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domenica 6 giugno 2021

Tulsa 1921, licenza di uccidere

 

100 ANNI FA IL MASSACRO RAZZIALE DI TULSA - Claudio Geymonat

 

Fra il 31 maggio e il 1° giugno 1921, cento anni fa, nella città di Tulsa in Oklahoma, si compì uno dei peggiori episodi di violenza razziale nella storia degli Stati Uniti, a lungo poco conosciuto visti i grandi sforzi messi in atto per mettere a tacere le voci che intendevano raccontare un massacro costato la vita a centinaia di persone e la distruzione di migliaia di abitazioni.

Tulsa aveva all’epoca centomila abitanti, diecimila dei quali afroamericani confinati nel prospero quartiere di Greenwood. Il 30 maggio in città si diffonde la notizia di una presunta violenza sessuale perpetrata da un ragazzo di colore a una giovane bianca, violenza mai provata. Al calar della sera una folla inferocita si riunisce all’esterno del carcere cittadino in cui il ragazzo è stato relegato, con la volontà di linciarlo. L’isteria collettiva cresce e si scatena una violenza inaudita, una caccia all’uomo degna del far west. Secondo una stima successiva furono bruciate 1256 abitazioni di afroamericani, altre 215 furono saccheggiate. Vennero distrutti un ospedale, una scuola, due giornali, varie chiese, negozi e molte altre attività. Il governatore Robertson istituì la legge marziale e venne inviata in Oklahoma la Guardia Nazionale.

Nelle ore successive tutte le accuse contro il giovane furono ritirate.

L’Oklahoma Bureau of Vital Statistics ha registrato ufficialmente 36 morti. Tuttavia, vari storici stimano che il bilancio delle vittime potrebbe essere stato di molto superiore, di 300 unità, mai denunciate o mai registrate.

Negli anni a venire, mentre i Black Tulsans lavoravano per ricostruire le loro case e attività commerciali in rovina, la segregazione in città aumentò e il nuovo ramo del KKK, il Ku Klux Klan dell’Oklahoma crebbe in forza. Per decenni, non ci furono cerimonie pubbliche, memoriali per i morti o qualsiasi tentativo di commemorare gli eventi del 31 maggio-1 giugno 1921. Invece, ci fu uno sforzo deliberato per insabbiarli.

Il Tulsa Tribune, il principale giornale locale, ha rimosso dai suoi volumi rilegati la prima pagina del 31 maggio che aveva contribuito in maniera determinante a scatenare il caos in città, cavalcando con forza la notizia dello stupro, e gli studiosi hanno scoperto che mancano anche notizie negli archivi della polizia e della milizia statale. Di conseguenza, fino a poco tempo fa il Tulsa Race Massacre è stato raramente menzionato nei libri di storia, insegnato nelle scuole (compare nei testi dei libri di testo solo dal 2009) o addirittura ricordato.

Gli studiosi iniziarono ad approfondire la storia della rivolta negli anni ’70, dopo che era trascorso il 50° anniversario. Nel 1996, in occasione del 75° anniversario della rivolta, si tenne una funzione presso la Mount Zion Baptist Church, che i rivoltosi avevano raso al suolo, e fu collocato un memoriale di fronte al Greenwood Cultural Center. L’anno successivo, dopo la nomina di una commissione ufficiale del governo statale per indagare su quei fatti, scienziati e storici hanno iniziato a esaminare le vicende, comprese l’analisi delle numerose vittime sepolte in tombe senza nome.

Nel 2001, il rapporto della Race Riot Commission ha concluso che tra 100 e 300 persone sono state uccise e più di 8.000 persone sono rimaste senza casa in quelle 18 ore di follia collettiva.

La commissione ha raccomandato che lo stato  e la città di Tulsa risarcissero i sopravvissuti al massacro e i loro discendenti. Una campagna per la giustizia legale costituita nell’aprile dello stesso anno, la Tulsa Reparations Coalition, iniziò a guadagnare risalto nazionale. Nel 2003, un team legale composto da eminenti leader dei diritti civili ha intentato una causa civile, Alexander v. Oklahoma, contro la città di Tulsa, il dipartimento di polizia di Tulsa e lo stato dell’Oklahoma per conto di oltre 200 sopravvissuti e discendenti di vittime del massacro. Il distretto federale e le corti d’appello dell’Oklahoma hanno respinto le richieste perché i reati erano caduti in prescrizione.

La chiesa metodista afroamericana Vernon di Tulsa è uno degli attori che hanno presentato una querela per chiedere alla città e ad altri imputati federali di risarcire i parenti delle vittime.

La Vernon, fondata nel 1905, è l’unica chiesa rimasta parzialmente in piedi durante la caccia all’uomo.

Il pastore della chiesa Vernon, Robert Turner, arrivato in città nel 2017 , è d’accordo con tutte le raccomandazioni della commissione e spera in un’indagine penale completa. La sua petizione per le riparazioni è stata firmata da più di 26.000 persone.

Robert Givens è pastore della Christ Temple Christian Methodist Episcopal Church, una congregazione fondata a Greenwood ma che dopo i fatti del 1921 si è trasferita. La sua costruzione originaria era ancora nuova quando fu distrutta nel massacro.

«Non è mai stato fatto nulla per le vittime e i loro parenti», ha detto alla stampa in questi giorni.

Alcuni di coloro le cui famiglie sono sopravvissute al massacro sono diventati figure chiave nella storia nera della città. Il defunto John Hope Franklin, il famoso storico, era un membro di Christ Temple, e suo padre, l’avvocato B.C. Franklin, ha contribuito a estinguere l’ipoteca della chiesa sull’edificio in mattoni costruito dopo il massacro.

Jim Winkler, presidente e segretario generale del Consiglio nazionale di chiese cristiane negli Stati Uniti ha ricordato: «Sono nato in Oklahoma e ho ancora una famiglia lì. I miei nonni hanno vissuto appena fuori Tulsa dagli anni ’50 agli anni ’80. Ma non ho mai sentito una parola sugli eventi del 1921. Tuttavia, appena due anni prima c’è stato un altro massacro di neri intorno a Elaine, Arkansas nel 1919. A quel tempo, mio ​​nonno, allora adolescente, viveva a circa 40 miglia di distanza, a DeWitt. È facile per i bianchi pensare a tali eventi come a una storia antica a cui non hanno alcun collegamento, ma a volte se ci si ferma a considerare vari fattori: dov’era la mia famiglia a quel tempo? Quali atteggiamenti razziali avevano? Potrebbero aver sentito parlare di questi terribili incidenti? Ne hanno discusso con la famiglia e gli amici? Come li ha formati e cosa hanno raccontato ai loro figli di quei giorni? Sono abbastanza certo che mio nonno, un devoto razzista, non abbia raccontato ai suoi figli di quei massacri. Dubito che fosse infastidito da quello che è successo, ma grazie a mia nonna e all’influenza della sua fede e del suo coinvolgimento nelle United Methodist Women, i suoi figli sono diventati tutti devotamente antirazzisti e hanno trasmesso quell’eredità a me, ai miei fratelli e ai nostri figli. Spero che in ogni casa si possa parlare di simili tragedie per dirsi “Mai Più”».

(*) ripreso da riforma.it

da qui

 

 

TULSA 1921. REALIZZAZIONE E MASSACRO D’UN SOGNO (AMERICANO) - Andrea Sartori

 

Esattamente un secolo fa, un intero quartiere (Greenwood) abitato da circa 10.000 afroamericani nella città di Tulsa, in Oklahoma, venne dato alle fiamme, causando morti e devastazione. Gli aggressori erano una folla inferocita di uomini bianchi, risentiti e insofferenti del fatto che una popolazione di colore avesse raggiunto, tramite l’impegno e il lavoro, un livello di prosperità economica e sociale superiore al loro. A neanche sessant’anni dall’abolizione della schiavitù (1865), Greenwood era infatti conosciuta come l’America’s Black Wall Street.

