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martedì 24 maggio 2022

La polizia al servizio del cittadino

Misure cautelari in Italia. In carcere per una manifestazione studentesca

 

Il comunicato nazionale del Fronte della Gioventù Comunista che, dopo i fatti di Torino, invita alla mobilitazione “in tutte le scuole e luoghi di studio, nella direzione di tornare in piazza il prima possibile, a partire dallo Sciopero Generale del 20 maggio indetto dal sindacalismo di base e conflittuale”

Giovedì 12 maggio, a Torino la Questura ha effettuato un’operazione repressiva che ha portato all’attuazione di varie misure cautelari per 11 persone – di cui 3 arrestati, 4 ai domiciliari e 4 con l’obbligo di firma – per aver manifestato e protestato davanti alla sede di Confindustria durante il corteo che il 18 febbraio ha portato in piazza più 10.000 studenti.

È gravissimo che in Italia si finisca in carcere per una manifestazione studentesca. A maggior ragione se questo accade dopo mesi di silenzio da parte delle istituzioni riguardo alle rivendicazioni che centinaia di migliaia di studenti hanno portato nelle mobilitazioni e nelle occupazioni di questo inverno: salute e sicurezza nei luoghi di lavoro per fermare la strage che avviene quotidianamente tra le fila della nostra classe, salario e tutele orarie in alternanza con la possibilità della sindacalizzazione e di potere decisionale sui progetti, abolizione della seconda prova per l’anno scolastico in corso. Alle rivendicazioni degli studenti per un modello di scuola alternativo, nel paese in cui si sbandiera la natura democratica delle istituzioni, si assiste sempre più spesso a episodi come quelli di ieri mattina.

Questa operazione repressiva non ci stupisce, infatti Stato e Governo stanno dalla parte degli industriali responsabili del sistema di sfruttamento che ha portato alla morte di Lorenzo e Giuseppe. Gli studenti, con lucidità, hanno individuato come diretto responsabile Confindustria, l’associazione dei padroni, che è la più grande sostenitrice dell’alternanza scuola-lavoro e rappresenta questo sistema basato sui profitti degli industriali fatti sulle spalle dei lavoratori. Oggi, la Questura colpisce il movimento studentesco con impeto, non tanto per un’azione in particolare, ma per aver contestato direttamente gli interessi dei padroni, a dimostrazione di questo il GIP che ha emesso le misure cautelari ha giustificato alcuni arresti sulla base di una semplice megafonata. Questo dimostra il ruolo dello Stato che con celerità si è mosso a difesa degli industriali e segnala la giustezza delle rivendicazioni degli studenti che hanno toccato una corda sensibile di questo sistema basato sullo sfruttamento. Non potendo accettare una così vasta contestazione a Confindustria da parte di oltre 10 mila studenti, lo Stato attiva la macchina del fango e colpisce i settori militanti, cercando di ricondurre la contestazione ai settori politici, negando l’evidente partecipazione di massa alla mobilitazione.

La stessa Questura di Torino che il 28 gennaio ha fatto mangnellare centinaia di studenti e studentesse che si erano concentrati in piazza Arbarello nell’intento di protestare contro la morte di Lorenzo Parelli, avvenuta in alternanza scuola-lavoro, è la stessa che esegue le misure cautelari cercando di criminalizzare la giusta lotta degli studenti. I primi e unici responsabili delle violenze sono la polizia e più in generale le istituzioni che impediscono l’esercizio della libertà di manifestazione e di protesta: è grave il fatto che da ormai anni si assiste ad un incremento significativo del livello di repressione da parte dello Stato, che colpisce chi alza la testa contro questo sistema.

Questo incremento della repressione risponde ad una logica molto chiara. Complessivamente, le lotte degli studenti sono pericolose per il Governo Draghi perché spezzano la retorica dell’unità nazionale che ci dovrebbe essere tra capitalisti e proletari. La riconoscibilità di queste proteste, il fatto che si possano legare a quelle dei lavoratori e dei segmenti più avanzati di lotta in questo paese, rende necessaria una risposta da parte di un sistema in profonda crisi.

Il Governo, attraverso una repressione sempre più feroce, che si articola anche nel tentativo di dividere gli studenti in buoni e cattivi, prova a ridurre il problema politico ad una mera questione di ordine pubblico. Questo segnala ulteriormente come il Governo non abbia nessuna risposta reale e nessuna intenzione di affrontare i problemi degli studenti e delle studentesse.

In questo momento, la risposta migliore che possiamo dare è la massima mobilitazione, come dimostrato dopo la repressione subita il 28 gennaio. Le manganellate e la repressione non hanno fermato la nostra lotta: non nutriamo nessuna illusione circa la natura delle istituzioni e del loro ruolo nei confronti di chi contesta questo sistema. Sappiamo bene che compito dello Stato in questa società è quello di tutelare gli interessi della classe dominante: quello che è successo a Torino, ma anche nei mesi scorsi a Roma, Napoli, etc., esprime plasticamente qual è il ruolo delle istituzioni nei confronti di chi pretende un mondo diverso. Anzi, la dimensione di massa acquisita dalle proteste, dalle occupazioni e dalla mobilitazione nelle settimane successive, dimostrano come si deve parlare apertamente delle problematiche che come studenti si vivono, che certe problematiche sono endemiche e non possono essere liquidate come mere questioni generazionali. Sono problemi inerenti alla condizione di classe che viviamo e che ci lega sempre di più ai lavoratori e ai disoccupati. In questi mesi abbiamo dimostrato che si può ingaggiare una lotta per soddisfare i nostri bisogni e ottenere un sistema scolastico diverso: sta a noi in questo senso non arretrare se decidono di colpirci.

La lotta e chi lotta non si processano: solidarietà agli arrestati. Rilanciamo la mobilitazione in tutte le scuole e luoghi di studio, nella direzione di tornare in piazza il prima possibile, a partire dallo Sciopero Generale del 20 maggio indetto dal sindacalismo di base e conflittuale.

Un nemico, un fronte, una lotta!

Fronte della Gioventù Comunista

da qui

 

 

Studenti arrestati a Torino, le mamme: “sono tutti incensurati, non hanno potuto interloquire con loro avvocati, rimandata l’udienza col GIP” - Fabrizio Maffioletti


Il corteo è sfilato ieri in tardo pomeriggio da piazza Solferino a Piazza Castello, per poi proseguire fino al liceo Gioberti, prima scuola di Torino occupata dagli studenti per la morti di Lorezo Parelli e Giuseppe Lenoci.

