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mercoledì 22 marzo 2023

I traditori di Julian Assange - John Pilger

  

Questo articolo “I traditori di Julian Assange” è una versione ridotta del discorso pronunciato da John Pilger a Sydney il 10 marzo in occasione dell’inaugurazione in Australia della scultura di Davide Dormino raffigurante Julian Assange, Chelsea Manning ed Edward Snowden, “Figure del coraggio”.

 

Conosco Julian Assange da quando l’ho intervistato per la prima volta a Londra nel 2010. Mi è subito piaciuto il suo senso dell’umorismo secco e cupo, spesso dispensato con una risata contagiosa. È un fiero outsider: acuto e riflessivo. Siamo diventati amici e sono stato seduto in molte aule di tribunale ad ascoltare i tribuni dello Stato che cercavano di mettere a tacere lui e la sua rivoluzione morale nel giornalismo.

Il mio momento più alto è stato quando un giudice della Royal Courts of Justice si è chinato sul suo banco e mi ha ringhiato: “Lei è solo un australiano peripatetico come Assange”. Il mio nome era su una lista di volontari per la cauzione di Julian e il giudice mi ha individuato come colui che aveva denunciato il suo ruolo nel famoso caso degli espulsi delle isole Chagos. Senza volerlo, mi fece un complimento.

Ho visto Julian a Belmarsh non molto tempo fa. Abbiamo parlato di libri e dell’opprimente idiozia della prigione: gli slogan allegri e sdolcinati sui muri, le punizioni meschine; non gli lasciano ancora usare la palestra. Deve allenarsi da solo in un’area simile a una gabbia dove c’è un cartello che avverte di non lasciare l’erba. Ma non c’è erba. Abbiamo riso; per un breve momento, alcune cose non ci sono sembrate così brutte.

Le risate sono uno scudo, ovviamente. Quando le guardie carcerarie hanno iniziato a far tintinnare le chiavi, come amano fare, indicando che il nostro tempo era scaduto, si è zittito. Quando sono uscito dalla stanza ha tenuto il pugno alto e stretto come fa sempre. È l’incarnazione del coraggio.

Tra lui e la libertà si frappongono coloro che sono l’antitesi di Julian: coloro in cui il coraggio è inaudito, insieme ai principi e all’onore. Non mi riferisco al regime mafioso di Washington, la cui caccia a un uomo buono vuole essere un monito per tutti noi, ma piuttosto a coloro che ancora pretendono di gestire una democrazia giusta in Australia.

Anthony Albanese pronunciava la sua frase preferita, “quando è troppo è troppo”, molto prima di essere eletto primo ministro australiano lo scorso anno. Ha dato a molti di noi una preziosa speranza, compresa la famiglia di Julian. In qualità di primo ministro ha aggiunto parole di circostanza sul fatto che “non condivideva” ciò che Julian aveva fatto. Apparentemente dovevamo comprendere il suo bisogno di coprire la sua posteria appropriata nel caso in cui Washington lo avesse richiamato all’ordine.

Sapevamo che ad Albanese sarebbe servito un eccezionale coraggio politico, se non morale, per alzarsi in piedi nel Parlamento australiano – lo stesso Parlamento che si presenterà davanti a Joe Biden a maggio – e dire:

‘Come primo ministro, è responsabilità del mio governo riportare a casa un cittadino australiano che è chiaramente vittima di una grande e vendicativa ingiustizia: un uomo che è stato perseguitato per il tipo di giornalismo che è un vero e proprio servizio pubblico, un uomo che non ha mentito, o ingannato – come molti dei suoi omologhi nei media, ma ha detto alla gente la verità su come il mondo è gestito’.

Chiedo agli Stati Uniti”, potrebbe dire un coraggioso e morale Primo Ministro Albanese, “di ritirare la richiesta di estradizione: di porre fine alla farsa maligna che ha macchiato le corti di giustizia britanniche, un tempo ammirate, e di consentire il rilascio di Julian Assange senza condizioni alla sua famiglia. Il fatto che Julian rimanga nella sua cella a Belmarsh è un atto di tortura, come lo ha definito il relatore delle Nazioni Unite. È così che si comporta una dittatura”.

Ahimè, il mio sogno a occhi aperti che l’Australia si comporti bene con Julian ha raggiunto i suoi limiti. L’aver stuzzicato la speranza di Albanese è ormai prossimo a un tradimento per il quale la memoria storica non lo dimenticherà, e molti non lo perdoneranno. Che cosa sta aspettando, allora?

