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domenica 27 settembre 2026

Contro il ddl caccia, firma subito per il referendum

da NoDDLCaccia

Vogliono condannare a morte 47 specie di animali per fare un favore all’1% della popolazione. Fermiamo il DDL Caccia prima della strage !
Il nuovo DDL Caccia ignora la volontà del popolo italiano per accontentare la lobby delle armi e una minoranza di cacciatori:

§  47 specie a rischio: Vogliono estendere la caccia a decine di nuove specie animali.

§  Oasi violate: Sarà consentito l’accesso persino in parchi, riserve e aree demaniali finora protetti.

Non permettere che il profitto decida il destino della nostra fauna. Alza la voce: firma il referendum entra il 30 settembre.


PresaDiretta La riforma della caccia – 20/09/2026

Una riforma che riscrive trent’anni di tutela della fauna selvatica è a un passo dal traguardo, tra le proteste di ambientalisti e opposizioni. Più specie cacciabili, calendari venatori allungati, riserve trasformate in business: il governo parla di “bio-regolazione”, i critici di “caccia selvaggia”. Nel mezzo, la scienza dell’Ispra messa all’angolo e un fronte trasversale – anche dentro la maggioranza – che chiede di fermarsi.
Guarda QUI il servizio.

PresaDiretta Le lobby della caccia – 20/09/2026

Dietro la riforma della caccia c’è un mondo di interessi che vale miliardi: armerie che festeggiano il ritorno dei fucili, riserve trasformate in business per ricchi cacciatori – tra cui il figlio di Trump, indagato a Venezia per bracconaggio – e un’inedita alleanza tra Coldiretti e i colossi delle armi. Dalla Laguna di Venezia alle aziende faunistico-venatorie, PresaDiretta indaga il rapporto tra tutela della biodiversità e business della caccia. Un viaggio tra interessi contrapposti, consenso elettorale e futuro della fauna selvatica italiana.

Guarda QUI il servizio.


Gaslighting, senso di rivalsa e antiscientificità del “Ddl caccia”. Il cui vero scopo è il profitto

di Michelangelo Morganti (*)

Il Disegno di legge 1552 interviene a modificare numerosi dettagli della Legge 157 del 1992, che regola l’esercizio della caccia in Italia. Perché mai l’allora Governo Andreotti approva una legge di questo tipo? Perché lo chiede l’Europa.
Nel 1992 nasce infatti quel progetto internazionale e visionario che è la Rete Natura 2000: gli Stati sono obbligati a recepire le Direttive europee “Habitat” (92/43/Cee) e “Uccelli” (79/409/Cee), disegnando sul territorio nazionale una rete di aree protette. Allo stesso tempo diventa indispensabile una legge che tuteli la fauna selvatica e disciplini in modo organico l’esercizio della caccia, regolando spazi, tempi e specie oggetto di prelievo venatorio.

Nasce così la 157, una legge complessa ed equilibrata. La 157 prende atto che una parte degli italiani desidera praticare la caccia e prova a regolamentarla in un contesto che mette al primo posto la conservazione della fauna. Ad esempio, vieta la caccia durante la migrazione primaverile e la riproduzione degli uccelli, perché è in quei periodi che si rischia davvero di comprometterne le popolazioni. Non si può cacciare tutti i giorni: martedì e venerdì sono giorni di “silenzio venatorio assoluto”, nei quali tutti gli animali (anche quelli umani) possono frequentare i boschi in sicurezza. La 157 cerca in tutti i modi di impedire la nascita di filiere di profitto economico basate sulla caccia.
Ad esempio, l’appostamento fisso (“capanno”) non può essere venduto o ereditato, salvo che l’erede sia anch’egli cacciatore. Il numero totale degli appostamenti non può superare quello della stagione 1989-1990. Gli uccelli abbattuti a capanno o i capi uccisi nelle aziende faunistico-venatorie non sono vendibili ma destinati al solo consumo privato. Le aziende faunistico-venatorie non possono, da statuto, avere scopo di lucro. Ogni cacciatore può praticare una sola forma di caccia, quella da appostamento fisso oppure quella vagante.

