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domenica 25 gennaio 2026

Roger Waters: “È un mondo perfetto per i nazisti e Meloni è il vostro Mussolini”


Roger Waters parla in un’intervista al Fatto Quotidiano:  “È un mondo perfetto per i nazisti che stanno prendendo il controllo“.

 

L’ex bassista dei Pink Floyd Roger Waters afferma che i governi europei sostengono l’idea della guerra perché ciò risulta conveniente per i loro “padroni“, in particolare per le élite statunitensi, israeliane e tedesche che controllano la maggior parte dell’industria bellica. Secondo l’artista, questa spirale di spese militari porterebbe all’impoverimento dei popoli, creando un “mondo perfetto” per l’ascesa di quelle forze che lui definisce “naziste”.

Da convinto antimilitarista, Waters (classe 1943) ha esteso le sue critiche alla Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, equiparando la sua retorica sulle spese militari a quella di un “nuovo Mussolini“. “La guerra è un racket“, ha affermato il musicista, “ma non tutti si piegano a questa logica. Mi incoraggia sapere che organizzazioni come l’USB in Italia si stanno ribellando a questi ‘Mussolini’ contemporanei. Oggi, Meloni è il vostro Mussolini. Ma sono ovunque: c’è Milei in Argentina, Trump negli Stati Uniti, Starmer e Farage nel Regno Unito”.

“Da Kiev a Gaza, la guerra è solo per profitto. Col riarmo i governi impoveriranno i popoli”: intervista esclusiva a Roger Waters

L’esclusiva. Il musicista: “I problemi dell’Ucraina sono stati tutti imposti dagli Stati Uniti In Palestina è ancora in atto un genocidio”

 

(Estratto dell’intervista integrale di Fabrizio Rostelli al Fatto Quotidiano) – L’antimilitarismo è un tratto distintivo delle sue opere musicali e del suo impegno politico dai tempi dei Pink Floyd. “Mother do you think they’ll drop the bomb?” (Mamma pensi sganceranno la bomba?) cantava in The Wall. Nella Fletcher Memorial Home – la casa di riposo per re, tiranni incurabili e spietati statisti ideata in The Final Cut – oggi Roger Waters troverebbe spazio per gli attuali leader europei e per i magnati delle Big Tech come Musk, Bezos e Zuckerberg. “La guerra è utile solo a fare profitti. Non dobbiamo farci schiavizzare – ammonisce Waters – anche se è questo che fa il capitalismo.

[…] Siamo già in 1984, c’è un controllo sempre maggiore, ma abbiamo ancora gli strumenti per reagire”. Il musicista e intellettuale britannico analizza il complesso quadro internazionale e sul programma di riarmo europeo la sua posizione è netta: “L’idea che i leader dell’Ue parlino di imporre una spesa militare del 5% del Pil ai cittadini per ingrandire gli eserciti e prepararsi alla guerra con la Russia è ovviamente una follia. Così come è stata una follia far saltare il Nord Stream. Quel gasdotto rappresentava la volontà dei popoli della Russia e dell’Europa di cooperare, scambiarsi gas ed energia e vivere in pace. Non gli è stato permesso perché non conveniva a un piccolo gruppo di persone estremamente ricche negli Usa e altrove. La guerra è un racket ma non tutti si piegano a questa logica e mi incoraggia l’idea che ci siano organizzazioni, come l’Usb in Italia, che si stanno ribellando a questi Mussolini, di nuovo. Meloni oggi è il vostro Mussolini. Sono ovunque: c’è Milei in Argentina, Trump negli Usa, Starmer e Farage nel Regno Unito”.

Ieri è stato annunciato il trilaterale per la pace in Ucraina. Ma quali sono i reali ostacoli?

Gli ostacoli sono il neo liberal-imperialismo e il capitalismo. I problemi politici dell’Ucraina sono tutti imposti dall’esterno, dagli Usa. Con il colpo di Stato di Maidan è scoppiata una guerra civile tra l’amministrazione di Kiev – legata all’estrema destra – e la popolazione russofona dell’Ucraina orientale. Il conflitto non si è mai fermato e gli Accordi di Minsk non sono stati rispettati perché dalla morte di soldati ucraini e russi si ricavano enormi profitti. Profitti che finiscono nelle mani dei plutocrati degli Usa, forse anche in Germania o nel Regno Unito, ma soprattutto nell’industria bellica statunitense. I colloqui tra Trump, Putin e Zelensky sono irrilevanti, sono delle marionette anche se Putin è molto più lucido e acuto. Quando Trump morirà – e sarà un buon giorno per l’umanità – un altro burattino sarà pronto a prenderne il posto: potrebbe chiamarsi Marco Rubio o JD Vance. Non conta il nome, ma il sistema: quello dei Palantir, dei Peter Thiel, di quelli che vogliono costruire uno Stato fascista globale, controllato dall’Ia, con moneta digitale, dove possono decidere di silenziare chiunque, semplicemente togliendogli tutto. Non credono nello Stato di diritto, ma solo nella legge della giungla […]

Con il Board of Peace di Trump c’è il rischio che cali l’attenzione su quello che accade in Palestina?

La Palestina siamo noi. Se non capiamo questo, non abbiamo capito niente. Tutta questa storia – colonialismo, apartheid, pulizia etnica – l’abbiamo già fatta noi europei bianchi in Nord e Sud America e in Africa. Mi accusano di essere antisemita perché di Israele ne faccio un “caso speciale”. Certo che lo critico: stanno commettendo un genocidio! Esattamente come mio padre criticava i nazisti negli anni 30 del Novecento. Questo fanno le persone con un cuore e un’anima. Israele è uno Stato disgustoso, xenofobo, segregazionista, che sta compiendo un genocidio contro le persone che vivono in quella terra, colonizzata illegalmente per tutto il XX secolo e oltre. Non ho nulla contro gli ebrei. Sono ateo: penso che tutte le religioni siano assurde. Se fossimo tutti umanisti, non avremmo bisogno di alcuna religione per sapere cosa è giusto, per avere una bussola morale: la sentiremmo dentro di noi. Ho detto che suonerò The Wall in Palestina quando sarà libera. Quando lo stato di apartheid cadrà e ci saranno uguali diritti per tutti, dal Giordano al Mediterraneo, vorrei essere ancora vivo per suonare The Wall e celebrare la libertà del popolo palestinese. Sarebbe fantastico farlo con il mio ultimo respiro.

I governi europei ci stanno preparando alla guerra?

Probabilmente sì. È conveniente per i loro padroni statunitensi che possiedono la maggior parte delle fabbriche di armi, insieme agli israeliani e ai tedeschi. Per questo sostengono volentieri l’idea della guerra. Le spese militari impoveriranno completamente i nostri popoli. È un mondo perfetto per i nazisti che stanno prendendo il controllo. Non ci sarà istruzione, né servizi sanitari, né servizi sociali, niente. La vita diventerà sempre più dura e convinceranno le persone che la colpa è degli stranieri, dei neri, delle persone che parlano arabo. Il tema dell’immigrazione è centrale e in questo senso è importante la storia della lista del Pentagono – svelata dal generale statunitense Wesley Clark – dei Paesi da colpire dopo l’11 settembre 2001. Gli Usa hanno devastato tutti quei Paesi: Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Siria. Qual è l’unico che non hanno distrutto? L’Iran. Per ora. Il Venezuela non era in quella lista, ma avrebbe potuto esserci. In passato con Guaidó organizzarono un tentativo di colpo di Stato per eliminare il governo socialista bolivariano e rubare il petrolio. Niente a che vedere con la libertà o la democrazia.

Cinquant’anni fa usciva Wish You Were Here, oggi a chi la dedicherebbe?

Non posso rispondere, vorrei solo che la gente capisse che è la mia canzone. Gilmour fece quell’introduzione, io la usai ma la canzone non ha nulla a che vedere con lui, anche se sostiene di averla scritta. Quando sento Dave cantare Wish You Were Here mi irrita un po’ perché non ha mai capito di cosa parlassero le mie canzoni. La parte più importante è: “Did you exchange, a walk-on part in the war, for a lead role in a cage?”. Descrive perfettamente me e Gilmour. Io ho accettato di essere una comparsa nella guerra, lui ha accettato un ruolo da protagonista in una gabbia. È come Starmer: può fare il premier, ma solo se vive nella gabbia e obbedisce. È un burattino, non decide nulla. Io invece ho scelto di prendere parte alla guerra, anche se solo come comparsa. È questo il senso della canzone. Melania Trump voleva usarla nel documentario sulla sua vita per il funerale della madre. Mi hanno offerto un’enorme quantità di denaro. Le ho scritto che mi dispiaceva per la sua perdita, ma che non posso essere associato a un’amministrazione che sostiene un genocidio. Mai.

