quasi un anno – del loro processo, di cui non sanno nemmeno cosa comporterà, perché ad oggi non è stata inviata alcuna imputazione.

Poiché ci sono molte ingiustizie intorno agli arresti e al processo, sulle quali noi come comitato “Via la Sezione 129” abbiamo richiamato l’attenzione in vari modi, stiamo portando la nostra lotta contro queste ingiustizie a un nuovo livello. Per questo motivo Eda Deniz Haydaroglu è in sciopero della fame a tempo indeterminato. Con le richieste dello sciopero della fame, vogliamo attirare l’attenzione su queste ingiustizie e chiedere alle autorità di ascoltarle.

Le nostre richieste sono:

-Tutti e 4 i detenuti sono stati imprigionati sulla base dei §§ 129 a e b del Codice Penale. L’accusa è di far parte di un’organizzazione terroristica con base all’estero. Da diversi anni, gli attivisti dell’opposizione in Germania che si battono attivamente contro il regime fascista in Turchia sono stati perseguitati e criminalizzati attraverso richieste diplomatiche. La Turchia fornisce regolarmente allo stato tedesco liste di attivisti dell’opposizione con la richiesta di perseguitarli sul suolo tedesco. Anche i 4 antifascisti che ora sono in carcere figuravano in queste liste.

La RFT si serve – per questa persecuzione – del paragrafo 129b, altamente efficiente in questo senso. Si tratta di un relitto dell’era nazista e di un diretto successore della legge nazionalsocialista sul tradimento dello Stato. Gli Alleati l’avevano vietata, ma fu ripristinata nel corso del 1° Atto di modifica del diritto penale per “impedire ai nazisti di riprendere il potere”. È chiaro, tuttavia, che sulla spinta di questi paragrafi principalmente gli attivisti dell’opposizione turca finiscono per essere perseguitati e imprigionati.

Per questo, chiediamo che il paragrafo 129 a e b del Codice Penale venga messo in discussione e rimosso dalla legge. Il diritto penale ha tutti i mezzi necessari per perseguire i reati di terrorismo, non c’è bisogno di una “Gesinnungsjustiz” – una giustizia di stampo ideologico -, che è un residuo dell’era nazista!

-I 4 antifascisti imprigionati hanno tutti un indirizzo valido in Germania. Inoltre, sono stati tutti arrestati nelle loro rispettive abitazioni. Serkan Küpeli è sposato, vive ad Amburgo ed è stato arrestato 15 giorni dopo la nascita del suo primo figlio.

Anche Hasan Unutan è sposato, possiede un’azienda pubblicitaria a Mannheim ed è padre di 3 figli.

Tutti loro hanno vita pubblica, non vivono in clandesitinità. Le loro attività politiche sono annunciate con giorni di anticipo su internet, hanno regolari appuntamenti medici e con le autorità. Il pericolo di fuga invocato dall’accusa è quindi vago e non rappresenta un motivo valido per tenere queste persone in detenzione per quasi un anno in condizioni non specificate. La carcerazione preventiva è l’ultima ratio e può essere utilizzata solo se non ci sono mezzi più blandi. Chiediamo che la custodia cautelare sia revocata per i motivi citati e che il processo prosegua a piede libero.

– Nella sua funzione, il Procuratore Generale Peter Frank ha firmato i mandati di arresto contro gli antifascisti imprigionati. Poco tempo dopo, su invito del Ministro della Giustizia e Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, si è recato in Turchia, dove è stato premiato. Chiediamo che ci venga spiegato cosa stava facendo Peter Frank in Turchia, di cosa ha discusso con Erdogan e per cosa è stato premiato in Turchia. Vorremmo sapere se Peter Frank è stato premiato per la persecuzione dei membri dell’opposizione di origine turca in Germania.

– La persecuzione degli antifascisti di origine turca in Germania si basa sui rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione. Quest’autorità, che è stata profondamente coinvolta nei crimini della NSU e che attira ripetutamente l’attenzione attraverso scandali sotto forma di sentimenti nazionalsocialisti, non ha alcuna legittimità nella persecuzione degli antifascisti. Questi rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione servono come una criminalizzazione preliminare, sono trattati come fatti dalle autorità e ogni atto di repressione è giustificato da questi rapporti. Questo è un attacco allo Stato di diritto, perché in uno Stato di diritto non sono i servizi segreti ma i tribunali a decidere chi ha commesso un reato. Chiediamo che la presunzione di innocenza venga riportata al centro dell’attenzione e che i rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione non vengano utilizzati come fatti.

