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venerdì 2 ottobre 2026

Patagonia: repressione dei Mapuche e nuova colonizzazione dell’intelligenza artificiale - Gianni Sartori

 

Il governo Milei apre la Patagonia ai megadata center con incentivi fiscali e garanzie trentennali, mentre continua la repressione dei mapuche. Dalla condanna di Facundo Jones Huala alle Guardiane dell’Acqua, la resistenza indigena difende territorio e risorse dalla nuova corsa tecnologica.

Come è noto la Patagonia argentina (celebrata – talvolta a vanvera – da turisti di vario genere: scrittori, alpinisti, ciclisti, fotoamatori…) si avvia a subire l’ennesima distruttiva colonizzazione. La costruzione di nuovi data center per l’intelligenza artificiale (skinet ?) e anche – notizia recente – tanti moderni rifugi antiatomici per ricconi. Nel frattempo sugli autoctoni, i mapuche,si riversa ancora la repressione.

Un passo indietro. Dopo un lungo sciopero della fame (e in parte della sete), verso la metà di luglio il militante mapuche Facundo Jones Huala, detenuto in attesa di giudizio, otteneva il trasferimento dalla prigione di Rawson a quella di d’Esquel. Come il suo avvocato richiedeva dall’ottobre scorso in quanto Rawson si trova a più di 800 chilometri da dove vivono i familiari del prigioniero politico. 

L’avvocato Gustavo Franquet sosteneva inoltre che “l’inchiesta non aveva fornito alcuna prova” a sostegno delle accuse e che il dossier si basava “solamente su ipotesi e supposizioni, senza fornire elementi concreti”.

Ma l’esito in qualche modo era – se non proprio scontato – almeno prevedibile: Facundo Jones Huala è stato condannato a cinque anni e due mesi di detenzione dal tribunale di Bariloche in quanto “appartenente a una organizzazione che cerca di imporre le proprie idee con la forza e incitando al crimine”. Ossia la RAM (Resistenza ancestrale mapuche).

La difesa, pur avendo messo in dubbio l’imparzialità del tribunale, alla fine ha accettato il rito abbreviato per evitare una pena più pesante. Da parte sua Jones Huala aveva rivendicato l’esistenza della RAM e il diritto degli indigeni al sabotaggio.

Nel frattempo, ai primi di giugno, Javier Milei era intervenuto sul Financial Times con un articolo (“Argentina invites AI to free itself). In cui garantiva ai baroni della Silicon Valley (quelli dell’intelligenza artificiale) condizioni assai convenienti, sia sul piano fiscale che legale. Sempre nel giugno 2026 il governo argentino presentava al Congresso il Súper RIGI, un ampliamento del Regime di Incentivo per Grandi Investimenti del 2024. Proprio per favorirei megacentri dati destinati all’IA. Con dazio zero sulle importazioni e contributi datoriali ridotti al 10% per le nuove assunzioni. Oltre a stabilità fiscale, doganale, valutaria e normativa per 30 anni. 

Già l’anno scorso l’amministratore delegato di Satellogic (Emiliano Kargieman) aveva preannunciato il progetto del primo data center latinoamericano dedicato all’IA con il sostegno di OpenAI.

Di fatto si sta svendendo la Patagonia, con le sue riserve di acqua e gas, a personaggi come il fondatore di Palantir Technologies (Peter Thiel)che – combinazione – ha da poco trasferito la sua resistenza in Argentina. 

Ma ciò che forse il governo argentino non aveva messo in conto era di doversi confrontare con la resistenza delle comunità che vivono lungo i corsi d’acqua (elemento di cui abbisognano in gran quantità i data center). Comunità che da decenni, con l’ostinazione di chi è nel giusto, si oppongono a miniere, industrie inquinanti, fracking e trivellazioni. 

Come le weychafe (“guerriere” in mapudungun) del fiume Corcovado (provincia di Chubut), quelle che devono percorrere chilometri a piedi per rifornirsi di acqua per uso domestico. 

Al grido. “Fuera Peter Thiel de Argentina !” Le Guardiane dell’Acqua lottano unite “porque sabemos todas las consecuencias de la destrucción de la tierra, como si fueran nuestros cuerpos”.

Infatti per la spiritualità tradizionale mapuche ogni elemento naturale possiede una forza vitale (newen) e nulla può essere prelevato senza chiedere permesso.

da qui

giovedì 12 febbraio 2026

Works - Vitaliano Trevisan

leggo con un enorme ritardo Works.

è una sorpresa leggere un libro working class dei più stupefacenti, Vitaliano racconta la sua vita lavorativa, i suoi lavori e lo schifo che gli hanno fatto, tranne il lavoro più pericoloso, quello di lattoniere.

la penna, il ritmo, le osservazioni, i conflitti, le sfumature sono proprio quelle dello scrittore, scomparso prematuramente e tragicamente (qui un ricordo).

e quando arrivi all'ultima pagina ti dispiace che il libro sia già finito, merito di Vitaliano Trevisan.

un libro da non perdere, promesso.


 

 

 

«Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, Perché non mi lasciano andare alla deriva in pace? Diventare un barbone. Una delle possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora. Poi non ho coraggio. Mi viene in mente mio padre, il poliziotto Arturo, e la sua divisa, sempre impeccabile; e mio nonno, la dignità con cui indossava il suo vestito da festa. Assurdità che sempre mi ritornano. L’origine è un vestito che uno non smette mai».

Il lavoro come condanna e perdizione, il lavoro come cellula primordiale dell’organismo umano, il lavoro che marchia anima e corpo di un’intera vita.

Con una scrittura originale come un classico pezzo di jazz, che ne ha fatto uno degli autori italiani piú importanti della sua generazione, in questo romanzo autobiografico Vitaliano Trevisan racconta il lavoro nel luogo in cui è una religione, il Nordest, dagli anni Settanta fino agli anni Zero. E attraverso questa lente scandaglia non solo le mutazioni del nostro Paese, ma la sua stessa vita: il fallimento dell’amore, i meccanismi di potere nascosti in qualunque relazione, la storia della propria e di ogni famiglia, che è sempre «una storia di soldi»…

da qui


 

...Procedendo in questo libro si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un’entità mentale vastissima, capace di rinomimare la realtà e darle forma attraverso le proprie strutture, a loro volta filtrate grazie a un bagaglio culturale del quale non si intravede la fine: dalla citazione lettraria, alla proposizione secca, teatrale, in inglese, allo slang dialettale, alla coloratissima bestemmia in vicentino, tutto si fa elemento narrabile, tutto concorre a mantenere coesa la mole estenuante delle “cose da dire”, riprese e troncate a metà senza apparente criterio nel corso del libro, con continui salti temporali e un periodare di respiro amplissimo.

Ci sono delle evidenti manie, addirittura confessate, in questa iper-dilatazione del fatto personale, in questa attenzione quasi ossessiva a sè, a tutte le cose pensate dal sè, esperite dal sè, ricondotte al sè: ma una voce così sicura, così riconoscibile, così ironica e conversatrice fa rientrare a pieno titolo Works nel novero delle opere letterarie, e ricorda la veracità sanguigna di certe “vite” di artisti, come quella di Benvenuto Cellini.

Del resto, e lo dice Trevisan in persona, «scrivere un libro è un po’ come cantarsi una canzone, a quale tonalità e tempo non importa; l’essenziale è essere intonati e a ritmo con se stessi».

da qui

 

VITALIANO TREVISAN: IL CALVARIO DI UN DISSIDENTE - Gianni Sartori

All’età di 61 anni è morto lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan. Attore, drammaturgo e uomo dai mille mestieri.

Perennemente afflitto dal pericoloso sogno dell’autenticità.

Di Vitaliano Trevisan, pur conoscendolo di fama (inevitabile a Vicenza), in passato non mi ero voluto interessare più di tanto. A parlarmene erano state persone – buone, brave, colte, di sinistra e beneducate – ma, dal mio punto di vista, comunque “borghesi”.

Anche se negli ultimo tempi si era trasferito in una contrada di Alta Collina (eccessivo definirla “Montagna”, stando ai miei parametri e conoscendo bene le Prealpi venete), scherzando ma non troppo, lo definivo un “Mauro Corona di pianura”. Quella pianura del Nord-est, inflazionata di capannoni, impestata lavoro nero e inquinamento che lui aveva raccontato, descritto e smascherato nei suoi imperdibili libri.

Ossia – credevo allora, sbagliando – un “personaggio” folcloristico, pittoresco e deviante quanto basta. Falsamente “autentico” e “genuino” come in genere piace appunto a certa borghesia progressista.

Solo pochi mesi fa, intervistando un vecchio compagno, impegnato da una vita non solamente nel “sociale”, ma nella lotta di classe (Luciano Orio), mi era stato citato in relazione agli incidenti (omicidi) sul lavoro. Nel suo “Works” (Einaudi editore) Trevisan denunciava apertamente quello che magari conoscono in molti, ma su cui in genere si preferisce stendere un velo pietoso. Ossia sul fatto che dai macchinari di lavorazione (laminatoi, presse, macchine utensili…) – per aumentarne la produzione ovviamente – spesso viene disinnescato il sistema di sicurezza. Con le ovvie conseguenze: arti amputati quando va bene, corpi maciullati nell’altro caso. In quantità – e qui ci sta – industriale.

