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martedì 14 settembre 2021

USA: Rivelò la guerra dei droni, 4 anni di carcere a Daniel Hale - Marina Catucci


Ex analista aveva divulgato materiale sulle guerre Usa in Yemen, Afghanistan e Somalia

 

Il tribunale della Virginia orientale ha condannato a 4 anni di carcere l’ex analista dell’intelligence Daniel Hale, arrestato il 9 maggio 2019 con l’accusa di aver divulgato informazioni riservate sulla guerra dei droni, e altre misure antiterrorismo, a un giornalista. Meno dei 50 chiesti dal Dipartimento di Giustizia, ma non per questo giustificabili.

«DANIEL HALE, uno dei più grandi whistleblower, è stato condannato pochi istanti fa a quattro anni di carcere. Il suo crimine è stato dire questa verità: il 90% delle persone uccise dai droni statunitensi sono astanti, non gli obiettivi previsti. Avrebbe dovuto ricevere una medaglia» così ha commentato su Twitter Edward Snowden. Hale aveva divulgato alla stampa informazioni riservate riguardo la guerra dei droni, e segreti sulle operazioni in Afghanistan, Yemen e Somalia. A marzo si era dichiarato colpevole di avere divulgato documenti riservati e aveva «accettato la responsabilità» per aver violato l’Espionage Act.

IL 22 LUGLIO SCORSO aveva risposto all’aggressività dei pubblici ministeri presentando una lettera di 11 pagine scritte a mano; il gesto non era una richiesta di grazia, ma era inteso a spiegare il perché delle sue azioni, raccontando quello che il whistleblower definisce il «giorno più straziante della mia vita». Mesi dopo che l’analista era arrivato in Afghanistan nel 2012, aveva visto un’auto sfrecciare in direzione del confine con il Pakistan, l’uomo che guidava l’auto era un sospetto, membro di un gruppo che fabbricava autobombe.

Un drone americano aveva sparato un missile contro l’auto in corsa, mancandola, l’auto si era fermata, l’uomo era sceso e dopo di lui era scesa una donna che aveva iniziato a tirare fuori freneticamente dall’auto qualcosa che Hale non era riuscito a vedere.

UN PAIO DI GIORNI DOPO, l’ufficiale comandante di Hale gli disse che la donna era la moglie del sospettato, e nel retro dell’auto c’erano le loro due figlie, di 5 e 3 anni. I soldati afgani avevano scoperto le bambine in un cassonetto vicino: la più grande era morta e la più piccola era viva ma gravemente disidratata. Nella lettera depositata in tribunale il 22 luglio, Hale ha parlato della sua costante lotta con la depressione e il disturbo da stress post-traumatico derivato da ciò che aveva visto in quella che veniva definita «una guerra pulita».

Il whistleblower aveva perciò deciso di contattare un giornalista con cui aveva comunicato in precedenza. La storia di Hale ricorda molto da vicino quella di Chelsea Manning, ex militare accusato di aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati mentre svolgeva il suo incarico di analista di intelligence durante le operazioni militari in Iraq, e di averli consegnati a WikiLeaks.

MANNING ERA STATA DETENUTA in condizioni considerate lesive dei diritti umani, in prigione aveva tentato due volte il suicidio e il suo caso aveva fatto il giro del mondo in quanto le informazioni che aveva divulgato riguardavano l’omicidio di diversi civili disarmati da parte dell’esercito Usa.

Dopo 7 anni e 4 mesi era stata scarcerata, graziata del presidente uscente Barack Obama, per poi tornare in carcere a marzo 2019 per aver rifiutato di testimoniare contro WikiLeaks davanti a un Grand jury. É uscita nuovamente di prigione il 12 marzo 2020. Il co-fondatore di WikiLeaks Julian Assange,invece, è ancora in prigione a Londra; per lui a gennaio 2021 la giustizia inglese ha negato l’estradizione in Usa poiché é a alto rischio di suicidio.