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domenica 23 novembre 2025

L’abitudine alla guerra - Annamaria Manzoni

Quello che sta succedendo a Gaza ormai da due anni, e che non pare affatto interrotto da un accordo di pace già declassato nei fatti a flebile tregua, in Ucraina da oltre tre, le pur scarsissime notizie che filtrano dalle altre decine di luoghi del pianeta, trasformati in zone di guerra spaventose, Sudan e Nigeria in testa con gli stermini di massa che li abitano, stanno incidendo progressivamente anche sul nostro modo di sentire e reagire, sul nostro psichismo, vulnerabile a ogni esperienza, vissuta anche solo da testimoni: le reazioni iniziali sono state di incredulo sgomento, di sbigottimento davanti alle cronache quotidiane di massacri, agli spazi dei media invasi da realtà che pensavamo appartenere a tempi spazzati via da una inarrestabile civilizzazione, marcata dalla ricerca dell’universalizzazione dei diritti. I meno giovani di noi, cresciuti immaginando e vagheggiando, sull’onda di canzoni divenute inni e miti, “un mondo senza ragioni per uccidere né per morire, un mondo senza confini né avidità, nessun paradiso da guadagnare né inferno da temere, nessuna religione ad imporre dogmi,” eravamo davvero persuasi che, se di sogno matto si trattava, era un sogno bello da sognare, e forte tanto da generare azione.

Il risveglio da quello che si sta rivelando essere stato uno stato soporoso, di ottundimento o di colpevole ingenuità, in cui il desiderio è stato scambiato per realtà, è stato brutale. Innegabile che i decenni appena trascorsi fossero stati carichi di indizi, lì pronti da cogliere se solo lo si fosse voluto: parole quali giustizia, solidarietà, diritti andavano sempre più scansandosi per fare largo a individualismo, indifferenza, competizione, che per le nuove generazioni diventavano il brodo di coltura per una diversa idea di mondo.

Ma ancora nulla a che fare con l’idea di guerra, ripudiata dalla Costituzione, ma soprattutto rifiutata dai giovani totalmente insofferenti anche a quel servizio militare preparatorio al suo svolgersi, obbligo insensato che chi poteva rifuggiva poco nobilmente provando ad imboscarsi e molti altri, più coscienziosamente, a preferirvi il servizio civile, che un senso condivisibile ce lo aveva. Make love, not war era diventato il mantra esibito gioiosamente non solo in oceaniche manifestazioni, ma anche su onnipresenti spille e autoadesivi: infine tanto interiorizzato e normalizzato da non necessitare nemmeno più di essere ribadito. Imparare a imbracciare un fucile, magari strisciando su terreni dissestati, zaini zavorrati in spalla, era ormai considerato un esercizio di machismo, da lasciare a chi ne aveva bisogno per compensare scarsi livelli di autostima, ma capace solo di sottrarre tempo alle bellezze della vita.

Sembrava strada senza ritorno. Eccoci invece catapultati in scenari prima appannaggio esclusivo di quei film di guerra, visti dalla postazione rassicurante di una poltrona cinematografica o dal divano di casa: tutto si risolveva in un paio d’ore di ansia adrenalinica, eccitante intervallo tra più o meno confortanti tran tran da vita civile, magari un po’ noiosa, ma di certo rassicurante.

I droni

Poi, quasi senza preavviso, le cronache quotidiane hanno cominciato a parlare un linguaggio esondante di massicci attacchi, linee del fronte, difese aeree, offensive finali, piogge di missili, esplosioni, raid…, mentre i droni, oggetti ancora sconosciuti a molti, entravano di prepotenza nel nostro vocabolario, provocando prima sorpresa e ben presto progressiva abitudine.

Molto più drammatico è stata convivere con le immagini, tanto più universali delle parole, perchÉ capaci di scatenare un impatto emotivo dirompente anche quando ci sfilano davanti solo per pochi secondi. I nostri occhi e di conseguenza la nostra mente sono andati registrando il dilagare sugli schermi di uomini trasformati da mitra, bombe a mano, kalashnikov: da esseri umani a macchine da guerra, spaventose e ferali. E poi scenari di edifici rovinanti al suolo a trasformarsi in cumuli di macerie; città in frantumi; fumo ad annerire il cielo.

Ancora niente a confronto della straripante disperazione umana: bambini sporchi e disperati a piedi nudi tra le macerie con fratellini più piccoli sulle spalle, che al microfono di chi prova a farli raccontare, rispondono per esempio, con un sorriso mite, che la cosa più brutta è quando di notte piove e i materassi sono tutti bagnati: orrido atto d’accusa verso il mondo adulto. E poi fiumane di gente spossata che si trascina verso chissà dove, bende su corpi feriti, lenzuola ad avvolgere cadaveri di ogni dimensione.

E il dolore misconosciuto di altri esseri, gli asini, fantasmi pelle e ossa obbligati a trascinare pesi immensi e ci si chiede come possano farlo e speriamo manchi poco perché stramazzino a terra verso l’unica liberazione a cui possano aspirare, quella fornita dalla morte: senza il debole sostegno di cui almeno gli umani possono godere abbracciandosi gli uni agli altri. Loro no: in totale solitudine, lontano anche dal conforto di un’ultima carezza che consoli una briciola del loro immeritato martirio.

Cancellare tutto con un click

Noi, testimoni involontari e lontani, abbiamo reagito ognuno a modo proprio, nel tentativo di mitigare lo spettacolo spaventoso che l’umanità, a cui apparteniamo, dà di sé: i più coraggiosi sono partiti per provare ad offrire aiuto, tantissimi hanno manifestato, scritto, raccolto aiuti.

Anche altro sta però succedendo: una sorta di stanchezza per la quotidiana informazione sulle tragedie in atto, che hanno il grande pregio di poter essere cancellate con un click del telecomando o sulla tastiera. E sparire dai nostri pensieri. Così da una parte ci sono quelli che non si possono sottrarre alla tragedia e noi, che ci indigniamo, ma ne possiamo annullare anche solo la percezione perché troppo dolorosa. Non è certo la prima volta che succede: basta pensare ai naufragi a poche miglia dalle nostre coste e alla morte in mare di decine, a volte centinaia, di persone alla ricerca di una vita vivibile. Anche in quel caso lo sgomento dei primi tempi, alimentato anche da puntuali cronache e filmati, si è via via affievolito: relegato a trafiletti sulle pagine interne dei giornali, a informazione di pochi secondi dalle televisioni, ha finito per essere bypassato dalla nostra attenzione e soprattutto dalla nostra compassione e solidarietà. Tutto normalizzato nella sua ripetitività. È una realtà molto preoccupante perché “a tutto ci si abitua” significa che basta un po’ di pazienza e poi tutto quello che è insopportabile diventa accettabile.

Volendo essere un po’ meno severi verso noi stessi e la nostra pericolosa adattabilità al peggio, è giusto ricordare che non sempre si tratta di indifferenza e cinismo: è invece vero che quella che appare come colpevole desensibilizzazione è a volte figlia di compassion fatigue, di un esaurimento, alimentato dall’esposizione prolungata alle sofferenze altrui, in cui ci si identifica empaticamente, ma che si è impotenti a modificare. Se quella sofferenza viene assorbita, può travolgere e sottrarvisi appare l’unico modo per rimanere integri. E allora cambiare canale, leggere altro sull’web perché “non ce la faccio più a guardare”, corrisponde a una strategia di salvezza, certo non esente da sensi di colpa, di inconfessata vergogna, ma comunque salvifica.

L’eliminazione degli alimenti proteici

Non sempre è possibile: le notizie sono a volte talmente forti da bucare come una lama il ghiaccio delle nostre corazze. Arrivano dai luoghi da cui le informazioni sono più frequenti, a partire dal massacro di Gaza. Una di queste riguarda la strategia di Israele per affamare la Striscia, di cui si parla da tempo: prendere per fame è piano indegno, ma non nuovo, come la storia insegna: per restare a tempi non lontani furono i tedeschi a far morire di fame oltre un milione di civili russi tenendo sotto assedio Leningrado per oltre due anni nel corso della seconda guerra mondiale. Ma nulla può competere in orrore con l’Holodomor, devastante piano genocidario ordito da Stalin negli anni 1932/33, quando vari milioni di ucraini furono letteralmente fatti morire di fame, secondo gli storici per perseguire una collettivizzazione forzata e contestualmente reprimere le aspirazioni nazionalistiche dell’Ucraina stessa. Ne dà una descrizione agghiacciante Vasilij Grossman nel suo Tutto scorre scritto tra il 1955 e il 1963, in cui la descrizione di morti individuali restituisce la dimensione di tragedia umana alla valenza storica dei fatti.