Lessi il libro e verificai quanto mi aveva segnalato Luciano.
Ma scoprii anche altro.
Intanto il fatto che – come il sottoscritto anche se in anni diversi – Vitaliano Trevisan aveva lavorato come facchino alla Domenichelli di viale Torino nei turni di notte.
Anzi, avevo anche colto una variante. Da parte sua non considerava quel lavoro, (notturno e in nero, tanto per la cronaca) particolarmente gravoso e parlava di turni di otto ore.
Personalmente, confrontandolo con altre mie esperienze simili (nelle celle frigorifere della Ederle, alla Veneta- Piombo, i traslochi…), lo ricordavo comunque abbastanza pesante. Anche perché all’epoca di giorno cercavo di frequentare l’università, al punto che ricordo di essermi appisolato più di qualche volta in piedi, appoggiato al carrello nella ripetitiva spola tra i camion e il deposito.

Non solo. Mi sembra proprio di ricordare, nella prima metà degli anni settanta i turni erano di dieci ore, non di otto. Con una “pausa- pranzo” (un panino portato da casa) di venti minuti, mezz’ora.
E’ possibile naturalmente che in seguito (seconda metà degli anni settanta, quando toccò a Trevisan scaricare e stivare) le cose fossero cambiate. Come avvenne – questo lo avevo verificato di persona – nel settore traslochi (grazie anche all’impiego di elevatori che permettevano, per esempio, di non dover portare sulle spalle, da soli, pesanti frigoriferi per diversi piani di scale).

E poi in “Works” raccontava a sua esperienza in un territorio che conosco bene, il Basso Vicentino.
Quel pezzetto di Riviera Berica sdraiato ai piedi dei Colli Berici che operatori turistici e amministrazioni comunali si ostinano a descrivere come bucolico, con paesaggi (ormai è un classico, non si nega a nessuno) “mozzafiato”. Nonostante la pianura sia quasi completamente cementificata (oltre che inquinata, vedi la A31) e sui Colli proliferi di giorno in giorno la metastasi delle ville e villette di borghesi grandi, medi e piccoli che “amano la Natura” (senza peraltro esserne corrisposti). Costruzioni talvolta semiabusive (tipo sedicenti ”depositi attrezzi” provvisti di colonnato esterno – “pompeiane” – e piscina), case di 2-3 cento metri quadri dove prima c’era soltanto “el staloto del mas-cio”. A spese del paesaggio e degli ecosistemi.
Ma comunque qualcosa c’era – e c’è – a mozzare letteralmente il fiato: gli innumerevoli capannoni dove languiscono segregati a migliaia i polli da allevamento. E la puzza – come scriveva chiaramente Vitaliano – si sente, eccome. Anche da lontano.
Pur senza volersi soffermare sulla sacrosanta compassione per quelle povere creature imprigionate (rileggersi in proposito quanto scriveva Eugenio Turri sugli analoghi allevamenti nei Lessini), pensiamo soltanto a cosa sta accadendo proprio ora in Veneto con l’epidemia di aviaria e lo sterminio di milioni di volatili.

Ma quello che più mi rode è il modo in cui sembra se ne sia andato. Dopo un ricovero psichiatrico formalmente “volontario”, ma in realtà sotto il ricatto di un TSO.
Ora, mi chiedo, è mai possibile che una persona con il suo livello culturale, con un così alto grado di consapevolezza (esistenziale, sociale, politica…) derivata dall’esperienza vissuta, non certo dagli studi accademici (anche se la sua preparazione letteraria era ottimale) sia stato trattato in tal modo?

Non so se – come aveva azzardato qualche vicentino – Trevisan fosse veramente da considerarsi il maggiore tra gli scrittori attuali della Penisola. Ma sicuramente è lecito interrogarsi in proposito. E uno così, su cui ora tutti spandono lacrime e tessono lodi, è stato rinchiuso come un pericoloso demente?
Nei giorni immediatamente successivi alla sua morte disperata, in molti lo hanno ricordato con commozione.
Alimentando tuttavia l’idea che comunque il Trevisan era (a scelta): depresso, fuori di testa, predisposto al suicidio….

Invece di esprimere rispetto non solo per lo scrittore, ma anche per un uomo che ha saputo esplorare il lato oscuro (o forse meglio: non del tutto colonizzato) dell’animo umano. Con estrema lucidità, andando ben oltre la propria sofferenza personale e le proprie (indiscutibili) contraddizioni. Arrivando a un alto grado di consapevolezza dei rapporti umani e – più ancora direi – dei rapporti sociali in una società capitalista (lui che tra l’altro, se non forse negli ultimi tempi, non si considerava di sinistra, “non di questa sinistra almeno”).

Un esempio, un modello per come si possa affrontare la tragicità della vita senza soccombere, rielaborandola.
A meno che – ovviamente – non intervenga qualche fattore esterno (in stile santa inquisizione) a disciplinare, omologare, addomesticare, “guarire”…

Chissà come è andata veramente. Ma rimane il dubbio che senza l’umiliazione di quel ricovero formalmente volontario, ma in realtà coatto, forse – dico forse – ne sarebbe uscito ancora per conto suo, magari con un altro libro o andando in giro per i boschi…
In questo momento mi vengono in mente altre persone (Majakóvskij Pavese, Debord, André Gorz, Paolo Finzi…), con storie e motivazioni diverse, ma cheavevano compiuto la medesima scelta estrema del Trevisan. Travolte forse dal disgusto per la mediocrità, la miseria spirituale di un mondo che incatena i dissidenti e imbavaglia i poeti (talvolta non solo metaforicamente) imbalsamandoli poi da morti.
Così come mi vengono in mente “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Walter Benjamin (letteralmente braccato) e la tragedia (l’assassinio si può dire?) di Mastrogiovanni.

In fondo anche Vitaliano Trevisan era un soggetto scomodo, indigesto, non compatibile. Magari letto, apprezzato, recensito e premiato…ma comunque alla fine segregato e umiliato.

Niente di strano se uno come lui (un intellettuale, ma anche “uomo d’azione”) avesse deciso di mandare il mondo, questo mondo, a fare in culo.

da qui

 

…Pochissimi sono i romanzi italiani che hanno la forza dirompente di “Works”. Il coraggio di squadernare davanti agli occhi del lettore le ipocrisie, le falsità, i fasulli mascheramenti a cui la società non sa sottrarsi. E Vitaliano Trevisan non arretra mai, non si fa cogliere da tentennamenti nel raccontare il coinvolgimento attivo del suo alter ego nel consumo e nello spaccio di droga. Non tentenna quando deve esternare la sua convinzione che prostituirsi è un lavoro come gli altri, se viene svolto per libera scelta e non sotto minaccia, dietro coercizione (e non è forse la scrittura, si chiede, “far commercio di sé in altra forma”?). Non si dimentica di dire forte e chiaro che gli incidenti sul lavoro, le frequenti morti nei cantieri, non sono episodi isolati, dettati dalla sfortuna. Ma conseguenza diretta e inevitabile del modo stesso in cui le persone sono costrette a stare sospese nel vuoto, sulle impalcature, oppure a sollevare pesi immani.

Il lavoro, raccontato da “Works”, assume i connotati della condanna riservata all’uomo nel suo percorso terreno. Una sorta di pena da scontare subito, qui e ora, visto che della vita ultraterrena non c’è certezza. Ma trovarsi un’occupazione, incassare una paga e non perdere tempo, diventa anche un obbligo fisico e metafisico. Per non trovarsi ai margini della comunità umana, per non cedere alla tentazione di trasformarsi in un’entità invisibile agli occhi dei “normali”.

Attraversando il tempo e la spazio di una vita scandita dal lavoro e dai sogni, dagli amori finiti male e dalle amicizie sfociate in tradimenti, dai progetti di scrittura, dai successi interlocutori e dalle cocenti delusioni, Vitaliano Trevisan non si lascia mai tentare dall’imboccare la scorciatoia dell’opportunismo. Non sceglie nemmeno in una sola riga di imboccare la strada del quieto vivere. In “Works” impallina intellettuali e scrittori con nomi e cognomi. E non nasconde, quando parla di sé, che la sua scrittura è sempre stata dettata da quel senso di melanconia, straniamento, solitudine, che si è portato dentro per tutta la vita. “Disperazione, è per questo che scrivo, vale ora e valeva allora, mentre tornando verso casa ero caduto di nuovo nel buco nero di questi tristi pensieri, che sempre accompagnano il fallimento del momento, buco nero che ovviamente, col passare del tempo diventava sempre più profondo e sempre più nero”.

Il Veneto di “Works” non è di certo quelle delle commedie goldoniane. Nelle parole di Vitaliano Trevisan assume la fisionomia di uno scosceso baratro umano. Dove le ragioni dell’industrializzazione, della produzione, del profitto e del guadagno, hanno devastato la politica, desertificato i rapporti sociali, modificato il territorio fino a umiliarlo e stravolgerlo, isolato le persone spingendole verso la depressione.

È forse questo l’aspetto più inquietante e bello del libro. Non c’è una sola riga di “Works” in cui Vitaliano Trevisan si lasci andare alla tentazione di consolare i suoi lettori. Per quasi 700 pagine, mai lo scrittore concede sconti a quel mondo che ha guardato da vicino. Fino a non poterne più.

da qui

 


martedì 29 agosto 2023

Stupri e violenze di ogni genere nel cantone di Afrin preparano il terreno alla sostituzione etnica - Gianni Sartori

 

Da quando nel 2018 l’esercito turco ha invaso, con i suoi ascari jihadisti, il cantone di Afrin non si contano le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle truppe di occupazione. Nella prospettiva di un esodo imposto agli abitanti originari da sostituire con una popolazione filo-turca.

Che lo stupro fosse, oltre che un crimine di guerra e contro l’umanità, anche un’arma di guerra me lo aveva spiegato in dettaglio (come si suol dire “fuor di metafora”, di ogni possibile metafora) Bruna Bianchi una decina di anni fa (v. l’intervista del 2013)*.

Ovviamente ci sono guerre e guerre. Quelle di cui si parla e quelle su cui si preferisce stendere un velo (un sudario ?) poco pietoso.