Insomma, una fitta rete di norme di dettaglio che vengono quasi tutte eliminate dal Ddl, nel nome di un cambio di filosofia della legge. È esplicitamente dichiarato che “[…] si abbandona una visione meramente conservativa della natura, promuovendo una prospettiva dinamica e multifunzionale”.
L’autore del Ddl arriva perfino a presentare questo cambiamento come un progresso: non conserviamo più la natura, rendiamola “dinamica”.

È qui che comincia il gaslighting: la manipolazione deliberata del significato delle parole e una narrazione fuorviante mirata a dare a questo disegno di legge un’apparenza di innovazione che, in realtà, non esiste. Il Ddl 1552 è un certosino lavoro di svuotamento della Legge 157. C’è di più. Ad avviso di chi scrive, questo Ddl può essere letto come la rivalsa di chi per trent’anni ha vissuto la 157 come una costrizione alle proprie libertà venatorie. Rivalsa che, in alcuni passaggi, assume i toni della perfida ironia. Allo stesso tempo, va riconosciuto che la visione di questo Ddl riflette solo quella della componente più conservatrice del mondo venatorio, come sembrano confermare anche le recenti dimissioni dei vertici di Arci caccia, in aperta polemica con il provvedimento.

Se l’era Berlusconi ha introdotto la sistematica “manomissione delle parole” nel dibattito politico, l’era Trump l’ha portata a compimento, e questo Ddl è un figlio perfetto del suo tempo. Vediamone alcuni esempi.

Articolo 1, comma 2. La figura del cacciatore “concorre alla tutela della biodiversità” (nonostante il successo giornalistico del termine, la parola “bioregolatore” non compare mai esplicitamente nel Ddl). Come se l’attività venatoria fosse, di per sé, non solo positiva ma addirittura necessaria alla conservazione della natura. Se è vero che in alcuni casi è necessario ricorrere ad abbattimenti selettivi e scientificamente guidati di animali problematici (gestione faunistica) non è affatto vero che la pratica venatoria, in quanto tale, favorisca la conservazione della biodiversità. La caccia, semplicemente, gli animali li uccide.

Tra l’altro spesso gli animali sono ormai talmente pochi che, prima di poterli cacciare, vengono allevati e immessi in natura. È il caso di fagiani, lepri, starne e cinghiali.
Può sembrare una pratica innocua ma non lo è. L’immissione a scopo venatorio è una delle principali fonti di inquinamento genetico delle popolazioni selvatiche; inoltre ha favorito la diffusione di specie alloctone invasive e, nel migliore dei casi, produce densità di animali superiori alla capacità portante dell’ambiente. Continuando a immettere cinghiali si crea un problema e la caccia può vantarsi di essere indispensabile per arginarlo. Questo è già accaduto in Italia.

Rimaniamo sull’Articolo 1. L’attività venatoria viene riconosciuta come espressione di una “tradizione nazionale” e, a sostegno di questa tesi, i proponenti richiamano perfino l’Unesco, facendo leva sul riconoscimento della falconeria come patrimonio immateriale dell’umanità. È vero che la falconeria ha radici antichissime ed è stata riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale (in realtà solo per venire incontro a una richiesta dei Paesi arabi ma questa è un’altra storia).
Ovviamente questo non significa che qualunque forma di caccia possa rivendicare lo stesso riconoscimento. Il punto è un altro: nel Ddl 1552 il richiamo alla falconeria serve ad ammantare di tradizione millenaria una riforma che riguarda la moderna attività venatoria con armi da fuoco, visori notturni e altre innovazioni che nulla hanno a che vedere con la falconeria medievale. Non è quindi il caso di scomodare Federico II e il suo “De arte venandi cum avibus”.

