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domenica 6 settembre 2026

Il PD guida un’«alleanza» anti Sardegna - Cristiano Sabino

 

C'è una notizia che è passata completamente in sordina e che invece risulta fondamentale per capire cosa accadrà in autunno sul fronte della speculazione energetica. Stiamo parlando dell’incontro tenutosi lo scorso 28 agosto al Nazareno, la sede nazionale del PD, tra pezzi grossi della segreteria del partito (tra cui la segretaria Elly Schlein) e una delegazione dei 120 firmatari della “Lettera aperta ai Leader del Campo Largo” e promossa da “Energia per l’Italia”.

In questa lettera la Sardegna è sorvegliato speciale, perché la Regione – si legge nel testo https://www.energiaperlitalia.it/lettera-aperta-ai-leader-del-campo-largo/ - «è protagonista di una vera e propria “crociata” contro le rinnovabili e contro il governo Meloni, reo, secondo le incredibili posizioni del Governo regionale, di proporne addirittura troppe. La Giunta Todde, nonostante i richiami e le bocciature della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato, continua a riproporre una visione ideologica che demonizza gli operatori dell’energia pulita, etichettandoli come “speculatori”, e continuando a ribadire di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali: un teorema del tutto irrealistico che suona come un’autentica presa in giro».

Questi “scienziati” affermano candidamente lo scopo della riunione: «avviare un profondo lavoro di informazione e formazione verso i Vostri dirigenti, quadri, amministratori locali, consiglieri regionali, gruppi parlamentari».

Si scrive «informazione» ma si legge «manipolazione»,  «indottrinamento», come se i terminali dei partiti del “Campo Largo” in Sardegna non avessero fatto abbastanza per aprire le porte alla colonizzazione energetica dell’isola (più di 800 impianti depositati al Mase di cui una buona parte in corso di realizzazione).

Di «alleanza» ha parlato la stessa segretaria Dem, dichiarando trionfalmente ai giornali che  «l'incontro di oggi  conferma la volontà del Partito democratico di fondare le scelte sulla transizione ecologica ed energetica sul dialogo costante con la comunità scientifica. Siamo convinti che serva una vera programmazione democratica, capace di coniugare la massima partecipazione dei territori con l'urgenza indifferibile di accelerare sulla realizzazione degli impianti di energia pulita. Con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza che speriamo possa essere utile tanto ai nostri amministratori quanto al lavoro per la costruzione di un programma elettorale con impegni trasparenti, vincolanti e coraggiosi per lo sviluppo delle rinnovabili» (https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise ).

Come si possa garantire la «massima partecipazione dei territori» in presenza di una legislazione “di guerra” che dal Governo Draghi al Governo Meloni affida a decreti governativi d’urgenza la «sostituzione di tale paesaggio, ricco di testimonianze archeologiche ed architettoniche, con un nuovo paesaggio tipicamente industriale» (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/paesaggio-industriale-al-posto-di-quello-sardo-jxagr1dv ), resta un mistero che la segretaria PD ovviamente non spiega.

Ma andiamo oltre!

Al di là del fatto che, spulciando nella lista di questi “scienziati”, figurano anche soggetti che scienziati non sono ma che risultano invece profili in pieno conflitto di interesse (essendo sviluppatori di impianti industriali e sistemi di accumulo) e personaggi in cerca d’autore che nel loro curriculum annoverano addirittura la fondazione di gruppi come “ecolobby”, ritengo utile fare almeno quattro considerazioni su questo vero e proprio incontro coloniale avvenuto al Nazareno. E intendo non soltanto per ciò che è stato detto. Ma soprattutto per ciò che quell'incontro rappresenta.

Perché, dietro il linguaggio apparentemente neutro e “scientifico” della transizione energetica, della “scienza”, della necessità di "sbloccare" le rinnovabili, emerge con sempre maggiore chiarezza una questione eminentemente politica: chi deve decidere del futuro energetico della Sardegna?

La risposta che arriva da Roma sembra essere sempre la stessa: Roma!

  1. La Sardegna come problema da "sbloccare"

La lettera degli “scienziati” è stata veicolata da Energia per l'Italia. Il nome è tutto un programma ed è in effetti assai rivelatore.

Il progetto infatti è quello di trasformare appunto la Sardegna in una piattaforma energetica “per l’Italia”, in particolare per il nord ricco ed energivoro.

Il punto fondamentale è che i sardi sono soltanto l’oggetto, non il soggetto protagonista del processo di “transizione energetica”.

Alla luce di questo disegno ormai chiaro, ogni opposizione è letta come un alto tradimento, una Vandea da piegare con il pugno di ferro.

Ed è esattamente questo l’obiettivo dell’incontro tra gli “scienziati” e i vertici DEM nella sede centrale del PD dello scorso 28 agosto.

Tra le Regioni governate dal centrosinistra che vengono accusate di essere in ritardo sulla traiettoria del PNIEC viene indicata "soprattutto" la Sardegna, descritta addirittura come protagonista di una "crociata" contro le rinnovabili. La Giunta Todde viene accusata di essere troppo accondiscendente verso le mobilitazioni popolari contro la speculazione, di demonizzare gli operatori dell'energia e di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali.

Dunque il bersaglio politico dell'operazione è perfettamente riconoscibile: la Sardegna e in particolare la mobilitazione popolare rappresentata dai comitati.

Ed è proprio questo il primo elemento scandaloso dell'incontro del Nazareno: si discute soprattutto della Sardegna a Roma, senza che la Sardegna sia realmente protagonista della discussione, nemmeno le sue istituzioni autonomistiche.

Mi chiedo, ma non hanno nulla da dire i vertici della Giunta Regionale su questa riunione? Non hanno nulla da dire i vertici del Partito Democratico di Sardegna sul modo che la loro segreteria nazionale li ha trattati pubblicamente come riottosi ribelli da rieducare e discoli a cui tirare le orecchie alla luce del lumen portato da questi signori “scienziati”?

Non è una questione folkloristica. Non è una rivendicazione identitaria accessoria. È una questione democratica e istituzionale. E perfino costituzionale, visto che l’Autonomia speciale è legge a rango costituzionale!

Se una parte significativa del problema affrontato al tavolo riguarda una Regione autonoma, il suo territorio, il suo paesaggio, la sua agricoltura, il suo sistema produttivo, le sue infrastrutture e le sue prerogative istituzionali, allora è quantomeno singolare che la discussione avvenga nella sede nazionale di un partito e che la rappresentanza dei sardi sia ridotta praticamente a zero.

Tutto questo ricorda posture coloniali di matrice ottocentesca, quando a Berlino o Parigi si decideva la sorte delle colonie con squadra e compasso, ovviamente sulla pelle degli indigeni!

È la vecchia logica coloniale che ritorna sotto nuove sembianze: il territorio periferico e secolarmente sfruttato diventa oggetto di una pianificazione che si svolge nel centro, mentre gli abitanti e perfino le élites locali vengono silenziati e resi oggetto di violenza epistemica, cioè silenziati nel momento in cui dovrebbero invece essere protagonisti del processo decisionale..

Cosa sarebbe accaduto se il PD avesse ospitato una riunione dove l’oggetto del contendere fosse stata la ribellione del Südtirol?

Potete immaginarlo?