In un lungo reportage interattivo e a più mani del 24 maggio 2021,[1] il New York Times sottolinea come, per la white mob di Tulsa, il colore scuro della pelle non potesse combinarsi con una condizione di benessere. La violenza dei bianchi infuriò per due giorni, dal 30 maggio all’1 giugno, diede alle fiamme 35 isolati e più di 1.250 abitazioni, uccise 300 persone poi sepolte in fosse comuni, distrusse chiese, negozi, banche e altre fiorenti attività commerciali. La dinamite lanciata dagli aerei in volo, secondo gli storici, rappresenta il primo attacco dal cielo sul suolo statunitense, il precedente – per mano americana – di Pearl Harbor e dell’11 settembre. All’atroce danno si sommò la beffa, quando i residenti di colore, accusati d’aver incitato le sommosse, vennero detenuti in campi di prigionia.

Dopo che per 80 anni il massacro di Tulsa ha galleggiato in una zona grigia della coscienza    tra memoria, inconsapevolezza e rimozione, lo State Commission Report del 2001 ha quantificato in 27 miliardi di dollari odierni i danni economici di un massacro che ha alterato per sempre le storie famigliari d’una intera città.

Nel 1921, gli Stati Uniti persero l’occasione di sviluppare una storia possibile. Una storia che, anzi, era già la realizzazione dell’American dream: la messa in opera, perfettamente riuscita, d’un sogno d’integrazione e successo personale e imprenditoriale, da parte di ex schiavi e di loro discendenti, nel cuore del Nord America.

Nella sua inchiesta, il New York Times insiste nel mettere l’accento non sulla questione identitaria della blackness di per sé, ma sul successo economico del quartiere di Greenwood. In questo modo il giornale mostra che quella del massacro non era una comunità incline a vittimizzarsi, a identificarsi con un passato d’oppressione e sfruttamento e ad appiattirsi su di esso. Tutt’altro: i neri di Greenwood incarnavano i tratti migliori del sogno americano, quelli dell’iniziativa e dell’entusiasmo. Questi tratti non erano più accompagnati, nel caso degli anni d’oro di Greenwood, da violenza, schiavitù e segregazione razziale, ovvero da ciò che, in linea con il genocidio delle popolazioni indigene, costituisce l’origine stessa degli Stati Uniti (Roxanne Dunbar-Ortiz, An Indigenous Peoples’ History of the United States, Beacon Press, Boston, 2015). Nell’analisi di Dumbar-Oritz, infatti, la vera fondazione degli USA entra in dissonanza con le retoriche della scoperta e della conquista di terre ‘selvagge’, ma anche con la narrativa dell’indipendenza dei coloni e della loro presunta missione civilizzatrice. Quelle retoriche e quella narrativa hanno definito e definiscono il racconto mainstream riguardo alla genesi degli USA e al ruolo che essi hanno poi avuto a livello internazionale.

Ebbene, all’inizio del ‘900, la comunità afroamericana fiorita intorno a Greenwood Avenue nella città di Tulsa aveva efficacemente sfatato, per almeno due decenni, un destino che la voleva vittima delle circostanze della propria origine. Questo non ha impedito che, l’1 giugno 1921, quella comunità dovesse piegarsi a una violenza e a un razzismo i quali, da tratto originario della fondazione d’uno Stato, sono divenuti elemento strutturale d’una forma di vita.

Il New York Times ha intervistato i famigliari delle vittime di Tulsa e Star Williams, 40 anni, nipote di Otis Grandville Clark, 18 anni all’epoca del massacro, sottolinea che suo nonno “spesso parlava di come ci si potesse godere la vita a Greenwood, e di come tutto quello di cui si aveva bisogno fosse presente nel quartiere […]. Il nonno diceva che il successo dei neri era visibile e che il senso della sua stessa identità e il suo orgoglio provenivano proprio da Greenwood”.

Quel che è sorprendente, in racconti come questo, è che l’identità dei neri non viene radicata dalle stesse persone di colore innanzitutto in un passato ancestrale, nel mito d’una terra e d’una cultura da difendere, ma in un presente operoso. Il presente, per Grandville Otis, era quello di un luogo nel quale i suoi avi erano stati deportati, ma che a quel punto, nel 1921, era vissuto come accogliente, come serbatoio di opportunità. Il massacro di Tulsa andò pertanto ad attaccare proprio questa modalità positiva e aperta del pensare, ormai estranea alla mitologizzazione reattiva del passato e dell’origine, e quindi autenticamente progressiva.

La storia di Tulsa ci dice qualcosa d’importante per l’oggi, perché mette in evidenza come la fuoriuscita dalla povertà sia il principale mezzo di contrasto alla subalternità, molto più di campagne identitarie astratte, che spesso se lasciate a sé stesse trascurano i problemi reali e non divisivi. Questi ultimi sono comuni a interi gruppi d’individui e sono indipendenti dall’origine etnica, dal sesso, dall’identità di genere e culturale: il lavoro, la sanità, l’istruzione sono tutti aspetti della vita ordinaria ai quali dà accesso uno status economico-sociale decente, come quello degli abitanti di Greenwood prima del massacro.

Da tale punto di vista, l’elezione e l’insediamento di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti hanno fornito segnali ambivalenti. Le perplessità riguardano, come spesso accade nelle società televised, la modalità spettacolare della comunicazione politica, che sembra concentrarsi sugli effetti sensazionali dei messaggi e meno sui contenuti reali.

Il 20 gennaio 2021, venti giorni dopo i tragici fatti di Capitol Hill, sul lato ovest della stessa Capitol Hill s’è svolta infatti la cerimonia per l’incarico del nuovo presidente. Questi ha invitato l’afroamericana di Los Angeles Amanda Gorman a leggere una propria poesia, The Hill We Climb. Con questo gesto, in una cornice non poco hollywoodiana, Biden ha inteso ribaltare, in una sede istituzionale, le dinamiche escludenti del razzismo. Gorman non solo è di colore, ma è anche la più giovane poetessa e attivista di sempre scelta per questo ruolo. I lavori di Gorman, inoltre, trattano di oppressione, femminismo, razzismo, emarginazione e il loro venire ora in primo piano è – almeno nelle intenzioni manifeste e pubblicizzate – un segnale di rottura rispetto a un tipo di mentalità che per cento anni ha relegato un fatto come quello di Tulsa in un punto cieco della coscienza a stelle e strisce.

Alcune polemiche sono però sorte quando, a seguito del successo ottenuto da Gorman a Capitol Hill e quindi in tutti gli Stati Uniti, la casa editrice e la poetessa hanno ritirato i diritti di traduzione in Europa di The Hill We Cilmb, inizialmente concessi a una traduttrice per l’olandese e a un traduttore per il catalano. Le motivazioni addotte per il ritiro dei diritti sono state che la traduttrice non era una donna di colore e che il traduttore era un uomo bianco, non più giovane. L’assunto implicito alla base di queste decisioni, è che solo una giovane donna di colore può tradurre il testo d’una giovane donna di colore, in virtù d’una immediata similarità delle rispettive esperienze di vita, in virtù, cioè, della loro reciproca identificazione.

            La traduzione, si potrebbe tuttavia replicare, esiste perché è un tentativo di commensurare l’incommensurabile, di trovare un’altra lingua che getti dei ponti tra le culture anziché ribadire la medesimezza dell’identità.

            Naturalmente, per quanto riguarda gli Stati Uniti, il ritiro dei diritti di traduzione è più che comprensibile se si considera quanto è accaduto a seguito delle ricorrenti violenze perpetrate dalla polizia a danno degli afroamericani, sino all’evento simbolo dell’uccisione di George Floyd il 25 maggio 2020 a Minneapolis.

Ci si deve quindi esonerare dal pensare criticamente il nesso tra identità e politica, e tra politica e spettacolarizzazione dei messaggi istituzionali?

            Forse no. Va allora notato che, sull’onda del significato politico-sociale che la figura di Gorman ha rapidamente assunto dopo la cerimonia a Capitol Hill, Vogue Magazine ha deciso di dedicare a Gorman la sua copertina del numero di maggio 2021. La foto è stata scattata da Annie Leibovitz ed è titolata: The rise and rise of Amanda Gorman. Poet, activist, phenomenon.