– Da qualche tempo, in Germania, i file digitali vengono utilizzati come prove nei procedimenti politici. Questo approccio porta talvolta a sentenze legali scandalose. I file digitali sono, per loro natura, esposti a qualsiasi forma di modifica, riscrittura, cancellazione, ecc. Con lo stato attuale della tecnologia, è quasi impossibile determinare se i file digitali siano seri e credibili, o se non siano stati alterati in seguito. In Germania, tuttavia, la valutazione complessiva è sufficiente. Ciò significa che il giudice decide se accettare o meno le prove. Questo è anche un attacco ai nostri diritti, perché in queste condizoni viene a mancare la certezza del diritto. Siamo privati della possibilità di difenderci legalmente in caso di dubbio su file digitali alterati o scritti ex novo, perché qui tutto è a discrezione del giudice. Chiediamo quindi che i file digitali non vengano utilizzati come prove nei procedimenti politici, perché gli interessi politici comportano sempre il pericolo di abusi e non c’è modo di eliminare efficacemente questo pericolo. Sosteneteci nelle nostre richieste.

Lottiamo insieme per la giustizia!

Lottiamo insieme per i nostri diritti e le nostre libertà democratiche!

Chiediamo a tutti i cittadini tedeschi di sostenere Eda Haydaroglu nella sua lotta per la giustizia!

Le richieste dello sciopero della fame:

1- La detenzione preventiva contro i prigionieri rivoluzionari e antifascisti Özgül Emre, Ihsan Cibelik, Serkan Küpeli e Hasan Unutan deve essere revocata.

2- I post di Facebook e i file digitali non devono essere usati come prove.

3- I rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione non sono legittimi e non devono essere usati come prove!

4- Il Procuratore Generale Peter Frank deve spiegare cosa ha discusso con Recep Tayyip Erdoğan e per cosa è stato premiato in Turchia.

5- Le richieste di Alfredo Cospito devono essere soddisfatte!

6- Il paragrafo fascista §129 a e b del Codice Penale deve essere rimosso dalla legge.

7- Tutti i prigionieri antifascisti e rivoluzionari devono essere liberati immediatamente.

CHIEDIAMO GIUSTIZIA!

da qui

giovedì 19 gennaio 2023

Alfredo Cospito ancora in sciopero della fame

 

Ottanta giorni di sciopero della fame. Il caso Alfredo Cospito e «i buoni» - Wu Ming

 

Dopo decenni di «scioperi della fame» per modo di dire – all’acqua di rose, meramente simbolici, spesso solo mediatici, annunciati anche per questioni di dubbia rilevanza – non ci impressiona più sentire che una persona è in sciopero della fame. Almeno dalle nostre parti, il concetto è inflazionato, e una pessima informazione fa il resto.

La maggior parte di noi non si immagina com’è, un vero sciopero della fame.

E allora bisogna farlo capire.

 

Ecco un paio di esempi, due vicende accadute qui in Europa.

 

1. La storia e il corpo di Holger Meins

Holger Klaus Meins, militante della Rote Armee Fraktion, viene arrestato a Francoforte l’1 giugno 1972 e messo in isolamento totale nel carcere di Coblenza. Tutte le celle intorno alla sua sono vuote.

Nel gennaio 1973 Holger comincia il primo sciopero della fame. Uno sciopero collettivo, dichiarato da tutti i membri della RAF incarcerati e sospeso dopo cinque settimane.

Holger è trasferito nel carcere di Wittlich, dove nel maggio 1973 riprende lo sciopero. Già magro di suo, non mangiando deperisce a vista d’occhio. Dopo cinque settimane lo mettono in regime di alimentazione forzata: due volte al giorno i secondini gli infilano un tubo in gola, come si fa con le oche da foie gras, e gli pompano cibi liquidi nello stomaco.

L’alimentazione forzata è una pratica violenta, che induce nausea e senso di soffocamento, produce lacerazioni e infezioni nel cavo orale e nell’esofago, e per il frequente contatto tra sangue, muco e pus può causare malattie di vario genere. Non serve a salvarti, ma a prendere tempo. Assicura il protrarsi di una nuda vita, e intanto ti devasta più della fame.

Dopo altre due settimane, ancora una volta la RAF sospende lo sciopero.

