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martedì 17 aprile 2018

Alain Mabanckou risponde a Macron


…Durante la sua campagna elettorale, Macron ha dichiarato che la Guyana, dipartimento francese d’Oltremare, è un’isola, cosa che naturalmente non è. L’errore è stato abbondantemente sottolineato, e lui si è difeso dicendo che, certo, lo sa che la Guyana non è un’isola, ma che essendo incastrata tra l’Oceano e l’Amazzonia è una specie di isola, più un’isola che una non-isola. Ho potuto sperimentare in diretta questo aplomb da giocatore di poker, questo orrore nell’essere colto in fallo, quando l’ho brevemente rivisto alla Fiera del libro di Francoforte. La Francia era l’invitata d’onore, e lui ha tenuto un discorso d’apertura brillante e pieno di guizzi, seguito da quello della cancelliera tedesca Angela Merkel, che si tiene su un registro molto più semplice. Poi è partito, in mezzo a un fiume di persone, a stringere le mani di autori ed editori. Tutto fila liscio finché lo scrittore franco-congolese Alain Mabanckou non attraversa la folla per dirgli che ha ascoltato il suo discorso e che ha una cosa da rimproverargli. “Sì?”, chiede Marcon, prendendogli la mano. Il rimprovero di Mabanckou è che non ha parlato della “francophonie” — cioè di tutto ciò che si esprime in lingua francese nel mondo, e in particolare nelle ex colonie. Sarebbe facile rispondere che, nel momento in cui si celebrano le relazioni franco-tedesche, la francofonia non è il cuore del dibattito, ma Macron risponde un’altra cosa, occhi negli occhi: «Parlare della francofonia? Non faccio altro». Mabanckou, un po’ esasperato, insiste: «Lei non ha citato nemmeno uno dei grandi autori della francofonia, avrei voluto sentire almeno quello di Léopold Sédar Senghor». «Non mi ha ascoltato bene. Ne ho parlato!», risponde Macron. La situazione diventa imbarazzante, sono presenti centinaia di persone, che non hanno sentito — come me e come Mabanckou — il nome del grande poeta e uomo di Stato senegalese. A questo punto è chiaro che l’incidente potrebbe diventare gigantesco, e virale: Macron capisce che è bene fare un passo indietro, e il suo modo di farlo è di dire che, certo, non ha pronunciato letteralmente il nome di Senghor, ma che questo nome è sottinteso quando si parla di francofonia — se si parla di “francofonia” tutti sanno che si sta parlando anche di Senghor (come ha detto un suo ex professore di matematica, intervistato per un documentario: «Nella mia materia le cose sono semplici: o sai la risposta o non la sai. Ma ho scoperto che c’è una terza possibilità, e questa terza possibilità è lo studente Macron»)…
da qui (da un reportage di Emmanuel Carrère)


Intellettuali africani condannano l'approccio imperialista di Macron

Rendere la Francia di nuovo grande. Parafrasando il famoso slogan coniato da Donald Trump in occasione delle passate presidenziali statunitensi che hanno portato il tycoon ad insediarsi alla Casa Bianca, potremmo definire così le intenzioni di Emmanuel Macron. 

Il giovane presidente francese vuole sfruttare il momento di stallo europeo con Angela Merkel impantanata da mesi nella formazione del nuovo governo di coalizione per ricollocare la Francia al centro della scena europea e mondiale. 

A questo scopo ha pensato di utilizzare anche la lingua francese, come affermato dallo stesso Macron in occasione del discorso tenuto all’università di Ouagadougou in Burkina Faso. Così Parigi ha intrapreso una ‘crociata’ contro l’utilizzo invasivo e inutile di termini inglesi. 

Alain Mabanckou, romanziere congolese salutato come uno dei migliori scrittori del mondo in francese, ha accusato Macron di avere un approccio imperialista, sostenendo che sia ormai indispensabile rivedere l’Organizzazione Internazionale della Francofonia.