Altra opera di mistificazione è quella per cui i promotori del Ddl sfruttano la diminuzione progressiva dei cacciatori per allargare le maglie dei regolamenti. Si legge già nell’introduzione (a pagina 4) che “la caccia è praticata da circa 300mila amatori”. Questo numero è marcatamente più basso delle 630mila licenze di caccia rilasciate nel 2025 secondo il ministero dell’Interno, e viene usato per sostenere diverse deregolamentazioni.
Ad esempio, dato il presunto basso numero di cacciatori se confrontato a un tempo, non è più necessario mantenere i giorni di silenzio venatorio, né limitare il numero di appostamenti fissi né obbligare i cacciatori alla scelta del tipo di caccia che attueranno. Peccato che la nuova legge inserisca un vantaggio economico nella caccia, e dunque miri proprio a far crescere il numero dei cacciatori, rendendo ancor più pericolosa una deregolamentazione in materia.

Anche la “braccata sulla neve” (inserita a pagina 7), cioè la pratica di sfruttare le nevicate per inseguire facilmente le tracce degli animali, diventa legittima. Più che legittima, pare quasi pietosa. Il Ddl afferma infatti che, in condizioni nevose, “sia i cani sia i cacciatori sono indotti ad una maggiore attenzione”. Non è chiaro l’uso del comparativo (maggiore rispetto a che cosa?) dato che l’alternativa sarebbe semplicemente non cacciare in queste condizioni.

Questi esempi mostrano quanto sia facile creare confusione con poche parole e quanto sia invece difficile smontare le mistificazioni che ne derivano. Ci ha lavorato sia l’Associazione teriologica italiana (Atit) sia il Centro italiano studi ornitologici (Ciso), società scientifiche che riuniscono rispettivamente i ricercatori italiani esperti di mammiferi e di uccelli, ciascuno in un dettagliato documento (qui quello dell’Atit e qui quello del Ciso), analizzando e contestando diversi punti del Ddl.

Nel complesso la lunga serie di modifiche introdotte dal Ddl non dovrebbe far perdere di vista quello che è il vero obiettivo centrale della riforma. Non sono le tradizioni, né la tutela della natura ma, semplicemente, il profitto. Con il Ddl 1552 diventa possibile ampliare gli appostamenti fissi e introdurne di mobili, commercializzare i prodotti dell’attività venatoria, trasformare a scopo di lucro le aziende faunistico-venatorie e, indirettamente, allargare un mercato fatto di armi, munizioni, visori notturni, richiami, attrezzature e servizi vari. Per la prima volta la caccia non viene semplicemente regolata: viene ripensata come un settore economico da espandere. È qui che la riforma cambia davvero filosofia. La Legge del 1992 cercava di impedire che la fauna diventasse una merce; il Ddl 1552 va nella direzione opposta.

Se verrà approvata, la nuova Legge sulla caccia trasformerà il modo in cui in Italia ci si rapporta alla fauna selvatica e allontanerà la gestione della fauna da ogni fondamento scientifico, come testimonia la cancellazione dell’obbligo di raccogliere il parere dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) sulle decisioni venatorie.

La scienza non prevede il futuro ma è in grado di fare ottime previsioni sulla base dei dati pregressi. E le previsioni in questo caso sono tutt’altro che rosee. Mala tempora currunt, sed peiora parantur.
**

(*) Tratto da Altreconomia.
Michelangelo Morganti è un ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche. Classe 1983, è un naturalista di formazione, e ha un dottorato in Biologia. Fa ricerca in ambito ecologico e ha una sessantina di pubblicazioni all’attivo, a cui si aggiungono contributi in volumi, atti di conferenze e testi divulgativi. Le sue ricerche lo portano in giro per l’Europa ed il mondo, seguendo gli uccelli dove vanno, lavorando spesso in Africa subsahariana.
Si occupa di progettazione Europea per la conservazione della natura (Progetti Life). È docente a contratto presso l’ Università di Pavia, dove tiene un corso titolato “Fauna Regionale”.


da qui

giovedì 25 gennaio 2024

Il predatore - Marco Niro

Il libro si divide in tre parti, l’attacco, la caccia e la cattura, termina con un epilogo e un post epilogo, come in quelle musiche nelle quali sembra che siamo al termine, e poi si riparte un altro po’, e il cerchio si chiude.

