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martedì 11 marzo 2025

Da tempo ci stanno togliendo l’ossigeno - Marco Sommariva

Giorni fa la Grecia si è fermata per chiedere giustizia per il disastro di Tebi che, la notte tra il 28 febbraio e il primo marzo del 2023, provocò la morte di cinquantasette persone in uno scontro frontale tra un treno passeggeri partito da Atene e diretto a Salonicco e un treno merci che viaggiava sullo stesso binario in direzione opposta; il quotidiano raccontava che era in atto uno sciopero generale che stava coinvolgendo l’intero Paese perché, a due anni di distanza, non era ancora stato avviato un procedimento penale; non solo, il governo era accusato di non aver fatto abbastanza per far emergere la verità su cosa avvenne quella notte.

Le manifestazioni, che hanno registrato pesanti scontri, sono state capaci di radunare centinaia di migliaia di persone, forse un milione, se si sommano quelle svoltesi nelle altre principali città greche a quella tenuta ad Atene.

Leggo esserci stati cortei in 361 località e che le immagini trasmesse dalle tv elleniche hanno mostrato fiumi di persone che protestavano; secondo il giornale di sinistra Efsyn, i raduni di quel giorno sono stati “i più grandi nella storia del Paese”, mentre l’emittente statale Ert ha riportato che raduni di sostegno alla protesta sono stati organizzati dai greci della diaspora nelle città di New York, Melbourne, Stoccolma e Copenaghen.

La giornata era iniziata con un Paese paralizzato: trasporti via terra e via mare fermi, aerei rimasti a terra e stragrande maggioranza di locali commerciali chiusi.

La mobilitazione di massa, alimentata dal risentimento dell’opinione pubblica contro l’inazione del governo conservatore che nega la propria responsabilità in una delle tragedie peggiori della storia della Grecia, ha raccolto studenti, lavoratori e famiglie con bambini al seguito, riempito strade e piazze, mostrato striscioni con slogan tipo “Il loro profitto, le nostre vite”, “Mai più Tebi” e, forse quello più usato, “Mi manca l’ossigeno”.

“Mi manca l’ossigeno” è la frase pronunciata da una ragazza poco prima di morire in uno dei vagoni del treno passeggeri, resa pubblica dai media locali a gennaio suggerendo, tra le altre cose, che decine di vittime potrebbero esser morte come la ragazza, a causa dell’incendio divampato subito dopo lo scontro frontale fra i due treni.

Detto che le cose da chiarire sono veramente tante, a iniziare da quanto riportato da swissinfo.ch , ossia che nel gennaio scorso una perizia indipendente commissionata dall’Associazione dei familiari delle vittime ha sostenuto che sul luogo dell’incidente è stata rinvenuta la presenza di alcuni solventi chimici, come lo xilene, e che la stessa perizia ha sollevato interrogativi sul treno merci e ha alimentato sui social media l’ipotesi secondo la quale il mezzo avrebbe trasportato un carico non dichiarato di materiale infiammabile di contrabbando che avrebbe causato il vasto incendio dopo lo scontro dei treni… dicevo… detto questo, ho sentito il bisogno di soffermarmi sulla frase pronunciata dalla povera ragazza, “Mi manca l’ossigeno”.

È una frase che mi ha riportato alla mente un bel po’ di cose.

Nel 1829 Victor Hugo scrisse L’ultimo giorno di un condannato a morte, libro che voleva spezzare una lancia a favore dell’abolizione della pena di morte, anticipando quei temi sociali che costituiranno gli elementi centrali delle opere dello scrittore francese. Racconta di un uomo di cui non conosciamo né il nome né la colpa, che sta aspettando il momento dell’esecuzione in una cella tetra e scura e, nell’inutile attesa di una grazia che non verrà, nel suo ultimo giorno di vita decide di ripercorrere la sua esistenza, raccontare il suo terrore, i suoi dolorosi ricordi: “Fino alla condanna a morte, m’ero sentito respirare, palpitare, vivere nello stesso spazio degli altri uomini; adesso distinguevo chiaramente una barriera tra me e il mondo. Niente m’appariva più sotto lo stesso aspetto di prima. Le ampie finestre luminose, il bel sole, il cielo puro, il fiorellino, tutto era bianco, pallido, del colore d’un lenzuolo. Mi pareva che gli uomini, le donne, i ragazzini che s’affollavano al mio passaggio, avessero l’aria di tanti fantasmi”.

E così ho conferma di qualcosa di facilmente immaginabile, che una volta condannati a morte viene a mancare il respiro.

Se qualche “spiritoso” suggerisse di attaccare a dei respiratori questi condannati a morte per aiutarli, sappia che è già stato pensato e realizzato, anche se non esattamente pensando a loro: “Vivo in un mondo in cui quattordici persone condannate a morte a Taiwan […] sono state uccise con un colpo di pistola mentre erano attaccate a dei respiratori così che i loro organi potessero essere raccolti integri e trapiantati in Giappone”.

Lo racconta Ivan Illich a David Cayley nel libro Conversazioni con Ivan Illich, edito per la prima volta nel 1922. Sono conversazioni, appunto, in cui Illich si fa interrogare e s’interroga sui passaggi cruciali della sua vita intellettuale, spaziando su tutti i temi di cui si è occupato con eretica lucidità, dall’educazione alla storia, dal linguaggio all’ambiente, alla medicina.

Altri condannati a morte ebbero a che fare con particolari respiratori, e furono i soldati tedeschi che nella Prima guerra mondiale fecero uso di maschere antigas: “[…] arrivò il gas a invadere le trincee. Facemmo in tempo a indossare le maschere, ma quella di Middendorf era guasta. Quando se ne accorse era troppo tardi, e prima che se la potesse strappare e ne trovasse un’altra aveva già inspirato troppo gas e vomitava sangue. Morì la mattina seguente, tutto nero e verde in viso. Aveva il collo dilaniato dai graffi nel tentativo di liberarsi per respirare”.

Ce lo racconta Erich Maria Remarque nei Tre camerati, un romanzo pubblicato per la prima volta in Germania nel 1936, capace d’immergerci nella tragedia dei sopravvissuti “perseguitati” nel quotidiano postbellico dall’immagine dei cadaveri dei loro compagni morti.

Si sa, respirare è vitale, ma da diverso tempo pare non essere un esercizio da persona seria, e persino respirare un fiore potrebbe risultare qualcosa di cui non essere particolarmente orgogliosi: “Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni. E tutto il giorno ripete […]: Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio! E si gonfia di orgoglio”.

Sono parole tratte da Il piccolo principe, un racconto pubblicato nel 1943, un’allegoria della società moderna e contemporanea – l’autore è Antoine de Saint-Exupéry, nato in una famiglia cattolica di nobili origini il quale, durante la Seconda guerra mondiale, s’arruolerà nell’aeronautica militare francese.

Vi chiederete cosa c’entra tutto questo con la tragedia greca.