«Non è - e non è mai stato - un grande melting pot comune che assicurerebbe libertà culturale e scambi. Oggi è uno degli ultimi strumenti che permettono alla Francia di affermare che può ancora dominare il mondo, avere ancora una presa sulle sue ex colonie», ha dichiarato Mabanckou al quotidiano britannico Guardian. 

In risposta al discorso dal sapore neo-imperialista di Macron, lo scrittore congolese Mabanckou ha scritto una lettera aperta in cui afferma il proprio rifiuto a dare sostegno al progetto del presidente francese. Altre figure di spicco, come Achille Mbembe, un filosofo camerunense, hanno deciso di unirsi a Mabanckou per criticare aspramente l’approccio «imperialista» della Francia sulla questione.

«Non si può parlare del mondo di lingua francese se non si pone la questione della democrazia in Africa», ha infine denunciato l’intellettuale congolese. 

Francophonie, langue française : lettre ouverte à Emmanuel Macron di Alain Mabanckou



Dans votre discours du 28 novembre à l’université de Ouagadougou, puis dans un courrier officiel que vous m’avez adressé le 13 décembre, vous m’avez proposé de «contribuer aux travaux de réflexion que vous souhaitez engager autour de la langue française et de la Francophonie.»
Au XIXème siècle, lorsque le mot «francophonie» avait été conçu par le géographe Onésime Reclus, il s’agissait alors, dans son esprit, de créer un ensemble plus vaste, pour ne pas dire de se lancer dans une véritable expansion coloniale. D’ailleurs, dans son ouvrage «Lâchons l’Asie, prenons l’Afrique» (1904), dans le dessein de «pérenniser» la grandeur de la France il se posait deux questions fondamentales: «Où renaître ? Comment durer ?»
Qu’est-ce qui a changé de nos jours ? La Francophonie est malheureusement encore perçue comme la continuation de la politique étrangère de la France dans ses anciennes colonies. Repenser la Francophonie ce n’est pas seulement «protéger» la langue française qui, du reste n’est pas du tout menacée comme on a tendance à le proclamer dans un élan d’auto-flagellation propre à la France. La culture et la langue françaises gardent leur prestige sur le plan mondial.
Les meilleurs spécialistes de la littérature française du Moyen-Âge sont américains. Les étudiants d’Amérique du Nord sont plus sensibilisés aux lettres francophones que leurs camarades français. La plupart des universités américaines créent et financent sans l’aide de la France des départements de littérature française et d’études francophones. Les écrivains qui ne sont pas nés en France et qui écrivent en français sont pour la plupart traduits en anglais: Ahmadou Kourouma, Anna Moï, Boualem Sansal, Tierno Monénembo, Abdourahman Waberi, Ken Bugul, Véronique Tadjo, Tahar Ben Jelloun, Aminata Sow Fall, Mariama Bâ, etc. La littérature française ne peut plus se contenter de la définition étriquée qui, à la longue, a fini par la marginaliser alors même que ses tentacules ne cessent de croître grâce à l’émergence d’un imaginaire-monde en français.
Tous les deux, nous avions eu à cet effet un échange à la Foire du livre de Francfort en octobre dernier, et je vous avais signifié publiquement mon désaccord quant à votre discours d’ouverture dans lequel vous n’aviez cité aucun auteur d’expression française venu d’ailleurs, vous contentant de porter au pinacle Goethe et Gérard de Nerval et d’affirmer que «l’Allemagne accueillait la France et la Francophonie», comme si la France n’était pas un pays francophone!
Dois-je rappeler aussi que le grand reproche qu’on adresse à la Francophonie «institutionnelle» est qu’elle n’a jamais pointé du doigt en Afrique les régimes autocratiques, les élections truquées, le manque de liberté d’expression, tout cela orchestré par des monarques qui s’expriment et assujettissent leurs populations en français? Ces despotes s’accrochent au pouvoir en bidouillant les constitutions (rédigées en français) sans pour autant susciter l’indignation de tous les gouvernements qui ont précédé votre arrivée à la tête de l’Etat.
Il est certes louable de faire un discours à Ouagadougou à la jeunesse africaine, mais il serait utile, Monsieur le Président, que vous prouviez à ces jeunes gens que vous êtes d’une autre génération, que vous avez tourné la page et qu’ils ont droit, ici et maintenant, à ce que la langue française couve de plus beau, de plus noble et d’inaliénable: la liberté.
Par conséquent, et en raison de ces tares que charrie la Francophonie actuelle – en particulier les accointances avec les dirigeants des républiques bananières qui décapitent les rêves de la jeunesse africaine –, j’ai le regret, tout en vous priant d’agréer l’expression de ma haute considération, de vous signifier, Monsieur le Président, que je ne participerai pas à ce projet.
Alain Mabanckou
Santa Monica, le 15 janvier 2018

