La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 29 settembre 2026
domenica 6 settembre 2026
Il PD guida un’«alleanza» anti Sardegna - Cristiano Sabino
C'è una notizia che è passata completamente in sordina e che invece risulta fondamentale per capire cosa accadrà in autunno sul fronte della speculazione energetica. Stiamo parlando dell’incontro tenutosi lo scorso 28 agosto al Nazareno, la sede nazionale del PD, tra pezzi grossi della segreteria del partito (tra cui la segretaria Elly Schlein) e una delegazione dei 120 firmatari della “Lettera aperta ai Leader del Campo Largo” e promossa da “Energia per l’Italia”.
In questa lettera la Sardegna è sorvegliato speciale, perché la Regione –
si legge nel testo https://www.energiaperlitalia.it/lettera-aperta-ai-leader-del-campo-largo/ - «è
protagonista di una vera e propria “crociata” contro le rinnovabili e contro il
governo Meloni, reo, secondo le incredibili posizioni del Governo regionale, di
proporne addirittura troppe. La Giunta Todde, nonostante i richiami e le
bocciature della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato, continua a
riproporre una visione ideologica che demonizza gli operatori dell’energia
pulita, etichettandoli come “speculatori”, e continuando a ribadire di voler
raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali: un
teorema del tutto irrealistico che suona come un’autentica presa in giro».
Questi “scienziati” affermano candidamente lo scopo della riunione:
«avviare un profondo lavoro di informazione e formazione verso i Vostri
dirigenti, quadri, amministratori locali, consiglieri regionali, gruppi
parlamentari».
Si scrive «informazione» ma si legge «manipolazione»,
«indottrinamento», come se i terminali dei partiti del “Campo Largo” in
Sardegna non avessero fatto abbastanza per aprire le porte alla colonizzazione
energetica dell’isola (più di 800 impianti depositati al Mase di cui una buona
parte in corso di realizzazione).
Di «alleanza» ha parlato la stessa segretaria Dem, dichiarando
trionfalmente ai giornali che «l'incontro di oggi conferma la
volontà del Partito democratico di fondare le scelte sulla transizione
ecologica ed energetica sul dialogo costante con la comunità scientifica. Siamo
convinti che serva una vera programmazione democratica, capace di coniugare la
massima partecipazione dei territori con l'urgenza indifferibile di accelerare
sulla realizzazione degli impianti di energia pulita. Con l'incontro di oggi
stabiliamo un'alleanza che speriamo possa essere utile tanto ai nostri
amministratori quanto al lavoro per la costruzione di un programma elettorale
con impegni trasparenti, vincolanti e coraggiosi per lo sviluppo delle
rinnovabili» (https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise ).
Come si possa garantire la «massima partecipazione dei territori» in presenza
di una legislazione “di guerra” che dal Governo Draghi al Governo Meloni affida
a decreti governativi d’urgenza la «sostituzione di tale paesaggio,
ricco di testimonianze archeologiche ed architettoniche, con un nuovo paesaggio
tipicamente industriale» (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/paesaggio-industriale-al-posto-di-quello-sardo-jxagr1dv ), resta
un mistero che la segretaria PD ovviamente non spiega.
Ma andiamo oltre!
Al di là del fatto che, spulciando nella lista di questi “scienziati”,
figurano anche soggetti che scienziati non sono ma che risultano invece profili
in pieno conflitto di interesse (essendo sviluppatori di impianti industriali e
sistemi di accumulo) e personaggi in cerca d’autore che nel loro curriculum
annoverano addirittura la fondazione di gruppi come “ecolobby”, ritengo utile
fare almeno quattro considerazioni su questo vero e proprio incontro coloniale
avvenuto al Nazareno. E intendo non soltanto per ciò che è stato detto. Ma
soprattutto per ciò che quell'incontro rappresenta.
Perché, dietro il linguaggio apparentemente neutro e “scientifico” della
transizione energetica, della “scienza”, della necessità di "sbloccare"
le rinnovabili, emerge con sempre maggiore chiarezza una questione
eminentemente politica: chi deve decidere del futuro energetico della
Sardegna?
La risposta che arriva da Roma sembra essere sempre la stessa: Roma!
- La
Sardegna come problema da "sbloccare"
La lettera degli “scienziati” è stata veicolata da Energia per
l'Italia. Il nome è tutto un programma ed è in effetti assai
rivelatore.
Il progetto infatti è quello di trasformare appunto la Sardegna in una
piattaforma energetica “per l’Italia”, in particolare per il nord ricco ed
energivoro.
Il punto fondamentale è che i sardi sono soltanto l’oggetto, non il
soggetto protagonista del processo di “transizione energetica”.
Alla luce di questo disegno ormai chiaro, ogni opposizione è letta come un
alto tradimento, una Vandea da piegare con il pugno di ferro.
Ed è esattamente questo l’obiettivo dell’incontro tra gli “scienziati” e i
vertici DEM nella sede centrale del PD dello scorso 28 agosto.
Tra le Regioni governate dal centrosinistra che vengono accusate di essere
in ritardo sulla traiettoria del PNIEC viene indicata "soprattutto"
la Sardegna, descritta addirittura come protagonista di una
"crociata" contro le rinnovabili. La Giunta Todde viene accusata di
essere troppo accondiscendente verso le mobilitazioni popolari contro la
speculazione, di demonizzare gli operatori dell'energia e di voler raggiungere
gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali.
Dunque il bersaglio politico dell'operazione è perfettamente riconoscibile:
la Sardegna e in particolare la mobilitazione popolare rappresentata dai
comitati.
Ed è proprio questo il primo elemento scandaloso dell'incontro del
Nazareno: si discute soprattutto della Sardegna a Roma, senza che la
Sardegna sia realmente protagonista della discussione, nemmeno le sue
istituzioni autonomistiche.
Mi chiedo, ma non hanno nulla da dire i vertici della Giunta
Regionale su questa riunione? Non hanno nulla da dire i
vertici del Partito Democratico di Sardegna sul modo che la loro
segreteria nazionale li ha trattati pubblicamente come riottosi ribelli da
rieducare e discoli a cui tirare le orecchie alla luce del lumen portato da
questi signori “scienziati”?
Non è una questione folkloristica. Non è una rivendicazione identitaria
accessoria. È una questione democratica e istituzionale. E perfino
costituzionale, visto che l’Autonomia speciale è legge a rango costituzionale!
Se una parte significativa del problema affrontato al tavolo riguarda una
Regione autonoma, il suo territorio, il suo paesaggio, la sua agricoltura, il
suo sistema produttivo, le sue infrastrutture e le sue prerogative
istituzionali, allora è quantomeno singolare che la discussione avvenga nella
sede nazionale di un partito e che la rappresentanza dei sardi sia ridotta
praticamente a zero.
Tutto questo ricorda posture coloniali di matrice ottocentesca, quando a
Berlino o Parigi si decideva la sorte delle colonie con squadra e
compasso, ovviamente sulla pelle degli indigeni!
È la vecchia logica coloniale che ritorna sotto nuove sembianze: il
territorio periferico e secolarmente sfruttato diventa oggetto di una
pianificazione che si svolge nel centro, mentre gli abitanti e perfino le
élites locali vengono silenziati e resi oggetto di violenza epistemica, cioè
silenziati nel momento in cui dovrebbero invece essere protagonisti del
processo decisionale..
Cosa sarebbe accaduto se il PD avesse ospitato una riunione dove l’oggetto
del contendere fosse stata la ribellione del Südtirol?
Potete immaginarlo?