Un’inchiesta del Guardian denunciava già mesi fa oltre alla evidente crudeltà anche un intollerabile cinismo da parte di Israele, colpevole di affamare “in modo calcolato” la popolazione palestinese attraverso un preciso controllo delle calorie necessarie alla sopravvivenza, monitorando il divieto di lasciare affluire alimenti proteici per donne e bambini. La notizia è stata ripresa e diffusa a settembre dall’organizzazione umanitaria MUSIC FOR PEACE che ha fatto sapere che, per ordine del COGAT, (organismo che coordina le attività governative nei Territori) i pacchi destinati a Gaza vengono aperti e svuotati da biscotti, miele, marmellata, datteri in quanto proteici e quindi in grado di dare un po’ di forza a una popolazione stremata. Le autorità israeliane hanno calcolato con precisione svizzera quante calorie sono necessarie ai palestinesi per sopravvivere e conseguentemente autorizzato l’ingresso nella Striscia di quantità inferiori. Il Guardian cita un precedente già nel 2006, quando un collaboratore dell’allora premier Olmert disse: “Mettiamoli a dieta senza farli morire”. Ma neppure il solerte collaboratore poteva vantare, tra i suoi pregi, quello dell’originalità. È necessario risalire ancora un po’ a ritroso la corrente del tempo per imbattersi in un altro precedente, il famigerato programma AktionT4: attuato dal regime nazista in centri situati in Germania e in Austria ufficialmente tra il settembre 1939 e l’agosto 1941 (proseguito in forma clandestina fino al termine della guerra), prevedeva l’uccisione sistematica di persone “indegne di vivere” perché affette da disabilità fisiche o mentali, considerate gusci umani vuoti. Ufficialmente si parla di 70.000 morti forse, 250.000/300.000 se si estende la ricerca alle fasi clandestine. Ne fa una tragica ricostruzione il film Nebbia in agosto (2016), sulla storia vera del tredicenne Ernst Lossa, che ne fu vittima, film che bene ripercorre la minuziosa tecnica della riduzione delle calorie nei cibi quale strategia di uccisione silenziosa, attuata da medici, solerti esecutori degli ordini hitleriani, con la loro scienza al servizio del Male, quello con la M Maiuscola.

Il confine tra carnefici e vittime

Insomma una delle forme più subdole di sterminio burocratico, che Israele riprende, traendone ispirazione proprio da quelli che furono i suoi persecutori. Un altro tassello da prendere in considerazione quando ci si interroga su come sia possibile passare dal ruolo di vittime a quello di carnefici. Domanda a cui forse ha già dato risposta Primo Levi nel suo I sommersi e i salvati in cui rifletteva su come il confine fra carnefici e vittime non sempre sia netto e si possa piuttosto collocare in una zona intermedia, abitata dal bisogno e dalle circostanze, che determinano i comportamenti. E lo fa la riflessione psicologica relativa a come le esperienze possano essere interiorizzate nella loro complessità: non sarà avere subito orrore e ingiustizie a trasformare la vittima in difensore del diritto e dei deboli, se ad essere stato interiorizzato è il rapporto di prevaricazione come stile di relazione. Riproponendolo, sarà possibile mettersi dall’altra parte, quella dell’oppressore.

E poi ci sono i casi in cui infliggere il male non è neppure la conseguenza, per quanto ingiustificabile, di averlo subito. Anzi: proviene da chi dalla vita sembra avere tutto: ricchezza, posizione, possibilità di gestire il tempo come gli pare e piace. E, tra ciò che gli pare e piace ci sono le battute di caccia, dove infliggere dolore e sofferenza fino allo spasimo contro vittime indifese eccita e soddisfa. Ma la sindrome di onnipotenza è così pretenziosa da non ritenersi soddisfatta di obiettivi animali nonumani, bersaglio alla portata di tanti altri compagni di fucile da risultare così poco elitaria. E allora le competenze in tema di abilità e di sadismo si possono meglio esprimere su vittime umane, scelte come capita, ma in osservanza di un tariffario della vergogna. È successo a Sarajevo negli anni tenebrosi dell’assedio dove, sta emergendo, alcuni stimati professionisti si spostavano dalle zone ricche del nord Italia per eccitanti week end all’insegna del cecchinaggio contro i bambini, di certo un po’ costoso, ma ne valeva la pena, se mai pareggiando il conto con vittime meno care, uomini e donne, fino ad arrivare agli anziani, di tanto poco valore da poter essere uccisi anche gratis. Orrore? Vergogna? Sdegno? No, non c’è parola al mondo capace di connotare l’essenza che la ricostruzione dei fatti comporta. Il vocabolario non è stato aggiornato.

Migliaia e migliaia di pagine sono state scritte nel tempo nel tentativo di trovare una spiegazione al perché della guerra e della violenza così ubiquitarie nella storia umana né tanto meno di trovare quale sia la strada per escluderle dal tragitto della storia. Nulla di fatto ad oggi. Anzi. Forse varrebbe la pena approfondire lo strano caso, di cui parla il ricercatore Carl Safina, di una comunità di gorilla divenuta quasi pacifica per mancanza di modelli comportamentali aggressivi dopo la morte per tubercolosi dei maschi adulti. Chi sia depositario di tali modelli è di certo meno netto tra gli umani che non tra i gorilla, ma, una volta allargato il cerchio, una seria riflessione sulle responsabilità dei modelli anche oggi in circolazione sarebbe molto più che un ottimo punto di partenza per modificare lo stato di questo mondo che, semplicemente, è un mondo sbagliato.

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mercoledì 12 novembre 2025

Eugenetica e colonialismo. Nel cuore del dominio occidentale - Stefano Dumontet

La terribile situazione che stanno vivendo i gazawiti, da ormai quasi tre anni, è stata presentata dalla maggioranza dei media occidentali come la lotta di una democrazia (incarnata da Israele) per la sua sopravvivenza. Una lotta contro terroristi sanguinari di oggi e potenziali terroristi di domani (i bambini) oltre che contro le donne, fattrici di terroristi non ancora nati.  

L’unico, controverso, riferimento storico che si evoca è quello relativo alla lucida ferocia del terzo Reich, orientata contro gli ebrei. Gli israeliani, cittadini di uno stato confessionale ebraico, adopererebbero oggi mezzi e finalità analoghe a quelle utilizzate dai nazisti per portare avanti un programma di pulizia etnica attraverso un genocidio. In realtà, limitare il fenomeno dello sterminio dei palestinesi sulla contrapposizione genocidio sì / genocidio no, serve solo a distogliere l’attenzione dalla vera motivazione di tanta barbarie e della sua fanatica accettazione da parte delle élite occidentali.

Quello nazista fu un micidiale programma di pulizia etnica, sostenuto da una pseudoscienza, largamente condivisa nell’intero occidente, quella della “purezza della razza” o “eugenetica”. È bene ricordare che le teorie eugenetiche nacquero, almeno nella loro forma “scientificamente definita”, in Inghilterra in seguito al lavoro di Sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin. Alla Galton Society afferì, nel tempo, il fior fiore della società britannica rappresentato da aristocratici, prelati, premi Nobel, famosi scienziati, celebri intellettuali e ricchi imprenditori. Solo per fare alcuni nomi, particolarmente noti, tra i tanti che condivisero negli anni le idee eugenetiche di Galton, citiamo il celebre economista John Maynard Keynes, James Meade (premio Nobel per l’Economia nel 1977), Peter Medaware (premio Nobel per l’Immunologia nel 1987) ed il famosissimo statistico Charles Spearman (tra i padri dei test per la misura dell’intelligenza e dell’analisi fattoriale). Anche Winston Churchill era un estimatore delle teorie eugenetiche, insieme al commediografo George Bernard Shaw.

La Società Svedese per l’Igiene Razziale, fondata a Stoccolma nel 1906, mise le basi per la fondazione, nel 1922, di uno dei più influenti istituti europei per l’igiene razziale (Istituto Svedese di Biologia Razziale). Negli anni precedenti alla Seconda guerra mondiale, Alva e Gunnar Myrdal divennero i teorici del “nuovo umanesimo” definito dalle teorie eugenetiche. Gunnar fu poi insignito del premio Nobel per l’Economia nel 1974, mentre la moglie ottenne quello della Pace nel 1982, per il suo impegno a favore del disarmo. I Myrdal pensavano che “consentire a dei genitori non adatti di riprodursi è un argomento indifendibile, da qualsiasi punto di vista”. Furono loro a coniare il termine materiale umano, che ebbe una particolare fortuna nel lessico nazionalsocialista tedesco del Lebensborn (programma nazista di “arianizzazione”). Analoga fortuna ebbe tra i nazisti l’espressione soluzione finale, anche questa lungi dall’essere una prerogativa del terzo Reich. Cambell Scott, vice soprintendente del Dipartimento per gli Affari Indiani del Canada dal 1913 to 1932, in una sua lettera del 1910 indirizzata all’agente indiano della Columbia Britannica scrive: 

“È ben risaputo che i bambini indiani, frequentando queste scuole, perdono le loro doti naturali di resistenza alle malattie e, di conseguenza, muoiono in numero maggiore che nei loro villaggi. Ma ciò è in linea con la politica di questo Dipartimento, finalizzata alla soluzione finale del problema indiano.” 