Non è un caso che il lessico utilizzato sia quello dello "sblocco".

Sbloccare cosa?

Sbloccare chi?

E soprattutto: chi ha deciso che la Sardegna sia bloccata?

  1. Cosa ha “bloccato” la Giunta Todde?

In questa narrazione c'è poi una gigantesca mistificazione.

Si racconta che la Giunta Todde avrebbe costruito un muro contro le rinnovabili e in particolare avrebbe bloccato i grossi impianti.

Ma la cosa più importante che la politica sarda ha effettivamente contribuito a bloccare non sono le rinnovabili, né tanto meno gli impianti industriali o i progetti che infatti continuano ad essere depositati a decine e decine al Mase in una inquietante pioggia ininterrotta contro cui le associazioni e le istituzioni locali (non corrotte) faticano persino a produrre osservazioni .

Il vero blocco, semmai, è quello realizzato contro la democrazia! Infatti la Giunta Todde (PD, M5S, AVS) ha fieramente osteggiato e infine silenziato la più grande mobilitazione popolare della storia sarda recente , bloccando la legge di iniziativa popolare Pratobello 24, sostenuta da oltre 210mila firme di sardi.

Raccogliere 210 mila firme autenticate, senza avere partiti o sindacati alle spalle, in una terra con appena un milione e mezzo di abitanti, sono un’enormità senza paragoni in nessuna parte d’Europa. Il vero blocco è scattato contro questa inedita capacità mobilitativa con cui i comitati sardi hanno trasformato un intero popolo in legislatore.

La Giunte Todde non ha in effetti bloccato le rinnovabili, ha bloccato la democrazia, spedendo in soffitta una legge di iniziativa popolare forte di uno straordinario consenso popolare.

La classificazione della “Todde che ha bloccato tutto” è funzionale al disegno di spostare sempre più in alto l’asticella della disponibilità della Sardegna di funzionare da piattaforma energetica del centro nord e di esacerbare lo scontro con le comunità, con i comitati, con le centinaia di migliaia di sardi che in questi anni si sono mobilitati pacificamente ma risolutamente contro la «quarta colonizzazione» della Sardegna (cit. Sabino) e contro il più grande furto di suolo dalla legge delle Chiudende ad oggi (cit. Ivan Monni).

A quasi due anni dalla consegna (2 ottobre 2024) quelle firme ci pongono una questione politica fondamentale: la transizione energetica non può diventare il grimaldello attraverso cui si espropria una comunità della capacità di governare il proprio territorio.

Inoltre bisogna smontare l’escamotage retorico impiegato: la discussione non può essere ridotta alla caricatura secondo cui da una parte ci sarebbero gli scienziati illuminati e dall'altra i sardi ignoranti, retrogradi e "nemici del clima".

  1. Un Think Tank anti Sardegna

Ed è qui che assume un significato particolare la frase pronunciata da Elly Schlein dopo l'incontro: «con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza» ( https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise )

Secondo quanto riportato da Greenreport, l'obiettivo è anche quello di costruire «un gruppo di lavoro permanente, con una rappresentanza degli esperti e i membri della segreteria con le deleghe coinvolte, per dare corpo a un confronto costante finalizzato a contribuire all'elaborazione politica e alla strutturazione di percorsi dedicati all'informazione, formazione, diffusione di buone pratiche, a beneficio di amministratori locali e comunità territoriali, in particolare per consentire l'emersione delle migliori progettualità e uno sviluppo ordinato e determinato.»

Avete capito?

Ci sarà un vero e proprio think tank (costituito anche da personaggi che di scientifico non hanno nulla!) che istruiranno i vertici del PD per piegare i sardi ribelli.

Siamo alle comiche!

Se si darà seguito a questo delirio, questo incontro verrà ricordato come la nascita di una santa alleanza contro la Sardegna: “apriteci le porte o ve le sfondiamo”.

Così, mentre il Governo impone alla Sardegna un decreto autoritario e vuole schiacciare le prerogative autonomistiche della Regione, dall’opposizione arriva un think tank di sostegno all’azione coloniale del Governo Meloni che, in piena continuità con quello Draghi, ha imposto alla Sardegna una legislazione di guerra, facendo scempio delle competenze concorrenti ed esclusive in materia energetica e urbanistica.

Mai come ora è stato certificato il fatto che in Sardegna non esiste alcuno scontro tra “destra” e sinistra” ma la vera dialettica è tra forze coloniali e anti coloniali!

L’alleanza tra questi “scienziati” o sedicenti tali e il Gota del PD chiarisce un fatto: se addirittura vengono tirate le orecchie ad una Giunta regionale compiacete verso le grandi multinazionali e gli speculatori e nemica giurata dei movimenti popolari, a queste condizioni i sardi non hanno alcuna possibilità di esercitare, attraverso le proprie istituzioni e attraverso la partecipazione popolare, alcuna leva di sovranità democratica né di stabilire le condizioni di accesso alla modernità.

Perché la domanda non è se la Sardegna debba partecipare alla transizione energetica.

La domanda è: chi controllerà questa pseudo-transizione?

Chi stabilirà dove sorgeranno gli impianti industriali?

Chi stabilirà il tetto massimo di Gigawatt?

Chi deciderà quanto e quale territorio potrà essere trasformato in paesaggio industriale?

Chi incasserà i profitti?

Chi sopporterà i costi paesaggistici, ambientali e sociali?

E soprattutto: chi avrà il potere di dire di no?

Se la risposta a tutte queste domande è contenuta nei grandi centri decisionali italiani ed europei, allora non siamo davanti a una semplice politica energetica da discutere tecnicamente con postura neutrale e “scientifica”, come se si trattasse di una misurazione oggettiva.

Siamo davanti a un nuovo epocale processo di espropriazione coloniale, appunto il quarto (https://www.sindipendente.com/2022/04/20/tra-guerra-armata-e-guerra-energetica-fermare-la-quarta-colonizzazione-della-sardegna-e-necessario/  ) che ha subito la Sardegna in tempi moderni.

  1. Lobbismo?

L'aspetto forse più inquietante è quello che riguarda il metodo.

Riepiloghiamo: un gruppo di singoli che si definiscono scienziati (alcuni lo sono, altri come abbiamo visto no), incontrano i vertici nazionali di un partito politico che governa la Sardegna, e stabiliscono di costituire una cabina di regia per correggere i figliol prodighi o presunti tali.

Il sottotesto di questo story telling è che la verità sta dalla parte degli “scienziati” e che sono loro a dover decidere indirizzi politici e istruire i ribelli.

Per cui uno scienziato non si deve limitare a certificare per esempio il riscaldamento climatico, ma deve anche sminuire un movimento popolare («proteste di minoranze rumorose»), ergersi a paladino delle multinazionali del settore stigmatizzando «linguaggi offensivi verso gli operatori economici» e riducendo tutto l’impressionante lavoro di studio e di informazione svolto dai comitati e dai loro tecnici (anche loro scienziati, ma evidentemente non considerati tali) ad una protesta “nimby” basata sul «“no” a priori».

È chiaro che queste sono posizioni politiche che si basano su una gherminella di bassa lega: usare la scienza come rompighiaccio retorico.

Ma la scienza non è un soggetto politico sovrano.

Uno scienziato può spiegare quale sia il potenziale energetico di un territorio. Può studiare gli impatti di un impianto. Può elaborare scenari.