Non è un caso che il lessico utilizzato sia quello dello
"sblocco".
Sbloccare cosa?
Sbloccare chi?
E soprattutto: chi ha deciso che la Sardegna sia bloccata?
- Cosa ha
“bloccato” la Giunta Todde?
In questa narrazione c'è poi una gigantesca mistificazione.
Si racconta che la Giunta Todde avrebbe costruito un muro contro le
rinnovabili e in particolare avrebbe bloccato i grossi impianti.
Ma la cosa più importante che la politica sarda ha effettivamente
contribuito a bloccare non sono le rinnovabili, né tanto meno gli impianti
industriali o i progetti che infatti continuano ad essere depositati a decine e
decine al Mase in una inquietante pioggia ininterrotta contro cui le
associazioni e le istituzioni locali (non corrotte) faticano persino a produrre
osservazioni .
Il vero blocco, semmai, è quello realizzato contro la democrazia!
Infatti la Giunta Todde (PD, M5S, AVS) ha fieramente
osteggiato e infine silenziato la più grande mobilitazione popolare
della storia sarda recente , bloccando la legge di iniziativa popolare Pratobello
24, sostenuta da oltre 210mila firme di sardi.
Raccogliere 210 mila firme autenticate, senza avere partiti o sindacati
alle spalle, in una terra con appena un milione e mezzo di abitanti, sono un’enormità
senza paragoni in nessuna parte d’Europa. Il vero blocco è scattato contro
questa inedita capacità mobilitativa con cui i comitati sardi hanno trasformato
un intero popolo in legislatore.
La Giunte Todde non ha in effetti bloccato le rinnovabili, ha
bloccato la democrazia, spedendo in soffitta una legge di iniziativa popolare
forte di uno straordinario consenso popolare.
La classificazione della “Todde che ha bloccato tutto” è funzionale al
disegno di spostare sempre più in alto l’asticella della disponibilità
della Sardegna di funzionare da piattaforma energetica del centro nord
e di esacerbare lo scontro con le comunità, con i comitati, con le centinaia di
migliaia di sardi che in questi anni si sono mobilitati pacificamente ma
risolutamente contro la «quarta colonizzazione» della Sardegna (cit. Sabino) e
contro il più grande furto di suolo dalla legge delle Chiudende ad oggi (cit.
Ivan Monni).
A quasi due anni dalla consegna (2 ottobre 2024) quelle firme ci pongono
una questione politica fondamentale: la transizione energetica non può
diventare il grimaldello attraverso cui si espropria una comunità della
capacità di governare il proprio territorio.
Inoltre bisogna smontare l’escamotage retorico impiegato: la discussione
non può essere ridotta alla caricatura secondo cui da una parte ci sarebbero
gli scienziati illuminati e dall'altra i sardi ignoranti, retrogradi e
"nemici del clima".
- Un
Think Tank anti Sardegna
Ed è qui che assume un significato particolare la frase pronunciata da Elly
Schlein dopo l'incontro: «con l'incontro di oggi stabiliamo
un'alleanza» ( https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise )
Secondo quanto riportato da Greenreport, l'obiettivo è anche
quello di costruire «un gruppo di lavoro permanente, con una rappresentanza
degli esperti e i membri della segreteria con le deleghe coinvolte,
per dare corpo a un confronto costante finalizzato a contribuire
all'elaborazione politica e alla strutturazione di percorsi dedicati
all'informazione, formazione, diffusione di buone pratiche, a beneficio di
amministratori locali e comunità territoriali, in particolare per consentire
l'emersione delle migliori progettualità e uno sviluppo ordinato e
determinato.»
Avete capito?
Ci sarà un vero e proprio think tank (costituito anche da
personaggi che di scientifico non hanno nulla!) che istruiranno i
vertici del PD per piegare i sardi ribelli.
Siamo alle comiche!
Se si darà seguito a questo delirio, questo incontro verrà ricordato come
la nascita di una santa alleanza contro la Sardegna: “apriteci le porte o ve le
sfondiamo”.
Così, mentre il Governo impone alla Sardegna un decreto autoritario e vuole
schiacciare le prerogative autonomistiche della Regione, dall’opposizione
arriva un think tank di sostegno all’azione coloniale del Governo Meloni che, in
piena continuità con quello Draghi, ha imposto alla Sardegna una
legislazione di guerra, facendo scempio delle competenze concorrenti ed
esclusive in materia energetica e urbanistica.
Mai come ora è stato certificato il fatto che in Sardegna non esiste alcuno
scontro tra “destra” e sinistra” ma la vera dialettica è tra forze coloniali e
anti coloniali!
L’alleanza tra questi “scienziati” o sedicenti tali e il Gota del PD
chiarisce un fatto: se addirittura vengono tirate le orecchie ad una Giunta
regionale compiacete verso le grandi multinazionali e gli speculatori e nemica
giurata dei movimenti popolari, a queste condizioni i sardi non hanno
alcuna possibilità di esercitare, attraverso le proprie istituzioni e
attraverso la partecipazione popolare, alcuna leva di sovranità
democratica né di stabilire le condizioni di accesso alla modernità.
Perché la domanda non è se la Sardegna debba partecipare alla transizione
energetica.
La domanda è: chi controllerà questa pseudo-transizione?
Chi stabilirà dove sorgeranno gli impianti industriali?
Chi stabilirà il tetto massimo di Gigawatt?
Chi deciderà quanto e quale territorio potrà essere trasformato in
paesaggio industriale?
Chi incasserà i profitti?
Chi sopporterà i costi paesaggistici, ambientali e sociali?
E soprattutto: chi avrà il potere di dire di no?
Se la risposta a tutte queste domande è contenuta nei grandi centri decisionali
italiani ed europei, allora non siamo davanti a una semplice politica
energetica da discutere tecnicamente con postura neutrale e “scientifica”, come
se si trattasse di una misurazione oggettiva.
Siamo davanti a un nuovo epocale processo di espropriazione coloniale, appunto il quarto
(https://www.sindipendente.com/2022/04/20/tra-guerra-armata-e-guerra-energetica-fermare-la-quarta-colonizzazione-della-sardegna-e-necessario/
) che ha subito la Sardegna in tempi moderni.
- Lobbismo?
L'aspetto forse più inquietante è quello che riguarda il metodo.
Riepiloghiamo: un gruppo di singoli che si definiscono scienziati (alcuni
lo sono, altri come abbiamo visto no), incontrano i vertici nazionali di un
partito politico che governa la Sardegna, e stabiliscono di costituire
una cabina di regia per correggere i figliol prodighi o
presunti tali.
Il sottotesto di questo story telling è che la verità sta
dalla parte degli “scienziati” e che sono loro a dover decidere indirizzi
politici e istruire i ribelli.
Per cui uno scienziato non si deve limitare a certificare per esempio il
riscaldamento climatico, ma deve anche sminuire un movimento popolare
(«proteste di minoranze rumorose»), ergersi a paladino delle multinazionali del
settore stigmatizzando «linguaggi offensivi verso gli operatori economici» e
riducendo tutto l’impressionante lavoro di studio e di informazione svolto dai
comitati e dai loro tecnici (anche loro scienziati, ma evidentemente non
considerati tali) ad una protesta “nimby” basata sul «“no” a priori».
È chiaro che queste sono posizioni politiche che si basano su una
gherminella di bassa lega: usare la scienza come rompighiaccio retorico.
Ma la scienza non è un soggetto politico sovrano.
Uno scienziato può spiegare quale sia il potenziale energetico di un territorio. Può
studiare gli impatti di un impianto. Può elaborare scenari.