Il 13 settembre 1974 parte il terzo sciopero, a cui aderisce una quarantina di detenute e detenuti e che durerà cinque mesi. Per Holger l’alimentazione forzata scatta dopo tre settimane. Gli danno appena quattrocento calorie al giorno, si scoprirà in seguito. Sufficienti solo a farlo vegetare. Il suo fisico è in grave dissesto, non più in grado di reggere né il digiuno né il tubo.

L’8 novembre Holger non ha più forze. Chiede di vedere il suo avvocato, Siegfried Haag. Quest’ultimo deve penare per essere ammesso nel carcere e visitare il suo assistito. Nel vederlo, rimane sconvolto: Holger è in condizioni terminali, uno scheletro con la pelle. Alto più di un metro e ottanta, pesa poco più di trentanove chili.

È un venerdì sera e non c’è nemmeno il medico del carcere, che si è preso il weekend libero. Haag telefona al magistrato competente per chiedere una visita medica urgente. Non la ottiene.

Holger si spegne poche ore dopo, all’alba di sabato 9 novembre, dopo 57 giorni di sciopero. Aveva appena compiuto 33 anni.

La foto del corpo sul tavolo autoptico – avvertenza: immagine orribile, insopportabile, che tocca persino l’olfatto – trapela e fa grande scalpore. Con la sua pubblicazione, lo sciopero della fame cessa di essere qualcosa di vago. Per un istante risulta evidente il cinismo delle autorità della Repubblica Federale Tedesca, che hanno permesso un simile esito.

Proprio quella foto spinge decine di persone ad arruolarsi nella RAF. Hans Joachim Klein, militante del gruppo Revolutionäre Zellen, la tiene nel portafogli e ogni tanto la guarda. «Per mantenere affilato il mio odio», dirà.

Anche sull’onda dell’emozione suscitata dal caso, nel 1975 l’Associazione Medica Mondiale dichiara che l’alimentazione forzata dei detenuti è affine alla tortura e la include tra le pratiche di cui un medico non deve farsi complice.

«Quando un detenuto rifiuta di nutrirsi ed è ritenuto dal medico in grado di formarsi un giudizio integro e razionale sulle conseguenze di tale rifiuto volontario, non deve essere nutrito artificialmente […] La decisione sulla capacità del detenuto di formarsi tale giudizio deve essere confermata da almeno un altro medico indipendente. Le conseguenze del rifiuto di nutrirsi devono essere spiegate dal medico al detenuto.»

Certo, si può aggirare l’ostacolo facendo dichiarare il detenuto incapace di intendere e di volere.

E in ogni caso, in mezzo mondo si continuerà a usare il tubo. Anche nel nostro occidente. Spesso «in difesa» dell’occidente medesimo e, come suol dirsi, dei «suoi valori». Come a Guantanamo.

 

2. La vicenda più celebre: Bobby Sands

Il più noto sciopero della fame della storia europea ha luogo nel 1981 nel carcere di Long Kesh – detto «The Maze», il dedalo – in Irlanda del Nord.

Tra marzo e giugno muoiono dieci militanti dell’IRA e dell’INLA.

Il primo a spegnersi è il ventisettenne Bobby Sands, che diverrà il più famoso martire legato a questa forma di lotta.

La storia della battaglia di Sands in carcere e della sua morte è raccontata con impressionante realismo nel film Hunger di Steve McQueen (2008).

Chi vuole capire cos’è uno sciopero della fame, guardi la foto del corpo di Holger Meins e l’interpretazione di Michael Fassbender in Hunger.

 

3. L’Italia, Alfredo Cospito e «la sinistra»

Anche nell’Italia di questi anni sono morti detenuti in sciopero della fame. I tre casi più recenti sono quelli di Salvatore “Doddore” Meloni (2017), Gabriele Milito (2018) e Carmelo Caminiti (2020). Tutti e tre deceduti nell’indifferenza quasi generale.

Grazie a una mobilitazione continua e capillare, del caso del compagno anarchico Alfredo Cospito si è invece riusciti a far parlare. Non abbastanza, ma più di quanto ci si poteva attendere.

Cospito è all’ottantesimo giorno di sciopero della fame. Del suo caso abbiamo già scritto a dicembre, e ne abbiamo più volte parlato in pubblico. L’ultima presentazione di Ufo 78 prima della pausa festiva, alla Biblioteca Classense di Ravenna, l’abbiamo cominciata leggendo quest’articolo di Adriano Sofri uscito sul Foglio. Testata che normalmente deprechiamo, ma l’articolo è perfetto, soprattutto il finale. È tuttora una delle cose più chiare e forti scritte su questa vicenda.