Presenti al corteo Potere al Popolo e i sindacati di base.

In tutto questo, al di là di qualunque considerazione, occorre ricordare il motivo scatenante di queste proteste, su scala nazionale, che hanno interessato il movimento studentesco: due morti di ragazzi in mano allo Stato. Anche i tre ragazzi portati in carcere sono ora nelle mani dello Stato.

Le mamme dei ragazzi arrestati hanno emesso un comunicato: i ragazzi, tutti incensurati, sono stati sottoposti a misure cautelari preventive per una manifestazione studentesca. S. è stata sottoposta ai domiciliari per aver parlato al microfono, denunciano i manifestanti.

S. è la stessa ragazza che abbiamo visto con i nostri occhi sanguinare dalla testa durante l’inqualificabile pestaggio del 28 gennaio operato dalle forze dell’ordine a danno degli studenti in piazza Arbarello. Non ci risulta, eravamo presenti, che abbia preso parte ad alcuno scontro durante i fatti all’Unione Industriali del 18 febbraio.

S.,un altro studente, secondo indiscrezioni, è sottoposto ad obbligo di firma per una presunta “regia”, anche lui non ci risulta aver preso materialmente parte ai fatti. Sarebbe il caso che la parola “regia”, ormai così spesso usata insidiosamente come sinonimo di “mandante”, scomparisse dal linguaggio ormai corrente in ambito giudiziario. Non si tratta di omicidi di mafia.

I ragazzi, denunciano le loro madri, sono incensurati. Sconcerta la durezza delle misure preventive, i 3 ragazzi detenuti al Lorusso sono in isolamento per Covid: l’udienza col GIP è stata rinviata, non hanno potuto sentire i propri avvocati, i ragazzi quindi sono in carcere, in isolamento, senza che ci sia stato un pronunciamento. Non avendo potuto parlare con i legali, verosimilmente non conoscono la loro situazione.

“Vivono in una bolla di sospensione in cui nessuno ha potuto vederli, parlare con loro“, afferma il comunicato delle madri, “uno di loro ha recentemente subito un intervento chirurgico per il quale dovrebbe effettuare controlli“.

“Emiliano, Francesco e Jacopo sono finiti in un buco nero“.

La sorella di uno dei ragazzi in carcere era anche lei in piazza, sostenuta dalle amiche, anche sul suo viso abbiamo letto l’angoscia per la situazione del fratello.

Questa mattina le mamme si sono recate al carcere per consegnare pacchi, i generi alimentari, il cibo delle madri dei ragazzi, per le complesse norme del sistema penale, non sono stati accettati.

Abbiamo assistito all’angoscia delle mamme degli studenti, al dolore sui loro visi, alla forza con cui una donna tenta di proteggere il proprio figlio partorito, che continua a sentire, inevitabilmente, come parte di sé.

Durissimi gli interventi al microfono, anche di studenti medi giovanissimi, in un corteo che è stato davvero l’altra faccia di una Torino inebriata dall’Eurovision. Era palpabile lo stupore della gente a spasso per il centro, in molti hanno ascoltato, con un’attenzione che ci ha stupito, gli interventi al microfono dei manifestanti efficacemente diffusi dai watt dall’impianto montato sull’auto in testa al corteo.

Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso ha sfilato a fianco di queste mamme. La sorellanza è la cifra di queste donne, che in quanto mamme, ben comprendono la sofferenza della madri dei ragazzi, indagati per forme di dissenso, stringendosi a loro nel sostegno.

“Vogliamo che siano revocate queste gravi misure cautelari per tutte e tutti, che si riconosca il fatto che sono incensurati, che si permetta ai detenuti di interloquire immediatamente con i loro avvocati e di tornare a casa. Noi madri siamo qui, sempre saremo qui, non un passo indietro” hanno dichiarato le madri a chiusura del comunicato letto il piazza Castello.

da qui




Prima pestati e poi arrestati: lo Stato si accanisce sui ragazzi - Selvaggia Lucarelli


A gennaio gli studenti che protestavano contro le morti nell’alternanza scuola-lavoro hanno preso manganellate tra ferite e traumi. Ora l’accanimento con perquisizioni e indagini sulle vittime, non sui picchiatori

Giovedì mattina, ore 8,00. Sono sveglia da poco, sto rifacendo il letto. Mio figlio Leon è in gita da due giorni in Val Seriana, la prima gita dopo due anni, un ritaglio di leggerezza. Suona il citofono, non succede mai a quell’ora. Il mio fidanzato esce dal bagno e va a rispondere. Lo sento dire “Leon” e “sono i carabinieri”. Ho pensato a una disgrazia in gita, credo di aver detto “Leon è morto”.

Salgono, sono sei persone gentili, una in divisa. Deve essere qualcosa di gravissimo. No, Leon non è morto, anzi, lo stanno cercando. Hanno un mandato di perquisizione.

É quel momento in cui si pensa di non conoscere i propri figli, di aver sottovalutato qualcosa. Chiedo di spiegarmi cosa ha combinato, ma questa cosa che lui non sia in casa è un problema, dovranno andare a prenderlo in gita per perquisirlo.

Dico che mi sembra una misura molto invasiva, che sarà un evento traumatico, chiedo di nuovo che mi spieghino per quali fatti sono lì. Il capitano esce dalla porta per riferire la situazione al magistrato del Tribunale dei minori (Leon ha 17 anni).

Rientra e comunica che il magistrato ha compreso la delicatezza della situazione, per cui procederanno alla perquisizione della casa e poi il resto si vedrà al suo ritorno. Finalmente mi spiegano per quale grave crimine è indagato.

 

LA MANIFESTAZIONE DEGLI STUDENTI

Il 17 novembre durante un corteo per la giornata nazionale degli studenti, Leon avrebbe tirato un palloncino di vernice rossa (lavabile, pare) sulla vetrina di una banca.

Cercavano dunque le prove per inchiodarlo: un paio di Nike, dei pantaloni grigi, una felpa nera. Ho spiegato che essendo in gita aveva alcune scarpe e vestiti con sé ma che comunque a quella manifestazione era andato e possedeva i vestiti che cercavano. Hanno frugato un po’ in giro, mi hanno domandato se ci fossero volantini sulle sue idee politiche (quali?) e alla fine gli hanno sequestrato un tablet con cui disegna.