Ma uno scienziato non può decidere al posto di una comunità.
E quando un gruppo di “esperti” si organizza per "formare" la
classe dirigente affinché superi le «resistenze territoriali» e le «discussioni
ideologiche», il problema non è più scientifico, diventa politico, diventa una
forma di pressione organizzata sulle istituzioni.
Riporto dal vocabolario Treccanio il significato del termine lobby:
«termine usato negli Stati Uniti d’America, e poi diffuso anche altrove, per
definire quei gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e
senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su
chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di
provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a
determinati problemi o interessi: le lobby degli ordini professionali, del
petrolio» ( https://www.treccani.it/vocabolario/lobby/ )
Dopo essere stata sacrificata alla lobby del legname, alla lobby mineraria,
alla lobby della chimica pesante, alla lobby militare, il destino dei sardi è
essere svenduta alla lobby delle rinnovabili?
- Speculazione
o democrazia energetica?
La questione energetica sta diventando così il terreno sul quale si misura
il futuro stesso della sovranità dei sardi e della modalità di accesso alla
modernizzazione.
Per decenni alla Sardegna è stato detto che doveva sacrificarsi per
l'interesse nazionale.
Ha sacrificato territorio per le basi militari.
Ha sacrificato territorio per l'industria pesante.
Ha sacrificato ambiente e paesaggio in nome dello sviluppo turistico.
Adesso arriva una nuova richiesta: “fateci spazio, ci serve la vostra
terra, il vostro vento, il vostro sole perché abbiamo da salvare il pianeta e
non potete opporvi, perché bruciate carbone, avete le auto e siete occidentali
in quanto a consumi ed emissioni”.
Ma davvero?
Se il risultato finale è sempre lo stesso — un territorio che
produce e un centro esterno che decide e incassa — allora il problema
coloniale rimane e come tale la questione va trattata!
Non facciamoci illusioni, non c’è da sperare in un moto di orgoglio
delle consorterie che governano l’isola per procura. C’è vasta letteratura
che dimostra che i notabili sardi quando sono messi a scegliere tra
l’organicità al loro popolo e la carriera nell’apparato coloniale hanno sempre
scelto quest’ultima, anche a costo di vedere sacrificata la propria dignità
personale.
Al netto di tutte queste considerazioni c’è una coincidenza interessante.
La riunione al Nazareno è avvenuta negli stessi giorni in cui è stato reso
noto uno studio di due (veri) scienziati del CRS4
sul potenziale di produzione energetica sulle superfici già impermeabilizzate
dell’isola, quindi senza consumo di suolo e senza impianti industriali
( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/pannelli-sui-tetti-e-nessun-consumo-di-territorio-la-via-sarda-dellenergia-caycn7ri).. È ciò che
i comitati dicono da anni: partire dai tetti, partire dalle
comunità energetiche, partire da una transizione democratica e a portata di
territori senza dare ossigeno a nuovi processo di penetrazione coloniale.
Come la mettiamo?
I signori e le signore del PD quali scienziati ascolteranno?
Quelli che vogliono «sbloccare» tutto trasformando la Sardegna in un
immenso campo industriale per conto terzi, o quelli che hanno dimostrato con
una pubblicazione scientifica che i tetti sono più che sufficienti per raggiungere
gli obiettivi indicati dalla UE?
Come si vede la palla passa ancora una volta alla politica e in
questo frangente ci sono due politiche: una al servizio del popolo, della
democrazia e della Sardegna e una al servizio di quegli «spogliatori di cadaveri»
di cui parlava Gramsci e che assumono sempre nuove forme a seconda dei
tempi.
giovedì 11 giugno 2026
Ritorna il nucleare, con il trucco - Paolo Andruccioli
Ci risiamo.
Dopo essere stato accantonato con il referendum del 1987, ora il nucleare
risorge a nuova vita, e potrebbe assumere una forma giuridica che scavalca la
volontà popolare. L’Italia ha detto “no” all’uso delle tecnologie nucleari per
scopi civili, anche sulla scia dei gravissimi incidenti degli anni Ottanta (il
più famoso fu quello di Chernobyl del 1986), ma il governo in carica
pare volersene infischiare, cercando di aggirare l’ostacolo “democratico”, con
l’imposizione di un percorso decisionale a suon di leggi delega e
di comunicazione pubblica rassicurante. Il primo passo è stato compiuto con
il voto alla Camera del 4 giugno scorso. Con 155 favorevoli, 86 contrari e otto
astenuti, è stato varato un testo che affida al governo il compito di
costruire il quadro giuridico per un possibile rientro del nucleare nel mix
energetico nazionale. Le norme passeranno ora al Senato, con l’obiettivo di
avere il via libero definitivo entro l’estate.
Il quadro
che si prospetta non è però una pura riedizione del passato, ed è per questo
che il revival nucleare è ancora più pericoloso. C’è infatti il
rischio che la nuova formula – basata sui piccoli reattori di nuova generazione
– venga fatta digerire a un’opinione pubblica distratta e impaurita dagli
effetti devastanti delle guerre sull’economia. Il messaggio del governo è
chiaro, al tempo stesso insidioso: dobbiamo essere autosufficienti, visto
quello che è successo con il gas russo e con il petrolio che passa per Hormuz.
Le fonti fossili sono in via di esaurimento e le rinnovabili non basteranno a
coprire la domanda di energia dell’industria e del consumo delle città. Per
questo, è necessario rilanciare il nucleare inserendolo in un mix
inedito con la produzione di energia rinnovabile. Insomma, pannelli solari
e vento, insieme alla fissione dell’atomo. Magari in piccoli (si fa par dire)
siti industriali. Una prospettiva che gli studiosi e gli ambientalisti hanno
però già bocciato, sia per i rischi che comporta sia per i costi altissimi, che
superano di molto i risparmi presunti rispetto alle rinnovabili.
L’attenzione
si concentra sui mini-reattori modulari, ossia quella tipologia di impianti a
fissione nucleare che possono arrivare fino a 300 MWe, a differenza delle
centrali di “terza generazione plus”, in grado di raggiungere i 1.500 MWe. Da
ciò che dicono gli esperti, si tratterebbe di una produzione in serie
di modelli da installare per lo più vicino a stabilimenti, data center e
strutture energivore. Tradotto: piccole centrali nucleari a ridosso delle città.
Secondo il governo, i primi reattori potrebbero essere operativi già nel 2035.
Come sappiamo, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni pratica la “politica dei
fatti”, e sulle cose importanti lavora in silenzio senza tanti proclami. Il
gioco comunicativo è sempre doppio: propaganda elettorale e verità
occultate, per non spaventare un’opinione pubblica comunque sensibile ai
temi della sicurezza ambientale e della salute.
In questo
caso la politica dei fatti si sta sviluppando attraverso passaggi
consecutivi. Prima l’adesione all’alleanza europea sul nucleare, poi la
nascita di Nuclitalia, società lanciata nel 2025, con il protagonismo attivo di
Enel, Ansaldo e Leonardo. Dopodiché, ecco l’approdo dell’atomo in parlamento.
“Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile
compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia – ha
dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto
Pichetto Fratin – oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese
sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle
quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”.
Per il ministro, poi, non è solo una questione di politiche energetiche. Per
me, ha spiegato ai giornalisti, la rinascita dell’energia nucleare in Italia è
“una sfida personale”.