Così avviene per l’occupazione di Afrin nel Nord della Siria,avviata nel 2018 da parte dell’esercito turco con i suoi ascari jihadisti.

Secondo quanto ha denunciato (durante una conferenza-stampa nel campo di Serdem, a Shehba, dove si affollano decine di migliaia di sfollati) una portavoce dell’’Organizzazione per i diritti umani di Afrin-Siria, in questi cinque anni almeno 99 donne sono state ammazzate, 74 violentate e oltre un migliaio rapite. E almeno una decina si sarebbero suicidate dopo aver subito maltrattamenti e umiliazioni.

Non esisterebbero invece al momento dati attendibili sulla pratica alquanto diffusa dei “matrimoni” forzati.

Ovviamente si tratta di numeri in difetto, quelli accertati.

Per un portavoce di Kongra Star potrebbe trattarsi solamente del 10% dei crimini effettivamente avvenuti.

Un quadro generale alquanto fosco alimentato, oltre da stupri e rapimenti, anche da torture e aggressioni sessuali di ogni genere, sia contro le donne in generale che contro i minori.

Di gran parte delle migliaia di donne sequestrate, rapite (di fatto “desaparecidas”, scomparse)non si conosce quale sia stato il destino.

In un comunicato letto da Heyhan Elî si sollecitano “tutte le organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani, le organizzazioni umanitarie femministe a compiere il loro dovere morale e legale di fronte ai crimini commessi contro la popolazione nei territori occupati del Nord della Siria. Gli autori di questi crimini, in particolare quelli contro le donne e i bambini, devono essere tradotti davanti a un tribunale.

Occorre inoltre esercitare ogni possibile pressione sullo Stato turco affinché ritiri le sue truppe dai territori occupati. Gli sfollati devono poter rientrare in sicurezza nelle loro terree le vittime devono poter usufruire di sostegno sia morale che materiale”.

La settimana scorsa un altro esponente dell’organizzazione, Mihemed Ebdo, aveva denunciato come dall’inizio del 2023 le violazioni dei diritti umani si fossero ulteriormente accentuate.

 “Lo Stato turco – aveva dichiarato – viola i diritti umani nella regione commettendo crimini di ogni genere: massacri, rapimento, stupri, saccheggi e distruzione dell’ambiente naturale”.

Complessivamente dall’inizio dell’anno i rapimenti documentati (in totale) sarebbero stati almeno 208, tra cui 24 donne e un minore (un tredicenne vittima di violenze sessuale).

Sempre nel 2023, tredici persone (tra cui tre donne) sono state assassinate dalle forze occupanti. Inoltre oltre 16mila alberi sono stati abbattuti, un altro migliaio sradicati e circa settanta ettari di terreno dati alle fiamme.

Su tali vicende era intervenuto in questi giorni anche Alif Muhammad, portavoce del Coordinamento del Kongra Star.

Denunciando in particolare un recente episodio, l’azione criminale compiuta daZakaria Bustani, un esponente del – cosiddetto – Consiglio locale del distretto di Jinderes (sempre nel cantone di Afrin sotto occupazione). Insieme al figlio, Nasr Bustani, si sarebbe reso responsabile dello stupro di una ragazzina di 14 anni rapita da casa sua minacciando di morte i presenti.

Sempre in agosto, le truppe di occupazione e i mercenari islamisti avrebbero violentato anche tre insegnanti di una scuola di Jarablus. Invece un capo della milizia Al-Sharqiya si sarebbe “limitato” a minacciare un cittadino di Janders di violentarne la figlia se non avesse versato un forte riscatto.

Stando ai dati forniti dal portavoce di Kongra Star tra luglio e agosto i mercenari filo-turchi avrebbero violentato almeno 20 donne e cinque bambini

Per non parlare del saccheggio (per poi vendere i reperti sul mercato nero) e della pura e semplice distruzione di siti storici come il tempio di Ishtar d’Ayn Dara, del mausoleo di Nebi Huri, della grotta di Duderi e della tomba di Mar Maron.

Scopo apertamente dichiarato, lo stravolgimento demografico della regione attraverso la realizzazione di colonie in cui insediare popolazioni filo-turche.

In questa opera di“genocidio culturale” Ankara può contare sul sostegno economico di Qatar, Kuwait, organizzazioni legate ai Fratelli musulmani (al-Ayadi al Bayda, Kuwait al-Rahma, Binyan al-Qatari…). E anche -spiace dirlo – di qualche organizzazione palestinese.

*nota 1: L’arma dello stupro

Intervista a Bruna Bianchi di Gianni Sartori – 02/09/2013

Alla fine di marzo 2013 l’Alto Commissariato forniva dati inquietanti sugli stupri nei campi dei rifugiati somali (si parla del 60% delle donne) mentre alcune Ong denunciavano l’esercito congolese per le violenze nel nord-est della RDC (sfatando l’idea che le violenze fossero opera solo delle milizie). Situazione sempre più drammatica anche per le donne siriane, vittime sia dei soldati governativi che dei combattenti ribelli. Stando alle dichiarazioni dei medici, sono in continuo aumento quelle che arrivano negli ospedali libanesi. Ma soltanto se incinte, altrimenti lo stupro subito rimane una “vergogna” privata. Ne abbiamo parlato con Bruna Bianchi, docente di Storia Contemporanea (Università Cà Foscari di Venezia).

1) D. A quasi 40 anni dalla pubblicazione di Against our will di Susan Brownmiller che denunciava lo stupro come “arma repressiva” nei confronti delle donne, le cose non sembrano essere cambiate. Un suo parere…

1.      Lo stupro è onnipresente, non solo nelle situazioni citate, tanto in pace quanto in guerra. Le donne migranti che dal Messico cercano di attraversare illegalmente la frontiera con gli Stati Uniti, prima di partire prendono anticoncezionali sapendo che quasi certamente verranno violentate. Rientra nella loro condizione in quanto donne sole o comunque in una situazione di debolezza, come quelle nei campi profughi. In tutte le guerre civili contemporanee, il cui scopo è quello di distruggere un’organizzazione sociale, sradicare o annientare una comunità, gli stupri hanno raggiunto un’ampiezza e una ferocia estrema.

Le donne, soprattutto in tempo di guerra, mantengono i legami della famiglia e della comunità e quindi occupano un posto particolare in questa logica della distruzione. Ucciderle e degradarle si è rivelata una strategia militare efficace per diffondere il terrore, costringerle alla fuga, rendere impossibile il ritorno.

2) D. Cosa ha rappresentato, anche simbolicamente, lo stupro in situazioni di conflitto come i Balcani, il Ruanda o la Repubblica democratica del Congo?

1.      Violentare, occupare il corpo della donna significa conquistare simbolicamente un territorio (quindi lo stupro conquista, degrada, ripulisce lo spazio). Nei Balcani, negli anni ’90, tutti i gruppi etnici se ne sono resi colpevoli. L’opinione pubblica è rimasta particolarmente colpita dall’orrore dei “campi di stupro” organizzati dai serbi con lo scopo di far nascere “piccoli cetnici” da donne bosniache musulmane in base al pregiudizio che solo gli uomini possono trasmettere l’etnia. Si contava sul fatto che le donne, considerate “contaminate”, sarebbero state rifiutate dalla loro comunità e i figli abbandonati ad un destino di marginalità. In Ruanda invece molti bambini nati da stupro sono stati arruolati nell’esercito. Per queste ragioni oggi si parla di stupro come crimine contro l’umanità, crimine di genere e contro l’infanzia.

In Congo il fattore determinante è il controllo delle risorse minerarie e quindi, ancora una volta, sfruttamento del territorio. Gli stupri esprimono volontà di terrorizzare, umiliare, imporre il senso dell’inesorabilità di un destino di sottomissione totale e renderlo manifesto attraverso l’umiliazione della donna, la sua disumanizzazione. Lo stupro inoltre  rafforza lo spirito di complicità maschile, esalta il potere e l’autorità come valori inscritti nella virilità. Nella cultura dominante il corpo femminile è una risorsa da sfruttare. Pensiamo al lavoro agricolo, svolto nel mondo in gran parte dalle donne, al traffico di ragazze a scopo matrimoniale, al turismo sessuale o alla prostituzione.

3) D. Sulla prostituzione, anche in ambito femminista, non c’è sempre pieno accordo, o sbaglio?

1.      La prostituzione è una forma estrema di sfruttamento e oppressione, un turpe mercato alimentato da povertà e discriminazione che riduce ogni anno in schiavitù sessuale 5milioni di donne, di cui un milione di bambine. Esse sono inviate per lo più nei paesi occidentali dove l’accesso a prestazioni sessuali a pagamento ha avuto una crescita esponenziale. E’ considerata una servitù irrinunciabile, socialmente accettata e coperta dai media che riducono la questione alle “donne sfruttate” da un lato e a “pochi sfruttatori” (quelli che gestiscono i traffici) dall’altro. Una parte significativa della giurisprudenza femminista considera la prostituzione come tortura in quanto l’uso del corpo delle donne a fini di piacere rientra nei “trattamenti disumani e degradanti”. Esistono poi altre correnti di pensiero femminista che invece parlano di sex work, forse pensando di sottrarre le donne alla svalorizzazione.

4) D. A suo avviso è possibile tracciare una linea di demarcazione tra i metodi adottati dagli eserciti o dalle milizie comunque legate al potere (gruppi etnici dominanti o strumento di interessi economici) e quelli dei “movimenti di liberazione”? Ho in mente i gruppi guerriglieri latino-americani del secolo scorso o le milizie libertarie nella guerra civile di Spagna che semplicemente fucilavano gli stupratori (soprattutto quando provenivano dai loro ranghi)?