Duncan Campbell Scott fu nominato “national historic person” nel 1948. Appare dunque evidente che lo sterminio sistematico di oppositori politici, malati mentali, comunisti, socialisti, sindacalisti, rom, omosessuali, minoranze etniche e, dopo il 1940, degli ebrei, perde molto della sua originalità, anche nell’uso dei termini associati al genocidio plurimo portato avanti dai nazisti.

Come in un gioco di specchi, nell’America degli anni ’20, i difensori dell’eugenetica cercarono di sostenere il miglioramento di una razza nordica superiore a spese di razze inferiori come i nativi americani, i messicani, gli italiani e i portatori di handicap. La loro strategia prevedeva la sterilizzazione obbligatoria, restrizioni nella possibilità di sposarsi e confinamento in speciali colonie per tutti quelli dichiarati non adatti.

La campagna eugenetica americana non si fermò ai confini di quel paese, ma fu esportata in tutto il mondo, inclusa la Germania nazista dove divenne la base per le teorie sulla supremazia della razza ariana e la copertura “scientifica” del genocidio. I nazisti adottarono in pieno e senza restrizioni i principi eugenetici americani, che furono appoggiati apertamente da scienziati ed istituzioni americane sino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Hitler stesso definì “la mia Bibbia” il saggio The Passing of the Great Race (1916) dell’eugenista statunitense Madison Grant. Membri dell’élite sociale statunitense, presidenti di banche, rettori di Università, illustri scienziati, filantropici finanziatori della ricerca scientifica hanno desiderato, dai principi del ‘900 sino agli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, che tutti i membri “inaccettabili” della società venissero eliminati. Negli anni che precedettero la guerra e oltre, la Fondazione Rockfeller finanziò la creazione di una nuova specializzazione medica chiamata Psychiatric Genetics e finanziò i “Kaiser Wilhelm Institutes” tedeschi (oggi Max Planck Institute) per la Psichiatria e per l’Antropologia, l’Eugenetica e l’Eredità Umana.

Ancora oggi, Hilary Clinton spende parole estremamente elogiative nei confronti di Margaret Sanger, americana e membro, dal 1937 al 1957, dell’Eugenic Society fondata da Galton e dell’American Eugenic Society. La Sanger fondò nel 1942 la Planned Parenthood of America ed espresse idee razziste e fortemente eugenetiche nelle sue pubblicazioni e fu guidata da queste idee nelle sue attività.

La propaganda occidentale fa di tutto per nascondere il motivo profondo dell’accanimento contro il popolo palestinese in larghissima parte indifeso e, quando armato, in condizioni di evidente inferiorità rispetto a un esercito perfettamente equipaggiato con le armi più moderne e senza preoccupazioni di rifornimenti militari, forniti dagli USA e dai suoi alleati occidentali, Italia compresa.

L’intenzione del fanatico blocco di potere, schierato a difesa di Israele e dei suoi obiettivi, rappresentato dal cosiddetto occidente collettivo, ha una precisa definizione: si chiama colonialismo. È intorno alla bandiera del colonialismo che le potenze occidentali si riconoscono e si raccolgono. È lo spirito mai sopito del colonialismo che fa da collante a tutti i sostenitori di Israele. Lo stesso colonialismo che ha provocato, dal 1796 al 1900 circa 27 milioni di morti nella regione indiana del Bengala durante l’occupazione coloniale inglese, 10 milioni di morti dal 1885 al 1908 nel Congo controllato dal civilissimo Belgio. Dal 1943 al 1944 un’ennesima carestia colpì di nuovo il Bengala provocando tra 2 e 3 milioni di morti. Winston Churchill fu tutt’altro che estraneo a questa tragedia, lo stesso Churchill che, per sua diretta ammissione, non vedeva nulla di sbagliato nell’appropriazione di terre appartenenti a un popolo più primitivo da parte di un popolo più evoluto, che avrebbe potuto sfruttarle meglio. Circa 12 milioni di morti furono causati delle guerre “post-coloniali” sostenute dalle potenze occidentali in Africa dal 1962 al 2005. Almeno sette leader africani sono stati assassinati dal 1961 al 2011, direttamene o attraverso operazioni sotto copertura, dalle potenze occidentali.  Patrice Lumumba (primo ministro della Repubblica Democratica del Congo, ucciso nel 1961), Sylvanus Olympio (primo Presidente del Togo, ucciso nel 1963), Amilcar Cabral (leader rivoluzionario, Guinea Bissau, ucciso nel 1973), Murtala Mohammed (Presidente della Nigeria, ucciso nel 1976), Thomas Sankara (Presidente del Burkina Faso, ucciso nel 1987), Laurent-Désiré Kabila (presidente della Repubblica Democratica del Congo, ucciso nel 2001), Muammar Gheddafi (Presidente della Libia, ucciso nel 2011). Tutti questi leader, benché con ideologie differenti e in contesti differenti, erano accumunati dal loro rifiuto del colonialismo e dello sfruttamento dei loro paesi da parte di potenze straniere. L’occidente collettivo si è anche distinto nell’appoggio incondizionato a sanguinari dittatori come Idi Amin Dada in Uganda, Jean Bédel Bokassa nella Repubblica Centroafricana, Mobutu Sese Seko nello Zaire e Macias Nguema nella Guinea Equatoriale.

Per rimanere sul continente africano, sono innumerevoli le guerre tra stati e le guerre civili fomentate dalle potenze occidentali nel loro tentativo di controllo post-coloniale, a cui si devono aggiungere i colpi di stato mirati a mettere fuori gioco i leader progressisti. Milioni di morti dimenticati causati da guerre dimenticate. Tanto per citarne solo alcune ricordiamo le guerre civili in Algeria (1992-2002I, in Libano (1975-1990), in Sudan (in varie fasi dal 1955ad oggi), in Biafra (1966-1970), in Etiopia (1974-1991), in Mozambico (1975-1992), in Angola (1975-1994), Uganda (1979-1986), Ruanda (1994), in Congo (1997-2003) che da sola ha causato, direttamente e indirettamente,  5,4 milioni di morti, in Siria (2011 – non ancora conclusa), Libia (2012 – non ancora conclusa), la guerra Iraq-Iran (1980-1988) e  la cosiddetta “Guerra del Golfo” contro l’Iraq (1990-2003) scatenata dagli USA. A questo proposito è opportuno ricordare una notissima intervista a Madeleine Albright, allora segretario di stato USA, a proposito delle morti dovute all’embargo strettissimo a cui fu sottoposto l’Iraq. Alla considerazione dell’intervistatrice, che osservava come a causa dell’embargo morirono più bambini di quanti ne fossero periti nei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, l’Albright candidamente affermò che ne era valsa la pena. Come ebbe a scrivere Conrad nel suo celebre romanzo Cuore di tenebra: “La conquista della terra, che fondamentalmente significa prenderla a coloro che hanno la pelle diversa dalla nostra o il naso leggermente più schiacciato, non è una cosa tanto bella da vedere, quando la guardi troppo da vicino”.

Ciò che sta avvenendo a Gaza è dunque il pieno dispiegamento della prepotenza coloniale in tutta la sua brutale efficacia. La pulizia etnica è l’ideologia soggiacente agli interessi coloniali, che considerano untermensch, secondo il vocabolario nazista, tutti coloro che si oppongono ai loro progetti di dominio, in piena continuità con teorie eugenetiche mai abbandonate.

Vi sono inquietanti assonanze fra la vicenda palestinese e gli eventi, in gran parte dimenticati, che videro protagonista il movimento del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino, attivo tra il 1954 e il 1962, anno della liberazione dell’Algeria dal dominio francese. La storia della lotta algerina per l’indipendenza è molto simile a quella a cui stiamo assistendo nella Striscia di Gaza e i metodi repressivi delle potenze coloniali sono sempre caratterizzati dalla stessa brutalità.