Lo schema è
quindi già fissato. La legge
delega ridisegna la governance e il sistema delle coperture finanziarie. Se il
testo supererà anche l’esame del Senato, il governo avrà dodici mesi
dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti attuativi, che
dovranno essere predisposti proprio dal ministero dell’Ambiente, mentre
all’esecutivo verrebbe affidato il compito di redigere un “Programma nazionale
per il nucleare sostenibile e la fusione”. I rappresentanti del destra-centro
hanno già avviato la grande campagna di comunicazione, che mira a convincere
gli italiani dell’importanza della scelta e del ripensamento. Si comincia a
parlare di “nucleare gentile, sicuro, leggero”. Il tema della dimensione
dei nuovi impianti viene completamente rovesciato. Invece di analizzare
i pericoli legati all’installazione di piccole centrali nucleari all’interno
delle zone più densamente popolate, la destra rovescia la comunicazione.
Non dovete preoccuparvi, dicono, i nuovi impianti saranno sicuri e occuperanno
soprattutto poco spazio, non come le vecchie centrali nucleari che sono state
spente dopo il referendum. In fondo, che vuoi che siano. Stiamo
parlando di impianti che occuperanno lo spazio di tre campi da calcio.
Ovviamente nessuno dice che non sono previsti interventi che approfondiscano la
fattibilità di questa tecnologia. Tutto è aleatorio, e in Italia non si ha
nessuna esperienza. Al momento, sono attivi solo alcuni prototipi di questo
genere in Cina e due centrali in Russia. Tutto il resto è una grande incognita.
Come risultano camuffati e manipolati i dati sulla reale convenienza economica
di una scelta neonucleare.
Il Nobel per
la Fisica 2021, Giorgio Parisi, ha definito l’ipotesi del ritorno al nucleare
“una distrazione rispetto ai veri problemi energetici che abbiamo in Italia e
che vanno risolti in un’altra direzione”. Parisi ha spiegato che “il problema
che abbiamo in generale col nucleare è che costa moltissimo l’installazione, e
che per essere commercialmente utile deve essere utilizzato al 100%. L’energia
solare costerà molto meno del nucleare, e sarà disponibile moltissimo d’estate
e di giorno. Quindi il nucleare dovrà essere spento per tanto tempo, rendendolo
commercialmente inutile”. Anche un altro esperto, Mario Dal Co, economista
dell’innovazione, ha già espresso le sue perplessità: “Non è vero che ci
vogliono quattro anni per far partire i nuovi impianti, come dice il governo;
ne servono almeno dieci. Piuttosto l’Italia per risolvere il problema energia
dovrebbe puntare meglio e di più sulle rinnovabili, come fa la Spagna, in
particolare al Sud dove ci sono molti ritardi”.
Sulla stessa
lunghezza d’onda, uno dei protagonisti delle battaglie ecologiche in Italia,
Mario Agostinelli, ex dirigente della Cgil, oggi presidente dell’Associazione
Laudato si’ – un’Alleanza per il clima, la cura della terra, la giustizia
sociale – di cui è stato promotore dal 2015. Secondo Agostinelli, già
protagonista della battaglia referendaria del 1987, il pericolo maggiore si
nasconde proprio nel trucco messo in campo dal governo. Con il mix
necessario tra nucleare e rinnovabili, si vorrebbe convincere l’opinione
pubblica della bontà della formula e della sua assoluta sicurezza.
Si dimentica
di dire che il nucleare, proprio per la sua natura di potenziale rischio
ambientale, è un sistema per forza di cose “militarizzato”, accentrato
portatore inevitabile di forme di restringimento della democrazia. Sono poi
molto discutibili gli aspetti di convenienza economica, visti i costi più alti
di quelli degli impianti basati sulle energie rinnovabili. L’altro importante
elemento da non trascurare, sempre secondo Agostinelli, riguarda i tempi di
attuazione inevitabilmente lunghi per una tecnologia ancora tutta da
sperimentare, mentre la crisi energetica e i rivolgimenti geopolitici
richiederebbero soluzioni immediate e ambientalmente sostenibili. Lo
schema da smontare, insomma, prima ancora di parlare di un nuovo referendum,
riguarda la formula del mix nucleare-rinnovabili, che non regge.
Il governo
Meloni marcia però spedito e cerca di cavalcare anche le recenti decisioni
europee. Dall’Unione arrivano infatti ventitré miliardi di euro all’Italia, per
incentivare la produzione di energia rinnovabile. Grazie ai benefici messi in
campo per le imprese, si prevede che, entro il 2030, la capacità
produttiva di energia pulita potrà aumentare del 48%, arrivando a coprire quasi
il 40% della domanda italiana. Il “Fer X” sosterrà la costruzione di
impianti selezionando i progetti tramite gare competitive. Nell’ambito di
questi contratti, l’incentivo assumerà la forma di un bonus per ogni kWh di
energia elettrica prodotto e immesso nella rete, sulla base di un cosiddetto
prezzo di esercizio. L’affare è diventato doppio: rinnovabili più nucleare. E
il governo ci si tuffa.
domenica 2 novembre 2025
venerdì 3 gennaio 2025
lunedì 4 dicembre 2023
COP 28: l’annunciato (non) ritorno del nucleare - Giorgio Ferrari
L’ultima
kermesse sul clima andata in scena alla COP 28 di Dubai (ormai questi incontri
annuali non sono altro che repliche immorali di sagre parrocchiali) ha avuto
nel nucleare il suo momento clou.
Gli
organi di informazione, specialmente quelli italiani, hanno gareggiato
nell’esaltare un accordo sul nucleare che, nei fatti, non fa che confermare lo
stato di salute incerto che questa tecnologia vive da parecchi anni, almeno in
occidente.
L’annunciata
triplicazione delle centrali nucleari da qui al 2050 - se si considerano gli
impianti che nel frattempo andranno dismessi – non influisce sull’apporto
complessivo che il nucleare dovrebbe fornire a quella data che resta intorno al
9-10% del totale della generazione elettrica, sempre che gli impianti oggi in
programmazione vengano tutti realizzati.
Come
scrissi circa due anni fa (https://www.labottegadelbarbieri.org/il-nucleare-che-verra/)
solo Cina e Russia (il VVER 1000 è il reattore più affidabile oggi in
commercio) sono in grado di realizzare un programma nucleare credibile, cosa
affatto scontata per l'insieme dei paesi occidentali che devono affrontare e
risolvere tre questioni principali: tecnologica; economico-finanziaria e
sistemazione dei rifiuti.
L’aspetto
tecnologico consiste nel fatto che in Europa e Stati Uniti i reattori di grossa
taglia (compresi quelli assimilati alla IV generazione) non sono più
appetibili. Ecco perché il tentativo di rilanciare il nucleare in occidente è
stato affidato ai cosiddetti SMR (small modular reactor) che però, a tutt’oggi,
non sono affatto commerciabili oltre a non costituire una novità assoluta (vedi
https://www.pressenza.com/it/2022/09/come-orientarsi-di-fronte-alla-ennesima-campagna-in-favore-del-nucleare/).
Gli
aspetti economici-finanziari sono gravati sia dall’aumento generalizzato delle materie
prime (basti pensare che il solo costo dell’uranio naturale ,cioè senza
arricchimento, è aumentato del 65% dall’inizio di quest’anno), sia dagli oneri
finanziari che nel caso del nucleare sono particolarmente gravosi, dato che il
capitale investito non produrrà ricchezza fino a quando la centrale nucleare
non sarà operativa: il che vuol dire almeno 10 anni. Ciò significa che senza
cospicue sovvenzioni in denaro pubblico, il nucleare non sarà concorrenziale.
