Visualizzazione post con etichetta indigeni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta indigeni. Mostra tutti i post

lunedì 29 settembre 2025

Novità nel gioco del Monopoli

di Francesco Masala

Da quando l’amico di Epstein, il presidente Trump, ha deciso che la storia non è altro che una questione immobiliare, i manuali di storia negli Stati Uniti d’America spiegheranno finalmente che le grandi e bellissime città degli USA, dell’Australia, di Israele, dell’America Latina non sarebbero state costruite dagli indigeni che non hanno mai avuto gli spiriti animali immobiliari del capitalismo. I genocidi sono stati dolorosi, ma necessari, per lo sviluppo e la grandezza delle città.

La società proprietaria del Monopoli ha deciso di cambiare il gioco (che già è un gioco immobiliare) ridefinendo le caselle.

Nella versione Italiana, per chi non si ricorda, ci sono le seguenti strade, dove comprare e vendere:

Vicolo Corto, Vicolo Stretto, Bastioni Gran Sasso, Viale Monte Rosa, Viale Vesuvio, Via Accademia, Corso Ateneo, Piazza Università, Via Verdi, Corso Raffaello, Piazza Dante, Via Marco Polo, Corso Magellano, Largo Colombo, Viale Costantino, Viale Traiano, Piazza Giulio Cesare, Via Roma, Corso Impero, Viale dei Giardini, Parco della Vittoria.

Dai prossimi mesi, nella versione internazionale, appariranno, di sicuro le seguenti caselle:

Isola di Manhattan, Piazza Indonesia, Trump Tower, Gaza Riviera, Parco dei Genocidi, Viale degli Imperi, Largo delle Remigrazioni, Vicolo dello Sterminio, e altre caselle che sono allo studio.

Resteranno le caselle In Prigione, dove verranno mandati alcuni giocatori, gli antifascisti, gli antisionisti, gli antiamericani, gli anarchici, o pro-Pal, tutti contrari alla bellezza delle città e dei grattacieli.

Sarà obbligatorio usare solo dollari USA.

da qui

domenica 13 novembre 2022

Argentina. Il genocidio negato - Dario Aranda

  

Campi di concentramento.
Desaparecidos.
Torture.
Assassinii di massa.
Furto di bambini.

Le cinque azioni sono state sistematicamente attuate dall’impero ottomano, dal nazismo e dall’ultima dittatura civile-militare dell’Argentina. Tutti e tre, nonostante appartenessero a diversi momenti storici, sono stati riconosciuti come genocidi. Non si dubita di questi crimini di lesa umanità.

Alla fine del XIX secolo lo stato argentino creò anche campi di concentramento, fece scomparire persone, torturò, assassinò e rubò bambini. I popoli indigeni sono stati, come mai prima nella loro storia, vicini allo sterminio. Nonostante ciò, ancora oggi, un grande settore della società argentina nega che ci sia stato un genocidio. L’Argentina moderna è costruita su questa negazione, la madre di tutte le repressioni.

Sul finire della Seconda Guerra Mondiale furono giudicati i massimi responsabili del nazismo (processi di Norimberga). In Argentina, nel 1985, fu fatto il processo agli ex comandanti che fecero parte delle prime tre giunte militari dell’ultima dittatura.

Da un decennio, resistendo e annullando le cosiddette leggi di impunità, in diverse città del paese stanno venendo giudicati e condannati i responsabili militari e civili dei crimini consumati durante la dittatura.

Non c’è mai stata nessuna intenzione politica di fare qualcosa di simile verso i crimini di lesa umanità commessi contro i popoli indigeni. “Mai cadde il regime che implementò le campagne militari della fine del secolo XIX  e gli inizi del XX che sconfissero l’autonomia indigena, a forza di massacri, per consolidare lo stato nazionale. C’è una continuità fino al nostro presente”, spiega lo storico Walter Delrío, autore di Memorie di espropriazione, assoggettamento e incorporazione indigena nella Patagonia (1872-1943).

Delrío è condirettore della Rete di Ricercatorx sul Genocidio e la Politica Indigena Argentina e professore dell’Università Nazionale del Río Negro. Nella sua produzione accademica offre prove di come, dopo la conquista militare, lo stato costruì un discorso di negazione della realtà indigena del paese, dove “il crogiolo di razze” negò quanto era originario. Descrive che l’invisibilizzazione fu una strategia di dominio, che permise lo sviluppo di diverse pratiche genocide, come il massiccio trasferimento di persone, la separazione di famiglie e la soppressione dell’identità di minori, l’utilizzo di prigionieri come mano d’opera schiava e la riduzione in campi di concentramento.

