da NoDDLCaccia
Vogliono condannare a morte 47 specie di
animali per fare un favore all’1% della popolazione. Fermiamo il DDL Caccia
prima della strage !
Il nuovo DDL Caccia ignora la volontà del popolo italiano per accontentare
la lobby delle armi e una minoranza di cacciatori:
§ 47 specie a rischio: Vogliono estendere la
caccia a decine di nuove specie animali.
§ Oasi violate: Sarà consentito
l’accesso persino in parchi, riserve e aree demaniali finora protetti.
Non permettere che il profitto decida il
destino della nostra fauna. Alza la voce: firma il referendum entra il 30 settembre.
PresaDiretta La riforma della caccia –
20/09/2026
Una riforma che riscrive trent’anni di
tutela della fauna selvatica è a un passo dal traguardo, tra le proteste di
ambientalisti e opposizioni. Più specie cacciabili, calendari venatori
allungati, riserve trasformate in business: il governo parla di “bio-regolazione”,
i critici di “caccia selvaggia”. Nel mezzo, la scienza dell’Ispra messa
all’angolo e un fronte trasversale – anche dentro la maggioranza – che chiede
di fermarsi.
Guarda QUI il
servizio.
PresaDiretta Le lobby della caccia –
20/09/2026
Dietro la riforma della caccia c’è un
mondo di interessi che vale miliardi: armerie che festeggiano il ritorno dei
fucili, riserve trasformate in business per ricchi cacciatori – tra cui il
figlio di Trump, indagato a Venezia per bracconaggio – e un’inedita alleanza
tra Coldiretti e i colossi delle armi. Dalla Laguna di Venezia alle aziende
faunistico-venatorie, PresaDiretta indaga il rapporto tra tutela della
biodiversità e business della caccia. Un viaggio tra interessi contrapposti,
consenso elettorale e futuro della fauna selvatica italiana.
Guarda QUI il
servizio.
Gaslighting, senso di rivalsa e antiscientificità
del “Ddl caccia”. Il cui vero scopo è il profitto
di Michelangelo Morganti (*)
Il Disegno di legge 1552 interviene a modificare numerosi
dettagli della Legge 157 del 1992, che regola l’esercizio della caccia in
Italia. Perché mai l’allora Governo Andreotti approva una legge di questo tipo?
Perché lo chiede l’Europa.
Nel 1992 nasce infatti quel progetto internazionale e visionario che è la Rete
Natura 2000: gli Stati sono obbligati a recepire le Direttive europee “Habitat”
(92/43/Cee) e “Uccelli” (79/409/Cee), disegnando sul territorio nazionale una
rete di aree protette. Allo stesso tempo diventa indispensabile una legge che
tuteli la fauna selvatica e disciplini in modo organico l’esercizio della
caccia, regolando spazi, tempi e specie oggetto di prelievo venatorio.
Nasce così la 157, una legge complessa
ed equilibrata. La 157 prende atto che una parte degli italiani desidera
praticare la caccia e prova a regolamentarla in un contesto che mette al primo
posto la conservazione della fauna. Ad esempio, vieta la caccia durante la
migrazione primaverile e la riproduzione degli uccelli, perché è in quei
periodi che si rischia davvero di comprometterne le popolazioni. Non si può
cacciare tutti i giorni: martedì e venerdì sono giorni di “silenzio venatorio
assoluto”, nei quali tutti gli animali (anche quelli umani) possono frequentare
i boschi in sicurezza. La 157 cerca in tutti i modi di impedire la nascita di
filiere di profitto economico basate sulla caccia.
Ad esempio, l’appostamento fisso (“capanno”) non può essere venduto o
ereditato, salvo che l’erede sia anch’egli cacciatore. Il numero totale degli
appostamenti non può superare quello della stagione 1989-1990. Gli uccelli
abbattuti a capanno o i capi uccisi nelle aziende faunistico-venatorie non sono
vendibili ma destinati al solo consumo privato. Le aziende faunistico-venatorie
non possono, da statuto, avere scopo di lucro. Ogni cacciatore può praticare
una sola forma di caccia, quella da appostamento fisso oppure quella vagante.