            La parola phenomenon fa riflettere, poiché è coerente con il tratto spettacolarizzato e hollywoodiano della stessa cerimonia d’insediamento. Nella fotografia multicolore di Leibovitz, in cui il colore della pelle di Gorman risalta tra quelli accuratamente scelti e sgargianti dei suoi vestiti e dello sfondo esotizzante, è infatti la dimensione manifestativa (fenomenica) della percezione a essere valorizzata. Il mondo fashion lancia cioè il messaggio che la molteplicità dei colori che s’offrono alla percezione, è quel che rende bella la multiculturalità americana, la quale è presentata innanzitutto come una questione di sollecitazione percettiva, una sollecitazione che per di più evoca, con il tratto esotico della cover di Vogue, l’origine africana di Gorman. La copertina, tramite il colore verde brillante dell’abito immortalato da Leibovitz, sembra anche alludere a una svolta green o eco della nuova amministrazione. In tutto ciò non v’è ovviamente spazio per soffermarsi sul gesto paternalistico e fors’anche patriarcale di Biden (la scelta strategica d’una giovane afroamericana per il reading dell’insediamento), men che meno per i dubbi sul rapporto tra politiche identitarie e traduzione. La percezione d’un evento sensazionale (‘fenomenale’), infatti, sostenuta da una solida cultura dell’immagine e dall’inclinazione per le narrazioni edificanti, è più immediata, più d’impatto, più eloquente d’ogni altra cosa.

            La sensazionalità d’una cerimonia e della copertina d’un magazine prestigioso non è però sufficiente ad andare incontro alle esigenze d’una popolazione strutturalmente sottoprivilegiata. Quella sensazionalità non è abbastanza per fondare nella realtà le speranze di cambiamento di molti americani, i quali cercano rassicurazioni sul piano del lavoro, della salute, dell’istruzione, un tipo di rassicurazioni che gli abitanti di Greenwood erano riusciti a ottenere tramite condizioni favorevoli di prosperità e tramite il proprio lavoro.

            La politica di Biden per fortuna non è tutta nell’evento di Capitol Hill, ed è proprio questo fatto a far ben sperare, molto più della spettacolarizzazione, di per sé, del colore della pelle, una spettacolarizzazione che rimane confinata al piano ineffettuale della percezione.

L’American Rescue Plan Act è d’altra natura e Simon Kuper sul Financial Times (15 aprile 2021) ha osservato che i suoi duemila miliardi di dollari servono non tanto alle battaglie identitarie, ma a frenare davvero il cambiamento climatico e soprattutto a sostenere l’economia e il lavoro, con inevitabili vantaggi anche riguardo alla diversity etnica. Quindi: Forget Idenity Politics: Economics Is What Matters Now.  Kuper, d’altra parte, evidenzia che il motivo per cui gli afroamericani vivono in media sei anni in meno dei loro compatrioti, non è l’orribile violenza di cui la polizia ha dato troppe volte prova, ma la povertà. Questa richiede una spesa pubblica funzionale a tagliarla, come nella proposta di legge di Biden.

Lavoro e lotta alla povertà sono temi che non hanno il potenziale divisivo e identitario della mera percezione dell’altro. Al di là di come percepiamo qualcuno, v’è chi quel qualcuno è. Una politica comune e davvero non razzista dovrebbe attingere questo chi, ovvero una dimensione dell’esperienza in cui ognuno può vedere anche tratti di sé stesso a dispetto delle proprie, soggettive, percezioni e delle proprie origini culturali: a dispetto, cioè, della propria identità – la quale, come ogni identità, è irriducibile e in fondo apolitica.

Se così non fosse, il bel sogno di Amanda Gorman pubblicizzato da Vogue e subito amplificato su Instagram, non sarebbe tale anche per chi non è stato invitato a Capitol Hill il 20 gennaio di quest’anno – inclusi tutti gli altri afroamericani, i discendenti delle popolazioni indigene, gli asiatici, i latinos, le minorities di diversa provenienza, i bianchi poveri.

 

[1]https://www.nytimes.com/interactive/2021/05/24/us/tulsa-race-massacre.html?utm_source=pocket-newtab

 

da qui


sabato 27 giugno 2020

STATUE E MONUMENTI: CRIMINI, OBLIO, SENSO COMUNE



Statue e monumenti, soluzione alla tedesca? - Claudio Geymonat (*)
In Germania molte opere d’arte discusse e discutibili sono affiancate da pannelli che ne spiegano il contesto e l’origine, nel tentativo non semplice di contestualizzarne la genesi
Fra iconoclastia e tutela ad ogni costo delle statue in quanto rappresentazione della storia collettiva, anche se spesso senza la S maisucola, la Germania da tempo ha scelto una via mediana, che pur non esente a intervalli regolari da critiche, può rappresentare una concreta modalità di gestione delle diverse tensioni. 
Da tempo a fianco di alcuni monumenti e statue i cui soggetti sono stati protagonisti di vicende anche tragiche del passato sono state apposte delle targhe esplicative, che riportano spiegazioni utili a contestualizzare i protagonisti e le vicende rappresentate. Non una giustificazione di alcunché, ma un aiuto a comprendere perché in un dato periodo storico si era sentita la necessità di innalzare una testimonianza concreta a questo o a quel personaggio.
Non tutto è stato ovviamente salvato nel tempo: le opere dedicate ai terribili anni del nazismo sono state in larga parte abbattute, ma col passare degli anni alcune strutture sono state risparmiate, in primis per la loro funzionalità, come il centro congressi di Norimberga, teatro delle oceaniche adunate del reich, mentre le recenti scoperte di campane con frasi o simboli che si rifanno all’identità nazista sono state o spostate in musei accompagnate da targhe esplicative o eliminate, segnale di differenti tensioni su temi che toccano la carne viva del passato tedesco, seppur con una intensità di dibattito decisamente attenuata rispetto a un tempo. L’idea oggi è per lo più che il rischio di un’idolatria postuma sia scongiurata. Quanto questa visione, e previsione, sia corretta, viene spesso da dubitarne.