Gli antecedenti della nascita della lotta di liberazione possono essere individuati negli eventi sanguinosi avvenuti, nel 1945, nelle città di Setif e Guelma, quando nei giorni seguenti ai moti del 5 maggio, in cui gli indipendentisti chiedevano la fine dell’occupazione francese e sventolavano bandiere con la mezzaluna rossa su sfondo bianco e verde. Migliaia di algerini furono uccisi dalla polizia, dai soldati e dai coloni armati francesi. Il numero di vittime non è mai stato accertato con precisione. I servizi di informazione inglesi stimarono in circa 6.000 le vittime e in circa 14.000 i feriti. Oggi le stime sono state corrette, alcuni storici francesi ritengono che le vittime furono 20.000, mentre il governo algerino le stima in 45.000.

Il 1° novembre 1954, i guerriglieri dell’FLN effettuarono attacchi organizzati in diverse parti dell’Algeria contro installazioni militari, posti di polizia, magazzini e strutture di comunicazione. Dal Cairo, il FLN invitò alla radio il popolo algerino e gli attivisti della causa nazionale a sollevarsi per “la restaurazione dello Stato algerino, sovrano, democratico e sociale, nel rispetto dei principi dell’Islam e del rispetto di tutte le libertà fondamentali, senza distinzioni di razza e religione”.

Le forze armate francesi iniziarono una guerra senza quartiere applicando spietatamente il principio della responsabilità collettiva ai villaggi sospettati di ospitare, rifornire o collaborare in qualsiasi modo con la guerriglia. Numerosi villaggi furono sottoposti a bombardamenti aerei, anche con bombe al fosforo, e furono distrutti campi e frutteti per privare i contadini di ogni mezzo di sussistenza. I francesi concentrarono gran parte della popolazione rurale, a volte interi villaggi, in campi speciali sotto sorveglianza militare per impedire la collaborazione con i ribelli o – secondo le dichiarazioni ufficiali – per proteggerli dalla violenza del Fronte di Liberazione Nazionale. Oltre due milioni di algerini furono sradicati dai loro luoghi di origine.

La “Battaglia di Algeri” scoppiò il 30 settembre 1956, quando tre donne piazzarono bombe in tre diversi luoghi frequentati da civili francesi, uccidendo tre persone e ferendone cinquanta. La risposta francese fu violenta e brutale. Agli attacchi terroristici contro civili algerini perpetrati da gruppi di coloni francesi, assistiti dalla polizia, fece fatto seguito il dispiegamento di un corpo d’élite di 5.000 paracadutisti, che agirono al di fuori di ogni regola, uccidendo, torturando e violentando. Si stima che per l’uso della tortura da parte delle forze francesi, dei 24.000 algerini arrestati durante la battaglia, ne morirono circa 3.000.

Oltre alle innumerevoli tipologie di tortura utilizzate, gli stupri delle donne algerine furono veri e propri strumenti di una strategia di guerra repressiva e brutale. Sempre negato dalle autorità militari, lo stupro è stato uno strumento di punizione e di terrore utilizzato dalle truppe francesi contro la popolazione femminile algerina. Il picco si è verificato tra il 1959 e il 1960, soprattutto nelle zone rurali. Le truppe francesi commisero anche un’altra infamia, quella di utilizzare alcune donne rinchiuse nei campi di detenzione come schiave sessuali per soldati e ufficiali.

Il 17 ottobre 1961, l’FLN organizzò una manifestazione pacifica a Parigi, alla quale parteciparono circa 30.000 algerini. La polizia francese disperse la manifestazione sparando sulla folla. 14.000 persone furono arrestate e 200 uccise, molte delle quali furono gettate nella Senna. Il governo francese ha riconosciuto solo 32 vittime.

L’Algeria ottenne l’indipendenza nel 1962. Il prezzo della guerra fu enorme. Su una popolazione di 10 milioni di abitanti, si stima furono uccisi tra 300.000 e 1.000.000 di civili algerini (1.500.000 secondo il governo algerino) e circa 3.000.000 furono internati nei campi di concentramento. Inoltre, ci furono 28.500 morti tra i soldati francesi, da 30.000 a 90.000 morti tra i soldati algerini fedeli alla Francia, da 4.000 a 6.000 morti tra i civili europei e circa 65.000 feriti.

Va ricordato che che i partiti francesi socialisti e comunisti sostennero, di fatto, la guerra dell’imperialismo francese contro la rivoluzione algerina. Il premier socialista dell’epoca, Guy Mollet, gestì politicamente l’inasprimento della repressione in Algeria e i deputati comunisti non fecero nulla per fermare il massacro. L’unica eccezione fu Jean-Paul Sartre, il quale, con coerenza e senza compromessi, si schierò dalla parte degli indipendentisti algerini. Nel gennaio 1956, partecipò a un incontro per la pace in Algeria dove tenne un discorso che diventerà uno dei suoi testi più celebri: “Il colonialismo è un sistema”. Oggi è ricordato in Francia come un “cattivo maestro”. Morto un filosofo se ne fa subito un altro, ed ecco che il “buon maestro” Bernard Henry-Lévy ci regala un’intervista, pubblicata su La Stampa nella quale afferma che occupazione, carestia, genocidio a Gaza sono tre bugie che vanno smontate.

Il Fronte di Liberazione Nazionale, in un famoso volantino, scriveva: “il colonialismo si arrende solo con un coltello alla gola”. Mai affermazione fu più appropriata. Per questo, ogni piano di pace a Gaza è destinato a fallire. Il colonialismo che alimenta questa tragedia non ha il coltello alla gola, lo ha dalla parte del manico.

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martedì 12 agosto 2025

Gli ultimi del mondo e gli dèi del caos - Alberto Bradanini


1. Solo gli esseri umani sanno essere disumani. Quelli che nel creato qualifichiamo come animali si comportano in modo decisamente più umano. La mesta realtà che ci circonda riflette le prodezze di figure politiche dozzinali ed evanescenti, giornalisti reclutati tanto al chilo, accademici/esperti che misurano le parole per il loro rimbalzo su carriera e immagine, pubblici funzionari eviscerati al servizio funzionale di chi sta in alto. Tutti costoro hanno divelto dalle loro arterie ogni traccia di empatia nei riguardi dei loro simili. Ogni istante, uomini, donne e bambini palestinesi vengono massacrati dallo stato sion-nazista di Israele, senza alcuna ragione che non sia riconducibile a malvagità, odio, delirio di potenza, saccheggio e furto di terre. Eppure, coloro che dispongono di poteri o pubbliche tribune tremano all’idea di gridare l’evidenza. Devono obbedire al dominus atlantico, guardiano della finanza privata, dei produttori di armi o dei potenti ricattati per crimini dicibili o indicibili (pedofilia/Epstein, evasione fiscale, corruzione, depravazione senile …).

La realtà è invero plateale: Israele è uno stato terrorista, impunito e impunibile perché come le iene nella giungla dispone dell’astuzia e della forza, guidato da un governo che bombarda tutto ciò che si muove entro un raggio di 500 km dalla sua capitale (Tel Aviv, per il diritto internazionale, non Gerusalemme!), sicuro di farla franca perché protetto dai loro complici (gli amerikani sfrontati davanti alla storia e alla coscienza del mondo), violando la Carta delle Nazioni Unite, uccidendo civili come mosche, demolendo edifici pubblici dove capita (Teheran, Beirut, Gaza e ierlaltro 16 luglio 2025 a Damasco!) in una lista di nefandezze lunga fino al pianeta Marte, tutto e sempre per legittima difesa, che vergogna!

Codardi quali sono, i titolari delle nostre istituzioni – sulla carta guardiani della Costituzione più bella del mondo, quella umiliata ogni istante dalla incomprensibile cobelligeranza sul fronte ucro-nazista, della guerra predatoria Usa contro la Russia e del sostegno al sionismo espansionista, ladro di territori altrui - sostenuti dai maggiordomi mediatici-accademici-esperti, temono di essere puniti dal cerchio magico sionista che ha penetrato persino le sfere di un sistema-paese inconsistente come l’Italia. Per costoro non certo i valori, ma carriere e denari danno senso all’esistenza. Come affermava il geniale Groucho Marx: questi sono i miei principi, e se non vi vanno a genio … beh, allora ne ho degli altri! Sintesi bipartisan delle fanfare mediocri e deculturate che si contendono periodicamente quel piatto di lenticchie che chiamano governo, all’insegna delle note caratteristiche: obbedienza (alle istruzioni extra-nazionali), paura, opportunismo e interessi personali, che vergogna!

