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martedì 3 agosto 2021

Intervista a un sorcio / codardo / bamboccione / fascista etc (*) - Giovanni Iozzoli

 

 

– Allora, tu sei uno dei milioni di italiani “renitenti al vaccino”. Cosa hai da dire a tua discolpa?

Innanzitutto, quegli italiani non mi sembra rappresentino una “categoria”. Si tratta di un aggregato informe, di massa, trasversale, interclassista, composto dalle persone più diverse e dalle motivazioni più varie. Io di no vax militanti non ne conosco neanche uno. Il più delle volte stiamo parlando di persone normali che stanno cercando solo di prendere tempo, capire il da farsi – un atteggiamento prudente, umano, quasi mai sbandierato. Io non sono mai andato nelle piazze no vax, non è il mio contesto o il mio lessico, ammetto che sarei a disagio.

– Pensi di meritare gli insulti quotidiani che da settimane arrivano addosso a quelli come te?

Milito da sempre in campi minoritari, sono quindi abituato a sentirmi minoranza. Certo, in questo caso il coro dello stigma, del dileggio, è a reti unificate; una voce compatta che parte dai vertici istituzionali, dal CTS, dagli editorialoni, dai programmi Tv, fino ad arrivare alle mezze calzette delle redazioni, ai nani, alle ballerine, ai cantanti, che pur di esserci metterebbero la faccia su qualsiasi campagna di Stato, anche la meno commendevole. Stupisce e addolora l’epiteto di “fascisti” che arriva dal “mio” campo. Chiaro che accetto ogni critica e ogni dialogo, ma se qualcuno mi dà del fascista gli allungo un cazzotto e amen. Comunque si, vedere compagni, riviste, siti e testate varie, tutte allineate al flusso di opinione mainstream, fa un po’ tristezza. Da l’idea di una sinistra smarrita, totalmente incapace di costruire un punto di vista alternativo sulle cose, sui processi, ancorata ad una internità alle logiche sistemiche, da criticare perchè “non fanno abbastanza” o non lo fanno come vorremmo noi, ma  senza mai arrivare al nucleo della faccenda, al “cosa stanno facendo”, ad una visione e un punto di vista alternativo, radicalmente autonomo dalla governance. E’ questo  proprio un segno dei tempi – l’epoca delle passioni tristi ma anche delle “elaborazioni tristi”…

– Ma non ti senti un irresponsabile?

Guarda che questa è una strategia ben collaudata, in un anno e mezzo di epidemia. Spostare le responsabilità sul piano dei comportamenti individuali – cioè su di noi -, aggirando i grandi nodi sistemici. Ci ricordiamo quelli che insultavano i runners? Ecco, sono gli stessi che insultano oggi i renitenti al vaccino. Figli di un clima irrazionale alimentato ad arte. E’ comodo per il potere rovesciarci addosso le questioni che non riesce ad affrontare, scavallare dalle responsabilità delle classi dirigenti a quelle dell'”individuo irresponsabile che non si vaccina”. Del resto il tema vaccini ha ridisegnato l’agenda delle priorità, cancellando del tutto la questione essenziale della riforma della sanità pubblica: vi ricordate – ripubblicizzare, territorializzare, assumere – chi ne parla più? Il tema sanità si è ridotto ad un generale in divisa che somministra vaccini. E anche la questione scuola-aule-trasporti: tutto rimosso, basta vaccinare personale e ragazzini e ogni cosa può proseguire come prima. L’elisir magico di Figliuolo oscura e si mangia tutti gli altri problemi. Una bella fortuna per quelli che comandano

– Ma nella cultura della sinistra, la responsabilità collettiva non deve prevalere su quella dell’individuo?

E’ un tema che si porrebbe se si trattasse di un vaccino che “arresta” la circolazione del contagio; in quel caso si potrebbe impostare una questione etica generale: ma ormai nessuno sostiene più questa ipotesi. Il guru Fauci è stato chiarissimo in materia: vaccinati e non vaccinati possono diffondere il virus allo stesso modo. I vaccinati si infettano e, in una certa percentuale, si ammalano anche. Quindi vaccinandoti fai una scelta di protezione individuale per te stesso. Lo dimostrano i tassi di circolazione in Inghilterra o Israele, i paesi più vaccinati del mondo.

