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sabato 3 ottobre 2026

Di fronte al picco di inflazione l’Europa ripete gli errori del 2022. L’attivismo è tutto per il riarmo, che toglie spazio al welfare

Chiara Brusini intervista Mario Pianta

 

Il docente della Scuola Normale Superiore a Firenze: "L'aumento dei prezzi è un fonte meccanismo di impoverimento e allargamento delle disuguaglianze. Lo Stato fissi un prezzo massimo per benzina, diesel, energia e gas invece di dare bonus e aiuti a pioggia". Il 6 ottobre esce, a sua cura, Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo (Fondazione Feltrinelli)

 

“La cosa disperante è che gli errori di politica economica di fronte all’inflazione, al debito e alla recessione continuano a ripetersi perché non c’è la capacità di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche europee e nazionali. Paradossalmente, a questo immobilismo fa da contraltare il grande attivismo sul fronte della spesa militare“. Mario Pianta, ordinario di politica economica alla Scuola Normale Superiore a Firenze, ha curato nel 2023 L’inflazione in Italia (Carocci), analisi del balzo dei prezzi seguito all’invasione russa dell’Ucraina, delle sue conseguenze su salari, redditi e disuguaglianze e delle (in gran parte fallimentari) politiche adottate per affrontarlo. Il suo punto di vista è particolarmente prezioso ora che il conflitto in Medio Oriente ha innescato una nuova spirale di rincari. Il 6 ottobre esce, sempre a sua cura, Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo (Fondazione Feltrinelli), che aggiunge un altro tassello indagando come e quanto la corsa agli armamenti rischi di sottrarre risorse indispensabili per il contrasto alla crisi climatica, alle disuguaglianze e al declino industriale: “In breve”, riassume, “è un cattivo affare e un cattivo modello di sviluppo economico. Ma la scelta tra più armi e più spesa sociale è una scelta politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale“.

Domanda. Professore, a settembre l’inflazione è balzata al 4,2% causa guerra in Medio Oriente mentre i salari reali italiani sono ancora ben lontani dal ritorno ai livelli pre Covid. Cosa ha insegnato la fiammata dei prezzi del 2022-2023? Chi pagherà il prezzo più alto?
Questo picco si collega a un processo di lungo periodo che ha mantenuto elevata l’inflazione. Ci sono tre fronti principali: l’aumento dei prezzi dell’energia ora legato alla guerra tra Iran e Stati Uniti, la crescita dei prezzi delle case, saliti del 4% sull’anno precedente, e quello dei prodotti alimentari, aumentati del 5%. A perderci sono soprattutto le famiglie più povere, che spendono una maggior quota di reddito per quelle tre voci. Nel 2022-23, a fronte di un indice di inflazione medio dell’8,5%, per loro il conto è stato ben più alto: 12%. Oggi il 4% medio si traduce per quelle fasce in un 7-8% di perdita di potere d’acquisto: è un meccanismo molto forte di impoverimento e di allargamento delle disuguaglianze, che segue un trentennio in cui le trasformazioni dell’economia e il potere della finanza hanno ridotto di 15 punti percentuali la quota dei salari sul reddito nazionale mentre la fetta che va a profitti e rendite si è allargata.

Chi invece ci guadagna?
Le imprese con potere monopolistico e capacità di influenzare l’andamento complessivo dei prezzi a fronte di una domanda rigida. È il caso dell’energia: elettricità, benzina, gasolio e gas sono prodotti di cui i consumatori non possono fare a meno. Per questo storicamente questi prezzi sono stati controllati direttamente dai governi o decisi da imprese pubbliche. In Italia Eni ed Enel sono nate come imprese pubbliche e sono ancora prevalentemente di proprietà dello Stato, ma dopo le privatizzazioni si comportano come imprese private, puntando alla massimizzazione dei profitti. Il governo, che pure è il principale azionista, non richiede più comportamenti mirati alla difesa dell’equilibrio economico del Paese e degli interessi dei consumatori. E ne beneficia perché parte dei dividendi finisce nelle casse dello Stato.