Nei giorni scorsi un vasto gruppo di giuristi e intellettuali ha rivolto un appello al ministro della giustizia Carlo Nordio, chiedendo che Cospito sia tolto dal regime di detenzione 41bis. Da più parti abbiamo visto commentare: «Con ‘sto governo di fascisti, figurarsi…»

Solo che ad appioppare a Cospito il 41bis, e a difendere pubblicamente la scelta, è stato il ministro della giustizia del governo Draghi, Marta Cartabia. E i primi allarmi su una possibile estensione del 41bis dai boss mafiosi ai detenuti politici e in generale ai dissenzienti risalgono ai tempi del governo Gentiloni, il cui guardasigilli era Andrea Orlando del PD.

Chi non conosce la storia della repressione poliziesca e giudiziaria in Italia tende a peccare di «recentismo» – o «presentismo» che dir si voglia – e a pensare che la controparte sia solo questo governo, cioè la destra dichiarata.

In realtà la vicenda Cospito è il culmine di un lungo processo che ha visto più spesso protagonista l’altra destra, quella che è stata al governo più volte e più a lungo, quella che si fa chiamare «la sinistra»: dirigenti e opinionisti del Partito Democratico e di sue formazioni-satellite; firme e firmette del partito-giornale Repubblica e di altre testate liberal-de-noantri; procuratori e giudici aderenti a Magistratura Democratica, e in generale – qui prendiamo in prestito il titolo di un romanzo di Luca Rastello – «i buoni».

È stata «la sinistra» a innescare le peggiori recrudescenze autoritarie e repressive. È nel mondo dei «buoni» che si è gonfiato a mo’ di blob un purulento mischione di rimasugli stalinisti, mentalità “manettara”, apologia delle «regole», feticismo della «legalità» come valore in sé, adesione al There Is No Alternative neoliberale ecc.

Ricostruire i processi che hanno reso egemone “a sinistra” una simile subcultura è ben più di quanto possiamo fare in quest’articolo.

Bisognerebbe risalire agli anni Settanta, alla stagione dell’Emergenza e delle leggi speciali, alla linea del «rigore» durante il sequestro Moro.

Poi si dovrebbe smontare un certo legalitarismo statolatrico che ha sfruttato i simboli dell’antimafia per diventare incontestabile e poter invadere sempre più ambiti.

Dopodiché andrebbe spiegato il ruolo che ebbero Mani Pulite e subito a seguire l’«antiberlusconismo», strumentale postura usata per imporre il «menopeggismo» che ci ha devastati.

Lungo questa linea andrebbero collocati concetti-slogan quali «degrado», «decoro» e «sicurezza», magistralmente sviscerati da Wolf Bukowski nel suo La buona educazione degli oppressi (Alegre, 2019).

Si arriverebbe infine alla gestione dell’emergenza pandemica, che “a sinistra” – anche in quella che suol dirsi «radicale» – è il grande tabù.

Oltre quarant’anni di devolution ideologica. Ricostruirli è al di sopra delle nostre forze. Noi possiamo solo mettere la pulce nell’orecchio a chi fa ricerca storica. E fare esempi.

 

4. «I buoni» e la repressione: il caso Torino

Non è stato forse un «buono» tra i più celebri e incontestabili a creare un «pool anti-No Tav» dentro la Procura di Torino?

Tale «pool», come già raccontavamo in Un viaggio che non promettiamo breve (Einaudi, 2016), ha condotto esperimenti giuridico-mediatici a tutto campo, a partire da un’estensione ad libitum del concetto di «terrorismo» e da un uso piuttosto disinibito delle imputazioni per reati associativi.

Esperimenti grazie a cui, come spiegato da Xenia Chiaramonte, ha preso forma non solo un repertorio di strategie di criminalizzazione ed escamotages vari, ma anche un nuovo modello «neopositivistico», un vero e proprio «diritto penale di lotta», basato sulla profilazione del nemico politico e addirittura culturale.

In pochi anni la “democratica” Torino è diventata la capitale morale della repressione, con grande soddisfazione ed entusiasmo del PD e dal suo mondo. Si pensi ai toni con cui l’oggi ex-deputato Stefano Esposito acclamava ogni carica di celere, ogni arresto, ogni condanna in tribunale. Ci è subito venuto in mente lui, ma non era certo il solo.

La guerra al movimento No Tav e, in subordine, ai centri sociali cittadini ha fatto scuola e suggerito modi di affrontare o prevenire altre insorgenze.