Il reato che gli viene contestato è quello di deturpamento e imbruttimento di cose altrui, punito dall’articolo 639 del codice penale che prevede una multa e, nei casi più gravi, da uno a sei mesi di reclusione.

LA PERQUISIZIONE

Dunque, una perquisizione, sei esponenti delle forze dell’ordine, la procura dei minori e, udite udite, il dipartimento Antiterrorismo che ha coordinato il tutto, per un uovo di vernice lanciato, forse, da un minorenne. Anzi, da più minorenni e maggiorenni, suppongo, che quel giorno hanno imbrattato la vetrina di una banca con la motivazione “Investe nelle armi e nei combustibili fossili” e che non hanno spaccato macchine, vetrine, non hanno fatto male a nessuno.

Due mesi dopo sono stati manganellati ferocemente nelle piazze di Milano, Torino, Napoli, Roma per aver gridato che nessun ragazzo deve più morire per colpa dell’alternanza scuola-lavoro.

Mio figlio è stato colpito da una manganellata in testa senza che avesse toccato nessuno o lanciato oggetti. Vista la violenza del colpo, l’ematoma dopo quattro mesi non è ancora riassorbito.

Ora, non sta a me ma a un giudice stabilire quale sia la giusta punizione (le cose altrui non si imbrattano, siamo d’accordo) ma la sproporzione tra un’azione così invasiva e traumatica e i fatti contestati è abnorme e preoccupante.

Preoccupante perché quello che è accaduto a mio figlio - l’ho scoperto dopo - è solo una piccola ma significativa parte di quello che sta accadendo in questi giorni agli studenti che hanno manifestato negli ultimi mesi e che hanno portato nelle piazze il dissenso per questioni politiche, sociali, ambientali.

E I MANGANELLATORI?

Senza che nessuno ci stia facendo troppo caso, infatti, a quattro mesi da quelle manganellate che hanno mandato ragazzi neo maggiorenni e minorenni all’ospedale con arti rotti e traumi cranici, non c’è stato alcun accertamento di responsabilità nei confronti dei manganellatori, nessun provvedimento disciplinare, nessuna sospensione del servizio.

In compenso, si sta provvedendo a punire tantissimi ragazzi tra i manganellati di Roma, Torino, Napoli e Milano. “L'intera documentazione visiva è stata messa immediatamente a disposizione dell'autorità giudiziaria come accade in tutti i casi per individuare ogni responsabilità, comprese quelle eventualmente riconducibili agli operatori di polizia”, aveva dichiarato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

Evidentemente i filmati hanno mostrato ragazzini che, in modalità Tafazzi, si picchiavano da soli e poi compivano atti così criminosi - lancio di uova di vernice e fumogeni- da meritare l’intervento dell’antiterrorismo…

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giovedì 31 marzo 2022

“Non siamo il gatto di Schrödinger” - Chiara e Francesco

 

 

Chi siamo noi studenti? Persone che vogliono capire, formarsi per poi contribuire con competenza al mondo produttivo oppure eterni stagisti, o meglio garzoni a basso costo al servizio delle imprese e destinati a condividere la sorte amara di tanti, troppi lavoratori? Nel nostro Paese, anno 2021, secondo l’Osservatorio nazionale morti sul lavoro, sono ben 1.404 le lavoratrici e i lavoratori che hanno perso la vita mentre svolgevano il loro mestiere. Un numero sconcertante, da capogiro. Il 2022 non sembra andare molto diversamente, anzi, la situazione appare peggiorare vertiginosamente poiché ora non solo gli adulti muoiono sul lavoro, ma anche gli studenti. Nel giro di pochi giorni, qualche settimana fa, ne sono deceduti due durante l’attività lavorativa che faceva parte del percorso scolastico. Lorenzo e Giuseppe, due studenti morti dunque non sul lavoro, ma a scuola, durante le attività scolastiche. E che scuola può essere quella che lascia morire i suoi studenti nel conseguimento del diploma?

È una scuola impoverita, dalla riforma Berlinguer in poi piegata a una politica aziendalistica, non di formazione della persona. Il preside è diventato dirigente, le attività di approfondimento culturale sono diventate alternanza scuola-lavoro (ora Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, in sigla Pcto) e l’insegnante non ha un ruolo educativo, trasformandosi sempre di più in un baby-sitter costretto ad accalappiare 25 o 30 marmocchi o adolescenti ai quali trasmettere una serie di nozioni e null’altro.

Queste due morti, due assassinii, sono solo il più cupo epilogo delle politiche di liberalizzazione della scuola.

La scuola italiana ha sempre avuto radici profondamente classiste: la riforma Gentile del 1923, che all’inizio dell’epoca fascista gettò le basi della moderna istruzione pubblica, prevede infatti la divisione della scuola in classi – ci riferiamo non a un insieme di studenti ma a veri e propri gruppi suddivisi per scala sociale – associando a ciascuna di esse una scuola di riferimento. Ancora oggi basta farsi un giro in un liceo e a un alberghiero per rendersi conto quel modello persiste ancora oggi. Chi ha frequentato un qualsiasi liceo ha sentito almeno una volta l’abominevole affermazione “qui formiamo la classe dirigente del futuro”, e accade pure che qualche docente di un professionale declami ai propri studenti: “se al liceo formano la futura classe dirigente, qui formiamo i loro servi!”.

Quale educazione può dare una scuola del genere se non l’abitudine alla subalternità e allo sfruttamento? Sarebbe bello poter dire che chi fa queste affermazioni o chi compie azioni classiste sono solo delle mele marce, eppure il problema è strutturale ed endemico nel sistema scolastico.

Se si prende a esempio la Buona Scuola varata dal governo guidato da Matteo Renzi nel 2015, si noterà che l’alternanza scuola-lavoro lascia un margine di azione ampio al singolo istituto e non specifica mai quali siano nel dettaglio le possibili attività ascrivibili a questo tipo di percorso. L’alternanza scuola-lavoro non prevede infatti esplicitamente l’avviamento a un percorso lavorativo presso un’azienda e di conseguenza sarebbe possibile (e anche auspicabile) intraprendere percorsi formativi diversi, che non mandino obbligatoriamente gli studenti presso privati, troppo spesso neppure preparati a sostenere un’iniziativa del genere. Dover assistere una persona che sta apprendendo un mestiere è per un’azienda (specie per una Pmi) solo un costo, sia in termini economici sia di tempo. Come poter sopperire a tutta la domanda delle aziende garantendo gli obiettivi preposti dalle scuole?