– Ma quei paesi dimostrano che il vaccino funziona, i decessi sono pochissimi

Me lo auguro di cuore, magari mi convincerò a farlo anch’io. Però noto che lo story-telling è cambiato: il vaccino non ci “preserva dal virus” ma semplicemente “ci evita di finire in terapia intensiva”. Un legittimo ridimensionamento delle aspettative, che però conferma quanto dicevo: vaccinandoti al massimo preservi te stesso.

– E voi? Non vi volete preservare?

Certo ma questo movente appartiene proprio alla sfera delle scelte individuali, la famosa analisi rischi/ benefici che non è una prassi esoterica, ma quello che normalmente facciamo nelle scelte della nostra vita – prendere la patente o aprire un mutuo. Se il vaccino difende me, devo scegliere io se vaccinarmi o meno, in piena autonomia, come per tutti i trattamenti medici.  Ad esempio l’analisi rischi/benefici sul vaccino che farà un 80enne, sarà diversa da quella di un 20enne; dei bambini, poi, è meglio non parlarne, perché là entriamo nel campo dell’irrazionale – e speriamo nella sempre invocata responsabilità genitoriale…

-Però se ti ammali, perché hai rifiutato il vaccino, sulla società ricadono dei costi, a causa delle tue scelte.

Ma questo vale per tutti gli “stili di vita”. Le cause principali di morte sono di natura cardiovascolare: che facciamo, puniamo chi si alimenta male o chi non fa sport? Tutto scivolerebbe sul piano di uno Stato etico, retto di scienziati/sacerdoti, che prescrivono il giusto modo di vivere e declassano socialmente chi non si adegua. Le sigarette fanno più morti del covid, ma si vendono nel tabacchino sotto casa; obblighiamo la gente a seguire le terapie antifumo?

– Quindi tu non sei ostile al vaccino.

No, non ne ho neanche le competenze (tra l’altro molti sostengono che in questo caso sia anche improprio parlare di vaccini, per le caratteristiche proprie del trattamento). Io voglio solo applicare principi di prudenza e precauzione (primo: non nuocere) alla mia vita. Non mi aggrego a nessun esercito. E mi sento libero di cambiare opinione, quando lo riterrò necessario. In autunno si capiranno molte più cose (anche l’estate scorsa le terapie intensive erano vuote). E’ così folle, irresponsabile e antiscientifico, voler prendere un pò di tempo e valutare? Vorrei decidere senza avere una pistola puntata alla testa e senza essere esposto al pubblico ludibrio da un esercito di comunicatori-marchettari che hanno più o meno le mie stesse competenze. Se c’è da vaccinarsi, si farà e amen. Ma sarà una scelta mia, non certo perché me lo dice Draghi (uno dei killer che uccisero la Grecia solo 6 anni fa, un tizio pericoloso e oscuro a cui non affiderei neanche la cura di un mio capello). Se lo farò, sarà per mia decisione, non perché mi impediscono di sedermi al bar. Questi mezzucci ritorsivi sono squallidi, specie se usati contro i ragazzi giovani, sul terreno che li tocca di più, quello della socialità. Gli happening-vaccinali dei giovanissimi nel Lazio, mi sembravano una deliberata pazzia, essa si sintomo di totale irresponsabilità.

– Ma cosa doveva fare il governo, imporre il vaccino per legge?

Sarebbe stato più onesto e trasparente, avere il coraggio di imporre l’obbligo vaccinale. Perché non l’hanno fatto? Perché c’è sempre questa benedetta Costituzione che ostacola i piani dei nostri lungimiranti esecutivi? Perché non avevano il coraggio di aprire una battaglia culturale nel paese – meglio la lavagna dei buoni e dei cattivi? O perché in caso di futuri danni collaterali (Dio non voglia) le responsabilità pubbliche sarebbero enormi e incalcolabili, in presenza di una vaccinazione obbligatoria?

– Ma perchè essere così diffidenti sui vaccini? Nelle nostre scelte di vita ci affidiamo sempre agli “specialisti”. Perchè discutere di faccende che il 99% della popolazione non conosce?