martedì 29 dicembre 2015

African Psycho - Alain Mabanckou

dopo Zitto e muori leggo il mio secondo libro di Alain Mabanckou.
sono la storia e le avventure di un piccolo uomo che ha un'ispirazione, vuole diventare un serial killer temuto e rispettato, come il suo mito Angoualima.
potrebbe essere un personaggio delle comiche , uno che le prova tutte, con il fallimento è dietro l'angolo.
Gregoire vorrebbe uccidere Germaine, che alla fine passa a miglior vita.
come dappertutto, anche nel quartiere di Chi-beve-l'acqua-è-un-idiota cosa non si fa per un quarto d'ora di celebrità.
non lasciatevi sfuggire Alain Mabanckou, conoscete Gregoire,non ve ne pentirete, promesso - franz




Ironia graffiante e una girandola di personaggi grotteschi fanno da sfondo alle avventure dell'aspirante serial killer Grégoire.
Alain Mabanckou racconta la storia di Gregorie, carrozziere onesto e gran lavoratore, che decide un giorno di diventare un serial killer. Ispirandosi al pluriomicida Angoualima, cerca invano di compiere assassinii e stupri, ma è troppo maldestro per portarli a termine. Il suo maestro “virtuale” Angoualima, dalla sua tomba nel cimitero dei Morti-cui-non-spetta-il-sonno, controlla il sottobosco criminale della città e si dispera del suo nuovo cadetto, perché troppo inetto per compiere certe brutalità. I suoi tentativi finiscono tutti con clamorosi fiaschi dai contorni grotteschi. Anche il suo piano diabolico per uccidere Germaine, una prostituta, si scontra con l’inaspettata reazione della donna al maldestro Gregoire.
Con un umorismo grottesco Alain Mabanckou crea un personaggio assolutamente geniale, bizzarro e curioso, animato da un insopprimibile desiderio di infrangere i confini di una vita anonima e fatta di stenti e privazioni, che si trascina nella cittadina di Chi-beve-l’acqua-è-un-idiota, popolata di criminali di ogni risma.