Semplicemente non si può. Nella maggior parte dei casi, gli studenti rimangono in un’azienda per qualche settimana a svolgere mansioni che non sono in grado di portare a termine oppure a fotocopiare documenti di vario genere, rendendo l’esperienza del Pcto inutile nel migliore dei casi, se non pericolosa.

In Italia ci saranno sicuramente dei percorsi virtuosi, ma restano in minoranza rispetto alla totalità.

Spesso si paragona in modo erroneo la Buona Scuola (o almeno il suo intento) alla situazione in Germania. Ci sono differenze strutturali anche nella stesura della legge: infatti le aziende tedesche sono tenute a seguire una serie di regole più stringenti e ferree rispetto a quelle italiane, i controlli inoltre avvengono con maggiore frequenza mentre nel nostro Paese è estremamente raro sottoporre un privato ospite degli studenti in Pcto a un controllo di qualsiasi genere. La formazione poi è estremamente diversa, dato che una parte teorica sul come lavorare in un’azienda e sulle norme di sicurezza è obbligatoria nelle scuole tedesche. In Italia, anche se viene praticata la formazione di base sulla sicurezza, ovvero un corso di quattro ore con un test a risposta multipla alla fine, la scuola sembra voler essere in funzione del mondo del lavoro ma contemporaneamente volersene sbrigliare. Insomma, una specie di “scuola di Schrödinger”, dove noi siamo il gatto dell’esperimento mentale del fisico austriaco, il micio destinato a morire o rimanere vivo con uguale probabilità, una scuola in cui allo stesso tempo c’è un fine lavorativo, ma che in realtà come obiettivo ha il mero raggiungimento di un diploma, senza veramente curarsi delle conoscenze acquisite dagli studenti e della loro capacità di giudizio.

Sicuramente questo modello si sta rivelando ogni giorno di più fallimentare: la nostra scuola ha bisogno di un ripensamento in toto, che la veda slegata dalla smania aziendalistica delle riforme degli ultimi decenni e la veda come luogo di educazione in senso lato. Pretendere di ridurre la scuola alla banale formazione professionale (depotenziando per esempio lo studio delle materie umanistiche o togliendo quasi del tutto la geografia come nella riforma Gelmini) in cui i docenti sono semplicemente dei trasfusori di nozioni è frutto di una volontà politica ben precisa, ovvero quella di dividere sempre di più gli studenti in classi, di renderli pedine di un sistema produttivo cannibale, piuttosto che persone complete e pensanti. Si spinge verso l’educazione privata, finanziandola in aperto contrasto con la Costituzione (art. 33 “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”), per raggiungere sempre di più le scuole “di eccellenza” in cui gli studenti, nella miglior performatività in salsa capitalista, possono raggiungere risultati fuori dal comune a costo di sacrificare tutto, perfino la salute o la vita.

La competitività è un valore positivo, premiata dagli insegnanti stessi, perché “mettersi in gioco” è sintomo di “forza” e di “volontà”, mentre dall’altra parte chiedere un ritmo diverso, più umano, lontano dalla modalità fordista che la scuola sta assumendo sempre di più, significa “lagnarsi ed essere ingrati”: d’altro canto cosa aspettarsi in un Paese in cui “sfruttamento lavorativo” è sinonimo di “gavetta”? Noi studenti dobbiamo ribellarci: scendere in piazza, dalle scuole e dalle università, per urlare “basta” a questo modello di sfruttamento scolastico. Chiediamo agli adulti, ai lavoratori, ai sindacati e alle imprese di supportarci in questa battaglia e di non lasciarci soli. Ve lo chiediamo per Giuseppe e Lorenzo, e anche per Luana e Adil e per ogni persona che è morta sul lavoro o per difendere i propri diritti.

https://www.patriaindipendente.it/primo-piano/morire-a-scuola-non-siamo-il-gatto-di-schrodinger/

giovedì 17 marzo 2022

La scuola al servizio delle imprese - Marco Bersani

 

La cifra del rovesciamento operato da quattro decenni di modello liberista è resa evidente dalla relazione tra scuola e lavoro. Negli anni ’70 del secolo scorso il ciclo di lotte operaie e studentesche conquistava le 150 ore per il diritto allo studio dei lavoratori, un monte ore retribuito e contrattualizzato per seguire corsi di formazione e ottenere un titolo di studio. In questo modo, il mondo del lavoro si appropriava della scuola, affermando il paradigma dei diritti.

Dal 2005 questo rapporto si è rovesciato: con l’introduzione dell’Alternanza scuola-lavoro, questa volta sono gli studenti ad entrare in azienda, in qualità di manodopera gratuita a disposizione dell’impresa, della quale vanno imparate regole, gerarchie e disciplinamento. In questo modo, il mondo delle imprese si appropria della scuola, affermando il paradigma del profitto.

Un rovesciamento di valori che nella morte da stage del giovanissimo Lorenzo rivela la propria ferocia e il proprio cinismo. Un rapporto di potere ben evidenziato dalle cariche della polizia alle diverse manifestazioni studentesche di questi giorni.

La relazione tra scuola e lavoro così concepita si appresta a breve a fare un ulteriore salto di qualità.

Sono appena stati inaugurati i nuovi Licei TED (Transizione Ecologica e Digitale), per ora come corsi sperimentali in 28 scuole, ma che già dal prossimo anno dovrebbero diventare oltre mille.

Ma di cosa si tratta? Leggiamo direttamente dal sito del Consorzio Elis: “Il Liceo sperimentale TED propone un percorso di formazione in quattro anni, che sappia coniugare la tradizione umanistico-scientifica con un metodo capace di dare ai giovani gli strumenti per vivere da protagonisti la transizione digitale ed ecologica in atto.”