Questo ragionamento ha un potenziale diseducativo enorme. Se il nostro dovere è “affidarci” ai saggi governanti, viene meno qualsiasi retorica democratica. Se non ho il diritto di parlare della mia salute, del mio corpo, che diritto di parola posso accampare quando si parla di scelte di finanza pubblica, di welfare, di pensioni? Anche lì “gli specialisti” rivendicheranno il monopolio della decisione. Al limite anche il mio padrone se vuole licenziarmi o delocalizzare, può rivendicare la sua scelta “competente” sulla mia ignoranza “egoista”. Spero non siamo ridotti a questo, specie a sinistra.

– Quindi è una questione più politica che sanitaria?

Ma certo, come si fa a non vederla? una gigantesca questione politica che sta imbarazzando molti. Ci sono compagni che dicono: ma basta parlare di vaccini, pensiamo alla GKN! Certo, ci pensiamo alla GKN. Ma spostare lo sguardo su altro, non rimuove “la mucca in salotto” che fingiamo di non vedere. Lo Stato che ti sanziona non perchè hai “fatto qualcosa” (ti sei drogato etc), ma perchè hai rifiutato di sottoporti ad un trattamento sanitario: è un precedente straordinario, inedito, inquietante. Come fanno tanti compagni a digerirlo? Deve dircelo Cacciari, una voce da salottino televisivo, che c’è qualcosa che non va? Penso a quei “nostri” intellettuali che hanno passato anni a strologare di biopolitica in tutte le salse e adesso, davanti alla governance autoritaria dei sistemi immunitari, tacciono perplessi. Il Green Pass non è già una versione della “patente digitale di cittadinanza a punti” in funzione in Cina – a meno che qualche matto non voglia spacciarla per un prodromo di socialismo…

– Quindi non ti senti un disertore o un imboscato o un opportunista?

Ecco, l’uso di questi termini rivela dove è nato tutto l’approccio sbagliato e pericoloso che adesso si sta sviluppando in forme  estreme. Fin dall’inizio è venuta fuori questa retorica della lotta alla pandemia come metafora della guerra. Lì è partito tutto un circo che ha formattato la testa della gente in direzione di una parodia militarista-patriottarda:  il coprifuoco decretato a mezzo DPCM, i generali, gli strateghi, i giornalisti embedded, la celebrazione dei caduti, i politici in pose marziali; e poi ci sono i “codardi”, i panciafichisti, i sabotatori, che non sono corsi ubbidienti e fiduciosi a vaccinarsi; una umanità negletta, di serie B, una zavorra per il paese, da sorvegliare e punire.

– Ma non si rischia di delegittimare la scienza?

Io quando ho avuto il Covid sono andato dal dottore, mica dallo sciamano. Non voglio delegittimare niente. Ma qui mi sembra che, più che al trionfo della scienza, stiamo assistendo al riemergere di un pensiero magico-religioso che pretende il monopolio della parola e dichiara eretici o apostati tutti quelli che mettono in discussione anche qualche elemento del suo discorso egemone. Medici radiati, infermieri cacciati – una insensata caccia alle streghe che potrebbe arrivare alle porte delle fabbriche, dei magazzini, degli uffici e coinvolgere tutti. E poi cos’è “la scienza”? Condividiamo tutti la medesima definizione? Ricordo quando occupavamo l’università, i compagni delle facoltà scientifiche ci propinavano sempre qualche seminario sull’epistemologia. Noi storcevamo il muso – che palle, che è sta roba, Kuhn, Feyerabend? Invece quei compagni ci stavano insegnando che la scienza non è un dogma antistorico ma un insieme mutevole di paradigmi, attraversati e prodotti da contraddizioni, fratture e interessi, destinati fatalmente ad essere superati, epoca dopo epoca. Bisogna accettare questa idea di finitezza e provvisorietà del discorso scientifico, altrimenti tende a trasformarsi in una nuova distopia religiosa. E i miserabili politici moderni sono ben lieti di passare dall’alibi del “vincolo esterno”(ce lo chiede l’Europa) a quello del “vincolo sanitario” (ce lo impone la scienza)

– In conclusione: ti vaccinerai?