Cosa avrebbe dovuto fare il governo, al posto degli inefficaci tagli delle accise e della “moral suasion” per ottenere mini sconti sui carburanti?
La lezione dell’inflazione del 2022-23 era proprio l’importanza di una politica di controllo dei prezzi dell’energia, per evitare che aumenti in questo campo portassero a una crescita generalizzata. Lo Stato dovrebbe stabilire un prezzo massimo per benzina, diesel, energia e gas, come è stato fatto per decenni. Invece di dare bonus e aiuti a pioggia, che sono un cerotto e un pessimo esempio di come utilizzare le risorse pubbliche pubbliche, occorrerebbe interviene alla radice dei problemi. Poi, se necessario, a fronte di forti rincari dei prezzi di acquisto, il governo potrebbe concedere compensazioni alle aziende. È quello che hanno fatto Francia e Spagna nel 2022-23.

Oltre al controllo dei prezzi, quali altri misure aiuterebbero a tamponare gli effetti dei rincari e sostenere i salari, il cui potere d’acquisto nell’ultimo decennio è crollato?
Tra le politiche promettenti ci sono, accanto all’intervento attraverso le imprese pubbliche, il salario minimo e un reddito di base. In più ogni sussidio alle imprese dovrebbe essere condizionato al rinnovo dei contratti di lavoro. I salari dovrebbero poter recuperare in modo stabile le perdite di potere d’acquisto dovute all’inflazione.

Nel 2022-23 la Bce ha alzato i tassi per frenare l’inflazione e ora ripropone la stessa ricetta, che però non aumenta la disponibilità di petrolio e gas…
L’aumento dei tassi ha senso in caso di eccesso di domanda, che in questa fase non si vede, come non lo avevamo nel 2022. L’effetto è soprattutto recessivo: riduce la già piccola crescita del Pil. Nel caso dell’Italia, dove il beneficio del Pnrr che aveva rilanciato gli investimenti si sta esaurendo, vuol dire tornare fanalino di coda. A livello europeo, con i consumi e gli investimenti che non crescono e l’export che risente dell’incapacità della Germania di mantenere i propri mercati internazionali, significa condannarsi a un ristagno di lungo periodo.

E allora perché si persevera in quella direzione?
Dipende dal debito: dagli Usa arriva una spinta verso tassi di interesse elevati per mantenere la capacità del dollaro e del governo americano di attirare capitali da tutto il mondo che vadano a comprare i Treasury. L’Europa ne viene influenzata e non è in grado di mettere in campo una politica comune per gestire il debito pubblico. L’ossessione del neoliberismo di vedere il debito pubblico come un grande fattore di instabilità e le regole sbagliate alla base dell’Unione monetaria e del ruolo della Bce inducono l’Europa a politiche autolesionistiche. Lo abbiamo visto con la crisi del debito della Grecia e dell’Italia nel 2010-2011 e adesso rischiamo di scivolare di nuovo in una dinamica di questo tipo.
La cosa disperante è che gli errori di politica economica di fronte all’inflazione, al debito, alla recessione continuano a ripetersi perché non c’è la capacità di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche.

Una novità però c’è: ora, secondo l’Ue, bisogna riarmarsi fino ai denti.
È paradossale che l’immobilismo europeo su tutti gli altri fronti si ribalti completamente quando parliamo di spesa militare. Quella dei Paesi europei della Nato è quasi raddoppiata in termini reali negli ultimi dodici anni. L’aumento è iniziato prima dell’invasione russa dell’Ucraina. La Commissione, alfiere dell’austerità in tutti gli ambiti, sulla spesa militare ha invece utilizzato gli eurobond per finanziare il programma Safe, ha introdotto una clausola che consente di sottrarre gli aumenti della spesa militare dal calcolo del rapporto deficit/Pil e nel nuovo bilancio pluriennale 2028-2034 propone di moltiplicare per sei le spese militari, arrivando a 130 miliardi. Il piano Rearm Europe è arrivato a prevedere 800 miliardi in più di spesa in armi in quattro anni.