Ed ecco l’entusiasta Patrizio Bianchi, Ministro dell’Istruzione: “E’ un salto per tutto il sistema educativo italiano e per il paese. Il liceo quadriennale TED è un percorso di trasformazione dell’intero sistema educativo. La sostenibilità e la transizione ecologica e digitale sono temi centrali nella nuova scuola che stiamo costruendo per le nostre studentesse e i nostri studenti, così come è fondamentale il ruolo delle discipline STEM ((Science, Technology, Engineering, Mathematics). Ringrazio tutti i protagonisti di questo progetto, a cominciare dalle scuole. Una sinergia che ha portato a conseguire un ottimo risultato per gli obiettivi e le sfide del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e del Piano RiGenerazione Scuola”

Tutto bene, no? In fondo la transizione ecologica è il tema del nostro tempo e l’innovazione digitale è il contesto quotidiano dei ragazzi e delle ragazze in formazione; che diventi un corso di studi liceali è quasi fisiologico.

Eppure, un tarlo si insinua…. perché il Ministro della scuola pubblica benedice e ringrazia ma non promuove? E cos’è il Consorzio Elis?

Si scopre così che il Consorzio Elis è un raggruppamento di oltre 100 grandi imprese, che collaboreranno attivamente nell’ideazione e realizzazione dei programmi d’insegnamento, offrendo a studenti e studentesse “conoscenze aggiornate e l’opportunità di verificarle sul campo attraverso tirocini e altri modelli di didattica esperienziale”.

Ma chi fa parte di questa nobile impresa di filantropia imprenditoriale? Campioni del settore armamenti (Leonardo), dell’energia fossile (Snam, Eni), della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici (Acea, A2A, Iren), delle telecomunicazioni (Tim, Vodafone), dell’informatica (Microsoft) e poi Toyota, Atlantia, Autogrill, Manpower, Campari (casomai, si voglia concludere le lezioni con un aperitivo).

Ed ecco il salto di qualità: l’azienda non deve più solo entrare nella scuola, la progetta e la realizza direttamente, insegnando almeno tre principi fondamentali:

1.      il benessere della società può derivare solo dal benessere dell’impresa, pertanto la scuola deve porsi al suo servizio;

2.      la crisi climatica è un problema tecnico e come tale va risolto; nessuno spazio a considerazioni di tipo ecologico, sociale e politico, che mettano in discussione il sistema e che costringano le aziende ad assumersi le proprie responsabilità;

3.      l’innovazione digitale è la risposta e, di conseguenza, serve una generazione specializzata nel campo e formata all’intoccabilità degli interessi delle imprese, nonché alle loro gerarchie e disciplinamenti.

“Disoccupate le strade dai sogni. Sono ingombranti, inutili, vivi” cantava Claudio Lolli nel 1977. E’ quello che cercano di dire a studenti e studentesse le manganellate di questi giorni.

Che il coraggio li aiuti a non smettere di osare.

da qui

sabato 30 maggio 2020

Maturità: persino Franz Kafka barò all’esame - Alessandro Banda



Prima di tutto una breve precisazione terminologica: la dizione “maturità”, nel suo senso scolastico, è stata sostituita, e da ben vent’anni, con quella, ufficiale, di “esame di stato”. O meglio, per essere precisi, “esame di stato conclusivo del corso di studio di istruzione secondaria superiore”.
Il fatto che tutti noi – insegnanti, studenti, collaboratori scolastici, dirigenti, ispettori nonché cittadine e cittadini in genere – continuiamo imperterriti a chiamarla “maturità” è significativo. E di che è significativa questa inveterata fedeltà a un vecchio nome? Ma del fatto che il mutamento, come molti altri mutamenti in molti altri ambiti della vita italiana, è solo nominale. La sostanza rimane sempre quella, come, del resto, nella scuola in generale. Non cambia mai niente. Le acque profonde sono ferme, stagnanti benché le superfici conoscano increspamenti continui.

Infatti dal 1999 a oggi la “maturità”-“esame di stato” ha subito un numero consistente di variazioni. Nelle modalità di svolgimento, nelle attribuzioni del punteggio, nella composizione delle commissioni.
Una delle poche cose buone, per esempio, risultava la cosiddetta “tesina”. A me piaceva, tanto per dire. Lo studente sceglieva un tema che gli era congeniale e lo presentava alla commissione. Era un buon modo per avviare il colloquio interdisciplinare. Siccome era una buona cosa è stata abolita. Come spesso accade nel nostro bel paese. Si diceva: eh, ma gli alunni copiano da internet. E allora? Era pur sempre un esercizio. E poi non era vero che tutti copiavano. C’era effettivamente anche qualcuno che lo faceva, come sempre è accaduto e sempre accadrà, nella scuola e altrove.
Persino Franz Kafka barò all’esame. Anzi: tutta la sua classe imbrogliò l’ignaro insegnante di greco (Gustav Adolf Lindner) nell’anno scolastico 1900-1901. Con un gustoso stratagemma, complice la governante del professore, che fruttò a Franz e compagni l’acquisizione temporanea del prezioso quadernetto in cui il docente segnava i testi che avrebbe chiesto agli scolari. (La faccenda è raccontata nei dettagli da Reiner Stach nel suo Questo è Kafka?, Adelphi, 2016.)

Alcune innovazioni hanno avuto, per fortuna, vita breve. Come le famigerate buste dello scorso anno.
Non bastava la bancarizzazione della scuola, con i crediti e i debiti. E proprio in un momento storico in cui la fiducia nelle banche è ai minimi. Ci voleva la quizzizzazione! Busta uno, due o tre, signora Longari?
Non mi si rimproverino i neologismi orripilanti. La scuola e i suoi esperti socio-psico-pedo-didattici ne sono maestri riconosciuti e ne coniano a iosa. Neologismi e sigle. (Ve li risparmio, non voglio infierire).
Quest’anno la maturità si svolge in una situazione di emergenza.
Niente scritti. Solo un orale, già ribattezzato “maxi-orale”.
Bene, vediamo di che si tratta. Il tempo previsto è un’ora a studente. I commissari d’esame sono sei, tutti interni. Come ai tempi della ministra Moratti. Solo il presidente è esterno. Il motivo è chiaro: solo i docenti interni possono sapere esattamente quello che è stato fatto o non fatto durante l’anno e durante i mesi dell’emergenza, la quale emergenza, mi pare abbiano detto gli esperti, non è ancora finita.
Un’ora, ossia dieci minuti a materia; il colloquio è pluridisciplinare, certo, ma dovrà pure ogni docente dire la sua, intervenire, porre qualche domanda. Se fosse solo così non avrei nulla da eccepire.
Ma non è così.