Ma uno scienziato non può decidere al posto di una comunità.

E quando un gruppo di “esperti” si organizza per "formare" la classe dirigente affinché superi le «resistenze territoriali» e le «discussioni ideologiche», il problema non è più scientifico, diventa politico, diventa una forma di pressione organizzata sulle istituzioni.

Riporto dal vocabolario Treccanio il significato del termine lobby: «termine usato negli Stati Uniti d’America, e poi diffuso anche altrove, per definire quei gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a determinati problemi o interessi: le lobby degli ordini professionali, del petrolio» ( https://www.treccani.it/vocabolario/lobby/ )

Dopo essere stata sacrificata alla lobby del legname, alla lobby mineraria, alla lobby della chimica pesante, alla lobby militare, il destino dei sardi è essere svenduta alla lobby delle rinnovabili? 

 

  1. Speculazione o democrazia energetica?

La questione energetica sta diventando così il terreno sul quale si misura il futuro stesso della sovranità dei sardi e della modalità di accesso alla modernizzazione.

Per decenni alla Sardegna è stato detto che doveva sacrificarsi per l'interesse nazionale.

Ha sacrificato territorio per le basi militari.

Ha sacrificato territorio per l'industria pesante.

Ha sacrificato ambiente e paesaggio in nome dello sviluppo turistico.

Adesso arriva una nuova richiesta: “fateci spazio, ci serve la vostra terra, il vostro vento, il vostro sole perché abbiamo da salvare il pianeta e non potete opporvi, perché bruciate carbone, avete le auto e siete occidentali in quanto a consumi  ed emissioni”.

Ma davvero?

Se il risultato finale è sempre lo stesso — un territorio che produce e un centro esterno che decide e incassa — allora il problema coloniale rimane e come tale la questione va trattata!

Non facciamoci illusioni, non c’è da sperare in un moto di orgoglio delle consorterie che governano l’isola per procura. C’è vasta letteratura che dimostra che i notabili sardi quando sono messi a scegliere tra l’organicità al loro popolo e la carriera nell’apparato coloniale hanno sempre scelto quest’ultima, anche a costo di vedere sacrificata la propria dignità personale.

Al netto di tutte queste considerazioni c’è una coincidenza interessante. La riunione al Nazareno è avvenuta negli stessi giorni in cui è stato reso noto uno studio di due (veri) scienziati del CRS4 sul potenziale di produzione energetica sulle superfici già impermeabilizzate dell’isola, quindi senza consumo di suolo e senza impianti industriali ( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/pannelli-sui-tetti-e-nessun-consumo-di-territorio-la-via-sarda-dellenergia-caycn7ri).. È ciò che i comitati dicono da anni: partire dai tetti, partire dalle comunità energetiche, partire da una transizione democratica e a portata di territori senza dare ossigeno a nuovi processo di penetrazione coloniale.

Come la mettiamo?

I signori e le signore del PD quali scienziati ascolteranno?

Quelli che vogliono «sbloccare» tutto trasformando la Sardegna in un immenso campo industriale per conto terzi, o quelli che hanno dimostrato con una pubblicazione scientifica che i tetti sono più che sufficienti per raggiungere gli obiettivi indicati dalla UE?

Come si vede la palla passa ancora una volta alla politica e in questo frangente ci sono due politiche: una al servizio del popolo, della democrazia e della Sardegna e una al servizio di quegli «spogliatori di cadaveri» di cui parlava Gramsci e che assumono sempre nuove forme a seconda dei tempi.

da qui

giovedì 11 giugno 2026

Ritorna il nucleare, con il trucco - Paolo Andruccioli


Ci risiamo. Dopo essere stato accantonato con il referendum del 1987, ora il nucleare risorge a nuova vita, e potrebbe assumere una forma giuridica che scavalca la volontà popolare. L’Italia ha detto “no” all’uso delle tecnologie nucleari per scopi civili, anche sulla scia dei gravissimi incidenti degli anni Ottanta (il più famoso fu quello di Chernobyl del 1986), ma il governo in carica pare volersene infischiare, cercando di aggirare l’ostacolo “democratico”, con l’imposizione di un percorso decisionale a suon di leggi delega e di comunicazione pubblica rassicurante. Il primo passo è stato compiuto con il voto alla Camera del 4 giugno scorso. Con 155 favorevoli, 86 contrari e otto astenuti, è stato varato un testo che affida al governo il compito di costruire il quadro giuridico per un possibile rientro del nucleare nel mix energetico nazionale. Le norme passeranno ora al Senato, con l’obiettivo di avere il via libero definitivo entro l’estate.

Il quadro che si prospetta non è però una pura riedizione del passato, ed è per questo che il revival nucleare è ancora più pericoloso. C’è infatti il rischio che la nuova formula – basata sui piccoli reattori di nuova generazione – venga fatta digerire a un’opinione pubblica distratta e impaurita dagli effetti devastanti delle guerre sull’economia. Il messaggio del governo è chiaro, al tempo stesso insidioso: dobbiamo essere autosufficienti, visto quello che è successo con il gas russo e con il petrolio che passa per Hormuz. Le fonti fossili sono in via di esaurimento e le rinnovabili non basteranno a coprire la domanda di energia dell’industria e del consumo delle città. Per questo, è necessario rilanciare il nucleare inserendolo in un mix inedito con la produzione di energia rinnovabile. Insomma, pannelli solari e vento, insieme alla fissione dell’atomo. Magari in piccoli (si fa par dire) siti industriali. Una prospettiva che gli studiosi e gli ambientalisti hanno però già bocciato, sia per i rischi che comporta sia per i costi altissimi, che superano di molto i risparmi presunti rispetto alle rinnovabili.

L’attenzione si concentra sui mini-reattori modulari, ossia quella tipologia di impianti a fissione nucleare che possono arrivare fino a 300 MWe, a differenza delle centrali di “terza generazione plus”, in grado di raggiungere i 1.500 MWe. Da ciò che dicono gli esperti, si tratterebbe di una produzione in serie di modelli da installare per lo più vicino a stabilimenti, data center e strutture energivore. Tradotto: piccole centrali nucleari a ridosso delle città. Secondo il governo, i primi reattori potrebbero essere operativi già nel 2035. Come sappiamo, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni pratica la “politica dei fatti”, e sulle cose importanti lavora in silenzio senza tanti proclami. Il gioco comunicativo è sempre doppio: propaganda elettorale e verità occultate, per non spaventare un’opinione pubblica comunque sensibile ai temi della sicurezza ambientale e della salute.

In questo caso la politica dei fatti si sta sviluppando attraverso passaggi consecutivi. Prima l’adesione all’alleanza europea sul nucleare, poi la nascita di Nuclitalia, società lanciata nel 2025, con il protagonismo attivo di Enel, Ansaldo e Leonardo. Dopodiché, ecco l’approdo dell’atomo in parlamento. “Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”. Per il ministro, poi, non è solo una questione di politiche energetiche. Per me, ha spiegato ai giornalisti, la rinascita dell’energia nucleare in Italia è “una sfida personale”.