Il riarmo viene presentato anche come una nuova politica industriale. Ma davvero può produrre crescita e lavoro in Europa?
Nel libro mostriamo che la spesa militare ha effetti sull’occupazione che sono circa la metà rispetto a quelli che arrivano da investimenti pubblici in ambiti civili come scuola, sanità e ambiente. Inoltre l’80% delle armi che l’Europa compra dall’esterno viene dagli Stati Uniti. Una parte importante della spesa si indirizza quindi verso la produzione Usa, mentre da noi i benefici vanno a pochi grandi produttori. In Italia, ovviamente, Leonardo. L’obiettivo dichiarato è l’autonomia strategica e tecnologica europea, ma nel digitale e nell’intelligenza artificiale il monopolio delle Big Tech rende illusorio pensare che gli enormi investimenti militari creino da soli una capacità produttiva europea. È un cattivo affare, un cattivo modello di sviluppo economico e una politica illusoria.

Giorgia Meloni assicura che non verranno tolti fondi al welfare…
Lo spiazzamento c’è già. Abbiamo una riduzione della spesa per ricerca e università dopo la fine del Pnrr, il congelamento della spesa sanitaria mentre cresce quella privata perché il Servizio sanitario nazionale è sottofinanziato, una scuola in condizioni difficili e una riduzione della spesa sociale. Sul fronte dell’ambiente si concentrano risorse in ambiti diversi dalle energie rinnovabili e dalla lotta al cambiamento climatico. I problemi sociali stanno diventando più acuti. La scelta tra più armi e più spesa sociale, tra riarmo e difesa del welfare, è una scelta politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale.

da qui

giovedì 13 marzo 2025

Tre anni di guerra, costi e conseguenze - Mario Pianta


Per l’Ucraina il costo della guerra è pari a due volte il valore del Pil, pagato soprattutto da Europa e Usa che tengono in vita l’economia di Kiev. Per la Russia il costo potrebbe essere molto inferiore. Ma è l’Europa ad aver subito le conseguenze più gravi.


A tre anni dall’invasione russa dell’Ucraina, quanto è costata la guerra? Quali sono state le conseguenze? E chi ne ha pagato il prezzo?

Partiamo dalle dimensioni economiche. La Russia ha oggi un Prodotto interno lordo (Pil) stimato in poco più di 2000 miliardi di dollari – l’Italia ha un valore di 2200 miliardi – e l’Ucraina ha un decimo delle dimensioni russe, intorno ai 200 miliardi di dollari. La guerra ha ridotto il Pil ucraino di circa il 20%, molto più della Russia, aggravando un contrasto di lungo periodo: il reddito pro-capite russo è ora il doppio di quello ucraino. In termini reali, l’Ucraina ha un reddito pro-capite che si è dimezzato con la dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991, si è poi ripreso, ma è rimasto fermo a tre quarti dei valori del tempo dell’Urss. La Russia ha avuto lo stesso crollo nel dopo 1991, ma dal 2000 ha visto il reddito pro-capite raddoppiare in termini reali, ed è ora del 20% superiore ai tempi dell’Urss. La crescita della Russia è fondata sull’esportazione di gas e petrolio – i cui prezzi sono stati spinti al rialzo dallo stesso conflitto – e non è stata colpita in modo rilevante dalle sanzioni occidentali. L’economia ucraina è rimasta fondata sulle miniere e le produzioni agricole del passato, e il saccheggio delle risorse statali da parte degli oligarchi è stato più devastante che a Mosca.