(da il manifesto)


da qui

mercoledì 17 aprile 2019

Trump usa il 9/11 per aizzare l’America contro Ilhan Omar




Stati uniti. Minacce di morte in aumento per la deputata dem dopo i tweet del presidente e una prima pagina del «New York Post». Anche la «terrorista interna» Ocasio-Cortez nel mirino

La congresswoman di origine somala Ilha Omar a Washington - Marina Catucci

Ilhan Omar, deputata di sinistra, musulmana di origine somala, ha denunciato un aumento delle minacce di morte da quando Donald Trump ha postato un video su Twitter con immagini degli attentati del 9/11 montati con stralci di un discorso dove Omar ha detto che il Consiglio sulle relazioni islamo-americane «è stato fondato dopo l’11 settembre perché hanno riconosciuto che alcune persone hanno fatto qualcosa e che tutti noi abbiamo iniziato ad accedere alle libertà civili», accusandola cosí di minimizzare gli attacchi terroristici.
OMAR, CHE RICEVE MINACCE di morte sin dalla campagna elettorale per le elezioni di midterm, ha accusato Trump di incoraggiare la violenza della destra estrema e, su Twitter, ha ringraziato la speaker della Camera, Nancy Pelosi, per aver dato maggior protezione a lei, alla sua famiglia e ai suoi collaboratori, da parte di polizia e Fbi. Ciò che si teme sono attacchi da parte di attivisti di estrema destra, o di gruppi islamofobi fedeli a Trump e che da tempo l’hanno giurata alla deputata musulmana, o il gesto di uno squilibrato armato.
I primi a dare solidarietà a Omar sono stati Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, poi a uno a uno tutti i rappresentanti dei democratici, la Women’s March e le organizzazioni che si oppongono a questo regime politico razzista.
Il giorno seguente il tweet di Trump il New York Post, unico giornale ad aver dato l’endorsement al tycoon, ha pubblicato in prima pagina una fotografia delle Twin Towers in fiamme e il titolo: «Ecco il tuo “qualcosa”. 2.977 morti per terrorismo», provocando reazioni su i social e nei gruppi WhatsApp per gli yemeniti americani a New York, preoccupati che la copertina del giornale incitasse alla violenza anti-musulmana.
SABATO MATTINA, i più importanti proprietari di alimentari tradizionalmente gestiti da yemeniti newyorkesi hanno smesso di vendere il giornale, e i tassisti yemeniti hanno distribuito volantini per spiegare le ragioni del boicottaggio agli altri negozi. Domenica, la Yemeni American Merchant Association ha annunciato il boicottaggio formale durante una conferenza stampa fuori dell’edificio della News Corporation a Midtown Manhattan, che ospita il New York Post.
TRUMP, INCURANTE delle polemiche, è tornato ad attaccare Omar, e lo ha fatto nuovamente con un tweet in cui definisce la deputata «antisemita», «fuori controllo» e animata da uno spirito di «odio irriconoscente verso gli Usa», ha poi attaccato Nancy Pelosi rea di proteggere l’incolumità di Omar.
La mossa di Trump non ha entusiasmato il Partito repubblicano, indignato più che altro per la strumentalizzazione del 9/11, mentre Omar ha scritto su i social: «Non mi sono candidata per rimanere in silenzio e nessuno per quanto corrotto, incapace o vizioso che sia potrà mai minacciare l’amore che ho per l’America. Resto qui, inamovibile, e continuerò a lottare per pari opportunità, diritti e felicità per tutti gli americani». Omar sta vivendo gli attacchi peggiori, ma minacce di morte sono arrivate anche ad Alexandria Ocasio-Cortez, uno dei target preferiti dei repubblicani, definita «un terrorista interno».
«OGNI VOLTA che questa retorica dei conservatori si manifesta – ha detto Ocasio-Cortez – abbiamo un picco di minacce di morte da riferire alla polizia del Congresso. Diverse persone sono già state arrestate per aver cercato di fare del del male a me o a Ilhan».