Lo schema è quindi già fissato. La legge delega ridisegna la governance e il sistema delle coperture finanziarie. Se il testo supererà anche l’esame del Senato, il governo avrà dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti attuativi, che dovranno essere predisposti proprio dal ministero dell’Ambiente, mentre all’esecutivo verrebbe affidato il compito di redigere un “Programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione”. I rappresentanti del destra-centro hanno già avviato la grande campagna di comunicazione, che mira a convincere gli italiani dell’importanza della scelta e del ripensamento. Si comincia a parlare di “nucleare gentile, sicuro, leggero”. Il tema della dimensione dei nuovi impianti viene completamente rovesciato. Invece di analizzare i pericoli legati all’installazione di piccole centrali nucleari all’interno delle zone più densamente popolate, la destra rovescia la comunicazione. Non dovete preoccuparvi, dicono, i nuovi impianti saranno sicuri e occuperanno soprattutto poco spazio, non come le vecchie centrali nucleari che sono state spente dopo il referendum. In fondo, che vuoi che siano. Stiamo parlando di impianti che occuperanno lo spazio di tre campi da calcio. Ovviamente nessuno dice che non sono previsti interventi che approfondiscano la fattibilità di questa tecnologia. Tutto è aleatorio, e in Italia non si ha nessuna esperienza. Al momento, sono attivi solo alcuni prototipi di questo genere in Cina e due centrali in Russia. Tutto il resto è una grande incognita. Come risultano camuffati e manipolati i dati sulla reale convenienza economica di una scelta neonucleare.

Il Nobel per la Fisica 2021, Giorgio Parisi, ha definito l’ipotesi del ritorno al nucleare “una distrazione rispetto ai veri problemi energetici che abbiamo in Italia e che vanno risolti in un’altra direzione”. Parisi ha spiegato che “il problema che abbiamo in generale col nucleare è che costa moltissimo l’installazione, e che per essere commercialmente utile deve essere utilizzato al 100%. L’energia solare costerà molto meno del nucleare, e sarà disponibile moltissimo d’estate e di giorno. Quindi il nucleare dovrà essere spento per tanto tempo, rendendolo commercialmente inutile”. Anche un altro esperto, Mario Dal Co, economista dell’innovazione, ha già espresso le sue perplessità: “Non è vero che ci vogliono quattro anni per far partire i nuovi impianti, come dice il governo; ne servono almeno dieci. Piuttosto l’Italia per risolvere il problema energia dovrebbe puntare meglio e di più sulle rinnovabili, come fa la Spagna, in particolare al Sud dove ci sono molti ritardi”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, uno dei protagonisti delle battaglie ecologiche in Italia, Mario Agostinelli, ex dirigente della Cgil, oggi presidente dell’Associazione Laudato si’ – un’Alleanza per il clima, la cura della terra, la giustizia sociale – di cui è stato promotore dal 2015. Secondo Agostinelli, già protagonista della battaglia referendaria del 1987, il pericolo maggiore si nasconde proprio nel trucco messo in campo dal governo. Con il mix necessario tra nucleare e rinnovabili, si vorrebbe convincere l’opinione pubblica della bontà della formula e della sua assoluta sicurezza.

Si dimentica di dire che il nucleare, proprio per la sua natura di potenziale rischio ambientale, è un sistema per forza di cose “militarizzato”, accentrato portatore inevitabile di forme di restringimento della democrazia. Sono poi molto discutibili gli aspetti di convenienza economica, visti i costi più alti di quelli degli impianti basati sulle energie rinnovabili. L’altro importante elemento da non trascurare, sempre secondo Agostinelli, riguarda i tempi di attuazione inevitabilmente lunghi per una tecnologia ancora tutta da sperimentare, mentre la crisi energetica e i rivolgimenti geopolitici richiederebbero soluzioni immediate e ambientalmente sostenibili. Lo schema da smontare, insomma, prima ancora di parlare di un nuovo referendum, riguarda la formula del mix nucleare-rinnovabili, che non regge.

Il governo Meloni marcia però spedito e cerca di cavalcare anche le recenti decisioni europee. Dall’Unione arrivano infatti ventitré miliardi di euro all’Italia, per incentivare la produzione di energia rinnovabile. Grazie ai benefici messi in campo per le imprese, si prevede che, entro il 2030, la capacità produttiva di energia pulita potrà aumentare del 48%, arrivando a coprire quasi il 40% della domanda italiana. Il “Fer X” sosterrà la costruzione di impianti selezionando i progetti tramite gare competitive. Nell’ambito di questi contratti, l’incentivo assumerà la forma di un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso nella rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di esercizio. L’affare è diventato doppio: rinnovabili più nucleare. E il governo ci si tuffa.

da qui

lunedì 4 dicembre 2023

COP 28: l’annunciato (non) ritorno del nucleare - Giorgio Ferrari


L’ultima kermesse sul clima andata in scena alla COP 28 di Dubai (ormai questi incontri annuali non sono altro che repliche immorali di sagre parrocchiali) ha avuto nel nucleare il suo momento clou.

Gli organi di informazione, specialmente quelli italiani, hanno gareggiato nell’esaltare un accordo sul nucleare che, nei fatti, non fa che confermare lo stato di salute incerto che questa tecnologia vive da parecchi anni, almeno in occidente.

L’annunciata triplicazione delle centrali nucleari da qui al 2050 - se si considerano gli impianti che nel frattempo andranno dismessi – non influisce sull’apporto complessivo che il nucleare dovrebbe fornire a quella data che resta intorno al 9-10% del totale della generazione elettrica, sempre che gli impianti oggi in programmazione vengano tutti realizzati.

Come scrissi circa due anni fa (https://www.labottegadelbarbieri.org/il-nucleare-che-verra/) solo Cina e Russia (il VVER 1000 è il reattore più affidabile oggi in commercio) sono in grado di realizzare un programma nucleare credibile, cosa affatto scontata per l'insieme dei paesi occidentali che devono affrontare e risolvere tre questioni principali: tecnologica; economico-finanziaria e sistemazione dei rifiuti.

L’aspetto tecnologico consiste nel fatto che in Europa e Stati Uniti i reattori di grossa taglia (compresi quelli assimilati alla IV generazione) non sono più appetibili. Ecco perché il tentativo di rilanciare il nucleare in occidente è stato affidato ai cosiddetti SMR (small modular reactor) che però, a tutt’oggi, non sono affatto commerciabili oltre a non costituire una novità assoluta (vedi https://www.pressenza.com/it/2022/09/come-orientarsi-di-fronte-alla-ennesima-campagna-in-favore-del-nucleare/).

Gli aspetti economici-finanziari sono gravati sia dall’aumento generalizzato delle materie prime (basti pensare che il solo costo dell’uranio naturale ,cioè senza arricchimento, è aumentato del 65% dall’inizio di quest’anno), sia dagli oneri finanziari che nel caso del nucleare sono particolarmente gravosi, dato che il capitale investito non produrrà ricchezza fino a quando la centrale nucleare non sarà operativa: il che vuol dire almeno 10 anni. Ciò significa che senza cospicue sovvenzioni in denaro pubblico, il nucleare non sarà concorrenziale.