Stessi dibattiti attorno ai cosiddetti “Judensau”, bassorilievi antisemiti datati Medioevo (anno 1305 quello sulla chiesa di Wittenberg ad esempio), che rappresentano una scrofa che allatta dei giovani ebrei mentre un rabbino è intento a scrutare le natiche dell’animale. Oggi una simile opera ci fa sobbalzare sulla sedia, o almeno dovrebbe. A più riprese in questi anni sono state intentate delle cause per giungere alla loro rimozione (sono una trentina in Germania e un paio in Francia), ma ancora nei giorni scorsi un tribunale ne ha rigettato l’ultima in ordine di tempo, con la motivazione che la scultura è parte di un monumento censito come storico a rilevanza nazionale, per cui non sottoponibile a revisioni di sorta, e aggiungendo che la targa esplicativa (collocata nel 1988) è sufficiente per contestualizzare il suo messaggio offensivo.
Le reazioni indignate continuano a essere molte e migliaia di firme sta collezionando una apposita petizione on line lanciata oramai alcuni anni fa che chiede la rimozione delle Judensau, così come fanno a gran voce il consiglio parrocchiale e lo stesso pastore della chiesa.
Altro aspetto è quello dei monumenti legati al passato coloniale tedesco: anche in questo caso il commissario culturale evangelico Johann Hinrich Claussen ha supplicato di lasciarli il ​​più possibile in piedi e di commentarli storicamente e artisticamente. «È importante ripensare la presentazione insieme, perché molte persone vivono in Germania e hanno una storia di migrazione dalle ex aree coloniali», ha detto Claussen all’Evangelical Press Service (Epd). «Finora, i monumenti coloniali non sono stati al centro dell’attenzione e in questi ultimi anni finalmente qualcosa sta cambiando».
«Abbiamo un grande compito educativo davanti a noi» ha proseguito Claussen. «I monumenti potrebbero svolgere un ruolo importante in questo contesto. Portano un tema scomodo nello spazio pubblico, in modo problematico. Ci sono molti modi comprovati e creativi per fare corretta informazione a riguardo».
In considerazione della richiesta da parte di alcuni gruppi interessati di abolire monumenti o altre forme di memoria come i nomi delle strade, che sono visti in relazione alle accuse di antisemitismo, razzismo o sessismo, Claussen ha dichiarato: «Dobbiamo decidere caso per caso. A volte tali monumenti sono semplicemente sbagliati. e stupidi, altri sono veramente delle ferite, altri vengono attaccati a torto». 
L’associazione Berlin Postkolonial da vari anni sta tentando di far cambiare molti nomi delle vie della capitale tedesca e di altre città. L’ Afrikanisches Viertel di Berlino, il quartiere africano, nei nomi delle sue vie riflette il coinvolgimento coloniale tedesco a cavallo fra XIX e XX secolo: la Wissmannstraße, deriva dall’esploratore Hermann von Wissmann, inviato dal Re Leopoldo II di Belgio in quella che oggi è la Repubblica Democratica del Congo vista la sua abilità nel piegare interi villaggi al volere Europeo, bruciandoli; la Lüderitzstraße da Adolf Lüderitz, mercante e personaggio politico nella colonia dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest, corrispondente oggi allo stato della Namibia, sfruttò e prese il controllo delle risorse e terre dei locali. Come riporta il portale Berlino Magazine tutt’oggi in Namibia esiste la cittadina di Lüderitz, soprannominata anche la “Monaco del Deserto”. Stesso discorso per Gustav Nachtingal, Carl Peters o Carl Hagenbeck che commerciava leoni e tigri per il circo di P.T. Barnum e progettò di allestire lo zoo come vetrina per gli animali provenienti dai possedimenti africani della Germania. Seguendo il modello del parco esistente ad Amburgo, il sito avrebbe probabilmente anche ospitato uno zoo umano in cui esibire popolazioni non europee come se fossero una specie di fauna selvatica. Quello zoo non si è mai aperto, ma la sua concezione si rifletteva nei nomi delle strade vicine. Ancora oggi, ci si ritrova a passeggiare lungo Togostrasse, attraversando la Kamerunerstrasse per imbattersi nel piccolo parco sulla Kongostrasse. 
Dibattiti su dibattiti ma i nomi delle vie sono ancora quelli.
La damnatio memoriae non l’abbiamo certo inventata nel XXI secolo e le soluzioni non appaiono semplici, anche in Italia. Come ricordava il pastore Peter Ciaccio, guardiamo al dibattito anche acceso in corso nelle altre nazioni con in fondo un certo distacco, e non sappiamo cogliere che «ci sono, infatti, ancora strade, gallerie, ponti, scuole, caserme, ospedali, addirittura la Biblioteca Nazionale di Napoli, che sono intitolati a Vittorio Emanuele III. Questo nome è legato alle Leggi Razziali: Vittorio Emanuele III fu il sovrano che, firmandole e promulgandole, tradì quei cittadini ebrei delle cui vite era il massimo responsabile in terra.
È un momento buio nella nostra storia, forse il momento più buio del già oscuro Ventennio fascista. Le Leggi Razziali declassarono a nemici della razza italica — qualunque cosa questa espressione volesse dire — uomini, donne e bambini ebrei, che erano fino a quel momento sudditi e cittadini della monarchia, persone che contribuivano al destino del nostro paese.
Ancora oggi, a 75 anni dalla liberazione, il nome di Vittorio Emanuele III appare su decine, forse centinaia di luoghi pubblici: sarebbe ora che quel nome fosse sostituito con i nomi di ben altri italiani, magari proprio di ebrei espulsi dalla vita pubblica italiana a causa di quelle leggi.
Non si tratta di rimuovere la storia o di buttare giù monumenti, quanto piuttosto di prendere atto della storia, di come sono andate le cose. Si tratta di rendere giustizia alla storia, alle cittadine e e ai cittadini ebrei italiani che persero ogni diritto in maniera arbitraria da un giorno all’altro. Sarebbe un gesto di riparazione importante dopo che tanti italiani non ebrei approfittarono come dei rapaci nel ricoprire i posti di lavoro che gli italiani ebrei furono costretti a lasciare liberi, nelle università, nei tribunali, nell’esercito. Sarebbe un importante atto di riconciliazione nazionale. Sarebbe una battaglia che potremmo fare insieme come chiese e comunità religiose, come associazioni laiche che promuovono un’Italia dove non ci sia più spazio per il razzismo. Sarebbe una possibilità di azione comune, di unità».
(*) ripreso da riforma.it