Boh, non lo so. Prendo tempo, senza pregiudizi e senza ansie. Intanto in Israele stanno cominciando a somministrare la terza dose – notizia passata molto sottotono ma a che a me sembra enorme e apre pesanti interrogativi sul futuro.  Comunque resto fuori da questa dialettica asfittica no vax/si vax: sono per le scelte consapevoli e informate, non per l’arruolamento.

 

(*) Visto che quando si parla di “italiani non vaccinati”, in tv danno la parola solo a sciroccati e complottisti, allora mi sono intervistato da solo.

 

da qui

martedì 8 giugno 2021

Tortura e disumanizzazione di classe - Fabio Ciabatti

 

 

Iside Gjergji, Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno, Edizioni Ca’ Foscari – Digital Publishing, 2019. Il libro è liberamente scaricabile qui

 

Di fronte al persistere di un fenomeno come la tortura la prima reazione è quella di sgomento e condanna morale. O almeno così dovrebbe essere. Ciò nonostante, per comprendere questa terribile realtà non ci si può limitare a evocare la malvagità innata degli essere umani o i comportamenti devianti dei singoli. Occorre porsi una domanda più radicale: perché gli Stati spingono alcune persone a torturarne delle altre? Affermare l’esistenza di questa spinta significa presupporre che nella società contemporanea vi siano delle dinamiche capaci di favorire l’utilizzo della tortura e che questa, di conseguenza, svolga una qualche funzione nella riproduzione degli attuali assetti socio-economici.
E proprio da questo tipo di considerazioni parte Iside Gjergji nel suo ultimo lavoro Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno. La prima cosa da chiarire è che la tortura non riguarda il bisogno degli Stati di ottenere informazioni. Essa ha invece sempre come obiettivo finale la disumanizzazione delle vittime e il loro isolamento dalle rispettive comunità di riferimento. Ma c’è di più. Il suo bersaglio non è soltanto il singolo torturato o la singola torturata, bensì il torturato-ceto o torturato-classe. Portare in primo piano la storia sociale dei corpi torturati significa sottolineare che essi non si presentano come semplici corpi biologici soggiogati da un generico potere; sono, invece, corpi che sono in grado di rivelare a quali ceti o classi sociali appartengono e che vengono soggiogati da un potere socialmente e storicamente determinato.

Affermare questo per l’autrice non significa ignorare che la tortura esiste dalla notte dei tempi, ma riconoscere che essa ha una storia nella quale non si presenta sempre uguale a se stessa. Nel mondo premoderno la tortura è apertamente riconosciuta come uno strumento legittimo in mano al potere, mentre in quello moderno la sua legittimità è sottoposta a critiche sempre maggiori fino a che viene formalmente abolita a partire dalla Costituzione degli Stati Uniti nel 1787 e dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino nel 1789. Questo processo raggiunge il suo apice con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, con le successive convenzioni internazionali ad hoc e con l’inserimento negli ordinamenti giuridici nazionali di previsioni specifiche.
Ma questa è la storia che si svolge alla luce del sole. Nell’ombra, sottolinea Gjergji, la pratica del supplizio non viene mai meno. Se la necessità di salvaguardare i diritti umani diventa ideologia comune, non a tutti, ed è questo il punto dirimente, viene riconosciuta la qualità di essere umano. Un momento fondamentale di questa storia sotterranea è l’incontro che si verifica nelle colonie tra tortura e razzismo. Per rapinare le risorse delle colonie e per sfruttare al massimo la manodopera locale occorreva creare un sistema capace di ridurre i colonizzati a sotto-uomini, semplici cose. La risposta a tale bisogno strutturale fu il razzismo, inteso non come semplice ideologia o credenza ma, per dirla con Sartre, come razzismo-operazione: una prassi con una sua funzione specifica e una sua giustificazione incorporata che poggia interamente sulla violenza. Se il razzismo è concepito in questo modo è facile comprendere come la tortura rappresenti la sua verità estrema, essendo la forma più estrema della violenza. Tortura e razzismo condividono lo stesso obiettivo: distruggere l’uomo senza farlo morire, perché ciò che davvero vogliono è segnare un confine invalicabile tra razze, tra ciò che è umano e ciò che non lo è.
Un altro episodio storico di grande interesse, connesso con il colonialismo, è quello della caccia alle streghe. Non si tratta affatto di un lascito del buio Medioevo, che allunga le sue ombre sull’alba dell’età moderna, ma di una consapevole applicazione nella vecchia Europa dei metodi di dominazione sperimentati con successo da parte dei primi colonizzatori dell’America. Il tutto, sostiene l’autrice, per rispondere ai bisogni crescenti del nuovo sistema di produzione: svalorizzare la forza lavoro femminile, la più richiesta dal “libero” mercato insieme a quella dei bambini, e allo stesso tempo a imporre una gerarchizzazione di genere all’interno della nascente classe dei lavoratori “liberi”. Il legame tra tortura e stregoneria nasconde, nelle sue pieghe, il legame tra tortura e capitale, commenta l’autrice.