Per quanto riguarda i rifiuti radioattivi infine, non c’è alcuna soluzione percorribile ed accettabile a portata di mano ed anche per questo aspetto i vantaggi attribuiti agli SMR non sono affatto credibili in quanto la produzione complessiva dei rifiuti a fine vita non diminuisce affatto. Non è rispetto alla taglia del reattore infatti che va calcolata la quantità dei rifiuti prodotta, ma alla sua produzione di energia, cioè quantità di rifiuti per ogni Mwh prodotto. Un impianto da 300 Mw produce grosso modo un terzo dell’energia che produce un impianto da 1000 Mw per cui volendo ottenere la stessa quantità di energia elettrica occorrerebbe costruire tre impianti, ognuno dei quali produrrà un quantitativo di rifiuti che, sommato agli altri due, da un valore superiore a quello corrispondente all’impianto da 1000 MW. Banalmente è come paragonare i consumi ed i rifiuti prodotti da un pullman che trasporta 60 persone per un arco di tempo stabilito, con quelli di 15 automobili (immaginando che ognuna trasporti 4 persone).

Indubbiamente ha fatto effetto che il documento sulla triplicazione del nucleare al 2050 sia stato firmato da 22 paesi tra cui -oltre ai soliti noti USA, Giappone, Francia e Inghilterra – figurano quasi tutti i paesi dell’est e del nord Europa; ma a ben vedere (con l’esclusione dell’Ungheria che ha una posizione anomala nei confronti della Russia) tutti gli altri sono paesi di recente adesione alla Nato, in ciò ampiamente sollecitati dagli USA, con i quali oggi proprio le major statunitensi del settore nucleare, Westinghouse e General Electric (non EDF o Siemens), hanno fatto accordi per la costruzione di centrali nucleari, a dimostrazione che il tentativo di rilanciare il nucleare in Europa non è esente dalla politica neo- atlantica che ha investito il vecchio continente.

Quanto all’Italia, che non figura tra i 22 paesi firmatari, valgono due considerazioni. La prima è l’atteggiamento di Confindustria che per motivi oggettivi (inadeguatezza del comparto industriale a ripercorrere la via del nucleare) si è dimostrata poco interessata alla questione e, non a caso, Meloni si è adeguata a questa posizione. Con l’esclusione di Ansaldo infatti e forse di Leonardo (Cingolani ne è amministratore delegato) nessuna impresa italiana è in grado recuperare la perdita di know-how che si è creata con la chiusura del nucleare italiano. Quanto alla tanto pubblicizzata Newcleo si tratta poco più di una start-up in cerca di finanziatori. La seconda considerazione riguarda il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: è difficile per chiunque stia al governo del nostro paese avviare un nuovo programma nucleare, senza prima aver chiuso il ciclo precedente, per lo meno con l’individuazione formale del sito per il deposito nazionale.

Ove mai ci fosse una possibilità concreta di costruire nuovi reattori nucleari in Italia, essa non può che venire da una iniziativa estera in accordo con una società elettrica nazionale, tipo EDF con Edison, sempre che possano contare su sovvenzioni e/o facilitazioni di carattere pubblico.

Se questi, sinteticamente, sono i contorni realistici in cui collocare questo (non) ritorno del nucleare in Europa, resta da capire perché l’annuncio di Dubai ha suscitato tanto clamore. E qui, a mio avviso, le note si fanno dolenti perché attengono principalmente alle posizioni della galassia ambientalista.

Se oggi il nucleare appare come l’ospite tanto atteso, quasi una sorta di salvatore della crisi climatica, è anche perché buona parte dell’ambientalismo si è concentrata esclusivamente sull’abbandono dei fossili, interpretando la transizione energetica (che in origine doveva essere una transizione ecologica!) come mera sostituzione di fonti di energia senza altre riflessioni o rivendicazioni che riguardassero l’uso finale o la destinazione d’uso di queste nuove fonti. E ciò è ancora più grave se si considera che nell’agenda politica globale c’era già la IV rivoluzione industriale, cioè informatizzazione e robotizzazione della produzione e del terziario che abbisognano di quantitativi ancora maggiori di energia elettrica.

In pratica il nuovo “modello tutto elettrico” prefigurato dal capitale non era altro che il vecchio modello di sviluppo (basato su produzione e consumo di merci regolate dalle leggi di mercato con l’aggravio della IV rivoluzione industriale), a cui la gran parte del mondo ambientalista ha dato la sua approvazione purché, come unica condizione, si abbandonassero i combustibili fossili.

Perchè dunque meravigliarsi se oggi il capitale mette in campo il nucleare, che non è fossile e non inquina, secondo i canoni della transizione energetica globale e pure della tassonomia europea?

Se nessuno mette in discussione il sistema della mobilità su gomma, merci e passeggeri, (basta che automobili e camion siano elettrici e chi se ne frega del trasporto collettivo, o di quello su ferrovia); se non si pensa a come sostituire il ciclo della plastica (che si basa sui fossili), o a come riconsiderare la produzione in base al valore d’uso delle merci e alla loro durabilità nel tempo, come ci si può scandalizzare del fatto che il nucleare sia presentato come la fonte di energia -a basse emissioni – che favorisce l’uscita dai combustibili fossili e nello stesso tempo assicura quella continuità di sistema, di modo di produzione complessivo, che nessuno sta mettendo in discussione?

Lo slogan fuori da fossile, senza altre specificazioni, ha fatto da viatico al rilancio del nucleare e i suoi fautori sono talmente accorti che non lo presentano mai come soluzione alternativa alle fonti rinnovabili, ma come aspetto complementare e migliorativo della transizione energetica.

Difficile prevedere come andrà a finire, ma se si persisterà a cercare una soluzione di tipo tecnologico per un problema di natura politica come quello della transizione, ci sarà spazio non solo per il nucleare, ma anche per il sequestro della CO2 e per l’idrogeno blu. Del resto se non si aspira ad altro che non sia l’abbattimento delle emissioni in atmosfera, quali argomenti restano per opporsi a tutto ciò?

venerdì 21 luglio 2023

Come i giganti dell'energia Usa traggono profitto dalla guerra in Ucraina - Global Times

 

I giganti dell'energia statunitensi stanno estendendo i loro artigli dai vecchi campi di battaglia in Iraq e Siria a nuovi obiettivi in Ucraina, aumentando i loro investimenti nelle infrastrutture petrolifere, del gas e nucleari del Paese con il pretesto di aiutare l'Ucraina a liberarsi dalla dipendenza dalle importazioni di "energia sporca" dalla Russia. 

Di fronte a nuove commesse pericolose e poco trasparenti, alcuni ucraini temono che i grandi impianti energetici investiti dagli Stati Uniti portino con sé ulteriori rischi e contraccolpi per il loro Paese.

Gli esperti cinesi hanno sottolineato che gli Stati Uniti, in nome dell'aiuto all'Ucraina e all'Europa nel suo complesso per una transizione completa dall'energia russa, in realtà servono a ingrassare i portafogli dei giganti USA dell'energia e a salvaguardare i propri interessi politici. 

Nel veramente ipocrita stile degli Stati Uniti, molte delle promesse fatte dal Paese non sono state altro che "chiacchiere vuote", che hanno messo in luce la natura del Paese di fare soldi per la guerra, hanno avvertito.

 

Ordine in fretta e furia in mezzo ai conflitti

Mentre gli Stati Uniti continuano a gettare benzina sul fuoco del conflitto in corso tra Russia e Ucraina, i loro giganti dell'energia e dell'elettricità sono impegnati ad espandere gli affari nel Paese, cercando di accaparrarsi un'ampia fetta di progetti nucleari e petroliferi. 