Montanelli, non chiamateli errori: erano crimini - Nadira Haraigue (**)
 “Nessuno schiavo è più infelice di quello che mette al mondo figli destinati a essere schiavi.” (Esopo)
Il tema non è distruggere, rimuovere o salvare una statua perché quelle, aldilà del fatto assolutamente soggettivo che possano piacere o meno, non ci aiuta a guardare la realtà nel suo complesso. Una statua è una semplificazione; l’idealizzazione dei valori che un certo personaggio ha rappresentato che, per sua natura fredda ed asettica, non può cogliere la complessità dell’esistenza soggettiva. Ma l’uomo, evidentemente, ha bisogno di simboli. 
Nella vita, è necessario sapere mettere insieme sia la professionalità e quello che rappresenta, che la morale e l’etica. In politica invece, è utile saper mettere insieme ciò che è in linea con i nostri valori e ciò che non lo è. Altrimenti riabilitiamo il “ha fatto anche cose buone”, o “Italiani brava gente”, senza fare mai davvero i conti con le violenze, i soprusi ed il razzismo del nostro passato coloniale; e poiché non siamo qui a redimere le persone né i popoli, ciò che si è fatto nella vita e i segni che si sono lasciati nella storia, nel bene e nel male, rimangono. Non si può cancellare i capitoli del nostro passato che ci piacciono meno. Ognuno di noi, come individuo e come parte di un collettivo, si porta dietro un’eredità, un lascito del passato che non è possibile abbandonare per strada. Come uno zaino o, a volte, un fardello.
Se dobbiamo parlare dell’uomo Montanelli, è indispensabile precisare che non possiamo semplicemente perdonare tutto o, peggio ancora, inserire tutto in un contesto storico per trovare una scusante. Nella vita esistono i crimini ed esistono gli errori. Abusare di una bambina di dodici anni (a dodici anni si è ancora bambini) dopo averla comprata per “two cents” (e il riferimento non è assolutamente casuale) e chiamata “animaletto docile”, non è un errore, ma un crimine. Perché basato su un presupposto preciso, quello relativo alla superiorità razziale e di genere. D’altronde lo stesso Montanelli diceva: “non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà”.
Tre uomini bianchi e una donna nera. Un sorriso beffardo sulla bocca di uno di loro mentre la vittima urla e si dibatte tra le mani dei suoi carnefici, invano. È il famoso dipinto «Le viol de la négresse» dell’artista fiammingo Christiaen van Couwenbergh (XVII secolo), che descrive gli orrori del sistema colonialista e schiavista. Ci dimentichiamo o ci conviene dimenticare la violenza coloniale espressa tramite gli stupri. Gli inglesi, i francesi, gli italiani facevano spesso ricorso a queste pratiche sugli africani e, se allora non scioccava perché “si usava così”, giustificarlo oggi è inaccettabile. Contestualizzarlo significa giustificarlo e significa anche esserne complici o, semplicemente, girare lo sguardo da un’altra parte.
Nelle colonie in Africa in generale e nel Corno d’Africa in particolare, i popoli sono stati vittime di atrocità come deportazioni, incendi di villaggi, stupri e torture. Le donne “indigene” sono state particolarmente colpite perché considerate inferiori sia per la razza che per il genere e c’è poco da definire “animaletto docile” una bambina perché la superiorità del maschio bianco la si dimostrava con la forza e con la violenza ma nascosta dietro un piccolo compenso per scaricarsi la coscienza pensando di “aiutare i famigliari”.
Le differenti forme di violenza contro le donne africane si sommavano insidiosamente in un contesto nazionalista, razzista e maschilista che non è estraneo all’influenza di immagini stereotipate del colonialismo dei secoli passati come descrivere le colonie come territori esotici ed erotici che ha caratterizzato il colonialismo fascista in Africa. La colonia dipinta come spazio vergine da scoprire e da conquistare, un nuovo mondo da penetrare. Il discorso coloniale italiano, impregnato di queste immagini, faceva ricorso spesso a delle espressioni suggerite dall’associazione della colonia al corpo delle donne. L’erotizzazione delle colonie è stata inculcata nella mente del colonizzatore fino al XX secolo ed è stata, consciamente o inconsciamente, assimilata dai coloni. Schiavizzare le popolazioni, toglierne l’identità, seviziare, umiliare, stuprare e distruggere.
Le diverse forme di violenza perpetrata sulle ragazzine e le donne africane rivelano comportamenti tipici dei colonizzatori bianchi. Fin dall’inizio della politica coloniale mussoliniana, l’Italia si è inspirata al principio legato al ruolo del Paese portatore di civiltà come lo sono state le altre potenze imperialiste in Africa, sottolineando la sua volontà di impegnarsi in un processo di liberazione dalla schiavitù dei popoli. La schiavitù non fu mai abolita e i popoli mai liberati. Fu solo un passaggio di proprietà da un imperialista ad un altro.
“Faccetta nera, bell’abissina, aspetta e spera che già l’ora si avvicina. Quando staremo vicino a te, noi te daremo un’altra legge e un altro Re. La legge nostra è schiavitù d’amore, ma è libertà de vita e de pensiere.”
La sposa bambina di Montanelli assume il profilo della Faccetta Nera di Micheli, canzone che era invisa al governo fascista, perché inneggiava alla mescolanza tra razze ma adorata dai coloni italiani perché, in essa, vedevano riconosciuto il proprio ruolo di civilizzatori e ci nascondevano i loro crimini. Non basta prendere le distanze da Mussolini e dal fascismo. Siamo stati un popolo razzista, suprematista e fautore della retorica del dominatore bianco. Soltanto elaborando gli errori del passato potremo eliminare definitivamente il nazionalismo ed il sovranismo dal nostro patrimonio sociale. È facile dire semplicemente che Mussolini era cattivo. È più complesso riconoscere dei tratti culturali che ci hanno definiti come popolo. Non esistono soltanto le colpe individuali, ma anche le responsabilità collettive. Montanelli e Mussolini sono stati chiamati a rispondere dei propri atti di violenza la cui colpa è ricaduta solo e soltanto su di loro. La responsabilità collettiva dello zeitgeist italiano di inizio 900, invece, ricade su tutti noi, che abbiamo il dovere di riconoscere e porre rimedio agli errori del nostro passato, come popolo e come civiltà.
Montanelli non sì è mai pentito e non ha nemmeno messo in discussione il proprio passato razzista, non ha fatto autocritica, non ha riconosciuto i propri crimini. In breve, aveva sfogato sul corpicino di una bambina i suoi istinti più primitivi e ne parlava con una sconcertante facilità. Guardando con condiscendenza al proprio passato ha riferito al pubblico e ai suoi lettori di essere stato un dominatore buono, amato ed adorato a tal punto dal suo animaletto, da aver condizionato la scelta del nome del figlio di quest’ultimo.
Come può un uomo istruito, un intellettuale, trovare qualcosa di attraente nel corpicino di una bambina ancora priva di forme? Come può, un uomo occidentale ed evoluto, parlare di lei come fosse priva di anima, di paure e di sentimenti? A quelle bambine lasciate pure incinte, hanno annientato ed annullato tutto. Per il semplice motivo che per secoli, il continente africano è stato considerato, ed è tutt’ora considerato, una sorgente di materie prime e schiavi da sfruttare e gettare nell’indifferenziata del mar mediterraneo.
Indro Montanelli era in Africa ai tempi del fascismo ma questi metodi sono stati usati fino a sessanta anni fa quando i coloni erano ancora padroni in terre indigene e durante le guerre di liberazione. Lo stupro come tortura e come tentativo di dimostrare la propria dominazione sul corpo di quelle donne che hanno osato sfidare il bianco per l’autodeterminazione del proprio paese. Lo stupro come punizione per dimostrare la propria superiorità come uomini bianchi. Lo stupro per dimostrare l’ancestrale convinzione della superiorità dell’uomo sulla donna. Lo stupro delle bambine invece è da relegare ad un’altra sfera. È pedofilia e non ci sarebbe nemmeno da discuterne.
A coloro che giustificano Montanelli con la scusa che negli anni trenta si faceva così, bisognerebbe ricordare che negli anni sessanta, scriveva, commentando le rivolte per l’iscrizione di un afroamericano all’università di Oxford: “Per quanto la sollevazione segregazionista fosse un errore, tuttavia questo errore e questo sopruso sono stati un eccesso di difesa ispirato da una preoccupazione che purtroppo è legittima: quella della salvaguardia biologica della razza bianca”. E sempre negli anni sessanta, quando un popolo nordafricano era in guerra contro il colonialismo francese per la propria indipendenza e per cancellare gli abusi, soprusi e stupri che i coloni perpetravano, Montanelli rilasciava un’intervista a Le Figaro Littéraire in cui diceva: “Ah! La Sicilia! Voi avete l’Algeria, noi abbiamo la Sicilia. Ma voi non siete obbligati a dire agli algerini che sono francesi. Noi, circostanza aggravante, siamo obbligati ad accordare ai siciliani la qualità di italiani.”
La statua di porta Venezia è dedicata al Montanelli giornalista o al Montanelli razzista? Siamo disposti a perdonare i crimini e le violenze di un uomo per il suo talento e la sua libertà di pensiero?
Parlare della statua sì o no è anacronistico. La statua fu una decisione del Sindaco Albertini e, allora, non ci furono tutte queste polemiche. Non a questo livello. Parlarne oggi ha avuto il clamoroso effetto di spostare lo sguardo da un fatto grave come l’uccisione di Floyd e del razzismo in generale su una questione poco rilevante come una statua. Ma ha avuto l’effetto di fare uscire allo scoperto coloro che, pur di attaccare l’asino dove dice il padrone e nel grottesco tentativo di difendere la figura del giornalista, di giustificare lo stupro, l’acquisto delle spose e la pedofilia.
E questo è inaccettabile.
(**) pubblicato il 22 giugno su “La voce metropolitana” e ripreso da “R-esistiamo” – del gruppo “DEPORTATI MAI PIU’ – dove continua a svilupparsi un dibattito estremamente interessante (e documentato) sulla questione Montanelli e sulle molte connessioni storiche.