1.      Ritengo che quando si prendono le armi sia difficile sfuggire allo spirito del militarismo. In Guatemala, ad esempio, sia l’esercito che i gruppi paramilitari e i guerriglieri che si resero colpevoli di stupro condividevano la stessa immagine della donna, simbolo della terra e oggetto di appropriazione e anche di protezione. Le donne riproducono la nazione fisicamente e simbolicamente, incarnano la moralità di una comunità, mentre gli uomini la proteggono, la difendono e la vendicano. Il corpo femminile è il luogo simbolico del territorio della nazione, sia per lo stato che per i movimenti identitari, oggetto della protezione o dell’esecrazione maschile. La concezione maschile della vergogna e dell’onore è un nodo cruciale per comprendere le dinamiche degli stupri di massa. Si pensi alla Partizione dell’India quando tra 75mila e centomila donne furono violentate e rapite e molte altre furono uccise o spinte a togliersi la vita dai propri famigliari per non essere stuprate dagli uomini dell’altro gruppo religioso.

5) D. Esiste poi un’altra faccia della medaglia. La sua opinione sulle donne addestrate e arruolate nell’esercito afgano e presentate all’opinione pubblica come esempio di “emancipazione”?

1.      Vedo un rischio di un uso disonesto e retorico delle donne-soldato in Afghanistan non solo da parte di chi le arruola, ma anche di chi dice “in fondo ora ci sono le donne-soldato, anche le donne possono essere militariste, violente…”.

In tutte le società l’ordine simbolico dominante è quello maschile. Pensiamo all’enfasi su concetti come autonomia, indipendenza, competizione. Tutto ciò che è legato agli affetti, al quotidiano, alla responsabilità per la vita, alla cura è svalutato. Non esiste più l’ordine simbolico della madre e il lavoro domestico e di cura delle donne è invisibile, non pagato, svalorizzato. In un certo senso le donne costituiscono una casta, destinate per nascita a un lavoro senza valore. Non vedo quindi come ci si possa stupire se alcune accolgono i valori dominanti.

6) D. Volendo individuare i fattori economici all’origine dell’oppressione subita dalle donne, contro chi punterebbe il dito?

1.      Tra le opere che hanno dato un contributo decisivo alla conoscenza della posizione delle donne nella società antica non si può non menzionare The living goddesses dell’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas. Il volume dimostra che nell’Europa antica nell’arco di alcuni millenni (dal 7000 al 3000 a.c.) si erano sviluppate diverse società matrifocali nelle quali la donna, associata in quanto madre alla natura, portatrice di vita e di morte, aveva un ruolo fondamentale a livello simbolico e religioso, così come nella pratica sociale. La studiosa descrive queste culture, poi quasi completamente distrutte con le invasioni delle popolazioni indoeuropee, come pacifiche, prive di gerarchie e di forti differenze di classe. Altri studi hanno disegnato un quadro che in parte rientra nelle linee tracciate da Engels. L’egualitarismo originario e la condizione delle donne iniziarono a declinare quando esse persero la loro autonomia economica, quando il lavoro delle donne, inizialmente pubblico nel contesto delle comunità o dei villaggi, fu trasformato in un servizio privato nei confini della famiglia.

D 7) Tale trasformazione è da considerare più un frutto della natura umana o della cultura?

1.      Come femminista rifiuto la dicotomia tra natura e cultura. Il femminismo, e in particolare l’eco-femminismo, hanno criticato il pensiero oppositivo. E’ impossibile separare la natura dalla cultura; si pensi alle prime relazioni delle donne con l’ambiente naturale. Spinte dalla volontà di nutrire e proteggere i figli, le donne svilupparono la prima vera relazione produttiva con la natura; in questo processo acquisirono una conoscenza profonda delle forze generative delle piante, degli animali, della terra e la tramandarono, ovvero crearono la società e la storia.

8)   D. Questo per la cultura. Diversa invece la posizione dell’eco-femminismo nei confronti della tecnologia, estranea se non ostile alla natura. Un atteggiamento in cui colgo alcune affinità con il pacifismo e l’ecologismo radicale; in parte anche con l’antispecismo…

1.      A partire dal dilemma ambientale contemporaneo e dalle sue connessioni con la scienza e la tecnologia, l’ecofemminismo ha ricostruito il processo di formazione di una visione del mondo e di una scienza che, riconcettualizzando la natura come una macchina anziché come organismo vivente, sanzionarono il dominio dell’uomo sulla natura e sulla donna. La percezione della natura come materia inerte si rese necessaria per eliminare ogni remora morale allo sfruttamento accelerato e indiscriminato delle risorse naturali e umane. Riducendo gli esseri viventi a macchine da studiare, su cui sperimentare, separando ragione ed emozione e stabilendo la supriorità della razionalità astratta, il pensiero scientifico dissocia l’uomo dalla donna, gli animali, la natura; femminilizza la natura e naturalizza le donne. La natura e le donne esistono per i bisogni degli uomini. Storicamente il mondo degli uomini è stato costruito in opposizione al mondo della natura e a quello delle donne. Essere uomini significa dissociarsi dal femminile e da quello che rappresenta: vulnerabilità, cura, inclusione. La mascolinità può essere raggiunta attraverso l’opposizione al mondo concreto della vita quotidiana, fuggendo dal contatto con il mondo femminile della casa verso il mondo maschile della politica o della vita pubblica.  Questa esperienza di due mondi giace al cuore dei dualismi oppositivi.

9) D. E per il futuro? Vede qualche possibile alternativa allo stato di cose presente?

1.      Il futuro di una comunità veramente umana richiede che gli uomini, per preservare la loro stessa umanità e dignità, vogliano e sappiano riconoscere e far propri i valori della produzione e del sostegno della vita, cambiare il modo di pensare, di essere nel mondo e nella relazione con le donne, rifiutino la violenza. Per quanto riguarda i movimenti, al momento attuale tra femministe, pacifisti, ambientalisti, antispecisti (ma penso anche a chi si batte per i diritti dell’infanzia, contro lo sfruttamento minorile, in difesa delle minoranze, degli indigeni…) manca la connessione. Da questo punto di vista il caso del Congo – da cui eravamo partiti – appare emblematico: di fronte alla violenza sugli inermi, donne e bambini, alla distruzione delle foreste, all’estinzione degli animali, alla tragedia dei profughi non è più consentito avere sguardi parziali, occorre connetterli, sia a livello teorico che pratico.

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mercoledì 19 aprile 2023

Scusate se vi parlo ancora di Pertur - Gianni Sartori

  

Con la scomparsa di Concutelli scompare anche la possibilità di far chiarezza (o meglio, ulteriore chiarezza perché sulla sostanza ne sappiamo quanto basta) sia in generale sulla “guerra sucia” operata da Madrid nei confronti dei rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria (Paese Basco sotto amministrazione francese) sia in particolare sulla scomparsa di Pertur. Avevo sempre detto che prima o poi, almeno per la Storia se non per la Giustizia, Concutelli avrebbe sollevato il velo impietoso delle complicità, depistaggi, reticenze, bugie, falsità etc sulla questione. Invece silenzio, fino alla fine. Pace all’anima sua e pazienza. Resto comunque del parere che i neofascisti italiani ospitati in Spagna furono anche braccio armato del regime franchista e post-franchista

Il tutto era nato parecchio tempo fa dalla perplessità per una dichiarazione (di un avvocato) secondo cui Pierluigi Concutelli NON avrebbe potuto comunque prendere parte al sequestro e all’eliminazione di Pertur (Eduardo Moreno Bergaretxe) come invece sospettano da tempo i compagni baschi (sostenuti in questa convinzione dalle dichiarazioni di alcuni ex membri delle varie squadre della morte parastatali: ATE; BVE, GAL…) dato che “all’epoca era l’uomo di fiducia di Savimbi, capo dell’UNITA, e stava in Angola”.

Rinfresco la memoria: Jonas Malheiro Savimbi e l’UNITA erano sostanzialmente collaborazionisti dell’imperialismo statunitense e soprattutto del Sudafrica razzista che aveva introdotto l’apartheid anche in Namibia. Sorvoliamo pure sul fatto che anche nel suo ambiente (vedi le dichiarazioni di Stefano Delle Chiaie) si sostiene che in realtà Concutelli in Angola non ha mai messo piede continuando a fare la spola tra Spagna, Francia e Italia. (NOTA 1)

Avrei comunque qualche obiezione.

Prima obiezione: nel libro “Destra estrema e criminale” (di Gianluca Semprini e Mario Caprara ) Concutelli si confidava e raccontava che, proprio nel 1976, sarebbe sbarcato a Nizza proveniente, a suo dire, dall’Angola per incontrarsi con i “suoi” in Corsica. Si sarebbe invece fermato un giorno in più a Nizza per assistere a un concerto dei Rolling Stones (tanto per rilanciare l’immagine, taroccata e stantia, del militante di destra “alternativo e anti-sistema”) andando a Bastia il giorno dopo. Per la cronaca, quando Pertur scomparve viveva in Ipar Euskal Herria (Paese Basco del Nord, sotto amministrazione francese) raggiungibile da Nizza in poche ore.

Seconda obiezione: nel luglio 1976 sono state TRE le azioni significative rivendicate dalla banda criminale denominata Ordine Nuovo.

1.      a) 10 luglio, assassinio del giudice Vittorio Occorsio (che stava indagando sui rapporti tra Ordine Nuovo, P2 e criminalità organizzata) con un mitra Ingram in dotazione alla Guardia Civil spagnola (presumibilmente una delle armi fornite dalla G.C. ai fascisti per assassinare i rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria).