La società nucleare statale ucraina Energoatom ha firmato nel giugno 2022 accordi con la statunitense Westinghouse Electric Company per aumentare da cinque a nove il numero di nuovi reattori AP1000 previsti per l'Ucraina e "fornire combustibile a tutte le sue centrali atomiche", secondo Energoatom.

Energoatom ha annunciato che smetterà di utilizzare il combustibile nucleare russo. "Stava già diversificando le sue forniture di combustibile, ma ora passerà completamente all'utilizzo di combustibile Westinghouse", ha riferito World Nuclear News nel giugno 2022.

Questo progetto e i suoi potenziali rischi hanno suscitato la preoccupazione di molti cittadini ucraini.

Ad aprile, una delle maggiori organizzazioni ambientaliste ucraine, ????i?, o "Eco-action", ha avviato una petizione al Consiglio dei Ministri contro la proposta di costruzione di nuove centrali nucleari.

"Le centrali nucleari ucraine vengono convertite al combustibile statunitense per liberarsi dalla dipendenza dalla Russia", ha scritto ????i? nella sua petizione di aprile. "Tuttavia, i piani per la costruzione di nuovi blocchi anche con Westinghouse minacciano la sicurezza degli ucraini, l'economia e l'ambiente".

In una e-mail inviata in risposta al Global Times, Olexii Pasiuk, esperto di politica energetica presso ????i?, ha scritto che ????i? ha avviato la petizione per sensibilizzare le autorità del Paese sul malcontento dell'opinione pubblica riguardo ai piani. "È interesse comune rendere l'Ucraina un luogo più sicuro".

Ogni nuova centrale nucleare aumenterà la dipendenza dell'Ucraina da compagnie energetiche straniere, ha dichiarato Pasiuk. 

Peggio ancora, il possibile inquinamento nucleare causato dalle centrali potrebbe essere una grande minaccia per i residenti. "L'Ucraina è il luogo dell'incidente nucleare di Chornobyl, che ha avuto un impatto enorme sulla società", ha aggiunto.

Le attuali tensioni tra l'Ucraina e la Russia fanno temere che alcuni grandi progetti di investimento, compresi quelli nucleari, possano diventare bersagli di attacchi bellici. Oltre al pericolo di incidenti nucleari intenzionali, "ci sono molti scenari che potrebbero causare incidenti gravi, anche senza attacchi militari", ha detto Pasiuk.

Il titolo della petizione di ????i? contro questo progetto è "Salvate l'Ucraina da una nuova minaccia". "Esistono alternative valide di energia rinnovabile che possono produrre elettricità in modo più economico e veloce", ha osservato Pasiuk.

Tuttavia, la sicurezza del progetto è ampiamente messa in discussione da molte organizzazioni ambientaliste e da singoli cittadini.

La sicurezza del progetto dei reattori previsti ha suscitato preoccupazioni anche presso la Commissione di regolamentazione nucleare degli Stati Uniti, ha dichiarato ????i?. "Ad esempio, il loro involucro protettivo non ha dimostrato la capacità di resistere a condizioni meteorologiche estreme", si legge nella petizione.

Altre imprese statunitensi stanno raggiungendo i loro colleghi ucraini per cooperare nella costruzione di progetti nucleari. Ad aprile, Energoatom e la statunitense Holtec International avrebbero firmato un accordo per la potenziale realizzazione di un massimo di 20 reattori modulari di piccole dimensioni.

Le due società svolgeranno congiuntamente i lavori per la concessione di licenze e la diffusione della tecnologia dei reattori SMR-160 in tutta l'Ucraina, ha riferito NucNet, agenzia di stampa indipendente e rete di informazione per l'industria nucleare mondiale.

"La dipendenza dell'Ucraina dall'energia USA aumenterà notevolmente i costi, un approccio miope", ha dichiarato al Global Times Shen Yi, professore presso la Scuola di Relazioni Internazionali e Affari Pubblici dell'Università di Fudan. "Gli Stati Uniti stanno usando questo conflitto per sconvolgere il mercato energetico locale, soprattutto per espandere le proprie esportazioni di energia".

Shen ha affermato che nella sua storia gli Stati Uniti hanno sempre avuto un'enorme domanda di esportazioni di energia. Dopo la rivoluzione dello shale oil, gli Stati Uniti sono diventati un Paese esportatore di energia e hanno urgentemente bisogno di trovare più mercati nella comunità internazionale. 

Tuttavia, l'attuale situazione di turbolenza non consente agli Stati Uniti di sviluppare l'energia a livello locale e la fretta di firmare ordini potrebbe essere solo una vuota promessa, ha affermato l'esperto.

 

Ulteriori problemi di sicurezza

Oltre a gettare le basi per un futuro inquinamento ambientale in Ucraina e nel resto del mondo, la corsa all'oro dei combustibili fossili e dell'energia nucleare da parte degli Stati Uniti in Ucraina solleva un problema di sicurezza ancora più grande: il rischio potenziale di creare ulteriori obiettivi di attacco in un conflitto in corso.

Il produttore statale di gas ucraino Naftogaz ha avuto colloqui ad aprile con grandi gruppi petroliferi statunitensi, tra cui ExxonMobil, Halliburton e Chevron, su progetti energetici in Ucraina, nel tentativo di aumentare la produzione nel Paese, per raggiungere l'obiettivo di aumentare la produzione di gas naturale a 13,5 miliardi di metri cubi quest'anno, ha riferito il Financial Times ad aprile.

Con il pretesto di "liberare" l'Ucraina dalla dipendenza dalle importazioni di energia sporca dalla Russia, c'è stata un'esplosione di investimenti in infrastrutture per il petrolio e il gas che, una volta costruite, rimarranno in giro per molto tempo", ha dichiarato Michael Shank, professore aggiunto presso il Center for Global Affairs della New York University, in un articolo pubblicato su Newsweek il 14 maggio.

"Le preoccupazioni per le nuove centrali nucleari sono grandi, in quanto bersaglio del terrorismo nucleare", ha detto Shank. Tutti questi approcci USA per "salvare l'Ucraina" e "liberarla" dalla dipendenza dalla Russia rafforzano un sistema energetico centralizzato. E questo è esattamente ciò di cui l'Ucraina non ha bisogno. L'Ucraina ha bisogno di decentrare il suo sistema energetico, non di centralizzarlo".

Le grandi centrali nucleari e le grandi strutture per il carbone, il gas e il petrolio non fanno altro che fornire ai nemici obiettivi più grandi da bombardare, sabotare o hackerare, sostiene Shank.

Il recente attacco alla centrale idroelettrica di Kakhovka, in Ucraina, ha causato una catastrofica rottura della diga, che ha fatto arretrare il più grande bacino idrico del Paese, liberando un torrente di acqua contaminata nelle città e nei paesi a valle, come riporta l'agenzia di stampa Xinhua.

Mentre la Russia e l'Ucraina continuano a scambiarsi accuse sull'attacco, il crollo della diga continua a infliggere costi umanitari, ambientali e agricoli alla zona alluvionata, con un impatto potenziale che probabilmente si ripercuoterà in tutto il mondo negli anni a venire.