Eurodeputata Fofana denuncia al Parlamento europeo la violenza della polizia (con video) - Doriana Goracci (***)




"La Vita dei Neri Conta", ha proclamato al Parlamento europeo l’ eurodeputata tedesca dei Verdi Europei, Pierrette Herzberger-Fofana nata a Bamako,capitale del Mali,71enne: “Quando ho detto al poliziotto che ero un membro del Parlamento europeo, non mi ha creduta”.

Questo e altro -da ascoltare e vedere nel video,- ha dichiarato Pierrette Herzberger-Fofana, mercoledì 17 giugno nella sessione plenaria del Parlamento europeo, dopo aver presentato una denuncia come “vittima della violenza della polizia” il giorno dopo l’umiliante trattamento avuto.
Lei, eurodeputata tedesca dei Verdi, davanti al Parlamento europeo ha dichiarato di essere stata vittima della violenza della polizia a Bruxelles mentre stava fotografando con  il suo smartphone,un intervento che considerava un abuso.Ha desiderato condannare l’ “atto discriminatorio con tendenza razzista” che ha subito la non più giovane signora quando ha lasciato la Gare du Nord a Bruxelles: “Ho visto nove agenti di polizia che molestavano due giovani neri.”L’eurodeputata ha spiegato che aveva il telefono in mano, ha scattato una foto della scena,e che farlo era legale: “La polizia mi ha preso il telefono dalle mani. Quattro dei nove poliziotti armati mi hanno spinto brutalmente contro il muro. Hanno preso violentemente la mia borsa. Mi hanno messo al muro a gambe divaricate ” e secondo la sua versione, contestata dalla polizia belga, quest’ultima non ha creduto alla sua funzione di deputato al Parlamento europeo e ha richiesto la sua carta di soggiorno in Belgio malgrado abbia prodotto il passaporto tedesco con il pass del Parlamento europeo.
Il presidente del parlamento David Sassoli le ha assicurato il sostegno delle istituzioni e l’ha invitata a chiarire le circostanze al fine di chiedere una spiegazione alle autorità belghe e  ha inviato una lettera al primo ministro belga Sophie Wilmès chiedendole di adottare “misure immediate e necessarie” e condannando la violenza della polizia:
“Come presidente di questa istituzione e in nome di tutti i parlamentari europei, condanno fermamente tutti gli usi eccessivi della violenza, in particolare da parte della polizia”.
“Il colore della pelle della nostra collega non è estraneo al fatto stesso che è stata arrestata e alla brutalità e alla mancanza di rispetto che ha sofferto” ha dichiarato Philippe Lamberts, copresidente del gruppo politico (Verts-ALE) a cui appartiene Pierrette Herzberger-Fofana.
La polizia di Bruxelles ha negato di aver usato la violenza e ha riferito di comportamenti “aggressivi” della stessa che hanno portato alla stesura di un rapporto per “disprezzo” nei loro confronti : ”Voleva interferire nell’intervento, stava girando la scena e inizialmente si è rifiutata di identificarsi ha dichiarato Audrey Dereymaeker, portavoce della zona di polizia di Bruxelles-Nord. “È vero anche che c’è stata una ricerca di sicurezza con una breve privazione della libertà, nel tempo di verificare la sua identità, e seguire la solita procedura da una poliziotta.”
Ha spiegato che il deputato in realtà aveva “il diritto di filmare l’intervento”: “Ma lì, è stata coinvolta nell’intervento perché la polizia interviene e interferisce per effettuare un controllo di identità. “Ha aggiunto che è stato redatto un documento per “le parole pronunciate dal membro dell’ Europarlamento e il modo in cui si è rivolta alla polizia che hanno portato il magistrato a chiedere alla polizia stessa di redigere una risposta”.
Descrive questa esperienza come “traumatica e umiliante”. E ritiene che abbia un’eco particolare per ciò che sta accadendo nel mondo dalla morte di George Floyd negli Stati Uniti. Pierrette Herzberger-Fofana invita il Parlamento europeo ad adottare “misure concrete per un buon numero di persone che non sono qui e che non sono state in grado di sfuggire alla violenza della polizia”.
L’avvocato di Pierrette Herzberger-Fofanan, Alexis Deswaef, ha confermato che è stata presentata una regolare denuncia.
In questo modo la deputata ha voluto anche stabilire un collegamento con la mobilitazione contro la violenza della polizia in seguito alla morte di George Floyd negli Stati Uniti, anche durante un dibattito sull’argomento che stava per aprirsi nell’emiciclo. Michel Wieviorka, sociologo, si augura che “Questa mobilitazione planetaria contro la violenza della polizia e il razzismo, possa spostare le sue linee di azione se riesce a mantenere il suo carattere universalista”.
Il Parlamento europeo è stato coinvolto nel movimento globale contro il razzismo quando venerdì sera adottando una risoluzione che dichiara il traffico di schiavi “un crimine contro l’umanità” e viene usato usa lo slogan “Black Lives Matter La vita dei neri contaLa vita dei neri conta “, riprendendo lo slogan “Black Lives Matter” del movimento mondiale partito dagli Stati Uniti contro il razzismo e la violenza della polizia.
Anche i deputati europei dichiarano in questa risoluzione, adottata con 493 voti a favore, 104 contrari e 67 astensioni, che il traffico di schiavi è “un crimine contro l’umanità”. Questa risoluzione è una risposta diretta alle proteste che si sono moltiplicate dopo la morte di George Floyd, morto asfissiato durante il suo arresto da parte della polizia a Minneapolis, negli Stati Uniti.Nel suo testo, il Parlamento “condanna fermamente la morte spaventosa di George Floyd negli Stati Uniti, così come altri omicidi simili in altre parti del mondo”. Mostra il suo sostegno alle recenti manifestazioni contro il razzismo e la discriminazione e condanna il “suprematismo bianco in tutte le sue forme”.
Nota bene: Gli eurodeputati della Lega e di Fratelli d’Italia hanno votato contro la risoluzione al Parlamento europeo che condanna ogni forma di razzismo dopo la morte di George Floyd. A favore della risoluzione gli europarlamentari del Pd, del M5S, Forza Italia e Italia Viva.
Ringrazio l’amica Marcelline Bangoura, cittadina italiana nata in Guinea che mi ha inviato il video che allego e per il quale ho scritto questo post. La stessa eurodeputata il 13 febbraio 2020 aveva portato a Strasburgo, un documento sulle violenze eseguite sui manifestanti proprio in Guinea, nel quale concludeva così: “È importante che l’Unione europea sviluppi bene il nostro partenariato con l’Africa, qualifichi e moltiplichi le nostre relazioni con attori diversificati, per sostenere lo stato di diritto, i diritti umani e il cosiddetto processo democratico e inclusivo in patria. e con i nostri partner in Africa.”
Su Facebook la signora Pierrette Herzberger-Fofana scrive: “A tutti coloro che hanno inviato un messaggio di sostegno e solidarietà; Grazie! Insieme combatteremo contro la violenza della polizia. – abbiamo bisogno di giustizia per tutti!”
Ringrazio anche io e l’abbraccio – Doriana Goracci

N.B. Pierrette Herzberger-Fofana, nata a Bamako il 20 marzo del 1949, cresciuta in Senegal, ottenne una laurea a Parigi in sociolinguistica tedesca e presso l’università di Treviri in letteratura, presso l’università Friedrich-Alexander di Erlangen-Norimberga un dottorato in scienze politiche; svolse la professione di lettrice presso le scuole superiori di Erlangen e in alcune università. Dagli anni 90 promuove varie campagne per tutelare i diritti umani in Germania e in altre nazioni, tra cui il Senegal. In particolar modo, ha avviato campagne contro le mutilazioni genitali femminili, il razzismo, per la tutela dei diritti delle donne e degli immigrati. E’ madre di tre figli. Alle elezioni europee del 2019, viene eletta europarlamentare con il partito Alleanza 90/I Verdi. Ricopre l’incarico di vicepresidente della delegazione per le relazioni con il parlamento panafricano e della commissione per lo sviluppo. Durante la sua attività parlamentare, ha chiesto l’intervento dell’UE a sostegno della Nigeria, per garantire la sicurezza nel paese, colpito dagli attacchi di Boko Haram a danno delle comunità locali per motivi religiosi, e per il problema della malnutrizione infantile. Ha, inoltre, preso posizione contro gli atti di violenza perpetrati in Guinea nel febbraio del 2020.



lunedì 24 febbraio 2020

ricordando ricordando



Il 19 febbraio 1937 durante una cerimonia per festeggiare la nascita del primogenito di Umberto di Savoia scoppiò un ordigno, preparato da due eritrei della resistenza contro l’opposizione straniera, destinato al viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani, reo fra le molte nefandezze anche di aver autorizzato l’utilizzo di gas lanciato dagli aerei per far strage di truppe e popolazione etiopi. 
Le vittime dell’attentato furono otto e lo stesso Graziani venne gravemente ferito. La rappresaglia iniziò immediatamente: in tre giorni vennero messi a ferro e fuoco Addis Abeba. I morti furono alcune migliaia, probabilmente non le trentamila rivendicate dalle stime etiopiche, ma certo la tragedia fu enorme, i morti migliaia e migliaia (saranno centinaia di migliaia alla fine dell’occupazione italiana). Oltre ai militari furono gli italiani residenti a rendersi a loro volta complici del massacro.
Etiopia come la ex Jugoslavia, dove in due anni di occupazione (1941-1943) le truppe italiane si macchiarono di crimini gravissimi che causarono migliaia di morti e almeno 30mila sloveni finiti nei campi di concentramento: dal movimento di resistenza jugoslavo scaturì la replica degli anni seguenti che portarono a una nuova tragedia, quella delle foibe e dell’esodo forzato di tanti connazionali che in Istria e Dalmazia si erano nel frattempo stanziati. 
Quelle etiopi e jugoslave furono reazioni ad un’occupazione italiana forzata, violenta e plasmata sugli esempi messi in atto dalla Germania nazista. Gioverebbe a un dibattito forse più sereno sul tema non raccontare sempre e comunque una parte della storia. Altrimenti il nostro paese sarà destinato ancora una volta a non fare i conti a fondo con il proprio passato. Con il rischio di perpetuare ancora l’idea degli “italiani brava gente”, che migliaia e migliaia di pagine di inchieste hanno smentito fin da subito, addirittura già dal 1946-47 quando ad esempio venne istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Luigi Gasparotto, Ministro della difesa nel III° Governo De Gasperi dedicata proprio a raccogliere informazioni e testimonianze sui crimini italiani in Jugoslavia.
 Segnale che allora la consapevolezza di cosa accaduto era chiara. 
Poi cadde l’oblio: decine e decine di gerarchi e burocrati fascisti vennero riciclati alla causa repubblicana e occuparono ruoli di primo piano nelle forze armate e nella politica degli anni seguenti, contribuendo a mantenere nascosta la verità. Emblematico da questo punto di vista il caso de “l’armadio della vergogna”, scoperto da un’inchiesta giornalistica de “L’Espresso” soltanto nel 1999, e dai cui fascicoli nascosti emersero le troppe responsabilità italiane in molti dei momenti più tragici del secondo conflitto mondiale. MIgliaia di pagine sono destinate solo ai crimini italiani in Grecia, per fare un esempio. Per non strumentalizzare occorre conoscere, anche se la verità è dolorosa. Ma non farne mai i conti non aiuta una nazione a diventare adulta.
E si finisce con il dedicare mausolei a Graziani come ad Affile, 80 km a est di Roma, o a fare monumento della casa del fascio a Predappio che diede i natali a Mussolini.
Qualche consiglio di lettura: "I gas di Mussolini" di Angelo Del Boca; "Italiani brava gente?" sempre di Angelo Del Boca; "L'occupazione italiani dei Balcani" di Davide Conti.