È stata la Procura di Torino a rinverdire l’istituto della sorveglianza speciale – ultima discendente del confino fascista, con cui ha molti elementi in comune – per soggetti «socialmente pericolosi». Oggi quello strumento è usato per colpire le nuove lotte su ambiente e clima. Pochi giorni fa è stata chiesta la sorveglianza speciale per Simone Ficicchia, 20 anni, di Voghera, attivista di Ultima Generazione.

È stata sempre la Procura di Torino a chiedere la riqualificazione del reato risalente al 2006 per cui Cospito stava già scontando la pena: aver piazzato un ordigno a basso potenziale di fronte alla Scuola Allievi Carabineri di Fossano (CN). Il reato è così trasmigrato dall’articolo 422 all’articolo 285 del codice penale: non più tentata strage contro «la pubblica incolumità», ma contro «la sicurezza dello stato», benché non ci siano stati morti né feriti né contusi.

La differenza è quella che passa tra vent’anni di galera e la galera per sempre, cioè l’ergastolo «ostativo», ufficialmente incostituzionale eppure ancora tra noi e difeso – proprio come il 41 bis – da molti «buoni».

Gli stessi che dello sciopero di Cospito, e della sua possibile sorte, hanno già ampiamente dimostrato di fregarsene.

 

5. Il «macchinario» vs. il corpo di Alfredo

Alfredo Cospito regge ancora perché, a differenza di Holger Meins e Bobby Sands, aveva in partenza un fisico robusto, ma ha già perso trentasei chili ed è in una situazione forse non disperata ma certo molto grave.

Come ha scritto Adriano Sofri nell’articolo già segnalato,

«Cospito poteva tornare a essere una persona solo decidendo di destinare il proprio corpo a una morte non dilazionata secondo la regola del fine-pena-mai. Il suo è uno sciopero della fame duro, che l’ha già portato in una condizione allarmante. In apparenza, due oltranzismi si fronteggiano: il rincaro della “giustizia”, che è anonimo o è come se lo fosse, è un macchinario, assicurato dell’irresponsabilità personale, e la volontà di andare “fino in fondo” del detenuto. Tutti vedono, non possono non vedere, che non c’è niente di simmetrico nelle due oltranze.»

Di fronte al macchinario, Cospito ha solo il proprio corpo.

Noi però non vorremmo vedere quel corpo in una foto come quella scattata a Wittlich.

Noi vogliamo che Alfredo viva.

Non vogliamo un martire, ma la fine del 41 bis e una nuova consapevolezza su giustizia e carcere in Italia.

da qui

 

 

Punire il pensiero è la vera ragione del 41 bis per Alfredo Cospito – Paolo Persichetti

 

Un appello siglato da intellettuali, giuristi e personalità ha chiesto la revoca del regime penitenziario 41 bis a cui è stato sottoposto l’anarchico Alfredo Cospito in sciopero della fame dal 20 ottobre scorso. Tra i firmatari Alex Zanotelli, Donatella Di Cesare, Moni Ovadia, Massimo Cacciari, Luigi Ferrajoli, ma anche ex magistrati in pensione: tra questi Gherardo Colombo, Beniamino Deidda, Domenico Gallo, Nello Rossi, Livio Pepino, Franco Ippolito e l’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick. E’ un fatto di indubbia novità che alcune di queste figure abbiano preso pubblicamente posizione su un tema del genere.


Un salto nella escalation repressiva
L’applicazione del 41 bis a Cospito rappresenta un nuovo stadio nella escalation repressiva, un ulteriore passaggio nella politica di differenziazione penitenziaria. In questo caso infatti mancano tutti i requisiti generalmente indicati per l’applicazione di queste misura: l’interruzione del legame organizzativo con gli associati e la possibilità di ottenere informazioni.
All’inizio del decennio 90 il 41 bis (l’abolizione di ogni spazio vitale in carcere e l’ostatività a permessi, lavoro esterno, semilibertà e liberazione condizionale, evoluzione del precedente articolo 90) venne introdotto per interrompere i legami organizzativi mantenuti tra reclusi appartenenti a gruppi mafiosi e le associazioni criminali esterne di appartenenza. Successivamente nei primi anni 2000 la stessa misura venne estesa anche a tre militanti delle cosiddette “nuove Br”, condannati per degli attentati realizzati nel 1999 e nel 2002.