Forse sbaglio, ma ripensando a chi, due secoli fa, ci faceva mancare il respiro perché ci aveva condannato a morte; a chi, un secolo fa, ci concedeva un po’ d’ossigeno unicamente per mantenere i nostri organi integri così da poter trapiantarli; a chi, poco meno di un secolo fa, ci ha fatto respirare gas velenosi in una guerra che non ci avrebbe portato in tasca nulla e che chi aveva deciso di combattere s’era guardato bene dal praticarla sui campi di battaglia; a chi, oltre ottant’anni fa, già provava a farci sentire persone poco serie se ci fermavamo a respirare un fiore e non a far addizioni magari per calcolare il capitale accumulato… bene, ripensando a tutto questo, ho come l’impressione che la morte della povera ragazza che dice “Mi manca l’ossigeno” e delle decine di altre persone coinvolte nel disastro di Tebi, siano tutte collegate a questi stralci di storia, di letteratura: la fretta di guadagnare quanto più possibile nel minor tempo possibile, il farlo sempre e comunque sulla pelle di chi non riceverà un centesimo di questi guadagni, la possibilità di decidere sui destini altrui senza che quest’ultimi possano muovere un dito anche fosse solo per deviare leggermente il proprio destino, mi sembrano un unico gigantesco comune denominatore delle tragedie che subiamo da secoli in nome del Capitale perché, ricordiamocelo, anche i criminali o presunti tali ai quali si somministra la pena capitale, sono frutto di come s’è deciso di strutturare, organizzare e mantenere la società: “[…] ogni società ha i criminali che si merita” – Riflessioni sulla pena di morte di Albert Camus.

Aggiungo un’ultima cosa: forse sbaglio anche stavolta, ma quando penso che, fra le tante cose che già ci hanno tolto o che pensano di toglierci, non mi sembra si sia mai ipotizzato di eliminare le ferie d’agosto, il Natale o la festività della domenica, non è perché si tema la discesa in piazza di centinaia di migliaia di persone, è solo per via del bisogno che ha il sistema di riprendersi i soldi dello stipendio che ci ha versato dopo averci sfruttato per un mese, facendoceli spendere in un modo o nell’altro; insomma, ci stanno tenendo in vita grazie al respiratore del consumismo, ma temo siano pochi a essersene resi conto.

da qui

giovedì 30 gennaio 2025

Nazisti su Marte - Marco Sommariva

 

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa i vecchi o a chi ha deciso di deportare in massa su un pianeta-penitenziario, tutti coloro che sulla Terra disturbano l’equilibrio della società.

 

Leggo che ieri, 20 gennaio 2025, Donald Trump ha detto e poi ripetuto che “l’età dell’oro dell’America comincia in questo momento”; l’ha fatto all’inizio e alla fine del discorso d’inaugurazione che voleva celebrare la rinascita di un Paese “forte, ricco, sicuro, in crescita e in espansione territoriale, e che nessuno potrà fermare”.

Fra le tante cose, “Trump ha anche promesso di «riprendersi il canale di Panama» […] di mettere fine alle politiche ecologiche del New deal verde (e alle quote di veicoli elettrici fissate da Joe Biden) per dichiarare una «emergenza energetica nazionale» che autorizzerà la più grande trivellazione di petrolio e gas della storia [e che questa] ondata di «oro liquido» finanzierà a sua volta un’espansione dell’apparato militare americano che metterà gli Stati Uniti in condizione di «vincere come non mai»”.

Non che quanto sopra m’abbia sorpreso, sia chiaro: duranti i mesi scorsi, spesso s’era letto delle intenzioni del tycoon, deportazione di massa compresa.

In un articolo pubblicato il novembre scorso su Avvenire  avevo letto che, durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso che la deportazione di massa non porterà che benefici: “Ci libereremo dai criminali e i salari dei cittadini statunitensi smetteranno di scendere” – la deportazione di massa in questione prevedeva l’arresto, detenzione ed espulsione dagli Stati Uniti di circa undici milioni d’immigrati.

L’articolo proseguiva facendo presente che gli esperti di immigrazione mettevano in dubbio la riuscita di un’operazione del genere, sottolineando il fatto che presentava ostacoli, costi ed effetti negativi enormi.

Non vorrei dilungarmi troppo su ostacoli, costi ed effetti negativi, ma ammetto di non esser rimasto indifferente nel leggere che, logisticamente, arrestare detenere ed espellere undici milioni circa di persone è “un’impresa ciclopica, impossibile da realizzare nei quattro anni di mandato di Trump” – parole di Aaron Reichlin-Melnick, direttore dell’American Immigration Council – e che, più nello specifico, ogni anno, per deportare un milione di immigrati, servirebbero ottantotto miliardi di dollari.

Mi ha pure impressionato leggere che “se effettivamente l’operazione riuscisse, i ricercatori concordano che equivarrebbe a un «disastro economico» per gli Stati Uniti. La rimozione dalla forza lavoro di così tante persone comporterebbe infatti perdite di decine di miliardi di dollari in tasse federali e statali e in contributi previdenziali, oltre a 256 miliardi di dollari di potere di spesa degli immigrati stessi” oltre al fatto che “il contraccolpo dell’assenza di manodopera sarebbe sentito con forza anche nell’ambito dell’ospitalità, delle pulizie, della produzione manifatturiera e dei servizi agli anziani […] le cucine dei ristoranti si svuoterebbero, e nessuno pulirebbe più le stanze degli alberghi”.

Ma la cosa che più di tutto mi ha spaventato è stato l’utilizzo della parola deportazione: “President-elect Donald Trump intends to launch a «light speed» mass deportation campaign as soon as he «puts his hand on that Bible and takes the oath of office», top aide Stephen Miller has boasted”, ossia, “Il presidente eletto Donald Trump intende lanciare una campagna di deportazioni di massa «alla velocità della luce» non appena «metterà mano su quella Bibbia e presterà giuramento», si è vantato il principale aiutante Stephen Miller”.

Per la Treccani, il significato di deportazione è la “pena mediante la quale il condannato viene privato dei diritti civili e politici, allontanato dal luogo del commesso reato o di residenza e relegato in un territorio lontano dalla madrepatria”, e a questo punto mi vengono in mente le parole di Albert Camus che, nel ’58, scrisse: “Per ristabilire la giustizia necessaria, esistono altre vie che non siano la sostituzione di un’ingiustizia con un’altra ingiustizia” – una frase presa da un libro intitolato Ribellione e morte, che raccoglie diversi suoi saggi politici.

Di questo volume vale la pena ricordare altre due affermazioni dello scrittore e filosofo francese, stavolta datate 1948: “Tutti, con poche eccezioni di mala fede, da sinistra a destra, pensano che la propria verità sia la più adatta a rendere felici gli uomini. Tuttavia, tutte queste buone volontà congiunte mettono capo a un mondo infernale dove gli uomini sono ancora uccisi, minacciati, deportati, dove si prepara la guerra e dove è impossibile dire una parola senza essere subito insultati o traditi” e “Soffochiamo tra gente che crede di aver assolutamente ragione, ragione in nome delle macchine o delle idee”.

Ricordo bene le deportazioni di milioni di persone in lager, gulag e strutture similari, ma ho deciso di non avventurarmi in qualsivoglia parallelismo perché sono certo finirei col commettere errori e sono altrettanto sicuro che, coi tempi che corrono, a nulla servirebbe spiegare la mia buonafede.