Negazionismo: anche l’Etiopia ha il suo ‘Giorno del Ricordo’, ma l’Italia fa finta di niente

Il 19, 20 e 21 febbraio 1937 furono massacrati più di 30mila cittadini etiopi, quasi tutti civili: anziani, donne, bambini e mendicanti.
ASCOLTA L’INTERVISTA CON GABRIELLA GHERMANDI: QUI

La data del 19 febbraio per il  popolo etiopico è il “Giorno della Memoria”: ricorda le atrocità terribili commesse durante il periodo dell’aggressione e poi dell’occupazione – fra il 1935 e il 1941 – da parte dell’Italia fascista. Una giornata che è stata assunta a simbolo di tutti quegli anni in cui gli etiopi dovettero subire sofferenze, sacrifici e lutti indimenticabili.
30 mila almeno furono le vittime – in soli tre giorni – come rappresaglia per l’attentato compiuto contro il viceré Rodolfo Graziani e altri gerarchi del suo seguito nella città di Addis Abeba.
Una giornata tragica che viene celebrata anche nelle maggiori città del mondo dove sono presenti numerosi cittadini della diaspora etiopica.


Se la memoria mi aiuta… - Benigno Moi

Le polemiche (seppure annacquate, distorte, in parte nascoste e comunque ridotte ai propri fini) che accompagnano anche quest’anno il “giorno della memoria” il 27 gennaio e, ancor più, il “giorno del ricordo” il 10 febbraio, mi han fatto ripensare ad alcune delle riflessioni che fa il nostro amico cantautore Andrea Andrillo (1) fra una canzone e l’altra, raccontando origine e aspetti delle cose che scrive o decide di reinterpretare.
In particolare sul come dobbiamo porci davanti alla schematizzazione delle categorie vittima-carnefice, e sul quanto possiamo fare, noi semplici testimoni, testimoni nel senso proprio di chi vuol testimoniare la propria volontà e il proprio desiderio che “non accada mai più”.) Andrea, se non ho frainteso, ci chiede di concentrarci sulla figura del “carnefice”, su cosa ha determinato la sua scelta. Perché è su quello che dovremmo lavorare, non certo per assolvere, ma per capire i meccanismi che possono portare a tale ”scelta”. La vittima invece non ha scelto di essere vittima, non ha molti margini per cambiare il proprio stato, tutt’al più può attrezzarsi meglio per difendersi o sfuggire al suo aguzzino. Ovviamente quando parliamo di “carnefici” stiamo parlando della moltitudine di “brave e normali persone” che in determinate situazioni si ritrovano disponibili a divenire carnefici, e su cui tanto si è discusso nel dopoguerra, soprattutto in Germania, e che viene sintetizzato nella famosa definizione di Hannah Arendt (2).
Riflettendo su questo ho immaginato un approccio nuovo alle commemorazioni varie di cui abbiamo riempito i calendari, e che lasciano perplessità e alimentano schieramenti. Non voglio neanche soffermarmi sul tentativo di appiattire il senso della memoria storica, con analogie forzate fra la tragedia causata dalla politica di sterminio nazifascista e altri drammi, pur reali ma ingigantiti e distorti. Quel che mi piacerebbe proporre è l’istituzione di giornate in cui ci ricordiamo di quando (e quanto) siamo stati carnefici. Momenti in cui cerchiamo di svelare e rielaborare i nostri crimini. In cui il ricordo non sia finalizzato alla nostra “autocommiserazione”, ognuno con la sua memoria. Ma ci costringa a prendere atto del nostro essere carnefici, e non per “farci perdonare” (sarebbe certo più utile smettere di essere aguzzini nelle maniere in cui ancora lo siamo, anche verso le ex colonie italiane), ma per capire quanto siamo in grado di cambiarci. O, quantomeno, riusciamo a guardarci allo specchio.
Ci sono una miriade di date che potremmo scegliere per ricordarci di quando, come e quanto siamo stati aguzzini. Ne elenco alcune, scelte un po’ a caso, fra quelle legate alle mire colonialiste dell’Italia.

Ottobre 1911. Libia. «Nel corso della battaglia di Sciara Sciatt per la conquista di Tripoli, due compagnie di bersaglieri italiani, composte da circa 290 uomini, furono accerchiate e, dopo la resa, annientate nei pressi del cimitero di Rebab dai militari ottomani e irregolari libici.  Nella repressione che seguì, furono uccisi almeno un migliaio di libici e si dispose la deportazione in Italia dei “rivoltosi” arrestati. L’operazione riguardò circa quattromila libici, che furono trasferiti nelle colonie penitenziarie delle Isole Tremiti, di Ustica, Gaeta, Ponza, Caserta e Favignana. Gli scarsi dati rimasti rilevano che, per le pessime condizioni igieniche e lo scarso cibo, alla data del 10 giugno 1912, alle Tremiti, erano già deceduti 437 reclusi, cioè il 31% del totale. A Ustica, nel solo 1911, ne morirono 69; a Gaeta e Ponza, nei primi sette mesi del 1912, altri 75. Nel corso del 1912, furono rimpatriati 917 libici, ma le deportazioni continuarono, con punte notevoli intorno al 1915.
Alla fine del conflitto nel 1912, alcune stime indicarono un totale di 10.000 vittime tra turchi e libici a causa di esecuzioni e rappresaglie italiane, dovute alla resistenza turco-libica che sarebbe durata almeno fino al 1932». https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Guerra_di_Libia

Gennaio 1931. Libia  «La città di Cufra è rioccupata dagli italiani; ne seguirono tre giorni di violenze ed atrocità impressionanti che provocarono la morte di circa 180-200 libici e innumerevoli altre vittime tra i sopravvissuti:17 capi senussiti impiccati, 35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati, 50 donne stuprate, 50 fucilazioni, 40 esecuzioni con accette, baionette, sciabole. Le atrocità non risparmiarono neanche i bambini e le donne incinte (…) Dal 1930 al 1931 le forze italiane scatenarono un’ondata di terrore sulla popolazione indigena cirenaica; tra il 1930 e il 1931 furono giustiziati 12 000 cirenaici e tutta la popolazione nomade della Cirenaica settentrionale fu deportata in enormi campi di concentramento lungo la costa desertica della Sirte, in condizione di sovraffollamento, sottoalimentazione e mancanza di igiene» https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Guerra_di_Libia

Dicembre 1935-gennaio 1936. Etiopia L’aviazione italiana usa le armi chimiche, «furono lanciati sul fronte nord duemila quintali di bombe, per una parte rilevante caricate a gas, tra cui l’iprite che provoca leucopenia». https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Guerra_di_Libia