2.      b) 23 luglio, rapina di armi a Villa Pacifici (S. Pastore di Tivoli) e omicidio di A. Cipriani. A questa azione, solo a questa nel luglio 1976, Concutelli NON partecipa. Strana coincidenza. Si svolge proprio nel giorno della scomparsa di Pertur (. Sul momento avevo pensato di aver involontariamente trovato quasi uno “scoop” (anche se con oltre 40 anni di ritardo), ma poi dovetti ricredermi. La strana coincidenza era già stata segnalata da Elisabetta Rosaspina, anche se forse in maniera frettolosa e non troppo accurata (e per questo severamente fustigata dal Tassinari). Nel suo articolo la corrispondente da Madrid del Corsera si richiamava al documentario realizzato da Angel Amigo (“El caso Calore. Asesinado de un testigo protegido”). Dove si riportavano le dichiarazioni rese nel marzo 2009 da Calore (assassinato nell’ottobre 2010 poco prima di un nuovo incontro con i giudici spagnoli che indagavano sulla scomparsa di Pertur)al giudice dell’Audiencia Nacional Fernando Andreu.

Calore aveva raccontato di aver anche visitato la “Fabrica”, la masseria dove venivano torturati e fatti sparire i rifugiati baschi sequestrati in Iparralde.

1.      c) sempre nel luglio 1976, rapina alla filiale bancaria del Ministero del Lavoro a Roma (bottino: 460 milioni di lire).

Ripeto: Concutelli partecipò alle azioni alla prima e terza non alla seconda.

“E con questo?” – obietterà qualcuno – “Cosa si vorrebbe dimostrare?”.

La coincidenza non implica automaticamente la presenza di Concutelli al rapimento di Pertur, ma nemmeno si può escluderla con la scusa che “stava in Angola”. Certo che come “coincidenza” è strana, perlomeno.

Pertur, cioè Moreno Bergaretxe Eduardo (NOTA 2) era nato a Donostia (Hego Euskal Herria, Paese Basco sotto occupazione spagnola) nel 1950. Militante di ETA, fu costretto all’esilio in Ipar Euskal Herria nel 1972. Convinto che la sola possibilità di continuare a lottare contro il franchismo fosse una organizzazione “que ligara la lucha armada con la luche de masas”, divenne uno dei primi esponenti della corrente politico-militare. Come è noto, nel 1974 (3° Biltzar Ttipia: Assemblea di ETA) si giunse alla divisione tra milis e polimilis. Nel 1976 ETA-pm sequestrò l’industriale Angel Berazadi. Indicato dalla stampa spagnola come il rappresentante di ETA-pm nelle trattative (e mentre sua madre veniva sequestrata dal capo della polizia di Irun.) Pertur scomparve il 23 luglio 1976, a Behobia, mentre si recava ad un appuntamento con un presunto esponente dell’opposizione spagnola. Solo alcuni aspetti della vicenda sono stati finora documentati. Alle 10 di mattina del 23 luglio, in una Seat 850 di colore bianco, si incontrarono nei pressi di Biriatu (nella provincia basca “francese” di Lapurdi) gli ispettori della BPS di San Sebastian (Donosti): Ferreiros, Lopez Arribas e José Maria Escudero Teja.

Quest’ultimo, notoriamente, era membro dei “Grupos de Accion del Norte” incaricato della lotta contro ETA (guerra sporca compresa).

Retrospettivamente, possiamo dire che anche l’anno 1976 (il primo dopo la morte del caudillo e boia Franco) fu per i baschi uno di quelli “vissuti pericolosamente”.

In marzo vi fu lo sciopero generale e a Gasteiz (Vitoria) e si contarono cinque vittime della polizia: Romualdo Chaparro, Francisco Aznar, Iosé Maria Martinez Ocio, José Castillo Garcia, Bienvenido Pereda Moral. In memoria di quella strage (passata alla storia come “semana tragica”) il cantautore catalano Lluis Llach scrisse “Campanadas a mort” (https://www.youtube.com/watch?).

In aprile avvenne l’evasione dal carcere di Segovia di 29 militanti antifranchisti, in maggioranza militanti di ETA-pm e di ETA-m. Vi presero parte anche alcuni esponenti della Liga Revolucionaria e il catalano Oriol Solé (NOTA 3) del MIL, il gruppo di Salvador Puig Antich. Per una serie di sfortunate coincidenze la fuga finì in tragedia. Tra le vittime, Oriol Solé ucciso dalla Guardia Civil.

In maggio vi fu l’assalto squadrista di Montejurra (Jurramendi in euskara) dove i fascisti uccisero due esponenti della componente democratica del Carlismo: Ricardo Garcia Pellejero e Aniano Jimenez Santos. Circa duecento mercenari dell’estrema destra (compresi esponenti del BVE e del GAL), sotto lo sguardo benevolo della Guardia Civil, aprirono il fuoco contro i seguaci di Carlos Hugo de Borbon Parma. Immancabile la presenza dei soliti noti: gli italiani di estrema destra che vennero anche fotografati.

E infine, in luglio, la scomparsa di Pertur.

Concludo. A questo punto, almeno per ragioni storiografiche, sarebbe giunto il momento di chiarire il ruolo (suggerisco: manovalanza?) dei vecchi arnesi del neonazifascismo nostrano nella “guerra sucia” condotta dallo Stato spagnolo contro i dissidenti baschi. Anche dopo la fine del franchismo, ovviamente.

NOTA 1: durante la Guerra Civile (1936-1939) Mussolini e Hitler vennero prontamente in aiuto dei golpisti (vedi i bombardamenti di Durango, Gernika, Granollers, Barcellona…). Relativamente famosa (e degna di nota per sottolineare le responsabilità vaticane nel santificare la “crociata” fascista contro la legittima Repubblica spagnola) la foto dell’arrivo in Spagna nel pieno della Guerra Civile (per “dare sostegno morale” alle truppe franchiste e fasciste) della “Madonna di Loreto”, aviotrasportata e accompagnata da cappellani militari con gradi e paramenti sacri. Nella sconfitta dei Repubblicani l’appoggio nazi-fascista svolse un ruolo preponderante e anche questo spiega l’ospitalità generosamente offerta da Franco ai neofascisti italiani (Pierluigi Concutelli, Stefano Delle Chiaie, Sergio Calore, Mario Ricci, Carlo Cicuttini, Piero Carmassi, Augusto Cauchi…) in cambio di qualche modesto favore come la partecipazione alle squadre della morte antibasche. Franco, ovviamente, accolse anche vari esponenti di spicco del nazismo storico: fra questi, il capo del contingente vallone delle Waffen SS Lèon Degrelle e Otto Skorzeny, l’ufficiale nazista di origine austriaca che andò a prelevare Mussolini provvisoriamente imprigionato a Campo Imperatore sul Gran Sasso (12 settembre 1943).

NOTA 2: su Pertur vedi “Diccionario historico-politico di E.H.”, Inaki Egana, 1996 (pag. 602) e “ETA, storia politica dell’esercito di liberazione dei Paesi Baschi”, L. Bruni, 1980 (pag. 243).

NOTA 3: il 2 marzo 1974, mentre Salvador Puig Antich veniva condotto all’esecuzione, in un’altra cella del carcere Modelo il militante del MIL Oriol Solé (condannato a quaranta anni) iniziava a scrivere il suo ultimo libro. La dedica era per l’amico “mort construint una vida millor”. Forse non pensava che sarebbe diventato anche il suo epitaffio. Due anni dopo, aprile 1976, Oriol prese parte alla storica evasione di massa dal carcere di Segovia (a cui prese parte anche Angel Amigo che ne parlerà in un suo libro) quando ben 29 prigionieri politici presero il volo. L’operazione era stata organizzata meticolosamente da ETA-pm e da ETA-m e consisteva nello scavo di una galleria che, attraverso la rete fognaria, permise ai militanti di raggiungere l’esterno. Dopo essersi riforniti di armi attraversarono mezza Spagna nascosti in un camion, opportunamente attrezzato e fornito di regolari documenti, riuscendo a giungere incolumi a pochi chilometri dalla frontiera francese. Purtroppo alcuni contrattempi e un banale equivoco sulla parola d’ordine portarono al fallimento. Solo in cinque riuscirono a superare la frontiera mentre gli altri vennero catturati mentre vagavano feriti e assiderati nella nebbia. Esperienza quasi ricorrente nella storia della resistenza antifranchista. Basti citare il fratello minore di Sabaté (El Quico), poi catturato e fucilato. Due dei fuggiaschi vennero uccisi dalla Guardia Civil, uno di questi fu appunto Oriol Solé. La sua morte confermava la sostanziale continuità repressiva del post-franchismo.

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domenica 20 novembre 2022

Guerre di religione: continuazione del colonialismo con altri mezzi - Gianni Sartori

  

Gianni Sartori si propone come autodidatta che propone analisi “a naso”: avercene di nasi così raffinati! E soprattutto con una memoria storica e uno sguardo libertario come il suo. Peraltro l’analisi dei guasti del neocolonialismo è uno dei motivi per cui OGzero è nato e questo scritto ci sembra perfetto per avviare la discussione che si fonde e intreccia con le altre che muovono masse di disperati, distruggono il clima, depredano territori, spacciano armi, innescano conflitti per controllare risorse. Si può interpretare questo uso della divisione religiosa come un nodo delle diverse emergenze del Finanzkapitalismus nella sua fase iperliberista, un nodo a cui arrivare dagli altri orrori geopolitici, o da cui partire per inserirlo nella rete che mette insieme l’uso politico-aggressivo della religione, il pastone mediatico, la scorciatoia militarista, l’espansionismo imperialista… ma partiamo dallo storico conflitto irlandese tra cattolici separatisti e unionisti protestanti e poi ci espandiamo nelle più complesse – ma riconducibili agli stessi modelli di potere – contrapposizioni mediorientali.