L’esame inizierà con la discussione di un elaborato della materia d’indirizzo. Poi ci sarà la discussione di un testo di italiano affrontato durante l’anno. (Nelle zone bilingui, come la mia, accanto al testo in italiano, sarà discusso un testo in tedesco o in francese o in sloveno, a seconda.) Poi ci sarà la discussione di un argomento multidisciplinare scelto dalla commissione, che dovrebbe costituire il colloquio vero e proprio. Poi ci sarà la presentazione dell’esperienza di PCTO, che non è un’onomatopea rappresentante uno sputacchio o analoga espressione di profondo disgusto, bensì una sigla (ve l’avevo pur detto delle sigle): Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, ossia quello che prima si chiamava “alternanza scuola-lavoro”, ch’era troppo semplice e comprensibile per rimanere tale.
E poi, dulcis in fundo, ci sarà la parte relativa ai quesiti sulle attività di “cittadinanza e costituzione”, che, per essere chiari, è la vecchia, buona, cara “educazione civica” (introdotta parecchi lustri fa da un ministro che di nome faceva Aldo Moro, nientemeno), rivisitata e corretta.
Tutto ciò mi pare assai irrealistico. Un’ora sola non è affatto sufficiente. Perché caricarla di tutte queste consegne o compiti che dir si vogliano? Perché, come ha più volte ribadito la ministra nel corso delle sue svariate esternazioni, l’esame dev’essere “serio”.
Ora, io non ho nulla contro la nostra buona ministra. Mi piacciono molto i suoi sgargianti rossetti, segno di traboccante gioventù e pura gioia vitale. Ma, se potessi farlo, le chiederei: signora ministra Azzolina, è sicura che l’esame di maturità in sé e per sé, accantonando per un momento l’emergenza, sia una cosa seria?

I dati dell’ultimo anno scolastico dicono che la percentuale dei promossi è stata pari al 99,7 per cento.
Ed è comunque da molti anni che i promossi superano il 99 per cento. Io sono contento di questi dati. Non sono un insegnante che boccia. Non ho la bava alla bocca quando metto un’insufficienza. Non ne metto quasi mai. Ma, se un esame non opera un minimo di selezione, che senso ha?
Prendiamo per esempio l’esame per la patente. I dati dicono che passa approssimativamente la teoria circa il settanta per cento dei candidati e alla prova pratica l’ottantacinque per cento. Una selezione c’è. L’esame un suo senso lo ha.
La maturità no. Passano regolarmente tutti. Da anni. Da decenni. In trent’anni che insegno ho visto un solo respinto. Che poi ha fatto ricorso e l’ha vinto. Quindi nessuno in trent’anni.
Non sarebbe meglio abolirla, questa maturità?
A me, anno dopo anno, la maturità pare solo un involucro assai elaborato, un insieme di pacchi, pacchetti e pacchettini, dentro cui non c’è più nulla, o quasi.

Perché c’è da dire che le procedure formali dell’esame, quelle sì, sono impegnative, una burocrazia capillare e pervasiva. I presidenti hanno sempre un corposo volumetto con tutti gli adempimenti del caso cui devono scrupolosamente attenersi. 
Quest’anno, così per citare un esempio, gli insegnanti di italiano devono allegare telematicamente i testi che hanno affrontato durante l’anno. Non basta elencarli. No, no, riprodurli proprio. Ma perché? Visto che il commissario è interno, sono tutti interni; perché devo mandare un testo, che fra l’altro ho già distribuito durante l’anno agli alunni, a me stesso? Che senso ha? E chi lo sa?

È, a mio modesto avviso, la maturità in sé a non aver più molto senso. Non è più da tempo un rito di passaggio. Passaggio a cosa? Transito verso dove? Da un parcheggio a un altro, forse? Non lo so.
So però che quando fu istituita, da un ministro con l’azione del quale si può essere o non essere d’accordo, ma che aveva delle idee ben precise al proposito (non so se al MIUR o negli uffici scolastici provinciali ci sia qualcuno che ha magari anche solo sfogliato il Sommario di pedagogia come scienza filosofica del ministro in questione) la maturità un senso lo possedeva. La prima maturità classica fu superata dal cinquantanove per cento dei candidati. Il governo fascista corse allora ai ripari. Negli anni a seguire l’esame fu, more italico, annacquato e edulcorato. Gentile era avversato dai fascisti stessi e i suoi successori ne smontarono l’opera, basti anche solo ricordare il ministro Fedele. (Pietro Fedele, non la Fedeli, la ministra “senza maturità”, nel senso che lei non l’aveva mai conseguita, altra vicenda esemplare).
Non voglio rievocare poi il provvedimento demagogico della “maturità provvisoria”, vistosamente ridotta rispetto a prima, introdotta nel 1969 dall’allora ministro Fiorentino Sullo, e che lo fu per trent’anni, provvisoria, fino, per l’appunto, al 1999.
No, no, non voglio, come d’uso ricondurre tutto al fatidico ’68 e alle sue colpe, reali o presunte.
Dico solo che accingermi una volta ancora a un rituale sempre più svuotato ed esangue mi provoca un certo scoramento e mi disanima. Che sia anche perché, quest’anno, in certe zone si rischia pure la pelle?

domenica 5 aprile 2020

Scuola e valutazione ai tempi del Covid, tra Fondazione Agnelli e INVALSI - Rossella Latempa