Detto questo, torno a ragionare sulla “deportazione” chiedendo aiuto alla letteratura. Nel 1971 viene pubblicato un romanzo di Friedrich Dürrenmatt, La caduta; è un libro spietato in cui l’autore mette a nudo le ipocrisie e le ambiguità delle strutture al potere, dove gli uomini più potenti di un partito al potere di un paese imprecisato ne decidono le sorti stando comodamente seduti intorno a un tavolo: “I tredici del segretariato politico disponevano di un potere immane. Decidevano le sorti di quell’immenso impero, mandavano innumerevoli persone in esilio, in carcere e alla morte, intervenivano nell’esistenza di milioni di cittadini, facevano nascere industrie intere dal nulla, deportavano famiglie e popoli, fondavano grandi città, reclutavano eserciti innumerevoli, imponevano la guerra o la pace, ma poiché il loro istinto di conservazione li costringeva a spiarsi a vicenda, le simpatie e le antipatie che provavano l’uno per l’altro influenzavano le loro decisioni assai più che i conflitti politici e le circostanze economiche a cui si trovavano di fronte. Il potere e di conseguenza il terrore reciproco erano troppo grandi per poter fare della pura politica. La ragione non riusciva a spuntarla”.

È così, non c’è dubbio, chi dispone di un potere immane può intervenire nell’esistenza di milioni di persone, deportare popoli interi. È così, la Storia lo insegna. Il problema è che siamo noi a non essere in grado d’imparare, e alla fine commettiamo sempre gli stessi errori, consegniamo poteri immani nelle mani di qualcuno.

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa i vecchi, così come racconta l’argentino Adolfo Bioy Casares nel suo romanzo del ’69, Diario della Guerra al Maiale, dove i giovani di Buenos Aires decidono un bel giorno che chiunque abbia più di cinquant’anni è inutile alla società scatenando, così, una strana e misteriosa guerra durante la quale, per una settimana, i giovani s’impegnano a dare la caccia ai vecchi, e a sterminarli: persino il loro erotismo verrà considerato pura perversione, un’oscenità da eliminare. Nel Diario della Guerra del Maiale i vecchi si vedono costretti a improvvisare una difesa disperata: imparano a muoversi per la città in orari improbabili e a vivere nascondendosi dai giovani, compresi i loro figli: “In questi giorni ho sentito parlare di un progetto di compensazione: l’offerta, alla gente anziana, di terre nel Sud”, “Lo dicano chiaramente e direttamente che vogliono deportare in massa i vecchi”.

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa su un altro pianeta i ribelli, i criminali, i non-conformisti, tutti coloro che sulla Terra disturbano l’equilibrio della società, tutti quanti spediti su un pianeta-penitenziario e qui, magari, lasciati in totale libertà, nessuna prigione, niente celle, sbarre o carcerieri, si regolino a loro piacere, s’ammazzino pure: sarà mica per questo che, durante il suo discorso d’insediamento, Trump ha nuovamente ricordato che gli U.S.A. pianteranno la loro bandiera su Marte? Gli appassionati di fantascienza avranno già capito che questa mia elucubrazione s’è ampiamente ispirata al romanzo del 1960 di Robert Sheckley, Gli orrori di Omega, dove, tra le altre cose, si racconta di astronavi che pattugliano l’orbita del pianeta-penitenziario perché i galeotti non abbandonino il mondo su cui son stati esiliati: sarà mica per questo che due amici di Trump – Jeff Bezos ed Elon Musk – hanno dato vita alla corsa allo spazio, a una sfida stellare?

Dico che Bezos e Musk sono amici di Trump perché, insieme a Mark Zuckerberg e Tim Cook, c’erano anche loro accanto al tycoon durante l’Inauguration Day. Spero mi perdonerete se vi confido che quest’immagine del neopresidente degli Stati Uniti e di questi quattro signori, mi ha fatto venire in mente il discorso d’insediamento a Cancelliere del Reich di Adolf Hitler quando, a Berlino, nel febbraio del 1933, orbitavano intorno al fuhrer personaggi quali Josef Goebbels, Hermann Goering, Heinrich Himmler e Rudolf Hess; chiedo sinceramente scusa per questo mio corto circuito, ma credo sia scaturito per via del fatto che, così come Hitler nel ‘33 preannunciava durante il discorso d’insediamento il suo piano per riportare grande la Germania, similmente Trump ha preannunciato durante il discorso d’insediamento il suo piano per riportare grande gli Stati Uniti d’America; ma, molto probabilmente, la più grande responsabilità di questa mia fantasia poco ortodossa e assai irrispettosa, lo ammetto, sarebbe da addebitare all’aver assistito al saluto romano di Musk dal palco di Washington dopo il discorso di Trump. Anche se, alla fin fine, “quel gesto, che alcuni hanno scambiato per un saluto nazista, è semplicemente Elon, che è autistico, che esprime i suoi sentimenti”, come dice il referente di Musk in Italia, Andrea Stroppa.

E nulla cambia se, alla fine, i saluti col braccio destro alzato e il palmo della mano rivolto verso il basso dovessero risultare due e non uno: sono certo nulla c’entrino simpatie come quella dimostrata verso l’Alternative für Deutschland – partito politico tedesco di estrema destra –, ma che si tratti di sana e genuina esternazione di entusiasmo e felicità, insomma, di semplice espressione di sentimenti.

La grandezza della Germania… quella degli Stati Uniti d’America… le deportazioni di massa… mi viene in mente cosa scrisse Orwell: “Tutti i nazionalisti hanno la straordinaria capacità di non cogliere la rassomiglianza tra serie simili di fatti. […] Le azioni non sono buone o cattive di per sé ma in relazione a chi le compie e non esiste quasi alcun genere di violenza – la tortura, l’uso di ostaggi, il lavoro forzato, le deportazioni di massa, l’arresto indiscriminato, la mistificazione, l’assassinio, le bombe sugli inermi – che non cambi significato morale se commessa dalla “nostra” fazione” – frase tratta da una raccolta di suoi saggi intitolata Nel ventre della balena.

Data la mia personalissima impressione che le nuove ideologie sembrino assomigliarsi sempre più a quelle vecchie, chiuderei con un’altra frase di Camus, anche questa del ‘48: “non si tratterebbe di edificare una nuova ideologia, ma soltanto di ricercare uno stile di vita. […] per parlare con più concretezza […] opporre, in ogni circostanza, l’esempio alla forza, la predicazione alla dominazione, il dialogo all’insulto e il semplice onore all’astuzia […]”.

da qui

lunedì 6 maggio 2024

Kafka, l’eterno - Goffredo Fofi

Perché Kafka, e ancora, e sempre? Molti si sono interrogati sulla sua biografia – non straordinaria – e sul suo straordinario e forse eterno successo. Nonostante l’attuale volgarità dei tempi e una cultura di impressionante mediocrità “democratica” (quanti scrivono senza avere nulla da dire né da raccontare, ma bisognosi di “esprimersi”, di mettere in mostra la propria mediocrità, quanti li leggono per consolare la propria, di mediocrità!) si continua a leggere Kafka, e lo si considera l’autore imprescindibile per eccellenza. E ci si accosta ai suoi testi per condividere il suo stesso stupore di fronte ai fondamentali e irrisolvibili misteri dell’esistenza, ma anche di fronte alla storia e alle società che l’uomo si è dato. Per cercarvi spiegazioni e non consolazioni. E soprattutto per specchiarsi nel suo stupore, anche se ha cercato di oggettivarlo in figure che sono essenze, che sono essenziali. Che sono comuni, ma guardate a distanza.