Per
quanto riguarda i rifiuti radioattivi infine, non c’è alcuna soluzione
percorribile ed accettabile a portata di mano ed anche per questo aspetto i
vantaggi attribuiti agli SMR non sono affatto credibili in quanto la produzione
complessiva dei rifiuti a fine vita non diminuisce affatto. Non è rispetto alla
taglia del reattore infatti che va calcolata la quantità dei rifiuti prodotta,
ma alla sua produzione di energia, cioè quantità di rifiuti per ogni Mwh
prodotto. Un impianto da 300 Mw produce grosso modo un terzo dell’energia che
produce un impianto da 1000 Mw per cui volendo ottenere la stessa quantità di
energia elettrica occorrerebbe costruire tre impianti, ognuno dei quali
produrrà un quantitativo di rifiuti che, sommato agli altri due, da un valore
superiore a quello corrispondente all’impianto da 1000 MW. Banalmente è come
paragonare i consumi ed i rifiuti prodotti da un pullman che trasporta 60
persone per un arco di tempo stabilito, con quelli di 15 automobili
(immaginando che ognuna trasporti 4 persone).
Indubbiamente
ha fatto effetto che il documento sulla triplicazione del nucleare al 2050 sia
stato firmato da 22 paesi tra cui -oltre ai soliti noti USA, Giappone, Francia
e Inghilterra – figurano quasi tutti i paesi dell’est e del nord Europa; ma a
ben vedere (con l’esclusione dell’Ungheria che ha una posizione anomala nei
confronti della Russia) tutti gli altri sono paesi di recente adesione alla
Nato, in ciò ampiamente sollecitati dagli USA, con i quali oggi proprio le
major statunitensi del settore nucleare, Westinghouse e General Electric (non
EDF o Siemens), hanno fatto accordi per la costruzione di centrali nucleari, a
dimostrazione che il tentativo di rilanciare il nucleare in Europa non è esente
dalla politica neo- atlantica che ha investito il vecchio continente.
Quanto
all’Italia, che non figura tra i 22 paesi firmatari, valgono due
considerazioni. La prima è l’atteggiamento di Confindustria che per motivi
oggettivi (inadeguatezza del comparto industriale a ripercorrere la via del
nucleare) si è dimostrata poco interessata alla questione e, non a caso, Meloni
si è adeguata a questa posizione. Con l’esclusione di Ansaldo infatti e forse
di Leonardo (Cingolani ne è amministratore delegato) nessuna impresa italiana è
in grado recuperare la perdita di know-how che si è creata con la chiusura del
nucleare italiano. Quanto alla tanto pubblicizzata Newcleo si tratta poco più
di una start-up in cerca di finanziatori. La seconda considerazione riguarda il
deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: è difficile per chiunque stia al
governo del nostro paese avviare un nuovo programma nucleare, senza prima aver
chiuso il ciclo precedente, per lo meno con l’individuazione formale del sito
per il deposito nazionale.
Ove
mai ci fosse una possibilità concreta di costruire nuovi reattori nucleari in
Italia, essa non può che venire da una iniziativa estera in accordo con una
società elettrica nazionale, tipo EDF con Edison, sempre che possano contare su
sovvenzioni e/o facilitazioni di carattere pubblico.
Se
questi, sinteticamente, sono i contorni realistici in cui collocare questo
(non) ritorno del nucleare in Europa, resta da capire perché l’annuncio di
Dubai ha suscitato tanto clamore. E qui, a mio avviso, le note si fanno dolenti
perché attengono principalmente alle posizioni della galassia ambientalista.
Se
oggi il nucleare appare come l’ospite tanto atteso, quasi una sorta di
salvatore della crisi climatica, è anche perché buona parte dell’ambientalismo
si è concentrata esclusivamente sull’abbandono dei fossili, interpretando la
transizione energetica (che in origine doveva essere una transizione
ecologica!) come mera sostituzione di fonti di energia senza altre riflessioni
o rivendicazioni che riguardassero l’uso finale o la destinazione d’uso di
queste nuove fonti. E ciò è ancora più grave se si considera che nell’agenda
politica globale c’era già la IV rivoluzione industriale, cioè
informatizzazione e robotizzazione della produzione e del terziario che
abbisognano di quantitativi ancora maggiori di energia elettrica.
In
pratica il nuovo “modello tutto elettrico” prefigurato dal capitale non era
altro che il vecchio modello di sviluppo (basato su produzione e consumo di
merci regolate dalle leggi di mercato con l’aggravio della IV rivoluzione
industriale), a cui la gran parte del mondo ambientalista ha dato la sua
approvazione purché, come unica condizione, si abbandonassero i combustibili
fossili.
Perchè
dunque meravigliarsi se oggi il capitale mette in campo il nucleare, che non è
fossile e non inquina, secondo i canoni della transizione energetica globale e
pure della tassonomia europea?
Se
nessuno mette in discussione il sistema della mobilità su gomma, merci e
passeggeri, (basta che automobili e camion siano elettrici e chi se ne frega
del trasporto collettivo, o di quello su ferrovia); se non si pensa a come
sostituire il ciclo della plastica (che si basa sui fossili), o a come
riconsiderare la produzione in base al valore d’uso delle merci e alla loro
durabilità nel tempo, come ci si può scandalizzare del fatto che il nucleare
sia presentato come la fonte di energia -a basse emissioni – che favorisce
l’uscita dai combustibili fossili e nello stesso tempo assicura quella
continuità di sistema, di modo di produzione complessivo, che nessuno sta
mettendo in discussione?
Lo
slogan fuori da fossile, senza altre specificazioni, ha fatto da viatico al
rilancio del nucleare e i suoi fautori sono talmente accorti che non lo
presentano mai come soluzione alternativa alle fonti rinnovabili, ma come
aspetto complementare e migliorativo della transizione energetica.
Difficile
prevedere come andrà a finire, ma se si persisterà a cercare una soluzione di
tipo tecnologico per un problema di natura politica come quello della
transizione, ci sarà spazio non solo per il nucleare, ma anche per il sequestro
della CO2 e per l’idrogeno blu. Del resto se non si aspira ad altro che non sia
l’abbattimento delle emissioni in atmosfera, quali argomenti restano per
opporsi a tutto ciò?
venerdì 21 luglio 2023
Come i giganti dell'energia Usa traggono profitto dalla guerra in Ucraina - Global Times
I giganti dell'energia statunitensi stanno estendendo i loro artigli dai vecchi campi di battaglia in Iraq e Siria a nuovi obiettivi in Ucraina, aumentando i loro investimenti nelle infrastrutture petrolifere, del gas e nucleari del Paese con il pretesto di aiutare l'Ucraina a liberarsi dalla dipendenza dalle importazioni di "energia sporca" dalla Russia.
Di fronte a nuove commesse pericolose e poco trasparenti, alcuni ucraini
temono che i grandi impianti energetici investiti dagli Stati Uniti portino con
sé ulteriori rischi e contraccolpi per il loro Paese.
Gli esperti cinesi hanno sottolineato che gli Stati Uniti, in nome
dell'aiuto all'Ucraina e all'Europa nel suo complesso per una transizione
completa dall'energia russa, in realtà servono a ingrassare i portafogli dei
giganti USA dell'energia e a salvaguardare i propri interessi politici.
Nel veramente ipocrita stile degli Stati Uniti, molte delle promesse fatte
dal Paese non sono state altro che "chiacchiere vuote", che hanno
messo in luce la natura del Paese di fare soldi per la guerra, hanno avvertito.