Ricordiamo che Julian ha ottenuto asilo politico dal governo ecuadoregno nel 2013 soprattutto perché il suo stesso governo lo aveva abbandonato. Già questo dovrebbe far vergognare i responsabili: il governo laburista di Julia Gillard.

La Gillard era così desiderosa di colludere con gli americani nel chiudere WikiLeaks per la sua verità, che ha voluto che la polizia federale australiana arrestasse Assange e gli togliesse il passaporto per ciò che ha definito la sua pubblicazione “illegale”. L’AFP ha sottolineato di non avere tali poteri: Assange non aveva commesso alcun reato.

È come se si potesse misurare la straordinaria cessione di sovranità dell’Australia dal modo in cui tratta Julian Assange. La pantomima di Gillard che si è prostrata di fronte a entrambe le camere del Congresso degli Stati Uniti è un teatro da far rabbrividire su YouTube. L’Australia, ha ripetuto, è il “grande amico” dell’America. O forse era “piccolo amico”?

Il suo ministro degli Esteri era Bob Carr, un altro politico della macchina laburista che WikiLeaks ha smascherato come informatore americano, uno dei ragazzi utili di Washington in Australia. Nei suoi diari pubblicati, Carr si vantava di conoscere Henry Kissinger; in effetti il Grande Guerrafondaio invitò il ministro degli Esteri ad andare in campeggio nei boschi della California, come si apprende.

I governi australiani hanno ripetutamente affermato che Julian ha ricevuto pieno supporto consolare, come è suo diritto. Quando io e il suo avvocato Gareth Peirce abbiamo incontrato il console generale australiano a Londra, Ken Pascoe, gli ho chiesto: “Cosa sa del caso Assange?”.

Solo quello che ho letto sui giornali”, ha risposto ridendo.

Oggi il premier Albanese sta preparando il Paese a una ridicola guerra con la Cina a guida americana. Miliardi di dollari saranno spesi per una macchina da guerra composta da sottomarini, jet da combattimento e missili in grado di raggiungere la Cina. L’entusiasmo per la guerra degli “esperti” del più antico quotidiano del Paese, il Sydney Morning Herald, e del Melbourne Age è un imbarazzo nazionale, o dovrebbe esserlo. L’Australia è un Paese senza nemici e la Cina è il suo principale partner commerciale.

Questo squilibrato servilismo nei confronti dell’aggressione è descritto in uno straordinario documento chiamato “Accordo sulla strategia delle forze USA-Australia”. In esso si afferma che le truppe americane hanno “il controllo esclusivo sull’accesso [e] sull’uso” di armamenti e materiali che possono essere utilizzati in Australia in una guerra aggressiva.

Questo include quasi certamente le armi nucleari. Il ministro degli Esteri di Albanese, Penny Wong, “rispetta” l’America su questo punto, ma chiaramente non rispetta il diritto degli australiani di sapere.

Questo ossequio c’è sempre stato – non è tipico di una nazione di coloni che non ha ancora fatto pace con le origini e i proprietari indigeni del luogo in cui vivono – ma ora è pericoloso.

La Cina come pericolo giallo si adatta alla storia di razzismo dell’Australia come un guanto.  Tuttavia, c’è un altro nemico di cui non si parla. Siamo noi, il pubblico. È il nostro diritto di sapere. E il nostro diritto di dire no.

Dal 2001, in Australia sono state promulgate circa 82 leggi per togliere i tenui diritti di espressione e di dissenso e per proteggere la paranoia da guerra fredda di uno Stato sempre più segreto, in cui il capo della principale agenzia di intelligence, l’ASIO, tiene lezioni sulle discipline dei “valori australiani”. Ci sono tribunali segreti, prove segrete ed errori giudiziari segreti. Si dice che l’Australia sia una fonte di ispirazione per il padrone del Pacifico.

Bernard Collaery, David McBride e Julian Assange – uomini profondamente morali che hanno detto la verità – sono i nemici e le vittime di questa paranoia. Sono loro, e non i soldati edoardiani che marciavano per il Re, i nostri veri eroi nazionali.