Solo un’ipotesi, la mia. Da “proletario autoalfabetizzato” senza pretese accademiche. A naso diciamo.
Se in passato le “guerre di religione” potevano, forse, esprimere (“fotografare”) in qualche modo i conflitti etnici e/o sociali del tempo (vedi alcune “eresie” e certe “riforme” diretta conseguenza dei conflitti di classe), direi che in seguito, perlomeno dal secolo scorso, il più delle volte sono state la copertura, la “vetrina” di interessate strumentalizzazioni.

Partiamo dall’Irlanda…

A titolo di esempio, il conflitto irlandese, soprattutto dopo la divisione dell’Isola di smeraldo. Se già nel Settecento cattolici e protestanti (discendenti i primi dagli indigeni irlandesi colonizzati, gli altri dai coloni scozzesi presbiteriani) avevano fatto fronte comune per l’indipendenza dell’Irlanda, anche in seguito (vedi gli scioperi di lavoratori salariati cattolici e protestanti a Belfast) non mancarono lotte comuni. A porvi fine intervennero le ricche borghesie filobritanniche (si veda La Casa d’Orange) elargendo piccoli privilegi e organizzando milizie settarie “lealiste” (v. Uvf). Non potendo utilizzare – che so – un diverso colore della pelle o diversità etniche rilevanti (in quanto entrambe le comunità erano di origine celtica, diversamente dagli inglesi anglosassoni – di origine germanica – e anglicani) si accontentarono di ampliare il modesto solco di natura religiosa.

Poi è andata come sappiamo. Esperimento sostanzialmente riuscito, un modello per future strumentalizzazioni a “geometria variabile”.

 

… e giungiamo tra le comunità beluci, curde e hazara

Quindi ritengo che anche le sanguinose faide mediorientali tra sunniti e sciiti (con ricadute particolarmente gravi per le minoranze qui presenti: yazidi, alaviti, assiro-cristiani, zoroastriani…) siano state perlomeno “pompate”, gonfiate, esasperate ad arte.
Quanto è avvenuto nelle aree curde, occupate militarmente dalla Turchia, di Afrin e di Sere Kaniyê (Nord della Siria) appare emblematico. Non essendo in grado di controllare adeguatamente le proprie milizie mercenarie (vedi l’Esercito Nazionale Siriano, Sna), Ankara si starebbe affidando direttamente al gruppo terrorista Hayat Tahrir al-Sham (Hts, successore di al-Nusra), con tutta probabilità l’emanazione locale di al-Qaeda.


Il ruolo della Turchia

Anche perché tra le fila di alcune formazioni sul libro paga di Ankara ultimamente serpeggiava, oltre al malcontento, anche una certa preoccupazione.

Le voci su un possibile riavvicinamento tra Ankara e Damasco (patrocinato da Mosca) lasciava intravedere la possibilità di venir scaricati, se non addirittura consegnati, per diversi membri delle milizie mercenarie. In quanto ricercati da Damasco potrebbero venire estradati e questo suggerisce una possibile spiegazione su alcuni episodi di insubordinazione. Come per gli scontri a mano armata intercorsi tra membri di Jabhat al-Shamiya e di Jaish al-Islam.

Tali dispute ricorrenti (oltre al rischio concreto di insubordinazione e defezione) tra le diverse fazioni di Sna (forse non adeguatamente attrezzate, oltre che sul piano politico, anche in quello religioso?) avrebbero suggerito a Erdoğan di far leva sul maggiore entusiasmo, fervore religioso (eufemismo per fanatismo) di Hts. Un fanatismo indispensabile per annichilire le minoranze “eretiche” e non omologate (tutti apostati, dissidenti, “pagani”… addirittura comunisti o anarchici talvolta) del nord della Siria. Nella prospettiva di ulteriori invasioni.
Già all’epoca delle prime manifestazioni contro il regime siriano si assisteva a una proliferazione di gruppi armati, in genere appoggiati, oltre che dalla Turchia, da alcuni stati del Golfo come il Qatar.

Negli Usa è ancora in corso il processo contro “Qatar Charity” e contro Qatar Bank per aver finanziato con 800.000 dollari il leader dell’Esercito Islamico Fadhel al-Salim.

 

Pulizie etnico-religiose nella Mezzaluna sciita

Per inciso, è probabile che questo stia oggi avvenendo in Iran, nel tentativo di strumentalizzare, “dirottare” altrove, le legittime proteste popolari. Con un occhio di riguardo per i beluci, già manovrati in passato anche da qualche potenza imperialista di Oltreoceano. Come da manuale, ça va sans dire, anche i beluci ci mettono “del loro”: per esempio in Pakistan alcuni gruppi indipendentisti beluci sono ritenuti responsabili di vere e proprie stragi ai danni degli hazara, un’altra minoranza, ma di fede sciita.
Va anche detto che da parte sua la Repubblica islamica sembra far di tutto per fornire pretesti in tal senso. In una recente manifestazione (4 novembre 2022) a Khach, provincia di Zahedan, le forze di sicurezza hanno ucciso una ventina di civili beluci (16 le vittime identificate, tra cui alcuni bambini) ferendone oltre sessanta. Da segnalare – stando a quanto dichiarato da alcuni attivisti – che altri feriti erano poi deceduti non essendo stati traspostati all’ospedale dove rischiavano seriamente di essere arrestati.

Appare evidente che – analogamente a quella curda – anche la popolazione minorizzata dei beluci (“minorizzata” e non minoritaria, in quanto divisa da frontiere statali) in Sistan e Baluchistan subisce quotidiane discriminazioni ed è sottoposta a una dura repressione (come del resto altre comunità delle aree periferiche del paese) da parte di Teheran.
Sia per la loro appartenenza etnica, sia per ragioni religiose in quanto sunniti.
Il comandante di al-Nusra, Al-Hana (Abu Mansour al-Maghrebi) arrestato nel 2020 in Iraq aveva rivelato che lo sceicco Khalid Sueliman (della potente famiglia al-Thani), a capo del Jabhat al-Nusra (e pare anche delle organizzazioni derivate), veniva finanziato con qualcosa come un milione di dollari al mese. Turchia e Qatar sosterrebbero, sia finanziariamente, sia con la fornitura di armamenti, i vari gruppi combattenti emanazione dei Fratelli musulmani salafiti in quanto utile strumento per la loro politica estera. Anche in chiave panislamica.

 

Guerra turca ai curdi in Siria

Alcune organizzazioni hanno stabilito un’analogia, per vastità e inasprimento, tra l’attuale repressione in Iran e i massacri subiti dai beluci a Deraa (in Siria) nel 2011, denunciati dall’Onu come crimini di guerra.
Storicamente accertato che potenze regionali ostili a Damasco avevano favorito la militarizzazione (vedi appunto la formazione di Sna) e l’escalation del conflitto.
Oltre che a Sna, la Turchia non avrebbe lesinato nel fornire sostegno al fronte al-Nusra (dal 2012 nella lista del terrorismo internazionale in quanto ritenuto emanazione di al-Qaeda) e addirittura a Daesh. Formazioni entrambe notoriamente jihadiste.

Quanto al fronte al-Nusra, va ricordato che nell’ottobre 2012 attaccava i distretti autonomi di Şêxmeqsûd e Eşrefiye (regione di Aleppo) uccidendo decine di curdi. Subito dopo gli ascari jihadisti si scagliavano contro Afrin, incontrando però la ferrea resistenza delle Ypg/Ypj. Nel voler annichilire in primis le zone curde del Rojava (dove si sperimentava la rivoluzione del Confederalismo democratico) il Jabhat al -Nusra si smascherava da solo, mostrando apertamente di agire su indicazione della Turchia.

Sempre nel 2012, in novembre, veniva attaccata, partendo direttamente dalla Turchia, anche Serêkaniyê. Un’operazione congiunta tra al-Nusra e alcune milizie curde collaborazioniste legate al Pdk. Entrando in alcuni dei quartieri a maggioranza araba di Serêkaniyê, queste milizie si spacciavano per ribelli antiAssad cercando di stabilire alleanze. Solo successivamente (il 19 novembre) partiva il brutale attacco contro i quartieri a maggioranza curda. Veniva assassinato il sindaco della città e la chiesa diventava un bivacco per il loro quartiere generale.

Nel frattempo la loro già consistente presenza veniva rinforzata dall’apporto della cosiddetta Coalizione nazionale (Etilaf), che – secondo i curdi – sarebbe al Etilaf di Sna o comunque della sua derivazione, il “governo di transizione siriano”. Oltre al seggio di Istanbul, Etilaf ne controlla uno anche a Berlino (oltretutto finanziato dal governo tedesco).
Avrebbe anche una certa influenza in alcuni progetti (ugualmente finanziati dal governo tedesco) che sembrano funzionare come “specchietti per allodole”, allo scopo di creare cortine fumogene sulla realtà della situazione curda. Tra questi, il Centro europeo di studi curdi (Ezks) e il sito Kurdwatch, divulgatore di notizie farlocche intese a giustificare le operazioni militari di Erdoğan nel Nord della Siria e nel Nord dell’Iraq. Ma nonostante questo ulteriore apporto di milizie, successivamente venivano scacciati dalla popolazione insorta dei quartieri curdi, grazie anche all’intervento dei combattenti di Ypg e Ypj.