Ordine in fretta e furia in mezzo ai conflitti
Mentre gli Stati Uniti continuano a gettare benzina sul fuoco del conflitto
in corso tra Russia e Ucraina, i loro giganti dell'energia e dell'elettricità
sono impegnati ad espandere gli affari nel Paese, cercando di accaparrarsi
un'ampia fetta di progetti nucleari e petroliferi.
La società nucleare statale ucraina Energoatom ha firmato nel giugno 2022
accordi con la statunitense Westinghouse Electric Company per aumentare da
cinque a nove il numero di nuovi reattori AP1000 previsti per l'Ucraina e
"fornire combustibile a tutte le sue centrali atomiche", secondo
Energoatom.
Energoatom ha annunciato che smetterà di utilizzare il combustibile
nucleare russo. "Stava già diversificando le sue forniture di
combustibile, ma ora passerà completamente all'utilizzo di combustibile
Westinghouse", ha riferito World Nuclear News nel giugno 2022.
Questo progetto e i suoi potenziali rischi hanno suscitato la
preoccupazione di molti cittadini ucraini.
Ad aprile, una delle maggiori organizzazioni ambientaliste ucraine, ????i?,
o "Eco-action", ha avviato una petizione al Consiglio dei Ministri
contro la proposta di costruzione di nuove centrali nucleari.
"Le centrali nucleari ucraine vengono convertite al combustibile
statunitense per liberarsi dalla dipendenza dalla Russia", ha scritto
????i? nella sua petizione di aprile. "Tuttavia, i piani per la
costruzione di nuovi blocchi anche con Westinghouse minacciano la sicurezza
degli ucraini, l'economia e l'ambiente".
In una e-mail inviata in risposta al Global Times, Olexii Pasiuk, esperto
di politica energetica presso ????i?, ha scritto che ????i? ha avviato la
petizione per sensibilizzare le autorità del Paese sul malcontento dell'opinione
pubblica riguardo ai piani. "È interesse comune rendere l'Ucraina un luogo
più sicuro".
Ogni nuova centrale nucleare aumenterà la dipendenza dell'Ucraina da
compagnie energetiche straniere, ha dichiarato Pasiuk.
Peggio ancora, il possibile inquinamento nucleare causato dalle centrali
potrebbe essere una grande minaccia per i residenti. "L'Ucraina è il luogo
dell'incidente nucleare di Chornobyl, che ha avuto un impatto enorme sulla
società", ha aggiunto.
Le attuali tensioni tra l'Ucraina e la Russia fanno temere che alcuni
grandi progetti di investimento, compresi quelli nucleari, possano diventare
bersagli di attacchi bellici. Oltre al pericolo di incidenti nucleari
intenzionali, "ci sono molti scenari che potrebbero causare incidenti
gravi, anche senza attacchi militari", ha detto Pasiuk.
Il titolo della petizione di ????i? contro questo progetto è "Salvate
l'Ucraina da una nuova minaccia". "Esistono alternative valide di
energia rinnovabile che possono produrre elettricità in modo più economico e
veloce", ha osservato Pasiuk.
Tuttavia, la sicurezza del progetto è ampiamente messa in discussione da
molte organizzazioni ambientaliste e da singoli cittadini.
La sicurezza del progetto dei reattori previsti ha suscitato preoccupazioni
anche presso la Commissione di regolamentazione nucleare degli Stati Uniti, ha
dichiarato ????i?. "Ad esempio, il loro involucro protettivo non ha
dimostrato la capacità di resistere a condizioni meteorologiche estreme",
si legge nella petizione.
Altre imprese statunitensi stanno raggiungendo i loro colleghi ucraini per
cooperare nella costruzione di progetti nucleari. Ad aprile, Energoatom e la
statunitense Holtec International avrebbero firmato un accordo per la
potenziale realizzazione di un massimo di 20 reattori modulari di piccole
dimensioni.
Le due società svolgeranno congiuntamente i lavori per la concessione di
licenze e la diffusione della tecnologia dei reattori SMR-160 in tutta
l'Ucraina, ha riferito NucNet, agenzia di stampa indipendente e rete di
informazione per l'industria nucleare mondiale.
"La dipendenza dell'Ucraina dall'energia USA aumenterà notevolmente i
costi, un approccio miope", ha dichiarato al Global Times Shen Yi,
professore presso la Scuola di Relazioni Internazionali e Affari Pubblici
dell'Università di Fudan. "Gli Stati Uniti stanno usando questo conflitto
per sconvolgere il mercato energetico locale, soprattutto per espandere le
proprie esportazioni di energia".
Shen ha affermato che nella sua storia gli Stati Uniti hanno sempre avuto
un'enorme domanda di esportazioni di energia. Dopo la rivoluzione dello shale
oil, gli Stati Uniti sono diventati un Paese esportatore di energia e hanno
urgentemente bisogno di trovare più mercati nella comunità
internazionale.
Tuttavia, l'attuale situazione di turbolenza non consente agli Stati Uniti
di sviluppare l'energia a livello locale e la fretta di firmare ordini potrebbe
essere solo una vuota promessa, ha affermato l'esperto.
Ulteriori problemi di sicurezza
Oltre a gettare le basi per un futuro inquinamento ambientale in Ucraina e
nel resto del mondo, la corsa all'oro dei combustibili fossili e dell'energia
nucleare da parte degli Stati Uniti in Ucraina solleva un problema di sicurezza
ancora più grande: il rischio potenziale di creare ulteriori obiettivi di
attacco in un conflitto in corso.
Il produttore statale di gas ucraino Naftogaz ha avuto colloqui ad aprile
con grandi gruppi petroliferi statunitensi, tra cui ExxonMobil, Halliburton e
Chevron, su progetti energetici in Ucraina, nel tentativo di aumentare la
produzione nel Paese, per raggiungere l'obiettivo di aumentare la produzione di
gas naturale a 13,5 miliardi di metri cubi quest'anno, ha riferito il Financial
Times ad aprile.
Con il pretesto di "liberare" l'Ucraina dalla dipendenza dalle
importazioni di energia sporca dalla Russia, c'è stata un'esplosione di
investimenti in infrastrutture per il petrolio e il gas che, una volta
costruite, rimarranno in giro per molto tempo", ha dichiarato Michael
Shank, professore aggiunto presso il Center for Global Affairs della New York
University, in un articolo pubblicato su Newsweek il 14 maggio.
"Le preoccupazioni per le nuove centrali nucleari sono grandi, in
quanto bersaglio del terrorismo nucleare", ha detto Shank. Tutti questi
approcci USA per "salvare l'Ucraina" e "liberarla" dalla
dipendenza dalla Russia rafforzano un sistema energetico centralizzato. E
questo è esattamente ciò di cui l'Ucraina non ha bisogno. L'Ucraina ha bisogno
di decentrare il suo sistema energetico, non di centralizzarlo".
Le grandi centrali nucleari e le grandi strutture per il carbone, il gas e
il petrolio non fanno altro che fornire ai nemici obiettivi più grandi da
bombardare, sabotare o hackerare, sostiene Shank.
Il recente attacco alla centrale idroelettrica di Kakhovka, in Ucraina, ha
causato una catastrofica rottura della diga, che ha fatto arretrare il più
grande bacino idrico del Paese, liberando un torrente di acqua contaminata
nelle città e nei paesi a valle, come riporta l'agenzia di stampa Xinhua.
Mentre la Russia e l'Ucraina continuano a scambiarsi accuse sull'attacco,
il crollo della diga continua a infliggere costi umanitari, ambientali e
agricoli alla zona alluvionata, con un impatto potenziale che probabilmente si
ripercuoterà in tutto il mondo negli anni a venire.