Se i più restano in silenzio o si sottomettono con dignitosa puntualizzazione alla liturgia genocidaria di Israele, altri, i più nocivi, si arrampicano impudentemente sulle pareti lisce di un ragionare indifendibile, ingarbugliando ragioni e contro-ragioni - come l’avvocato dei Promessi Sposi abile a tirar fuori dai guai le persone disoneste -, negando che il sole sorge a Oriente e che nessun 7 ottobre 2023 giustifica l’omicidio volontario di esseri umani in fila per un tozzo di pane o l’esecuzione di un bimbo da parte di un cecchino tossicodipendente, che vergogna!

I responsabili delle sofferenze causate al popolo palestinese sono il governo e l’esercito israeliani, i loro servi/padroni americani (Cia, Nsa etc. e sicari reclutati all’occorrenza, tumore metastatizzato del sistema), britannici (governo e Mi6) e last but not least i compagni di merende euro-continentali, tutti orgogliosi di sostenere l’unica democrazia del Medioriente, terminologia di genesi orwelliana ripetuta sino alla noia, senza che ciò provochi irrefrenabili conati di vomito.

Alla luce di ciò, e di tanto altro, deve dedursi che i responsabili diretti, complici o megafoni di sostegno, vicini o lontani, visibili o nascosti, nessuno di loro ha titolo per qualificarsi appartenenti alla specie umana.

L’indignazione contro le turpitudini commesse dai criminali di turno, ammoniva Mao Zedong, non deve essere postuma (in poltrona, ad es., o quella degli storici del futuro), ma attuale, nella misura consentita dalle circostanze e con le forze di cui disponiamo! Se i nostri simili rimasti umani non dispongono di risorse per rimuovere lorsignori dai suntuosi palazzi dove espletano le loro avvilenti funzioni, essi possono tuttavia invocare l’imperativo categorico dell’umanità affinché tali responsabili siano degradati da membri della razza umana a tumefazioni neoplastiche di uno stadio primitivo dell’evoluzione della specie.

La qualificazione di regime nazista attribuita al governo di Tel Aviv non deve ritenersi esagerata poiché - come affermano le migliori voci del pensiero critico americano, tra tutti Norman Finkelstein[1] (uno straordinario fustigatore ebreo del degrado etico di Israele) e John Mearsheimer[2] (principale esponente liberal della scuola realista) – la condotta dello Stato Ebraico ha ormai superato ogni livello d’immaginabile disumanità. La sua classe dirigente, tranne qualche pregevole minoranza, vive in una patologia di superiorità e onnipotenza, imbrigliata in un messianesimo che giudica inferiore ogni altra razza e religione, e tale convincimento basta da solo a considerarla vittima abominevole di serie turbe mentali. Quanto all’immancabile accusa di antisemitismo, ormai solo i pinguini dell’Antartide reputano che abbia qualche minima consistenza: noi umani abbiamo ben impresse nella memoria le indicibili sofferenze degli ebrei per mano dei nazisti tedeschi. E dunque per favore!

Nelle pseudo-democrazie occidentali – repetita iuvant - ricatti, denari e carriere a favore della servitù padronale possono svelare la pervasività di una Macchina della Menzogna – insieme a una dimensione sociologica dove dominano cinismo etico, mercificazione e nichilismo - che impedisce alla coscienza popolare di inorridire davanti a tali massacri.

La litania che “Israele ha diritto di difendersi” e “le bombe colpiscono i terroristi di Hamas” provoca rigurgiti viscerali persino in Alaska. Ai governi post-democratici importa ben poco delle opinioni dei cittadini, le elezioni sono lontane e il loro esito cambia solo l’orchestra, non certo la musica. Il cambio di poltrone non si gioca poi sulla dimensione umana o alla distribuzione della ricchezza dell’azione di governo. Eppure, le signorie loro farebbero bene a tenere alta la guardia. Il popolo resta inquieto per definizione. Prima o poi alzerà la voce.


2. Ora, in ogni epoca non mancano esseri umani integri e coraggiosi. Ne è oggi fulgido esempio Francesca Albanese (Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati), che nella sua perigliosa attività ha posto intelligenza ed empatia al servizio dell’etica umana, a rischio della sua incolumità.

Come sappiamo, sua maestà imperiale, la patetica democrazia americana, ha revocato le sanzioni ai terroristi di al-Nusra e HTS (Hayat tahrir al-Sham), divenuti d’amblée angeli benefattori, dopo aver dismesso la pratica di tagliar gole a cristiani e islamici eretici, per mettersi al servizio (precario, beninteso) degli israeliani massacratori e ladri di terre, americani/padroni del mondo e turchi/parolai finti protettori di palestinesi e incalliti odiatori di curdi. Allo stesso tempo, in perfetta coerenza psicotica, la medesima maestà non ha vergogna di sanzionare un funzionario che osa mostrare alla platea delle Nazioni Unite quelle evidenze che anche i roditori – e non solo l’inquilino provvisorio della Cara Bianca – fanno fatica a negare a loro stessi quando, prima di coricarsi, passano in rassegna gli accadimenti del giorno.

In uno scenario drammatico - dove il 51º stato degli Stati Uniti d’America, Israele, in diciotto mesi di bombardamenti (qui non è in atto un conflitto aperto, ma uno sterminio a sangue freddo) ha ucciso almeno 300.000 persone e mutilato 4-500.000 uomini, donne e bambini (questi i numeri veri, non quelli pur giganteschi diffusi dal mainstream) - un individuo il cui contenuto d’umanità sfiora drammaticamente lo zero, tale Marco Rubio, ha affermato quanto segue: “La campagna di guerra politica ed economica di Francesca Albanese contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata. Né gli Stati Uniti né Israele sono parte della Corte Penale Internazionale (CPI), il che rende la sua azione una grave violazione della sovranità di entrambi i Paesi[3]". A siffatta insigne personalità - che con tale sentenza assurge ai vertici della giurisprudenza internazionale (è noto che la spregevole condotta dell’esercito israeliano è sottoposta al vaglio della CPI, in quanto la Palestina ne è parte e i territori occupati cadono dunque sotto la sua giurisdizione) - la più grande democrazia del pianeta (sollecitiamo l’indulgenza del lettore se tale qualifica fa venire il voltastomaco), ma soprattutto la più armata e minacciosa del pianeta, ha affidato il duplice incarico di Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale. La delegittimazione di Marco Rubio nei riguardi di una donna integra, valorosa e umana, costituisce la premessa di uno scenario che – speriamo di aver torto – mette a repentaglio la stessa incolumità di Francesca Albanese, alla luce dei crimini abominevoli ai quali indulgono abitualmente agenti, spie e criminali vari al servizio dell’impero americano, o di chi solo Dio sa.

Dal silenzio tombale dei governi europei, in specie quello italiano trattandosi di una nostra cittadina, non traspare alcun imbarazzo. Di tutta evidenza, nel bel paese là dove il sì suona indossare la divisa del maggiordomo su istruzioni dell’alleato-padrone è divenuto un riflesso che Ivan Pavlov avrebbe catalogato tra i suoi esperimenti meglio riusciti, che pena!


3. Il profilo professionale di F. Albanese mette in mostra una delle rare personalità italiane di cui possiamo andar fieri. Il 1º maggio 2022 viene nominata Relatrice Speciale per i territori palestinesi occupati, secondo funzionario italiano, dopo Giorgio Giacomelli, a ricoprire tale incarico.

Nel gennaio 2023 l’impegno instancabile di F. Albanese per proteggere i diritti umani nei Territori palestinesi occupati (OPT) e contro il regime di apartheid viene elogiato da 116 organizzazioni per i diritti umani, organizzazioni della società civile, istituzioni accademiche e altri gruppi.  Il 26 aprile 2023, Amnesty International Italia pubblica una lettera di sostegno, cui aderiscono decine di associazioni per i diritti italiani, parlamentari, giuristi e accademici.

Nel luglio 2023, al Consiglio dei diritti umani, Albanese scrive che Israele ha trasformato la Cisgiordania in una prigione a cielo aperto e denuncia che dal 1967 oltre 800.000 palestinesi, tra cui migliaia di bambini, sono stati arrestati con accuse pretestuose dalle autorità israeliane.

Nell’ottobre 2023, afferma che palestinesi e israeliani meritano una vita di pace, uguaglianza, dignità e libertà, invitando la comunità internazionale a imporre un cessate il fuoco immediato e proteggere i palestinesi dallo sterminio, mentre le azioni di Hamas e delle truppe israeliane devono essere vagliate alla luce del diritto internazionale, e non del pregiudizio politico o della legge del più forte.