Si è spesso abusato di Kafka – più che di qualsiasi altro scrittore del novecento, forse a parte Dostoevskij – e delle situazioni in cui i suoi protagonisti si trovano imprigionati. Un dio inaccessibile, un potere inconsulto, l’animalità del genere umano. Da Sartre a Camus, da Brecht a Welles, si è cercato di riportare questo autore sulla terra e addirittura dentro la storia (il nazismo, la guerra, il capitalismo…) o spingendo verso psicanalisi e sociologia le disavventure dei suoi personaggi niente affatto eccezionali, di fronte a situazioni insieme estreme e comuni, e infine comprensibili, abusando di metafore e paragoni. Il signor K. del Processo è servito a troppe letture, a troppi rimandi, a troppe metafore. La sua ostinata oggettività ha stimolato le più radicali delle filosofie e soprattutto delle antropologie, delle sociologie e delle banalizzazioni: “È una situazione kafkiana”, hanno detto o pensato, e continuano a dire e a pensare tanti di fronte a qualcosa di poco comprensibile, di bizzarro e anche di ansiogeno. Volendo riconoscere nello stupore di Kafka il nostro stesso stupore, di fronte al mistero della vita, all’assurdo delle società.

La scrittura di Kafka è eminentemente visiva, oggettiva, influenzata certamente dalla tradizione ebraica e dalla filosofia tedesca. E ha prodotto degli strani cortocircuiti con i francofortesi, che sono stati (soprattutto Günther Anders) i suoi più forti esegeti. Ma non può non avere risentito di certe estreme esposizioni avanguardistiche (e non è forse un caso che un personaggio di cui Brecht fece il suo alter ego si chiamasse signor K.) in sintonia peraltro con l’essenzialità dello svizzero Robert Walser, da Kafka molto apprezzato. Ma che rifiuta le sue estreme oggettivazioni.

Kafka fu dentro il suo tempo, ma guardava oltre, a un prima e a un dopo – e a un sempre – della condizione umana oltre la storia. Anche se di storia l’uomo è impastato, dalla storia è condizionato.

Lo stupore, si è detto, di fronte all’assurdo delle regole di ogni società, ma anche lo stupore di fronte al mistero dell’esistenza, senza la fede in alcun dio. Lo stupore talvolta anche affascinato dalle luci del mondo, ma perlopiù dalle stesse inquietato, come in America, che ebbe anche il titolo Il disperso, storia infine di solitudine, non solo quella del giovane migrante. Lo stupore che ci vede come gli animali che siamo che temiamo di ridiventare, nonostante “la civiltà” (La metamorfosi). Lo stupore di essere, sentendoci molto più innocenti che colpevoli, inquisiti e condannati (Il processo). Lo stupore di vederci esclusi dal contatto con un’autorità inaccessibile e incomprensibile, un dio o un signore, in eterna attesa di entrare in un mondo forse più vero, forse più chiaro (Il castello).

La ragione di tutto, il perché e i perché, sono incomprensibili. La vita ci è data ma non ne conosciamo lo scopo e non ne scopriremo le regole più profonde, mentre quelle che ci sono imposte ci appaiono impenetrabili o ingiuste. Né più né meno che la condizione umana.

Una scrittura eminentemente visiva ci cattura e ci affascina, ma non chiede il nostro sentimento, chiede il nostro stupore: chiede che ci si interroghi sulle cose che ci sono mostrate e narrate. Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Senza la certezza che ci sia un dio, e se questo dio ragioni o meno. Senza gli strumenti per ribellarsi a un’autorità incomprensibile? Una lettura “marxista” o razionalista di Kafka è forse sufficiente a ridarci tranquillità? Assolutamente no, sembra dirci Kafka, respingendoci in un’insicurezza angosciosa. O in un’insicurezza dimentica. La lotta infinita contro un’autorità che va oltre quelle visibili e tangibili, ma che è tuttavia ben concreta. Il meccanismo irrisolvibile e inesplicabile che confronta vita e legge, uomo e potere. E che tuttavia non ci esime, interrogandoci, dal prendere posizione, da una scelta e da una ribellione.

Dopo aver riletto Kafka, è bene rileggere Camus, rileggere L’uomo in rivolta.

P.S. Se Franz Kafka è lo scrittore che in tanti abbiamo così amato e interrogato, il confronto che ci piacerebbe fosse fatto è con un altro maestro del novecento, William Faulkner. Scrittore per eccellenza dei sud del mondo quanto Kafka, si potrebbe anche dire, lo è dei nord. L’autore di L’urlo e il furore ha creato un universo diverso e caldo, brulicante di vita e passione. Pone le stesse domande, nate da uno stupore simile a quello di Kafka, ma che è travolto in una vita più naturale, più animale, più sociale. E sono domande che nascono anche dalla storia. Quel che in Faulkner esplode, anche nel disordine, in Kafka è più nascosto. Il primo ci dà anche qualche risposta, mentre nel secondo troviamo solo domande.

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giovedì 29 giugno 2023

La lettera di Albert Camus al suo maestro


Albert Camus scrisse questa lettera di ringraziamento al suo maestro di scuola elementare, il signor Louis Germain, poco dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1957. Un gesto importante quello dello scrittore francese. Un gesto che dimostra come gli insegnanti delle scuole primarie possono avere una grande importanza per la formazione e l’educazione degli individui. Ecco la famosa lettera tratta da “La scuola ci riguarda tutti”

 “Caro signor Germain,

ho aspettato che si spegnesse il baccano che mi ha circondato in tutti questi giorni, prima di venire a parlarle con tutto il cuore. Mi hanno fatto un onore davvero troppo grande, (l’assegnazione del Nobel per la letteratura N.d.R.) che non ho né cercato né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che io ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarla che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo. L’abbraccio con tutte le mie forze”

Albert Camus


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mercoledì 13 maggio 2020

Alfabeto dell’epidemia - Albert Camus



La Peste di Albert Camus (1947) è uno dei grandi libri del Novecento. Rileggerlo oggi significa non solo cogliere alcune costanti delle pestilenze di ogni tempo, ma capire meglio le insufficienze e gli errori nel nostro modo di governare l’attuale pandemia: i limiti della scienza medica, l’inadeguatezza dei governi e la difficoltà di noi tutti, il cinismo dell’economia, l’acuirsi delle diseguaglianze, la voglia di rinascita e la sua probabile frustrazione. Il libro contiene anche quella che a me appare, ogni giorno di più, la migliore sintesi dell’attuale situazione mondiale: «Nessuno sapeva niente».
Così ne ho scelto (del tutto arbitrariamente) alcuni passaggi, e li ho disposti in un dizionario della pandemia i cui lemmi (in grassetto) sono miei. Il resto è di Camus, ed è tratto dalla traduzione di Yasmina Melouah, Bompiani 2019.
(Tomaso Montanari)