Facciamo un salto di alcuni secoli e con Gjergji arriviamo agli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale quando gli USA reclutano centinaia di ex nazisti con una vasta esperienza accumulata nelle torture di massa. Nel 1950 viene realizzato dalla CIA il Kubark Counterintelligence Manual, atroce compendio che ha guidato per molti anni le torture in molti Paesi, introducendo un’importante novità: il corpo non è più l’unico bersaglio della violenza perché il supplizio diventa anche mentale. La progressiva privazione sensoriale del soggetto torturato comporta un più rapido crollo psico-fisico e, in molti casi, non lascia segni visibili sul corpo. L’utilizzo più esteso di quelle che vengono ipocritamente definite “tecniche di interrogatorio” avviene probabilmente nell’America Latina, dove sono funzionalmente collegate agli interessi commerciali statunitensi, colpendo soprattutto uomini e donne provenienti dalle classi lavoratrici e popolari o dalle loro organizzazioni sindacali e politiche.
Giungiamo infine ai nostri giorni e precisamente all’11 settembre 2001. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, sottolinea l’autrice, il discorso pubblico torna a fare aperta menzione della tortura quale pratica legittima. Non fa più scandalo sostenere la necessità di utilizzare tecniche di “interrogatorio coercitivo” per garantire la sicurezza nazionale. Il Patriot Act ha di fatto lasciato la porta aperta al loro utilizzo con l’obiettivo dichiarato di vincere la guerra al terrore. I risultati si vedono presto: vengono pubblicate le foto dei militari americani che, sorridenti, torturano e umiliano i prigionieri iracheni ad Abu Ghraib. Immortalare le torture rientra in una precisa strategia ideata dai vertici militari perché la moltiplicazione delle immagini della tortura diventa essa stessa tortura, la sua forma finale, pericolosamente simile alla spettacolarizzazione premoderna delle liturgie punitive. L’immagine è infatti moltiplicatore di vergogna, minaccia alla reputazione sociale del torturato, perpetuazione dell’umiliazione del torturato e del godimento dei torturatori.

La tortura diventa anche frequente materia di rappresentazione filmica, in particolare nelle serie TV, nota l’autrice. In una di grandissimo successo, 24, la tortura rappresenta il pilastro fondamentale della struttura narrativa: nelle prime sei stagioni (su 8 complessive) ci sono ottantanove scene di tortura in cui Jack Bauer, il protagonista, usa quasi tutte le tecniche a disposizione: minaccia, ricatta, picchia, soffoca, accoltella, spara, folgora, droga. L’orologio che compare costantemente sullo schermo in modalità countdown evoca il più classico ticking bomb scenario, situazione tipo su cui si è impantanato il recente dibattito sulla tortura: è lecito utilizzare “l’interrogatorio coercitivo” per estrarre informazioni che possono salvare vite umane minacciate da una bomba che sta per esplodere?
Al di là dell’estrema improbabilità di questa situazione (che prevede la certezza che un ordigno sta per esplodere e la sicurezza che la persona interrogata ha le informazioni necessarie per sventare la minaccia) è proprio la struttura di questo scenario a risultare mistificante. Il presupposto è infatti che la tortura serve ad ottenere informazioni. Abbiamo visto, invece, che la tortura serve a disumanizzare, attraverso la violenza esercitata su alcuni individui, interi ceti e classi. E sappiamo anche che i corpi che subiscono il supplizio sono socialmente connotati, immersi negli attuali rapporti sociali di produzione. Giungiamo dunque a quella che è la tesi più forte del libro di Iside Gjergji. In ultima istanza la riduzione a nuda vita di interi gruppi sociali è funzionale al “controllo e alla svalorizzazione della loro forza lavoro”. Per questo motivo