Sembra una storia che riguarda gli orsi e i loro rapporti con gli umani, ma è invece il tragico sterminio da parte degli umani verso le specie animali non umane che non si possono sfruttare economicamente.

Gli umani sono l’unica specie che ha un esercito di assassini chiamati cacciatori, e si lamentano di poter uccidere troppo poco.*

 

Ma torniamo al libro, che inizia con una citazione di Hemingway su orsi, zingari e indiani.**


Qualche volta gli orsi attaccano gli umani, ma un numero di volte infinitamente inferiore di quanto non facciano gli umani contro gli orsi, ma soprattutto gli umani sono specializzati nel danneggiarsi fra di loro, fino ad arrivare all’omicidio e alla guerra.

La storia è la solita storia ignobile di rapporti umani insinceri e prevaricatori, all’interno delle famiglie e nei rapporti sociali in genere, la sincerità e l’amicizia sono merce rara.

Il libro è un po’ un thriller ecologico e politico, ma di più è un thriller classico, con assassini e investigatori, testimoni e omertà, persone che meritano l’estinzione.***

 

L’ambientazione è quella di una piccola cittadina di montagna, un microcosmo chiuso, dove tutti, o quasi, si conoscono, ma non troppo.

Il dramma esplode quando tre amici fanno una gita in montagna, dopo più di cento pagine. Marco Niro non si fa prendere dalla fretta, costruisce lo sfondo nel quale tutto può succedere, e succede.

In quella gita in montagna, per poche ore, Marco, Diego e Alessio vivono una qualche forma di felicità, senza temere di essere delusi o accoltellati, e si raccontano delle storie, come sempre si raccontano gli umani, raccontare storie, ascoltarle, leggerle.****


Il commissario Andrisani (che sembra uscito da un giallo di Friedrich Dürrenmatt) risolverà il caso, ma...

Il resto leggetelo voi, se siete curiosi.  

 

Buona lettura, allora.

 

 

*ecco la tragica fine di Amarena, se vi fosse sfuggita (vedi qui)


** proprio quest'anno è uscito Lubo,  di Giorgio Diritti (un ottimo film, sottovalutato da critica e spettatori), che inizia con zingari e orsi

 

***alla domanda sul grande successo della fantascienza, più o meno mezzo secolo fa, Ursula Le Guin spiegava il successo della fantascienza argomentando che la fantascienza era lo strumento narrativo-letterario per interpretare meglio la realtà, da un po’ di anni il noir e il thriller sono lo strumento narrativo-letterario per interpretare meglio la realtà

 

**** la storia che racconta Marco potete vederla in un piccolo grande film di Laura Samani (il titolo è Piccolo corpo)

 

 

 

I Personaggi:

Alessio Rizzoli. Ragazzo. Non ama Gabriele D’Annunzio.

L’artiglio. Può fare molto male.

Baleno. Orso. Fantasma.

Il bar del paese. Dove si gioca a biliardo e si beve grappa. E si chiacchiera.

Cimalta. Amena borgata di montagna. Forse.

Il commissario Andrisani. Sbirro disciplinato. Finora.

Diego Mantovani. Ragazzo. Ama Henry Thoreau.

Dio. Esiste?

Don Ruggero. Prete. Non crede in Dio.

J. Molto più di una lettera.

Matteo Adami. Self-made man. Non gli piacciono gli orsi.

Il Monte Ertissimo. Tutto inizia lì. E finisce.