Su Julian Assange, il Primo Ministro ha due facce. Una faccia ci stuzzica con la speranza di un suo intervento con Biden che porterà alla libertà di Julian. L’altra faccia si ingrazia il “POTUS” e permette agli americani di fare ciò che vogliono con il loro vassallo: fissare obiettivi che potrebbero portare alla catastrofe tutti noi.

Albanese appoggerà l’Australia o Washington su Julian Assange? Se è “sincero”, come dicono i sostenitori del Partito Laburista, cosa sta aspettando? Se non riuscirà a garantire il rilascio di Julian, l’Australia cesserà di essere sovrana. Saremo dei piccoli americani. Ufficiale.

Non si tratta della sopravvivenza di una stampa libera. Non esiste più una stampa libera. Ci sono rifugi nel samizdat, come questo sito. La questione principale è la giustizia e il nostro diritto umano più prezioso: essere liberi.


Fonte: MintPress News

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis

da qui

giovedì 9 febbraio 2023

Carnevale globale per Assange


Carnevale globale per Assange, in diretta l'11 febbraio

Si terrà l'11 febbraio l'evento in diretta per 24 ore "Carnevale globale per Assange" promosso da Pressenza. Un modo per sostenere anche in Italia l'iniziativa Night Carnival for Assange   lanciata da Don’t Extradite Assange Campaign   a Londra.

 

Si terrà l'11 febbraio l'evento in diretta per 24 ore "Carnevale globale per Assange" promosso da Pressenza. Un modo per sostenere anche in Italia l'iniziativa Night Carnival for Assange   lanciata da Don’t Extradite Assange Campaign   a Londra.

«Vogliamo tornare al significato antico del Carnevale, quando si sbeffeggiavano i potenti e i loro soprusi con maschere, canti, balli, musica, carri allegorici e cartelli satirici - spiegano da Pressenza - Tutto questo si può applicare benissimo alla persecuzione attuale di Assange, per esempio indossando maschere che riproducono il suo volto».

I promotori accolgono le segnalazioni di «qualsiasi tipo di iniziativa, dai flash mob, ai dibattiti, alla proiezione di film sul tema, ma oltre al tono “carnevalesco” vi trasmettiamo anche una richiesta di John Rees: far sentire la pressione internazionale al governo britannico e a quello americano sottoscrivendo la petizione   che chiede di fermare l'estradizione di Assange negli Stati Uniti e la lettera al Presidente Biden perché lasci cadere le accuse contro Assange. In questo modo migliaia di firme potranno aggiungersi a quelle già raccolte» spiegano da Pressenza.

«L’11 febbraio le iniziative potrebbero tenersi, dove possibile, nei pressi delle ambasciate e dei consolati del Regno Unito e degli Stati Uniti, con la simbolica consegna delle due lettere, l’invito a firmarle durante l’evento e l’annuncio delle firme totali raccolte fino a quel momento. Nelle altre città saprete senz’altro trovare un luogo centrale e significativo dove far sentire la vicinanza e la solidarietà a Julian e la pressante richiesta di liberarlo» concludono i promotori.

Verranno organizzati collegamenti in diretta con i diversi eventi che vanno segnalati entro il 31 gennaio alla mail 24hAssange@proton.me

Sarà possibile seguire la diretta anche sulla pagina Facebook di Terra Nuova Edizioni 

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Global Carnival: una nuova mobilitazione mondiale per Assange


Si stanno definendo i dettagli della nuova iniziativa mondiale per la libertà di Julian Assange: in appoggio alla manifestazione di Londra organizzata da Dont Extradite Assange  per l’11 febbraio si sono mobilitati da Buenos Aires fino all’Australia tutti i gruppi, comitati, formazioni politiche e sociali che chiedono la liberazione del giornalista australiano imprigionato in Gran Bretagna in attesa di una estradizione che sarebbe uguale a una condanna a morte.

Si possono vedere crescere ogni giorno le adesioni e le iniziative del “Global Carnival for Assange” sulla mappa che trovate sul sito www.24hassange.org ; l’11 Febbraio, dalle 11 a mezzanotte GMT ci sarà di nuovo una diretta trasmessa sul canale YouTube di Pressenza Italia e su quello di Terra Nuova Edizioni.