A differenza della Cina, che ha espresso grave preoccupazione e ha invitato entrambe le parti a esercitare la massima moderazione, gli Stati Uniti, invece di chiedere un cessate il fuoco, stanno ora fornendo all'Ucraina nuovi pericoli, hanno avvertito gli esperti, sottolineando che dietro questa strategia ci sono guadagni economici.

Date un'occhiata a quanto gli Stati Uniti stanno guadagnando espandendo la loro impronta energetica nei conflitti tra Russia e Ucraina: Nella prima metà del 2022, gli Stati Uniti sono diventati il più grande esportatore di GNL al mondo. Le esportazioni sono aumentate del 12% rispetto alla seconda metà del 2021; secondo i dati dell'Energy Information Administration statunitense, le entrate sono passate da 8,3 miliardi di dollari tra gennaio e settembre 2021 a 35 miliardi di dollari tra gennaio e settembre 2022; il produttore statunitense di petrolio e gas Chesapeake Energy è uscito dalla bancarotta con circa 3 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti, una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari e un taglio di 1,7 miliardi di dollari dalla lavorazione del gas e dai gasdotti. 7 miliardi di dollari di riduzione dei costi di lavorazione del gas e dei gasdotti, secondo quanto riportato da Reuters; le azioni del già citato gigante energetico statunitense Chevron sono aumentate di oltre il 50% nel 2022, anche se il mercato azionario più ampio è diminuito, secondo quanto riportato da CNBC.

 

Bugie dietro l'espansione dell'energia

Esiste un precedente in cui gli Stati Uniti utilizzano l'attuale crisi ucraina per impadronirsi dei mercati energetici in Ucraina.

Prima di Westinghouse, le forniture di combustibile erano "monopolizzate" dalla società nucleare russa TVEL. Le crescenti tensioni tra Ucraina e Russia negli ultimi anni sembravano offrire alle aziende occidentali come Westinghouse l'opportunità di entrare nel mercato ucraino.

Nel 2014, mesi dopo l'incidente in Crimea, Westinghouse ha firmato un accordo con Energoatom per "aumentare significativamente" le forniture di combustibile nucleare alle centrali nucleari ucraine fino al 2020, ha riferito World Nuclear News il 31 dicembre dello stesso anno.

Poco dopo, il Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione in cui si dichiarava "allarmato" dalla notizia del contratto", secondo World Nuclear News.

"Particolarmente preoccupante è il fatto che tutto ciò avvenga sullo sfondo di una situazione instabile in Ucraina, in un ambiente in cui l'impegno politico ha la precedenza sui requisiti di sicurezza nucleare", si legge nella dichiarazione.

L'Ucraina è stata prevalentemente e a lungo dipendente dall'Unione Sovietica per l'energia. Da quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina, gli Stati Uniti sono desiderosi di vendere all'Ucraina la loro energia petrolchimica e le loro centrali nucleari, sia per soddisfare le esportazioni sia per allontanare l'intera Europa dalla Russia come fonte di energia, il che è in linea con gli interessi statunitensi, ha dichiarato Song Zhongping, esperto militare e commentatore televisivo cinese, al Global Times.

"Questo è anche il motivo per cui gli Stati Uniti continuano a fomentare i conflitti. Gli Stati Uniti sembrano aiutare l'Europa, ma in realtà la stanno distruggendo", ha affermato Song. 

Per molto tempo, l'utilizzo delle esportazioni di energia come merce di scambio diplomatico è stato il consenso del Congresso e del governo degli Stati Uniti. Con lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, i politici USA hanno fatto circolare varie dichiarazioni cosiddette "di giustizia", ma dietro le quinte, politici e uomini d'affari stanno cogliendo l'opportunità di trarre profitto dalla crisi, hanno osservato gli osservatori.

Come ha concluso Shank, se gli Stati Uniti vogliono davvero aiutare il popolo ucraino e la sua sicurezza, che è ciò che affermano di avere a cuore, "la ricostruzione pulita è ciò che porterà il Paese su una strada più stabile: Posti di lavoro locali, centrali elettriche locali, forniture locali e controllo locale".

Global Times

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

da qui


martedì 11 ottobre 2022

Il futuro dell’energia - Fabrizio Russo

 

Nessun politico vuole raccontarci la vera storia: la disponibilità di combustibili fossili si sta esaurendo. Siamo infatti già a corto di petrolio, carbone e gas naturale perché i costi diretti e indiretti di estrazione stanno raggiungendo un punto in cui il prezzo di vendita del cibo e di altri beni di prima necessità deve essere fissato ad un livello talmente alto, ed inaccettabile, da compromettere l’operabilità del sistema economico globale, nel suo assetto attuale. Allo stesso tempo, l’energia eolica, solare e altre fonti di “energia pulita” non sono ancora in grado, neppure in misura parziale ma tale da consentire un funzionamento “sui minimi” del sistema, di sostituire la quantità di combustibili fossili perduta.

Il problema economico, che ha per protagonista l’energia, è essenzialmente un problema di fisica. L’energia pro capite e, di fatto, le risorse pro capite (qualsiasi produzione richiede infatti energia), devono rimanere sufficientemente elevate in presenza di una crescita della popolazione a cui fa capo una determinata realtà economica. Quando ciò non accade, come la storia ci dimostra, le civiltà tendono a – o perlomeno rischiano di – crollare.

I politici non possono però ammettere apertamente che l’economia mondiale possa oggi essere diretta verso il collasso, come peraltro già accaduto a molte/tutte le civiltà precedenti. Devono dare invece l’illusione di essere al comando, di avere la situazione sotto controllo. Ciò spinge i politici a dare al pubblico, in qualche modo, motivazioni per cui i cambiamenti futuri potrebbero essere o desiderabili, (ad es. per evitare il cambiamento climatico) o, perlomeno, che le difficoltà sollevate siano temporanee/condizionate (ad es. a causa delle sanzioni contro la Russia).

Di seguito esaminiamo più in dettaglio alcune delle problematiche in realtà sottese alla situazione attuale.

 

[1] I cittadini di tutto il mondo “percepiscono” che qualcosa non funziona. L’impressione è, comunque, che l’economia possa cadere in una grave recessione nel breve termine.

Il sentimento dei consumatori USA è oggi a un livello straordinariamente basso, peggiore della grande recessione del 2008-2009 secondo il grafico (su riportato in Figura 2) mostrato relativo al ”Survey of Consumers” dell’Università del Michigan . Secondo la stessa fonte, quasi il 48% dei consumatori da la colpa di aver eroso il proprio tenore di vita all’inflazione. I prezzi del cibo sono aumentati significativamente. Nell’ultimo anno, il costo di un’auto (in proprietà) è aumentato vistosamente, così come il costo dell’acquisto o dell’affitto di una casa...

continua qui


venerdì 2 settembre 2022

Eni rivende il gas russo 10 volte più caro rispetto al prezzo a cui lo acquista - Francesco Cappello

 

 

La minaccia di sanzioni ha stranamente fatto aumentare la quantità di gas russo importato…

Eni compra a poco dai russi e rivende a prezzi da 10 a 15 volte più alti agli italiani con la protezione e l’avallo del governo. La colpa degli aumenti viene addebitata a Putin. Gli extra profitti in forma di dividendi vengono distribuiti agli azionisti tra cui i grandi fondi di investimento

Che io sappia il primo a parlarne è stato Carlo Cottarelli in un intervento su la Stampa dello scorso 14 marzo, chiamando in causa il governo che ha fatto orecchie da mercante… Il caro bollette secondo Cottarelli è dovuto alle speculazioni sul prezzo del gas indicizzato a quello che ci commercializza finanziariamente presso la borsa di Amsterdam. Cottarelli aveva già chiamato in causa il governo che si è guardato bene dall’intervenire.