4. Albanese riceve regolarmente minacce di morte e subisce campagne diffamatorie da Israele e alleati, mentre denuncia l’immobilismo e la corruzione morale e politica dell’Occidente a guida Usa. L'attacco contro Albanese preannuncia un mondo senza regole, nel quale i veri stati canaglia, vale a dire Stati Uniti e Israele, possono commettere crimini inenarrabili senza limitazioni: omicidi individuali o di massa, torture psicologiche e fisiche, devastazioni, condizioni di vita disumane, distruzione di ospedali, sfollamenti forzati, demolizione di case, bombardamenti, fame e disperazione. Se a qualcuno non va a genio il termine genocidio, il lessico consente altre penose terminologie.

Dylan Williams, vicepresidente del Center for International Policy, ha definito le sanzioni statunitensi contro F. Albanese comportamenti da stato delinquente, mentre per Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty International, i governi del mondo e coloro che credono nel diritto internazionale sono chiamati a bilanciare gli effetti delle sanzioni Usa contro F. Albanese, proteggendone lavoro e indipendenza.

Per la portavoce delle N.U., Stephane Dujarri - cui si sono uniti Human Rights Watch e il Center for costitutional rights – “le sanzioni contro F. Albanese costituiscono un inaccettabile precedente contro l’indipendenza di un funzionario internazionale; il rapporto da lei presentato al Consiglio dei Diritti Umani può certo essere contestato da qualsiasi paese, partecipando alle discussioni del Consiglio (le Nazioni Unite, sono state ideate proprio per favorire dialogo e compromessi).

È tale pubblicità a inquietare Israele e Stati Uniti, per i quali non si deve discutere in pubblico di crimini contro l’umanità, sterminio di popoli e genocidio da parte di Israele. Tutto ciò deve proseguire in silenzio senza disturbare la coscienza civile e umana degli esseri umani.


5. Albanese, oltre a denunciare i crimini di Israele, in un apposito rapporto
[4] ha elencato aziende ed altre entità americane ed europee che da questi traggono ingenti profitti, e ciò ha fatto traboccare il classico vaso: tra queste Palantir Technologies Inc., Lockheed Martin, Alphabet Inc. (Google), Amazon, International Business Machine Corporation (IBM), Caterpillar Inc., Microsoft Corporation e il Massachusetts Institute of Technology (MIT), e un lungo elenco di banche e società finanziarie (tra cui l’immancabile BlackRock), assicurazioni e organizzazioni cosiddette umanitarie.

L’accusa contro F. Albanese è infarcita del solito j’accuse, essere antisemita: non se ne può più! Ormai anche le pietre dell’Antartide sanno che semiti sono anche gli arabi e che nessuno prende di mira la religione o la etnia ebraica, ma esclusivamente il governo sionista e genocidario presieduto dal criminale B. Netanyahu e da ministri che qualificano i palestinesi come animali. In verità, nella neolingua imperiale per essere antisemita è sufficiente indignarsi per i massacri di Israele contro popoli e paesi sovrani (Iran, Libano, Siria, Yemen …) o disapprovare gli Stati Uniti che giustificano tali atrocità, sotto la pressione delle lobby pro-Israele che con ricatti, minacce e corruzione pilotano le carriere di congressmen, senatori e aspiranti alla Casa Bianca. Tutto qui, brutalmente.

In aggiunta, se ce ne fosse bisogno, il sociopatico padrone dell’universo, D. Trump, sanziona quattro dei giudici della Corte Penale Internazionale (che nel 2024 aveva emesso mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant) e firma un ordine esecutivo contro paesi o individui che collaborano con la medesima Corte, di cui gli Stati Uniti non sono nemmeno parte. Non v’è dubbio, la civiltà etica e giuridica american-style è tornata all’età del bronzo.

Le sanzioni consentono ora di congelare le proprietà che F. Albanese o parenti forse possiede negli Stati Uniti (mi auguro non ne abbia alcuna), impedendole persino di recarsi al quartier generale delle Nazioni Unite per le quali presta la sua opera.

È appena il caso di rilevare che i critici di F. Albanese si guardano bene dallo sfidare le prove da lei accumulate, ricorrendo a calunnie e diffamazioni, simili a quelle usate contro i suoi predecessori - John Dugard (2001-2008), Richard Falk (2008-2014) e Michael Lynk (2016-2022) - i quali hanno tutti espresso pieno sostegno alla sua integerrima attività (F. Albanese è oggetto di attacchi diffamatori personali!).

Rubio sostiene che il rinnovo dell’incarico a F. Albanese (2025-2028) sia illegale, una presa di posizione questa che costituisce una positiva sorpresa per coloro fino a ieri convinti che gli Stati Uniti usassero lo Statuto delle Nazioni Unite, insieme alle convenzioni internazionali, come sostituto della carta igienica. Benvenuti nel mondo capovolto, dove la censura è presentata come libertà di pensiero, dove le persone che denunciano crimini contro l’umanità sono terroristi, dove coloro che li commettono sono liberatori, dove i campi di concentramento sono zone umanitarie, dove Donald Trump merita il premio Nobel per la pace, dove al-Julani è uno statista di spessore internazionale, dove Israele è un esempio per il mondo libero e dove F. Albanese è una pericolosa estremista.

Agli inverecondi, pretesi dominatori del pianeta terra (sempre più, per nostra fortuna, solo dell’emisfero occidentale) non fanno difetto spietati strumenti di repressione e falsificazione, costoro dovrebbero tuttavia tener a mente – come rileva lo storico Wolfang Reinhard - che gli ultimi del mondo hanno pur sempre dalla loro parte gli dèi del caos!



NOTE: 

[1] https://m.youtube.com/watch?v=vGz-RNiTYKg

[2] https://instagram.com/reel/DKMeAlgJrq6/),

[3] https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2025/07/sanctioning-lawfare-that-targets-u-s-and-israeli-persons

[4] https://comedonchisciotte.org/blackrock-vanguard-stati-e-multinazionali-dietro-il-genocidio-di-israele-a-gaza-latto-di-accusa-senza-appello-della-relatrice-speciale-onu-francesca-albanese/

da qui

giovedì 30 gennaio 2025

Nazisti su Marte - Marco Sommariva

 

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa i vecchi o a chi ha deciso di deportare in massa su un pianeta-penitenziario, tutti coloro che sulla Terra disturbano l’equilibrio della società.

 

Leggo che ieri, 20 gennaio 2025, Donald Trump ha detto e poi ripetuto che “l’età dell’oro dell’America comincia in questo momento”; l’ha fatto all’inizio e alla fine del discorso d’inaugurazione che voleva celebrare la rinascita di un Paese “forte, ricco, sicuro, in crescita e in espansione territoriale, e che nessuno potrà fermare”.

Fra le tante cose, “Trump ha anche promesso di «riprendersi il canale di Panama» […] di mettere fine alle politiche ecologiche del New deal verde (e alle quote di veicoli elettrici fissate da Joe Biden) per dichiarare una «emergenza energetica nazionale» che autorizzerà la più grande trivellazione di petrolio e gas della storia [e che questa] ondata di «oro liquido» finanzierà a sua volta un’espansione dell’apparato militare americano che metterà gli Stati Uniti in condizione di «vincere come non mai»”.

Non che quanto sopra m’abbia sorpreso, sia chiaro: duranti i mesi scorsi, spesso s’era letto delle intenzioni del tycoon, deportazione di massa compresa.

In un articolo pubblicato il novembre scorso su Avvenire  avevo letto che, durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso che la deportazione di massa non porterà che benefici: “Ci libereremo dai criminali e i salari dei cittadini statunitensi smetteranno di scendere” – la deportazione di massa in questione prevedeva l’arresto, detenzione ed espulsione dagli Stati Uniti di circa undici milioni d’immigrati.

L’articolo proseguiva facendo presente che gli esperti di immigrazione mettevano in dubbio la riuscita di un’operazione del genere, sottolineando il fatto che presentava ostacoli, costi ed effetti negativi enormi.

Non vorrei dilungarmi troppo su ostacoli, costi ed effetti negativi, ma ammetto di non esser rimasto indifferente nel leggere che, logisticamente, arrestare detenere ed espellere undici milioni circa di persone è “un’impresa ciclopica, impossibile da realizzare nei quattro anni di mandato di Trump” – parole di Aaron Reichlin-Melnick, direttore dell’American Immigration Council – e che, più nello specifico, ogni anno, per deportare un milione di immigrati, servirebbero ottantotto miliardi di dollari.

Mi ha pure impressionato leggere che “se effettivamente l’operazione riuscisse, i ricercatori concordano che equivarrebbe a un «disastro economico» per gli Stati Uniti. La rimozione dalla forza lavoro di così tante persone comporterebbe infatti perdite di decine di miliardi di dollari in tasse federali e statali e in contributi previdenziali, oltre a 256 miliardi di dollari di potere di spesa degli immigrati stessi” oltre al fatto che “il contraccolpo dell’assenza di manodopera sarebbe sentito con forza anche nell’ambito dell’ospitalità, delle pulizie, della produzione manifatturiera e dei servizi agli anziani […] le cucine dei ristoranti si svuoterebbero, e nessuno pulirebbe più le stanze degli alberghi”.