Per informazioni ed adesioni scrivere a 24hAssange@proton.me

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Assange: il momento decisivo. Intervista al padre John Shipton

 

 

Il Premier australiano sta solo fingendo di lavorare per liberare Julian Assange? - Patrick Boylan

Comincia a serpeggiare il sospetto che Anthony Albanese non si stia affatto interessando presso le autorità statunitensi, come invece egli ha preteso più volte, per il ritiro delle accuse contro il co-fondatore di WikiLeaks.

In un articolo pubblicato il 24 gennaio 2023 sul sito di MichaelWest Media, l’ex senatore australiano Rex Patrick, ora giornalista investigativo, descrive le indagini che egli ha intrapreso, grazie al FOIA, per scoprire tracce documentali delle “pressioni” che il Primo Ministro Anthony Albanesi avrebbe fatto sugli Stati Uniti per la liberazione di Julian Assange.  Non ha trovato alcun riscontro.

Il FOIA (Freedom Of Information Act) è un provvedimento che garantisce il diritto di accesso agli atti amministrativi da parte di cittadini comuni.

Di seguito la traduzione di Patrick Boyan dell’articolo scritto da Rex Patrick.

Quando nel Parlamento australiano, a fine novembre, la deputata indipendente Monique Ryan ha chiesto al Primo Ministro Albanese se il suo governo fosse intervenuto per riportare a casa il giornalista australiano Julian Assange, noi cittadini che lottiamo per la libertà di stampa abbiamo visto un barlume di speranza.

Infatti, il premier ha risposto con queste parole incoraggianti: “Come ho già fatto presente qualche tempo fa, quando è troppo è troppo. È giunto il momento di concludere questa vicenda.  Confesso che non ho nessuna simpatia personale per alcune delle azioni del signor Assange. Dico però che il problema va avanti da molti anni e [non si capisce perché], soprattutto se confrontiamo la questione di Assange con quella della persona responsabile della fuga di informazioni, Bradley Manning, ora Chelsea Manning.  Oggi Manning è libera di vivere la sua vita nella società statunitense”.

Albanesi ha poi aggiunto: “Il governo continuerà ad agire in modo diplomatico, ma posso assicurare la deputata di Kooyong che ho sollevato personalmente la questione con i rappresentanti del governo degli Stati Uniti. La mia posizione è chiara ed è stata chiarita all’amministrazione statunitense: è giunto il momento di chiudere la questione.”

Poi, il 19 di questo mese, noi sostenitori di Assange abbiamo visto un secondo barlume di speranza quando il procuratore generale e deputato Mark Dreyfus ha annunciato un incontro con i media per discutere di una migliore protezione della libertà di stampa.  Nelle parole di Dreyfus: “il governo Albanese ritiene che l’esistenza di mezzi di comunicazione forti e indipendenti sia fondamentale per la democrazia e per tenere sott’occhio chi ci governa. Un giornalista non dovrebbe mai temere di essere messo sotto accusa o addirittura incarcerato solo per aver fatto il loro lavoro.”

Tuttavia esiste un’enorme differenza tra il dire e il fare.  Di recente io ho formulato una serie di richieste FOIA per ottenere copie di eventuali documenti riguardanti il caso Assange e le risposte hanno fatto crollare totalmente la bella facciata che il governo si era costruita.

In risposta ad una mia richiesta FOIA rivolta all’ufficio del Primo Ministro, chiedendo una copia di qualsiasi corrispondenza o di altri documenti riguardanti Assange inviati al Presidente degli Stati Uniti Joe Biden da o per conto del Primo Ministro, nel periodo che va dal 23 maggio 2022 fino a oggi, l’ufficio del Primo Ministro ha ammesso di non averne trovato alcuna traccia.

Risposta di Simona Gory, Consulente legale senior del Primo Ministro: “Ho domandato informazioni al personale competente che è a conoscenza delle questioni relative alla Sua richiesta e che ha accesso agli archivi pertinenti e ho chiesto di cercare tutti i documenti che rispondono alla Sua richiesta. Non è stato trovato nulla, cioè, non sono stati individuati documenti pertinenti che corrispondessero a quanto da Lei richiesto. Sono convinta che siano state prese tutte le misure del caso per trovarli e che, pertanto, tali documenti non esistono.”

In risposta ad una mia richiesta FOIA rivolta al Procuratore Generale per ottenere copie della corrispondenza o perlomeno delle registrazioni delle comunicazioni tra lui e il suo omologo statunitense Merrick Garland relative ad Assange, anche in questo caso non si è trovato nulla…

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