Osho Sai Yogi. Parla con Baleno.

Gli orsetti di peluche. Prendono fuoco facilmente.

L’Orso Rosso. Era un uomo. Libero. Prima dell’alcol.

Paolo Mantovani. Padre. Cardiochirurgo in carriera.

Thor. Orso. Enorme.

da qui

 

 

 

 

scrive Marco Niro:

Scrivere “Il predatore” è stata un'esperienza nuova. Infatti, oltre ai romanzi e ai racconti pubblicati nei panni di Tersite Rossi, in quelli di Marco Niro avevo pubblicato finora solo un saggio e un libro per ragazzi. Di conseguenza, “Il predatore” è per me, di fatto, un esordio letterario, difficile ed elettrizzante come tutti gli esordi. Preciso che con Mattia Maistri, l'altro membro del collettivo, non c’è stata nessuna rottura, solo una separazione temporanea. Il percorso di vita di Mattia lo ha allontanato dalla scrittura e io, che fermo con le dita non ci so stare, ho pensato che era il momento buono per provarci da solo, per dedicarmi a un mio vecchio progetto: scrivere un romanzo di puro genere, ambientato in montagna, raccogliendo due sfide.

La sfida della forma: usare il genere noir per fare narrativa d'inchiesta
La prima era legata alla forma: volevo provare a usare gli stilemi del genere, in tal caso quelli del noir e del thriller, non tanto per sovvertirli o addirittura rinnegarli, come sempre ha fatto Tersite Rossi, quanto, più rispettosamente diciamo, per “piegarli” e renderli funzionali alla causa della narrativa militante e d’inchiesta, ovvero l’unico modo, credo, per fare sì che, oggi, il genere letterario resti vivo e significativo, senza limitarsi a essere uno stampino o peggio ancora una gabbia.  Tutto questo infilandomi nel filone della cosiddetta “letteratura di montagna”, oggi molto significativo e popolato.

La sfida del contenuto: scrivere di montagna, figuri ambigui e fauna selvatica
La seconda sfida, invece, aveva a che fare col contenuto: senza essere un montanaro (in montagna ci vivo da quasi vent’anni, ma ho trascorso in riva al Po i miei primi venticinque), volevo provare a scrivere di montagna focalizzando su una certa realtà meschina che da troppo tempo vedo prevalere, una realtà popolata da figuri ambigui, a livello tanto politico quanto economico, che dicono di volersi battere per il futuro della montagna e al tempo stesso la distruggono, come ambiente e come cultura. Il rapporto distorto che è venuto a crearsi tra uomo e fauna selvatica, tra noi e gli orsi, m’è parso l’elemento più emblematico, oggi, se si vuole capire la realtà di cui sto parlando. E così ho deciso di metterlo al centro di questo romanzo.

Un romanzo attuale... che non doveva esserlo
Vi dirò anche da cosa “Il predatore” non nasce, e probabilmente sarà una cosa difficile da credere: non è un romanzo che ho scritto per cavalcare l’attualità. Gli amici di Bottega Errante, l'editore, mi sono testimoni: hanno ricevuto la bozza del romanzo nel 2021, ovvero due anni prima che la cronaca si riempisse dei fatti tragici che conosciamo, e che hanno trasformato la delicata questione della convivenza tra uomo e fauna selvatica in un feroce, irrazionale dibattito tra tifoserie, tanto privo di scientificità quanto caratterizzato, fin troppo, da strumentalità bieca e opportunista. Eppure... Eppure, chi leggerà oggi “Il predatore” non potrà fare a meno di pensare che io abbia preso spunto direttamente da quei fatti, e lo dico perché io stesso, nel rileggerlo, ho pensato: “Com’è possibile? Le cose sono andate proprio così, quasi identiche a come le avevo immaginate...”. Quasi, per fortuna. Se leggerete, capirete cosa voglio dire. E a quel punto sono certo che non mi crederete.

da qui