Diana Lenton, laureata in antropologia, specialista su temi di politica indigena e condirettrice della Rete di Ricercatorx sul Genocidio, chiama “peccato originale” la nascita dell’Argentina su un ingranaggio giuridico che negò i diritti dei popoli indigeni e, inoltre, eseguì la condanna a morte e la scomparsa della popolazione originaria. La formazione dello stato nazionale, alla fine del XIX secolo, coincise con un tipo di discorso autoritario che lottava per egemonizzare il corpo di discorsi sulla popolazione.

Dopo la campagna militare al Sud sopravvenne l’avanzata al Nord, chiamata anche “Conquista del Deserto Verde”. Le popolazioni indigene erano sottomesse, obbligate ad essere mano d’opera schiava nelle piantagioni di canna da zucchero e nei campi di cotone. Furono obbligati anche a prendere servizio nell’Esercito. I bambini e le donne furono assegnati al lavoro domiciliare.

L’isola Martín García, situata alla confluenza dei fiumi Uruguay e De la Plata, si trasformò in un grande campo di concentramento. In un solo anno, il 1879, furono rinchiusi (e dopo battezzati) 825 indigeni, secondo quanto risulta in un lavoro in corso dei ricercatori dell’Università di Buenos Aires (UBA) Alexis Papazian e Mariano Nagy, che hanno analizzato gli archivi dell’Armata e dell’Arcivescovato.

I registri danno conto di 363 uomini, 132 donne e 330 bambini.

I ricercatori spiegano che la popolazione era più numerosa, soprattutto perché molti prigionieri non figurano nei registri clericali di Martín García, ossia perché erano stati battezzati precedentemente o perché morirono prima di ricevere la benedizione del parroco.

Papazian ha analizzato gli archivi ufficiali che danno la testimonianza di quanto successo a Martín García. Non ha dubbi che si trattò di un campo di concentramento che funzionò prima, durante e dopo la Campagna del Deserto (dal 1872 fino al 1886), dove si praticò una rigida coercizione sui corpi indigeni.

Non ci sono cifre ufficiali della dimensione del campo di concentramento. Papazian e Nagy sono molto cauti riguardo ai numeri soprattutto perché i registri sono disordinati e imprecisi, dato che molte volte non si contabilizzavano bambini e donne. Nonostante ciò, e in base a prove documentali, i ricercatori affermano che per l’isola Martín García passarono almeno 3000 persone, private della libertà, senza alcun diritto ad una difesa, alle quali fu negato ogni diritto.

L’isola non solo accolse abitanti originari; funzionò anche come punto di distribuzione verso tutti i punti cardinali del paese.

La destinazione dei prigionieri era diversa. Potevano rimanere come detenuti, essere inviati nelle cave, nelle tenute o a formare le fila del medesimo esercito che li aveva attaccati. I documenti ufficiali rendono conto che famiglie benestanti di Buenos Aires chiedevano donne e bambini per lavorare nei compiti domestici e anche nelle campagne. “Fu chiaramente un meccanismo di controllo sociale inquadrato in un processo molto più grande: quello del genocidio”, precisa Papazian, che fa anche parte della Rete di Ricercatorx sul Genocidio. Spiega che nel 1890 non rimanevano più indigeni a Martín García. La destinazione non dava molte opzioni: Esercito o Marina, lavoro schiavo per imprenditori, lavori domestici in case di famiglie o la morte.

Anche la provincia di Mendoza conobbe campi di concentramento e lavoro schiavo. 

Diego Escolar ha indagato quanto successo con il Popolo Huarpe e i prigionieri delle campagne militari. Ricercatore del Conicet a Mendoza e professore dell’Università Nazionale del Cuyo, conferma che nella provincia furono concentrati grandi contingenti di persone che furono distribuite in tenute, in proprietà degli alti comandi militari e nelle famiglie benestanti della regione. Quasi sempre finivano per essere lavoratori schiavi, condizione che subirono fino, almeno, al decennio del 1890.

In base a quotidiani dell’epoca, certificati battesimali, memorie orali e interviste degli inizi del XX secolo, si stabilisce che, tra il 1879 e il 1886, furono distribuiti a Mendoza almeno 3000 indigeni. Escolar e il suo gruppo di ricerca – Leticia Sald e Carla Rigió – stimano che il numero fosse maggiore. I luoghi di detenzione già comprovati furono almeno sei, situati nei dipartimenti di Maipú, Malargüe, Santa Rosa, San Rafael, Rivadavia e nella capitale provinciale.