Se c’è una cosa che l’emergenza sanitaria di queste settimane ha messo bene in evidenza  è la differenza tra ciò che è veramente indispensabile rispetto a ciò che non lo è. Anche per la scuola. Tutto a un tratto: niente più lezioni, voti, niente più test INVALSI, simulazioni o addestramenti, niente più Alternanza Scuola Lavoro, niente più verifiche. Niente di niente.  Dopo una prima sensazione di straniamento, fin dai giorni che hanno seguito prima la chiusura, poi la sospensione delle attività didattiche nelle regioni del Nord e in tutta Italia, è stato presto chiaro quello di cui si sentiva veramente la mancanza: la relazione umana, tra studenti e insegnanti, tra studenti e studenti. Anche se mediati o surrogati attraverso tecnologie più o meno efficaci e diffuse, sono stati il dialogo e l’interazione tra corpi, sguardi e voci ciò che abbiamo cercato e tentato subito di riprodurre, in tempi di isolamento. “Continuieté pedagogique”, la chiamano in Francia, “Didattica a Distanza” – con un nuovo e  triste acronimo: la DAD –  la chiamano le note ministeriali italiane.
Indipendentemente dalle percentuali dei (frettolosi) monitoraggi dei recenti resoconti parlamentari, è evidente a chiunque, in qualsiasi casa, quanto la scuola italiana si stia mobilitando, ovunque e con ogni mezzo a disposizione. Lo confermano le ancor più stridenti disuguaglianze di opportunità – non solo di dotazione e accesso, di mezzi, spazi e sostegno genitoriale, ma anche di soluzioni e scelte didattiche, orari e impegni, carichi di compiti  – che mai come adesso emergono e paiono inaccettabili. Non tutte le case sono uguali, e nemmeno tutte le discipline: condividere pc o tablet con un fratello in cucina è ben altra cosa dal disporre di una postazione autonoma e silenziosa; videolezioni di filosofia e storia dell’arte sono altro rispetto ad ore di laboratorio di pittura in un liceo artistico o di cucina in un istituto professionale. Su tutti questi aspetti, sullo stato di eccezionalità e di emergenza e sui suoi strascichi sulla nostra futura “normalità”, diverse sono state le riflessioni di questi giorni (qui, qui,  qui, e qui, ad esempio).
Nell’attesa che il Ministero si assuma la responsabilità di definire un’ipotesi di chiusura dell’anno scolastico, di dare indirizzi comuni sulla valutazione degli studenti e indicazioni sulle modalità con cui verranno svolti i futuri esami di Stato; mentre gli insegnanti si ingegnano con chat e webcam e gli studenti tentano di riorganizzare il loro nuovo “tempo di mezzo” della pandemia, i “piazzisti” dell’istruzione continuano una fiorente attività di propaganda, dalle colonne dei maggiori quotidiani nazionali.1. La Fondazione Agnelli, il suo direttore e l’ossessione della formazione docenti
La Fondazione Agnelli schiera artiglieria pesante e retorica alla “whatever it takes”: una campagna-progetto, dal nome #restoascuola,  per “aiutare scuole e docenti a combattere la battaglia contro la perdita delle conoscenze già acquisite dai loro studenti”, a cui nessuno tra   “tutti coloro che abbiano a cuore la formazione delle nuove generazioni” potrà sottrarsi. Insieme alla Fondazione La Stampa – Specchio dei tempi, è stato approntato e reso disponibile un pacchetto di risorse e materiale online utilizzabili, previa iscrizione, da parte di tutte le scuole secondarie di I e II grado.
Il direttore Gavosto non cessa di sottolinearlo – dopo averlo ribadito in più occasioni:
“le analisi dicono che i docenti italiani impegnati a trasformare la propria didattica in senso digitale sono ancora una piccola avanguardia. L’emergenza tuttavia sicuramente farà crescere la consapevolezza che è necessario innovare le pratiche didattiche con un uso mirato ed efficace delle nuove tecnologie; così molti docenti finora riluttanti al cambiamento si avvicineranno volenti o nolenti alla didattica digitale.”
Laddove l’imposizione ideologica finora non abbia funzionato, ci penserà insomma la necessità della pandemia. Volenti o nolenti, dice Andrea Gavosto.
D’altra parte, solo pochi giorni prima, sul portale lavoce.info, lo stesso Gavosto, insieme a Stefano Molina, ci ricordavano, con analoghi toni che
“la preparazione professionale dei docenti alla didattica a distanza è in molti casi inadeguata. [..] È evidente che in futuro la capacità di insegnare online dovrà diventare un requisito obbligatorio per tutti i docenti”,
facendo ancora una volta discendere un’evidenza solo a prima vista incontrovertibile – ma tuttavia priva di ogni fondamento scientifico – da una necessità apparente, dettata dalla contingenza dell’emergenza in atto.
Anche in una recente intervista, su Sky Tg 24 il direttore della Fondazione non si trattiene dal ripeterlo:
 “la scuola italiana sconta un certo ritardo nella didattica online. I nostri docenti non sono mai stati particolarmente formati […] Un’altra cosa che dovremo imparare dopo questi giorni è che il fatto di fare didattica a distanza deve far parte della cassetta degli attrezzi di tutti i docenti per il futuro. [..] in futuro tutti gli insegnanti dovranno sapere come attivare lezioni a distanza”.
Non c’è occasione, pare – tanto più in piena crisi sociale e sanitaria – in cui la Fondazione Agnelli non cessi di rilanciare il suo vecchio cavallo di battaglia: formazione obbligatoria, contrattualizzata una volta per tutte e – ora – finalmente digitale.  Piegare le residue resistenze sindacali, scosse dall’attuale situazione della salute pubblica, sarà un gioco da ragazzi.

2. L’INVALSI e le proposte meritocratiche dell’ex presidente Sestito
Sospese le attività didattiche, sono sospese anche le prove INVALSI. Dal 5 marzo scorso, sul rinnovato sito dell’Istituto nazionale di valutazione, un comunicato stampa ci informa che il calendario previsto per le prove INVALSI di circa 2,5 milioni di studenti italiani è in attesa di “riformulazione”.