Febbraio 1937. Strage Addis Abeba «La strage compiuta dagli italiani, civili e militari, sulla popolazione inerme di Adis Abeba costituisce uno degli esempi più brutali della sanguinosa storia delle dominazione coloniale in Africa. E una delle più criminali imprese realizzate dai nostri concittadini nella già vergognosa occupazione dell’Etiopia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il governo etiopico riferì che erano stati massacrati 30.000 cittadini nella strage di Adis Abeba». http://www.me-dia-re.it/la-strage-di-adis-abeba-una-vergogna-tutta-italiana/

Maggio 1937. Etiopia – Massacro di Debre Libanos «nella mattinata del 21 maggio (il generale) Maletti trasferì nella piana i monaci, i quali furono scaricati a gruppi dagli autocarri e fucilati dagli ascari libici e somali di fede musulmana e dagli uomini di etnia Galla della banda di Mohamed Sultan (45º Battaglione coloniale musulmano). In poche ore vennero giustiziati sommariamente 297 monaci e 23 laici, anche con l’utilizzo di mitragliatrici». https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Debre_Libanos

Aprile 1939 Etiopia. «Teatro della strage dell’aprile del ’39 fu una zona a qualche centinaio di chilometri dalla capitale Addis Abeba. Alla fine di marzo, un gruppo di ribelli etiopici, inseguito da una colonna italiana, era riuscito a trovare rifugio in una grotta nella regione del Gaia Zeret-Lalomedir. L’assedio alla grotta durava diversi giorni. Gli italiani non riuscivano ad avere la meglio. Fu così richiesto l’intervento di un plotone del reparto chimico.  L’iprite – un gas proibito dalle convenzioni internazionali dell’epoca ma già usato massiciamente nel corso della guerra d’Etiopia – fu lanciato nella grotta. Oltre mille persone morirono. Gli uomini sopravvissuti all’attacco furono fucilati sul ciglio di un burrone. Donne, anziani e bambini, morirono un poco alla volta, fiaccati dai gas». https://www.lavocedinewyork.com/onu/2014/04/16/un-altro-aprile-quello-del-1939-litalia-in-etiopia-prove-di-un-genocidio/

Ottobre 1940. Grecia «Di fronte al fallimento dell’offensiva, Mussolini reagì ordinando all’aviazione di bombardare incessantemente, distruggere e radere al suolo tutte le città con più di 10 000 abitanti, con l’intento dichiarato di seminare il panico ovunque” (…) “I bombardamenti portarono morte e distruzione, ma non modificarono l’esito della guerra; la sconfitta militare della Grecia e la conseguente occupazione del Paese si ebbe solo dopo l’intervento tedesco avvenuto nell’aprile 1941».

Gennaio-marzo1942. Grecia. «A fronte delle rivolte, vennero emesse ordinanze e bandi militari molto rigidi, decretate confische nei villaggi, arresti, fucilazioni e deportazioni nei campi di concentramento (Larissa, Hadari e Atene o al confino italiano, per quanto riguarda gli oppositori politici). Le autorità greche segnalarono stupri di massa. Il comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro i civili. Il capo della polizia di Elassona, Nikolaos Bavaris, scrisse una lettera di denuncia ai comandi italiani e alla Croce rossa internazionale: “Vi vantate di essere il Paese più civile d’Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari”; fu internato, torturato, deportato in Italia. Migliaia di donne prese per fame vennero reclutate in bordelli per soddisfare soldati e ufficiali italiani. Nel 1946 il ministero greco della Previdenza sociale, nel censire i danni di guerra, calcolò che 400 villaggi avevano subìto distruzioni parziali o totali: 200 di questi causati da unità italiane e tedesche, 200 dai soli italiani». https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani

Marzo 1942 Jugoslavia «A Lubiana nel solo mese del marzo ’42 gli italiani fucilarono 102 ostaggi”. Un soldato italiano in una lettera inviata a casa il 1º luglio 1942 scrisse: “Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore”».
https://it.wikipedia.org//wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Gli_italiani_in_Slovenia_e_Croazia

Maggio 1942. Albania  «a seguito del fallito attentato contro il Re Vittorio Emanuele III a Tirana e la fucilazione del giovane operaio albanese Vasil Laci, autore dell’azione, scoppiò una dura rivolta della popolazione contro l’occupante italiano, che in risposta eseguì con l’esercito, le milizie fasciste e il governo collaborazionista albanese numerose e pubbliche rappresaglie a scopo di monito verso la popolazione civile. (…) In importanti centri come Valona la resistenza partigiana divenne fenomeno di massa obbligando l’amministrazione italiana all’impiego di centinaia di militari per operazioni di ordine pubblico. Città come Fieri, Berat e Argirocastro, divenuti centri attivi di lotta partigiana, subirono da parte dei miliziani filo-fascisti albanesi rappresaglie e rastrellamenti particolarmente cruenti tanto che nella zona di Skrapari i villaggi investiti dalle operazioni di polizia vennero completamente rasi al suolo e dati alle fiamme, dopo la razzia dei beni civili». https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Occupazione_dell’Albania

1941. Unione Sovietica «Esiste ben poca documentazione accessibile sul comportamento dei 230 000 soldati italiani inviati da Mussolini in Unione Sovietica per affiancare, in posizione subalterna, le armate tedesche. In questa prospettiva gli ordini di Hitler autorizzavano ogni eccesso, ogni eccidio, ogni bestialità. La memoria italiana dimentica questi aspetti, di cui le truppe al fronte ebbero, tra l’altro, una conoscenza limitata (e rimossa): l’ARMIR ebbe infatti la buona sorte di essere dislocata in una regione in cui la guerra partigiana era di bassa intensità. Quindi non furono necessari combattimenti su larga scala, bensì operazioni di polizia condotte con notevole durezza, con rastrellamenti, distruzioni di villaggi e buon numero di fucilazioni, nonché la depredazione delle risorse alimentari. I prigionieri russi furono impiegati come manodopera e fu anche studiata la loro deportazione in Italia, poi arenatasi dinanzi alle difficoltà pratiche. In almeno un caso un gruppo di ebrei fu consegnato a un Sonderkommando per la loro eliminazione. Lo storico tedesco Thomas Schlemmer, pur non paragonando i crimini dei nazisti a quelli compiuti dal corpo di spedizione fascista, precisa tuttavia che l’anticomunismo degli italiani “mescolato al razzismo e all’antisemitismo, finì per produrre una miscela aggressiva”. […] Effettivamente si sa di efferatezze commesse da soldati italiani non solo sulla popolazione civile, ma soprattutto nei confronti dei prigionieri di guerra. Nel dicembre del 1941 il membro di un’unità di riparazioni fu testimone di un terribile delitto: alcuni soldati sovietici furono bagnati con la benzina e poi bruciati da un gruppo di carabinieri italiani».
https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Occupazione_dell’Unione_Sovietica

NOTE
2.      “di che colpa si sono macchiati i Tedeschi? Per rispondere a questa domanda, Jaspers elabora una casistica con quattro tipi di colpa: 1) colpa criminale è la trasgressione della legge; 2) colpa politica è quella che riguarda diversamente i cittadini a seconda della loro posizione (sudditi, capi, ecc), benché resti vero che chi obbedisce e non si oppone è comunque corresponsabile; 3) colpa morale è quella che si commette quando si violano le leggi prescritte dalla propria coscienza (come nel caso in cui si uccide una persona benché la coscienza ci inviti a non farlo); 4) colpa metafisica è quella per cui, in quanto uomini, siamo tutti corresponsabili di ogni torto perpetrato nel mondo, cosicché Jaspers può affermare che “il fatto di essere ancora vivi [dopo Auschwitz] è una colpa”. Arendt, attenta lettrice e grande amica di Jaspers, intende la sua nozione di “colpa metafisica” equivalente a quella di “colpa collettiva” e obietta al filosofo tedesco che dire che tutti sono colpevoli è, in fin dei conti, come dire che nessuno lo è, quasi come se, dalla colpevolezza generalizzata, risultasse una altrettanto generalizzata assoluzione. Si tratta invece – prosegue Arendt – di accertare i singoli gradi di responsabilità nei singoli casi.” Primo Levi e Hannan Arendt http://www.filosofico.net/auschwitz/ausch8.htm