Ma la cosa che più di tutto mi ha spaventato è stato l’utilizzo della parola deportazione: “President-elect Donald Trump intends to launch a «light speed» mass deportation campaign as soon as he «puts his hand on that Bible and takes the oath of office», top aide Stephen Miller has boasted”, ossia, “Il presidente eletto Donald Trump intende lanciare una campagna di deportazioni di massa «alla velocità della luce» non appena «metterà mano su quella Bibbia e presterà giuramento», si è vantato il principale aiutante Stephen Miller”.

Per la Treccani, il significato di deportazione è la “pena mediante la quale il condannato viene privato dei diritti civili e politici, allontanato dal luogo del commesso reato o di residenza e relegato in un territorio lontano dalla madrepatria”, e a questo punto mi vengono in mente le parole di Albert Camus che, nel ’58, scrisse: “Per ristabilire la giustizia necessaria, esistono altre vie che non siano la sostituzione di un’ingiustizia con un’altra ingiustizia” – una frase presa da un libro intitolato Ribellione e morte, che raccoglie diversi suoi saggi politici.

Di questo volume vale la pena ricordare altre due affermazioni dello scrittore e filosofo francese, stavolta datate 1948: “Tutti, con poche eccezioni di mala fede, da sinistra a destra, pensano che la propria verità sia la più adatta a rendere felici gli uomini. Tuttavia, tutte queste buone volontà congiunte mettono capo a un mondo infernale dove gli uomini sono ancora uccisi, minacciati, deportati, dove si prepara la guerra e dove è impossibile dire una parola senza essere subito insultati o traditi” e “Soffochiamo tra gente che crede di aver assolutamente ragione, ragione in nome delle macchine o delle idee”.

Ricordo bene le deportazioni di milioni di persone in lager, gulag e strutture similari, ma ho deciso di non avventurarmi in qualsivoglia parallelismo perché sono certo finirei col commettere errori e sono altrettanto sicuro che, coi tempi che corrono, a nulla servirebbe spiegare la mia buonafede.

Detto questo, torno a ragionare sulla “deportazione” chiedendo aiuto alla letteratura. Nel 1971 viene pubblicato un romanzo di Friedrich Dürrenmatt, La caduta; è un libro spietato in cui l’autore mette a nudo le ipocrisie e le ambiguità delle strutture al potere, dove gli uomini più potenti di un partito al potere di un paese imprecisato ne decidono le sorti stando comodamente seduti intorno a un tavolo: “I tredici del segretariato politico disponevano di un potere immane. Decidevano le sorti di quell’immenso impero, mandavano innumerevoli persone in esilio, in carcere e alla morte, intervenivano nell’esistenza di milioni di cittadini, facevano nascere industrie intere dal nulla, deportavano famiglie e popoli, fondavano grandi città, reclutavano eserciti innumerevoli, imponevano la guerra o la pace, ma poiché il loro istinto di conservazione li costringeva a spiarsi a vicenda, le simpatie e le antipatie che provavano l’uno per l’altro influenzavano le loro decisioni assai più che i conflitti politici e le circostanze economiche a cui si trovavano di fronte. Il potere e di conseguenza il terrore reciproco erano troppo grandi per poter fare della pura politica. La ragione non riusciva a spuntarla”.

È così, non c’è dubbio, chi dispone di un potere immane può intervenire nell’esistenza di milioni di persone, deportare popoli interi. È così, la Storia lo insegna. Il problema è che siamo noi a non essere in grado d’imparare, e alla fine commettiamo sempre gli stessi errori, consegniamo poteri immani nelle mani di qualcuno.

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa i vecchi, così come racconta l’argentino Adolfo Bioy Casares nel suo romanzo del ’69, Diario della Guerra al Maiale, dove i giovani di Buenos Aires decidono un bel giorno che chiunque abbia più di cinquant’anni è inutile alla società scatenando, così, una strana e misteriosa guerra durante la quale, per una settimana, i giovani s’impegnano a dare la caccia ai vecchi, e a sterminarli: persino il loro erotismo verrà considerato pura perversione, un’oscenità da eliminare. Nel Diario della Guerra del Maiale i vecchi si vedono costretti a improvvisare una difesa disperata: imparano a muoversi per la città in orari improbabili e a vivere nascondendosi dai giovani, compresi i loro figli: “In questi giorni ho sentito parlare di un progetto di compensazione: l’offerta, alla gente anziana, di terre nel Sud”, “Lo dicano chiaramente e direttamente che vogliono deportare in massa i vecchi”.

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa su un altro pianeta i ribelli, i criminali, i non-conformisti, tutti coloro che sulla Terra disturbano l’equilibrio della società, tutti quanti spediti su un pianeta-penitenziario e qui, magari, lasciati in totale libertà, nessuna prigione, niente celle, sbarre o carcerieri, si regolino a loro piacere, s’ammazzino pure: sarà mica per questo che, durante il suo discorso d’insediamento, Trump ha nuovamente ricordato che gli U.S.A. pianteranno la loro bandiera su Marte? Gli appassionati di fantascienza avranno già capito che questa mia elucubrazione s’è ampiamente ispirata al romanzo del 1960 di Robert Sheckley, Gli orrori di Omega, dove, tra le altre cose, si racconta di astronavi che pattugliano l’orbita del pianeta-penitenziario perché i galeotti non abbandonino il mondo su cui son stati esiliati: sarà mica per questo che due amici di Trump – Jeff Bezos ed Elon Musk – hanno dato vita alla corsa allo spazio, a una sfida stellare?

Dico che Bezos e Musk sono amici di Trump perché, insieme a Mark Zuckerberg e Tim Cook, c’erano anche loro accanto al tycoon durante l’Inauguration Day. Spero mi perdonerete se vi confido che quest’immagine del neopresidente degli Stati Uniti e di questi quattro signori, mi ha fatto venire in mente il discorso d’insediamento a Cancelliere del Reich di Adolf Hitler quando, a Berlino, nel febbraio del 1933, orbitavano intorno al fuhrer personaggi quali Josef Goebbels, Hermann Goering, Heinrich Himmler e Rudolf Hess; chiedo sinceramente scusa per questo mio corto circuito, ma credo sia scaturito per via del fatto che, così come Hitler nel ‘33 preannunciava durante il discorso d’insediamento il suo piano per riportare grande la Germania, similmente Trump ha preannunciato durante il discorso d’insediamento il suo piano per riportare grande gli Stati Uniti d’America; ma, molto probabilmente, la più grande responsabilità di questa mia fantasia poco ortodossa e assai irrispettosa, lo ammetto, sarebbe da addebitare all’aver assistito al saluto romano di Musk dal palco di Washington dopo il discorso di Trump. Anche se, alla fin fine, “quel gesto, che alcuni hanno scambiato per un saluto nazista, è semplicemente Elon, che è autistico, che esprime i suoi sentimenti”, come dice il referente di Musk in Italia, Andrea Stroppa.

E nulla cambia se, alla fine, i saluti col braccio destro alzato e il palmo della mano rivolto verso il basso dovessero risultare due e non uno: sono certo nulla c’entrino simpatie come quella dimostrata verso l’Alternative für Deutschland – partito politico tedesco di estrema destra –, ma che si tratti di sana e genuina esternazione di entusiasmo e felicità, insomma, di semplice espressione di sentimenti.

La grandezza della Germania… quella degli Stati Uniti d’America… le deportazioni di massa… mi viene in mente cosa scrisse Orwell: “Tutti i nazionalisti hanno la straordinaria capacità di non cogliere la rassomiglianza tra serie simili di fatti. […] Le azioni non sono buone o cattive di per sé ma in relazione a chi le compie e non esiste quasi alcun genere di violenza – la tortura, l’uso di ostaggi, il lavoro forzato, le deportazioni di massa, l’arresto indiscriminato, la mistificazione, l’assassinio, le bombe sugli inermi – che non cambi significato morale se commessa dalla “nostra” fazione” – frase tratta da una raccolta di suoi saggi intitolata Nel ventre della balena.

Data la mia personalissima impressione che le nuove ideologie sembrino assomigliarsi sempre più a quelle vecchie, chiuderei con un’altra frase di Camus, anche questa del ‘48: “non si tratterebbe di edificare una nuova ideologia, ma soltanto di ricercare uno stile di vita. […] per parlare con più concretezza […] opporre, in ogni circostanza, l’esempio alla forza, la predicazione alla dominazione, il dialogo all’insulto e il semplice onore all’astuzia […]”.

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