Barca (sulla stessa)
Da questo momento si può dire che la peste ci riguarda tutti. Finora, nonostante la sorpresa e la preoccupazione suscitata da questi eventi straordinari, ognuno dei nostri concittadini aveva continuato come potevano a dedicarsi alle proprie occupazioni, al proprio posto. E così doveva senz’altro essere in seguito. Ma dopo che furono chiuse le porte, tutti si accorsero, compreso il narratore, di essere sulla stessa barca e di doversene fare una ragione. Così, per esempio, un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera popolazione e insieme con la paura il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio.
Clima
Chiedeva sovente qualche previsione sulla probabile durata dell’epidemia.
– Dicono che il clima freddo può forse contrastare questo genere di malattie.
Il direttore si agitava.
– Senta, ma qui non fa mai davvero freddo, e comunque sia vorrebbe dire che ci toccherà ancora un bel po’ di mesi.
Contrastanti (pareri)
Le forme polmonari dell’infezione che già si erano manifestate ora si moltiplicavano ai quattro angoli della città, quasi che il vento accendesse e alimentasse incendi nel petto degli abitanti. Con questa nuova forma dell’epidemia la contagiosità rischiava di aggravarsi. I pareri degli specialisti al riguardo a dire il vero erano sempre stati contrastanti, tuttavia per maggiore sicurezza il personale sanitario continuava a respirare sotto mascherine di garza sterile.
Convogli (di bare)
a peste si mantenne a un livello tale che il numero delle vittime superò di gran lunga le possibilità offerte dal nostro piccolo cimitero. Non bastò infatti aprire dei varchi nei muri, per offrire ai morti uno sfogo sui terreni circostanti fu necessario trovare qualcos’altro […] Un dipendente del comune agevolò alquanto il compito delle autorità consigliando di servirsi dei tram che un tempo facevano servizio sulla panoramica, e che adesso erano inutilizzati. Fu adattato allo scopo l’interno dei rimorchi e delle motrici, da cui furono tolti i sedili e il percorso fu deviato fino al forno che diventò quindi un capolinea. E per tutta la fine dell’estate come all’inizio delle piogge autunnali, nel cuore della notte si vedevano passare lungo la panoramica strani convogli di tram senza passeggeri, traballanti al di sopra del mare. Alla fine, gli abitanti avevano capito di cosa si trattava.
Diseguaglianze
Le famiglie povere si trovavano così in grandi ristrettezze, mentre le famiglie ricche non mancavano pressoché di nulla. Mentre la peste, con la sua efficace imparzialità, avrebbe dovuto rafforzare l’uguaglianza fra i nostri concittadini, per il normale effetto degli egoismi rendeva invece più acuto nel cuore degli uomini il sentimento di ingiustizia.
Dopo
Tarrou pensava che la peste avrebbe cambiato la città, e nel contempo non l’avrebbe cambiata. Che naturalmente il più grande desiderio dei nostri concittadini era e sarebbe stato fare come se non fosse cambiato niente, e che quindi in un certo senso niente sarebbe cambiato. Ma in un altro senso non è possibile dimenticare tutto anche con la debita forza di volontà, e la peste avrebbe lasciato delle tracce per lo meno nel cuore degli uomini.
Economia
Qui un malato si sente davvero solo. Si pensi allora a chi sta per morire, intrappolato fra centinaia di muri crepitanti di calore, mentre nello stesso momento, al telefono e nei caffè, un’intera popolazione parla di cambiali, di polizze di carico e di sconti.
Epidemiologi
Il grafico dei progressi della peste con la sua crescita costante seguita da una lunga fase di plateau sembrava esser confortante agli occhi di un uomo come il dottor Richard: «è un ottimo eccellente grafico», diceva. Riteneva che la malattia avesse raggiunto quello che lui chiamava uno stallo, di lì in poi avrebbe soltanto potuto decrescere. Ne attribuiva il merito al nuovo siero di Castel, che aveva infatti conosciuto alcuni inaspettati successi. Il vecchio Castel non smentiva, ma pensava che in realtà non si potessero fare previsioni poiché la storia delle epidemie comporta balzi imprevisti. La prefettura, da tempo desiderosa di rassicurare l’opinione pubblica, e cui la festa non lo consentiva, intendeva radunare i medici per chiedere loro un rapporto al riguardo, quando anche il dottor Richard fu portato via dalla peste, e proprio nel momento di stallo dell’epidemia.
Fase 3?
Le istituzioni tornarono al pessimismo con la stessa incoerenza con cui prima avevano accolto l’ottimismo.
Funerali
Non che avesse una particolare predilezione per simili cerimonie, preferendo lui di gran lunga la società dei vivi, e per fare un esempio i bagni al mare. Ma dopotutto i bagni al mare erano stati preclusi, e la società dei vivi temeva da un giorno all’altro di essere soppiantata dalla società dei morti. Era un dato di fatto, certo si poteva anche far finta di non vederlo coprirsi gli occhi e negarlo: ma un dato di fatto ha una forza terribile che prima o poi ha la meglio su tutto. Come si possono per esempio negare i funerali il giorno in cui coloro che ami hanno bisogno dei funerali. Ebbene quel che caratterizzava in principio le nostre cerimonie era la rapidità: tutte le formalità erano state semplificate, e in linea generale la pompa funerale era stata soppressa. I malati morivano lontano dalla famiglia e le veglie erano vietate, sì che chi moriva di sera passava la notte da solo e chi moriva durante il giorno veniva subito seppellito. I familiari beninteso venivano avvisati, ma nella stragrande maggioranza dei casi non potevano spostarsi poiché, se avevano vissuto a contatto con il malato, si trovavano in quarantena.
Giornata (vivere alla)
Si imponevano allora di non pensare più alla data della liberazione di non volgersi mai più verso il futuro, e di tenere per così dire gli occhi bassi
Incredulità
Benché un flagello sia infatti un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso. Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista. […] Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare, e in primo luogo gli umanisti che non hanno preso alcuna precauzione. I nostri concittadini non erano più colpevoli di altri, dimenticavano soltanto di essere umili e pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili.
Lockdown
I giornali pubblicarono decreti che rinnovavano il divieto di uscire, e minacciavano i contravventori di pene detentive. Pattuglie percorsero la città. Nelle vie deserte e roventi si vedevano spesso sopraggiungere annunciate dal rumore degli zoccoli sul selciato guardie a cavallo che passavano tra infilate di finestre chiuse. Sparita la pattuglia, sulla città minacciata calava di nuovo un silenzio pesante e circospetto.
Mascherine