Il costo in vite umane è quello più grave. Il Presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato nel febbraio 2024 (un anno fa) che 31.000 militari ucraini erano stati uccisi. Al 31 agosto 2024 la Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva documentato almeno 11.743 civili uccisi e 24.614 feriti in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa. Sei milioni di ucraini sono emigrati per sfuggire alla guerra e al servizio militare, e si calcolano 4 milioni di profughi interni. Secondo le Nazioni Unite la popolazione ucraina è diminuita di un quarto dall’inizio dell’invasione.

Le distruzioni della guerra hanno un costo che – secondo istituzioni internazionali – era arrivato a 152 miliardi di dollari nel dicembre 2023, un anno fa. Oggi le Nazioni Unite prevedono che la ricostruzione del paese potrà costare 486 miliardi di dollari, più o meno due volte e mezzo il Pil del paese.

Sia l’economia che le operazioni di guerra dell’Ucraina sono state sostenute dall’estero. Secondo il rapporto dell’Ukraine Support Tracker dell’Università di Kiel in questi tre anni Kiev ha ricevuto 267 miliardi di euro di aiuti, per metà in armi e assistenza militare, 118 miliardi come sostegno finanziario e 19 miliardi di per aiuti umanitari. I finanziamenti sono venuti più dall’Europa che dagli Usa: 62 miliardi di armi e 70 miliardi di altri aiuti dai paesi europei, contro 64 miliardi di armi e 50 miliardi di altri aiuti dagli Stati Uniti. Le forniture di armi sono sempre più importanti; prima venivano dagli arsenali delle forze armate occidentali, ora si tratta soprattutto di nuove produzioni delle industrie militari di Usa ed Europa.

Le armi europee arrivano da forniture dei singoli Stati e dall’European Peace Facility, che mette insieme aiuti militari e armi dei paesi europei; insieme all’Ukraine Assistance Fund, Kiev ha ricevuto in tre anni da Bruxelles armi per 11,1 miliardi di euro, secondo i dati del Consiglio europeo. Tra la spesa interna e gli aiuti esterni, si può stimare che i costi diretti della guerra siano stati finora – dal lato ucraino – pari a più di due volte il volume del Pil del paese.

Poi ci sono i sostegni indiretti, molto difficili da quantificare. Le operazioni di guerra dell’Ucraina si fondano su sistemi di “comando, controllo, comunicazione e intelligence” (C3I) che sono nelle mani di Stati Uniti e paesi europei: l’uso dei satelliti, la ricognizione sui campi di battaglia, la guerra di missili e droni, l’individuazione degli obiettivi da attaccare, la logistica e le forniture, il coordinamento delle operazioni militari sono possibili soltanto grazie all’azione occidentale. In più, si potrebbe considerare il ruolo che il sostegno occidentale a Kiev esercita in termini di “dissuasione” da ulteriori azioni militari russe o dall’escalation nelle armi utilizzate.

È tutto questo che Donald Trump ha in mente quando chiede a Kiev il “rimborso” per i costi sostenuti per la sua sicurezza e guarda ai minerali strategici presenti in Ucraina. Stime del tutto indicative – riportate dal Financial Times – parlano di un valore di 11,5 miliardi di dollari di minerali – tra cui litio, grafite, cobalto, titanio – e terre rare come il gallio, che sono importanti per produzioni che vanno dalle armi ai veicoli elettrici. Ma il presidente Usa ha chiesto 500 miliardi di dollari di risorse dell’Ucraina – oltre ai minerali anche petrolio, gas, porti e infrastrutture – come contropartita per il sostegno militare dato a Kiev – che ha avuto dal 2014 a oggi costi diretti di 69,2 miliardi di dollari.