 

Nessun legame organizzativo da interrompere
Ciò che colpisce nella vicenda di Cospito è l’assenza del legame organizzativo. Cospito è in carcere da dieci anni per fatti che al momento della condanna non comportarono il ricorso al 41 bis, misura che gli è stata applicata solo nel 2022, a 16 anni di distanza. Dai fatti reato che gli sono attribuiti è trascorso un lungo periodo, nel frattempo non ci sono stati nuovi reati né una nuova organizzazione sovversiva è emersa che lo veda coinvolto, né ci sono state azioni illegali della stessa portata o dimensione per cui era finito in carcere, tali da giustificare un nuovo allarme sociale. A ciò si deve aggiungere che il settore anarchico di riferimento (Federazione anarchica informale) non era una organizzazione con una gerarchia, un organigramma, dei legami definiti e strutturati ma una pulviscolo di singole persone o nuclei separati e indipendenti l’uno dall’altro. Secondo la loro ideologia ognuno poteva agire come meglio credeva a prescindere dall’azione dell’altro. La misura del 41 bis pertanto non potrebbe interrompere nessun flusso informativo/organizzativo presunto o possibile in entrata e in uscita per il semplice fatto che semmai questa area – silente ormai da molti anni – dovesse agire, lo farebbe a prescindere dalla esistenza di Cospito e dalle sue personali posizioni. Alla resa dei fatti la misura del 41 bis risulta del tutto ineffettuale: non interromperebbe legami organizzativi che non sussistono; non bloccherebbe flussi informativi non previsti.
La permanenza del 41 bis anche in assenza del legame organizzativo non è una singolarità che riguarda solo Cospito. Anche per i tre ex appartenenti alle “nuove Br”, Marco Mezzasalma, Nadia Lioce e Roberto Morandi, il regime detentivo in 41 bis si protrate da circa 20 anni nonostante la scomparsa dell’originario gruppo politico di appartenenza.

 

Spezzare il legame con la società
Secondo la retorica riabilitativa la pena deve essere volta alla risocializzazione e questo perché gran parte dei comportamenti devianti sono ritenuti una conseguenza della marginalizzazione sociale. Nel caso dei detenuti politici la punizione ha l’obiettivo opposto: la militanza politica presuppone la presenza di reti sociali, connessioni e forte socializzazione. In questo caso è l’internità sociale che va rotta: desocializzare, isolare, spezzare i legami sociali è il vero obiettivo della sanzione che porta alla differenziazione carceraria, ai diversi regimi di isolamento in alta sicurezza ed ora in 41 bis.

 

Estorcere dichiarazioni
L’altra ragione richiamata per l’applicazione del 41 bis è la collaborazione con la giustizia, indurre il recluso a rivelare fatti e circostanze: altrimenti detto estorcere dichiarazioni. Una tortura bianca più lenta e silenziosa, diluita nel tempo e meno impattante per la sensibilità pubblica. Nella vicenda di Cospito anche questa possibilità viene a mancare poiché i fatti-reato per i quali è stato condannato sono stati accertati e sanzionati e lo stesso Cospito li ha riconosciuti. Oltretutto gli episodi-reato per i quali è stato condannato risultano di modesta gravità nonostante l’entità delle pene ricevute: una gambizzazione (lesioni), degli attentati dinamitardi che hanno prodotto danni lievi a cose. L’ipersanzione non è dovuta quindi alla portata effettuale dei fatti commessi ma alla loro valenza simbolico-politica: antistatale e antisistema. Non sfugge in questo caso la disparità di trattamento penale e penitenziario rispetto chi ha realizzato in questi anni reati di natura stragista, aggravati dal movente razziale, sanzionati con pene molto lievi che non prevedono il medesimo trattamento carcerario.

 

Il 41 bis serve a punire il pensiero
Appare chiaro che l’applicazione del 41 bis nei confronti di Alfredo Cospito mira a colpire la sua personalità, il suo pensiero, opinioni espresse pubblicamente, per altro senza aver mai violato le regole carcerarie poiché fino a ieri non era sottoposto censura o altra limitazione ma esercitava del tutto legittimamente la sua libertà di pensiero. Nel caso l’autorità penitenziaria avesse ravvisato la presenza di pericolosità nelle sue esternazioni, avrebbe avuto la facoltà di intervenire attraverso i normali strumenti del codice penale, denunciando eventuali reati di istigazione o apologia per i quali, se effettivamente riscontrati dalla magistratura, comunque non è prevista nessuna reclusione in regime di 41 bis ma un eventuale aggravio di pena. L’applicazione del regime di 41 bis costituisce in questo caso un attacco diretto ed esclusivo all’identità politica del detenuto.

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