Se la didattica a distanza in qualche modo, e generosamente, sta procedendo, il reale nodo da sciogliere riguarda la valutazione degli studenti, in assenza di attività scolastiche ordinarie. Tante sono le soluzioni “fai da te” finora approntate dalle scuole, supportate da dubbie delibere di consigli di classe on line: voti in decimi o medie aritmetiche assegnati ad interrogazioni telematiche o a verifiche con tempi di consegna prefissati. Tutte scelte e procedure assolutamente fuori dagli ordinamenti e dalla legittimità, profondamente inique nella loro eterogeneità.
Finora nessuna indicazione, se non una generica nota ministeriale, che ribadisce  “il dovere alla valutazione da parte del docente, come competenza propria del profilo professionale, e il diritto alla valutazione dello studente, come elemento indispensabile di verifica dell’attività svolta”.
E’ di ieri, 30 Marzo, una prima proposta concreta, avanzata dalle colonne del Corriere della Sera, attraverso l’autorevole voce dell’ex presidente dell’INVALSI, Paolo Sestito.
L’idea, che coniuga un inedito spirito pop con il più classico afflato meritocratico, è la seguente.
Sestito concorda con quanto dicevamo all’inizio di questo post: la didattica a distanza non fa che aumentare i divari territoriali e sociali. D’altra parte, in questa fase, è impossibile sottrarvisi. Come fare, allora, per rendere meno eterogenei gli interventi? L’ex direttore della Banca d’Italia propone di lanciare:
“una grande campagna di didattica a distanza tramite il mezzo televisivo, che è l’unico che entra davvero in tutte le case”.
Continua, poi, suggerendo:
“lo stesso mezzo potrebbe anche fungere da canale per altre iniziative di informazione a favore della popolazione, in tema di abitudini alimentari sportive, sanitarie, di fronte all’emergenza sanitaria”.
Una sorta di Rieducational channel, insomma, a scopi didattici e pedagogici – si intende – di cui potrebbero beneficiare tutti, in tempi di domicilio coatto. La nuova frontiera del Life Long Learning.
Una volta risolto il problema di uguaglianza di opportunità – assicurati i contenuti televisivi uguali per tutti – si potrebbe poi cominciare a ragionare secondo la logica del merito.
Innanzitutto, riprogrammare l’anno scolastico venturo, dilatandolo. I primi 2 mesi – a partire dal 1 settembre – sarebbero dedicati “al recupero e al rafforzamento delle competenze degli alunni”. Terminato questo periodo, si potrebbe “decidere se un alunno abbia ancora debiti formativi da recuperare o se debba ritornare nella classe immediatamente precedente”.
In altri termini, tutti promossi a giugno, ma solo a condizione di superare una verifica di recupero da fare a scuola, dopo due mesi di ripasso. Sappiamo bene che le promozioni d’ufficio (“il 6 politico”) non piacciono a chi crede nella meritocrazia.
E per gli esami di Stato? Lapalissiano: ci penserebbe l’INVALSI.
D’accordo con la sospensione universale dei test ad una popolazione di milioni di studenti, ma perché togliere anche a  quelli dell’ultima classe del ciclo secondario superiore l’opportunità di svolgere un test “oggettivo” sulle proprie “competenze”?
Scrive Sestito:
“i test INVALSI potrebbero essere adoperati su base volontaria dalle singole scuole come informazione di background in sede di effettuazione, con modalità semplificata (eventualmente anche online) dell’esame di maturità; eventualmente un esito oltre una certa soglia dei test INVALSI potrebbe essere condizione necessaria (ma non sufficiente) per l’ottenimento del massimo dei voti (il 100).”
Questo risolverebbe, a ben vedere, due problemi in un colpo solo:
“Previo accordo col mondo dell’Università, e con eventuali aggiustamenti di contenuto, il test INVALSI potrebbe essere propedeutico quanto meno come una sorta di prima fase, nelle esistenti procedure di ammissione ai corsi universitari”.
Test INVALSI al posto della maturità. E corsia diretta per le future ammissioni ai vari corsi universitari. Il Ministero tergiversa nell’emanare un decreto ad hoc che definisca i profili giuridici della maturità 2020, eppure, ha la soluzione già in tasca.
Tempi grigi, questi che la scuola sta vivendo, in piena emergenza coronavirus, in cui ciascuno di noi è impegnato a “fingere” la propria quotidianità. Tempi in cui c’è chi è pronto a fare della crisi un’opportunità e dell’emergenza una risorsa di potere. Vigileremo, anche online.

domenica 4 agosto 2019

Corsi di formazione aziendale per gli insegnanti: avanza il modello della “Scuola Veneta” - Redazione ROARS




Si precisa sempre meglio il modello di “scuola veneta”. La Regione e l’Ufficio scolastico provinciale hanno organizzato corsi di “Formazione aziendale” per insegnanti delle scuole secondarie di secondo grado. Le finalità culturali e di aggiornamento per i docenti sono “entrare pienamente nel sistema produttivo veneto”,  “migliorare la conoscenza sul campo delle imprese venete”, farsi “conoscere e apprezzare”. Il tutto realizzato con l’avallo di CGIL, CISL e UIL che hanno firmato il protocollo d’intesa sulla base del quale è realizzata l’iniziativa.
L’11 Luglio scorso la Regione Veneto ha rivolto un invito a tutti gli insegnanti delle scuole secondarie di secondo grado: partecipare al progetto “SI-Fa! La scuola Innovativa si fa spazio in Azienda”, finanziato dai fondi europei (POR FSE 14-20) per “potenziare la sinergia tra mondo della scuola e mondo del lavoro”.


Tre sessioni, per un totale di 10 ore, di formazione aziendale per insegnanti da svolgersi a settembre, prima dell’inizio della scuola: “un’opportunità di confronto, scambio e interazione tra scuola e mondo del lavoro, al fine di migliorare la qualità della realizzazione” dei percorsi di alternanza, ora ribattezzati Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento.
La Regione e l’Ufficio Scolastico Regionale (USR) Veneto auspicano “ampia adesione”.
L’assessore regionale alla scuola e al lavoro Elena Donazzan è intervenuta con un comunicato stampa del 16 Luglio.
Nel comunicato ricorda che, nonostante la direzione nazionale di “marcia indietro” sull’alternanza scuola lavoro, il Veneto è deciso “ad aumentare le esperienze di alternanza per gli studenti veneti” oltre che “offrire la possibilità ai docenti che lo vorranno di affrontare percorsi di alternanza scuola-lavoro come un aggiornamento delle proprie conoscenze e competenze”.
Si prevede che dalla fase sperimentale si passi a quella strutturale (anche negli “anni successivi”).
“Entrare pienamente nel sistema produttivo veneto”, “migliorare la conoscenza sul campo delle imprese venete”, farsi “conoscere e apprezzare”: queste sembrano essere le finalità culturali e di aggiornamento per i docenti del “modello veneto dell’educazione” promosso da Regione ed Ufficio Scolastico.
In tempi di accresciuti appetiti regionali in tema di istruzione e all’ombra delle bozze di intesa per l’autonomia differenziata (da noi rese pubbliche il 9 luglio scorso) desta poco stupore il continuo richiamo al “sistema veneto” alle “imprese venete” e al “modello veneto di educazione”.
L’idea di scuola prefigurata è chiara: una perfetta cinghia di trasmissione tra famiglia e mondo produttivo, un’agenzia territoriale in cui perfezionare l’incontro tra domanda e offerta, rigorosamente regionali.

Ciò che appare incomprensibile è come i sindacati CGIL, CISL e UIL, firmatari del Protocollo di Intesa (vedi immagine sopra, DGR1421, 2/9/18) a cui si fa esplicito riferimento , possano condividere quest’idea miope, particolaristica e di corto respiro.
E sottoscriverla.