maggiore è il bisogno di controllo sulla forza lavoro, maggiore è l’uso della tortura da parte degli Stati, a prescindere dalla forma politica e istituzionale che questi possono assumere. La tortura di massa ha segnato i momenti di passaggio o di grave crisi dei sistemi di produzione mentre, nelle fasi di relativa stabilità, essa è servita a puntellarli. L’elemento stabile nel suo orizzonte storico e geografico, ovvero la provenienza sociale delle sue vittime, rappresenta una chiara conferma.1

Commentando il ragionamento dell’autrice, si può sostenere che probabilmente non è un caso che la storia segreta e quella palese della tortura si ricongiungono all’inizio del nuovo millennio. L’imperativo categorico del capitale in salsa neoliberista, infatti, è stato quello di riconquistare il pieno controllo e aumentare lo sfruttamento di una forza lavoro che nel tornante storico degli anni sessanta e settanta, a livello internazionale, si era ribellata, a volte con successo, alla sua subordinazione. Una necessità che permane più che mai acuta ancora oggi, anche in considerazione della situazione di crisi economica e sociale generalizzata che stiamo vivendo. Se questo è vero non possiamo considerare la tortura come un residuo del passato destinato a scomparire.

Le cicatrici che la tortura (post)moderna lascia sui torturati di oggi non sono altro che il prosieguo, o l’anticipo delle cicatrici che il mercato, dove sono costretti a vendere la loro forza lavoro, ha già lasciato e continuerà a lasciare. Con la differenza che quelle lasciate dalla tortura si manifestano in una versione più intensa, più cruenta. I torturatori sono la versione horror di quegli ‘acconciatori’ della ‘pelle’ dei lavoratori, di cui parla Karl Marx quando illustra la sua biopolitica, perché i torturati appartengono, nella stragrande maggioranza dei casi, alle fila di coloro che sono costretti a vendere la loro ‘pelle’.2

Rimanendo a Marx, si può sviluppare ulteriormente il ragionamento di Gjergji sostenendo che non solo la tortura è funzionale allo svilimento della forza lavoro, ma che il lavoro in sé stesso, portando alle estreme conseguenze la logica dello sfruttamento capitalistico, può diventare una forma di tortura.

Il lavoro alla macchina intacca in misura estrema il sistema nervoso, sopprime l’azione molteplice dei muscoli e confisca ogni libera attività fisica e mentale. La stessa facilitazione del lavoro diventa un mezzo di tortura, giacché la macchina non libera dal lavoro l’operaio, ma toglie il contenuto al suo lavoro.3

Nel segreto laboratorio della produzione, sostiene ancora Marx, “il capitale formula come privato legislatore e arbitrariamente la sua autocrazia sugli operai”.4 Qui il capitalista deve affermare la sua onnipotenza, cancellando l’umanità del lavoratore, come il torturatore nei confronti del seviziato. La fabbrica deve rimanere un luogo separato, sottratto allo sguardo pubblico e affrancato dalle regole ordinarie, al pari della stanza dei supplizi. Certo non bisogna mai portare questi ragionamenti oltre il loro necessario limite. La tortura, in senso proprio, rimane uno strumento estremo, eccezionale, se paragonata alle “normali” sofferenze che può subire un lavoratore, per quanto tragiche esse possano essere. Ma occorre aggiungere che durante le situazioni di crisi, come quella che stiamo attraversando, i confini tra norma ed eccezione diventano maggiormente porosi. Basti qui ricordare, per concludere con le parole dell’autrice, che per i torturatori di ogni latitudine, il razzismo “sperimentato nella vita quotidiana rappresent[a] una lunga ed efficace palestra di addestramento”.5


1.      I. Gjergji, Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno, Edizioni Ca’ Foscari – Digital Publishing, 2019, p. 71. 

2.      Ivi, pp. 87-88. 

3.      K. Marx, Il capitale, Libro primo, Editori Riuniti, 1980, p. 467. 

4.      Ivi, pp. 468-469. 

5.      I. Gjergji, Sociologia della tortura, p. 85. 

 

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