Anche Junín de los Andes (Neuquén), Chinchinales e Valcheta (Río Negro), Carmen de Patagones (Buenos Aires) e il quartiere di Retiro (Città di Buenos Aires) contarono su campi di concentramento, come i sei di Mendoza e quello dell’isola Martín García. Lì erano confinate intere famiglie, senza differenza di sesso ed età. Il loro più grande crimine era essere indigeni e abitare un territorio pregiato.

Il ricercatore del Conicet e direttore del Servizio di Impronte Digitali Genetiche della Facoltà di Farmacia e Biochimica dell’UBA, Daniel Corach, afferma che, in base a bollettini dell’Esercito, l’avanzata militare del XIX secolo fece una quantità di vittime stimate in un numero inquietante: “30 mila scomparsi”.

A 28 anni dal colpo di stato del 1976, il governo nazionale decise che la Scuola di Meccanica dell’Armata (ESMA), uno dei maggiori centri clandestini di detenzione, passasse nelle mani degli organismi di diritti umani, che lì eressero uno spazio per la memoria.

A 130 anni dall’inizio della Campagna del Deserto, i popoli indigeni non hanno alcuno spazio simile. Al contrario, il principale emblema di quella avanzata militare, Julio Argentino Roca, conta su strade, scuole e monumenti. Uno di loro giunge al colmo: al centro di Bariloche, in pieno territorio mapuche, una statua di Roca si erge come sfida. È impossibile immaginare una statua di Jorge Rafael Videla a Plaza de Mayo.

Nel 1994 fu sancita la Legge 24.411, che obbliga lo stato a pagare ai familiari degli assassinati e scomparsi un indennizzo per ogni vittima del terrorismo di stato. Nessuna riparazione economica è stata mai dibattuta in ambiti istituzionali per le vittime del genocidio indigeno.

Nemmeno, come in tutto quanto fa riferimento ai popoli originari, esistono dati ufficiali sugli assassinati e scomparsi durante la Campagna del Deserto, ma alcune ricerche danno un’idea della sua dimensione: Diana Lenton segnala che nel 1883, a solo cinque anni dall’inizio dell’avanzata militare, 20.000 prigionieri erano stati trasferiti a Buenos Aires. Dopo saranno assassinati, fatti scomparire o schiavizzati.

Il professore dell’Università di Buenos Aires Mariano Nagy, in base alla ricerca “Stato e questione indigena”, di Enrique Mases, precisa che 25.000 indigeni abitavano la Patagonia. Nel primo anno della Campagna del Deserto ci furono 1300 indigeni morti “in combattimento” e 13.000 prigionieri che finirono con il rimanere sotto tutela dello stato.

Attualmente, la sistematica violazione dei diritti umani dei popoli indigeni non scandalizza l’opinione pubblica. È anche negata da un settore di intellettuali, comunicatori e opinionisti.

Le vittime del genocidio non furono nei settori urbani, né nella classe media.

La negazione ha radici etniche e di classe sociale. E, senza dubbio, economiche: i diversi modelli produttivi dell’ultimo secolo e mezzo – agroesportatore, petrolifero, forestale, minerario – hanno avuto e hanno come scenario gran parte dei territori ancestrali indigeni.

da qui

domenica 30 maggio 2021

In Canada i bambini ammazzati non smettono di piangere

Quando ammazzano i genitori rubano i loro figli (Argentina), quando non riescono ad ammazzare i genitori (gli schiavi sono necessari) rubano i loro figli, e se non riescono a ridurli a loro immagine e somiglianza, a fargli un perfetto lavaggio del cervello, se ne liberano, a volte ammazzandoli, le altre volte abbandonandoli, relitti senza identità culturale - Amen


Canada: shock in comunità nativi, trovati resti 215 bimbi

 

La comunità dei nativi della British Columbia meridionale (Canada) è sotto shock. Una tragica verità che i membri della minoranza etnica 'Tk'emlúps te Secwépemc' sospettavano da decenni è venuta alla luce in tutta la sua macabra crudeltà nei giorni scorsi: i resti di 215 bambini sono stati trovati vicino a quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School, uno degli istituti del sistema delle cosiddette 'Indian residential schools', una rete di scuole fondate dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche che rimuovevano i figli degli indigeni dalla loro cultura per assimilarli nella cultura dominante.

Ma non solo: i bambini erano spesso oggetto di abusi sessuali e fisici, e molti di loro - come testimonia questo ritrovamento, di cui dà notizia oggi la Cnn - pagarono con la vita la loro unica 'colpa' di essere diversi. La Kamloops Indian Residential School, una delle più grandi del Paese, iniziò l'attività alla fine del 19mo secolo sotto la gestione della Chiesa cattolica prima di passare sotto il controllo del governo nella seconda metà degli anni Sessanta e di chiudere i battenti nel 1978.

da qui

 

Nel Canada trovati i resti di 215 bambini indigeni in una fossa comune vicino all'ex scuola cattolica

(globalist.it)

L'istituto faceva parte di una rete fondata dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche, che dovevano "separare" i figli degli indigeni dalla loro cultura per "assimilarli" nella cultura dominante.