Passiamo alla Russia. Le stime del Dipartimento della Difesa Usa – da prendere con grande cautela – valutano che le operazioni militari siano costate fino a 211 miliardi di dollari, un decimo del Pil del paese, e che 315.000 soldati russi siano stati uccisi o feriti. La Russia, come l’Ucraina, è stata colpita da un aumento dell’inflazione e ha concentrato le risorse nella produzione di armi. Le grandi riserve finanziarie accumulate con l’export di gas e petrolio le hanno consentito di assorbire gli effetti delle sanzioni occidentali, aggirate con rapporti commerciali e triangolazioni con altri paesi. L’aumento dei prezzi dell’energia per effetto della guerra ha poi beneficiato direttamente l’export russo.

La guerra e la rottura con l’occidente è stata l’occasione per Vladimir Putin per liquidare il vecchio gruppo di oligarchi filo-occidentali che aveva preso il controllo delle maggiori imprese russe, sostituendolo con una nuova élite economica nazionalista e fedele al Cremlino. Nell’insieme l’economia russa è stata sì ridimensionata dalla guerra, peggiorando consumi e condizioni di vita, ma sembra riorganizzarsi con un ruolo più forte del potere politico, riorientando la propria collocazione verso rapporti più stretti con la Cina e i paesi emergenti.

Ma i costi della guerra in Ucraina vanno molto al di là dei due paesi che si combattono. Abbiamo già dimenticato lo shock dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio venuto con l’invasione russa in Ucraina? Per l’Italia l’aumento è arrivato al 70% in più, scatenando l’inflazione nell’insieme dell’economia: 8,7% nel 2022 e 6% nel 2023. I redditi reali dei cittadini sono diminuiti in proporzione, colpendo soprattutto i più poveri e aggravando le disuguaglianze. Le politiche occidentali hanno risposto all’inflazione con la stretta monetaria. Il paradigma neoliberale della politica economica europea ha aggravato le cose: anziché bloccare i prezzi dell’energia, mettendo sotto controllo la speculazione sui mercati, l’inflazione è stata affrontata con l’aumento dei tassi d’interesse, portando quasi tutti i paesi al ristagno o alla recessione. Le sanzioni Usa contro la Russia, la fine degli acquisti europei di gas e petrolio da Mosca, il blocco dell’export occidentale hanno poi colpito diverse economie europee – Germania e Italia in particolare – aggravando aumenti dei prezzi e caduta produttiva.

La guerra in Ucraina ha poi accelerato un aumento della spesa militare europea che si era già avviato negli anni precedenti. Tra il 2014 e il 2024 i paesi Nato dell’Unione europea l’hanno vista crescere in termini reali del 66%; nell’ultimo anno, tra il 2023 e il 2024 l’aumento è stato del 17%; nel 2024 la spesa totale è di 346 miliardi di euro, più di tre volte la spesa militare della Russia riportata dai dati Sipri. Anche qui le politiche neoliberali europee hanno avuto conseguenze pesanti. Con i vincoli che il Patto di stabilità europeo pone alla spesa pubblica, l’aumento della spesa militare è stato pagato dai tagli alla spesa sociale – scuola, sanità, ricerca, ambiente, pensioni. Inevitabile il peggioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione. E l’impoverimento – in Italia come in tutto l’occidente – ha pesato molto nell’orientare in questi anni il consenso politico verso l’estrema destra.

I dati concreti di questi tre anni di guerra tra Russia e Ucraina, mettendo insieme costi economici e conseguenze negli assetti politici ci presentano un quadro drammatico. L’Ucraina è un paese fragile e svuotato, l’economia e la guerra sono tenute in vita soltanto dall’occidente. Si è aggravata l’asimmetria nei confronti di una Russia che ha mostrato una tenuta economica ed è andata verso una nuova collocazione internazionale, mentre intorno al potere autoritario di Vladimir Putin si è consolidato un blocco politico-industriale nazionalista.