Tarrou fece entrare Rambert in una stanzetta interna interamente tappezzata di armadi. Ne apri uno, ed estrasse da uno sterilizzatore due maschere di garza idrofila, ne porse una a Rambert e lo invitò ad indossarla. Il giornalista domandò se serviva a qualcosa, e Tarrou rispose di no, ma che rassicurava gli altri.
Oggettività
Strilloni ancora addormentati non annunciano ad alta voce le notizie, ma addossati a un angolo di strada porgono i giornali ai lampioni con un gesto da sonnambuli. Più tardi, svegliati dai primi tram, si sparpaglieranno per la città offrendo con il braccio teso i fogli su cui spicca la parola “peste”. «Un autunno all’insegna della peste? Il professor B risponde: no!». «124 morti: il bilancio del 94esimo giorno di peste». Era nato un altro giornale il Corriere dell’epidemia, il cui scopo era «informare i nostri concittadini all’insegna della più rigorosa oggettività sull’espansione o la regressione della malattia, fornire loro le opinioni più autorevoli sul futuro dell’epidemia, aprire le sue colonne a chiunque, noto o meno, sia disposto a combattere il flagello. Sostenere il morale della popolazione, comunicare le direttive delle autorità e in sintesi chiamare a raccolta tutte le persone di buona volontà decise a lottare efficacemente contro il male che oggi ci colpisce». In realtà il giornale si è ben presto limitato a pubblicare annunci di nuovi prodotti infallibili per prevenire la peste.
Politica
La peste diventava polmonare. Il giorno stesso, nel corso di una riunione, i medici allo stremo avevano chiesto e ottenuto da un prefetto disorientato nuove misure per evitare il contagio, che nella peste polmonare avveniva per via aerea. Come al solito, nessuno sapeva niente.
Precauzione (massima)
– Mi dica sinceramente è convinto che sia la peste?
– Il problema è mal posto. Non è una questione di parole, è una questione di tempo.
– Lei pensa, disse il prefetto, che se anche non si trattasse della peste dovrebbero comunque essere applicate le misure di profilassi previste in caso di peste?
– Se proprio devo pensare qualcosa, sì, penso a questo.
I medici si consultarono, e alla fine Richard disse:
– Dobbiamo quindi assumerci la responsabilità di agire come se la malattia fosse la peste.
La formula fu caldamente approvata.
– È d’accordo caro collega?
– Non mi importa la formula, disse Rieux, diciamo solo che non dobbiamo agire come se non ci fosse il rischio che mezza città venga uccisa, poiché in tal caso lo sarebbe.
Responsabilità
So che è necessario prestare la massima attenzione, per non rischiare in un attimo di distrazione di respirare in faccia ad un altro e di passargli l’infezione. La sola cosa naturale è il microbo. Il resto, la salute, l’integrità e la purezza in un certo senso sono frutto della volontà e di una volontà che non deve mai venire meno. L’uomo giusto, quello che non infetta quasi nessuno, è quello che si distrae il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e di tensione per non distrarsi mai.
Rinascita
Tutti gridavano e ridevano. La scorta di vita accumulata nei mesi in cui ciascuno aveva messo l’anima in attesa, la spendevano quel giorno. Era come il giorno della rinascita: l’indomani sarebbe cominciata la vita vera e propria, con le sue cautele. Per il momento persone di estrazione diversa stavano gomito a gomito e fraternizzavano. L’uguaglianza che la presenza della morte non aveva di fatto realizzato, era la gioia della liberazione a stabilirla per qualche ora almeno.
Speculazioni
Non mancavano però altri motivi di preoccupazione. A seguito delle difficoltà crescenti di approvvigionamento, queste avevano favorito la speculazione e alcuni prodotti di prima necessità che scarseggiavano nel mercato legale si offrivano ora a prezzi astronomici.
Statistiche (della morte)
Nonostante questi spettacoli insoliti sembrava che i nostri concittadini avessero difficoltà a capire ciò che stava accadendo loro. C’erano sentimenti condivisi come la separazione o la paura, ma tutti continuavano a mettere in primo piano anche le preoccupazioni personali. Nessuno aveva ancora davvero accettato la malattia. Quasi tutti erano in primo luogo sensibili a ciò che interferiva con le loro abitudini o toccava il loro interesse. Ne provavano fastidio, irritazione: e non sono questi i sentimenti che è possibile contrapporre alla peste. La loro prima reazione, per esempio, fu di prendersela con la pubblica amministrazione. La risposta del prefetto alle critiche riprese dalla stampa («non si potrebbe prevedere un alleggerimento delle misure adottate?») fu alquanto inattesa. Finora né i giornali né l’agenzia Infsdoc avevano ricevuto una comunicazione ufficiale con le statistiche della malattia. Il prefetto le trasmise giorno dopo giorno all’agenzia, pregandola di fare un comunicato settimanale. Anche in questo caso però la reazione dell’opinione pubblica non fu immediata. L’annuncio che nella terza settimana di peste si erano contati 302 morti rimaneva infatti qualcosa di astratto. In primo luogo forse non tutti erano morti di peste. E in secondo luogo nessuno sapeva quante persone morissero la settimana in tempi normali. La città contava 200.000 abitanti. Nessuno aveva idea se quella percentuale di decessi fosse nella media. Si tratta anzi del genere di dettagli di cui non ci si cura mai nonostante l’indubbio interesse che presentano. In un certo senso all’opinione pubblica mancavano i termini di paragone. Solo con il passare del tempo, constatando l’aumento dei decessi, ci si rese conto della verità. La quinta settimana si ebbero infatti 321 morti e la sesta 345: l’incremento se non altro era eloquente, ma non era abbastanza elevato perché i nostri concittadini non serbassero pur nell’inquietudine l’impressione che si trattasse di un incidente certo increscioso, ma tutto sommato temporaneo. Continuavano così a girare per le strade e a sedersi ai tavoli dei caffè. Nel complesso non erano spaventati, si scambiavano più battute che lamentele e sembravano accettare di buon grado certi inconvenienti evidentemente passeggeri.
Tamponi
La somministrazione dei sieri preventivi continuava a essere riservate alle sole famiglie già colpite: per generalizzarle nell’impiego ce ne sarebbero volute quantità industriali.
Tormentone
Ha sentito i dati stasera?
Turismo
Peraltro era sicuro che i viaggiatori avrebbero continuato a lungo evitare la città: quella peste era la rovina del turismo.
Vacanze
Era questa una delle grandi rivoluzioni della malattia: tutti i nostri concittadini accoglievano abitualmente l’estate con esultanza, la città si spalancava allora sul mare e riversava giovani sulle spiagge. Quell’estate, invece, il mare pur vicino era inaccessibile: e il corpo non aveva più diritto alle sue gioie.
Vino
Si beveva molto, in effetti. Dopoché un caffè ebbe esposto il cartello «Il buon vino uccide i microbi» si rafforzò nell’opinione pubblica l’idea, già diffusa fra la gente, che l’alcool preservi dalle malattie infettive.