 

Una vicenda terribile: la comunità dei nativi della British Columbia (Canada) è sotto shock: i resti di 215 bambini sono stati trovati in una fossa comune vicino a quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School.
L'istituto, chiuso nel 1978, faceva parte di una rete di scuole, fondate dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche, che avevano come scopo quello di "separare" i figli degli indigeni dalla loro cultura per "assimilarli" nella cultura dominante.
I bambini erano spesso oggetto di abusi sessuali e fisici, e molti di loro - come testimonia questo ritrovamento, di cui dà notizia la Cnn - pagarono con la vita la loro unica "colpa" di appartenere a un'altra cultura.

La Kamloops Indian Residential School, una delle più grandi del Paese, iniziò l'attività alla fine del 19esimo secolo sotto la gestione della Chiesa cattolica prima di passare sotto il controllo del governo nella seconda metà degli anni Sessanta e di chiudere i battenti nel 1978.
Una "perdita impensabile di cui si è parlato ma che non era mai stata documentata" è stata confermata, ha detto il presidente della comunità Tk'emlúps te Secwe'pemc, Rosanne Casimir: "Il weekend scorso, con l'aiuto di un georadar, la cruda verità dei risultati preliminari è venuta alla luce. La conferma dei resti di 215 bambini che erano studenti della Kamloops Indian Residential School. Alcuni avevano appena tre anni".

"Il mio cuore è sprofondato - ha commentato un ex studente di quella scuola, Harvey McLeod, nel corso di un'intervista alla Cnn -. E' stato così doloroso sentire alla fine ciò che pensavamo stesse accadendo lì". Questa storia, ha aggiunto, "è così irreale, ma ieri è diventata reale per molti di noi in questa comunità".
Casimir ha sottolineato che i resti ritrovati appartengono a bambini le cui morti "non sono mai state documentate". Una circostanza, questa, confermata da McLeod, che per decenni si è chiesto che fine avessero fatto alcuni suoi amici e compagni di classe. Le indagini proseguiranno in collaborazione con l'ufficio del coroner della British Columbia e il governo ha garantito che i resti verranno salvaguardati e identificati.

Secondo un rapporto del 2015, pubblicato dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, molti dei bambini che frequentavano queste scuole non ricevevano nemmeno cure mediche adeguate, ed alcuni morivano di tubercolosi. La Commissione stima che in un periodo di vari decenni oltre 4.000 bimbi hanno perso la vita in queste scuole.
Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha detto che è un "doloroso pro memoria" di "un capitolo vergognoso della storia del nostro Paese".

da qui

 

 

su Arte tv è disponibile per qualche giorno il documentario “Uccidi il Nativo che è in ogni bambino”, di Gwenlaouen Le Gouil

https://www.arte.tv/it/videos/093799-000-A/uccidi-il-nativo-che-e-in-ogni-bambino/

Prigionieri della propria Patria. Intere generazioni vittime di un vero e proprio genocidio culturale, tale è stato il trattamento riservato per decenni alle comunità autoctone da parte del Canada. Dall’introduzione dell’Indian Act nel 1876, che identifica i membri delle First Nations come cittadini di serie B, i figli dei Nativi hanno subìto le politiche di acculturazione del governo e della Chiesa per la loro “civilizzazione” e trasformazione in Cristiani-modello - in altre parole, una manipolazione di massa finalizzata al controllo di territori e risorse. Nonostante il mea culpa pubblico del Primo Ministro Trudeau, lo Stato ostacola tutt'ora la ricerca della verità, come nel quadro del processo sugli abusi della Scuola Sant’Anna: proprio da qui ha inizio un'inchiesta senza reticenze alle radici di un trauma storico.

 

 

Un documentario (in italiano) “Genocidio nativi del Canada e le torture delle scuole cattoliche”:





la vergogna delle Factory Schools:


Oggi, circa due milioni di bambini indigeni di varie parti del mondo studiano nelle “Factory School”, ovvero in scuole residenziali finalizzate all’assimilazione, dove gli strappano l’identità indigena e li indottrinano per conformarli alla società dominante.

Ci siamo dati l’obiettivo di mettere fine a queste fabbriche dell’assimilazione. I popoli indigeni e tribali devono mantenere il controllo della loro educazione, che vogliono sia radicata nella loro terra, nella loro lingua e nella loro cultura, rendendoli orgogliosi di loro stessi e dei loro popoli...

continua su survival.it