Le conseguenze della guerra sono state pagate soprattutto dall’Europa, emarginata politicamente dagli Stati Uniti – sia con Biden che con Trump – e incapace di proporre un negoziato. L’Europa ha rotto la cooperazione con la Russia, e ha visto incrinarsi con Trump l’alleanza con gli Stati Uniti. Ha subito inflazione, crisi economica e impoverimento, con profonde conseguenze negli assetti sociali e politici interni ai paesi. Con la giustificazione di sostenere l’Ucraina, l’Europa si va trasformando in potenza militare, rinunciando ai fondamenti dell’integrazione europea e costruendo un complesso militare-industriale che resta subordinato alla supremazia tecnologica delle armi americane.

Il nuovo corso della Casa Bianca di Donald Trump usa la guerra e il potere militare americano per ricattare in ugual modo avversari e alleati. I “valori occidentali” sono dimenticati e la logica della guerra ridisegna i rapporti internazionali, a cominciare dalla tragedia tra Israele e Palestina.

E’ questa logica che – a tre anni dall’inizio della guerra in Ucraina – va fermata. Non saranno le possibili intese tra Trump e Putin ad assicurare la pace. E l’agenda dell’Europa non può essere la continuazione a ogni costo della guerra, la nostalgia di un Patto Atlantico in frantumi, o le pericolose ambizioni da piccola potenza militare e nucleare. Il futuro dell’Europa dipende oggi dalla capacità di fermare il conflitto, aprire negoziati e costruire – con gli strumenti della politica – un ordine di pace sul nostro continente.

da qui

martedì 5 marzo 2013

Quattro problemi, tre soluzioni. Che cosa si può fare dopo il voto - Giulio Marcon , Mario Pianta