Gli scontri ripresero, durissimi, nel gennaio 2013. Praticamente una vera e propria ammucchiata di gruppi mercenari guidata da al-Nusra quella che contese per circa due settimane il controllo dei quartieri alle milizie curde. Sconfitte nuovamente, le truppe jihadiste si misero in salvo direttamente oltre il confine turco (immediatamente blindato dai soldati turchi per maggior sicurezza), ma lasciando in mano ai curdi un’ampia documentazione della loro intensa collaborazione con Ankara.
Purtroppo durante la ritirata sia al-Nusra che Daesh non mancarono di vendicarsi sulla popolazione curda con una vile rappresaglia.

Come a Til Eran (luglio 2013) e a Tal Hasil. Dichiarando pubblicamente, attraverso le moschee, che sia il bagno di sangue nei confronti della popolazione curda (circa un’ottantina le vittime accertate) che il sequestro-rapimento delle donne curde (prelevate a centinaia) era giustificato dal punto di vista religioso. Rastrellando poi casa per casa le due località sopracitate alla ricerca di “Apoisti”, ossia di seguaci di Apo Öcalan. Oltre a quelli crudelmente assassinati (alcuni bruciati vivi, con le immagini poi diffuse nei social), vanno considerati anche i desaparecidos (qualche decina) e i cadaveri (una ventina) di cui non è stata possibile l’identificazione.

Da sottolineare che – per quanto entrambe aspirassero alla supremazia – Al-Nusra e Daesh (o Stato Islamico che dir si voglia) non smisero mai di collaborare proficuamente. Sia garantendo una certa “osmosi” di combattenti –praticamente intercambiabili – da una formazione all’altra (in base alle necessità del momento), sia dandosi il cambio, alternandosi nel controllo delle aree occupate. E soprattutto instaurando congiuntamente durante l’occupazione delle città, dei villaggi e dei quartieri curdi un aspro regime di ispirazione salafita. Anche a livello di tribunali islamici dove operavano in coppia.

Sempre sotto la supervisione di Ankara ovviamente. L’assalto al carcere di Sina à Hesekê (gennaio 2022) era stato pianificato dai territori occupati dalla Turchia.

Come già detto negli ultimi tempi al-Nusra aveva cercato di “riciclarsi” prendendo (almeno ufficialmente) le distanze da al-Qaeda e cambiando pelle e nome. Diventando prima, nel 2016, Liwa Fatah al-Sham e successivamente, nel 2017, appunto Hayat Tahrir al-Sham (Hts, in realtà una finta coalizione di vari gruppi, sostanzialmente sotto il controllo della vecchia al-Nusra, comunque denominata). Attualmente la casa madre sarebbe localizzata in quel di Idlib, in felice coabitazione con l’alleato turco. Allo scopo dichiarato di soffocare il risorgere e la diffusione del Confederalismo democratico in questa parte del Rojava. Esperienza pericolosa perché esemplare e contagiosa, soprattutto così in prossimità del confine turco.

Dal maggio di quest’anno (a seguito dell’incontro di Idlib-Sarmada con esponenti del regime turco) le milizie di Hts hanno ripreso a riposizionarsi e raggrupparsi su Idlib puntando quindi su Afrin. Inoltre si sarebbero acquartierati anche nelle zone di Girê Spî, Azaz, al-Bab, Cerablus e intorno alla città di Minbić (ancora gestita dall’amministrazione autonoma).
Sempre in vista di ulteriori attacchi in Rojava.

Per concludere, pur essendo presto rientrato nella lista nera dei gruppi terroristi, Hts continua a godere dei finanziamenti di Turchia, Qatar, Arabia Saudita…
Pare anche di qualche non meglio identificato “paese occidentale”…

Vai a sapere.

https://ogzero.org/guerre-di-religione-continuazione-del-colonialismo-con-altri-mezzi/

venerdì 14 gennaio 2022

Dall'inferno turco

 

Turchia, si alza il velo sugli orrori di Erdogan - Antonio Ferrari


La denuncia della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. Il Paese trasformato in un carcere-lager, dove si moltiplicano i suicidi. La ferocia e le bugie del dittatore-sultano

 

Avevo spento la luce e mi ero imposto di tacere sulle mille porcherie che conosco, e di cui vengo costantemente informato, nella Turchia del dittatore-presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan. Era diventata quasi un’ossessione. Ma ora non posso più tacere. Le notizie e i video che tanti coraggiosi turchi mi mandano sono davvero mostruosi. Il Paese che amo da sempre è diventato una gigantesca e feroce prigione, preambolo di morte altamente probabile. Chi finisce in carcere, oltre a violenze di ogni genere, è spinto a suicidarsi. Sono centinaia gli arrestati che hanno avuto la forza di gridare la verità e che vanno a moltiplicare il numero di coloro che preferiscono togliersi la vita, impiccandosi, piuttosto che sottostare all’infamia della spietata dittatura. Non parlo dei fatti che ho denunciato per anni. Non parlo della vendita o svendita di terre turche per arricchire l’unico padrone e i suoi accoliti. Non parlo della telefonata di Erdogan al figlio, chiedendogli di far sparire oltre 20 milioni di dollari, frutto di traffici illeciti. Non parlo del ridicolo PHD all’Università di Bologna del figlio ( oggetto di un’inchiesta giudiziaria), iscrittosi solo per poter raggiungere in fretta la Svizzera e depositare il malloppo. Non parlo dei soldi pagati ad Ankara dall’Unione europea per evitare un’invasione di profughi. Non parlo di ciò che Ankara fa nel Kurdistan contro l’Intrepida minoranza curda. Non parlo di una politica estera dissoluta. Silenzio imbarazzato su tutto. Eppure ho sempre creduto nel giornalismo vero, composto di cronaca, buona scrittura e capacità di analisi e di visione. Però credetemi. Mai avrei immaginato la catena degli orrori che mi raccontano e mi documentano. Amici magistrati, riusciti a sfuggire agli arresti, fuggono per salvarsi. Il 16 marzo di quest’anno la “Questione Giustizia” in Turchia è stata denunciata dalla Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite. Pensate che nel 2020 ben 283.000 persone erano state arrestate, per ordine di Erdogan, perché accusate di terrorismo. E pensate che all’inizio del 2021 il numero era salito a 597.783. Un lager mostruoso. Lo dico con il cuore a pezzi perché avevo creduto, all’inizio, al riformismo di Erdogan. Quando era sindaco di Istanbul e persino quando era riuscito a diventare primo ministro. Era stata un’illusione. Ho conosciuto bene il dittatore-sultano, l’ho intervistato quattro volte, oltre ad averlo ascoltato e aver discusso animatamente con lui durante alcune conferenze-stampa a Istanbul e ad Ankara. Alcune decisioni, appena eletto presidente, mi hanno sconcertato, altre mi hanno sconvolto. La porcheria che il sultano aveva inventato la notte del presunto colpo di Stato, porcheria che aveva fatto rabbrividire il mondo, era davvero troppo. Ero riuscito a scoprire, con alcune importanti telefonate, e non dal mio super controllato cellulare, che Erdogan era in vacanza. Non era in volo, chiedendo asilo politico si leader di tutta Europa. Non sarebbe tornato ad Ankara ma a Istanbul la mattina dopo, sperando che avrebbero vinto gli allocchi creduloni. Ho giocato allora, alla vigilia del mio 70mo compleanno, tutte le carte della mia credibilità. Che mai avrei sacrificata per uno scoop improbabile. Il giorno dopo ero diventato, sempre improbabilmente, un genio. Da quel momento Erdogan nella mia mente si è quasi trasformato in un criminale. Oggi eliminerei il quasi. Ogni porcheria in Turchia è possibile. E anche l’Europa, che gli vende armi dovrebbe vergognarsi. A questo proposito Giorgio Gaber cantava “Mi fa male il mondo”. Quanto è vero e quanto mi manchi, caro amico Giorgio.

da qui



TURCHIA: CARCERI DI STERMINIO? - Gianni Sartori


L’INFERNO DELLE CARCERI DI STERMINIO TURCHE: sono già cinque i prigionieri politici curdi morti in circostanze sospette in meno dieci giorni.

Per ora è l’ultimo. Ma si teme che non lo sarà a lungo.

 

Condannato all’ergastolo, Vedat Çem Erkmen era rinchiuso nella prigione di tipo F di Tekirdağ. Le dinamiche della sua morte (stando alla versione ufficiale si sarebbe suicidato domenica 19 dicembre) risultano perlomeno sospette. Quando i suoi familiari, gli avvocati dell’Associazione per i diritti dell’uomo (IHD) e quelli dell’Associazione degli avvocati per la libertà (ÖHD)si sono presentati alle porte del carcere sono stati informati che l’autopsia era già avvenuta in loro assenza.
Un esponente della Commissione sulle prigioni di ÖHD, Gürkan Isteli, ha messo in rete le sue perplessità: “Cosa cercano di nascondere? Siamo andati avanti e indietro per ore dalla prigione al palazzo di giustizia, all’ospedale.
Ma tutte le nostre richieste di poter vedere il corpo venivano respinte. Solo dopo molte ore, quando finalmente siamo riusciti a entrare nell’ufficio del procuratore, abbiamo potuto identificarlo”.

Da qualche giorno il prigioniero curdo era stato trasferito in una cella d’isolamento, senza plausibili ragioni. A meno che – è questo il timore che serpeggia tra gli avvocati e non solo nel caso di Vedat Erkmen – tali trasferimenti siano il preludio per l’eliminazione fisica del detenuto.
Particolare inquietante, solo qualche giorno prima (il 17 dicembre) nel corso di una telefonata, il prigioniero aveva chiesto al fratello di presentare un reclamo contro l’amministrazione penitenziaria per i maltrattamenti subiti. Si profila quindi l’eventualità di una ritorsione dei guardiani nei suoi confronti.