Grégoire, un jeune mécanicien congolais vit dans les bidonvilles de Brazzaville, dan le quartier «Celui qui boit de l'eau est un idiot».
Comme tant d'autres, il est pauvre et noit ses soucis dans l'alcool....
Ses soucis? Le mot mérite d'être souligné car ceux de Grégoire ne sont pas tout à fait ceux du commun des mortels: manger, boire, mettre de l'argent de côté, avoir sa propre maison, fonder une famille.
Chez Grégoire, les 4 premieres activités vont vers un tout autre but: devenir le digne héritier du héros de son adolescence et de son âge adulte, voire même de son enfance, le grand Angoualima.
Abandonné dans la rue et pris en charge par l'asistance publique, il est confié de famille en famille, d'une maltraitance à une autre..
Cette adversité, le jeune mécanicien en a fait sa force, de même que son admiration pour Angoualima, avec qui il partage un passé d'enfant ramassé.
De petits larcins en agressions ratées, d'apprenti à As de la mécanique auto, le garçon à la tête carré, qui se qualifie lui même de laid, est devenu un homme qui peut ne compter que sur lui -même … et sur le grand Angoualima, leitmotiv et fil conducteur de sa vie et de cette histoire.
Grégroire découvre les exploits d'Angoualima par presses et médias interposés dans son adolescence. Très vite, il est fasciné par le personnage, un tueur en série qui sème la terreur dansBrazzaville et règne sur le quartier de «Celui qui boit de l'Eau est un Idiot ».Angoualima est la terreur des commissaires, des journalistes et journaleux; gare au mot de travers sur lui, on pourrait retrouver la tête de l'auteur sur une plage.
Autant dire qu'il anime la rue congolaise entre horreur et fascination; Même les criminels de «Celui qui boit de l'Eau est un Idiot» arrettent leurs activités de peur qu'on n'accuse Angoualima et que celui ne se venge sur eux de la méprise (j'exagère à peine le texte).

Mais voilà, Angoualima finit par disparaître, suicidé. Grégoire désespéré décide de perpétuer en forme d'hommage l'oeuvre du maitre.
Le roman suit ses préparatifs aussi bien mentales que matérielles du jeune homme vers sa quête, celle de la victime parfaite pour rendre hommage à Angoualima et au quartier qui fut son domaine «Celui qui boit de l'Eau est un Idiot». Tuer une prostituée, symbole vivant de la corruption de la ville, lui apparaît comme le meilleur choix. Cette victime,il finit par la trouver un soir de beuverie, en la personne d'une pute d'un soir: Germaine.
Il s'ingéniera donc dès lors à la prendre dans son filet amoureux et à la ramener chez lui pour pouvoir mieux mettre à exécution son génial projet expliqué sur un chapitre entier du roman : «Tuer Germaine».
Y réussira-t-il et trouvera-t-ilgrâce aux yeux de son maitre ? Il faut attendre les dernières lignes du roman pour le savoir... Je vous laisse lire.

lunedì 6 luglio 2015

Zitto e muori – Alain Mabanckou

ho iniziato a leggerlo per caso, ne avevo letto bene, in realtà è anche meglio.
un galeotto scrive un diario, che è poi il romanzo, e racconto con le sue parole le avventure che gli capitano.
un congolese a Parigi, ne vede di tutti i colori, beati noi che possiamo leggere questa storia, non ti stacchi fino all'ultima pagina, mica poco, no? - franz





…Chiassoso, colorato, pieno di musica, non è un noir triste o che fa del facile vittimismo, anzi impreziosisce di pagine raccontate con uno stile elegante e fantasioso una narrazione anche eticamente importante. Sembra che non ci sia genere più indicato del noir per descrivere le ambivalenze e le oscurità della nostra società, – la critica del sistema legale francese è feroce, pur coi tratti dell’ironia (l’avvocato incapace, la psichiatra coi capelli grigi e ricci, i secondini)- , viste da un ospite, da uno straniero giunto in Francia per sfuggire alla povertà ma ancora legato alla sua terra d’origine, tenuta stretta con proverbi, musiche, aneddoti, ricordi…

…Irresistibili le descrizioni di Julien sull’abbigliamento dei suoi connazionali, ancor più esilaranti gli effetti a cui possono dar vita gli impulsi sessuali, qui sconvolgendo la classica gabbia “maschio cacciatore vs femmina preda”. Senza mai cadere in un quadro macchiettistico della commedia umana. Sparisce l’autore, escono dalla pagina i personaggi e la loro Parigi. Il destino impazzito porterà Julien da qualche parte. Il consiglio spassionato è goderselo in compagnia di un pastis e lasciare per qualche ora il mondo fuori.