…La prima novità è il successo del M5S, che ha molte radici. La più forte è la spinta demolitrice di un sistema politico delegittimato. Accanto a questa, il rifiuto delle politiche di austerità seguite nell'ultimo anno e mezzo, con i loro effetti devastanti su lavoro e redditi. Infine, l’onda lunga di un paese che declina da vent’anni, in cui “nove su dieci” stanno peggio di prima, crescono povertà e frustrazioni, riparte l’emigrazione.
Tuttavia, questa confusa spinta al cambiamento convive – ed è il secondo fatto da spiegare – con un 29% dell’elettorato che resta fedele a Berlusconi e alla Lega, immobile nella difesa dei propri interessi, indifferente a scandali e condanne della magistratura, che in Lombardia riesce a mantenere maggioranza e controllo della Regione, e in Sicilia al Senato ottiene tre volte i seggi del centro sinistra. Si tratta di uno zoccolo duro ancorato a destra, alimentato dal potere mediatico di Berlusconi, che ha come bandiera la cultura dell’individualismo, l’uso privato della politica, la tutela dei privilegi. Un blocco che non è stato insidiato nemmeno dall’apparire sulla scena del progetto liberista “classico” di Mario Monti, fermo all’11%.
Il terzo fatto è l’insuccesso del centro sinistra – e in particolare del Pd – sceso al 30% dei voti. Appesantito dall’appoggio al governo Monti, insidiato dallo scandalo Monte Paschi, Bersani non ha offerto alcuna proposta concreta di cambiamento: come redistribuire reddito, come creare lavoro, come riformare la politica. Il Pd ha inseguito la campagna di Berlusconi e ha occupato le pagine dei giornali a discutere della possibilità di collaborare o meno con Monti dopo il voto. Si è mostrato così parte del vecchio sistema, incapace di recepire le esigenze di cambiamento, ha provocato l’emorragia di voti verso Beppe Grillo: un voto su tre ricevuto dal M5S è di ex elettori del centro sinistra.
Il quarto fenomeno, più profondo, riguarda le modalità con cui il disagio e i conflitti sociali “emergono” nel voto. Non sono stati i movimenti attivi in questi anni – per i diritti del lavoro, contro le spese militari, per l’acqua pubblica e la riconversione ecologica, contro le mafie, etc. – a diventare i veicoli dell’espressione politica della protesta. Le mobilitazioni dal basso non hanno trovato ascolto e rappresentanza nei soggetti politici tradizionali e sono state incapaci di trasformarsi in protagonisti della politica; la ricostruzione dell’esperienza di “Cambiare si può” di Guido Viale sul manifesto del 27 febbraio è significativa di questa difficoltà. Così, alle elezioni il disagio sociale ha preso la strada del M5S, mescolando sfiducia generica nel sistema e alcune proposte specifiche. I temi di cui i movimenti sono portatori hanno trovato ospitalità in un M5S in genere assente nelle mobilitazioni dal basso. Quanti esponenti del M5S hanno partecipato ai sit in e alle manifestazioni contro gli F35? Eppure nella Val Susa della Tav, nella Taranto dell’Ilva e nelle aree di crisi occupazionale più grave il M5S ha ottenuto consensi straordinari. In questo senso, come argomenta l’intervista a Wu Ming sul manifestodel 1 marzo, il successo del M5S è il risultato del fallimento dei movimenti.
Tre cose sono urgenti a questo punto. La prima è affrontare fino in fondo questi quattro fenomeni, tutti insieme. Serve un viaggio collettivo – dei giornali, delle radio, delle organizzazioni sociali, della politica “buona” – alla riscoperta di un paese ferito e disorientato. Si potrebbero convocare cento assemblee, una in ogni provincia, in cui un’alleanza di associazioni, movimenti, media e sindacato dia voce al disagio, lanci inchieste dal basso, si impegni a capire che cosa è successo al voto, che cosa può ricostruire le possibilità di cambiamento.
La seconda urgenza è sui contenuti. Ci sono ormai convergenze importanti sulla riforma della politica e sul rifiuto dell’austerità. Drastico taglio dei costi della politica, riduzione a 500 parlamentari, abolizione del finanziamento pubblico (sostituito dal meccanismo del 5 per mille, come per le onlus, evitando la strada americana di partiti finanziati da grandi imprese e ricchi), democratizzazione del sistema politico (e questo riguarda anche la vita interna del M5S) sono alcuni punti da cui partire. Quanto all’economia, le proposte di Sbilanciamoci! per i primi 100 giorni di governo sono un utile promemoria: meno armi e più scuole; dai soldi sporchi, lavori verdi; un fisco contro le disuguaglianze; il lavoro da tutelare, cancellando le “riforme” Berlusconi-Monti; cittadinanza per chi nasce da noi (www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Le-cose-da-fare-nei-primi-cento-giorni-16334). E poi il reddito di cittadinanza, un piano per creare posti di lavoro stabili, allentare i vincoli europei alle politiche economiche, cambiare la qualità dello sviluppo, avviare mille “piccole opere” e la riconversione ecologica. Perché i parlamentari di Pd, Sel e M5S non dovrebbero trovare un accordo su queste proposte?
La terza urgenza, fondamentale, è quella sul governo. Non ci sono alternative a un accordo di sostanza – le forme parlamentari adeguate si potranno trovare – tra centro sinistra e M5S che porti a un governo radicalmente nuovo, con personalità credibili, fuori dalla vecchia politica, un governo capace di realizzare queste misure di emergenza in un contesto istituzionale complicato e in un quadro economico disastroso. E serve un nuovo Presidente della Repubblica che sia il simbolo di una politica che torni a essere vicina ai cittadini.
Senza questo esito, c’è solo un paese che sprofonda nella crisi. La “grande coalizione” Pd-Pdl, una riedizione del governo Monti, o il boicottaggio da parte del M5S delle possibilità di formare un governo avrebbero tutti l’effetto di aggravare la sfiducia nella politica, frammentare la società, allontanare i cittadini. La recessione del 2013 è già con noi, le imprese chiudono, la disoccupazione è senza precedenti, i salari sono a terra, la sofferenza sociale dilaga, la speculazione della finanza potrebbe travolgere l’economia del paese. Per trovare la via d’uscita serve la politica. Una politica che non abbia paura di cambiare.