Come avviene quasi regolarmente nel caso dei detenuti curdi morti in carcere, il corpo di Erkmen non è stato consegnato alla famiglia (affinché potesse seppellirlo a Kars, la città natale), ma portato dalla polizia in un cimitero di Istanbul (Küçükçekmece) già nel primo mattino di lunedì 20 dicembre.
Con quello di Erkmen siamo al quinto decesso sospetto di prigionieri politici curdi in meno di dieci giorni.

Solo due giorni prima avevo scritto che “a costo di apparire cinico (ma in realtà disgustato, affranto per questo rosario infinito e ingiusto di morte…) e consapevole che sulla tragedia del popolo curdo l’ironia è fuori luogo, dopo la morte di Halil Güneş il 15 dicembre (successivo a quelli di Abdülrezzak Şuyur il 14 dicembre e di Garibe Gezer il 9 dicembre) non avevo potuto fare a meno di pensare che “Non c’è due senza tre”.
Ma siccome non c’è limite al peggio, ora la lista si è ulteriormente allungata”.
Infatti a distanza di un paio di giorni dalla morte di Halil Güneş l’ennesimo prigioniero politico curdo era deceduto il 18 dicembre in una maniera che anche i suoi familiari ritengono “sospetta”.

Ilyas Demir (32 anni, condannato all’ergastolo) si trovava in una cella d’isolamento (dove, di fatto, i prigionieri sono completamente in balia dei loro carcerieri) della prigione di tipo T di Bolu. La famiglia non era nemmeno stata informata direttamente dalla direzione del carcere, ma soltanto dal muhatar (il rappresentante di quartiere che evidentemente era stato contattato dalle autorità). E senza che venisse fornita qualche spiegazione sulla cause dell’improvvisa morte.
Madie Demir ha dichiarato che suo fratello, da quando venne arrestato nel 2013, era stato rinchiuso in varie prigioni, spesso in isolamento. Inoltre, nonostante patisse di gravi problemi psicologici, non era mai stato curato.

Aggiungendo che “costringerlo in isolamento in tali condizioni è stato un crimine in quanto avrebbe dovuto trovarsi all’ospedale per venir curato”.
Un passo indietro.
Quando il 13 dicembre del 1980 il giovanissimo militante del Türkiye Devrimci Komünist Partisi (Partito Comunista Rivoluzionario della Turchia) Erdal Eren venne impiccato, la sua vera età (16 anni) venne falsificata dalle autorità turche per poterlo giustiziare.
Il ragazzo era stato arrestato con altri militanti di sinistra durante una manifestazione e accusato della morte di un soldato.
Colui che ne aveva patrocinato l’impiccagione ( e che non certo impropriamente venne definito il “Pinochet turco”), il generale golpista Kenan Evren, aveva così commentato: “Avremmo forse dovuto incarcerarlo e nutrirlo a vita invece di impiccarlo?”.
Quasi con le stesse parole veniva commentata la morte – il 9 dicembre -nel carcere di Kocaeli della prigioniera politica curda Garibe Gezer (già torturata e violentata dai suoi guardiani).

Alcuni media a favore di Erdogan si sono rallegrati per la sua morte scrivendo che ora “c’era una terrorista di meno da nutrire in carcere”.
Di Garibe Gezer, morta il 9 dicembre,mi ero occupato circa due mesi fa denunciando le ignobili sevizie a cui veniva sottoposta.
Torturata e violentata dai carcerieri, il suo è stato un autentico calvario.
Alla fine gli aguzzini hanno completato l’opera di annientamento nei confronti di questa prigioniera politica rinchiusa nel carcere di massima sicurezza (di tipo F) di Kandira a Kocaeli.
Secondo la versione fornita dall’amministrazione carceraria, la giovane curda – arrestata a Mardin ancora nel 2016 – si sarebbe“suicidata”.
Numerose donne, esponenti delle Madri della Pace, del Movimento delle Donne Libere (TJA), dell’Associazione di aiuto alle famiglie dei prigionieri (TUHAY DER) e dell’HDP, si sono riunite davanti all’ospedale di Kocaeli per riavere il corpo della giovane vittima. Hanno poi portato a spalla la bara scandendo slogan contro la repressione nonostante la polizia intervenisse per impedirlo.
Nella tarda serata del 10 dicembre è stata sepolta a Kerbora, la città dove era nata 28 anni fa.
Ma la versione ufficiale sulla morte di Garibe Gezer non ha convinto Eren Keskin. In quanto avvocato e co-presidente dell’Associazione dei Diritti dell’Uomo (IHD) si è chiesta come la detenuta abbia potuto suicidarsi visto che si trovava in isolamento (per una sanzione disciplinare), sotto lo sguardo perenne delle telecamere.
Nell’ottobre scorso, con una Iniziativa parlamentare delle donne del Partito Democratico dei popoli (HDP), veniva segnalato che Garibe era stata posta in isolamento per 22 giorni dopo il suo trasferimento – il 15 marzo – dalla prigione di Kayseri in quella di Kandira dove in queste ore ha perso la vita. Il 24 maggio, agenti penitenziari, sia uomini che donne, erano entrati nella sua cella per picchiarla. Si leggeva nel rapporto che “mentre le guardiane le tenevano le braccia bloccate, gli uomini la percuotevano sulla schiena.
I suoi abiti venivano strappati, le venivano tolti i pantaloni per essere quindi trascinata per i capelli, seminuda, nell’area riservata ai detenuti maschi”.
Scaraventata in una “cella imbottita completamente isolata e controllata 24 ore su 24”.
E qui subiva “violenze sessuali da parte dei carcerieri”.
A causa delle violenze subite, secondo il rapporto di HDP, la prigioniera avrebbe cercato di porre fine ai suoi giorni. Portata nell’infermeria del carcere, vi subiva altri maltrattamenti e non veniva curata.
Messa in isolamento, il 7 giugno tentava di appiccare il fuoco alla sua cella e veniva gettata nuovamente in una cella imbottita. In una conversazione telefonica con la sorella era riuscita a informare i familiari che sarebbe stata posta ancora in isolamento e che nei suoi confronti venivano esercitate altre restrizioni disciplinari. Quanto alle lettere, alcune sono state censurate, altre mai spedite.
Nonostante le sue proteste e denunce degli abusi subiti in carcere fossero note da tempo, nessuna inchiesta era mai stata avviata.
Agli avvocati dell’Ufficio di aiuto giuridico contro la violenza sessuale e lo stupro, che si erano recati al carcere insieme a quelli dell’Associazione degli avvocati per la libertà (OHD), non veniva concessa la possibilità di assistere all’autopsia.

Una vicenda quella di Garibe Gezer purtroppo analoga a tante altre. La sua famiglia in particolare ha pagato un prezzo molto alto nella lotta di liberazione.
Un fratello, Bilal, era stato ucciso nelle proteste che tra il 6 e l’8 ottobre2014 videro decine di migliaia di curdi scendere in strada da Diyarbakir a Vario e in una trentina di altre località, anche sul confine tra Suruc e Kobane. Assediando caserme e commissariati e incendiando alcuni edifici governativi in Bakur (Kurdistan del Nord sotto occupazione turca). Quella che sotto molti aspetti fu una vera e propria insurrezione derivava dalla richiesta di aprire un corridoio per portare soccorso a Kobane assediata dall’Isis. L’abbattimento di un largo tratto della frontiera consentì a molti curdi provenienti dalla Turchia di raggiungere i fratelli di Kobane. Da parte sua Erdogan ordinò il coprifuoco e schierò i carri armati. Le vittime accertate (quasi tutti curdi) furono oltre cinquanta, almeno 700 i feriti.
Un altro fratello, Mehemet Emin Gezer, si era recato al commissariato di Dargeçit per poter recuperare il corpo di Bilal, ma era stato colpito dalla polizia delle operazioni speciali rimanendo paralizzato. Altri membri della famiglia erano poi stati ugualmente incarcerati.

Come ho detto dopo Garibe altri quattro detenuti curdi (Abdülrezzak Şuyur, Halil Güneş, Ilyas Demir, Vedat Çem Erkmen) sono deceduti carcere.
Arrestato nel 1993, Abdülrezzak Şuyur aveva 56 anni ed èmorto nella prigione di Sakran (nella provincia di Izmir) dove, nonostante fosse da mesi gravemente ammalato, sembra non sia stato curato. Due settimane fa aveva potuto incontrare i figli, ma in seguito di lui non si erano avute notizie. Invano un fratello si era recato al carcere per poterlo vedere. Così come erano rimaste lettera morta sia una richiesta di scarcerazione, vista la gravità della sua situazione, sia la richiesta di potersi curare in un ospedale esterno.
In precedenza Abdülrezzak Şuyur era stato rinchiuso a Siirt e Antep. Halil Güneş, deceduto il 15 dicembre nella prigione di Diyarbakir, aveva 51 anni. Condannato all’ergastolo nel 1993, era da tempo gravemente ammalato.

La questione della situazione sanitaria dei detenuti in Turchia (soprattutto della mancanza di cure adeguate) è da tempo all’ordine del giorno. In ottobre l’Associazione dei Diritti dell’Uomo in Turchia (IHD) aveva nuovamente chiesto il rilascio almeno di quelli ammalati più gravemente (in particolare di Adem Amaç, Atilla Coşkun e Eser Morsümbül).
Richiesta comunque caduta nel vuoto nonostante siano ormai centinaia di prigionieri politici senza cure adeguate continuano a languire (un supplemento di pena) nelle carceri turche.
Secondo IHD sarebbero 1.564 i prigionieri ammalati e per 591 di loro le situazione è estremamente grave. Ovviamente si tratta dei casi accertati, ma appare scontato che il numero reale sia ben più elevato. E per chi era già ammalato con la pandemia i rischi sono aumentati.

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