venerdì 6 marzo 2020

Un futuro da paura - Daniele Barbieri



Paure per tutti i gusti? Dal vasto magazzino della fantascienza estraggo un paio di storie – entrambe di Philip Dick – per vedere cosa spaventa chi.
Nel primo racconto (brevissimo) un ragazzo si nasconde: sa che i suoi genitori questa volta gliela faranno pagare. Lo ammazzeranno. Perché… non ha superato un esame. Cosa può esserci di tanto terribile? Non ha saputo risolvere un’equazione di secondo grado. E’ tanto grave? Chissà se chi ora sta leggendo sa risolvere le equazioni. Nel racconto di Philip Dick una certa società ha deciso (o tollera) che la misura dell’umanità, la stessa definizione giuridica di «essere umano» completo – quindi che può godere i diritti – venga assegnata solo a chi sia in grado di risolvere equazioni complesse. Nella società qui immaginata se non sei un essere umano completo, puoi essere ucciso; o meglio… abortito, scrive Dick ampliando la provocazione. Il racconto s’intitola «Le pre-persone», cioè prima d’essere persone.
Un’altra storia dello stesso autore ma con paure che incrociano una concezione completamente diversa di umanità.
La protagonista di questo racconto si chiama Gil. Aspetta il marito, Lester che torna da un satellite di Giove dove è ingegnere spaziale. Non è felice Gil, anzi ha paura perchè Lester è arrogante e violento. Dick non spiega perchè lei resti con il marito. Ma è una condizione purtroppo che incontriamo spesso nel mondo reale: donne che hanno paura a vivere con uomini violenti eppure hanno ancor più terrore di ribellarsi o restar sole in una società così ostile per loro…
Ma quando Lester arriva, Gil lo scopre affettuoso, “attento ai suoi bisogni”: una persona completamente diversa. Passano pochi giorni e, mentre Lester non c’è, bussano alla porta. Sono due poliziotti; anzi la parola usata da Dick è «sbirri». Dicono a Gil che quel tipo non è suo marito ma un alieno: un parassita che si è impadronito del corpo di Lester.
Gli sbirri chiedono l’aiuto di Gil contro l’alieno. Un extra terrestre fa più paura persino di un extracomunitario. Ben più di un alieno proposto dalla fantascienza al lettore o spettatore “ideale” (maschio, bianco, ricco, eterosessuale) è più estraneo di un marocchino che in fondo ha due gambe come noi… talvolta una o nessuna gamba se fa il muratore in cantieri italiani dove non si osservano le norme di sicurezza, ma questo è un altro discorso.
Torniamo a Gil. Lei dovrebbe aiutare i poliziotti non solo per paura o per il senso del dovere ma per solidarietà con la razza umana. E infatti Gil dice sì ma sta mentendo perchè ha deciso che quell’essere NON umano è infinitamente migliore, più dolce del maschio arrogante che prima abitava quel corpo. E lo aiuterà a scappare. Il racconto finisce così.
«“Stavo pensando”, disse la donna all’essere non terrestre, che forse continuerò a chiamarti Lester, se non ti dispiace”.
“Tutto quello che vuoi purchè possa farti felice” le rispose lui».
In questo secondo racconto c’è qualcosa di importante sulle nostre paure e sull’idea di umanità. Philip Dick in una antologia così lo commentò. «Per me questa storia simboleggia ciò che l’essere umano è. Non si tratta di avere un certo aspetto o di provenire da un certo pianeta, ma di vedere sino a che punto si è gentili. La gentilezza ci differenzia dai sassi, dai pezzi di legno, dal metallo e così sarà sempre qualsiasi forma assumiamo, dovunque andiamo o qualunque cosa diventiamo».
Il titolo è appunto «Umano è». Dick aggiunge: “Umano è è il mio credo e mi auguro che possa essere anche il vostro”. Tornando su questo concetto Dick ha scritto: «La misura di un essere umano non è la sua intelligenza, non consiste nell’altezza che può raggiungere in un sistema sbagliato. La misura di un essere umano è questa: con quale rapidità sa reagire ai bisogni di un’altra persona e quanto può dare di sé?». Una definizione di essere umano completamente opposta a quella del primo racconto; ne derivano paure differenti, vi pare?
Saltiamo dalla fantascienza a uno scrittore e filosofo franco-algerino, oggi un po’ dimenticato: Albert Camus. Parlando del ‘900, il secolo dei sogni più grandi ma anche degli incubi più spaventosi, scriveva così: «Sta finendo il secolo della scienza liberatrice. Il nostro ventesimo secolo è il secolo della paura.(…) Il diciassettesimo è stato quello delle matematiche, il diciottesimo delle scienze fisiche, il diciannovesimo della biologia, il nostro è il secolo della paura. Ma voi direte: la paura non è una scienza. In primo luogo la scienza c’entra qualcosa perchè i suoi ultimi progressi tecnici l’hanno portata a negare se stessa e perchè le sue conseguenze pratiche minacciano la Terra intera di distruzione. Inoltre se la paura in se stessa non può essere considerata una scienza non vi è dubbio che essa sia perlomeno una tecnica».
Un altro salto fino a uno dei più grandi poeti del ‘900 non solo italiano: Fabrizio De Andrè. Magari ricordate quei versi oltraggiosi «chi non terrorizza si ammala di terrore» e forse avete dimenticato quell’altro suo suggerimento: «senza la mia paura mi fido poco». Proviamo a confrontarle con le parole di un altro grande poeta del nostro Novecento, Umberto Saba. «In una casa dove uno s’impicca, altri si ammazzano fra di loro, altri si danno alla prostituzione o muoiono faticosamente di fame, altri ancora vengono avviati al carcere o al manicomio… si apre una porta e si vede una vecchia signora che suona molto bene la spinetta».
L’immagine di questa casa tremenda con la vecchina che suona tranquilla mi è rimasta in mente da quando la lessi. E spesso mi chiedo: in quella casa – che immagino essere non un semplice condominio ma il mondo intero – dove mi colloco io? E voi chi siete in quella casa? Potreste essere la vecchina che suona tranquilla mentre intorno scoppiano guerre e catastrofi ma Trump dice a Greta che tutto va bene.
Si può avere paure che altri non comprendono. Dario ha il terrore che qualcuno gli occupi il posto macchina assegnato. Kashif che la polizia veda i suoi documenti non in regola. Ognuno ha i suoi timori e spesso fatica a entrare in quelli altrui. Ancora Dick: «la paura dei nobili alla vigilia della rivoluzione francese era che il popolo sarebbe entrato nelle loro case, avrebbe sporcato il tappeto e rovinato il giardino… Non immaginavano che sarebbero finiti sulla ghigliottina». Certe paure non riuscivano a concepirle, come qui in Occidente oggi fatichiamo a capire che in un’altra parte del mondo le bombe o la morte per fame siano possibilità concrete.
Una delle paure più grandi che la fantascienza ha amplificato è che prima o poi incontreremo nemici – alieni incomprensibili e mostruosi – venuti dallo spazio esterno.
Allora vale rileggere «La sentinella» di Fredric Brown: è solo una paginetta.
«Era bagnato fradicio, e coperto di fango, aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni luce da casa. Un sole straniero gettava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato faceva di ogni movimento un’agonia di fatica.
Dopo decine di migliaia di anni quell’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione con le loro astronavi tirate a lucido e le loro super armi, ma quando si arrivava al dunque toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria prendere la posizione e tenerla con il sangue, palmo a palmo. Come questo maledetto pianeta di una stella mai sentita nominare, finchè non ci eravamo arrivati. E adesso era suolo sacro. Perchè c’era arrivato anche il nemico.
Il nemico, l’unica altra razza intelligente della galassia: crudeli, schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti. Ed era stata la guerra subito. Quelli avevano cominciato a sparare senza neppure tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso pianeta per pianeta bisognava combattere coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango, aveva fame e freddo. E il giorno era livido, spazzato da un vento violento che faceva male agli occhi ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni posizione era vitale. Stava all’erta, le armi pronte. Era lontano cinquantamila anni luce dalla patria a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
Allora vide uno di loro strisciare verso di lui, prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano e agghiacciante che tutti loro facevano, poi non si mosse più. Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire».
«Molti con il passare del tempo si erano abituati, non ci facevano più caso, ma lui no: erano creature troppo schifose con solo due braccia e due gambe e quella pelle di un bianco nauseante e senza squame».
Il nemico siamo noi, nello sguardo degli altri. Brown ci avvisa che potremmo essere l’unica altra razza intelligente della galassia: crudeli, schifosi, ripugnanti mostri. E che gli alieni potrebbero – a ragione – aver paura di noi. Perchè loro non fanno «la guerra subito… senza neppure tentare un accordo, una soluzione pacifica».
Fra tanti timori di ciò che non conosciamo, ogni tanto dovremmo aver paura anche di noi stessi.
Per questo la fantascienza è importante: affonda il coltello al crocevia delle paure e dei desideri. Ci invita a uno sguardo diverso sul futuro come sull’ovvio. La buona science ficton influenza le decisioni; la “cattiva” invade comunque l’immaginario di massa.
Non a caso è esplosa nel ‘900 (come si conta da queste parti del globo) cioè nel secolo della scienza e del tecno-vudù: tecnologie ovunque ma incomprensibili ai più, dunque magia.
Ognuno coccola le sue paure. C’è chi ancora trema per i cattivi marziani di H. G. Welles mentre io rabbrividisco pensando a una sua profezia del 1920: «La storia umana diventa sempre più una gara fra istruzione e catastrofe … ma sembra che l’istruzione stia perdendo la gara».
Il presente è cupo ma noi possiamo – dobbiamo? – immaginare che esistano molti domani possibili. Se qualcun altro sogna (o ha paura) al posto nostro siamo fregati.