Insomma, una fitta rete di norme di
dettaglio che vengono quasi tutte eliminate dal Ddl, nel nome di un cambio di
filosofia della legge. È esplicitamente dichiarato che “[…] si abbandona una
visione meramente conservativa della natura, promuovendo una prospettiva
dinamica e multifunzionale”.
L’autore del Ddl arriva perfino a presentare questo cambiamento come un
progresso: non conserviamo più la natura, rendiamola “dinamica”.
È qui che comincia il gaslighting: la manipolazione deliberata del
significato delle parole e una narrazione fuorviante mirata a dare a questo
disegno di legge un’apparenza di innovazione che, in realtà, non esiste. Il Ddl
1552 è un certosino lavoro di svuotamento della Legge 157. C’è di più. Ad
avviso di chi scrive, questo Ddl può essere letto come la rivalsa di chi per
trent’anni ha vissuto la 157 come una costrizione alle proprie libertà
venatorie. Rivalsa che, in alcuni passaggi, assume i toni della perfida ironia.
Allo stesso tempo, va riconosciuto che la visione di questo Ddl riflette solo
quella della componente più conservatrice del mondo venatorio, come sembrano
confermare anche le recenti dimissioni dei vertici di Arci caccia, in aperta polemica con
il provvedimento.
Se l’era Berlusconi ha introdotto la
sistematica “manomissione delle parole” nel dibattito politico, l’era Trump
l’ha portata a compimento, e questo Ddl è un figlio perfetto del suo tempo.
Vediamone alcuni esempi.
Articolo 1, comma 2. La figura del
cacciatore “concorre alla tutela della biodiversità” (nonostante il successo
giornalistico del termine, la parola “bioregolatore” non compare mai
esplicitamente nel Ddl). Come se l’attività venatoria fosse, di per sé, non
solo positiva ma addirittura necessaria alla conservazione della natura. Se è
vero che in alcuni casi è necessario ricorrere ad abbattimenti selettivi e
scientificamente guidati di animali problematici (gestione faunistica) non è
affatto vero che la pratica venatoria, in quanto tale, favorisca la
conservazione della biodiversità. La caccia, semplicemente, gli animali li
uccide.
Tra l’altro spesso gli animali sono
ormai talmente pochi che, prima di poterli cacciare, vengono allevati e immessi
in natura. È il caso di fagiani, lepri, starne e cinghiali.
Può sembrare una pratica innocua ma non lo è. L’immissione a scopo venatorio è
una delle principali fonti di inquinamento genetico delle popolazioni
selvatiche; inoltre ha favorito la diffusione di specie alloctone invasive e,
nel migliore dei casi, produce densità di animali superiori alla capacità
portante dell’ambiente. Continuando a immettere cinghiali si crea un problema e
la caccia può vantarsi di essere indispensabile per arginarlo. Questo è già
accaduto in Italia.
Rimaniamo sull’Articolo 1. L’attività
venatoria viene riconosciuta come espressione di una “tradizione nazionale” e,
a sostegno di questa tesi, i proponenti richiamano perfino l’Unesco, facendo
leva sul riconoscimento della falconeria come patrimonio immateriale
dell’umanità. È vero che la falconeria ha radici antichissime ed è stata
riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale (in realtà solo per venire
incontro a una richiesta dei Paesi arabi ma questa è un’altra storia).
Ovviamente questo non significa che qualunque forma di caccia possa rivendicare
lo stesso riconoscimento. Il punto è un altro: nel Ddl 1552 il richiamo alla
falconeria serve ad ammantare di tradizione millenaria una riforma che riguarda
la moderna attività venatoria con armi da fuoco, visori notturni e altre innovazioni
che nulla hanno a che vedere con la falconeria medievale. Non è quindi il caso
di scomodare Federico II e il suo “De arte venandi cum avibus”.