Salvatore Carollo (ex dirigente Eni), intervistato nel corso di una trasmissione televisiva (Non è l’arena), andata in onda ad aprile scorso, alla domanda del gionalista sul rapporto tra guerra in Ucraina e prezzo del gas rispondeva: fondamentalmente nessun rapporto con la guerra perché non c’è stato un solo metro cubo di gas che è mancato. La stessa quantità allo stesso prezzo.

L’unico luogo dove il prezzo è cambiato (attualmente si registra un aumento di più di 15 volte nda) è stato alla borsa di Amsterdam che però abbiamo deciso noi di usare come riferimento per la vendita di gas al consumatore italiano, una scelta politica che noi abbiamo fatto.

Chiede l’intevistatore se ENI, ENEL, EDISON, ecc. comprino a 100 per poi rivendere a 500. Carollo conferma che è quel che succede affermando che i numeri esatti andrebbero verificati aggiungendo che dovrebbe essere lo Stato italiano a chiedere trasparenza su questi numeri ma lo Stato non lo fa. Cingolani ha detto che non è riuscito ad avere questi numeri (prezzo di acquisto e di rivendita nda). Lo Stato dovrebbe dire: visto che è una mia scelta politica e sono io che decido il prezzo allora lo cambio, allora chiedo la trasparenza alle aziende che importano gas altrimenti gli tolgo la concessione.

Continua Carollo affermando che il Gas liquefatto statunitense è di proprietà delle compagnie private petrolifere americane. Esso costa più caro ed in più dobbiamo competere con gli altri paesi offrendo un prezzo più alto per aggidicarcelo. È questa la realtà del mercato. E continua denunciando:

Abbiamo riserve di gas nazionale che non utilizziamo perché abbiamo dato priorità alle importazioni. I contratti take or pay (se non prendi paghi lo stesso) stabiliti con la Russia servivano a garantire al produttore il recupero degli investimenti necessari alla costruzione del gasdotto. Se si volesse interrompere prima della scadenza la fornitura devi pagare lo stesso. Alla fine il risultato sarebbe che noi prendiamo gas alternativo (leggi gas liquefatto nda) pagandolo molto di più e in più dovremmo pagare quell’altro quindi tornando alla bolletta questo sarebbe uno scenario comunque disastroso per l’economia del Paese.

https://youtu.be/m_PHuAQj1h0

Recentemente hanno ripreso l’argomento Giovanni Zibordi in un articolo dello scorso 19 agosto

ENI fa pagare 10 volte il gas russo o algerino ora alle aziende fingendo di comprarlo al TTF

Zibordi commenta la bolletta energetica di un’azienda che si è vista infliggere una bolletta con un aumento pari a 8 volte:

Questo aumento di quasi otto volte del gas non lo incassa la Gazprom o la società algerina che il gas lo fanno pagare circa come prima per ora.

Esiste, è vero, ora una quota del gas, quello liquefatto per nave e poi rigassificato, che proviene dal famoso mercato in Olanda di cui parlano ora sempre i giornali il “TTF”, che è aumentata di 10 o 12 volte. Questa quota del gas consumato che arriva per nave è solo un 5% circa del totale del gas che arriva in Italia, per cui quando si guarda la bolletta di ENI alle aziende il suo costo non giustifica certamente un aumento di 8 volte..

 

Predicare bene e razzolare male

Avete capito bene. Non ci arriva meno gas dalla Russia (vedi nota (1)). Ne compriamo anzi di più e ad un prezzo bassissimo rispetto a quello liquefatto che viene venduto alla borsa olandese ma lo vendiamo, per criminale decisione politica del governo Draghi, al prezzo del gas liquefatto (GNL) che è è passato in poco tempo da 20 euro a megawattora agli attuali 340. Ricordiamo che il GNL è una percentuale bassissima (il 5% del gas commercializzato) del gas che i rivenditori italiani ENI in primis commercializzano. In conclusione Putin funziona da capro espiatorio a copertura degli aumenti che metteranno, se non vengono fermati in tempo, in ginocchio il sistema produttivo italiano e i bilanci delle famiglie.

A conferma un indizio importante è l’utile del semestre di ENI che sale a 7,39 miliardi. Il Governo però protegge anche fiscalmente gli extra profitti di ENI. Cancella, infatti, la tassa sulle compagnie energetiche. Gli utili di Eni sono intoccabili…

 

Fuori l’Italia dalla guerra

Draghi era direttore generale del Tesoro quando ENI fu privatizzata e ceduta a soggetti esteri. Nazionalizzare ENI che non è più una società italiana ma internazionale che non fa gli interessi dell’Italia ma dei suoi azionisti (blackrock [10 mila miliardi], Vanguard, Statestreet … 35,45 % di azionisti esteri e poi tanti fondi sarebbe una delle prime cose da fare. Eni oggi è una società a partecipazione statale in cui lo Stato lascia fare limitandosi a incassare dividendi. In alternativa alla nazionalizzazione si potrebbe creare una società pubblica che compri il gas e lo rivenda a prezzi equi alle aziende e alle famiglie italiane. È pure evidente che bisogna smetterla di mandare armi e risorse logistiche e finanziarie in Ucraina ma diplomatici alla ricerca della ricostruzione delle condizioni della Pace ristabilendo nel contempo i rapporti commerciali del nostro Paese con la Russia. L’Italia non favorisce la guerra. L’Italia ripudia la guerra.

Ascoltiamo infine questo applauso oceanico al salvatore della Patria. Meritato, vero!? O no?

https://youtu.be/oRnpNe4GIbA



Note

(1) Capiamo anche perché mentre si addebita alla scarsità di Gas il suo alto prezzo, in realtà se ne importa una quantità maggiore in modo da massimmizzare dividendi e profitti a discapito degli italiani. Alla luce di quanto sopra risulta chiaro anche il ruolo della filiera del gas liquefatto e l’uso strumentale della guerra per ridimensionare, propagandisticamente e di fatto, il ruolo dei gasdotti. Snam ha abbandonato il GALSI (gasdotto dall’Algeria). È stato bloccato il South Stream e più recentemente il Nord Stream 2. Oggi i livelli di stoccaggio, secondo i dati del GIE (Gas Infrastructure Europe) sono al 70,54%, più della media degli ultimi cinque anni (70,32%) e cosa incredibile, secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico (Mise), rielaborati da Altreconomia, tra gennaio e maggio, sono stati venduti all’estero 1.467 milioni di metri cubi equivalenti (Smc), significa 578% in più rispetto ai 254 milioni di Smc del 2021. Un volume che supera le esportazioni degli ultimi 15 anni più grande della produzione interna (a quota 1.368 milioni di metri cubi equivalenti).

Ricordiamo che ENI, Edison ed ENEL non sono più imprese pubbliche ma delle SPA. Tra i proprietari delle azioni i soliti noti: Blackrock, Vanguard, State Street…

da qui