A differenza della Cina, che ha espresso grave preoccupazione e ha invitato
entrambe le parti a esercitare la massima moderazione, gli Stati Uniti, invece
di chiedere un cessate il fuoco, stanno ora fornendo all'Ucraina nuovi pericoli,
hanno avvertito gli esperti, sottolineando che dietro questa strategia ci sono
guadagni economici.
Date un'occhiata a quanto gli Stati Uniti stanno guadagnando espandendo la
loro impronta energetica nei conflitti tra Russia e Ucraina: Nella prima metà del
2022, gli Stati Uniti sono diventati il più grande esportatore di GNL al mondo.
Le esportazioni sono aumentate del 12% rispetto alla seconda metà del 2021;
secondo i dati dell'Energy Information Administration statunitense, le entrate
sono passate da 8,3 miliardi di dollari tra gennaio e settembre 2021 a 35
miliardi di dollari tra gennaio e settembre 2022; il produttore statunitense di
petrolio e gas Chesapeake Energy è uscito dalla bancarotta con circa 3 miliardi
di dollari di nuovi finanziamenti, una riduzione del debito di 7 miliardi di
dollari e un taglio di 1,7 miliardi di dollari dalla lavorazione del gas e dai
gasdotti. 7 miliardi di dollari di riduzione dei costi di lavorazione del gas e
dei gasdotti, secondo quanto riportato da Reuters; le azioni del già citato
gigante energetico statunitense Chevron sono aumentate di oltre il 50% nel
2022, anche se il mercato azionario più ampio è diminuito, secondo quanto
riportato da CNBC.
Bugie dietro l'espansione dell'energia
Esiste un precedente in cui gli Stati Uniti utilizzano l'attuale crisi
ucraina per impadronirsi dei mercati energetici in Ucraina.
Prima di Westinghouse, le forniture di combustibile erano
"monopolizzate" dalla società nucleare russa TVEL. Le crescenti
tensioni tra Ucraina e Russia negli ultimi anni sembravano offrire alle aziende
occidentali come Westinghouse l'opportunità di entrare nel mercato ucraino.
Nel 2014, mesi dopo l'incidente in Crimea, Westinghouse ha firmato un
accordo con Energoatom per "aumentare significativamente" le forniture
di combustibile nucleare alle centrali nucleari ucraine fino al 2020, ha
riferito World Nuclear News il 31 dicembre dello stesso anno.
Poco dopo, il Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione
in cui si dichiarava "allarmato" dalla notizia del contratto",
secondo World Nuclear News.
"Particolarmente preoccupante è il fatto che tutto ciò avvenga sullo
sfondo di una situazione instabile in Ucraina, in un ambiente in cui l'impegno
politico ha la precedenza sui requisiti di sicurezza nucleare", si legge
nella dichiarazione.
L'Ucraina è stata prevalentemente e a lungo dipendente dall'Unione
Sovietica per l'energia. Da quando è scoppiato il conflitto tra Russia e
Ucraina, gli Stati Uniti sono desiderosi di vendere all'Ucraina la loro energia
petrolchimica e le loro centrali nucleari, sia per soddisfare le esportazioni
sia per allontanare l'intera Europa dalla Russia come fonte di energia, il che
è in linea con gli interessi statunitensi, ha dichiarato Song Zhongping,
esperto militare e commentatore televisivo cinese, al Global Times.
"Questo è anche il motivo per cui gli Stati Uniti continuano a
fomentare i conflitti. Gli Stati Uniti sembrano aiutare l'Europa, ma in realtà
la stanno distruggendo", ha affermato Song.
Per molto tempo, l'utilizzo delle esportazioni di energia come merce di
scambio diplomatico è stato il consenso del Congresso e del governo degli Stati
Uniti. Con lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, i politici USA hanno
fatto circolare varie dichiarazioni cosiddette "di giustizia", ma
dietro le quinte, politici e uomini d'affari stanno cogliendo l'opportunità di
trarre profitto dalla crisi, hanno osservato gli osservatori.
Come ha concluso Shank, se gli Stati Uniti vogliono davvero aiutare il
popolo ucraino e la sua sicurezza, che è ciò che affermano di avere a cuore,
"la ricostruzione pulita è ciò che porterà il Paese su una strada più
stabile: Posti di lavoro locali, centrali elettriche locali, forniture locali e
controllo locale".
(Traduzione de l’AntiDiplomatico)
martedì 11 ottobre 2022
Il futuro dell’energia - Fabrizio Russo
Nessun politico vuole raccontarci la vera storia: la disponibilità di combustibili fossili si sta esaurendo. Siamo infatti già a corto di petrolio, carbone e gas naturale perché i costi diretti e indiretti di estrazione stanno raggiungendo un punto in cui il prezzo di vendita del cibo e di altri beni di prima necessità deve essere fissato ad un livello talmente alto, ed inaccettabile, da compromettere l’operabilità del sistema economico globale, nel suo assetto attuale. Allo stesso tempo, l’energia eolica, solare e altre fonti di “energia pulita” non sono ancora in grado, neppure in misura parziale ma tale da consentire un funzionamento “sui minimi” del sistema, di sostituire la quantità di combustibili fossili perduta.
Il problema economico, che ha per protagonista l’energia, è essenzialmente
un problema di fisica. L’energia pro capite e, di fatto, le risorse pro capite
(qualsiasi produzione richiede infatti energia), devono rimanere
sufficientemente elevate in presenza di una crescita della popolazione a cui fa
capo una determinata realtà economica. Quando ciò non accade, come la storia ci
dimostra, le civiltà tendono a – o perlomeno rischiano di – crollare.
I politici non possono però ammettere apertamente che l’economia mondiale
possa oggi essere diretta verso il collasso, come peraltro già accaduto a
molte/tutte le civiltà precedenti. Devono dare invece l’illusione di essere al
comando, di avere la situazione sotto controllo. Ciò spinge i politici a dare
al pubblico, in qualche modo, motivazioni per cui i cambiamenti futuri
potrebbero essere o desiderabili, (ad es. per evitare il cambiamento climatico)
o, perlomeno, che le difficoltà sollevate siano temporanee/condizionate (ad es.
a causa delle sanzioni contro la Russia).
Di seguito esaminiamo più in dettaglio alcune delle problematiche in realtà
sottese alla situazione attuale.
[1] I cittadini di tutto il mondo “percepiscono” che qualcosa non funziona.
L’impressione è, comunque, che l’economia possa cadere in una grave recessione
nel breve termine.
Il sentimento dei consumatori USA è oggi a un livello straordinariamente
basso, peggiore della grande recessione del 2008-2009 secondo il grafico (su
riportato in Figura 2) mostrato relativo al ”Survey of Consumers” dell’Università del Michigan .
Secondo la stessa fonte, quasi il 48% dei consumatori da la colpa di aver eroso
il proprio tenore di vita all’inflazione. I prezzi del cibo sono aumentati
significativamente. Nell’ultimo anno, il costo di un’auto (in proprietà) è
aumentato vistosamente, così come il costo dell’acquisto o dell’affitto di una
casa...
venerdì 2 settembre 2022
Eni rivende il gas russo 10 volte più caro rispetto al prezzo a cui lo acquista - Francesco Cappello
La minaccia di sanzioni ha stranamente fatto aumentare
la quantità di gas russo importato…
Eni compra a
poco dai russi e rivende a prezzi da 10 a 15 volte più alti agli italiani con
la protezione e l’avallo del governo. La colpa degli aumenti viene addebitata a
Putin. Gli extra profitti in forma di dividendi vengono distribuiti agli
azionisti tra cui i grandi fondi di investimento
Che io
sappia il primo a parlarne è stato Carlo Cottarelli in un intervento su la
Stampa dello scorso 14 marzo, chiamando in causa il governo che ha fatto
orecchie da mercante… Il caro bollette secondo Cottarelli è dovuto alle
speculazioni sul prezzo del gas indicizzato a quello che ci commercializza
finanziariamente presso la borsa di Amsterdam. Cottarelli aveva già chiamato in
causa il governo che si è guardato bene dall’intervenire.