martedì 5 novembre 2013

Albert Camus: discorso di accettazione del premio Nobel per la Letteratura

Ricevendo il premio di cui la vostra libera Accademia ha voluto onorarmi, la mia grande gratitudine era tanto più profonda quanto più mi misuravo fino a qual punto la ricompensa oltrepassava i miei meriti personali. Ogni uomo, e a maggior ragione ogni artista, desidera ottenere dei riconoscimenti. Anch'io lo desidero, ma non mi è stato possibile apprendere la vostra decisione senza confrontare la sua grande rinomanza con quello che io realmente sono, un uomo quasi giovane, ricco soltanto dei suoi dubbi e di una opera ancora in cantiere, abituato a vivere nella solitudine del lavoro o nel rifugio dell’amicizia, come potrebbe non apprendere con una specie di panico una decisione che lo porta d’un colpo, solo e quasi ridotto a se stesso, al centro di una luce sfolgorante? Con quale animo poteva ricevere quest’onore nell'ora in cui in Europa altri scrittori, fra i più grandi, sono ridotti al silenzio e nel momento stesso in cui la sua terra natale è tormentata da una continua sventura?
Ho conosciuto questo smarrimento e questo turbamento interiore. Per ritrovare la pace insomma ho dovuto rimettermi in regola con una sorte troppo generosa. E poiché non potevo farlo facendo leva sui miei soli meriti ho trovato, come aiuto, ciò che mi ha sostenuto nelle circostanze più difficili durante la mia vita: l’idea che mi son creata della mia arte e della missione dello scrittore. Lasciate che in un sentimento di riconoscenza e di amicizia vi dica, con la massima semplicità, quale sia questa idea.
Personalmente non potrei vivere senza la mia arte, ma non l’ho mai posta al di sopra di tutto: se mi è necessaria, è invece perché non si estranea da nessuno e mi permette di vivere come sono al livello di tutti. L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti. L’arte obbliga dunque l’artista a non isolarsi e lo sottomette alla verità più umile e più universale. E spesso chi ha scelto il suo destino di artista perché si sentiva diverso dagli altri si accorge ben presto che potrà alimentare la sua arte e questo suo esser diverso solo confessando la sua somiglianza con tutti: l’artista si forma in questo rapporto perpetuo fra lui e gli altri, a mezza strada fra la bellezza di cui non può fare a meno e la comunità dalla quale non si può staccare. È per questa ragione che i veri artisti non disprezzano nulla e si sforzano di comprendere invece di giudicare: e se essi hanno un partito da prendere in questo mondo, non può essere altro che quello di una società in cui, secondo il gran motto di Nietzsche, non regnerà più il giudice, ma il creatore, sia esso lavoratore o intellettuale.
La missione dello scrittore è fatta ad un tempo di difficili doveri; per definizione, non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono. O, in caso contrario, lo scrittore si ritrova solo e privo della sua arte. Tutti gli eserciti della tirannia con i loro milioni di uomini non lo strapperanno alla solitudine anche e soprattutto se si adatterà a tenere il loro passo. Ma il silenzio di un prigioniero sconosciuto ed umiliato all’altro capo del mondo sarà sufficiente a trarre lo scrittore dal suo esilio, ogni volta, almeno, che arriverà, pur nei privilegi della libertà, a non dimenticare questo silenzio e a divulgarlo con i mezzi dell’arte.
Nessuno di noi è abbastanza grande per una simile vocazione. Ma in tutte le circostanze della sua vita, ignorato o provvisoriamente celebre, imprigionato nella stretta della tirannia o per il momento libero di esprimersi, lo scrittore può ritrovare il sentimento di una comunità vivente che lo giustifichi, alla sola condizione che accetti, finché può, i due impegni che fanno la grandezza della sua missione: essere al servizio della verità e della libertà. Poiché la sua vocazione è quella di riunire il maggior numero possibile di uomini, egli non può valersi della menzogna e della schiavitù che, là dove regnano, fanno proliferare la solitudine. Qualunque siano le nostre debolezze personali, la nobiltà del nostro mestiere avrà sempre le sue radici in due difficili impegni: il rifiuto della menzogna e la resistenza all’oppressione.
Per più di vent’anni di storia folle, perduto e privo di soccorso, come tutti gli uomini della mia età, nelle convulsioni del tempo, sono stato sorretto dal sentimento oscuro che scrivere era oggi un onore, perché questo atto impegnava, e non impegnava a scrivere soltanto. Mi obbligava in particolare a portare, come potevo e secondo le mie forze, con tutti quelli che vivevano la stessa storia, la sventura e la speranza di cui eravamo partecipi. Questi uomini, nati all’inizio della prima guerra mondiale, che hanno avuto vent’anni quando si installavano ad un tempo il potere hitleriano e i primi processi rivoluzionari e che sono stati in seguito messi alla prova, per completare la loro educazione, nella guerra di Spagna, nella seconda guerra mondiale, nell’universo “concentrazionario”, nell’Europa della tortura e della prigione, debbono oggi allevare i loro figli e le loro opere in un mondo minacciato dalla distruzione nucleare. Nessuno, suppongo, può chieder loro di essere ottimisti. E sono convinto che dobbiamo comprendere, pur senza abbandonare la lotta contro di loro, l’errore di quelli che, per troppa disperazione, hanno rivendicato il diritto al disonore e si sono gettati a capofitto nel nichilismo del nostro tempo. Ma è anche vero che la maggior parte di noi, nel mio paese e in Europa, hanno rifiutato questo nichilismo e si sono messi alla ricerca di una legittimità; hanno dovuto costruirsi un’arte per vivere in tempi calamitosi, per nascere una seconda volta e lottare poi a viso scoperto contro l’istinto di morte sempre presente nella nostra storia...


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