Altra opera di mistificazione è quella
per cui i promotori del Ddl sfruttano la diminuzione progressiva dei cacciatori
per allargare le maglie dei regolamenti. Si legge già nell’introduzione (a
pagina 4) che “la caccia è praticata da circa 300mila amatori”. Questo numero è
marcatamente più basso delle 630mila licenze di caccia rilasciate nel 2025
secondo il ministero dell’Interno, e viene usato per sostenere diverse
deregolamentazioni.
Ad esempio, dato il presunto basso numero di cacciatori se confrontato a un
tempo, non è più necessario mantenere i giorni di silenzio venatorio, né
limitare il numero di appostamenti fissi né obbligare i cacciatori alla scelta
del tipo di caccia che attueranno. Peccato che la nuova legge inserisca un
vantaggio economico nella caccia, e dunque miri proprio a far crescere il
numero dei cacciatori, rendendo ancor più pericolosa una deregolamentazione in
materia.
Anche la “braccata sulla neve” (inserita
a pagina 7), cioè la pratica di sfruttare le nevicate per inseguire facilmente
le tracce degli animali, diventa legittima. Più che legittima, pare quasi
pietosa. Il Ddl afferma infatti che, in condizioni nevose, “sia i cani sia i
cacciatori sono indotti ad una maggiore attenzione”. Non è chiaro l’uso del
comparativo (maggiore rispetto a che cosa?) dato che l’alternativa sarebbe
semplicemente non cacciare in queste condizioni.
Questi esempi mostrano quanto sia facile
creare confusione con poche parole e quanto sia invece difficile smontare le
mistificazioni che ne derivano. Ci ha lavorato sia l’Associazione teriologica
italiana (Atit) sia il
Centro italiano studi ornitologici (Ciso), società scientifiche che riuniscono rispettivamente i
ricercatori italiani esperti di mammiferi e di uccelli, ciascuno in un
dettagliato documento (qui quello dell’Atit e qui quello del Ciso), analizzando e contestando diversi punti del Ddl.
Nel complesso la lunga serie di
modifiche introdotte dal Ddl non dovrebbe far perdere di vista quello che è il
vero obiettivo centrale della riforma. Non sono le tradizioni, né la tutela
della natura ma, semplicemente, il profitto. Con il Ddl 1552 diventa possibile
ampliare gli appostamenti fissi e introdurne di mobili, commercializzare i
prodotti dell’attività venatoria, trasformare a scopo di lucro le aziende
faunistico-venatorie e, indirettamente, allargare un mercato fatto di armi,
munizioni, visori notturni, richiami, attrezzature e servizi vari. Per la prima
volta la caccia non viene semplicemente regolata: viene ripensata come un
settore economico da espandere. È qui che la riforma cambia davvero filosofia.
La Legge del 1992 cercava di impedire che la fauna diventasse una merce; il Ddl
1552 va nella direzione opposta.
Se verrà approvata, la nuova Legge sulla
caccia trasformerà il modo in cui in Italia ci si rapporta alla fauna selvatica
e allontanerà la gestione della fauna da ogni fondamento scientifico, come
testimonia la cancellazione dell’obbligo di raccogliere il parere dell’Istituto
superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) sulle decisioni
venatorie.
La scienza non prevede il futuro ma è in
grado di fare ottime previsioni sulla base dei dati pregressi. E le previsioni
in questo caso sono tutt’altro che rosee. Mala tempora currunt, sed peiora
parantur.
**
(*) Tratto da Altreconomia.
Michelangelo Morganti è un ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche.
Classe 1983, è un naturalista di formazione, e ha un dottorato in Biologia. Fa
ricerca in ambito ecologico e ha una sessantina di pubblicazioni all’attivo, a
cui si aggiungono contributi in volumi, atti di conferenze e testi divulgativi.
Le sue ricerche lo portano in giro per l’Europa ed il mondo, seguendo gli
uccelli dove vanno, lavorando spesso in Africa subsahariana.
Si occupa di progettazione Europea per la conservazione della natura (Progetti
Life). È docente a contratto presso l’ Università di Pavia, dove tiene un corso
titolato “Fauna Regionale”.
Nessun commento:
Posta un commento