Salvatore
Carollo (ex dirigente Eni), intervistato nel corso di una trasmissione
televisiva (Non è l’arena), andata in onda ad aprile scorso, alla domanda del
gionalista sul rapporto tra guerra in Ucraina e prezzo del gas
rispondeva: fondamentalmente nessun rapporto con la guerra perché
non c’è stato un solo metro cubo di gas che è mancato. La
stessa quantità allo stesso prezzo.
L’unico
luogo dove il prezzo è cambiato (attualmente si registra un aumento di più di 15
volte nda) è stato alla borsa di Amsterdam che però
abbiamo deciso noi di usare come riferimento per la vendita di gas al
consumatore italiano, una scelta politica che noi abbiamo fatto.
Chiede
l’intevistatore se ENI, ENEL, EDISON, ecc. comprino a 100 per poi
rivendere a 500. Carollo conferma che è quel che succede affermando che i
numeri esatti andrebbero verificati aggiungendo che dovrebbe
essere lo Stato italiano a chiedere trasparenza su questi numeri ma lo
Stato non lo fa. Cingolani ha detto che non è riuscito ad avere questi
numeri (prezzo di acquisto e di rivendita nda). Lo Stato
dovrebbe dire: visto che è una mia scelta politica e sono io che decido il
prezzo allora lo cambio, allora chiedo la trasparenza alle aziende che
importano gas altrimenti gli tolgo la concessione.
Continua
Carollo affermando che il Gas liquefatto statunitense è di proprietà delle
compagnie private petrolifere americane. Esso costa più caro ed in più dobbiamo
competere con gli altri paesi offrendo un prezzo più alto per aggidicarcelo. È
questa la realtà del mercato. E continua denunciando:
Abbiamo riserve
di gas nazionale che non utilizziamo perché abbiamo dato priorità alle
importazioni. I
contratti take or pay (se non prendi paghi lo stesso)
stabiliti con la Russia servivano a garantire al produttore il recupero degli
investimenti necessari alla costruzione del gasdotto. Se si volesse
interrompere prima della scadenza la fornitura devi pagare lo stesso. Alla fine
il risultato sarebbe che noi prendiamo gas alternativo (leggi gas
liquefatto nda) pagandolo molto di più e in più dovremmo pagare
quell’altro quindi tornando alla bolletta questo sarebbe uno scenario comunque
disastroso per l’economia del Paese.
Recentemente
hanno ripreso l’argomento Giovanni Zibordi in un articolo dello scorso 19
agosto
ENI fa pagare 10 volte il gas russo o algerino ora
alle aziende fingendo di comprarlo al TTF
Zibordi
commenta la bolletta energetica di un’azienda che si è vista infliggere una
bolletta con un aumento pari a 8 volte:
Questo
aumento di quasi otto volte del gas non lo incassa la Gazprom o la società
algerina che il gas lo fanno pagare circa come prima per ora.
Esiste, è
vero, ora una quota del gas, quello liquefatto per nave e poi
rigassificato, che proviene dal famoso mercato in Olanda di cui parlano ora
sempre i giornali il “TTF”, che è aumentata di 10 o 12 volte. Questa
quota del gas consumato che arriva per nave è solo un 5% circa del totale del
gas che arriva in Italia, per cui quando si guarda la bolletta di ENI alle
aziende il suo costo non giustifica certamente un aumento di 8 volte..
Predicare
bene e razzolare male
Avete capito
bene. Non ci arriva meno gas dalla Russia (vedi nota (1)). Ne compriamo anzi di
più e ad un prezzo bassissimo rispetto a quello liquefatto che viene venduto
alla borsa olandese ma lo vendiamo, per criminale decisione politica del
governo Draghi, al prezzo del gas liquefatto (GNL) che è è passato in poco
tempo da 20 euro a megawattora agli attuali 340. Ricordiamo che il GNL è una
percentuale bassissima (il 5% del gas commercializzato) del gas che i
rivenditori italiani ENI in primis commercializzano. In conclusione Putin
funziona da capro espiatorio a copertura degli aumenti che metteranno, se non
vengono fermati in tempo, in ginocchio il sistema produttivo italiano e i
bilanci delle famiglie.
A conferma
un indizio importante è l’utile del semestre di ENI che sale a 7,39 miliardi.
Il Governo però protegge anche fiscalmente gli extra profitti di ENI. Cancella,
infatti, la tassa sulle compagnie energetiche. Gli utili di Eni sono intoccabili…
Fuori
l’Italia dalla guerra
Draghi era
direttore generale del Tesoro quando ENI fu privatizzata e ceduta a soggetti
esteri. Nazionalizzare ENI che non è più una società italiana ma internazionale
che non fa gli interessi dell’Italia ma dei suoi azionisti (blackrock [10 mila
miliardi], Vanguard, Statestreet … 35,45 % di azionisti esteri e poi tanti
fondi sarebbe una delle prime cose da fare. Eni oggi è una società a
partecipazione statale in cui lo Stato lascia fare limitandosi a incassare
dividendi. In alternativa alla nazionalizzazione si potrebbe creare una società
pubblica che compri il gas e lo rivenda a prezzi equi alle aziende e alle
famiglie italiane. È pure evidente che bisogna smetterla di mandare armi e
risorse logistiche e finanziarie in Ucraina ma diplomatici alla ricerca della
ricostruzione delle condizioni della Pace ristabilendo nel contempo i rapporti
commerciali del nostro Paese con la Russia. L’Italia non favorisce la guerra.
L’Italia ripudia la guerra.
Ascoltiamo
infine questo applauso oceanico al salvatore della Patria. Meritato, vero!? O
no?
Note
(1) Capiamo anche perché mentre si addebita alla
scarsità di Gas il suo alto prezzo, in realtà se ne importa una quantità
maggiore in modo da massimmizzare dividendi e profitti a discapito degli
italiani. Alla luce di quanto sopra risulta chiaro anche il ruolo della filiera
del gas liquefatto e l’uso strumentale della guerra per ridimensionare,
propagandisticamente e di fatto, il ruolo dei gasdotti. Snam ha abbandonato il
GALSI (gasdotto dall’Algeria). È stato bloccato il South Stream e più
recentemente il Nord Stream 2. Oggi i livelli di stoccaggio, secondo i dati del
GIE (Gas Infrastructure Europe) sono al 70,54%, più della media degli ultimi
cinque anni (70,32%) e cosa incredibile, secondo i dati del ministero dello
Sviluppo economico (Mise), rielaborati da Altreconomia, tra gennaio e maggio,
sono stati venduti all’estero 1.467 milioni di metri cubi equivalenti (Smc),
significa 578% in più rispetto ai 254 milioni di Smc del 2021. Un volume che
supera le esportazioni degli ultimi 15 anni più grande della produzione interna
(a quota 1.368 milioni di metri cubi equivalenti).
Ricordiamo che ENI, Edison ed ENEL non sono più
imprese pubbliche ma delle SPA. Tra i proprietari delle azioni i soliti noti:
Blackrock, Vanguard, State Street…